"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"
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NEWSLETTER n°14 del 2016
Aggiornamento della settimana -
dal 9 al 15 aprile 2016 -
Prossima NEWSLETTER prevista per il 22 aprile 2016
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SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"Monologo su Peppino Impastato di Chiara Perreca
Nella serata caratterizzata dalle polemiche per la partecipazione di Salvo Riina, figlio del boss Totò Riina, a «Porta a Porta», su «Italia’s Got Talent» è andata in onda una scena di tutt’altro tenore: una ragazzina napoletana di 16 anni, Chiara Perreca, è sul palco per partecipare a Italia’s Got Talent. La ragazza ha scelto di interpretare un appassionante monologo su Peppino Impastato, il giornalista e conduttore radiofonico ucciso da Cosa Nostra per le sue accuse contro Gaetano Badalamenti. Sul palco di Got Talent la ragazza ha interpretato con grande passione il passaggio finale del film «I Cento Passi» di Marco Tullio Giordana, nel quale si commenta la «casuale» morte di Peppino, avvenuta il 9 maggio del 1978. Una performance di grande potenza che ha scosso il pubblico presente in studio ed emozionato i quattro giudici, Luciana Littizzetto, Claudio Bisio, Nina Zilli e Frank Matano che hanno promosso la giovane con 4 sì. Un successo condiviso dai telespettatori che hanno fatto registrare il picco d’ascolto della puntata proprio durante la performance su Impastato seguita da 2 milioni 776 mila spettatori. «Hai fatto un pezzo molto difficile -ha detto la Littizzetto alla giovane- a 16 anni raccontare questo e su questo palco ha una forza e una potenza notevole». «Tu fai una cosa molto importante -ha aggiunto Frank Matano- ispiri i tuoi coetanei a essere più curiosi e a coltivare la propria passione».
video--------------------------------------------------------------- Caso Riina jr, Saviano: "La mafia sta parlando ma noi non l'abbiamo capito"
Se un mafioso va in tv non è per dare una banale intervista, ha detto, ma per mandare un messaggio preciso ------------------- L'esposizione mediatica è sempre un pericolo perché attiri l'attenzione". "Il primo messaggio che Salvo Riina ha mandato - ha continuato Saviano - è che non sta parlando da capofamiglia, non si sta sostituendo al padre". Poi che "vuole aprire alla dissociazione", ovvero riconoscere solo le proprie responsabilità, mentre l’organizzazione fuori continua, e non fare i nomi di altri. L'obiettivo di quel messaggio, ha osservato lo scrittore, "non era il pubblico né lo share né Vespa" ma due entità. La magistratura, alla quale ha voluto suggerire che "la vecchia Cosa Nostra non è la nuova Cosa Nostra", da qui il richiamo ai valori. Questo in sostanza il messaggio che secondo Saviano Riina jr avrebbe lanciato ai magistrati: "Non ci pentiamo ma non vogliamo più il 41 bis in cambio ci prendiamo solo le nostre responsabilità senza però accusare altri". L'altra "entità" a cui era rivolto il discorso del figlio del boss è per lo scrittore Cosa nostra: "Non fateci pagare le vostre colpe, noi, la famiglia, siamo diversi. Un messaggio a Matteo Messina Denaro, come fanno sempre le vecchie generazioni con le nuove", di cui non condividono le scelte. E ancora: "Non osate interferire nello scambio" che vogliamo fare. "Nel momento in cui l'attenzione sulla mafia è zero - ha detto Saviano - sentono che lo Stato è fragilissimo e vedono che c’è uno spazio per poter dire tutto questo". "Non bastano arresti o proclami per combattere la mafia, né è una battaglia solo morale ma di conoscenza e sapienza, una conoscenza che ci sta sfuggendo. Qui la mafia sta parlando e la cosa più grave - ha concluso - è che non l’abbiamo capito". (Estratto video - 'Che tempo che fa' RaiTre del 10 aprile 2016)
video--------------------------------------------------------------- MYRSINI - (Peloponneso) Accoglie i rifugiati siriani
"Abbiamo chiamato mia figlia: Maria. Un nome cristiano, come quelli che ci hanno salvato .." (Servizio di Maria Cuffaro - TG3 delle 19.00 9 aprile 2016)
video--------------------------------------------------------------- Campo profughi Idomeni 10 aprile 2016
Gas lacrimogeni, proiettili di gomma, granate assordanti contro uomini, donne e bambini... in cerca di dignità trovano violenza! Dopo le violenze scoppiate al confine greco-macedone, le équipe di MSF hanno assistito centinaia di persone.. “Oggi dilagano frustrazione e rabbia crescenti tra le persone che sono bloccate a Idomeni da oltre un mese. È il risultato inevitabile della decisione di tenere migliaia di persone intrappolate in Grecia, un paese che non è in grado di rispondere ai bisogni umanitari e di protezione di quanti stanno cercando sicurezza in Europa” ha detto Jose Hulsenbek, capo missione di MSF in Grecia. “Le persone hanno bisogno di essere trattate con dignità, non con la violenza o con imprevedibili chiusure delle frontiere e maggiore incertezza. Questa assurda crisi umanitaria creata dalle politiche degli stati europei sta diventando ogni giorno sempre più insostenibile.”... http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/msf-cura-centinaia-di-feriti-dopo-le-violenze-alla-frontiera-greco-macedone
Gas lacrimogeni, proiettili di gomma, granate assordanti...--------------------------------------------------------------- "Rimuovere
i muri", non solo quelli in senso "figurato" ma anche quelli della
"triste realtà": è quanto chiede Papa Francesco, nel messaggio inviato
alla Conferenza sulla non violenza, organizzata a Roma dal Pontificio
Consiglio della Giustizia e della Pace e dal movimento Pax Christi.
"Il grande ostacolo da rimuovere" per "considerare i nostri simili come fratelli e sorelle" e così "poter superare guerre e conflittualità", spiega il Pontefice, è quello "eretto dal muro dell'indifferenza: la cronaca dei tempi recenti ci dimostra che se parlo di muro non è solo per usare un linguaggio figurato, ma perché si tratta della triste realtà", sottolinea. (adnkronos 11/04/2016) Berlino 1989... (vignetta)--------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)È
domenica mattina, a Milano. Quartiere di Affori, suona il campanello a
casa di don Vittorio Marelli. Una voce maschile chiede di lui, di
poterlo incontrare. Don Vittorio va ad aprire e si trova davanti un
uomo con la barba, con un volto che non gli dice nulla ma con la mano
tesa in segno di saluto.
L'uomo è sorridente e comincia a parlare con don Vittorio,
gli racconta di essere di nazionalità siriana e di aver ricevuto asilo
in Svezia. Dice di aver deciso di tornare nei luoghi dove è passato
prima di approdare in Svezia e incontrare tutte le persone che lo hanno
aiutato quando lui ha avuto bisogno.
Don
Vittorio ammette di non ricordarsi di lui, ma il siriano non si
scompone e aggiunge: «Noi eravamo in tanti e tu non ti puoi ricordare
di me. Ma io mi ricordo bene di te perché tu mi hai accolto nella tua
chiesa - poi nell'offrire 200 euro, aggiunge - tu hai aiutato me adesso
con questi soldi aiuta quelli che oggi sono poveri e in
difficoltà».
Don
Vittorio resta senza parole e il piccolo episodio - riportato da
Fiorenzo De Molli, responsabile del progetto accoglienza per la Casa
della Carità sul suo profilo facebook - lascia a tutti un messaggio di
speranza e umanità straordinaria.
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Profugo siriano accolto in parrocchia Torna due anni dopo per sdebitarsiGuarda un video che risale proprio al 2014
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SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA" Non abbiate paura... ... Sembra quasi scritta da me... (vignetta) La sapienza dell'amore è... L'amore fraterno è... La nostra fede è... Per te ci hai fatti o Signore... Ho spezzato il mio corpo... L'Eucaristia è la più grande di tutte le meraviglie... Solo l'amore può far germogliare... Se cerchi una leva che ti sollevi...--------------------------------------------------------------- In memoria di Dietrich
Bonhoeffer, pastore e teologo luterano, maestro e martire, ucciso 71
anni fa - il 9 aprile del 1945 - nel campo di concentramento nazista di
Flossenbürg, con l’accusa di aver partecipato ad una congiura contro il
regime di Adolf Hitler.
Il primo servizio che si deve al prossimo... Se la Parola di Dio è presso di me... E' capace di credere al regno di Dio... Essere liberi non significa... Può darsi che domani spunti l'alba...--------------------------------------------------------------- P.Ermes Ronchi - Commento III Domenica di Pasqua Anno C, estratto puntata del programma "Le Ragioni della Speranza"- anno 2013
Sì, ti voglio bene (video)--------------------------------------------------------------- Vittorio
Arrigoni, giornalista, scrittore, attivista e pacifista italiano ucciso
a Gaza il 15 aprile 2011 non si stancava mai di ripetere il suo credo:
restiamo umani!
Restiamo umani!!! Io non credo nei confini, nelle barriere... --------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Era
il 15 aprile 2011 quando dalla Striscia di Gaza arrivò la notizia del
rapimento finito in modo tragico dell'attivista per i diritti umani che
era diventato un punto di riferimento per decine di migliaia di
persone. Oggie Egidia Beretta porta la sua testimonianza in ogni angolo
d'Italia e, assieme alla figlia Alessandra e ad amici, tiene vivi
memoria e impegno di Vittorio attraverso la Fondazione Vik Utopia. Ecco
le sue intense parole
Cinque
anni, oggi 15 aprile 2016. Tanti ne sono passati da quando Vittorio
Arrigoni, attivista nato in Brianza ma figlio del mondo, ha perso la
vita per mano di assassini spietati nella Striscia di Gaza, a soli 36
anni. Tanti, perché la mancanza di Vittorio, delle sue azioni, delle
sue denunce, si sente eccome”. A parlare è una madre che, passo dopo
passo, sta recuperando le macerie del cuore - quello stresso brutale
anno, il 2011, ha perso anche il marito per malattia - con una forza di
volontà che mai si sarebbe aspettata di avere: Egidia Beretta Arrigoni,
anni, ex sindaco di Bulciago (LC), in questi ultimi anni non si è fai
fermata, girando tutta l’Italia a parlare di Vik, partendo dal libro
che racconta la sua storia, Il viaggio di Vittorio. “Associazioni,
biblioteche, catechisti, scuole: ricevo ancora oggi inviti da chiunque.
Vado, racconto di mio figlio, lo tengo vivo per chi mi ascolta, certo,
ma in fondo lo faccio per me, perché così ho l’impressione che non mi
abbandoni mai”, indica senza troppi giri di parole la donna.
“E’
un passaggio di testimone a cui è impossibile sottrarsi, sebbene sia
doloroso. Spesso arrivo agli incontri molto affaticata, anche per
problemi fisici, ma ogni volta succede un piccolo miracolo: quando mi
siedo in procinto di iniziare una testimonianza pubblica, passa tutto e
l’energia per raccontare arriva a più non posso”, racconta Egidia
Beretta. Energia che investe lei e la figlia Alessandra, con cui
condivide questi anni di resistenza, la creazione della Fondazione Vik
Utopiaonlus- che tra le ultime attività ha offerto borse di studio
legate alla musica nei campi profughi palestinesi e un pulmino per gli
studenti siriani rifugiati al confine con la Turchia - e
l’organizzazione di un emozionante incontro annuale proprio a Bulciago,
alla presenza di persone in arrivo da tutta Italia e con la
collaborazione di numerosi artisti (l’edizione 2016 di Ricordando Vik
avrà luogo domenica 24 aprile). Alle due donne della famiglia Arrigoni,
così come a parenti e amici di Vittorio,manca una cosa che forse non
arriverà mai: la verità sulla sua morte, al di là di quella
giudiziaria, che parla di un rapimento di una cellula di estremisti
islamici finito male, ma non si accenna alle motivazioni profonde, che
rimangono oscure. “Ci abbiamo messo una pietra sopra, per andare
avanti”, riporta Egidia Beretta.
...
La madre di Vik Arrigoni: «5 anni dopo, la sua energia spinge a lottare per i diritti di tutti»Cinque
anni fa moriva Vittorio Arrigoni, l'attivista italiano rapito e ucciso
a Gaza il 15 aprile del 2011. Lo ricordiamo con un'intervista alla
madre Egidia Beretta Arrigoni
«Se
mio figlio Vittorio fosse qui, accanto a me, gli direi di continuare a
spendersi come ha sempre fatto, a essere il testimone credibile che è
stato». Le lacrime fanno tremare la voce di Egidia Beretta, le parole
si interrompono poi riprendono flebili. Suo figlio, l'attivista
italiano Vittorio Arrigoni, è stato ucciso a Gaza il 15 aprile del
2011, cinque anni fa, ma il dolore per la sua perdita è forte come il
primo giorno.
«In
questi giorni sto molto male. Vittorio mi è sempre presente, è nella
mia mente poi ci sono i periodi come questi, in cui il dolore è più
forte e per affrontarlo vivo la mia quotidianità. Mi aiuta lavorare
alla Fondazione Vik Utopia, il 24 aprile sarà online il sito e questo
mi tiene molto impegnata».
Egidia
Beretta, che pochi mesi dopo la morte di Vittorio ha perso anche il
marito Ettore, non ha mai smesso di lottare. Da cinque anni si batte
perché la verità sul rapimento e l'omicidio vengano a galla, ha chiesto
alla Corte Penale che venisse risparmiata la pena di morte agli
assassini di suo figlio. «In famiglia siamo stati contrari per motivi
per noi ovvi, dissi solamente "chiedete ai vostri figli perché lo hanno
ucciso"».
Ogni
giorno porta in giro per l'Italia, sopratutto nelle scuole, le parole e
gli scritti di Vittorio, anche se non è facile parlare di lui,
innamorato della Palestina e di quei bambini a cui viene negato il
futuro. Per loro era tornato a Gaza, per non lasciarsli soli. «Se non
fosse andato a Gaza, sarebbe andato altrove a cercare qualcuno da
aiutare».
...
Quando le viene domandato di raccontare Vittorio da dove inizia?
«Di
Vittorio mi piace soprattutto raccontare il suo indomito coraggio, la
sua coerenza spinta all’estremo, la sua sofferenza nel constatare
l’indifferenza che era quella che temeva di più. Sono contenta che
molti giovani ascoltino con attenzione le mie parole, Vittorio non è
stato un improvvisatore, tutta la sua vita è stata un lungo viaggio che
lo ha portato ad affrontare situazioni molto diverse e quasi sempre di
sofferenza, proprio da quando era piccolo. Già alle elementari scriveva
di pace, giustizia e diritti. Quando sostengo che Vittorio non è un
eroe o un martire voglio dire proprio questo, è arrivato fino a qui con
un lungo percorso».
Gli ha mai chiesto di non partire?
«Non
ho mai voluto negare a Vittorio il sogno, la ricerca della sua utopia
perché penso che per me almeno, come per molte mamme, anche se è un
dolore vedere partire il figlio, sia anche una responsabilità quella
che ci prendiamo nei loro confronti quando li mettiamo al mondo, di
lasciarli liberi. Non l’abbiamo mai frenato, io sono stata una
sognatrice e tante volte vedevo in quello che lui faceva, ciò che avrei
voluto per me. Vittorio e sua sorella Alessandra hanno assorbito l’aria
che si respirava in casa, ci si metteva sempre dalla parte del più
debole, di chi aveva bisogno di supporto».
...
Si sente vicina alla madre di Giulio Regeni?
«Sì,
posso immaginare il suo strazio, è lo stesso che provavo io. Mi
sconvolgeva e feriva molto leggere sulla stampa e vedere in tv tutti i
particolari su come suo figlio è stato torturato, non ne capisco la
necessità, sentivo il suo dolore. Ho seguito la conferenza stampa e mi
è piaciuta molto la sua franchezza, le idee molto chiare, il desiderio
di giustizia che io condivido fino in fondo perché sappiamo per
Vittorio come si sono svolti i fatti ma non sappiamo i motivi».
Che significato hanno per lei le parole di suo figlio «Restiamo umani»?
«Le
prime volte che lo scriveva alla fine dei suoi articoli mi sembrava
esagerato , gli chiedevo "Come fai a scrivere questo quando sei in un
posto dove l’umanità sembra essere sparita, come tu stesso dici?". Ho
sempre qui con me il segnalibro di Vittorio in cui spiega cosa
significhi per lui restare umani, l’invito a ricordarsi della natura
dell’uomo e penso che le parole che lui pronunciò nel 2009 siano state
profetiche vista la situazione in cui viviamo oggi. "Io non credo nei
confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti,
indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, a un’unica
famiglia che è la famiglia umana"».
...
Il
24 aprile a Bulciago, città natale di Vittorio Arrigoni, la famiglia
insieme agli amici e a chi lo porta nel cuore celebrerà un pomeriggio
di ricordo e festa in onore di Vik, perché il dolore diventi gioia e
coraggio.
Anniversario della morte di Arrigoni: «Quanto mi manchi figlio mio» il saluto di Donata Frigerio a Vittorio Arrigoni: Per chi dirà: se l'è cercataE' il 13 Aprile del 2011: Vittorio Arrigoni, attivista e pacifista italiano, viene sequestrato a Gaza da un commando terrorista che chiede, per la liberazione, il rilascio immediato dal carcere dello sceicco salafitaAbu al Walid al Maqdisi. Il giorno successivo Vittorio viene ucciso. Chi era Arrigoni, perché era a Gaza, quali erano gli ideali che lo muovevano? Con interviste del 2009, all'indomani dell'operazione "Piombo Fuso", documenti e filmati esclusivi, Crash racconta la storia di un attivista convinto, un blogger che attraverso la rete testimoniava quotidianamente quello che succedeva nella striscia di Gaza anche durante i bombardamenti, uno spirito critico che era scomodo a tutti. Per ricordare la vitae la morte di un ragazzo che non si stancava mai di ripetere il suo credo: restiamo umani. video-------------------------------------- A 5 anni dalla sua morte, l’esempio di Vittorio Arrigoni, l’attivista che visse a Gaza.
L'ultimo suo articolo è datato
13 aprile 2011, un mercoledì. Nel post raccontava di quattro
palestinesi morti per il crollo di un tunnel scavato sotto il confine
tra Gaza e Rafah, in Egitto, per assicurare gli approvvigionamenti
nelle Striscia. «Una guerra invisibile per la sopravvivenza», scriveva,
e poi l'immancabile «Restiamo umani», il motto con cui concludeva
ogni sua corrispondenza da quella che definiva la prigione più grande
del mondo. Sotto la sua firma «Vik da Gaza city».
Nessuno poteva immaginare che la sera seguente sarebbe stato rapito e qualche ora dopo, nella notte del 15 aprile, ucciso dagli stessi sequestratori IL GIORNO: Bulciago, il paese ricorda Vittorio Arrigoni a cinque anni dalla morte--------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Intenzione di preghiera
di Papa Francesco
per il mese di Aprile 2016
Gli
agricoltori, il loro duro lavoro per la terra che è “dono di Dio” e il
giusto compenso che essi dovrebbero ricevere. Questi i temi al centro
del videomessaggio di Papa Francesco sulle intenzioni di aprile
dell’Apostolato di preghiera. "Grazie
piccolo agricoltore. Il tuo contributo è essenziale per tutta
l'umanità. Come persona, figlio di Dio, meriti una vita degna. Però...
mi domando: come vengono retribuiti i tuoi sforzi?
La
terra è un dono di Dio. Non è giusto utilizzarla per favorire solo
pochi, privando la maggior parte dei loro diritti e benefici.
Mi farebbe piacere che tu ne tenga conto e che unisca la tua voce alla mia in questa intenzione: che i piccoli agricoltori ricevano il giusto compenso per il loro prezioso lavoro". VIDEOVedi anche i nostri post precedenti:
-------------------------------------- TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015
TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO HOREB n. 72 - 3/2015 TRACCE DI SPIRITUALITÀ A CURA DEI CARMELITANI E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it
--------------------------------------- 'Un cuore che ascolta - lev shomea' Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9) Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino Vangelo: Gv 21,1-19 L'evangelista
Giovanni ha già concluso il suo Vangelo con il capitolo 20, dove i
discepoli hanno potuto contemplare il Signore Risorto, hanno ricevuto
il dono dello Spirito Santo e sono stati inviati ad essere misericordia
del Padre in mezzo agli uomini. Nel capitolo 21, epilogo del Vangelo,
vediamo il Signore Gesù che si rende presente ai discepoli durante la
loro missione. Lo contempliamo nei due momenti più importanti della
vita della Chiesa: la pesca, simbolo dell'attività apostolica di
evangelizzazione ed a pranzo, immagine inequivocabile del banchetto
eucaristico, "fons et culmen" della vita - ad intra et ad extra - della
comunità dei discepoli. "Il capitolo 21 sta al Vangelo di Giovanni come
gli Atti degli Apostoli stanno al Vangelo di Luca "(cit.). E' un
concentrato di ecclesiologia e descrive in sintesi come la Chiesa, dopo
aver visto il Risorto e accolto il suo Spirito, adesso continua nel
cuore del mondo la missione del Padre, quella cioè di "amouriser le
monde", restituire amore al mondo (Teilhard de Chardin). Nella pesca
sperimentiamo la fatica del nostro lavoro ecclesiale, quella trarre in
salvo sulla barca (figura della Chiesa) i fratelli dagli abissi della
morte. Facendo affidamento soltanto sulla nostra bravura, sulla nostra
esperienza, sulle nostre pur raffinate strategie pastorali, torneremo a
riva con le reti vuote. Uniti a Gesù, obbedienti alla sua Parola il
nostro lavoro sarà ripagato, la nostra pesca feconda. Il cuore della
pericope, come possiamo comprendere, è l'amore. L'amore di Gesù per i
suoi discepoli fino al dono totale di sé, e l'amore dei discepoli (di
Pietro) per Gesù, che ha la sua scaturigine nel suo infinito amore per
noi. "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?" Lasciano senza
fiato queste parole rivolte a Pietro come ad ognuno di noi.
...--------------------------------------- I sacerdoti e l’oppressione del popolo
di fra Ricardo Pérez Márquez OSM
«Un
uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti,
che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono,
lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella
medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto
in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in
viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione.….» (Lc
10,30-33).
Queste
parole del vangelo di Luca, estratte da uno dei racconti parabolici che
più caratterizzano il suo scritto, gettano una luce inquietante
sull’argomento da affrontare. Una luce cupa, non tanto sui personaggi
addetti al culto del tempio di Gerusalemme, come nel caso del sacerdote
e del levita di cui parla il testo suddetto, quanto sull’intera casta
sacerdotale giudaica, la cui scrupolosa osservanza delle norme di
purità legale giustificava atteggiamenti disumani.
Secondo
il filo narrativo della parabola, se i briganti avevano lasciato mezzo
morto il malcapitato, il sacerdote e il levita, non prestandogli aiuto,
gli assestavano il colpo mortale. Con poche parole e in forma
indiretta, Luca mostra cosa si nasconde dietro il fasto delle sacre
liturgie al tempio: il totale disinteresse per la vita e il bene degli
esseri umani.
Tale
constatazione sulla realtà del sacerdozio d’Israele, insieme alla
denuncia che Gesù farà del tempio di Gerusalemme quale «covo di ladri»
(Lc 19,46), dove i sacerdoti sono paragonati a dei briganti che
nascondono nel tempio di Dio la loro refurtiva, spiega perché tutto ciò
che riguardi il culto giudaico sia praticamente ignorato dagli
evangelisti. Il termine greco e i suoi derivati (liturgico, liturgista,
fare liturgia), con i quali nella LXX si indica il servizio che i
sacerdoti svolgevano nel tempio, non appaiono mai nei vangeli, eccetto
in una sola occasione, in Lc 1,23, e in un contesto negativo:
l’incredulità del sacerdote Zaccaria e la sua incapacità di poter
parlare. Luca scopre l’inconsistenza di un culto dove i suoi ministri
possono svolgere la loro funzione anche se increduli e muti, come
Zaccaria che, malgrado l’accaduto, continuerà il suo “servizio
liturgico” nel santuario, completando il suo turno e poi tornando a
casa.
Nonostante
l’importanza del sacerdozio per lo svolgimento del culto nel tempio di
Gerusalemme, i sacerdoti sono appena ricordati nei vangeli. Solo Luca
per cinque volte ne fa menzione (Lc 1,5; 5,14; 6,4; 10,31; 17,14),
mentre Marco e Matteo ne fanno accenno nella guarigione del lebbroso
(Mc 1,44; Mt 8,4) e nella polemica con i farisei sull’osservanza del
sabato (Mc 2,26; Mt 12,4.5). Giovanni li ricorda una sola volta:
nell’interrogatorio al Battista (Gv 1, 19).
Più
citati sono invece i Sommi sacerdoti, presentati sempre in un contesto
conflittuale con il Cristo. Questa visione negativa del sacerdozio
giudaico, tramandata dagli evangelisti, trova dei riscontri anche negli
scrittidell’epoca. Lo storico Giuseppe Flavio, descrivendo le tensioni
esistenti all’interno della casta sacerdotale, afferma: «esisteva una
mutua inimicizia e lotta di classe tra i sommi sacerdoti da una parte,
e i sacerdoti di Gerusalemme dall’altra. E quando si scontravano si
servivano di un linguaggio ingiurioso, e si colpivano l’un l’altro con
sassi» (Ant. 20,180). «(i sommi sacerdoti) non esitavano a mandare i
loro servi sulle aie del grano battuto e prelevare le decime dovute ai
sacerdoti, col risultato che i sacerdoti più bisognosi morivano di
fame» (Ant. 20,181).
1. L’IMMAGINE CONTRASTANTE DEL SACERDOZIO ISRAELITICO
..
I sacerdoti si presentano come funzionari del sacro, nulla era lasciato
all’improvvisazione, ma tutto veniva stabilito secondo un minuzioso
regolamento. I sacerdoti di Gerusalemme formavano una casta ristretta,
gelosa dei propri privilegi e diritti, e difendevano il loro interesse
in quanto a decime e all’assegnazione di porzioni di bestiame
sacrificato, come le stesse fonte storiche dell’epoca testimoniano. In
quanto unici ufficiali autorizzati a svolgere le cerimonie del culto
pubblico, dalle quali dipendevano la coesione e la salvaguarda della
società giudaica, i sacerdoti erano anche indispensabili
all’organizzazione politica della nazione 2. IL CULTO SACERDOTALE In
Israele, fino alla distruzione del tempio (70 d.C.), il sacerdote
dipendeva dal culto sacrificale, fonte principale del suo
sostentamento. Essendo egli il responsabile del sacrificio quotidiano,
nonché di quello festivo e anche dei sacrifici privati, al sacerdote
corrispondeva una parte dei sacrifici offerti nel santuario; nessuno lo
poteva privare del diritto di mangiare il cibo consacrato delle
offerte. Per il loro incarico di addetti ai sacrifici, i sacerdoti
apparivano più come macellai professionisti che come uomini virtuosi
della preghiera. ... 3. IL SACERDOZIO IN ISRAELE, ASPETTI STORICO-SOCIALI All’epoca
dei patriarchi, quando ancora non esistevano né tempio né sacerdoti
specializzati, Abramo, Isacco e Giacobbe sono presentati nel loro
impegno di costruire altari (Gen 12,7; 13,18; 26,25) e di offrire
sacrifici (Gen 22; 31,54; 46,1), esercitando una forma di sacerdozio
familiare. Il sacerdozio israelitico sorge quando si costituisce il
popolo dell’alleanza nel deserto (Es 6,7; Lv 26,12). A partire da
questo momento, il sacerdozio avrà carattere ereditario. Solo
con Mosé la tribù di Levi, dopo la prima apostasia del popolo nel
deserto, è eletta e consacrata da Dio per il suo servizio (cf. Es
32,25-29). Sotto la monarchia davidica la casta sacerdotale diventa
un’istituzione organizzata, in particolare a Gerusalemme, dal momento
che Davide trasferisce lì l’arca dell’alleanza, e rende
la città il centro nevralgico del culto israelitico. Tuttavia il re
continuerà a esercitare alcune funzioni sacerdotali quali l’offerta dei
sacrifici (1 Sam 13,9) e la benedizione del popolo (2 Sam 1,18; 1 Re
8,14), rimanendo a capo della casta sacerdotale. Con la riforma di
Giosia, avviata attorno al 622 a. C., l’ambito dei sacerdoti sarà
esclusivamente legato al tempio di Gerusalemme, unico luogo del culto
sacrificale e centro della vita
d’Israele in tutti i suoi aspetti, sia politici sia religioso- sociali.
Tale concentrazione del culto a Gerusalemme fece della classe
sacerdotale un’unità compatta. Se nel periodo preesilico il sacerdote
era un funzionario cultuale accanto ad altri, dopo il rientro da
Babilonia il suo ruolo diventa più importante e si sviluppa una
crescente articolazione gerarchica, al cui vertice si colloca la figura
del Sommo sacerdote. Il
sacerdozio in Israele esiste per facilitare l’esecuzione del rituale,
la cui funzione sociale primaria è quella di assicurare la
sopravvivenza e il benessere materiale del popolo. .. 4. LA CRITICA DEI PROFETI I
sacerdoti sono stati spesso bersaglio di sospetti e di oltraggi, specie
da parte dei profeti, che li accusano di venalità (Mi 3,11), di
ubriachezza (Is 28,7), di negligenza, di ignoranza (Sof 3,4), e perfino
di omicidio (Os ,9). Essendo uomini legati alla tradizione del passato,
difficilmente i sacerdoti potevano venir incontro alle nuove esigenze e
necessità in cui si trovava il popolo, inoltre la loro scrupolosa
osservanza rituale di frequente nascondeva la mancanza di fedeltà nella
pratica della misericordia e della giustizia. Saranno
i profeti a lanciare una forte critica contro le loro deficienze, come
ben ricorda Isaia, all’inizio del suo libro, quando attacca il culto in
se stesso: «Perché mi offrite i vostri sacrifici senza numero? –
dice il Signore. Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di
pingui vitelli. Il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo
gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede a voi questo:
che veniate a calpestare i miei atri? Smettete di presentare offerte
inutili; l’incenso per me è un abominio… Io detesto i vostri noviluni e
le vostre feste; per me sono un peso, sono stanco di sopportarli.
Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se
moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano
sangue…» (Is 1,11-15) ... 5. CONCLUSIONE Con
la caduta di Gerusalemme e la distruzione del tempio nel 70 d.C.,
scompare il culto sacrificale e la casta sacerdotale perde il suo ruolo
preponderante nella società giudaica. Il sacerdozio diventa una carica
onorifica senza alcun tipo di controllo, di mediazione o di gestione
della pratica religiosa, legata all’ambito strettamente laico della
Sinagoga. La
fine di un’istituzione religiosa, come quella del sacerdozio, che ha
caratterizzato la storia del popolo d’Israele fin dai suoi inizi, è
paradossalmente accompagnata dalla realizzazione di quel disegno divino
che permetteva la piena comunione tra Dio e l’umanità. La
portata delle parole di Es 19,6, in cui la dignità regale e sacerdotale
fu promessa agli israeliti nel deserto, è ampiamente superata nella
persona di Cristo, poiché esse non saranno più ristrette a un’etnia
particolare ma estese a tutte le genti. Quanti si aprono all’amore
incondizionato del Padre e sono capaci di trasmetterlo come il
samaritano della parabola di Luca, costoro rendono l’unico culto a Lui
gradito (cf. Gv 4, 23). I sacerdoti e l’oppressione del popolo di fra Ricardo Pérez Márquez OSML
-------------------------------------------- ” … Tra indifferenza e desiderio …”
prof. Giuseppe Savagnone (VIDEO INTEGRALE ED ESTRATTI) "La libertà è il luogo del desiderio... La via della bellezza Educare le persone a percepire la bellezza... Bisogna che la bellezza illumini!! BARCELLONA P.G. 1 aprile 2016 Incontri
promossi dalla sezione di Barcellona P.G. della FIDAPA, la Comunità di
Sant’Egidio, l’AVULSS Onlus, l’Oratorio San Michele Arcangelo e
l’Oratorio F.M.A. di Barcellona P.G. La mattina conferenza con gli studenti delle scuola superiori. Il pomeriggio incontro aperto alla città. APPELLO AI GIOVANI: Essere Io fino in fondo! Ognuno di voi deve essere il cambiamento, non come massa, ma .... GUARDA IL PRIMO ESTRATTO - Relazione della mattina Video realizzato da Grazia Benenati
videoCI SONO STRUTTURE DI PECCATO PURE DENTRO LA CHIESA
Nella Chiesa ci sono delle impostazioni culturali, degli atteggiamenti,
delle mentalità che rendono inadeguata la realtà ecclesiale ...
I parroci non sono capaci di fare un lavoro cooperativo ..
in seminario studiano per diventare ognuno vescovo della propria parrocchia
GUARDA IL SECONDO ESTRATTO - Relazione del pomeriggio
videoLa via della bellezza
Educare le persone a percepire la bellezza... Bisogna che la bellezza illumini!!
GUARDA IL TERZO ESTRATTO - Relazione del pomeriggio
videoRelazione del pomeriggio
video integrale--------------------------------------------
(GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Un ordigno rudimentale è stato fatto esplodere la notte scorsa da ignoti davanti al portone della Chiesa di San Marco alle Paludi a Fermo, di cui è parroco don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco. Nessuno è rimasto ferito, ma i danni sono ingenti: la deflagrazione ha mandato in pezzi le vetrate e il rosone della cappella, e ha svegliato i residenti. Si
tratta del terzo attentato a una chiesa fermana in meno di due mesi,
dopo quelli contro il Duomo e la chiesa di San Tommaso, sulla costa
fermana. Al momento l’ipotesi degli investigatori è che la mano sia la
stessa. Don Vinicio Albanesi, accorso sul posto insieme ai carabinieri
e ai vigili del fuoco, è anche direttore della Caritas diocesana,
particolarmente impegnata nell’assistenza ai poveri e ai migranti. Un
fatto riportato da tutti gli organi di stampa, quasi a ipotizzare un
possibile movente.
BOMBA ESPLODE DAVANTI ALLA CHIESA DI DON ALBANESI. TERZO CASO IN DUE MESI A FERMO''Una
chiesa attiva su tutti i fronti, contro il degrado del quartiere e per
l'accoglienza dei migranti, probabilmente dà fastidio: quando uno dice
'messa e rosari e basta', non infastidisce nessuno. La mia vita è nelle
mani di Dio, e io non mi faccio certo intimorire: andiamo avanti, con
più determinazione di prima''. Don Vinicio Albanesi parla con l'ANSA
dell'ordigno rudimentale fatto esplodere la notte scorsa davanti al
portone della sua parrocchia, nella frazione di San Marco alle Paludi a
Fermo, finora senza rivendicazioni. ''Un avvertimento'', dice il
sacerdote, che potrebbe avere matrici diverse: ''un messaggio mafioso,
da parte di chi gestisce lo spaccio di droga e la prostituzione nel
quartiere di Lido Tre Archi; un gesto delinquenziale di bassa lega, o
un attentato di natura anticlericale: di sicuro chi ha agito ci conosce
bene. Sa che io non abito lì, e ha alzato il potenziale offensivo
dell'ordigno, rispetto alle 'bombe' piazzate in precedenza davanti ad
altre due canoniche. (fonte: ANSA Don Vinicio, siamo chiesa che dà fastidio)
-------------------------------------- Immediata la solidarietà da
istituzioni e associazioni a don Vinicio Albanesi, presidente
della Comunità di Capodarco di Fermo, dopo l’esplosione, questa
notte, di un ordigno rudimentale davanti al portone della Chiesa di San
Marco alle Paludi a Fermo, di cui è parroco don Albanesi. Si
tratta del terzo episodio contro una chiesa fermana in meno di due
mesi, dopo quelli contro il Duomo e la chiesa di San Tommaso, sulla
costa fermana.
COMUNITA' DI CAPODARCO: ESPLOSIONE DAVANTI ALLA CHIESA: SOLIDARIETÀ A DON ALBANESI, “UOMO DEL DIALOGO”“Il commento di questa quarta
domenica dopo Pasqua non può prescindere dal grave attentato alla
nostra Chiesa di San Marco: martedì notte, alle 23,35 hanno fatto
scoppiare una bomba davanti al portone della nostra Chiesa, per far
male. Nessuno conosce i motivi dell’attentato, né tanto meno gli
autori”. Inizia così l’omelia che don Vinicio Albanesi, presidente
della Comunità di Capodarco e parroco della chiesa di San Marco alle
Paludi a Fermo, pronuncerà domenica prossima, 17 aprile.
Don Albanesi ha infatti deciso di aprire la chiesa ai fedeli, dopo l’attentato che ha colpito l’intera comunità locale nella notte di martedì. Un segnale di normalità e di speranza per tutti i parrocchiani e la Chiesa fermana. COMUNITA' DI CAPODARCO: ESPLOSIONE, DON ALBANESI: “NESSUN TIMORE, LA SICUREZZA VIENE DA DIO”--------------------------------------------------------------- Visita di Sua Santità Francesco a Lesvos (Grecia) SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"INVITO ALLA PREGHIERA PER LA VISITA A LESBO
Sabato prossimo mi recherò nell’isola di Lesbo, dove nei mesi scorsi sono transitati moltissimi profughi. Andrò, insieme con i miei fratelli il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e l’Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Hieronymos, per esprimere vicinanza e solidarietà sia ai profughi sia ai cittadini di Lesbo e a tutto il popolo greco tanto generoso nell’accoglienza. Chiedo per favore di accompagnarmi con la preghiera, invocando la luce e la forza dello Spirito Santo e la materna intercessione della Vergine Maria. (Papa Francesco - Udienza 13/04/2016) Francesco, Bartolomeo e Hieronymos Video--------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Mancano poche ore all’arrivo del Papa sull’isola greca di Lesbo, domattina alle 10.20 locali, saranno le 9.20 in Italia. Francesco, ieri sera, si è recato nella Basilica di Santa Maria Maggiore per sostare in preghiera dinanzi all’Icona della Madonna, Salus populi Romani, domandando la protezione della Madre del Signore sulla sua visita. Il Papa ha offerto alla Madonna un mazzo di rose bianche e azzurre, secondo i colori della Grecia. Ad attendere Francesco a Lesbo vi saranno il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Ieronymos. Sarà
uno di quei gesti, la visita di Papa Francesco domani a Lesbo, che,
come lui stesso disse lo scorso Giovedì Santo al Centro di accoglienza
per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, parlano più delle
parole. Trascorrerà una manciata di ore in quella terra greca, le cui
luci di sera si possono scorgere dalla costa turca. Un braccio di mare
troppo corto per non tentare di prendere il largo in cerca di salvezza
in Europa. Di morti, quel mare Egeo, ne ha conosciuti molti negli
ultimi mesi: il Papa, il Patriarca Bartolomeo e l’arcivescovo
Ieronymos, riuniti nel porto dell’isola, rivolgeranno alle vittime le
loro preghiere e il lancio nel mare di tre corone di alloro. Il
pensiero a chi non ce l’ha fatta sarà il momento finale della visita,
che si concentrerà soprattutto su chi invece la speranza di ritrovare
una vita ancora ce l’ha: sui migranti, che siano rifugiati, richiedenti
asilo o economici, perché il Papa non ha mai fatto le distinzioni tanto
care invece alla politica.
Francesco
li abbraccerà nel centro di Moria, divenuto famoso dopo l’accordo
Ue-Ankara, che l’ha trasformato in quello che le organizzazioni
umanitarie tutte definiscono un luogo di detenzione. Lì incontrerà i
minorenni e poi una delegazione di ospiti del centro, pranzerà con
alcuni di loro, rivolgerà loro delle parole, così come faranno anche
Bartolomeo e Ieronymos. Sarà un discorso piccolo, forse, per via della
brevità della stessa visita, ma che li farà sentire fratelli, perché le
parole che Francesco in passato ha utilizzato per loro sono sempre
state di grande amore e di grande accoglienza. In questa visita non si
dovrà leggere alcun significato politico, nessuna polemica con l’Unione
Europea, che pure continua a chiudere e respingere, ma solo la
misericordia del Papa per queste persone alle quali non si può e non si
deve negare il diritto di cercare la salvezza. E anche la sua vicinanza
al popolo dell'isola di Lesbo, dal quale continua ad arrivare un grande
esempio di umanità e generosità. Un grande gesto, dunque, dal profondo
significato umanitario ed ecumenico che, seppur indirettamente, non
potrà non spingere le coscienze a chiedersi se ancora ricordiamo che,
come ci ha detto Francesco, anche Gesù fu profugo e la sua condizione
“segnata da paura, incertezza, disagi”.
(fonte: Radio Vaticana)
P.
Federico Lombardi, S.I., ha tenuto un briefing per illustrare il
programma della Visita che Sua Santità Francesco compirà a Lesvos
sabato prossimo 16 aprile video il programma«Solidarietà,
amore fraterno, ma anche un nuovo storico gesto ecumenico». Non si
parlerà “solo” di accoglienza e aiuti ai rifugiati nel viaggio-lampo
che papa Francesco farà domani mattina a Lesbo. Un gesto - come ha
ricordato lo stesso Pontefice nell’udienza di mercoledì scorso - del
tutto simile alla visita fatta a Lampedusa, il primo viaggio apostolico
di Bergoglio tra i migranti sbarcati in Sicilia.
Ma
non solo. Sull’isola greca, accanto ai gesti di solidarietà e agli
appelli ai potenti della terra a porre fine alle guerre e a spalancare
le porte a chi scappa da conflitti e persecuzioni, prenderà forma e
corpo anche un “miracolo” di natura ecumenica impensabile prima
dell’avvento sul soglio di Pietro del Pontefice argentino.
Le
due grandi anime cristiane, quella cattolica e quella ortodossa greca,
in poche ore compiranno un grande passo verso possibili scenari di
riconciliazione dopo circa 10 secoli di divisione, da quel 1054, l’anno
del grande scisma d’Oriente. Con un valore aggiunto: la cornice del
nuovo miracolo ecumenico sarà la Grecia, in particolare la Chiesa
ortodossa greca, vale a dire forse la componente ortodossa più lontana
dalla Chiesa cattolica romana...
Papa Francesco a Lesbo, un viaggio oltre lo scismaIl
peso delle lacrime. Le ragioni del cuore. La decisione del Papa di
andare a Lesbo, ad incontrare i migranti parcheggiati dalla
disperazione e dalla paura sull’isola greca, è una chiara denuncia
dell’incapacità europea di governare un’emergenza diventata tragica
quotidianità.
Un
grido di dolore contro l’indifferenza del ricco Occidente verso ciò che
accade nel Mediterraneo e nel mar Egeo diventati, per citare la
preghiera del Venerdì Santo, "insaziabili cimiteri". Soprattutto, è un
richiamo al cuore del Vangelo, interpella la ragione stessa dell’essere
uomini, persone. Il viaggio, allora, non potrà che essere un
pellegrinaggio condiviso da chi, pur nelle differenze, si riconosce
nello stesso Cristo, nei medesimi principi di solidarietà e di
attenzione all’altro, soprattutto se povero e abbandonato.
Non
sarà solo un gesto simbolico il mostrarsi insieme di papa Francesco,
del patriarca ecumenico Bartolomeo I e dell’arcivescovo ortodosso di
Atene Hieronimus II. Nessuna, seppur nobile, passerella nei discorsi di
sabato prossimo, ma la chiara consapevolezza che di fronte a una
politica preoccupata soltanto di blindare i propri confini, la
coscienza del credente non può più tacere.
E
se è vero che servono analisi, confronti, ancora più necessaria è la
forza della testimonianza, parola che ha la stessa radice di martirio,
estremo dono di chi ancora oggi, cacciato dalla propria terra,
perseguitato per il suo credo, ha il coraggio di confessare Gesù fino
al momento della morte.
Alla
paura che traccia fili spinati alle porte d’ingresso, che alza muri nel
cuore dell’Occidente, che adotta il credo dei respingimenti, i
cristiani, pur senza rinnegare le ragioni della sicurezza e della
legalità, rispondono con la difesa dei diritti dei più deboli, con la
logica della protezione umanitaria.
È il principio evangelico dell’ospitalità, è l’ecumenismo dell’accoglienza.
...
Non
sono ingenui sognatori il Papa e il Patriarca, né utopici idealisti.
Sanno che per arginare l’emergenza migratoria, per trasformare il
problema in risorsa, bisognerà ritrovare il senso di una politica alta,
non più ostaggio di facili slogan, ma capace di mettere al centro la
persona. Per questo occorre più che mai una spinta dal basso, si deve
riscoprire la compassione, è necessario reimparare a commuoversi.
A
Lampedusa prima, a Ciudad Juarez poi, ma anche a Manila e in molte
altre occasioni, papa Francesco ha invocato con forza il «dono», la
«grazia» delle lacrime. Che non sono un segno di resa o di
disperazione, ma collirio per purificare lo sguardo, chiavi per aprire
la strada del cambiamento, medicine per ammorbidire il cuore. Fili
d’argento con cui chiudere le ferite aperte dell’umanità che sanguina.
L'Ecumenismo dell'accoglienza. Lesbo, i gesti comuni dei cristiani-------------------------------------- Secondo il cardinale
Montenegro, arcivescovo di Agrigento, il Papa lascerà il segno anche
con la visita nell’isola greca; è fra i pochi ad avere capito che sta
cambiando la storia del mondo. L’Europa patria dei diritti non può
comportarsi così, anche l’Italia senza migranti sarebbe stata più
povera. Sbagliato e ingiusto dire che ogni migrante è un potenziale
terrorista, e poi le loro guerre sono causate anche dai nostri interessi
Francesco Peloso: “Francesco a Lesbo come a Lampedusa contro l’indifferenza”Siamo a Moria, centro di
raccolta di migranti economici e migranti politici, di profughi e di
disperati. Qui il tempo si è fermato dietro le volute di filo spinato e
i reticolati che definiscono il perimetro di questo hotspot figlio
dell’accordo fra la Turchia e l’Unione Europea.
L'attesa per Papa
Francesco a Lesbocoinvolge i tantissimi profughi da
settimane bloccati nell’isola greca, assieme glioperatori
umanitari che si adoperano per l’assistenza.
Ilaria Solaini: A Lesbo i profughi aspettano FrancescoGrande fermento nell’isola
greca dove giungerà domani il Papa per esprimere la sua solidarietà ai
migranti approdati in questi mesi. Una visita breve ma simbolica dal
forte impatto politico
Salvatore Cernuzio: Bergoglio a Lesbo: uno schiaffo all’Europa? No, una carezza ai profughi--------------------------------------------------------------- ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE "AMORIS LAETITIA" (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Ritengo
sia lo stile e l'impianto generale l'aspetto più importante nel
valutare a caldo un testo di duecentocinquanta pagine riguardo al quale
molti, nell'opinione pubblica dentro e fuori la chiesa, parevano
interessati solo alla presenza o meno di poche righe su un paio di
problematiche specifiche. Ed è anche l'aspetto più originale per un
documento papale, come già ci aveva abituato papa Francesco con la
Evangelii gaudium e la Laudato si'. Frutto dell'ascolto e del
discernimento da parte del papa dei dibattiti e dei testi emersi da due
sinodi dei vescovi che hanno ritrovato la loro natura di dialogo franco
e fraterno, l'esortazione “sull'amore nella famiglia” riprende e
approfondisce il paziente lavoro, proprio dei pastori.
“È
comprensibile – annota papa Francesco – che non ci si dovesse aspettare
dal sinodo o da questa esortazione una nuova normativa generale di tipo
canonico applicabile a tutti i casi” ma, piuttosto, “un nuovo
incoraggiamento a un responsabile discernimento personale e pastorale
dei casi particolari” (§ 300). Così essa appare come il primo documento
del magistero papale rivolto alla chiesa universale presente ovunque
nel mondo che non consegna un messaggio globalizzato, ma che tiene
conto delle diversità delle aree culturali e della complessità degli
itinerari di umanizzazione percorsi dai popoli. Il messaggio del
vangelo richiede sempre di essere inculturato, come lo è stato già nei
primi secoli: la chiesa nell'annunciarlo deve quindi essere attenta
alle tradizioni, alle sfide, alle crisi presenti nei diversi luoghi.
Non ci sono infatti solo “segni dei tempi”, ma anche “segni dei luoghi”
da discernere con sapienza e impegno, perché in ogni cultura e nel suo
evolversi sempre permangono dei semina verbi, la parola di Dio a
livello di seme.
In
quest'aria nuova, che si arricchisce di contributi provenienti
dall'intera cattolicità, due convinzioni evangeliche sembrano orientare
l'intera riflessione: il primo è che non ci sono cristiani “irregolari”
e cristiani cosiddetti “giusti”, ma che tutti sono chiamati
costantemente a convertirsi e a ritornare al loro Signore. L'altro è
che “nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la
logica del Vangelo!” (§
297). Ecco il cuore ardente che dovrebbe irrorare tutte le
considerazioni di fronte all'avventura del matrimonio, alla realtà non
sempre riuscita delle storie d'amore e della vita familiare e, più in
generale, della vita umana e cristiana: “la logica del Vangelo”. Le
diverse situazioni, le singole persone, le stagioni culturali e i segni
dei tempi, le sofferenze e gli errori, le fatiche e le incomprensioni,
ma anche gli slanci generosi e la paziente fedeltà quotidiana, tutto
dovrebbe essere riletto secondo “la logica del Vangelo”.
È
in questa ottica che papa Francesco chiede alla chiesa tutta di avere
lo sguardo di Gesù anche sulle diverse situazioni dette “irregolari”
(termine che non piace al papa) o non conformi alla volontà di Dio: uno
sguardo che non condanna in modo definitivo perché solo il Signore
potrà giudicare nel giorno della sua venuta il peso delle
responsabilità di ciascuno e la sua colpevolezza. La chiesa non è
autorizzata neppure a dichiarare qualcuno “in stato di peccato
mortale”, privo della grazia di Dio che può santificare anche chi
oggettivamente vive una situazione contraddittoria al vangelo. Sì,
come Gesù così la chiesa giudica il peccato, condanna il peccato ma non
condanna e non giudica in modo definitivo il peccatore. Ogni persona
che pecca resta più grande del peccato commesso.
Allora
il capitolo ottavo, che tenta di leggere le diverse contraddizioni –
presenti nel mondo e nella vita cristiana stessa – al disegno divino
sul matrimonio, offre novità di accenti ai quali il popolo cristiano
non è abituato. Nella consapevolezza che tutti, anche i cristiani,
restano peccatori per tutta la vita perché “non è il bene che vogliono
fare che fanno, bensì il male che non vogliono” (come confessa per sé
san Paolo nella Lettera ai Romani) la chiesa non può far altro che
annunciare la misericordia, non a basso prezzo, non svuotando la
grazia, ma operando un discernimento e aiutando i cristiani a fare essi
stessi discernimento attraverso la loro coscienza. Va
riconosciuto: mai in nessun documento magisteriale si era giunti a
evidenziare in modo così chiaro il ruolo della coscienza, una coscienza
formata, che sa ascoltare la parola di Dio e i fratelli, ma una
coscienza che è istanza centrale e ultima, patrimonio di ciascuno come
luogo della verità cercata sinceramente. In questa prospettiva cade
ogni muro tra giusti e ingiusti, tra peccatori manifesti e peccatori
nascosti, e tutti stiamo come disobbedienti sotto il giudizio di Dio. E
da questa operazione di discernimento, compiuta in modo serio,
impegnato, ecclesiale, si potrà anche in casi personali particolari
valutare l'eucaristia come alimento per i deboli, mendicanti dell'amore di Dio, e non premio per i giusti.
Questo
e non altro mi sembra vogliano dire le ponderate e sapienti parole
usate da papa Francesco per ricordare la logica del vangelo e per
narrare una sollecitudine che è quella di Gesù verso i suoi discepoli,
tutti “duri di cuore e lenti a credere”, tutti bisognosi di una
misericordia più grande del loro pensare umano, più equa di ogni
giustizia, più feconda di ogni rigidità.
In
modo sintetico e lapidario potremmo affermare che con questa
esortazione papa Francesco ha reso “gioiosa notizia”, evangelo, la
coppia, la sessualità, il matrimonio, la famiglia e la fedeltà. Chi
temeva che il papa cambiasse la dottrina o contraddicesse la grande
tradizione cattolica e ha diffidato del suo magistero e dei sinodi,
deve ricredersi radicalmente. Quello
che è mutato, infatti, è lo sguardo della chiesa: è caduta ogni visione
cinica e angosciata della sessualità e l'annuncio dell'amore tra uomo e
donna ha ripreso il suo splendore di verità senza abbagliare.
... La chiesa non condanna il peccatoreVedi anche il nostro post precedente:
La
gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della
Chiesa. - ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE "AMORIS LAETITIA" (testo
integrale e video presentazione)-------------------------------------- Con
il segretario speciale del Sinodo approfondiamo il dibattito nato
attorno al lavoro di vescovi e laici, da cui è scaturita l’Amoris
laetitia di Francesco: «La famiglia è dove s’impara a vivere relazioni
umane e dove si apprende la fede».
«La
Chiesa non ha fatto un Sinodo per dare o non dare la Comunione ai
divorziati risposati. Pensarla così è riduttivo. Lo scopo è stato
quello di poter crescere nella capacità di essere una Chiesa madre che
accompagna e integra, aiutando ciascuno a trovare il suo posto nella
volontà di Dio».
Monsignor
Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, è stato segretario speciale
del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, nei due appuntamenti del 2015 e
del 2016. A poche ore dalla presentazione in Vaticano dell’esortazione
apostolica Amoris laetitia, dialoghiamo con lui su quali siano state le
novità emerse nei lavori sinodali che possono avere avuto influenza
nella stesura del documento di Francesco. E la principale innovazione,
a suo parere, «è l’apertura, uno stile di accoglienza rispetto a tutti,
quindi non soltanto in chi è in situazione “irregolare”. Anche la
famiglia più riuscita, infatti, ha bisogno di essere accolta,
accompagnata e stimolata a riscoprire sempre di nuovo la volontà di Dio
per ogni suo membro. La sfida è di largo respiro».
Quali sono i capisaldi che secondo lei hanno ispirato papa Bergoglio nella stesura dell’esortazione?
...
«IL “VANGELO DELLA FAMIGLIA” SECONDO FRANCESCO»“Amoris
laetitia”, “La gioia dell’amore”: così si intitola l’Esortazione
Apostolica di Papa Francesco, firmata il 19 marzo e pubblicata l’8
Aprile 2016. Essa è frutto al tempo stesso di un ampio lavoro
collegiale e della personale impronta del Papa argentino: la
collegialità dei vescovi è stata coinvolta nella maturazione delle idee
espresse nel testo attraverso due assemblee sinodali, una straordinaria
nell’ottobre 2014, l’altra ordinaria nell’ottobre 2015, precedute
entrambe da un’amplissima consultazione in forma di questionario, cui
hanno risposto le Conferenze Episcopali di tutto il mondo, oltre che
molte istituzioni culturali, organismi pastorali e singole persone.
L’impronta personale di Papa Francesco si coglie non soltanto nello
stile che ha qualificato l’intero lavoro del Sinodo, caratterizzato per
suo esplicito desiderio dalla più ampia libertà di espressione, ma
anche dalla presenza di temi teologico-spirituali e di scelte pastorali
che gli stanno fortemente a cuore. L’Esortazione comprende nove
capitoli, distribuiti secondo un disegno organico, così presentato
dallo stesso Francesco: “Nello sviluppo del testo, comincerò con
un’apertura ispirata alle Sacre Scritture, che conferisca un tono
adeguato. A partire da lì considererò la situazione attuale delle
famiglie, in ordine a tenere i piedi per terra. Poi ricorderò alcuni
elementi essenziali dell’insegnamento della Chiesa circa il matrimonio
e la famiglia, per fare spazio così ai due capitoli centrali, dedicati
all’amore. In seguito metterò in rilievo alcune vie pastorali che ci
orientino a costruire famiglie solide e feconde secondo il piano di
Dio, e dedicherò un capitolo all’educazione dei figli. Quindi mi
soffermerò su un invito alla misericordia e al discernimento pastorale
davanti a situazioni che non rispondono pienamente a quello che il
Signore ci propone, e infine traccerò brevi linee di spiritualità
familiare” (n. 6). Mi soffermo brevemente sui capitoli secondo e sesto,
rispettivamente dedicati a offrire uno sguardo sulla situazione attuale
della famiglia nella Chiesa e nel mondo e a indicare proposte pastorali
concrete. Il capitolo su “La realtà e le sfide delle famiglie” fa
tesoro di molti contributi presentati dai padri sinodali, arricchiti da
riflessioni proprie e originali di Papa Francesco: vi si presenta con
realismo la situazione attuale della famiglia, mettendo in rilievo una
crescente valorizzazione della dignità e del protagonismo di ognuna
delle sue componenti, con attenzione ai mutati contesti socioculturali,
dove “gli individui sono meno sostenuti che in passato dalle strutture
sociali nella loro vita affettiva e familiare” (n. 32).
...
“Amoris laetitia”- L’esortazione apostolica di Papa Francesco La realtà e i protagonisti delle nuove famiglie (pdf)Vedi anche il nostro post precedente:
La
gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della
Chiesa. - ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE "AMORIS LAETITIA" (testo
integrale e video presentazione)-------------------------------------- Giulio Albanese: Amoris laetitia - Amor ad gentes
Chi legge senza pregiudizi l’esortazione apostolica post sinodale Amoris laetitia, sull’amore della famiglia di Papa Francesco, si accorgerà immediatamente che siamo di fronte ad un testo autenticamente missionario. Le ragioni sono molteplici e meritano uno spazio di approfondimento. Anzitutto siamo di fronte ad un testo aperto all’universalità, consegnando una straordinaria lezione di vita a credenti e non credenti. Non solo perché, partendo dai presupposti evangelici di una Chiesa inclusiva, apre con chiarezza e determinatezza, nel nome della misericordia, la porta dei sacramenti ai cosiddetti “irregolari della fede”, richiedendo un discernimento caso per caso. Ma anche perché Amoris laetitia coglie appieno le sfide dell’inculturazione del Vangelo. Non a caso il Papa scrive che “non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero”. Dunque, per alcune questioni “in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Infatti, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale [...] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato” (Al 3). In questa prospettiva, è evidente lo sforzo del Pontefice di rendere attuativa l’ecclesiologia che egli ebbe a predicare fin dall’inizio del suo mandato petrino, incentrata sulla dialettica tra centro e periferia, unità nella diversità. Come dimenticare, ad esempio, quello che egli disse nel corso dell’Udienza Generale del 9 ottobre 2013: “La Chiesa è cattolica, perché è la ‘Casa dell’armonia’ dove unità e diversità sanno coniugarsi insieme per essere ricchezza. Pensiamo all’immagine della sinfonia, che vuol dire accordo, armonia, diversi strumenti suonano insieme; ognuno mantiene il suo timbro inconfondibile e le sue caratteristiche di suono si accordano su qualcosa di comune. Poi c’è chi guida, il direttore, e nella sinfonia che viene eseguita tutti suonano insieme in armonia, ma non viene cancellato il timbro di ogni strumento; la peculiarità di ciascuno, anzi, è valorizzata al massimo! È una bella immagine che ci dice che la Chiesa è come una grande orchestra in cui c’è varietà. Non siamo tutti uguali e non dobbiamo essere tutti uguali. Tutti siamo diversi, differenti, ognuno con le proprie qualità”. Si tratta, inutile nasconderselo, di una sfida che dal Concilio Vaticano II ad oggi non sempre ha trovato un felice riscontro nell’azione pastorale. Ecco perché nell’esortazione apostolica sulla famiglia, il Santo Padre pone da subito l’esigenza di un discernimento, per superare la sterile contrapposizione tra ansia di cambiamento e applicazione pura e semplice di norme astratte. Scrive a questo proposito: “I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche” (Al 2). È dunque evidente che siamo di fronte ad una documento pontificio incentrato sul presupposto che la persona umana, per essere evangelizzata,non può essere percepita in termini asettici, nascondendo o sublimando debolezze, peccati o problemi che dir si voglia. A bene vedere, è lo stesso concetto di rimozione che rischia di venire enfatizzato in certa pastorale. Stando a quanto ci insegna la stessa psicanalisi, il trauma rimosso non è mai rimosso del tutto, poiché affiora nei modi difformi dei sogni, dei lapsus e dei motti di spirito. Lo spiega bene, laicamente, Slavoj Žižek quando afferma che “l’opposto di esistenza non è inesistenza ma insistenza: quel che non lasciamo esistere continua a insistere, a lottare per emergere all’esistenza”. Quest’affermazione contiene, in fondo, un’indicazione metodologica molto utile per interpretare le motivazioni antropologiche, teologiche e pastorali che hanno spinto il pontefice ad affermare che“i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni forma di scandalo”. “La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali (…) Essi non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa (…) Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli” (Al 299). Una cosa è certa: Amoris Laetitia è espressione di un cammino collegiale, in linea con i dettami del Vaticano II. Essa, infatti, raccoglie i risultati di due sinodi sulla famiglia indetti da Francesco nel 2014 e nel 2015, le cui relazioni conclusive sono largamente citate, insieme a documenti e insegnamenti dei suoi predecessori e alle numerose catechesi sulla famiglia dello stesso Bergoglio. Tuttavia, come già accaduto per altri documenti magisteriali, il Papa si avvale anche dei contributi di diverse conferenze episcopali del mondo (Kenya, Australia, Argentina…) e di citazioni di personalità significative come Martin Luther King o Erich Fromm. Un approccio, dunque, quello di Francesco, olistico, all’insegna della collegialità, profondamente interiorizzata, vissuta, maturata e applicata. Le parole di papa Francesco indicano pertanto che la Chiesa deve davvero prendere il largo, mostrando al mondo una palingenesi missionaria che tratteggia il suo nuovo volto, quello post-costantiniano. Le implicazioni della Amoris Laetitia, infatti, indicano un cambiamento che partendo dalla famiglia, deve anche promuovere, in nome della già suddetta misericordia, un approccio ad gentes alla canonistica in generale, a partire dal diritto matrimoniale. È innegabile che rispetto al passato la Chiesa abbia fatto passi da gigante. ... Ma a che titolo – si chiedono i detrattori di Papa Francesco - un acattolico o, addirittura, un non battezzato, possono riconoscersi nell’ordinamento canonico? E perché dovrebbe poter trovare in esso un utile strumento di salvezza? Rispondere a tali quesiti, alla luce della Tradizione e del Magistero della Chiesa, è possibile, soprattutto se si comprende che la persona, in quanto creata ad immagine e somiglianza di Dio, possiede in sé il “seme” della legge divina, in grado dunque di discernere, seppure a livello elementare, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. In questo costante compito di discernimento, però, deve essere aiutato dalle norme umane, in modo che tale “seme” cresca e si sviluppi. Tutti gli uomini sono dunque chiamati alla salvezza eterna, con gli stessi diritti e doveri che la Chiesa riconosce loro. L’uomo deve essere lasciato libero di trovare la via verso la salvezza. Una libertà che tuttavia non è in contrasto con il fatto che l’uomo, in quanto creatura, dipende da Dio. Sulla base di queste considerazioni, la Chiesa di Francesco, facendo tesoro dell’esortazione apostolica post sinodale sulla famiglia, deve farsi con forza portavoce ed interprete dei diritti di chiunque. Essa, dunque, ha il dovere, anche giuridico, di annunziare la Buona Novella a tutti gli uomini, indipendentemente dal fatto che essi siano o meno battezzati. A pensarci bene, l’Amoris Laetitia, utilizzando il principio sacrosanto della misericordia, riesce ad armonizzare dinamicamente le istanze del diritto positivo con il cosiddetto ius ontologico, la cosiddetta legge naturale o divina che dir si voglia. Il compito, pertanto della Chiesa, come ha scritto Papa Francesco nell’Amoris Laetitia è “formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”. Un compito spiccatamente missionario, che non può essere disatteso. (fonte: Il Sismografo) Vedi anche il nostro post precedente: La
gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della
Chiesa. - ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE "AMORIS LAETITIA" (testo
integrale e video presentazione)-------------------------------------- Sta facendo discutere l’opinione
pubblica l’esortazione apostolica di Papa Francesco “Amoris Laetitia”.
Un testo che segna una svolta nella pastorale sulla Famiglia nella
Chiesa Cattolica. Quali sono le aperture? E quali i limiti? Troverà una
“resistenza” all’interno della comunità ecclesiale? Ne parliamo, in
questa intervista, con il vaticanista della Stampa Giacomo Galeazzi
Pierluigi Mele: "AMORIS LAETITIA" VALE UN PONTIFICATO...
Complessivamente ci pare che si vada avanti malgrado alcuni limiti che
abbiamo indicato. La misericordia, i rapporti fraterni nella famiglia e
fuori, il predomino della coscienza presiedono a questo documento.
Spetterà al popolo cristiano praticare nuove strade che ora non sono
più chiuse come prima. La repressione di ogni riflessione teologica o
di ogni proposta pastorale è terminata. Vogliamo invitare tutti noi, i
“nostri” teologi e i nostri operatori pastorali a non essere timidi, a
continuare a andare avanti, a proporre “soluzioni più inculturate”, a
impedire che nella Chiesa le aperture siano gestite al ribasso e che
ogni parrocchia od ogni diocesi continui nella sua stanca ordinaria
amministrazione aspettando che questo momento particolare nella vita
della Chiesa passi.
NOI SIAMO CHIESA: La porta, già sbarrata, ora è socchiusa. Noi Siamo Chiesa sulla Amoris Laetitia---------------------------------------------------------------
Il 5 aprile i follower dei nove account Twitter di Papa Francesco hanno raggiunto quota 28 milioni. Sparsi
ai quattro angoli del globo i follower di @Pontifexin 9
lingue diverse (italiano, inglese, francese, tedesco,
spagnolo, portoghese, latino, polacco, arabo) sono passati da
27 a 28 milioni in 48 giorni
SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"Tweet 09/04/2016:
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