"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°14 del 2016

Aggiornamento della settimana

- dal 9 al 15 aprile 2016 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 22 aprile 2016

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


PREGHIERA DEI FEDELI



OMELIA 


 

 



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 






La Resurrezione apre orizzonti nuovi:
l'annuncio che il Cristo Risorto non ci lascia soli
ed è, malgrado le tante situazione difficili, sempre con noi in ogni momento,
doni a tutti speranza e forza.
 


Buona Pasqua!



I NOSTRI TEMPI


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Monologo su Peppino Impastato di Chiara Perreca
Nella serata caratterizzata dalle polemiche per la partecipazione di Salvo Riina, figlio del boss Totò Riina, a «Porta a Porta», su «Italia’s Got Talent» è andata in onda una scena di tutt’altro tenore: una ragazzina napoletana di 16 anni, Chiara Perreca, è sul palco per partecipare a Italia’s Got Talent. La ragazza ha scelto di interpretare un appassionante monologo su Peppino Impastato, il giornalista e conduttore radiofonico ucciso da Cosa Nostra per le sue accuse contro Gaetano Badalamenti. Sul palco di Got Talent la ragazza ha interpretato con grande passione il passaggio finale del film «I Cento Passi» di Marco Tullio Giordana, nel quale si commenta la «casuale» morte di Peppino, avvenuta il 9 maggio del 1978. Una performance di grande potenza che ha scosso il pubblico presente in studio ed emozionato i quattro giudici, Luciana Littizzetto, Claudio Bisio, Nina Zilli e Frank Matano che hanno promosso la giovane con 4 sì. Un successo condiviso dai telespettatori che hanno fatto registrare il picco d’ascolto della puntata proprio durante la performance su Impastato seguita da 2 milioni 776 mila spettatori. «Hai fatto un pezzo molto difficile -ha detto la Littizzetto alla giovane- a 16 anni raccontare questo e su questo palco ha una forza e una potenza notevole». «Tu fai una cosa molto importante -ha aggiunto Frank Matano- ispiri i tuoi coetanei a essere più curiosi e a coltivare la propria passione».

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Caso Riina jr, Saviano: "La mafia sta parlando ma noi non l'abbiamo capito"
Se un mafioso va in tv non è per dare una banale intervista, ha detto, ma per mandare un messaggio preciso
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L'esposizione mediatica è sempre un pericolo perché attiri l'attenzione". "Il primo messaggio che Salvo Riina ha mandato - ha continuato Saviano - è che non sta parlando da capofamiglia, non si sta sostituendo al padre". Poi che "vuole aprire alla dissociazione", ovvero riconoscere solo le proprie responsabilità, mentre l’organizzazione fuori continua, e non fare i nomi di altri.
L'obiettivo di quel messaggio, ha osservato lo scrittore, "non era il pubblico né lo share né Vespa" ma due entità. La magistratura, alla quale ha voluto suggerire che "la vecchia Cosa Nostra non è la nuova Cosa Nostra", da qui il richiamo ai valori. Questo in sostanza il messaggio che secondo Saviano Riina jr avrebbe lanciato ai magistrati: "Non ci pentiamo ma non vogliamo più il 41 bis in cambio ci prendiamo solo le nostre responsabilità senza però accusare altri".
L'altra "entità" a cui era rivolto il discorso del figlio del boss è per lo scrittore Cosa nostra: "Non fateci pagare le vostre colpe, noi, la famiglia, siamo diversi. Un messaggio a Matteo Messina Denaro, come fanno sempre le vecchie generazioni con le nuove", di cui non condividono le scelte. E ancora: "Non osate interferire nello scambio" che vogliamo fare. "Nel momento in cui l'attenzione sulla mafia è zero - ha detto Saviano - sentono che lo Stato è fragilissimo e vedono che c’è uno spazio per poter dire tutto questo". "Non bastano arresti o proclami per combattere la mafia, né è una battaglia solo morale ma di conoscenza e sapienza, una conoscenza che ci sta sfuggendo. Qui la mafia sta parlando e la cosa più grave - ha concluso - è che non l’abbiamo capito".
(Estratto video - 'Che tempo che fa' RaiTre del 10 aprile 2016)

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MYRSINI - (Peloponneso) Accoglie i rifugiati siriani
"Abbiamo chiamato mia figlia: Maria. 
Un nome cristiano, come quelli che ci hanno salvato .."
(Servizio di Maria Cuffaro - TG3 delle 19.00 9 aprile 2016)

 
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Campo profughi Idomeni 10 aprile 2016
Gas lacrimogeni, proiettili di gomma, granate assordanti contro uomini, donne e bambini... in cerca di dignità trovano violenza!
Dopo le violenze scoppiate al confine greco-macedone, le équipe di MSF hanno assistito centinaia di persone..
“Oggi dilagano frustrazione e rabbia crescenti tra le persone che sono bloccate a Idomeni da oltre un mese. È il risultato inevitabile della decisione di tenere migliaia di persone intrappolate in Grecia, un paese che non è in grado di rispondere ai bisogni umanitari e di protezione di quanti stanno cercando sicurezza in Europa” ha detto Jose Hulsenbek, capo missione di MSF in Grecia. “Le persone hanno bisogno di essere trattate con dignità, non con la violenza o con imprevedibili chiusure delle frontiere e maggiore incertezza. Questa assurda crisi umanitaria creata dalle politiche degli stati europei sta diventando ogni giorno sempre più insostenibile.”...
http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/msf-cura-centinaia-di-feriti-dopo-le-violenze-alla-frontiera-greco-macedone

 
Gas lacrimogeni, proiettili di gomma, granate assordanti...

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"Rimuovere i muri", non solo quelli in senso "figurato" ma anche quelli della "triste realtà": è quanto chiede Papa Francesco, nel messaggio inviato alla Conferenza sulla non violenza, organizzata a Roma dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e dal movimento Pax Christi.
"Il grande ostacolo da rimuovere" per "considerare i nostri simili come fratelli e sorelle" e così "poter superare guerre e conflittualità", spiega il Pontefice, è quello "eretto dal muro dell'indifferenza: la cronaca dei tempi recenti ci dimostra che se parlo di muro non è solo per usare un linguaggio figurato, ma perché si tratta della triste realtà", sottolinea. (adnkronos 11/04/2016)

  Berlino 1989... (vignetta)

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Un siriano, ospitato nel 2014 in una parrocchia di Milano, ora vive in Svezia, ma non dimentica, torna e lascia 200 euro per aiutare chi oggi è in difficoltà




È domenica mattina, a Milano. Quartiere di Affori, suona il campanello a casa di don Vittorio Marelli. Una voce maschile chiede di lui, di poterlo incontrare. Don Vittorio va ad aprire e si trova davanti un uomo con la barba, con un volto che non gli dice nulla ma con la mano tesa in segno di saluto. 

L'uomo è sorridente e comincia a parlare con don Vittorio, gli racconta di essere di nazionalità siriana e di aver ricevuto asilo in Svezia. Dice di aver deciso di tornare nei luoghi dove è passato prima di approdare in Svezia e incontrare tutte le persone che lo hanno aiutato quando lui ha avuto bisogno. 
Don Vittorio ammette di non ricordarsi di lui, ma il siriano non si scompone e aggiunge: «Noi eravamo in tanti e tu non ti puoi ricordare di me. Ma io mi ricordo bene di te perché tu mi hai accolto nella tua chiesa - poi nell'offrire 200 euro, aggiunge - tu hai aiutato me adesso con questi soldi aiuta quelli che oggi sono poveri e in difficoltà». 

Don Vittorio resta senza parole e il piccolo episodio - riportato da Fiorenzo De Molli, responsabile del progetto accoglienza per la Casa della Carità sul suo profilo facebook - lascia a tutti un messaggio di speranza e umanità straordinaria.
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   Profugo siriano accolto in parrocchia Torna due anni dopo per sdebitarsi

Guarda un video che risale proprio al 2014

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FEDE E
SPIRITUALITÀ



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   Non abbiate paura...
  ... Sembra quasi scritta da me... (vignetta)
  La sapienza dell'amore è...
  L'amore fraterno è...
  La nostra fede è...
  Per te ci hai fatti o Signore...
  Ho spezzato il mio corpo...
  L'Eucaristia è la più grande di tutte le meraviglie...
  Solo l'amore può far germogliare...
  Se cerchi una leva che ti sollevi...



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In memoria di Dietrich Bonhoeffer, pastore e teologo luterano, maestro e martire, ucciso 71 anni fa - il 9 aprile del 1945 - nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg, con l’accusa di aver partecipato ad una congiura contro il regime di Adolf Hitler.

  Il primo servizio che si deve al prossimo...
  Se la Parola di Dio è presso di me...
  E' capace di credere al regno di Dio...
  Essere liberi non significa...
  Può darsi che domani spunti l'alba...


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P.Ermes Ronchi - Commento III Domenica di Pasqua Anno C, estratto puntata del programma "Le Ragioni della Speranza"- anno 2013

  Sì, ti voglio bene (video)

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Vittorio Arrigoni, giornalista, scrittore, attivista e pacifista italiano ucciso a Gaza il 15 aprile 2011 non si stancava mai di ripetere il suo credo: restiamo umani!

  Restiamo umani!!!
  Io non credo nei confini, nelle barriere...


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"Restiamo umani" l'eredità di Vittorio Arrigoni nel ricordo della mamma



Era il 15 aprile 2011 quando dalla Striscia di Gaza arrivò la notizia del rapimento finito in modo tragico dell'attivista per i diritti umani che era diventato un punto di riferimento per decine di migliaia di persone. Oggie Egidia Beretta porta la sua testimonianza in ogni angolo d'Italia e, assieme alla figlia Alessandra e ad amici, tiene vivi memoria e impegno di Vittorio attraverso la Fondazione Vik Utopia. Ecco le sue intense parole

Cinque anni, oggi 15 aprile 2016. Tanti ne sono passati da quando Vittorio Arrigoni, attivista nato in Brianza ma figlio del mondo, ha perso la vita per mano di assassini spietati nella Striscia di Gaza, a soli 36 anni. Tanti, perché la mancanza di Vittorio, delle sue azioni, delle sue denunce, si sente eccome”. A parlare è una madre che, passo dopo passo, sta recuperando le macerie del cuore - quello stresso brutale anno, il 2011, ha perso anche il marito per malattia - con una forza di volontà che mai si sarebbe aspettata di avere: Egidia Beretta Arrigoni, anni, ex sindaco di Bulciago (LC), in questi ultimi anni non si è fai fermata, girando tutta l’Italia a parlare di Vik, partendo dal libro che racconta la sua storia, Il viaggio di Vittorio. “Associazioni, biblioteche, catechisti, scuole: ricevo ancora oggi inviti da chiunque. Vado, racconto di mio figlio, lo tengo vivo per chi mi ascolta, certo, ma in fondo lo faccio per me, perché così ho l’impressione che non mi abbandoni mai”, indica senza troppi giri di parole la donna.

“E’ un passaggio di testimone a cui è impossibile sottrarsi, sebbene sia doloroso. Spesso arrivo agli incontri molto affaticata, anche per problemi fisici, ma ogni volta succede un piccolo miracolo: quando mi siedo in procinto di iniziare una testimonianza pubblica, passa tutto e l’energia per raccontare arriva a più non posso”, racconta Egidia Beretta. Energia che investe lei e la figlia Alessandra, con cui condivide questi anni di resistenza, la creazione della Fondazione Vik Utopiaonlus- che tra le ultime attività ha offerto borse di studio legate alla musica nei campi profughi palestinesi e un pulmino per gli studenti siriani rifugiati al confine con la Turchia - e l’organizzazione di un emozionante incontro annuale proprio a Bulciago, alla presenza di persone in arrivo da tutta Italia e con la collaborazione di numerosi artisti (l’edizione 2016 di Ricordando Vik avrà luogo domenica 24 aprile). Alle due donne della famiglia Arrigoni, così come a parenti e amici di Vittorio,manca una cosa che forse non arriverà mai: la verità sulla sua morte, al di là di quella giudiziaria, che parla di un rapimento di una cellula di estremisti islamici finito male, ma non si accenna alle motivazioni profonde, che rimangono oscure. “Ci abbiamo messo una pietra sopra, per andare avanti”, riporta Egidia Beretta.
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  La madre di Vik Arrigoni: «5 anni dopo, la sua energia spinge a lottare per i diritti di tutti»

Cinque anni fa moriva Vittorio Arrigoni, l'attivista italiano rapito e ucciso a Gaza il 15 aprile del 2011. Lo ricordiamo con un'intervista alla madre Egidia Beretta Arrigoni

«Se mio figlio Vittorio fosse qui, accanto a me, gli direi di continuare a spendersi come ha sempre fatto, a essere il testimone credibile che è stato». Le lacrime fanno tremare la voce di Egidia Beretta, le parole si interrompono poi riprendono flebili. Suo figlio, l'attivista italiano Vittorio Arrigoni, è stato ucciso a Gaza il 15 aprile del 2011, cinque anni fa, ma il dolore per la sua perdita è forte come il primo giorno.

«In questi giorni sto molto male. Vittorio mi è sempre presente, è nella mia mente poi ci sono i periodi come questi, in cui il dolore è più forte e per affrontarlo vivo la mia quotidianità. Mi aiuta lavorare alla Fondazione Vik Utopia, il 24 aprile sarà online il sito e questo mi tiene molto impegnata».

Egidia Beretta, che pochi mesi dopo la morte di Vittorio ha perso anche il marito Ettore, non ha mai smesso di lottare. Da cinque anni si batte perché la verità sul rapimento e l'omicidio vengano a galla, ha chiesto alla Corte Penale che venisse risparmiata la pena di morte agli assassini di suo figlio. «In famiglia siamo stati contrari per motivi per noi ovvi, dissi solamente "chiedete ai vostri figli perché lo hanno ucciso"».

Ogni giorno porta in giro per l'Italia, sopratutto nelle scuole, le parole e gli scritti di Vittorio, anche se non è facile parlare di lui, innamorato della Palestina e di quei bambini a cui viene negato il futuro. Per loro era tornato a Gaza, per non lasciarsli soli. «Se non fosse andato a Gaza, sarebbe andato altrove a cercare qualcuno da aiutare». 
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Quando le viene domandato di raccontare Vittorio da dove inizia? 
«Di Vittorio mi piace soprattutto raccontare il suo indomito coraggio, la sua coerenza spinta all’estremo, la sua sofferenza nel constatare l’indifferenza che era quella che temeva di più. Sono contenta che molti giovani ascoltino con attenzione le mie parole, Vittorio non è stato un improvvisatore, tutta la sua vita è stata un lungo viaggio che lo ha portato ad affrontare situazioni molto diverse e quasi sempre di sofferenza, proprio da quando era piccolo. Già alle elementari scriveva di pace, giustizia e diritti. Quando sostengo che Vittorio non è un eroe o un martire voglio dire proprio questo, è arrivato fino a qui con un lungo percorso».

Gli ha mai chiesto di non partire? 
«Non ho mai voluto negare a Vittorio il sogno, la ricerca della sua utopia perché penso che per me almeno, come per molte mamme, anche se è un dolore vedere partire il figlio, sia anche una responsabilità quella che ci prendiamo nei loro confronti quando li mettiamo al mondo, di lasciarli liberi. Non l’abbiamo mai frenato, io sono stata una sognatrice e tante volte vedevo in quello che lui faceva, ciò che avrei voluto per me. Vittorio e sua sorella Alessandra hanno assorbito l’aria che si respirava in casa, ci si metteva sempre dalla parte del più debole, di chi aveva bisogno di supporto».
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Si sente vicina alla madre di Giulio Regeni? 
«Sì, posso immaginare il suo strazio, è lo stesso che provavo io. Mi sconvolgeva e feriva molto leggere sulla stampa e vedere in tv tutti i particolari su come suo figlio è stato torturato, non ne capisco la necessità, sentivo il suo dolore. Ho seguito la conferenza stampa e mi è piaciuta molto la sua franchezza, le idee molto chiare, il desiderio di giustizia che io condivido fino in fondo perché sappiamo per Vittorio come si sono svolti i fatti ma non sappiamo i motivi».

Che significato hanno per lei le parole di suo figlio «Restiamo umani»? 
«Le prime volte che lo scriveva alla fine dei suoi articoli mi sembrava esagerato , gli chiedevo "Come fai a scrivere questo quando sei in un posto dove l’umanità sembra essere sparita, come tu stesso dici?". Ho sempre qui con me il segnalibro di Vittorio in cui spiega cosa significhi per lui restare umani, l’invito a ricordarsi della natura dell’uomo e penso che le parole che lui pronunciò nel 2009 siano state profetiche vista la situazione in cui viviamo oggi. "Io non credo nei confini, nelle barriere, nelle bandiere. Credo che apparteniamo tutti, indipendentemente dalle latitudini e dalle longitudini, a un’unica famiglia che è la famiglia umana"».
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Il 24 aprile a Bulciago, città natale di Vittorio Arrigoni, la famiglia insieme agli amici e a chi lo porta nel cuore celebrerà un pomeriggio di ricordo e festa in onore di Vik, perché il dolore diventi gioia e coraggio.

  Anniversario della morte di Arrigoni: «Quanto mi manchi figlio mio»

  il saluto di Donata Frigerio a Vittorio Arrigoni: Per chi dirà: se l'è cercata

E' il 13 Aprile del 2011: Vittorio Arrigoni, attivista e pacifista italiano, viene sequestrato a Gaza da un commando terrorista che chiede, per la liberazione, il rilascio immediato dal carcere dello sceicco salafitaAbu al Walid al Maqdisi. Il giorno successivo Vittorio viene ucciso. Chi era Arrigoni, perché era a Gaza, quali erano gli ideali che lo muovevano? Con interviste del 2009, all'indomani dell'operazione "Piombo Fuso", documenti e filmati esclusivi, Crash racconta la storia di un attivista convinto, un blogger che attraverso la rete testimoniava quotidianamente quello che succedeva nella striscia di Gaza anche durante i bombardamenti, uno spirito critico che era scomodo a tutti. 
Per ricordare la vitae la morte di un ragazzo che non si stancava mai di ripetere il suo credo: restiamo umani.

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A 5 anni dalla sua morte, l’esempio di Vittorio Arrigoni, l’attivista che visse a Gaza.

  Francesco Giordano:   In ricordo di Arrigoni



L'ultimo suo articolo è datato 13 aprile 2011, un mercoledì. Nel post raccontava di quattro palestinesi morti per il crollo di un tunnel scavato sotto il confine tra Gaza e Rafah, in Egitto, per assicurare gli approvvigionamenti nelle Striscia. «Una guerra invisibile per la sopravvivenza», scriveva, e poi l'immancabile «Restiamo umani», il motto con cui concludeva ogni sua corrispondenza da quella che definiva la prigione più grande del mondo. Sotto la sua firma «Vik da Gaza city».
Nessuno poteva immaginare che la sera seguente sarebbe stato rapito e qualche ora dopo, nella notte del 15 aprile, ucciso dagli stessi sequestratori

 
IL GIORNO:   Bulciago, il paese ricorda Vittorio Arrigoni a cinque anni dalla morte


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Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Aprile 2016: "Grazie piccolo agricoltore..." (videomessaggio)



Intenzione di preghiera 
di Papa Francesco 
per il mese di Aprile 2016

Gli agricoltori, il loro duro lavoro per la terra che è “dono di Dio” e il giusto compenso che essi dovrebbero ricevere. Questi i temi al centro del videomessaggio di Papa Francesco sulle intenzioni di aprile dell’Apostolato di preghiera.

"Grazie piccolo agricoltore. Il tuo contributo è essenziale per tutta l'umanità. Come persona, figlio di Dio, meriti una vita degna. Però... mi domando: come vengono retribuiti i tuoi sforzi?

La terra è un dono di Dio. Non è giusto utilizzarla per favorire solo pochi, privando la maggior parte dei loro diritti e benefici. 

Mi farebbe piacere che tu ne tenga conto e che unisca la tua voce alla mia in questa intenzione: che i piccoli agricoltori ricevano il giusto compenso per il loro prezioso lavoro".

     VIDEO

Vedi anche i nostri post precedenti:
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016: "il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia" (videomessaggio)
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Febbraio 2016: "la cura del creato" (videomessaggio)
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Marzo 2016: "sostegno alle famiglie in difficoltà" (videomessaggio)


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TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015



TERESA D'AVILA, 
DONNA IN CAMMINO

HOREB n. 72 - 3/2015

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI

   Editoriale  (PDF)

   Sommario  (PDF)

E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it


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'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Gv 21,1-19

L'evangelista Giovanni ha già concluso il suo Vangelo con il capitolo 20, dove i discepoli hanno potuto contemplare il Signore Risorto, hanno ricevuto il dono dello Spirito Santo e sono stati inviati ad essere misericordia del Padre in mezzo agli uomini. Nel capitolo 21, epilogo del Vangelo, vediamo il Signore Gesù che si rende presente ai discepoli durante la loro missione. Lo contempliamo nei due momenti più importanti della vita della Chiesa: la pesca, simbolo dell'attività apostolica di evangelizzazione ed a pranzo, immagine inequivocabile del banchetto eucaristico, "fons et culmen" della vita - ad intra et ad extra - della comunità dei discepoli. "Il capitolo 21 sta al Vangelo di Giovanni come gli Atti degli Apostoli stanno al Vangelo di Luca "(cit.). E' un concentrato di ecclesiologia e descrive in sintesi come la Chiesa, dopo aver visto il Risorto e accolto il suo Spirito, adesso continua nel cuore del mondo la missione del Padre, quella cioè di "amouriser le monde", restituire amore al mondo (Teilhard de Chardin). Nella pesca sperimentiamo la fatica del nostro lavoro ecclesiale, quella trarre in salvo sulla barca (figura della Chiesa) i fratelli dagli abissi della morte. Facendo affidamento soltanto sulla nostra bravura, sulla nostra esperienza, sulle nostre pur raffinate strategie pastorali, torneremo a riva con le reti vuote. Uniti a Gesù, obbedienti alla sua Parola il nostro lavoro sarà ripagato, la nostra pesca feconda. Il cuore della pericope, come possiamo comprendere, è l'amore. L'amore di Gesù per i suoi discepoli fino al dono totale di sé, e l'amore dei discepoli (di Pietro) per Gesù, che ha la sua scaturigine nel suo infinito amore per noi. "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?" Lasciano senza fiato queste parole rivolte a Pietro come ad ognuno di noi.
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I sacerdoti e l’oppressione del popolo 
di fra Ricardo Pérez Márquez OSM

«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione.….» (Lc 10,30-33).

Queste parole del vangelo di Luca, estratte da uno dei racconti parabolici che più caratterizzano il suo scritto, gettano una luce inquietante sull’argomento da affrontare. Una luce cupa, non tanto sui personaggi addetti al culto del tempio di Gerusalemme, come nel caso del sacerdote e del levita di cui parla il testo suddetto, quanto sull’intera casta sacerdotale giudaica, la cui scrupolosa osservanza delle norme di purità legale giustificava atteggiamenti disumani.

Secondo il filo narrativo della parabola, se i briganti avevano lasciato mezzo morto il malcapitato, il sacerdote e il levita, non prestandogli aiuto, gli assestavano il colpo mortale. Con poche parole e in forma indiretta, Luca mostra cosa si nasconde dietro il fasto delle sacre liturgie al tempio: il totale disinteresse per la vita e il bene degli esseri umani.

Tale constatazione sulla realtà del sacerdozio d’Israele, insieme alla denuncia che Gesù farà del tempio di Gerusalemme quale «covo di ladri» (Lc 19,46), dove i sacerdoti sono paragonati a dei briganti che nascondono nel tempio di Dio la loro refurtiva, spiega perché tutto ciò che riguardi il culto giudaico sia praticamente ignorato dagli evangelisti. Il termine greco e i suoi derivati (liturgico, liturgista, fare liturgia), con i quali nella LXX si indica il servizio che i sacerdoti svolgevano nel tempio, non appaiono mai nei vangeli, eccetto in una sola occasione, in Lc 1,23, e in un contesto negativo: l’incredulità del sacerdote Zaccaria e la sua incapacità di poter parlare. Luca scopre l’inconsistenza di un culto dove i suoi ministri possono svolgere la loro funzione anche se increduli e muti, come Zaccaria che, malgrado l’accaduto, continuerà il suo “servizio liturgico” nel santuario, completando il suo turno e poi tornando a casa.

Nonostante l’importanza del sacerdozio per lo svolgimento del culto nel tempio di Gerusalemme, i sacerdoti sono appena ricordati nei vangeli. Solo Luca per cinque volte ne fa menzione (Lc 1,5; 5,14; 6,4; 10,31; 17,14), mentre Marco e Matteo ne fanno accenno nella guarigione del lebbroso (Mc 1,44; Mt 8,4) e nella polemica con i farisei sull’osservanza del sabato (Mc 2,26; Mt 12,4.5). Giovanni li ricorda una sola volta: nell’interrogatorio al Battista (Gv 1, 19).

Più citati sono invece i Sommi sacerdoti, presentati sempre in un contesto conflittuale con il Cristo. Questa visione negativa del sacerdozio giudaico, tramandata dagli evangelisti, trova dei riscontri anche negli scrittidell’epoca. Lo storico Giuseppe Flavio, descrivendo le tensioni esistenti all’interno della casta sacerdotale, afferma: «esisteva una mutua inimicizia e lotta di classe tra i sommi sacerdoti da una parte, e i sacerdoti di Gerusalemme dall’altra. E quando si scontravano si servivano di un linguaggio ingiurioso, e si colpivano l’un l’altro con sassi» (Ant. 20,180). «(i sommi sacerdoti) non esitavano a mandare i loro servi sulle aie del grano battuto e prelevare le decime dovute ai sacerdoti, col risultato che i sacerdoti più bisognosi morivano di fame» (Ant. 20,181).

1. L’IMMAGINE CONTRASTANTE DEL SACERDOZIO ISRAELITICO
.. I sacerdoti si presentano come funzionari del sacro, nulla era lasciato all’improvvisazione, ma tutto veniva stabilito secondo un minuzioso regolamento. I sacerdoti di Gerusalemme formavano una casta ristretta, gelosa dei propri privilegi e diritti, e difendevano il loro interesse in quanto a decime e all’assegnazione di porzioni di bestiame sacrificato, come le stesse fonte storiche dell’epoca testimoniano. In quanto unici ufficiali autorizzati a svolgere le cerimonie del culto pubblico, dalle quali dipendevano la coesione e la salvaguarda della società giudaica, i sacerdoti erano anche indispensabili all’organizzazione politica della nazione

2. IL CULTO SACERDOTALE
In Israele, fino alla distruzione del tempio (70 d.C.), il sacerdote dipendeva dal culto sacrificale, fonte principale del suo sostentamento. Essendo egli il responsabile del sacrificio quotidiano, nonché di quello festivo e anche dei sacrifici privati, al sacerdote corrispondeva una parte dei sacrifici offerti nel santuario; nessuno lo poteva privare del diritto di mangiare il cibo consacrato delle offerte. Per il loro incarico di addetti ai sacrifici, i sacerdoti apparivano più come macellai professionisti che come uomini virtuosi della preghiera.
...

3. IL SACERDOZIO IN ISRAELE, ASPETTI STORICO-SOCIALI
All’epoca dei patriarchi, quando ancora non esistevano né tempio né sacerdoti specializzati, Abramo, Isacco e Giacobbe sono presentati nel loro impegno di costruire altari (Gen 12,7; 13,18; 26,25) e di offrire sacrifici (Gen 22; 31,54; 46,1), esercitando una forma di sacerdozio familiare. Il sacerdozio israelitico sorge quando si costituisce il popolo dell’alleanza nel deserto (Es 6,7; Lv 26,12). A partire da questo momento, il sacerdozio avrà carattere ereditario.

Solo con Mosé la tribù di Levi, dopo la prima apostasia del popolo nel deserto, è eletta e consacrata da Dio per il suo servizio (cf. Es 32,25-29). Sotto la monarchia davidica la casta sacerdotale diventa un’istituzione organizzata, in particolare a Gerusalemme, dal momento che Davide trasferisce lì l’arca dell’alleanza, e
rende la città il centro nevralgico del culto israelitico. Tuttavia il re continuerà a esercitare alcune funzioni sacerdotali quali l’offerta dei sacrifici (1 Sam 13,9) e la benedizione del popolo (2 Sam 1,18; 1 Re 8,14), rimanendo a capo della casta sacerdotale. Con la riforma di Giosia, avviata attorno al 622 a. C., l’ambito dei sacerdoti sarà esclusivamente legato al tempio di Gerusalemme, unico luogo del culto sacrificale e centro
della vita d’Israele in tutti i suoi aspetti, sia politici sia religioso- sociali. Tale concentrazione del culto a Gerusalemme fece della classe sacerdotale un’unità compatta. Se nel periodo preesilico il sacerdote era un funzionario cultuale accanto ad altri, dopo il rientro da Babilonia il suo ruolo diventa più importante e si sviluppa una crescente articolazione gerarchica, al cui vertice si colloca la figura del Sommo sacerdote.

Il sacerdozio in Israele esiste per facilitare l’esecuzione del rituale, la cui funzione sociale primaria è quella di assicurare la sopravvivenza e il benessere materiale del popolo. 

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4. LA CRITICA DEI PROFETI
I sacerdoti sono stati spesso bersaglio di sospetti e di oltraggi, specie da parte dei profeti, che li accusano di venalità (Mi 3,11), di ubriachezza (Is 28,7), di negligenza, di ignoranza (Sof 3,4), e perfino di omicidio (Os ,9). Essendo uomini legati alla tradizione del passato, difficilmente i sacerdoti potevano venir incontro alle nuove esigenze e necessità in cui si trovava il popolo, inoltre la loro scrupolosa osservanza rituale di frequente nascondeva la mancanza di fedeltà nella pratica della misericordia e della giustizia.

Saranno i profeti a lanciare una forte critica contro le loro deficienze, come ben ricorda Isaia, all’inizio del suo libro, quando attacca il culto in se stesso: «Perché mi offrite i vostri sacrifici senza numero?
– dice il Signore. Sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso di pingui vitelli. Il sangue di tori e di agnelli e di capri io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede a voi questo: che veniate a calpestare i miei atri? Smettete di presentare offerte inutili; l’incenso per me è un abominio… Io detesto i vostri noviluni e le vostre feste; per me sono un peso, sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue…» (Is 1,11-15)

...
5. CONCLUSIONE
Con la caduta di Gerusalemme e la distruzione del tempio nel 70 d.C., scompare il culto sacrificale e la casta sacerdotale perde il suo ruolo preponderante nella società giudaica. Il sacerdozio diventa una carica onorifica senza alcun tipo di controllo, di mediazione o di gestione della pratica religiosa, legata all’ambito strettamente laico della Sinagoga.

La fine di un’istituzione religiosa, come quella del sacerdozio, che ha caratterizzato la storia del popolo d’Israele fin dai suoi inizi, è paradossalmente accompagnata dalla realizzazione di quel disegno divino che permetteva la piena comunione tra Dio e l’umanità.

La portata delle parole di Es 19,6, in cui la dignità regale e sacerdotale fu promessa agli israeliti nel deserto, è ampiamente superata nella persona di Cristo, poiché esse non saranno più ristrette a un’etnia particolare ma estese a tutte le genti. Quanti si aprono all’amore incondizionato del Padre e sono capaci di trasmetterlo come il samaritano della parabola di Luca, costoro rendono l’unico culto a Lui gradito (cf. Gv 4, 23).

   I sacerdoti e l’oppressione del popolo di fra Ricardo Pérez Márquez OSM
L

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” … Tra indifferenza e desiderio …” prof. Giuseppe Savagnone (VIDEO INTEGRALE ED ESTRATTI)



 … Tra indifferenza e desiderio …”
prof. Giuseppe Savagnone
(VIDEO INTEGRALE ED ESTRATTI)

"La libertà è il luogo del desiderio...

La via della bellezza 
Educare le persone a percepire la bellezza...
Bisogna che la bellezza illumini!!

BARCELLONA P.G. 
1 aprile 2016
Incontri promossi dalla sezione di Barcellona P.G. della FIDAPA, la Comunità di Sant’Egidio, l’AVULSS Onlus, l’Oratorio San Michele Arcangelo e l’Oratorio F.M.A. di Barcellona P.G.
La mattina conferenza con gli studenti delle scuola superiori.
Il pomeriggio incontro aperto alla città.

APPELLO  AI  GIOVANI: Essere Io fino in fondo!
Ognuno di voi deve essere il cambiamento, non come massa, ma ....   

GUARDA IL PRIMO ESTRATTO - Relazione della mattina
Video realizzato da Grazia Benenati

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CI SONO STRUTTURE DI PECCATO PURE DENTRO LA CHIESA
Nella Chiesa ci sono delle impostazioni culturali, degli atteggiamenti,
delle mentalità che rendono inadeguata la realtà ecclesiale ... 
I parroci non sono capaci di fare un lavoro cooperativo ..
in seminario studiano per diventare ognuno vescovo della propria parrocchia

GUARDA IL SECONDO ESTRATTO - Relazione del pomeriggio

 
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La via della bellezza
Educare le persone a percepire la bellezza... Bisogna che la bellezza illumini!!

GUARDA IL TERZO ESTRATTO - Relazione del pomeriggio

 
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Relazione del pomeriggio

 
video integrale


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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni



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Solidarietà a don Vinicio Albanesi dopo l'attentato alla Chiesa di cui è parroco.


Un ordigno rudimentale è stato fatto esplodere la notte scorsa da ignoti davanti al portone della Chiesa di San Marco alle Paludi a Fermo, di cui è parroco don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco. Nessuno è rimasto ferito, ma i danni sono ingenti: la deflagrazione ha mandato in pezzi le vetrate e il rosone della cappella, e ha svegliato i residenti.

Si tratta del terzo attentato a una chiesa fermana in meno di due mesi, dopo quelli contro il Duomo e la chiesa di San Tommaso, sulla costa fermana. Al momento l’ipotesi degli investigatori è che la mano sia la stessa. Don Vinicio Albanesi, accorso sul posto insieme ai carabinieri e ai vigili del fuoco, è anche direttore della Caritas diocesana, particolarmente impegnata nell’assistenza ai poveri e ai migranti. Un fatto riportato da tutti gli organi di stampa, quasi a ipotizzare un possibile movente.

   BOMBA ESPLODE DAVANTI ALLA CHIESA DI DON ALBANESI. TERZO CASO IN DUE MESI A FERMO

''Una chiesa attiva su tutti i fronti, contro il degrado del quartiere e per l'accoglienza dei migranti, probabilmente dà fastidio: quando uno dice 'messa e rosari e basta', non infastidisce nessuno. La mia vita è nelle mani di Dio, e io non mi faccio certo intimorire: andiamo avanti, con più determinazione di prima''. Don Vinicio Albanesi parla con l'ANSA dell'ordigno rudimentale fatto esplodere la notte scorsa davanti al portone della sua parrocchia, nella frazione di San Marco alle Paludi a Fermo, finora senza rivendicazioni. ''Un avvertimento'', dice il sacerdote, che potrebbe avere matrici diverse: ''un messaggio mafioso, da parte di chi gestisce lo spaccio di droga e la prostituzione nel quartiere di Lido Tre Archi; un gesto delinquenziale di bassa lega, o un attentato di natura anticlericale: di sicuro chi ha agito ci conosce bene. Sa che io non abito lì, e ha alzato il potenziale offensivo dell'ordigno, rispetto alle 'bombe' piazzate in precedenza davanti ad altre due canoniche. (fonte: ANSA Don Vinicio, siamo chiesa che dà fastidio)


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Immediata la solidarietà da istituzioni e associazioni a don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco di Fermo, dopo l’esplosione, questa notte, di un ordigno rudimentale davanti al portone della Chiesa di San Marco alle Paludi a Fermo, di cui è parroco don Albanesi.  Si tratta del terzo episodio contro una chiesa fermana in meno di due mesi, dopo quelli contro il Duomo e la chiesa di San Tommaso, sulla costa fermana.

 
COMUNITA' DI CAPODARCO:   ESPLOSIONE DAVANTI ALLA CHIESA: SOLIDARIETÀ A DON ALBANESI, “UOMO DEL DIALOGO”

“Il commento di questa quarta domenica dopo Pasqua non può prescindere dal grave attentato alla nostra Chiesa di San Marco: martedì notte, alle 23,35 hanno fatto scoppiare una bomba davanti al portone della nostra Chiesa, per far male. Nessuno conosce i motivi dell’attentato, né tanto meno gli autori”. Inizia così l’omelia che don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco e parroco della chiesa di San Marco alle Paludi a Fermo, pronuncerà domenica prossima, 17 aprile.
Don Albanesi ha infatti deciso di aprire la chiesa ai fedeli, dopo l’attentato che ha colpito l’intera comunità locale nella notte di martedì. Un segnale di normalità e di speranza per tutti i parrocchiani e la Chiesa fermana.

  COMUNITA' DI CAPODARCO:   ESPLOSIONE, DON ALBANESI: “NESSUN TIMORE, LA SICUREZZA VIENE DA DIO”


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Visita di Sua Santità Francesco a Lesvos (Grecia)

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INVITO ALLA PREGHIERA PER LA VISITA A LESBO
Sabato prossimo mi recherò nell’isola di Lesbo, dove nei mesi scorsi sono transitati moltissimi profughi. Andrò, insieme con i miei fratelli il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e l’Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Hieronymos, per esprimere vicinanza e solidarietà sia ai profughi sia ai cittadini di Lesbo e a tutto il popolo greco tanto generoso nell’accoglienza. Chiedo per favore di accompagnarmi con la preghiera, invocando la luce e la forza dello Spirito Santo e la materna intercessione della Vergine Maria.
(Papa Francesco - Udienza 13/04/2016)

  Francesco, Bartolomeo e Hieronymos
  Video


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A Lesbo Papa Francesco, Bartolomeo I e Hieronimus II incontrano i profughi: l'ecumenismo dell'accoglienza!


Mancano poche ore all’arrivo del Papa sull’isola greca di Lesbo, domattina alle 10.20 locali, saranno le 9.20 in Italia. 

Francesco, ieri sera, si è recato nella Basilica di Santa Maria Maggiore per sostare in preghiera dinanzi all’Icona della Madonna, Salus populi Romani, domandando la protezione della Madre del Signore sulla sua visita. Il Papa ha offerto alla Madonna un mazzo di rose bianche e azzurre, secondo i colori della Grecia. Ad attendere Francesco a Lesbo vi saranno il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e l’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Ieronymos. 

Sarà uno di quei gesti, la visita di Papa Francesco domani a Lesbo, che, come lui stesso disse lo scorso Giovedì Santo al Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, parlano più delle parole. Trascorrerà una manciata di ore in quella terra greca, le cui luci di sera si possono scorgere dalla costa turca. Un braccio di mare troppo corto per non tentare di prendere il largo in cerca di salvezza in Europa. Di morti, quel mare Egeo, ne ha conosciuti molti negli ultimi mesi: il Papa, il Patriarca Bartolomeo e l’arcivescovo Ieronymos, riuniti nel porto dell’isola, rivolgeranno alle vittime le loro preghiere e il lancio nel mare di tre corone di alloro. Il pensiero a chi non ce l’ha fatta sarà il momento finale della visita, che si concentrerà soprattutto su chi invece la speranza di ritrovare una vita ancora ce l’ha: sui migranti, che siano rifugiati, richiedenti asilo o economici, perché il Papa non ha mai fatto le distinzioni tanto care invece alla politica.

Francesco li abbraccerà nel centro di Moria, divenuto famoso dopo l’accordo Ue-Ankara, che l’ha trasformato in quello che le organizzazioni umanitarie tutte definiscono un luogo di detenzione. Lì incontrerà i minorenni e poi una delegazione di ospiti del centro, pranzerà con alcuni di loro, rivolgerà loro delle parole, così come faranno anche Bartolomeo e Ieronymos. Sarà un discorso piccolo, forse, per via della brevità della stessa visita, ma che li farà sentire fratelli, perché le parole che Francesco in passato ha utilizzato per loro sono sempre state di grande amore e di grande accoglienza. In questa visita non si dovrà leggere alcun significato politico, nessuna polemica con l’Unione Europea, che pure continua a chiudere e respingere, ma solo la misericordia del Papa per queste persone alle quali non si può e non si deve negare il diritto di cercare la salvezza. E anche la sua vicinanza al popolo dell'isola di Lesbo, dal quale continua ad arrivare un grande esempio di umanità e generosità. Un grande gesto, dunque, dal profondo significato umanitario ed ecumenico che, seppur indirettamente, non potrà non spingere le coscienze a chiedersi se ancora ricordiamo che, come ci ha detto Francesco, anche Gesù fu profugo e la sua condizione “segnata da paura, incertezza, disagi”.
(fonte: Radio Vaticana)

P. Federico Lombardi, S.I., ha tenuto un briefing per illustrare il programma della Visita che Sua Santità Francesco compirà a Lesvos sabato prossimo 16 aprile

  video

  il programma

«Solidarietà, amore fraterno, ma anche un nuovo storico gesto ecumenico». Non si parlerà “solo” di accoglienza e aiuti ai rifugiati nel viaggio-lampo che papa Francesco farà domani mattina a Lesbo. Un gesto - come ha ricordato lo stesso Pontefice nell’udienza di mercoledì scorso - del tutto simile alla visita fatta a Lampedusa, il primo viaggio apostolico di Bergoglio tra i migranti sbarcati in Sicilia.

Ma non solo. Sull’isola greca, accanto ai gesti di solidarietà e agli appelli ai potenti della terra a porre fine alle guerre e a spalancare le porte a chi scappa da conflitti e persecuzioni, prenderà forma e corpo anche un “miracolo” di natura ecumenica impensabile prima dell’avvento sul soglio di Pietro del Pontefice argentino.

Le due grandi anime cristiane, quella cattolica e quella ortodossa greca, in poche ore compiranno un grande passo verso possibili scenari di riconciliazione dopo circa 10 secoli di divisione, da quel 1054, l’anno del grande scisma d’Oriente. Con un valore aggiunto: la cornice del nuovo miracolo ecumenico sarà la Grecia, in particolare la Chiesa ortodossa greca, vale a dire forse la componente ortodossa più lontana dalla Chiesa cattolica romana...

  Papa Francesco a Lesbo, un viaggio oltre lo scisma

Il peso delle lacrime. Le ragioni del cuore. La decisione del Papa di andare a Lesbo, ad incontrare i migranti parcheggiati dalla disperazione e dalla paura sull’isola greca, è una chiara denuncia dell’incapacità europea di governare un’emergenza diventata tragica quotidianità. 

Un grido di dolore contro l’indifferenza del ricco Occidente verso ciò che accade nel Mediterraneo e nel mar Egeo diventati, per citare la preghiera del Venerdì Santo, "insaziabili cimiteri". Soprattutto, è un richiamo al cuore del Vangelo, interpella la ragione stessa dell’essere uomini, persone. Il viaggio, allora, non potrà che essere un pellegrinaggio condiviso da chi, pur nelle differenze, si riconosce nello stesso Cristo, nei medesimi principi di solidarietà e di attenzione all’altro, soprattutto se povero e abbandonato.

Non sarà solo un gesto simbolico il mostrarsi insieme di papa Francesco, del patriarca ecumenico Bartolomeo I e dell’arcivescovo ortodosso di Atene Hieronimus II. Nessuna, seppur nobile, passerella nei discorsi di sabato prossimo, ma la chiara consapevolezza che di fronte a una politica preoccupata soltanto di blindare i propri confini, la coscienza del credente non può più tacere.

E se è vero che servono analisi, confronti, ancora più necessaria è la forza della testimonianza, parola che ha la stessa radice di martirio, estremo dono di chi ancora oggi, cacciato dalla propria terra, perseguitato per il suo credo, ha il coraggio di confessare Gesù fino al momento della morte.

Alla paura che traccia fili spinati alle porte d’ingresso, che alza muri nel cuore dell’Occidente, che adotta il credo dei respingimenti, i cristiani, pur senza rinnegare le ragioni della sicurezza e della legalità, rispondono con la difesa dei diritti dei più deboli, con la logica della protezione umanitaria.

È il principio evangelico dell’ospitalità, è l’ecumenismo dell’accoglienza. 
...

Non sono ingenui sognatori il Papa e il Patriarca, né utopici idealisti. Sanno che per arginare l’emergenza migratoria, per trasformare il problema in risorsa, bisognerà ritrovare il senso di una politica alta, non più ostaggio di facili slogan, ma capace di mettere al centro la persona. Per questo occorre più che mai una spinta dal basso, si deve riscoprire la compassione, è necessario reimparare a commuoversi. 

A Lampedusa prima, a Ciudad Juarez poi, ma anche a Manila e in molte altre occasioni, papa Francesco ha invocato con forza il «dono», la «grazia» delle lacrime. Che non sono un segno di resa o di disperazione, ma collirio per purificare lo sguardo, chiavi per aprire la strada del cambiamento, medicine per ammorbidire il cuore. Fili d’argento con cui chiudere le ferite aperte dell’umanità che sanguina.

  L'Ecumenismo dell'accoglienza. Lesbo, i gesti comuni dei cristiani


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Secondo il cardinale Montenegro, arcivescovo di Agrigento, il Papa lascerà il segno anche con la visita nell’isola greca; è fra i pochi ad avere capito che sta cambiando la storia del mondo. L’Europa patria dei diritti non può comportarsi così, anche l’Italia senza migranti sarebbe stata più povera. Sbagliato e ingiusto dire che ogni migrante è un potenziale terrorista, e poi le loro guerre sono causate anche dai nostri interessi

  Francesco Peloso:   “Francesco a Lesbo come a Lampedusa contro l’indifferenza”

Siamo a Moria, centro di raccolta di migranti economici e migranti politici, di profughi e di disperati. Qui il tempo si è fermato dietro le volute di filo spinato e i reticolati che definiscono il perimetro di questo hotspot figlio dell’accordo fra la Turchia e l’Unione Europea.

 
Giorgio Ferrari:   A Lesbo, prigione a cielo aperto. Dove l'Europa è un sogno

L'attesa per Papa Francesco a Lesbocoinvolge i tantissimi profughi da settimane bloccati nell’isola greca, assieme glioperatori umanitari che si adoperano per l’assistenza.

  Ilaria Solaini:   A Lesbo i profughi aspettano Francesco

Grande fermento nell’isola greca dove giungerà domani il Papa per esprimere la sua solidarietà ai migranti approdati in questi mesi. Una visita breve ma simbolica dal forte impatto politico

  Salvatore Cernuzio:   Bergoglio a Lesbo: uno schiaffo all’Europa? No, una carezza ai profughi



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ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE
"AMORIS LAETITIA"

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La chiesa non condanna il peccatore di Enzo Bianchi



Ritengo sia lo stile e l'impianto generale l'aspetto più importante nel valutare a caldo un testo di duecentocinquanta pagine riguardo al quale molti, nell'opinione pubblica dentro e fuori la chiesa, parevano interessati solo alla presenza o meno di poche righe su un paio di problematiche specifiche. Ed è anche l'aspetto più originale per un documento papale, come già ci aveva abituato papa Francesco con la Evangelii gaudium e la Laudato si'. Frutto dell'ascolto e del discernimento da parte del papa dei dibattiti e dei testi emersi da due sinodi dei vescovi che hanno ritrovato la loro natura di dialogo franco e fraterno, l'esortazione “sull'amore nella famiglia” riprende e approfondisce il paziente lavoro, proprio dei pastori.

“È comprensibile – annota papa Francesco – che non ci si dovesse aspettare dal sinodo o da questa esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico applicabile a tutti i casi” ma, piuttosto, “un nuovo incoraggiamento a un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari” (§ 300). Così essa appare come il primo documento del magistero papale rivolto alla chiesa universale presente ovunque nel mondo che non consegna un messaggio globalizzato, ma che tiene conto delle diversità delle aree culturali e della complessità degli itinerari di umanizzazione percorsi dai popoli. Il messaggio del vangelo richiede sempre di essere inculturato, come lo è stato già nei primi secoli: la chiesa nell'annunciarlo deve quindi essere attenta alle tradizioni, alle sfide, alle crisi presenti nei diversi luoghi. Non ci sono infatti solo “segni dei tempi”, ma anche “segni dei luoghi” da discernere con sapienza e impegno, perché in ogni cultura e nel suo evolversi sempre permangono dei semina verbi, la parola di Dio a livello di seme.

In quest'aria nuova, che si arricchisce di contributi provenienti dall'intera cattolicità, due convinzioni evangeliche sembrano orientare l'intera riflessione: il primo è che non ci sono cristiani “irregolari” e cristiani cosiddetti “giusti”, ma che tutti sono chiamati costantemente a convertirsi e a ritornare al loro Signore. L'altro è che “nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo!” (§ 297). Ecco il cuore ardente che dovrebbe irrorare tutte le considerazioni di fronte all'avventura del matrimonio, alla realtà non sempre riuscita delle storie d'amore e della vita familiare e, più in generale, della vita umana e cristiana: “la logica del Vangelo”. Le diverse situazioni, le singole persone, le stagioni culturali e i segni dei tempi, le sofferenze e gli errori, le fatiche e le incomprensioni, ma anche gli slanci generosi e la paziente fedeltà quotidiana, tutto dovrebbe essere riletto secondo “la logica del Vangelo”.

È in questa ottica che papa Francesco chiede alla chiesa tutta di avere lo sguardo di Gesù anche sulle diverse situazioni dette “irregolari” (termine che non piace al papa) o non conformi alla volontà di Dio: uno sguardo che non condanna in modo definitivo perché solo il Signore potrà giudicare nel giorno della sua venuta il peso delle responsabilità di ciascuno e la sua colpevolezza. La chiesa non è autorizzata neppure a dichiarare qualcuno “in stato di peccato mortale”, privo della grazia di Dio che può santificare anche chi oggettivamente vive una situazione contraddittoria al vangelo. Sì, come Gesù così la chiesa giudica il peccato, condanna il peccato ma non condanna e non giudica in modo definitivo il peccatore. Ogni persona che pecca resta più grande del peccato commesso.

Allora il capitolo ottavo, che tenta di leggere le diverse contraddizioni – presenti nel mondo e nella vita cristiana stessa – al disegno divino sul matrimonio, offre novità di accenti ai quali il popolo cristiano non è abituato. Nella consapevolezza che tutti, anche i cristiani, restano peccatori per tutta la vita perché “non è il bene che vogliono fare che fanno, bensì il male che non vogliono” (come confessa per sé san Paolo nella Lettera ai Romani) la chiesa non può far altro che annunciare la misericordia, non a basso prezzo, non svuotando la grazia, ma operando un discernimento e aiutando i cristiani a fare essi stessi discernimento attraverso la loro coscienza. Va riconosciuto: mai in nessun documento magisteriale si era giunti a evidenziare in modo così chiaro il ruolo della coscienza, una coscienza formata, che sa ascoltare la parola di Dio e i fratelli, ma una coscienza che è istanza centrale e ultima, patrimonio di ciascuno come luogo della verità cercata sinceramente. In questa prospettiva cade ogni muro tra giusti e ingiusti, tra peccatori manifesti e peccatori nascosti, e tutti stiamo come disobbedienti sotto il giudizio di Dio. E da questa operazione di discernimento, compiuta in modo serio, impegnato, ecclesiale, si potrà anche in casi personali particolari valutare l'eucaristia come alimento per i deboli, mendicanti dell'amore di Dio, e non premio per i giusti.

Questo e non altro mi sembra vogliano dire le ponderate e sapienti parole usate da papa Francesco per ricordare la logica del vangelo e per narrare una sollecitudine che è quella di Gesù verso i suoi discepoli, tutti “duri di cuore e lenti a credere”, tutti bisognosi di una misericordia più grande del loro pensare umano, più equa di ogni giustizia, più feconda di ogni rigidità.

In modo sintetico e lapidario potremmo affermare che con questa esortazione papa Francesco ha reso “gioiosa notizia”, evangelo, la coppia, la sessualità, il matrimonio, la famiglia e la fedeltà. Chi temeva che il papa cambiasse la dottrina o contraddicesse la grande tradizione cattolica e ha diffidato del suo magistero e dei sinodi, deve ricredersi radicalmente. Quello che è mutato, infatti, è lo sguardo della chiesa: è caduta ogni visione cinica e angosciata della sessualità e l'annuncio dell'amore tra uomo e donna ha ripreso il suo splendore di verità senza abbagliare. 
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   La chiesa non condanna il peccatore

Vedi anche il nostro post precedente:
   La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. - ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE "AMORIS LAETITIA" (testo integrale e video presentazione)




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"Amoris Laetitia" - Mons. Bruno Forte e “La gioia dell’amore” di Papa Francesco


Con il segretario speciale del Sinodo approfondiamo il dibattito nato attorno al lavoro di vescovi e laici, da cui è scaturita l’Amoris laetitia di Francesco: «La famiglia è dove s’impara a vivere relazioni umane e dove si apprende la fede».

«La Chiesa non ha fatto un Sinodo per dare o non dare la Comunione ai divorziati risposati. Pensarla così è riduttivo. Lo scopo è stato quello di poter crescere nella capacità di essere una Chiesa madre che accompagna e integra, aiutando ciascuno a trovare il suo posto nella volontà di Dio».

Monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, è stato segretario speciale del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, nei due appuntamenti del 2015 e del 2016. A poche ore dalla presentazione in Vaticano dell’esortazione apostolica Amoris laetitia, dialoghiamo con lui su quali siano state le novità emerse nei lavori sinodali che possono avere avuto influenza nella stesura del documento di Francesco. E la principale innovazione, a suo parere, «è l’apertura, uno stile di accoglienza rispetto a tutti, quindi non soltanto in chi è in situazione “irregolare”. Anche la famiglia più riuscita, infatti, ha bisogno di essere accolta, accompagnata e stimolata a riscoprire sempre di nuovo la volontà di Dio per ogni suo membro. La sfida è di largo respiro».

Quali sono i capisaldi che secondo lei hanno ispirato papa Bergoglio nella stesura dell’esortazione?
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   «IL “VANGELO DELLA FAMIGLIA” SECONDO FRANCESCO»

“Amoris laetitia”, “La gioia dell’amore”: così si intitola l’Esortazione Apostolica di Papa Francesco, firmata il 19 marzo e pubblicata l’8 Aprile 2016. Essa è frutto al tempo stesso di un ampio lavoro collegiale e della personale impronta del Papa argentino: la collegialità dei vescovi è stata coinvolta nella maturazione delle idee espresse nel testo attraverso due assemblee sinodali, una straordinaria nell’ottobre 2014, l’altra ordinaria nell’ottobre 2015, precedute entrambe da un’amplissima consultazione in forma di questionario, cui hanno risposto le Conferenze Episcopali di tutto il mondo, oltre che molte istituzioni culturali, organismi pastorali e singole persone. L’impronta personale di Papa Francesco si coglie non soltanto nello stile che ha qualificato l’intero lavoro del Sinodo, caratterizzato per suo esplicito desiderio dalla più ampia libertà di espressione, ma anche dalla presenza di temi teologico-spirituali e di scelte pastorali che gli stanno fortemente a cuore. L’Esortazione comprende nove capitoli, distribuiti secondo un disegno organico, così presentato dallo stesso Francesco: “Nello sviluppo del testo, comincerò con un’apertura ispirata alle Sacre Scritture, che conferisca un tono adeguato. A partire da lì considererò la situazione attuale delle famiglie, in ordine a tenere i piedi per terra. Poi ricorderò alcuni elementi essenziali dell’insegnamento della Chiesa circa il matrimonio e la famiglia, per fare spazio così ai due capitoli centrali, dedicati all’amore. In seguito metterò in rilievo alcune vie pastorali che ci orientino a costruire famiglie solide e feconde secondo il piano di Dio, e dedicherò un capitolo all’educazione dei figli. Quindi mi soffermerò su un invito alla misericordia e al discernimento pastorale davanti a situazioni che non rispondono pienamente a quello che il Signore ci propone, e infine traccerò brevi linee di spiritualità familiare” (n. 6). Mi soffermo brevemente sui capitoli secondo e sesto, rispettivamente dedicati a offrire uno sguardo sulla situazione attuale della famiglia nella Chiesa e nel mondo e a indicare proposte pastorali concrete. Il capitolo su “La realtà e le sfide delle famiglie” fa tesoro di molti contributi presentati dai padri sinodali, arricchiti da riflessioni proprie e originali di Papa Francesco: vi si presenta con realismo la situazione attuale della famiglia, mettendo in rilievo una crescente valorizzazione della dignità e del protagonismo di ognuna delle sue componenti, con attenzione ai mutati contesti socioculturali, dove “gli individui sono meno sostenuti che in passato dalle strutture sociali nella loro vita affettiva e familiare” (n. 32).
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   “Amoris laetitia”- L’esortazione apostolica di Papa Francesco La realtà e i protagonisti delle nuove famiglie (pdf)

Vedi anche il nostro post precedente:
   La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. - ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE "AMORIS LAETITIA" (testo integrale e video presentazione)



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Giulio Albanese: Amoris laetitia - Amor ad gentes


Giulio Albanese:
 
Amoris laetitia - Amor ad gentes

Chi legge senza pregiudizi l’esortazione apostolica post sinodale Amoris laetitia, sull’amore della famiglia di Papa Francesco, si accorgerà immediatamente che siamo di fronte ad un testo autenticamente missionario. Le ragioni sono molteplici e meritano uno spazio di approfondimento. Anzitutto siamo di fronte ad un testo aperto all’universalità, consegnando una straordinaria lezione di vita a credenti e non credenti. Non solo perché, partendo dai presupposti evangelici di una Chiesa inclusiva, apre con chiarezza e determinatezza, nel nome della misericordia, la porta dei sacramenti ai cosiddetti “irregolari della fede”, richiedendo un discernimento caso per caso. Ma anche perché Amoris laetitia coglie appieno le sfide dell’inculturazione del Vangelo. Non a caso il Papa scrive che “non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero”. Dunque, per alcune questioni “in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali. Infatti, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale [...] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato” (Al 3). In questa prospettiva, è evidente lo sforzo del Pontefice di rendere attuativa l’ecclesiologia che egli ebbe a predicare fin dall’inizio del suo mandato petrino, incentrata sulla dialettica tra centro e periferia, unità nella diversità. Come dimenticare, ad esempio, quello che egli disse nel corso dell’Udienza Generale del 9 ottobre 2013: “La Chiesa è cattolica, perché è la ‘Casa dell’armonia’ dove unità e diversità sanno coniugarsi insieme per essere ricchezza. Pensiamo all’immagine della sinfonia, che vuol dire accordo, armonia, diversi strumenti suonano insieme; ognuno mantiene il suo timbro inconfondibile e le sue caratteristiche di suono si accordano su qualcosa di comune. Poi c’è chi guida, il direttore, e nella sinfonia che viene eseguita tutti suonano insieme in armonia, ma non viene cancellato il timbro di ogni strumento; la peculiarità di ciascuno, anzi, è valorizzata al massimo! È una bella immagine che ci dice che la Chiesa è come una grande orchestra in cui c’è varietà. Non siamo tutti uguali e non dobbiamo essere tutti uguali. Tutti siamo diversi, differenti, ognuno con le proprie qualità”. Si tratta, inutile nasconderselo, di una sfida che dal Concilio Vaticano II ad oggi non sempre ha trovato un felice riscontro nell’azione pastorale. Ecco perché nell’esortazione apostolica sulla famiglia, il Santo Padre pone da subito l’esigenza di un discernimento, per superare la sterile contrapposizione tra ansia di cambiamento e applicazione pura e semplice di norme astratte. Scrive a questo proposito: “I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche” (Al 2). È dunque evidente che siamo di fronte ad una documento pontificio incentrato sul presupposto che la persona umana, per essere evangelizzata,non può essere percepita in termini asettici, nascondendo o sublimando debolezze, peccati o problemi che dir si voglia. A bene vedere, è lo stesso concetto di rimozione che rischia di venire enfatizzato in certa pastorale. Stando a quanto ci insegna la stessa psicanalisi, il trauma rimosso non è mai rimosso del tutto, poiché affiora nei modi difformi dei sogni, dei lapsus e dei motti di spirito. Lo spiega bene, laicamente, Slavoj Žižek quando afferma che “l’opposto di esistenza non è inesistenza ma insistenza: quel che non lasciamo esistere continua a insistere, a lottare per emergere all’esistenza”. Quest’affermazione contiene, in fondo, un’indicazione metodologica molto utile per interpretare le motivazioni antropologiche, teologiche e pastorali che hanno spinto il pontefice ad affermare che“i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni forma di scandalo”. “La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali (…) Essi non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa (…) Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli” (Al 299). Una cosa è certa: Amoris Laetitia è espressione di un cammino collegiale, in linea con i dettami del Vaticano II. Essa, infatti, raccoglie i risultati di due sinodi sulla famiglia indetti da Francesco nel 2014 e nel 2015, le cui relazioni conclusive sono largamente citate, insieme a documenti e insegnamenti dei suoi predecessori e alle numerose catechesi sulla famiglia dello stesso Bergoglio. Tuttavia, come già accaduto per altri documenti magisteriali, il Papa si avvale anche dei contributi di diverse conferenze episcopali del mondo (Kenya, Australia, Argentina…) e di citazioni di personalità significative come Martin Luther King o Erich Fromm. Un approccio, dunque, quello di Francesco, olistico, all’insegna della collegialità, profondamente interiorizzata, vissuta, maturata e applicata. Le parole di papa Francesco indicano pertanto che la Chiesa deve davvero prendere il largo, mostrando al mondo una palingenesi missionaria che tratteggia il suo nuovo volto, quello post-costantiniano. Le implicazioni della Amoris Laetitia, infatti, indicano un cambiamento che partendo dalla famiglia, deve anche promuovere, in nome della già suddetta misericordia, un approccio ad gentes alla canonistica in generale, a partire dal diritto matrimoniale. È innegabile che rispetto al passato la Chiesa abbia fatto passi da gigante.
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Ma a che titolo – si chiedono i detrattori di Papa Francesco - un acattolico o, addirittura, un non battezzato, possono riconoscersi nell’ordinamento canonico? E perché dovrebbe poter trovare in esso un utile strumento di salvezza? Rispondere a tali quesiti, alla luce della Tradizione e del Magistero della Chiesa, è possibile, soprattutto se si comprende che la persona, in quanto creata ad immagine e somiglianza di Dio, possiede in sé il “seme” della legge divina, in grado dunque di discernere, seppure a livello elementare, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. In questo costante compito di discernimento, però, deve essere aiutato dalle norme umane, in modo che tale “seme” cresca e si sviluppi. Tutti gli uomini sono dunque chiamati alla salvezza eterna, con gli stessi diritti e doveri che la Chiesa riconosce loro. L’uomo deve essere lasciato libero di trovare la via verso la salvezza. Una libertà che tuttavia non è in contrasto con il fatto che l’uomo, in quanto creatura, dipende da Dio. Sulla base di queste considerazioni, la Chiesa di Francesco, facendo tesoro dell’esortazione apostolica post sinodale sulla famiglia, deve farsi con forza portavoce ed interprete dei diritti di chiunque. Essa, dunque, ha il dovere, anche giuridico, di annunziare la Buona Novella a tutti gli uomini, indipendentemente dal fatto che essi siano o meno battezzati. A pensarci bene, l’Amoris Laetitia, utilizzando il principio sacrosanto della misericordia, riesce ad armonizzare dinamicamente le istanze del diritto positivo con il cosiddetto ius ontologico, la cosiddetta legge naturale o divina che dir si voglia. Il compito, pertanto della Chiesa, come ha scritto Papa Francesco nell’Amoris Laetitia è “formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”. Un compito spiccatamente missionario, che non può essere disatteso
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(fonte: Il Sismografo)

Vedi anche il nostro post precedente:

   La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. - ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE "AMORIS LAETITIA" (testo integrale e video presentazione)



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Sta facendo discutere l’opinione pubblica l’esortazione apostolica di Papa Francesco “Amoris Laetitia”. Un testo che segna una svolta nella pastorale sulla Famiglia nella Chiesa Cattolica. Quali sono le aperture? E quali i limiti? Troverà una “resistenza” all’interno della comunità ecclesiale? Ne parliamo, in questa intervista, con il vaticanista della Stampa Giacomo Galeazzi

  Pierluigi Mele:   "AMORIS LAETITIA" VALE UN PONTIFICATO


... Complessivamente ci pare che si vada avanti malgrado alcuni limiti che abbiamo indicato. La misericordia, i rapporti fraterni nella famiglia e fuori, il predomino della coscienza presiedono a questo documento. Spetterà al popolo cristiano praticare nuove strade che ora non sono più chiuse come prima. La repressione di ogni riflessione teologica o di ogni proposta pastorale è terminata. Vogliamo invitare tutti noi, i “nostri” teologi e i nostri operatori pastorali a non essere timidi, a continuare a andare avanti, a proporre “soluzioni più inculturate”, a impedire che nella Chiesa le aperture siano gestite al ribasso e che ogni parrocchia od ogni diocesi continui nella sua stanca ordinaria amministrazione aspettando che questo momento particolare nella vita della Chiesa passi.

 
NOI SIAMO CHIESA:   La porta, già sbarrata, ora è socchiusa. Noi Siamo Chiesa sulla Amoris Laetitia



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 FRANCESCO
 


 Il 5 aprile i follower dei nove account Twitter di Papa Francesco hanno raggiunto quota 28 milioni. Sparsi ai quattro angoli del globo i follower di @Pontifexin 9 lingue diverse (italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, latino, polacco, arabo) sono passati da 27 a 28 milioni in 48 giorni

SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"


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09/04/2016:

  Le persone con disabilità costituiscono per la famiglia...

  

  La forza della famiglia risiede essenzialmente...

  Il nostro insegnamento sul matrimonio...

  Ogni famiglia, pur nella sua debolezza...


10/04/2016:

  Nella famiglia bisogna imparare...

  L'amore apre gli occhi e permette di vedere...

  Ogni nuova vita ci permette di scoprire...

  E' importante che quel bambino...

  Le famiglie aperte e solidali...


11/04/2016:

  I divorziati che vivono una nuova unione...

  Saper perdonare e sentirsi perdonati...

  I figli sono un meraviglioso dono...

  La fedeltà  ha a che fare...

  La famiglia è il primo luogo...


12/04/2016:

  La famiglia deve essere il luogo...

  E' fondamentale che i figli vedano...

  La Chiesa fa suo il comportamento...

  La strada della Chiesa è quella di non condannare...


13/04/2016:

  La presenza del Signore abita nella famiglia...


14/04/2016:

  L'amore è in fondo l'unica luce...

15/04/2016:

  Nei giorni amari della famiglia c'è...


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  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)



" La presenza di Gesù risorto trasforma ogni cosa." - Papa Francesco Regina Coeli 10/04/2016 (testo e video)


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di oggi narra la t erza apparizione di Gesù risorto ai discepoli, sulla riva del lago di Galilea, con la descrizione della pesca miracolosa (cfr Gv 21,1-19). Il racconto è collocato nella cornice della vita quotidiana dei discepoli, tornati alla loro terra e al loro lavoro di pescatori, dopo i giorni sconvolgenti della passione, morte e risurrezione del Signore. Era difficile per loro comprendere ciò che era avvenuto. Ma, mentre tutto sembrava finito, è ancora Gesù a “cercare” nuovamente i suoi discepoli. E’ Lui che va a cercarli. Questa volta li incontra presso il lago, dove loro hanno passato la notte sulle barche senza pescare nulla. Le reti vuote appaiono, in un certo senso, come il bilancio della loro esperienza con Gesù: lo avevano conosciuto, avevano lasciato tutto per seguirlo, pieni di speranza… e adesso? Sì, lo avevano visto risorto, ma poi pensavano: “Se n’è andato e ci ha lasciati… E’ stato come un sogno…”.

Ma ecco che all’alba Gesù si presenta sulla riva del lago; essi però non lo riconoscono (cfr v. 4). A quei pescatori, stanchi e delusi, il Signore dice: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete» (v. 6). I discepoli si fidarono di Gesù e il risultato fu una pesca incredibilmente abbondante. A questo punto Giovanni si rivolge a Pietro e dice: «È il Signore!» (v. 7). E subito Pietro si tuffa in acqua e nuota verso la riva, verso Gesù. In quella esclamazione: “E’ il Signore!”, c’è tutto l’entusiasmo della fede pasquale, piena di gioia e di stupore, che contrasta fortemente con lo smarrimento, lo sconforto, il senso di impotenza che si erano accumulati nell’animo dei discepoli. La presenza di Gesù risorto trasforma ogni cosa: il buio è vinto dalla luce, il lavoro inutile diventa nuovamente fruttuoso e promettente, il senso di stanchezza e di abbandono lascia il posto a un nuovo slancio e alla certezza che Lui è con noi.

Da allora, questi stessi sentimenti animano la Chiesa, la Comunità del Risorto. Tutti noi siamo la comunità del Risorto! Se a uno sguardo superficiale può sembrare a volte che le tenebre del male e la fatica del vivere quotidiano abbiano il sopravvento, la Chiesa sa con certezza che su quanti seguono il Signore Gesù risplende ormai intramontabile la luce della Pasqua. Il grande annuncio della Risurrezione infonde nei cuori dei credenti un’intima gioia e una speranza invincibile. Cristo è veramente risorto! Anche oggi la Chiesa continua a far risuonare questo annuncio festoso: la gioia e la speranza continuano a scorrere nei cuori, nei volti, nei gesti, nelle parole. Tutti noi cristiani siamo chiamati a comunicare questo messaggio di risurrezione a quanti incontriamo, specialmente a chi soffre, a chi è solo, a chi si trova in condizioni precarie, agli ammalati, ai rifugiati, agli emarginati. A tutti facciamo arrivare un raggio della luce di Cristo risorto, un segno della sua misericordiosa potenza.

Egli, il Signore, rinnovi anche in noi la fede pasquale. Ci renda sempre più consapevoli della nostra missione al servizio del Vangelo e dei fratelli; ci riempia del suo Santo Spirito perché, sostenuti dall’intercessione di Maria, con tutta la Chiesa possiamo proclamare la grandezza del suo amore e la ricchezza della sua misericordia.

Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,

nella speranza donataci da Cristo risorto, rinnovo il mio appello per la liberazione di tutte le persone sequestrate in zone di conflitto armato; in particolare desidero ricordare il sacerdote salesiano Tom Uzhunnalil, rapito ad Aden nello Yemen il 4 marzo scorso.

  video dell'appello

Oggi in Italia si celebra la Giornata Nazionale per l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha per tema “Nell’Italia di domani io ci sarò”. ...

Saluto tutti voi, romani e pellegrini provenienti dall’Italia e da diverse parti del mondo. E anche un saluto a quelli che stanno facendo la Maratona. 
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E a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  testo integrale

  video integrale



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«L’elemosina è un gesto di amore» Papa Francesco Udienza Giubilare 09/04/2016 (Foto, testo e video)


 9 aprile 2016 

Sono 5.500 e hanno viaggiato in pullman da tutta Italia per poter essere presenti all’appuntamento con Papa Francesco, in una piazza San Pietro gremita in ogni ordine di posti – nonostante la pioggia annunciata, ma in realtà sostituita da un sole primaverile – per l’udienza giubilare di aprile. I cappellini rossi, il segno di riconoscimento dei rappresentanti di circa 70, tra le 192 testate raggruppate nella Federazione italiana settimanali cattolici, che nel primo corridoio centrale tra le transenne, davanti al palco, hanno issato lo striscione bianco e amaranto che è il simbolo della federazione.
Al termine dell’udienza il presidente della Fisc, Francesco Zanotti, ha consegnato al Papa una raccolta dei settimanali cattolici, rappresentativa della loro storia di “avamposti” della Chiesa locale sul territorio, accompagnata da una lettera con le linee di impegno per il futuro. Tramite una lettera al segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, la Fisc consegnerà anche un’offerta per la Carità del Papa.

  video del saluto ai fedeli

Misericordia e Elemosina

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci permette di scoprire un aspetto essenziale della misericordia: l’elemosina. Può sembrare una cosa semplice fare l’elemosina, ma dobbiamo fare attenzione a non svuotare questo gesto del grande contenuto che possiede. Infatti, il termine “elemosina”, deriva dal greco e significa proprio “misericordia”. L’elemosina, quindi, dovrebbe portare con sé tutta la ricchezza della misericordia. E come la misericordia ha mille strade, mille modalità, così l’elemosina si esprime in tanti modi, per alleviare il disagio di quanti sono nel bisogno.

Il dovere dell’elemosina è antico quanto la Bibbia. Il sacrificio e l’elemosina erano due doveri a cui una persona religiosa doveva attenersi. Ci sono pagine importanti nell’Antico Testamento, dove Dio esige un’attenzione particolare per i poveri che, di volta in volta, sono i nullatenenti, gli stranieri, gli orfani e le vedove. E nella Bibbia questo è un ritornello continuo: il bisognoso, la vedova, lo straniero, il forestiero, l’orfano… è un ritornello. Perché Dio vuole che il suo popolo guardi a questi nostri fratelli; anzi, dirò che sono proprio al centro del messaggio: lodare Dio con il sacrificio e lodare Dio con l’elemosina.

Insieme all’obbligo di ricordarsi di loro, viene data anche un’indicazione preziosa: «Dai generosamente e, mentre doni, il tuo cuore non si rattristi» (Dt 15,10). Ciò significa che la carità richiede, anzitutto, un atteggiamento di gioia interiore. Offrire misericordia non può essere un peso o una noia da cui liberarci in fretta. E quanta gente giustifica se stessa per non dare l’elemosina dicendo: “Ma come sarà questo? Questo a cui io darò, forse andrà a comprare vino per ubriacarsi”. Ma se lui si ubriaca, è perché non ha un’altra strada! E tu, cosa fai di nascosto, che nessuno vede? E tu sei giudice di quel povero uomo che ti chiede una moneta per un bicchiere di vino? Mi piace ricordare l’episodio del vecchio Tobia che, dopo aver ricevuto una grande somma di denaro, chiamò suo figlio e lo istruì con queste parole: «A tutti quelli che praticano la giustizia fa’ elemosina. […] Non distogliere lo sguardo da ogni povero e Dio non distoglierà da te il suo» (Tb 4,7-8). Sono parole molto sagge che aiutano a capire il valore dell’elemosina.

Gesù, come abbiamo ascoltato, ci ha lasciato un insegnamento insostituibile in proposito.Anzitutto, ci chiede di non fare l’elemosina per essere lodati e ammirati dagli uomini per la nostra generosità: fa’ in modo che la tua mano destra non sappia quello che fa la sinistra (cfr Mt 6,3). Non è l’apparenza che conta, ma la capacità di fermarsi per guardare in faccia la persona che chiede aiuto. Ognuno di noi può domandarsi: “Io sono capace di fermarmi e guardare in faccia, guardare negli occhi, la persona che mi sta chiedendo aiuto? Sono capace?”. Non dobbiamo identificare, quindi, l’elemosina con la semplice moneta offerta in fretta, senza guardare la persona e senza fermarsi a parlare per capire di cosa abbia veramente bisogno. Allo stesso tempo, dobbiamo distinguere tra i poveri e le varie forme di accattonaggio che non rendono un buon servizio ai veri poveri. Insomma,l’elemosina è un gesto di amore che si rivolge a quanti incontriamo; è un gesto di attenzione sincera a chi si avvicina a noi e chiede il nostro aiuto, fatto nel segreto dove solo Dio vede e comprende il valore dell’atto compiuto.

Ma fare l’elemosina dev’essere per noi anche una cosa che sia un sacrificio. Io ricordo una mamma: aveva tre figli, di sei, cinque e tre anni, più o meno. E sempre insegnava ai figli che si doveva dare l’elemosina a quelle persone che la chiedevano. Erano a pranzo: ognuno stava mangiando una cotoletta alla milanese, come si dice nella mia terra, “impanata”. Bussano alla porta. Il più grande va ad aprire e torna: “Mamma, c’è un povero che chiede da mangiare”. “Cosa facciamo?”, chiede la mamma. “Gli diamo – dicono tutti e – gli diamo!” – “Bene: prendi la metà della tua cotoletta, tu prendi l’altra metà, tu l’altra metà, e ne facciamo due panini” - “Ah no, mamma, no!” - “No? Tu da’ del tuo, dà di quello che ti costa”. Questo è il coinvolgersi con il povero. Io mi privo di qualcosa di mio per darlo a te. E ai genitori dico: educate i vostri figli a dare così l’elemosina, ad essere generosi con quello che hanno.

Facciamo nostre allora le parole dell’apostolo Paolo: «In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”» (At 20,35; cfr 2 Cor 9,7). Grazie!


  video della catechesi

Saluti:

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Cari pellegrini di lingua italiana: benvenuti!

... Vi esorto a ravvivare la fede con il passaggio attraverso la Porta Santa, per essere testimoni dell’amore del Signore Risorto con concrete opere di misericordia.

Un saluto rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Questo Anno Santo sia vissuto con particolare intensità. Cari giovani ... siate sempre fedeli al vostro Battesimo con la coerente testimonianza di vita; cari ammalati ... la luce della Pasqua vi illumini e vi conforti nella vostra sofferenza; e voi, cari sposi novelli, attingete al mistero pasquale il coraggio per essere protagonisti nella Chiesa e nella società, contribuendo alla costruzione della civiltà dell’amore.
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  testo integrale

  video integrale



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«Non c’è santo senza passato e non c’è peccatore senza futuro» Papa Francesco Udienza Generale 13/04/2016 (Foto, testo e video)


 13 aprile 2016 

Ci sono anche un migliaio di studenti, dalle elementari al liceo, riconoscibili dai cappellini colorati e dalle bandierine sventolate festosamente, tra i circa 22mila fedeli accorsi in piazza san Pietro per l’appuntamento del mercoledì. Vengono da Nord e da Sud, da città come Cremona, Lecco, Matera, Barletta, Messina, Manfredonia, Forlì, Palermo, Venezia. Il Papa, puntuale come sempre, ha fatto il suo ingresso a bordo della jeep bianca scoperta alle 9.30 e ha concentrato la sua attenzione, come di consueto, verso i numerosi bimbi vestiti in abiti primaverili che ha baciato e accarezzato. Il vento che oggi soffia su Roma ha più volte costretto Francesco a “risistemarsi” lo zucchetto. “Papa Francesco, siamo con te!”, si legge in uno degli striscioni artigianali allestiti dai ragazzi utilizzando un lenzuolo bianco, vergato dalle scritte in corsivo con i caratteri rotondeggianti tipici delle scuole elementari. “Viva Francesco!”, il grido della folla che ha accompagnato il tragitto compito come al solito a piedi dal sagrato alla postazione centrale sotto il palco.

  video del saluto ai fedeli

Al termine dell'udienza generale un gruppo di Vigili del fuoco di Parigi ha potuto avvicinare Jorge Mario Bergoglio donandogli un casco giallo in dotazione alle squadre di pronto intervento. Il Papa non s'è fatto pregare e l'ha subito provato.


Misericordia io voglio e non sacrifici (Mt 9,13)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Abbiamo ascoltato il Vangelo della chiamata di Matteo. Matteo era un “pubblicano”, cioè un esattore delle imposte per conto dell’impero romano, e per questo considerato pubblico peccatore. Ma Gesù lo chiama a seguirlo e a diventare suo discepolo. Matteo accetta, e lo invita a cena a casa sua insieme con i discepoli. Allora sorge una discussione tra i farisei e i discepoli di Gesù per il fatto che questi condividono la mensa con i pubblicani e i peccatori. “Ma tu non puoi andare a casa di questa gente!”, dicevano loro. Gesù, infatti, non li allontana, anzi frequenta le loro case e siede accanto a loro; questo significa che anche loro possono diventare suoi discepoli. Ed è altrettanto vero che essere cristiani non ci rende impeccabili. Come il pubblicano Matteo, ognuno di noi si affida alla grazia del Signore nonostante i propri peccati. Tutti siamo peccatori, tutti abbiamo peccati. Chiamando Matteo, Gesù mostra ai peccatori che non guarda al loro passato, alla condizione sociale, alle convenzioni esteriori, ma piuttosto apre loro un futuro nuovo. Una volta ho sentito un detto bello: “Non c’è santo senza passato e non c’è peccatore senza futuro”. Questo è quello che fa Gesù. Non c’è santo senza passato né peccatore senza futuro. Basta rispondere all’invito con il cuore umile e sincero. La Chiesa non è una comunità di perfetti, ma di discepoli in cammino, che seguono il Signore perché si riconoscono peccatori e bisognosi del suo perdono. La vita cristiana quindi è scuola di umiltà che ci apre alla grazia.

Un tale comportamento non è compreso da chi ha la presunzione di credersi “giusto” e di credersi migliore degli altri. Superbia e orgoglio non permettono di riconoscersi bisognosi di salvezza, anzi, impediscono di vedere il volto misericordioso di Dio e di agire con misericordia. Esse sono un muro. La superbia e l’orgoglio sono un muro che impediscono il rapporto con Dio. Eppure, la missione di Gesù è proprio questa: venire in cerca di ciascuno di noi, per sanare le nostre ferite e chiamarci a seguirlo con amore. Lo dice chiaramente: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (v. 12). Gesù si presenta come un buon medico!Egli annuncia il Regno di Dio, e i segni della sua venuta sono evidenti: Egli risana dalle malattie, libera dalla paura, dalla morte e dal demonio. Innanzi a Gesù nessun peccatore va escluso – nessun peccatore va escluso! - perché il potere risanante di Dio non conosce infermità che non possano essere curate; e questo ci deve dare fiducia e aprire il nostro cuore al Signore perché venga e ci risani. Chiamando i peccatori alla sua mensa, Egli li risana ristabilendoli in quella vocazione che essi credevano perduta e che i farisei hanno dimenticato: quella di invitati al banchetto di Dio. Secondo la profezia di Isaia: «Preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. E si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza» (25,6-9).

Se i farisei vedono negli invitati solo dei peccatori e rifiutano di sedersi con loro, Gesù al contrario ricorda loro che anch’essi sono commensali di Dio. In questo modo, sedere a tavola con Gesù significa essere da Lui trasformati e salvati. Nella comunità cristiana la mensa di Gesù è duplice: c’è la mensa della Parola e c’è la mensa dell’Eucaristia (cfr Dei Verbum, 21). Sono questi i farmaci con cui il Medico Divino ci risana e ci nutre. Con il primo – la Parola – Egli si rivela e ci invita a un dialogo fra amici. Gesù non aveva paura di dialogare con i peccatori, i pubblicani, le prostitute… No, lui non aveva paura: amava tutti! La sua Parola penetra in noi e, come un bisturi, opera in profondità per liberarci dal male che si annida nella nostra vita. A volte questa Parola è dolorosa perché incide sulle ipocrisie, smaschera le false scusanti, mette a nudo le verità nascoste; ma nello stesso tempo illumina e purifica, dà forza e speranza, è un ricostituente prezioso nel nostro cammino di fede. L’Eucaristia, da parte sua, ci nutre della stessa vita di Gesù e, come un potentissimo rimedio, in modo misterioso rinnova continuamente la grazia del nostro Battesimo. Accostandoci all’Eucaristia noi ci nutriamo del Corpo e Sangue di Gesù, eppure, venendo in noi, è Gesù che ci unisce al suo Corpo!

Concludendo quel dialogo coi farisei, Gesù ricorda loro una parola del profeta Osea (6,6):«Andate e imparate che cosa vuol dire: misericordia io voglio e non sacrificio» (Mt 9,13). Rivolgendosi al popolo di Israele il profeta lo rimproverava perché le preghiere che innalzava erano parole vuote e incoerenti. Nonostante l’alleanza di Dio e la misericordia, il popolo viveva spesso con una religiosità “di facciata”, senza vivere in profondità il comando del Signore. Ecco perché il profeta insiste: “Misericordia io voglio”, cioè la lealtà di un cuore che riconosce i propri peccati, che si ravvede e torna ad essere fedele all’alleanza con Dio. “E non sacrificio”: senza un cuore pentito ogni azione religiosa è inefficace! Gesù applica questa frase profetica anche alle relazioni umane: quei farisei erano molto religiosi nella forma, ma non erano disposti a condividere la tavola con i pubblicani e i peccatori; non riconoscevano la possibilità di un ravvedimento e perciò di una guarigione; non mettevano al primo posto la misericordia: pur essendo fedeli custodi della Legge, dimostravano di non conoscere il cuore di Dio! È come se a te regalassero un pacchetto con dentro un dono e tu, invece di andare a cercare il dono, guardi soltanto la carta nel quale è incartato: soltanto le apparenze, la forma, e non il nocciolo della grazia, del dono che viene dato!

Cari fratelli e sorelle, tutti noi siamo invitati alla mensa del Signore. Facciamo nostro l’invito a sederci accanto a Lui insieme ai suoi discepoli. Impariamo a guardare con misericordia e a riconoscere in ognuno di loro un nostro commensale. Siamo tutti discepoli che hanno bisogno di sperimentare e vivere la parola consolatrice di Gesù. Abbiamo tutti bisogno di nutrirci della misericordia di Dio, perché è da questa fonte che scaturisce la nostra salvezza. Grazie!

  video della catechesi

Saluti:

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INVITO ALLA PREGHIERA PER LA VISITA A LESBO

Sabato prossimo mi recherò nell’isola di Lesbo, dove nei mesi scorsi sono transitati moltissimi profughi. Andrò, insieme con i miei fratelli il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e l’Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Hieronymos, per esprimere vicinanza e solidarietà sia ai profughi sia ai cittadini di Lesbo e a tutto il popolo greco tanto generoso nell’accoglienza. Chiedo per favore di accompagnarmi con la preghiera, invocando la luce e la forza dello Spirito Santo e la materna intercessione della Vergine Maria.

  video

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
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Un saluto particolare porgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. L’annuncio pasquale continui a farci vivere lo stupore dei discepoli di Emmaus: cari giovani, solo il Signore Gesù sa rispondere completamente alle aspirazioni di felicità e di bene nella vostra vita; cari ammalati, non c’è consolazione più bella alla vostra sofferenza della certezza della Risurrezione di Cristo; e voi, cari sposi novelli, vivete il vostro matrimonio in concreta adesione a Cristo e agli insegnamenti del Vangelo.

  testo integrale

  video integrale



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«Il cuore chiuso alla parola di Dio e la grande tenerezza di Gesù» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
11 aprile 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
Apriamo il nostro cuore alla verità di Dio

Per Gesù quello che conta è la vita delle persone e non uno schema di leggi e parole: l’uccisione di Stefano e Giovanna d’Arco, la morte di tanti altri innocenti nella storia e persino il suicidio di Giuda ricordano quanto male possa fare «un cuore chiuso alla parola di Dio» tanto da usarla proprio contro la verità. Lo ha detto il Papa durante la messa celebrata lunedì mattina, 11 aprile, nella cappella della Casa Santa Marta.

Nella prima lettura tratta dagli Atti degli apostoli (6, 8-15), ha spiegato Francesco, «la Chiesa ci fa ascoltare il brano del discorso di Stefano e del giudizio» contro di lui. «Alcuni dei dottori della legge, dottori della lettera, si alzarono a discutere con Stefano — ha ricordato il Papa — ma non riuscivano a resistere alla sapienza e allo spirito con cui parlava». Difatti «Stefano era stato unto dallo Spirito Santo e aveva proprio la sapienza dello Spirito Santo e parlava con quella forza, con quella sapienza, la stessa che aveva Gesù; ma lui era Dio, che parlava con autorità, l’autorità che viene da Dio, l’autorità che viene dallo Spirito Santo».
...


«Mi fa male — ha confidato Francesco — quando leggo quel passo piccolo del Vangelo di Matteo, quando Giuda pentito va dai sacerdoti e dice: “ho peccato”, e vuol dare... e dà le monete». Ma loro gli rispondono: «Che ci importa! Te la vedrai tu!». Hanno «un cuore chiuso davanti a questo povero uomo pentito che non sapeva cosa fare». Gli dicono: «Te la vedrai tu». E così Giuda «andò ad impiccarsi».

Ma «cosa fanno loro quando Giuda va ad impiccarsi? Parlano e dicono: “ma povero uomo...”». E quelle monete poi, aggiungono riferendosi ai trenta denari, «sono a prezzo di sangue, non possono entrare nel tempio». In buona sostanza sono «i dottori della lettera» e così seguono «la regola tale, tale, tale, tale...».

A loro, ha ribadito il Papa, «non importa la vita di una persona, non importa il pentimento di Giuda: il Vangelo dice che è tornato pentito». A loro «importa soltanto il loro schema di leggi e tante parole e tante cose che hanno costruito». Proprio «questa è la durezza del loro cuore, la stoltezza del cuore di questa gente che siccome non poteva resistere alla verità di Stefano va a cercare testimonianze e testimoni falsi per giudicarlo: la sorte di Stefano è segnata come quella dei profeti come quella di Gesù».

E questo modo di fare «si ripeterà» nel tempo, ha detto Francesco ricordando che «non è solo accaduto nei primi tempi della Chiesa». Del resto, ha fatto notare, «la storia ci narra di tanta gente che venne uccisa, giudicata, seppur era innocente: giudicata con la parola di Dio contro la parola di Dio». Il Papa ha fatto riferimento «alla caccia delle streghe o a santa Giovanna d’Arco» e anche «a tanti altri che vennero bruciati, condannati perché non si “aggiustarono”, secondo i giudici, alla parola di Dio».

È «il modello di Gesù — ha concluso il Pontefice — che, per essere fedele e avere obbedito alla parola del Padre, finisce sulla croce». Francesco ha rilanciato l’immagine della grande tenerezza di Gesù che ai discepoli di Emmaus dice: «Stolti e tardi di cuore». Al Signore, ha concluso, «chiediamo che, con la stessa tenerezza, guardi le piccole o grandi stoltezze del nostro cuore, ci carezzi» dicendoci «“stolto e tardo di cuore” e incominci a spiegarci le cose».
(Fonte: L'Osservatore Romano)

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«La persecuzione è il pane quotidiano della Chiesa» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
12 Aprile 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
la persecuzione è il pane quotidiano della Chiesa 

Sono due le persecuzioni contro i cristiani: c’è quella «esplicita» — e il ricordo del Papa è andato ai martiri uccisi a Pasqua in Pakistan — e c’è quella «educata, travestita di cultura, modernità e progresso» che finisce per togliere all’uomo la libertà, anche all’obiezione di coscienza. Ma proprio nelle sofferenze delle persecuzioni il cristiano sa di avere sempre accanto il Signore, ha ricordato Francesco durante la messa celebrata martedì mattina 12 aprile nella cappella della Casa Santa Marta.

Per la sua meditazione il Pontefice ha preso le mosse dalla prima lettura, tratta dagli Atti degli apostoli (7, 51-8, 1). «Abbiamo ascoltato — ha spiegato — il martirio di Stefano: la tradizione della Chiesa lo chiama il protomartire, il primo martire della comunità cristiana». Ma «prima di lui c’erano stati i piccoli martiri che, senza parlare ma con la vita, sono stati perseguitati da Erode». E «da quel tempo a oggi ci sono martiri nella Chiesa, ci sono stati e ci sono». Sono «uomini e donne perseguitati soltanto per confessare e per dire che Gesù Cristo è il Signore: ma questo è vietato!». Anzi, questa confessione «provoca — in alcuni tempi, in alcuni posti — la persecuzione».


«È quanto appare chiaramente — ha affermato il Papa — nel brano degli Atti degli apostoli che leggeremo domani: dopo il martirio di Stefano scoppiò una grande persecuzione in Gerusalemme». Allora «tutti i cristiani sono scappati via, sono solo rimasti gli apostoli». Ecco che, ha aggiunto, «la persecuzione — io direi — è il pane quotidiano della Chiesa: d'altronde lo ha detto Gesù».

«Noi quando facciamo un po’ di turismo per Roma, e andiamo al Colosseo, pensiamo che i martiri erano quelli uccisi con i leoni» ha proseguito il Pontefice. Però «i martiri non sono stati solo quelli lì». In realtà i martiri «sono uomini e donne di tutti i giorni: oggi, il giorno di Pasqua, appena tre settimane fa». Il pensiero di Francesco è andato a «quei cristiani che festeggiavano la Pasqua nel Pakistan: sono stati martirizzati proprio per festeggiare il Cristo risorto». E «così la storia della Chiesa va avanti con i suoi martiri». Perché «la Chiesa è la comunità dei credenti, la comunità dei confessori, di quelli che confessano che Gesù è Cristo: è la comunità dei martiri».

«La persecuzione — ha fatto notare il Papa — è una delle caratteristiche, dei tratti nella Chiesa, pervade tutta la sua storia». E «la persecuzione è crudele, come questa di Stefano, come quella dei nostri fratelli pachistani tre settimane fa». È crudele «come quella che faceva Saulo, che era presente alla morte di Stefano, del martire Stefano: andava, entrava nelle case, prendeva i cristiani e li portava via per essere giudicati».

C’è però, ha messo in guardia Francesco, anche «un’altra persecuzione della quale non si parla tanto». La prima forma di persecuzione «si deve al confessare il nome di Cristo» ed è dunque «una persecuzione esplicita, chiara». Ma l’altra persecuzione «si presenta travestita come cultura, travestita di cultura, travestita di modernità, travestita di progresso: è una persecuzione — io direi un po’ ironicamente — educata». Si riconosce «quando viene perseguitato l’uomo non per confessare il nome di Cristo, ma per voler avere e manifestare i valori di figlio di Dio». È perciò «una persecuzione contro Dio Creatore nella persona dei suoi figli».

E così «vediamo tutti i giorni che le potenze fanno leggi che obbligano ad andare su questa strada e una nazione che non segue queste leggi moderne, colte, o almeno che non vuole averle nella sua legislazione, viene accusata, viene perseguitata educatamente». È «la persecuzione che toglie all’uomo la libertà, anche della obiezione di coscienza! Dio ci ha fatti liberi, ma questa persecuzione ti toglie la libertà! E se tu non fai questo, tu sarai punito: perderai il lavoro e tante cose o sarai messo da parte».

«Questa è la persecuzione del mondo» ha insistito il Pontefice. E «questa persecuzione ha anche un capo». Nella persecuzione di Stefano «i capi erano i dottori delle lettere, i dottori della legge, i sommi sacerdoti». Invece «il capo della persecuzione educata, Gesù lo ha nominato: il principe di questo mondo». Lo si vede «quando le potenze vogliono imporre atteggiamenti, leggi contro la dignità del figlio di Dio, perseguitano questi e vanno contro il Dio creatore: è la grande apostasia». Così «la vita dei cristiani va avanti con queste due persecuzioni». Ma anche con la certezza che «il Signore ci ha promesso di non allontanarsi da noi: “State attenti, state attenti! Non cadere nello spirito del mondo. State attenti! Ma andate avanti, Io sarò con voi”».

In conclusione, Francesco ha chiesto al Signore, nella preghiera, «la grazia di capire che la strada del cristiano sempre va avanti nel mezzo di due persecuzioni: il cristiano è un martire, cioè un testimone, uno che deve dare testimonianza del Cristo che ci ha salvato». Si tratta di «dare testimonianza di Dio Padre, che ci ha creato, nel cammino della vita». Su questa strada il cristiano «tante volte deve soffrire: tante sofferenze questo porta». Ma «così è la nostra vita: sempre Gesù accanto a noi, con la consolazione dello Spirito Santo». E «quella è la nostra forza».
(fonte: L'Osservatore Romano)
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«La docilità allo Spirito è fonte di gioia» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
14 aprile 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Parla Signore, perché il tuo servo ascolta

«Parla Signore, perché io ascolto»: è con le parole semplici di Samuele che il Papa ha suggerito di rivolgersi a Dio «quando abbiamo un dubbio, quando non sappiamo o quando semplicemente vogliamo pregare». Parole che sono anche un antidoto per non cadere nella tentazione di fare resistenza allo Spirito. Nella messa celebrata giovedì mattina, 14 aprile, nella cappella di Casa Santa Marta, Francesco ha inviato a non aver paura quando lo Spirito Santo è al lavoro e sconvolge i nostri piani. Perché è la gioia, e non certo «la fedeltà alla lettera», a caratterizzare la vita dei cristiani docili all’azione dello Spirito.


«Il protagonista della parola della prima lettura che abbiamo sentito» ha fatto subito presente Francesco, riferendosi al passo degli Atti degli apostoli (8, 26-40), è appunto «lo Spirito Santo». E non Filippo o l’eunuco etiope, funzionario della regina. Del resto, ha aggiunto, «anche nelle letture che la Chiesa ci ha proposto in questi giorni si vede chiaramente che c’è lo Spirito, Colui che fa le cose. c’è lo Spirito che fa nascere e crescere la Chiesa e questo è un lavoro dello Spirito».

«Nei giorni passati — ha affermato il Papa — la Chiesa ci ha proposto il dramma della resistenza allo Spirito: i cuori chiusi, duri, stolti che resistono allo Spirito». E così c’erano persone che pur vedendo «le cose — la guarigione dello storpio fatta da Pietro e Giovanni nella Porta Bella del Tempio; le parole e le cose grandi che faceva Stefano — sono rimasti chiusi a questi segni dello Spirito e hanno fatto resistenza allo Spirito». Di più: persino «cercavano di giustificare questa resistenza con una cosiddetta fedeltà alla legge, cioè alla lettera della legge».

Francesco ha insistito sul fatto che, invece, «oggi, e anche domani, la Chiesa ci propone l’opposto: non la resistenza allo Spirito ma la docilità allo Spirito che è proprio l’atteggiamento del cristiano». Si tratta, dunque, di «essere docili allo Spirito e questa docilità fa sì che lo Spirito possa agire e andare avanti per costruire la Chiesa».

...

Ecco la storia di «due uomini: un evangelizzatore e uno che non sapeva niente di Gesù, ma lo Spirito aveva seminato la curiosità sana e non quella curiosità delle chiacchiere». E «lo Spirito dà a lui il dono della fede». Francesco ha quindi spiegato che, magari, «dopo la cerimonia di questo Battesimo, noi pensiamo che forse tutti e due continuarono a parlare, a dire: no, quando risalirono dall’acqua — dice la Scrittura — lo Spirito del Signore rapì Filippo: subito! E l’eunuco non lo vide più». Gli Atti ci dicono che «Filippo, docile, si trovò ad Azoto per evangelizzare». Certo, questo «non era nei suoi piani, ma è stato docile allo Spirito». E invece «cosa è accaduto all’eunuco? Non lo vede più! Ha pianto? No! Si è lamentato? No!». Anzi, la Scrittura ci dice che «pieno di gioia proseguiva la sua strada: la gioia dello Spirito, della docilità allo Spirito».

Nei giorni scorsi, ha ricordato Francesco, «abbiamo sentito cosa fa la resistenza allo Spirito» mentre «oggi abbiamo un esempio di due uomini che sono stati docili alla voce dello Spirito». E il segno che li contraddistingue «è la gioia» perché «la docilità allo Spirito è fonte di gioia». Ecco perché è importante dire a se stessi «io vorrei fare qualcosa, questo, ma sento che il Signore mi chiede altro: la gioia la troverò là, dove c’è la chiamata dello Spirito!».

Il Papa ha proposto anche «una bella preghiera per chiedere questa docilità» , la troviamo, ha spiegato, «nel primo libro di Samuele: il giovane Samuele dormiva e sentì la chiamata e pensò che fosse il sacerdote Eli», così «si alzò subito e andò da lui: “Eccomi!”». Però Eli gli disse che non lo aveva chiamato. Samuele, ha ricordato Francesco, «tornò a letto» però sentì nuovamente la chiamata per la seconda e poi per la terza volta». Eli, ha affermato il Papa, «non era un buon sacerdote, ma capiva le cose di Dio: comprese che era il Signore che chiamava!». Perciò disse a Samuele: «Torna a dormire e se ti chiama un’altra volta, tu risponderai “Parla Signore, perché il tuo servo ascolta”». Proprio «questa — ha detto il Pontefice — è una bella preghiera che possiamo fare noi, sempre: “Parla Signore, perché io ascolto”». È la preghiera, ha concluso, «per chiedere quella docilità allo Spirito Santo e con questa docilità portare avanti la Chiesa, essere gli strumenti dello Spirito perché la Chiesa possa andare avanti». Sì, «Parla Signore, perché il tuo servo ascolta» ha ripetuto Francesco, invitando nuovamente a pregare «così, tante volte al giorno: quando abbiamo un dubbio, quando non sappiamo o quando semplicemente vogliamo pregare». E «con questa preghiera chiediamo la grazia della docilità allo Spirito Santo».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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