"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°13 del 2015

Aggiornamento della settimana

- dal 28 marzo al 3 aprile 2015 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 10 aprile 2015

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


LECTIO DIVINA

 a cura di Fr. Egidio Palumbo




OMELIA 

  
   di P. Gregorio Battaglia

   di P. Aurelio Antista (29/3/2015)

  di P. Aurelio Antista (02/04/2015)

 di P. Alberto Neglia


 PREGHIERA DEI FEDELI

 
N. B. La Lectio è temporaneamente sospesa



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 







Voi che credete, voi che sperate, correte su tutte le strade, le piazze a svelare il grande segreto...
Andate a dire ai quattro venti che la notte passa, che tutto ha un senso, che le guerre finiscono, che la storia ha uno sbocco, che l'amore alla fine vincerà l'oblio e la vita sconfiggerà la morte.
Voi che l'avete intuito per grazia continuate il cammino, spargete la vostra gioia, continuate a dire che la speranza non ha confini.

David Maria Turoldo
BUONA PASQUA!!!





I NOSTRI TEMPI

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Da vedere!!! "Se sei felice tu lo sai batti le mani..."


Proprio mentre il medico stava controllando con l’ecografia la crescita di un bimbo alla 14esima settimana di gestazione, il piccolo si è messo a battere le mani e il papà ha ripreso tutta la scena con la sua videocamera. 

Poi, per fare un video-annuncio per tutta la famiglia e festeggiare l’arrivo del nuovo bimbo, i genitori hanno deciso di fare un montaggio con la voce di mamma e papà che divertiti ed emozionati cantano la canzoncina per bambini (conosciuta anche qui in Italia) "Se sei felice tu lo sai batti le mani...". 
Così ne è venuta una sequenza straordinaria in cui sembra quasi che il bimbo si muova seguendo il ritmo della canzone. 
Il video è stato caricato dalla futura mamma Jen Cardinal sul suo canale Youtube.

  video


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La morte spiegata da una bambina con cancro terminale


La morte spiegata da una bambina 
con cancro terminale

Come oncologo con 29 anni di esperienza professionale, posso affermare di essere cresciuto e cambiato a causa dei drammi vissuti dai miei pazienti. Non conosciamo la nostra reale dimensione fino a quando, in mezzo alle avversità, non scopriamo di essere capaci di andare molto più in là.

Ricordo con emozione l'Ospedale Oncologico di Pernambuco, dove ho mosso i primi passi come professionista. Ho iniziato a frequentare l'infermeria infantile e mi sono innamorato dell'oncopediatria.

Ho assistito al dramma dei miei pazienti, piccole vittime innocenti del cancro. Con la nascita della mia prima figlia, ho cominciato a sentirmi a disagio vedendo la sofferenza dei bambini. Fino al giorno in cui un angelo è passato accanto a me!

Vedo quell'angelo nelle sembianze di una bambina di 11 anni, spossata da due lunghi anni di trattamenti diversi, manipolazioni, iniezioni e tutti i problemi che comportano i programmi chimici e la radioterapia. Ma non ho mai visto cedere quel piccolo angelo. L'ho vista piangere molte volte; ho visto anche la paura nei suoi occhi, ma è umano!

Un giorno sono arrivato in ospedale presto e ho trovato il mio angioletto solo nella stanza. Ho chiesto dove fosse la sua mamma. Ancora oggi non riesco a raccontare la risposta che mi diede senza emozionarmi profondamente.

“A volte la mia mamma esce dalla stanza per piangere di nascosto in corridoio. Quando sarò morta, penso che la mia mamma avrà nostalgia, ma io non ho paura di morire. Non sono nata per questa vita!”

“Cosa rappresenta la morte per te, tesoro?”, le chiesi.

“Quando siamo piccoli, a volte andiamo a dormire nel letto dei nostri genitori e il giorno dopo ci svegliamo nel nostro letto, vero? (Mi sono ricordato delle mie figlie, che all'epoca avevano 6 e 2 anni, e con loro succedeva proprio questo)”.

“È così. Un giorno dormirò e mio Padre verrà a prendermi. Mi risveglierò in casa Sua, nella mia vera vita!”

Rimasi sbalordito, non sapendo cosa dire. Ero scioccato dalla maturità con cui la sofferenza aveva accelerato la spiritualità di quella bambina.

“E la mia mamma avrà nostalgia”, aggiunse.

Emozionato, trattenendo a stento le lacrime, chiesi: “E cos'è la nostalgia per te, tesoro?”
...



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OPG addio!


Nessuna proroga ha fatto slittare l'arrivo dell''ora X' per la chiusura degli ultimi ospedali psichiatrici giudiziari e martedì 31 marzo, dopo tre slittamenti in due anni, si compirà un altro passo fondamentale della riforma che ha portato alla chiusura dei manicomi, con la minaccia dei commissariamenti per le regioni che non organizzeranno l'assistenza alternativa. Ad oggi sono ancora in funzione, in Italia, 6 ospedali psichiatrici giudiziari. I detenuti sono 700, di questi 450 entreranno nelle nuove Rems, leResidenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, per gli altri si va verso le dimissioni o lo spostamento in strutture che dovranno ancora essere definite con percorsi di recupero personalizzati. ''Il problema più urgente da risolvere ora riguarda in particolare le persone che non hanno più famiglia e gli internati stranieri (circa 130 persone)'', ha ricordato il deputato Pd Edoardo Patriarca...

  Scatta ora X per chiusura Opg,parte riforma con ritardi

Chiudono gli Ospedali psichiatrici giudiziari, gli Opg. Dal primo aprile i ricoverati dovranno essere ospitati presso le strutture residenziali socio-sanitarie denominate “Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza” (Rems), che prevedono un’assistenza solo sanitaria. Il decreto è quello legge n. 211 del 22 dicembre 2011. 
Il giorno prima, la nota del ministero della Giustizia ricordava: «Sotto il monitoraggio dell’Organismo di coordinamento istituito presso il Ministero della Salute quasi tutte le regioni hanno individuato e allestito le strutture che saranno disponibili entro il termine previsto: sono strutture definitive o in alcuni casi provvisorie - si legge -, predisposte per garantire il rispetto della scadenza fissata dalla legge. Alcune regioni completeranno tale percorso nelle prossime settimane»...

  Chiudono gli Opg: percorsi diversi Alcuni ricoverati verso le «residenze»

Dopo anni di polemiche e scandali, dal primo aprile gli ospedali psichiatrici giudiziari cominceranno a chiudere definitivamente le porte: è l'ultimo pezzo della riforma Basaglia.

La maggioranza dei 741 detenuti ancora rinchiusi in queste strutture non saranno rimessi in libertà, bensì sconteranno la pena in luoghi che molti sperano saranno più civili e dignitosi. Secondo il decreto del dicembre 2011, si chiameranno Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza (Rems), si tratterà di strutture residenziali detentive, con personale medico e assistenti sociali, dipendenti dal ministero della Giustizia, in particolare dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, e dalle Asl.

Il passaggio dagli ospedali psichiatrici giudiziari non sarà immediato. "Ci vorranno anni", interviene Riccardo Arena, autore della rubrica RadioCarcere per Radio Radicale: "La legge prevede un graduale superamento degli opg, in attesa della loro graduale chiusura. Un superamento che però potrebbe durare anni, visto che non sappiamo quanto impiegheranno a chiudere gli opg e ad aprire le Rems".

Ma il cambiamento epocale non piace a Matteo Salvini che paventa il rilascio in libertà di "200 pazzi"...

"Salvini probabilmente ignora il fatto che dal 2011 circa 700 internati sono stati liberati dagli ospedali psichiatrici giudiziari, ma nessuno di questi ha compiuto una strage", commenta nel merito Stefano Cecconi, coordinatore di StopOpg. "Questa apprensione per la chiusura delle strutture di internamento ricorda la campagna di terrore quando furono sigillati i manicomi. Allora come oggi la paura è ingiustificata"...

  Opg, Andrea Orlando: "Nessun rischio per la collettività". Stefano Cecconi a Matteo Salvini: "Allarme inutile" (VIDEO)

Guarda i nostri precedenti post:
  • L’umanizzazione del malato mentale, paradigma del “prendersi cura” dell’altro (sac. Pippo Insana – p. Gregorio Battaglia ocarm) -VIDEO INTEGRALE
  • Opg: chiusura 31 marzo 2015? ... e poi?


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Quasi tutte le Regioni sono pronte» ad accogliere nelle strutture alternative i circa 700 internati negli ex manicomi criminali, assicura in una nota il Ministero della Giustizia. Ma oggi, come abbiamo potuto accertare contattandoli uno ad uno, nessuno dei sei Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari della vergogna, chiuderà i battenti come previsto per legge...

   Opg ancora aperti. I direttori al ministro: impossibile chiudere


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FEDE E
SPIRITUALITÀ



“PERSEVERANTI NELLA COMUNIONE”
HOREB n. 69 - 3/2014



PERSEVERANTI NELLA COMUNIONE 

HOREB n. 69 - 3/2014

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI 

«Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi» (Gv 17,11). Nel mistero della sua Pasqua Gesù ci rende tutti figli di Dio e fratelli tra di noi e quindi nella preghiera al Padre, poco prima di affrontare la sua passione, esprime il desiderio che gli uomini accolgano il dono del suo Spirito e vivano da fratelli e raccontino nella storia il rapporto d’amore presente nella Trinità santa.
Accogliere, pur nella fragilità della nostra esistenza, questo desiderio di Gesù significa guardare all’altro non come a un limite o come a un nemico, ma come a un fratello, come a colui che dà senso alla propria vita e quindi creare rapporti di comunione che si esprimano nella solidarietà e nella responsabilità verso l’altro. 

Oggi, si parla tanto di solidarietà e di comunione, ma, poi, spesso prevale una cultura dell’individualismo che porta a salvaguardare i propri interessi sia a livello personale che collettivo, per cui rimangono grosse spaccature nella nostra società, sia a livello internazionale che di vicinato. 

In fondo non è la proposta della solidarietà e della comunione a guidare le scelte personali e di un popolo, ma è la paura; e in questo orizzonte, spesso prevale la legge del più forte, di chi meglio sa imporre la propria opinione ricorrendo a ogni possibile manipolazione o demagogia. 

Di conseguenza l’umanità si ritrova divisa e con barriere enormi tra Nord e Sud, ricchi e poveri, normali e anormali, giovani e vecchi, efficienti e non efficienti. A molti è negato il diritto a una vita dignitosa: al lavoro, alla possibilità di formarsi una famiglia, all’abitazione, all’educazione, alla salute. 

Di fronte a questa disumana situazione è urgente dare ascolto alla preghiera di Gesù e accogliere la sua passione per la vita. Animato da Cristo, il credente potrà “perseverare nella comunione” e farsi solidale con gli emarginati, di qualsiasi razza, cultura e religione, facendosi loro compagno di viaggio. In Cristo, il credente imparerà a condividere la sorte dei calpestati, dei crocifissi di oggi e, spartendo la sua vita con loro, si farà attivamente critico verso le strutture, le leggi inventate da alcuni per defraudare altri uomini degli spazi di libertà, e per ridare speranza all’uomo a cui la vita è negata. 

Dentro questo orizzonte si colloca la presente monografia.

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  Editoriale (PDF)

  Sommario  (PDF)

E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)



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CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO La forza umanizzante del Vangelo - ITINERARIO DI FORMAZIONE PER LA VITA CRISTIANA Anno 2015




CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO
La forza umanizzante del Vangelo

ITINERARIO DI FORMAZIONE 
PER LA VITA CRISTIANA 
Anno 2015

Vicariato di Barcellona PG (ME)

Finalità: aiutare la formazione e favorire la comunione tra presbiteri, religiosi/se e cristiani laici.. 

Destinatari: tutti i cristiani e gli operatori pastorali.

  Locandina incontri (PDF)



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   Vedendo la bellissima collana...
Leggi tutto: Lectio del Vangelo della domenica a cura di fr. Egidio Palumbo
  Portare la palma... Portare l'ulivo...
  Questa è la via di Dio...
  Vi auguro una Santa Settimana...
  Maria di Betania scandalizza...
  La storia della passione è...
  ... Abbiamo sentito anche un altro nome...
  Il Triduo Pasquale della Passione...
  Gesù ha annunciato cosa sta veramente a cuore...
  Se dovessi scegliere una reliquia...
  Chi sa che non sia il caso...
  Il digiuno non germoglia...
  La stanchezza dei sacerdoti...


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A 500 anni dalla nascita ricordiamo Santa Teresa D'Avila
Teresa di Gesù, o d'Ávila, al secolo Teresa Sánchez de Cepeda Dávila y Ahumada (Ávila, 28 marzo 1515 – Alba de Tormes, 15 ottobre 1582), carmelitana.
Proclamata beata nel 1610 e poi santa da papa Gregorio XV nel 1622, fu annoverata tra i dottori della Chiesa nel 1970 da Paolo VI

  La cosa più importante è...

  Certo bisogna imparare a pregare...


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Santa Teresa D'Avila attuale dopo 500 anni



Al compimento dei cinquecento anni dalla nascita di santa Teresa di Gesù, desidero unirmi, insieme con tutta la Chiesa, al rendimento di grazie della grande famiglia Carmelitana scalza – religiose, religiosi e secolari – per il carisma di questa donna eccezionale.

Considero una grazia provvidenziale che questo anniversario coincida con l’Anno dedicato alla Vita Consacrata, nella quale la Santa di Ávila risplende come guida sicura e modello attraente di donazione totale a Dio. Si tratta di un motivo in più per guardare al passato con gratitudine, e per riscoprire “la scintilla ispiratrice” che ha dato impulso ai fondatori e alle prime comunità (cfr Lettera ai consacrati, 21 novembre 2014).

Quanto bene continuano a fare a tutti noi la testimonianza della sua consacrazione, nata direttamente dall’incontro con Cristo, la sua esperienza di preghiera, come dialogo continuo con Dio, e la sua vita comunitaria, radicata nella maternità della Chiesa!

Santa Teresa è soprattutto maestra di preghiera. Nella sua esperienza è stata centrale la scoperta dell’umanità di Cristo. Mossa dal desiderio di condividere questa esperienza personale con gli altri, la descrive in maniera vivace e semplice, alla portata di tutti, perché essa consiste semplicemente in «un rapporto d’amicizia … con chi sappiamo che ci ama» (Vita, 8, 5). Molte volte la stessa narrazione si trasforma in preghiera, come se volesse introdurre il lettore nel suo dialogo interiore con Cristo. Quella di Teresa non è stata una preghiera riservata unicamente ad uno spazio o ad un momento della giornata; sorgeva spontanea nelle occasioni più diverse: «Sarebbe cosa ardua se si potesse fare orazione solo in luoghi appartati» (Fondazioni, 5, 16). Era convinta del valore della preghiera continua, benché non sempre perfetta. La Santa ci chiede di essere perseveranti, fedeli, anche in mezzo all’aridità, alle difficoltà personali o alle necessità pressanti che ci chiamano.

Per rinnovare oggi la vita consacrata, Teresa ci ha lasciato un grande tesoro, pieno di proposte concrete, vie e metodi per pregare, che, lungi dal chiuderci in noi stessi o dal condurci solo ad un equilibrio interiore, ci fanno ripartire sempre da Gesù e costituiscono un’autentica scuola per crescere nell’amore verso Dio e verso il prossimo.

A partire dal suo incontro con Gesù, santa Teresa ha vissuto “un’altra vita”; si è trasformata in una comunicatrice instancabile del Vangelo (cfr Vita, 23, 1). Desiderosa di servire la Chiesa, e di fronte ai gravi problemi del suo tempo, non si limitò ad essere una spettatrice della realtà che la circondava. Nella sua condizione di donna e con le sue difficoltà di salute, decise – dice lei – «di fare quel poco che dipendeva da me … cioè di seguire i consigli evangelici con tutta la perfezione possibile e procurare che queste poche suore che stanno qui facessero lo stesso» (Cammino, 1, 2). Così cominciò la riforma teresiana, nella quale chiedeva alle sue sorelle che non perdessero tempo trattando con Dio «interessi di poca importanza» mentre «il mondo è in fiamme» (ibid., 1, 5). Questa dimensione missionaria ed ecclesiale ha da sempre contraddistinto le Carmelitane e i Carmelitani scalzi.

Come fece allora, anche oggi la Santa ci apre nuovi orizzonti, ci convoca per una grande impresa, per guardare il mondo con gli occhi di Cristo, per cercare ciò che Lui cerca e amare ciò che Lui ama.

Santa Teresa sapeva che né la preghiera né la missione si possono sostenere senza un’autentica vita comunitaria. Perciò, il fondamento che pose nei suoi monasteri fu la fraternità...

  LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL PREPOSITO GENERALE DELL'ORDINE DEI CARMELITANI SCALZI PER I 500 ANNI DELLA NASCITA DI SANTA TERESA DI GESÙ

... Donna aperta a tutte le problematiche del suo tempo, esperta consigliera, attenta ascoltatrice, spontanea, amabile, arguta e profonda, ancora oggi, nel suo 500esimo compleanno, ha il dono di piacere. Sono molti quelli che possono chiamarla “Madre” perché la riconoscono come generatrice di vita nello Spirito, Maestra e Dottore nella Chiesa di Dio, generosa donatrice dei doni ricevuti. Quando le fu detto che era vicino il passaggio alla vita eterna esclamò: «Finalmente è giunta l’ora di vederci… Infine, sono figlia della Chiesa!», quasi a prendere la Chiesa quale garante della sua vita.

  500 anni fa nasceva santa Teresa d'Avila

... Frequentando la potente scrittura mistica della santa, ho preferito invece pormi una domanda fondamentale: a parte il culto dei santi, valido (dovrebbe) per un cattolico, cosa ha da dire oggi una donna che decise di raggruppare poche consacrate in luoghi silenziosi di clausura, perché fossero dedite alla preghiera e alla penitenza? Oltre allo stupore per la vigoria delle figure di santi del tempo (Sant’Ignazio, San Giovanni della Croce, San Pietro d’Alcantara!), le parole di Teresa d’Avila comunicano qualcosa oggi o sono irrimediabilmente segnate dal tempo (e in quel tempo confinate)? C’è un libro importante nella produzione della santa spagnola: Il castello interiore. In questo libro, c’è un lascito prezioso, non dirò anche per noi, ma soprattutto per noi, confusi e ammollati uomini d’Occidente del XXI secolo...

  Santa Teresa, 500 anni e non sentirli

Cinquecento anni fa, il 28 marzo, nasceva Santa Teresa d’Ávila. Riformatrice della regola carmelitana, mistica e dottore della Chiesa, fu una donna capace di abbandonarsi totalmente a Dio: i suoi sconvolgimenti interiori e la sua conversione coincisero con un momento storico di grandi mutamenti anche per la Chiesa. Come un viaggio alla ricerca del Mistero che si nasconde nell’animo umano, lo spettacoloTeresa d’Ávila, un castello nel cuore, in scena dal 30 marzo al 12 aprile al teatro dell’Ex-Sant’Uffizio di Roma (in piazza della Cancelleria), si propone di ripercorrere la vicenda umana e spirituale della santa spagnola senza trascurare «le pietre che la bloccarono», i frangenti di crisi, gli sforzi compiuti dalla monaca (che entrò in convento a soli 19 anni) per non indulgere alla vanità. 
Sul palco, l’attrice Pamela Villoresi: 43 anni di carriera, 130 testi portati in scena a teatro e un sostanzioso “pacchetto” di film (tra cui La grande bellezza di Paolo Sorrentino) e fiction televisive (come le serie Ligabue di Salvatore Nocita e Il commissario De Vincenzi di Mario Ferrero). «Sognavo da più di vent’anni di realizzare questo spettacolo – spiega l’artista –, da quando cioè, durante una tournée con il Piccolo Teatro di Milano a Madrid, decisi di fare una gita nella vicina Castiglia e, giunta ad Ávila, rimasi colpita da una statua bianca e imponente, una figura femminile in estasi che mi comunicava saggezza, dolcezza e, soprattutto, energia: era Santa Teresa. 
Decisi così di studiarla e restai affascinata dai suoi percorsi spirituali, dai suoi scritti teologici poderosi e profondi, dalla sua coraggiosa esistenza. Fu, per me, come scoprire “il cuore pulsante del mondo”». Ma non è stato facile definire un adattamento teatrale che potesse raccontare sia la grandezza filosofica che la vita contemplativa di questa «femmina inquieta e vagabonda» come la definì il cardinale Filippo Sega, nunzio apostolico in Spagna ai tempi in cui viveva la santa...

  Villoresi, la mia Teresa d’Ávila

Il 28 marzo ricorrono i 500 anni dalla nascita di Santa Teresa d’Avila. Torniamo su questa donna speciale, proclamata “Dottore della Chiesa” grazie a P. Antonio Sicari, carmelitano, e a Suor Eliana, delle carmelitane di Santa Teresa di Firenze

  video



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Nessuna attesa per Hélder Câmara. La Santa Sede ha già ratificato il via libera all’introduzione della causa di canonizzazione del brasiliano “vescovo delle favelas”. La concessione del Nihil obstat è stata già firmata il 25 febbraio scorso...
È stato per tutta la vita il fratello dei poveri, espressione della tenerezza di Dio, profeta di una Chiesa povera per i poveri...
Leggi tutto: Dom Câmara, al via la causa di canonizzazione

  Quando do da mangiare a un povero...



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Giovanni Paolo II 10 anni fa tornava «alla casa del Padre»




Era il 2 aprile di dieci anni fa. Migliaia di fedeli si radunarono spontaneamente sotto la sua finestra in piazza san Pietro a pregare. I giovani lo chiamano ancora: «Giovanni Paolo, Giovanni Paolo», guardano verso la finestra del secondo piano del Palazzo apostolico. Ma Karol Wojtyla, dopo anni di malattia e una vera e propria agonia che negli ultimi giorni gli aveva tolto la parola e il respiro, dice, come raccontato in seguito da chi era accanto a lui in quel momento: «Lasciatemi tornare alla casa del Padre».
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  DIECI ANNI FA MORIVA GIOVANNI PAOLO II, CANONIZZATO A TEMPO DI RECORD

Quel minuto – le 21.37 del 2 aprile 2005 – è ormai entrato nella storia. Quella con la "S" maiuscola, che registra in quel momento la morte di Giovanni Paolo II, così come le storie di tante persone che attendevano in preghiera. Il cardinale Stanislaw Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i laici e uno dei più stretti collaboratori del Papa ora santo, è stato testimone diretto dell’ora suprema. «In quel momento – racconta adAvvenire – mi trovavo lì, nell’appartamento del Santo Padre, accanto a lui. Poco prima, verso le otto di sera, dopo i primi vespri della domenica, avevamo concelebrato l’Eucaristia nella sua camera da letto: l’ultima Eucaristia di san Giovanni Paolo II su questa terra. Non potrò mai dimenticare quei momenti, che rimangono scolpiti nel mio cuore, e il silenzio orante che seguì».

A poche decine di metri in linea d’aria, negli stessi attimi, Fabio Zavattaro, vaticanista del Tg1 (e prima di Avvenire e del Gr2, testate per le quali aveva seguito il pontificato di Karol Wojtyla fin dal 1983), nella sua postazione sulla piazza riceve un sms sul telefonino. È la notizia. «Non era certo una sorpresa – ricorda dieci anni dopo –. La aspettavamo da un momento all’altro. Eppure rimasi sgomento, in silenzio. Davvero non sapevo come andare avanti nella diretta».
Il cardinale e il giornalista. Due ruoli e due punti di osservazione diversi, ma la stessa reazione. 

È il segno di quanto Giovanni Paolo II fosse riuscito ad entrare nel cuore di tutti. «Quella sera in piazza San Pietro – sottolinea Rylko – c’erano anche non cattolici e non credenti, per i quali il Papa era divenuto comunque un punto di riferimento». E Zavattaro aggiunge: «È stato veramente unPontefice, un "costruttore di ponti". Ha unito l’Europa dall’Atlantico agli Urali, ha cambiato il mondo, ha fatto sì che gli uomini aprissero le porte a Cristo».

Uniti nel ricordo, il porporato e il vaticanista, lo sono anche nella valutazione dell’eredità del Papa.
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  Giovanni Paolo II, Papa nel cuore della storia

  video

Guarda anche i nostri post precedenti (all'interno segnalati altri post):
  • Giovanni Paolo II nell'anniversario della sua morte le parole di Papa Francesco e il ricordo di mons. Stanisław Dziwisz e di mons. Leonardo Sandri
  • Canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II - cronaca di una giornata storica (testi, foto e video) / 4
  • SAN GIOVANNI PAOLO II




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Quel popolo sotto la finestra di Wojtyla



10 anni fa moriva Papa Giovanni Paolo II

Quel popolo sotto la finestra di Wojtyla
di Marina Corradi

Già al tramonto, la sera di quel 2 aprile, piazza San Pietro si andava colmando. La gente di Roma accorreva, sempre più numerosa, come un torrente che si ingrossa dopo la pioggia. Arrivavano e si fermavano, in attesa, zitti. Si indicavano l’un l’altro una finestra con le persiane aperte, e le tende tirate. Quella, lassù: là dietro, Giovanni Paolo II stava morendo. Ma pareva quasi che la folla in piazza non volesse crederci davvero. Dall’intensità con cui molte donne recitavano il Rosario, si sarebbe detto che domandassero, ostinatamente, una grazia: che il Papa vivesse. Il cielo andava scurendosi, sopra a San Pietro stridevano i gabbiani.
Un gruppo di ragazzi, proprio sotto alla finestra del Papa, gridava, scandendo le sillabe: "Gio-van-ni Pao-lo! Gio-van-ni Pao-lo!". E sembravano bambini che chiamano dal cortile un coetaneo, convalescente da una malattia da poco, perchè scenda, e torni con loro. Chissà se Karol Wojtyla, mi chiesi, li poteva sentire ancora. Ne avrebbe, credo, sorriso.
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Dieci anni dopo, a confronto con un Francesco per nulla "pontefice massimo" e caratterizzato piuttosto dalla semplicità di un discepolo di Cristo, Wojtyla sembra venire da un'epoca storica remota. Quasi medievale nella sua pregnanza. Eppure nella storia della Chiesa ci sono flussi di impulsi, che si trasmettono da un pontificato all'altro.

  Marco Politi:   Dieci anni senza Wojtyla: cosa resta dell’ultimo papa imperiale (pdf)


La sua vita, il suo ministero, il suo insegnamento restano per sempre narrati da quelle pagine di Vangelo che il vento a lungo sfogliò nella celebrazione del suo estremo addio. Quelle pagine che poi, da ultimo, il vento serrò. Perché la sua parola e il suo amore restassero per sempre sigillati nel cuore di chi lo ha conosciuto e amato

  Vincenzo Rini:   Di fuoco, vento e luce Era Giovanni Paolo II


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La Domenica delle Palme a Gerusalemme (video)


La Domenica delle Palme a Gerusalemme

  video


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«Davvero era figlio di Dio» - La Croce capovolge la storia - P. Ermes Ronchi




«Davvero era figlio di Dio» - La Croce capovolge la storia

Domenica delle Palme Anno B
(Letture: Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11; Marco 14,1-15,47)

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo». (....).

In questa settimana santa, il ritmo dell'anno liturgico rallenta: sono i giorni del nostro destino e sembrano venirci incontro piano, ad uno ad uno, ognuno generoso di segni, di simboli, di luce. La cosa più bella che possiamo fare è sostare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli. E deporre sull'altare di questa liturgia qualcosa di nostro: condivisione, conforto, consolazione, una lacrima. E l'infinita passione per l'esistente.
«Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo». Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no.
Solo un Dio non scende dal legno, solo il nostro Dio. Perché il Dio di Gesù è differente: è il Dio che entra nella tragedia umana, entra nella morte perché là è risucchiato ogni suo figlio. 
Sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all'uomo che è in croce. Perché l'amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è di essere con l'amato, unito, stretto, incollato a lui, per poi trascinarlo fuori con sé nel mattino di Pasqua. 
Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. Solo la croce toglie ogni dubbio. La croce è l'abisso dove Dio diviene l'amante. Dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa.
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Don Tonino Bello: Canterà finalmente un gallo pure per noi?


Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte». (Gv 13, 36-38)
...

Proponiamo una riflessione di Don Tonino Bello sulle lacrime di Pietro durante un ipotetico dialogo con Maria  (Fonte: Sentinelle del mattino, Luce & Vita insieme - la meridiana, Molfetta 1990)

«Anche Pietro, in fondo, era innamorato di trasparenza. Non tanto perché voleva vederci chiaro, quanto perché voleva vedersi dentro, per poter restituire la sua povera vita a limpidezze degne del suo Signore. Per questo, non bastava l’acqua esterna delle abluzioni e, nella notte dei tradimenti, ritirò i piedi dal catino. Voleva dire al Signore, chino davanti a lui, che la vera opacità non era quella delle sue prosaiche unghie, e che le croste più maleodoranti di sporcizia non aderivano ai suoi alluci. Era il fondo della sua anima che sentiva il bisogno di liberare dalla morchia. (…) 
Io non so, Maria, se in quella notte allucinante, le sue lacrime Pietro le venne a versare sul tuo grembo. E tu gliele asciugasti, così come facciamo noi con i cristalli di Boemia dopo averli lavati. Una cosa è certa: che da quel momento Pietro è rimasto per tutti noi l’icona delle nostre più struggenti nostalgie di trasparenza. Perché anche noi proviamo la nausea della falsità: della nostra, prima che di quella altrui. Solo che non troviamo ancora singhiozzi liberatori. Ci sentiamo pure noi consanguinei della menzogna, parenti stretti dell’impostura, figli dei doppi sensi. Ma le acque lustrali del pianto fanno fatica a inumidire le nostre ciglia. (…) 
Canterà finalmente un gallo pure per noi?
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LA SETTIMANA SANTA Nell'abisso del male c'è qualcosa che brilla


Nell'abisso del male
c'è qualcosa che brilla

Il sepolcro del male alla fine, non per forza umana ma divina, sarà svuotato. Liberato dal corpo martoriato dall'umanità, non piegato neppure dal peccato più grave degli uomini, Iddio mostra ovunque che il bene è possibile. Dio non è morto. Osa rivivere nell'umile e diffuso bene di tanti uomini. Non fa spettacolo. Ma è una foresta
Bruno Cescon

La croce o il sepolcro vuoto? L’ultima cena con il “fate questo in memoria di me”, con il dono di sé a ciascuno di noi nel pane di vita. Nello stesso tempo, lo sguardo, le parole di Cristo che si rivolge e, forse, incrocia lo sguardo perso di Giuda. Perché incredibile e inimmaginabile per qualsiasi re della terra, e ancor più per un tale Re, che è nientemeno che figlio di Dio, è il sottomettersi al tradimento di uno qualunque. Perché in quel Giuda si ritrovano non pochi Giuda tra noi uomini, per i quali Cristo spende anche oggi il suo sacrificio. 
Nel Vangelo, nello scorrere degli eventi della Settimana Santa niente è frutto delle circostanze o del caso. Il tragico e il drammatico stanno di fronte all’amore, fatto Persona. Come nella vita di ogni giorno grandi tragedie di morte, di dolore, di eccidi si contrappongono, anzi sono coperte da grandi opere di amore negli ospedali, nelle famiglie, nel sacrificio delle vite di troppi cristiani nel mondo, che continuano a seminare e testimoniare tolleranza pacifica nei confronti di persecutori organizzati, coperti dai governi. Nel silenzio e nell’indifferenza pilatesca delle democrazie occidentali, che rivendicano la missione di portare nuova civiltà e democrazia là dove fanno affari non vedendo i cristiani. E, talvolta, sacrificandoli in nome di interessi inconfessabili.
Che cosa ci colpisce di più di questi giorni tragici e salvifici di Gerusalemme la Santa e la martoriata? Forse il fragile e, persino, comico sonno degli apostoli tra gli ulivi o il facile tradimento del primo degli apostoli? O forse, positivamente, ci affascina la premura di quel manipolo di donne, che di fronte a tutti, all’ignavia di un popolo pronto a voltare le spalle a colui che inneggia, seguono il condannato fino al patibolo e se ne prendono cura. 
Campeggia in essa, Settimana di dolore e di peccato, il contrasto delle immagini e la tragica contraddizione degli eventi che vanno inesorabilmente verso il baratro della tortura della crocifissione, emblema delle barbarie d’ogni tempo, del peccato di ogni essere umano fino a quello delle strutture di peccato e di morte che sono le violenze della fame come delle uccisioni di bande armate che strumentalizzano, persino, il nome di Dio.
La Settimana è Santa ma prima brilla contemporaneamente dell’oscurità di un cumulo di male.

...


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Venerdì Santo - Le meditazioni della Via Crucis al Colosseo - LA CROCE, VERTICE LUMINOSO DELL’AMORE DI DIO CHE CI CUSTODISCE Chiamati ad essere anche noi custodi per amore


VENERDÌ SANTO
PASSIONE DEL SIGNORE

VIA CRUCIS PRESIEDUTA DAL SANTO PADRE FRANCESCO

COLOSSEO
ROMA, 3 APRILE 2015


LA CROCE, VERTICE LUMINOSO DELL’AMORE DI DIO CHE CI CUSTODISCE
Chiamati ad essere anche noi custodi per amore

MEDITAZIONI di S. E. Mons. Renato Corti
Vescovo emerito di Novara

INTRODUZIONE

Era il 19 marzo 2013. Papa Francesco era stato eletto da pochi giorni. Tenne l’omelia su san Giuseppe, il “custode” di Maria e di Gesù (cfr Mt 1, 24): il suo stile era fatto di discrezione, umiltà, silenzio, di presenza costante e di fedeltà totale.

Nella Via Crucis che stiamo per iniziare, sarà costante il riferimento al dono di essere custoditi dall’amore Dio, in particolare da Gesù crocifisso, e al compito di essere, a nostra volta, custodi per amore dell’intera creazione, di ogni persona, specie della più povera, di noi stessi e delle nostre famiglie, per far risplendere la stella della speranza.

Vogliamo partecipare a questa Via Crucis in profonda intimità con Gesù. Attenti a quanto sta scritto nei Vangeli, verranno colti con discrezione alcuni sentimenti e pensieri che hanno potuto abitare nella mente e nel cuore di Gesù in quelle ore di prova.

Nello stesso tempo ci lasceremo interpellare da alcune situazioni di vita che caratterizzano – nel bene e nel male – i nostri giorni. Esprimeremo così una risonanza che dica il nostro desiderio di compiere qualche passo di imitazione del Nostro Signore Gesù Cristo nella sua passione.

O Padre,
che hai voluto salvare gli uomini
con la morte in Croce di tuo Figlio,
concedi a noi che abbiamo conosciuto in terra
il suo mistero di amore,
di esserne testimoni, in parole e opere,
nella vita quotidiana con tutti coloro
che ci fai incontrare.
Per Cristo nostro Signore.
Amen.


  Le meditazioni della Via Crucis

“Via Crucis”: non solo il devoto ricordo dell’ultimo cammino del Crocifisso, ma una meditazione sulla “strada” scelta da Dio per mostrare il suo amore. «Viene spontaneo ricordare che metà del Vangelo di Marco è dedicato agli ultimi giorni della vita di Gesù. E pure l’evangelista Luca dedica circa dieci capitoli all’ultimo viaggio di Gesù a Gerusalemme. Viene così posta in evidenza la paradossalità della via scelta da Dio per rivelarsi all’uomo, quella che troviamo nei Carmi del Servo di Jahvè del profeta Isaia, in particolare nell’ultimo, al capitolo 53». A spiegarcelo è monsignor Renato Corti, vescovo emerito di Novara, incaricato da papa Francesco di scrivere le meditazioni per il prossimo Venerdì santo. Già chiamato a tenere gli esercizi spirituali alla Curia vaticana nel 2005, gli ultimi a cui partecipò san Giovanni Paolo II, monsignor Corti ha tra i suoi autori di riferimento due predicatori schietti e appassionati come il beato Antonio Rosmini e il beato John Henry Newman, del quale ha fatto proprio il motto cardinalizio: Cor ad cor loquitur («Il cuore parla al cuore»)...

  UNA CROCE CHE CI CUSTODISCE


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La figura, il gesto e il dramma di Giuda hanno interessato e interrogato intere generazioni di credenti e non credenti. La sua vicenda resterà sempre un mistero impenetrabile e drammatico nello stesso tempo.
Noi vogliamo accostare questa figura per cercare di rileggere che cosa può far sì che la nostra sequela venga meno.
A ben guardare nel nostro cuore, dobbiamo riconoscere con umiltà, che in ognuno di noi c’è un poco Giuda: c’è il desiderio di Dio e c’è il legame con il mondo, c’è l’anelito alla bellezza e c’è un quotidiano cedimento alla mediocrità che ci infanga, c’è la percezione del profumo dell’amore e c’è l’olezzo dell’egoismo istintivo, c’è l’anelito al bene e c’è l’esperienza insistente del male...
Giuda, nella sua sventurata esperienza, può esserci maestro, può insegnarci cosa evitare, su quali rischi vigilare, su quali sentieri rimanere e faticosamente perseverare...

   Anche Giuda può esserci maestro... "La sequela parallela: Giuda" di don Antonio Savone


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Quando vogliamo designare la Chiesa, la immaginiamo con i paramenti addosso, il vescovo con la mitra, il pastorale: ecco il simbolo della Chiesa che prega. Oppure con la Bibbia in mano: la Chiesa che spiega la parola… Però l’immagine più bella, direi più consona al linguaggio biblico, è la Chiesa del grembiule. Nel Vangelo di Giovanni si dice: “Gesù allora si alzò da tavola, depose le vesti, si cinse un grembiule e si mise a lavare i piedi”. 
Si cinse un grembiule: tra i paramenti ecclesiastici che dovrebbero trovarsi in sacrestia, l’unico che avrebbe diritto di starci è il grembiule; invece non c’è. […] Capite che la nonviolenza comincia di lì: l’etica del volto. Sono convinto che noi ci apriremo alla dimensione divina proprio a partire dal volto umano. 
Don Tonino

   La Chiesa del grembiule di don Tonino Bello e mons. Luigi Bettazzi - La Chiesa-comunione, al servizio dei poveri e dipinta di profezia.

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Vorrei contemplare insieme con voi Gesù crocifisso, secondo le tre splendide interpretazioni fornite cinque secoli fa da Donatello

  Enzo Bianchi:   Gesù, il crocifisso



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... Noi cristiani a volte riduciamo la Rivelazione a un programma morale, quando invece è il movimento (Amor che move dice Dante) che Dio ha impresso nel creato, nel quale abbiamo il privilegio di essere inseriti e che possiamo assecondare o rifiutare. Solo chi si lascia catturare da questo movimento amoroso può portare la realtà a pieno compimento, la sua e quella degli altri: l’unico "pregiudizio" che un cristiano può avere sulla realtà è l’amore. Se ci si sottrae a questo movimento si diventa meno reali e si priva di realtà la realtà. L’amicizia, cioè l’affidamento dell’uomo all’altro uomo, è il versante umano di questo movimento...

 
Alessandro D'Avenia:   Giovedì Santo: l'uomo è quello che spezza il pane


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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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L’elogio delle lacrime di a Enzo Bianchi - JESUS, marzo 2015 La bisaccia del mendicante



JESUS, marzo 2015
La bisaccia del mendicante

Rubrica di ENZO BIANCHI

Al sorgere del ricordo di alcuni eventi o insegnamenti ricevuti nella mia giovinezza, mi assale il sentimento di aver vissuto una vita in un mondo che non solo non esiste più, ma che appare oggi strano se non inverosimile. Così, in questi giorni quaresimali, mi ritorna in mente come allora fosse frequente la preghiera per ottenere il dono della lacrime: sì, si pregava per piangere! Oggi invece non vediamo facilmente le persone piangere, perché le lacrime appaiono come un segno di fragilità, qualcosa di cui vergognarsi, che comunque non va mostrato perché giudicato come cosa da bambini o da donne: gli adulti sanno dominare le lacrime e hanno il dovere di vivere e comportarsi siccis oculis, “con gli occhi secchi”.

In realtà, uomini e donne continuano a piangere e non credo a quanti affermano che le lacrime sono frequenti solo in alcune epoche come il romanticismo: forse è vero che le arti, la pittura, la musica non le testimoniano in tutte le epoche, ma il cuore umano sa piangere sempre. Certo, nella misura in cui si riduce il bene al benessere e il male al malessere, molti si impegnano a evitare accuratamente la possibilità della sofferenza fino a rimuoverla e negarla: di conseguenza, non si “lasciano andare” a piangere, soprattutto di fronte agli altri, eppure a volte anche costoro conoscono il pianto e il suo imporsi.
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Io mi sento di fare l’elogio delle lacrime, e ancora oggi, quando sento che i miei giorni rischiano di scorrere siccis oculis, allora recito l’orazione per chiedere il dono delle lacrime. E quando sopraggiungono come pura gratuità, le lascio scorrere e cerco di non temere se altri vedono. Del resto, cosa vedono in realtà? Ciò che sto vivendo di dolore o di gioia... Sì, quando si hanno le lacrime agli occhi, lo sguardo è come velato ma discerne più in profondità: la visione è “ante et retro oculata”, si vede davanti e di dietro, si vede “altrimenti”.
Un cristiano, poi, nella preghiera dei salmi trova tante volte le lacrime: lacrime che sono pane che uno mangia, lacrime che Dio raccoglie in un otre perché non le dimentica ma le considera preziose, lacrime di pentimento per il male fatto, lacrime di esultanza che sgorgano come danza di gioia... E come dimenticare che anche Gesù ha pianto, svelandoci che in lui Dio ha conosciuto i sentimenti umani fino a piangere: ha pianto sull’umanità piangendo su Gerusalemme, ha pianto per amore del suo amico Lazzaro, ha pianto per la propria sofferenza e morte. La Lettera agli Ebrei (5,7-8) ci dice anche che Gesù piangendo ha imparato l’obbedienza...

Papa Francesco nel recente viaggio nelle Filippine ha incontrato una donna che piangeva e subito dopo ha esclamato semplicemente: “Impariamo a piangere... se non imparate a piangere non potete essere buoni cristiani!”. Cioran affermava che “nell’ultimo giudizio saranno pesate solo le lacrime” e Camus ribadiva che “nessuna lacrima deve andare persa, nessuna morte deve accadere senza una risurrezione”.

    La bisaccia del mendicante JESUS, marzo 2015




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Nutrire il pianeta non sia solo uno slogan di Enzo Bianchi



La febbre per l’Expo di Milano è salita, e grande è l’attesa per la kermesse, intensa la sua preparazione: ormai è presentata ogni giorno di più come il grande evento, capace di mutare la sorte del nostro paese e del nostro futuro. Dai diversi annunci quotidiani di iniziative e incontri culturali tutto sembra nuovissimo e inedito: si è portati a credere che si stia andando verso un evento escatologico.
...

E la chiesa cattolica che farà dell’Expo? Si accontenterà di avere una vetrina tra i grandi o saprà partecipare a questa iniziativa in modo eloquente e profetico, con la parresia e la forza di critica e di denuncia in nome del vangelo, unica istanza che giustifica la presenza della chiesa e la può ispirare? Una presenza non finalizzata a propagandare la propria dottrina ma a ribadire che il cammino di umanizzazione è il “suo” cammino, un cammino che nasce dalla fede in un uomo che “ha voluto insegnarci come vivere in questo mondo”, dice l’apostolo Paolo, un uomo che veniva da Dio ed era suo Figlio ma che si è liberamente collocato dalla parte dell’uomo, pienamente solidale con noi, e che ha mostrato sollecitudine e cura soprattutto per chi era nel bisogno, nella fame, nella povertà, in condizione di straniero.

Non facciamo dell’evento dell’Expo la fiera degli auguri, il campionario dei proclami di intenti caritatevoli: sia invece occasione per affrontare seriamente, responsabilmente e concretamente i temi urgenti della fame e della povertà, ormai presenti anche in mezzo al mondo industrializzato, gli appelli improcrastinabili che la terra ci rivolge per la sua custodia e salvaguardia, il rispetto dei diritti delle generazioni future. Per tutti occorrerebbe che l’Expo diventasse l’occasione per far risuonare il comandamento: “Ama la terra come te stesso!”.

  Nutrire il pianeta non sia solo uno slogan

  il testo del messaggio di Papa Francesco per l'incontro di 500 rappresentanti nazionali e internazionali: "LE IDEE DI EXPO 2015 - VERSO LA CARTA DI MILANO" (7 febbraio 2015)

  VIDEO
 

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«WE-Women for Expo parla di nutrimento e lo fa mettendo al centro la cultura femminile. Ogni donna è depositaria di pratiche, conoscenze, tradizioni legate al cibo, alla capacità di nutrire e nutrirsi, di “prendersi cura”. Non solo di se stessi, ma anche degli altri... Le artefici di questo nuovo sguardo e nuovo patto per il futuro [saranno] le donne». Così recita la presentazione del progetto che Expo 2015 dedica alle donne come prime protagoniste del grande evento mondiale che avrà sede a Milano tra qualche mese. Donne, quindi, come icona di salvezza, universale mitico che raccoglie in sé i valori della generazione, della cura, del nutrimento, della maternità. Donna come portatrice di un potenziale differente nel lavoro, nell'impresa, nella cultura. Insomma, Expo lancia un grido al mondo: «Nutrire il pianeta, energia per la vita», a cui dovrebbero rispondere tutte le donne «per essere le protagoniste del cambiamento e di uno sviluppo pienamente sostenibile».

  Gea Piccardi:   Expo 2015 Note critiche a margine del megaevento


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Intervista a Luigi Bettazzi, a cura di Bruno Quaranta
«Il peccato per cui la Chiesa deve chiedere specialmente misericordia? Non aver attuato pienamente il Concilio Vaticano II, scegliendo di essere Chiesa dei poveri e Chiesa comunione a tutti i livelli. Il peccato che “segna” in particolare l’uomo d’oggi? L’indifferenza di fronte ai grandi valori (a cominciare da quello religioso)». Meditando sull’Anno Santo prossimo venturo con Luigi Bettazzi nel verde Canavese. Dal 1966 al 1999 vescovo di Ivrea, il novantunenne monsignore, fra i pastori che non sdegnano, anzi, l’odore delle pecore (dagli operai olivettiani agli obiettori di coscienza), già frettolosamente, mediaticamente, soprannominato «il vescovo rosso», ha infine trovato conforto - se mai abbisognasse di conforto - nelle parole di Francesco: «Privilegiare i poveri non vuol dire essere comunisti».

  Bruno Quaranta:   “Comunione ai divorziati e gay la Chiesa affronti le nuove sfide” (pdf)


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Uno dei tanti messaggi comparsi su Facebook alla notizia della sua morte lo descrive, in maniera sintetica ma acuta, «silenzioso, attento, rispettoso ed amabile». Ed in effetti le caratteristiche fondamentali di Ortensio da Spinetoli, al secolo Ortensio Urbanelli, scomparso il 31 marzo scorso, sono sempre state la sua riservatezza, il rigore e la serietà dello studioso, unite all’assoluta modestia, che lo ha portato ad evitare qualsiasi forma di autocelebrazione, alla costante curiosità ed attenzione per ciò che lo circondava e all’ascolto di chi gli era accanto.

  Valerio Gigante:   IL GESÙ CHE TORNA UOMO NELLA TEOLOGIA CHE SI FA STRADA. UN RICORDO DI P. ORTENSIO DA SPINETOLI


Ricordando Ortensio da Spinetoli,  biblista e teologo, oggi deceduto,  che ha sempre saputo interpretare autenticamente e profeticamente i "segni dei tempi".

  Ortensio da Spinetoli:   IN CRISTO C’È UNA NOVITÀ PER OGNI UOMO


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Da oggi, 2 aprile, è disponibile su smartphone e tablet iOS e Android, la nuova app della Liturgia delle Ore con tutti i testi proclamati e cantati, a cura dell'Ufficio Liturgico Nazionale della CEI
La "App Cei - Liturgia delle Ore" è scaricabile da Google Play e da App Store (si può entrare nel sito www.chiesacattolica.it/appliturgia), è gratuita e offre le classiche funzioni di lettura, navigazione e ricerca, le stesse presenti in altre applicazioni già esistenti che rendono disponibili la Liturgia delle Ore sui telefonini. C'è anche la possibilità di inserire segnalibri e annotazioni personali e di condividere i contenuti. ... http://www.chiesacattolica.it/appliturgiadelleore/

   APP LITURGIA DELLE ORE


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 FRANCESCO
 


    Angelus/Regina Cæli - Angelus, 29 marzo 2015

    Udienza Generale - del 1° aprile 2015: Il Triduo Pasquale


   Omelia - Domenica delle Palme - XXX Giornata Mondiale della Gioventù (29 marzo 2015)

   Omelia - Santa Messa del Crisma (2 aprile 2015)

   Omelia - Santa Messa nella Cena del Signore (2 aprile 2015)



   Messaggio - Quaresima 2015: Rinfrancate i vostri cuori (Gc 5,8)



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30/03/2015:

  La Settimana Santa è il tempo...


31/03/2015:

  La confessione è il sacramento della tenerezza di Dio...


02/04/2015:

  Gesù lava i piedi degli apostoli...


03/04/2015:

  La Croce di Cristo non è...


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La domenica delle Palme di Papa Francesco: Omelia e Angelus - Foto, testi e video


Alle ore 9.30 di oggi il Santo Padre Francesco ha presieduto, in una piazza Piazza San Pietro gremita di fedeli, la solenne celebrazione liturgica della Domenica delle Palme e della Passione del Signore. 
Al centro della piazza, presso l’obelisco, il Papa ha benedetto le palme e gli ulivi e, al termine della processione che ha raggiunto il sagrato, ha celebrato la Santa Messa della Passione del Signore. Alla celebrazione hanno preso parte - in occasione della ricorrenza diocesana della XXX Giornata Mondiale della Gioventù, sul tema: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5,8) - giovani di Roma e di altre diocesi.
 Omelia 

Al centro di questa celebrazione, che appare tanto festosa, c’è la parola che abbiamo ascoltato nell’inno della Lettera ai Filippesi: «Umiliò sé stesso». L’umiliazione di Gesù.

Questa parola ci svela lo stile di Dio e, di conseguenza, quello che deve essere del cristiano: l’umiltà. Uno stile che non finirà mai di sorprenderci e di metterci in crisi: a un Dio umile non ci si abitua mai!

Umiliarsi è prima di tutto lo stile di Dio: Dio si umilia per camminare con il suo popolo, per sopportare le sue infedeltà. Lo si vede bene leggendo la storia dell’Esodo: che umiliazione per il Signore ascoltare tutte quelle mormorazioni, quelle lamentele! Erano rivolte contro Mosè, ma in fondo andavano contro di Lui, il loro Padre, che li aveva fatti uscire dalla condizione di schiavitù e li guidava nel cammino attraverso il deserto fino alla terra della libertà.

In questa Settimana, la Settimana Santa, che ci conduce alla Pasqua, noi andremo su questa strada dell’umiliazione di Gesù. E solo così sarà “santa” anche per noi!
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Questa è la via di Dio, la via dell’umiltà. E’ la strada di Gesù, non ce n’è un’altra. E non esiste umiltà senza umiliazione...

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Durante questa Settimana, mettiamoci anche noi decisamente su questa strada dell’umiltà, con tanto amore per Lui, il nostro Signore e Salvatore. Sarà l’amore a guidarci e a darci forza. E dove è Lui, saremo anche noi (cfr Gv 12,26).

  il testo integrale dell'omelia

  video

 Angelus 

Al termine di questa celebrazione, saluto con affetto tutti voi qui presenti, in particolare i giovani. 
Cari giovani, vi esorto a proseguire il vostro cammino sia nelle diocesi, sia nel pellegrinaggio attraverso i continenti, che vi porterà l’anno prossimo a Cracovia, patria di san Giovanni Paolo II, iniziatore delle Giornate Mondiali della Gioventù. Il tema di quel grande Incontro: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia», si intona bene con l’Anno Santo della Misericordia. Lasciatevi riempire dalla tenerezza del Padre, per diffonderla intorno a voi!

E ora ci rivolgiamo in preghiera a Maria la nostra Madre, perché ci aiuti a vivere con fede la Settimana Santa. Anche Lei era presente quando Gesù entrò in Gerusalemme acclamato dalla folla; ma il suo cuore, come quello del Figlio, era pronto al sacrificio. Impariamo da Lei, Vergine fedele, a seguire il Signore anche quando la sua via porta alla croce.

Affido alla sua intercessione le vittime della sciagura aerea di martedì scorso, tra le quali vi era anche un gruppo di studenti tedeschi.

Angelus Domini…

Dopo l'Angelus:

Vi auguro una Santa Settimana in contemplazione del Mistero di Gesù Cristo.

  video

Conclusa la celebrazione il Santo Padre non ha rinunciato al saluto dei fedeli in piazza.

  il video integrale



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Papa Francesco UDIENZA GENERALE 1° aprile 2015 - Foto, testo e video



 1° aprile 2015 

In una giornata romana piena di sole il Papa ha fatto il suo ingresso nella piazza San Pietro sulla jeep bianca, alle 9.40, per il consueto bagno di folla come di consueto non sono mancati baci e carezze a tanti bambini. Tra di loro, anche una bimba molto piccola interamente vestita di bianco, per accarezzare la quale il Papa ha fatto fermare la “papamobile”. Una sosta speciale anche per salutare una donna, dai tratti sudamericani, che portava sul braccio rosari colorati. In mezzo agli 11mila fedeli presenti oggi in piazza san Pietro hanno fatto capolino anche grosse “emoticon” di cartone, colorate in giallo. Le “faccine”, sorridenti nelle loro infinite varianti - sono quelle che di solito vengono usate sui “social” - e sono state issate sopra le teste dei presenti da un fantasioso gruppo di giovani. Presenti anche una quarantina di fedeli argentini, riconoscibili grazie alla bandiera bianca e azzurra. Durante il giro, il Papa ha anche afferrato al volo una maglietta rossonera che qualcuno ha lanciato dalle transenne. Una ragazza ha cercato di far arrivare al Pontefice una “mega busta” da lettere intestata a lui.


Il Triduo Pasquale

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Domani è il Giovedì Santo. Nel pomeriggio, con la Santa Messa “nella Cena del Signore”, avrà inizio il Triduo Pasquale della passione, morte e risurrezione di Cristo, che è il culmine di tutto l’anno liturgico e anche il culmine della nostra vita cristiana.
Il Triduo si apre con la commemorazione dell’Ultima Cena. ...

Poi, dopodomani, nella liturgia del Venerdì Santo meditiamo il mistero della morte di Cristo e adoriamo la Croce. ... Gesù, col suo Sacrificio, ha trasformato la più grande iniquità nel più grande amore.

Nel corso dei secoli ci sono uomini e donne che con la testimonianza della loro esistenza riflettono un raggio di questo amore perfetto, pieno, incontaminato. Mi piace ricordare un eroico testimone dei nostri giorni, Don Andrea Santoro, sacerdote della diocesi di Roma e missionario in Turchia. 
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Il Sabato Santo è il giorno in cui la Chiesa contempla il “riposo” di Cristo nella tomba dopo il vittorioso combattimento della croce. Nel Sabato Santo la Chiesa, ancora una volta, si identifica con Maria: tutta la sua fede è raccolta in Lei, la prima e perfetta discepola, la prima e perfetta credente. Nell’oscurità che avvolge il creato, Ella rimane sola a tenere accesa la fiamma della fede, sperando contro ogni speranza (cfr Rm 4,18) nella Risurrezione di Gesù.

E nella grande Veglia Pasquale, in cui risuona nuovamente l’Alleluia, celebriamo Cristo Risorto centro e fine del cosmo e della storia; vegliamo pieni di speranza in attesa del suo ritorno, quando la Pasqua avrà la sua piena manifestazione.

A volte il buio della notte sembra penetrare nell’anima; a volte pensiamo: “ormai non c’è più nulla da fare”, e il cuore non trova più la forza di amare… Ma proprio in quel buio Cristo accende il fuoco dell’amore di Dio: un bagliore rompe l’oscurità e annuncia un nuovo inizio, qualcosa incomincia nel buio più profondo. Noi sappiamo che la notte è “più notte”, è più buia poco prima che incominci il giorno. Ma proprio in quel buio è Cristo che vince e che accende il fuoco dell’amore. La pietra del dolore è ribaltata lasciando spazio alla speranza. Ecco il grande mistero della Pasqua! 
In questa santa notte la Chiesa ci consegna la luce del Risorto, perché in noi non ci sia il rimpianto di chi dice “ormai…”, ma la speranza di chi si apre a un presente pieno di futuro: Cristo ha vinto la morte, e noi con Lui. La nostra vita non finisce davanti alla pietra di un sepolcro, la nostra vita va oltre con la speranza in Cristo che è risorto proprio da quel sepolcro. Come cristiani siamo chiamati ad essere sentinelle del mattino, che sanno scorgere i segni del Risorto, come hanno fatto le donne e i discepoli accorsi al sepolcro all’alba del primo giorno della settimana.
...

  video della catechesi

Saluti:
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Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. ... A tutti auguro che il Triduo Pasquale, centro della fede e della vita della Chiesa, sia occasione per entrare pienamente nel mistero della morte e risurrezione di Gesù.

Un pensiero speciale rivolgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Domani ricorre il decimo anniversario della morte di San Giovanni Paolo II: il suo esempio e la sua testimonianza sono sempre vivi tra noi. Cari giovani, imparate ad affrontare la vita con il suo ardore e il suo entusiasmo; cari ammalati, portate con gioia la croce della sofferenza come egli ci ha insegnato; e voi, cari sposi novelli, mettete sempre Dio al centro, perché la vostra storia coniugale abbia più amore e più felicità.

  testo integrale

  video integrale



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Il Giovedì Santo di Papa Francesco: Santa Messa del Crisma (foto, testi e video)


 2 aprile 2015
Imparare ad essere stanchi e imparare a riposare: è l’esortazione di Papa Francesco ai sacerdoti nell’omelia per la Messa del Crisma presieduta nella Basilica Vaticana in questo Giovedì Santo. Durante la celebrazione i sacerdoti del clero secolare e religioso della Diocesi di Roma e dei Collegi Romani, rinnovano le promesse sacerdotali. Durante il rito vengono benedetti gli Oli dei Catecumeni e degli Infermi e il Crisma. Gli Oli verranno poi portati a San Giovanni in Laterano, dove saranno distribuiti ai sacerdoti della Diocesi di Roma per l’amministrazione dei Sacramenti nel corso dell’anno.

«La mia mano è il suo sostegno, / il mio braccio è la sua forza» (Sal 88,22). Così pensa il Signore quando dice dentro di sé: «Ho trovato Davide, mio servo, / con il mio santo olio l’ho consacrato» (v. 21). Così pensa il nostro Padre ogni volta che “trova” un sacerdote. E aggiunge ancora: «La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui / … Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, / mio Dio e roccia della mia salvezza”» (vv. 25.27).
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La stanchezza dei sacerdoti! Sapete quante volte penso a questo: alla stanchezza di tutti voi? Ci penso molto e prego di frequente, specialmente quando ad essere stanco sono io. Prego per voi che lavorate in mezzo al popolo fedele di Dio che vi è stato affidato, e molti in luoghi assai abbandonati e pericolosi. E la nostra stanchezza, cari sacerdoti, è come l’incenso che sale silenziosamente al Cielo (cfr Sal 140,2; Ap 8,3-4). La nostra stanchezza va dritta al cuore del Padre.

Siate sicuri che la Madonna si accorge di questa stanchezza e la fa notare subito al Signore. Lei, come Madre, sa capire quando i suoi figli sono stanchi e non pensa a nient’altro. “Benvenuto! Riposati, figlio. Dopo parleremo… Non ci sono qui io, che sono tua Madre?” – ci dirà sempre quando ci avviciniamo a Lei (cfr Evangelii gaudium, 286). E a suo Figlio dirà, come a Cana: «Non hanno vino» (Gv 2,3).
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Vorrei ora condividere con voi alcune stanchezze sulle quali ho meditato.

C’è quella che possiamo chiamare “la stanchezza della gente, la stanchezza delle folle”: per il Signore, come per noi, era spossante – lo dice il Vangelo –, ma è una stanchezza buona, una stanchezza piena di frutti e di gioia. La gente che lo seguiva, le famiglie che gli portavano i loro bambini perché li benedicesse, quelli che erano stati guariti, che venivano con i loro amici, i giovani che si entusiasmavano del Rabbì…, non gli lasciavano neanche il tempo per mangiare. Ma il Signore non si seccava di stare con la gente. Al contrario: sembrava che si ricaricasse (cfr Evangelii gaudium, 11). Questa stanchezza in mezzo alla nostra attività è solitamente una grazia che è a portata di mano di tutti noi sacerdoti (cfr ibid., 279). Che bella cosa è questa: la gente ama, desidera e ha bisogno dei suoi pastori! Il popolo fedele non ci lascia senza impegno diretto, salvo che uno si nasconda in un ufficio o vada per la città con i vetri oscurati. E questa stanchezza è buona, è una stanchezza sana. E’ la stanchezza del sacerdote con l’odore delle pecore…, ma con il sorriso di papà che contempla i suoi figli o i suoi nipotini. Niente a che vedere con quelli che sanno di profumi cari e ti guardano da lontano e dall’alto (cfr ibid., 97). 
Siamo gli amici dello Sposo, questa è la nostra gioia. Se Gesù sta pascendo il gregge in mezzo a noi non possiamo essere pastori con la faccia acida, lamentosi, né, ciò che è peggio, pastori annoiati. Odore di pecore e sorriso di padri… Sì, molto stanchi, ma con la gioia di chi ascolta il suo Signore che dice: «Venite, benedetti del Padre mio» (Mt 25,34).

C’è anche quella che possiamo chiamare “la stanchezza dei nemici”. ...

E per ultima – ultima perché questa omelia non vi stanchi troppo – c’è anche “la stanchezza di sé stessi” (cfr Evangelii gaudium, 277). E’ forse la più pericolosa. ... Questa stanchezza mi piace chiamarla “civettare con la mondanità spirituale”. 
...
La sequela di Gesù è lavata dallo stesso Signore affinché ci sentiamo in diritto di essere “gioiosi”, “pieni”, “senza paura né colpa” e così abbiamo il coraggio di uscire e andare “sino ai confini del mondo, a tutte le periferie”, a portare questa buona notizia ai più abbandonati, sapendo che “Lui è con noi, tutti i giorni fino alla fine del mondo”. E per favore, chiediamo la grazia di imparare ad essere stanchi, ma ben stanchi!

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  testo integrale dell'omelia

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Il bilancio di due anni di pontificato. "Francesco parla alle periferie dell’uomo" di Bruno Forte - Arcivescovo di Chieti-Vasto



Il bilancio di due anni di pontificato. 
"Francesco parla alle periferie dell’uomo" 
di Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto

Lo scorso 13 marzo Papa Francesco è entrato nel suo terzo anno di pontificato, solennemente inaugurato con la celebrazione eucaristica del 19 Marzo 2013. Nei due anni trascorsi numerosi sono stati i messaggi e i gesti con cui egli ha saputo congiungere tradizione e rinnovamento, fedeltà all’identità della Chiesa e apertura al soffio sempre nuovo dello Spirito di Dio. Pur nell’impossibilità di tracciarne un bilancio esauriente, mi sembra che tre coppie di espressioni possano aiutare a cogliere la novità e la profondità di quanto questo Papa venuto “quasi dalla fine del mondo” sta trasmettendo al popolo dei credenti e all’intera famiglia umana. La prima coppia contrappone all’atteggiamento dell’“autoreferenzialità” il programma di una Chiesa “in uscita”: autoreferenziale è chi pone al centro di tutti i rapporti se stesso, e tale sarebbe una Chiesa che cercasse la propria affermazione e il proprio interesse e non la gloria di Dio e la salvezza degli uomini. “In uscita” è la Chiesa proiettata verso il suo Signore, tesa a celebrarne il primato nell’ascolto obbediente e nell’adorazione, rivolta al tempo stesso agli uomini, alle loro necessità più profonde, al servizio della loro salvezza eterna. Le ragioni per cui la Chiesa è chiamata a essere sempre in “uscita” risiedono anzitutto nel comando di Gesù, che invia quanti credono in Lui a portare a tutti la gioia della buona novella: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura” (Marco 16,15). C’è, poi, l’urgenza che arde nel cuore di chi ha incontrato il Signore e lo rende sempre pronto a parlare di Lui, rendendo ragione della speranza che ha in sé e agendo con la passione della carità specialmente verso i piccoli e i poveri. Infine, a spingere verso l’“uscita” missionaria è il bisogno di luce e di salvezza degli uomini, espresso nell’immagine forte e concreta usata di frequente da Francesco delle “periferie”, spesso dimenticate o trascurate, che interpellano l’attenzione e l’impegno di chi ha il dono della fede ...
La seconda coppia di espressioni care a Papa Francesco congiunge per contrasto la “cultura dello scarto” all’idea di una Chiesa “povera e per i poveri”: "C'è un'indole del rifiuto - ha affermato il Pontefice nell’udienza al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede lo scorso 12 gennaio - che induce a non guardare al prossimo come a un fratello da accogliere, a lasciarlo fuori dal nostro personale orizzonte di vita, a trasformarlo piuttosto in un concorrente, in un suddito da dominare... Si tratta di una mentalità che genera quella ‘cultura dello scarto’ che non risparmia niente e nessuno: dalle creature, agli esseri umani e perfino a Dio stesso. Da essa nasce un'umanità ferita e continuamente lacerata da tensioni e conflitti di ogni sorta". Ne consegue la tragica realtà che Francesco ha definito "una vera e propria guerra mondiale combattuta a pezzi". ...
Francesco vede decisiva la testimonianza di povertà che la Chiesa può dare, fondata sulla sequela del Cristo povero e sulla fiducia non nei mezzi umani, ma nella fede in Dio. “Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!” fu l’esclamazione, tanto spesso citata, uscitagli dalle labbra durante l’incontro coi rappresentanti dei media il 16 marzo 2013 nel rievocare le ragioni che l’avevano indotto alla scelta del nome Francesco. Povera è una Chiesa che considera sua unica ricchezza la fede nel Signore e il dono del Suo amore. Essa è “per i poveri” se - rifiutando ogni logica di grandezza mondana e di potere - è disposta a mettersi in gioco per la dignità di tutto l’uomo in ogni uomo. Proprio così, rifiutando la logica egoistica dello scarto, essa si pone come un segno a favore della gratuità, del dono di sé come forma autentica dei rapporti umani, sola possibilità rivoluzionaria nei confronti dei calcoli di sopraffazione che avvelenano gli animi e li fanno scivolare verso il conflitto e la legge spietata della forza ...

  "Francesco parla alle periferie dell’uomo" di Bruno Forte (PDF)


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