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N.
B. La Lectio è temporaneamente sospesa
NOTA
Articoli,
riflessioni e commenti proposti vogliono
solo essere
un contributo
alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.
Le posizioni espresse non sempre
rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione.
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NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"
Nel Giorno della memoria, ricorrenza internazionale in ricordo delle vittime dell’Olocausto.
Riproponiamo la poesia Se questo è un uomo di Primo Levi, poesia che
funge da introduzione al romanzo omonimo ed è ispirata all'antica
preghiera dello Shemà Israel.
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Sono trascorsi 70 anni dal 27 gennaio 1945
quando l'esercito dell'Armata rossa entrò nel campo di concentramento
di Auschwitz, in Polonia. Il mondo in questi giorni si ferma e ricorda
le vittime dell’Olocausto. Per ricordarne il 70° anniversario, Film,
documentari, ampia copertura informativa, assicurata da tg e speciali
(dalle prime ore del mattino alla seconda serata).
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Ricorre il settantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz, il
giorno della Memoria, istituito dieci anni fa dall’Onu. Non mancano
interrogativi attorno a quest’anniversario, perché talvolta si ha
l’impressione che le celebrazioni siano di circostanza, poco
partecipate a livello popolare. Alcuni hanno sollevato il rischio di
una «ipertrofia della memoria», per il moltiplicarsi di eventi, per lo
più di carattere politico o accademico, con scarsa incidenza nella
cultura e nella coscienza dei popoli. Tuttavia, ricordare è un
imperativo. È necessario far sì che il Giorno della Memoria non si
riduca a una rievocazione del passato, ma ci interroghi anche sul
presente...
Auschwitz,
nel 2015, può apparire lontano. Poche settimane fa è morto uno degli
ultimi sopravvissuti romani alla Shoah, Enzo Camerino, che il 16
ottobre 1943 fu deportato, appena quattordicenne. Recentemente, aveva
preso a raccontare in modo semplice la sua storia, per trasmetterla ai
giovani, ai quali ripeteva le parole che il padre gli disse nel lager:
«Non odiare mai». È un insegnamento da non disperdere. Come trasmettere
alle nuove generazioni la memoria della Shoah, ora che anche gli ultimi
testimoni scompaiono? Le visite delle scuole ad Auschwitz hanno un
grande significato. I media possono dare un contributo. Soprattutto,
però, c’è bisogno di legare la memoria della guerra e della Shoah alla
realtà del nostro tempo, per capire come il razzismo e l’antisemitismo
siano stati elementi di una catastrofe per l’Europa e come, oggi, sia
urgente ritrovare il filo di una società in cui tutti possano vivere
insieme in modo pacifico...
La lezione della shoah: «Non odiare mai»
È possibile ancora pregare dopo Auschwitz? Nel
1967, il filosofo ceco Milan Machovec chiese al teologo cattolico
tedesco Johann Baptist Metz se i cristiani potessero ancora pregare
dopo Auschwitz. Metz rispose: “Possiamo pregare dopo Auschwitz perché
la gente ha pregato ad Auschwitz" . Quindi, sì è possibile pregare
perché ebrei e cristiani sono morti recitando lo Shema' Jisra'el ed
invocando il Padre nostro. È
possibile pregare soprattutto per il cristiano che fonda la possibilità
della sua preghiera nella situazione di silenzio e di abbandono da
parte di Dio, sull'invocazione che Gesù ha fatto sulla croce: «Dio mio,
Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34; Mt 27, 46). È possibile, perché nell’inferno dei lager è proseguita la storia della santità, da Edith Stein a Dietrich Bonhoeffer, a san Massimiliano Maria Kolbe, ai tanti ebrei e cristiani che sono stati modelli luminosi di vita e spiritualità come Etty Hillesum, senza nome e senza senza volto. Di
fronte al degenerare della violenza umana, in ogni sua forma, c’è da
chiedersi allora se è ancora vivo il senso di umanità nell’uomo, se è
ancora vivo il desiderio di rapporto con la realtà di Dio. Allora la
domanda da fare non è “dov’era Dio ad Auschwitz?” ma “dov’era
l’uomo?”. (fonte: Aleteia)
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Nei lager nazisti insieme agli ebrei furono uccisi 500.000 zingari
deportati da tutta Europa. Le barbarie compiute su di loro sono pari a
quelle inferte al popolo ebraico. Proprio nel Giorno della Memoria
questa tragedia, insieme a quella della Shoah, deve essere ricordata
per non dimenticare.
PORRAJMOS: LO STERMINIO RIMOSSO DEGLI ZINGARI
Porrajmos
significa devastazione o grande divoramento: è il nome dato allo
sterminio di 500.000 camminanti, rom, sinti e nomadi
perpetrato dai nazisti in Europa. È il genocidio dimenticato, di cui
non si trova traccia nei libri di storia. Il Porrajmos è stato lo
sterminio del popolo Romani avvenuto nei territori occupati dai
tedeschi. Ma – non va dimenticato – anche dal regime fascista italiano.
IL GENOCIDIO DIMENTICATO immagini
Porrajmos,
la devastazione, il grande divoramento. lo sterminio nazista dei rom e
dei sinti. una parola da imparare. come shoah, la tempesta che tutto
distrugge, lo sterminio degli ebrei. come metz yeghern, il grande male,
lo sterminio degli armeni. macchie nere sugli abiti lindi dei
contemporanei. genocidi prima che venisse coniato il termine stesso di
genocidio (dal giurista ebreo polacco raphael lemkin nel 1944). grandi
numeri: 500.000 persone dei popoli nomadi europei assassinate dal
cosiddetto terzo reich. forse 800.000 secondo altri storici, ma non è
questione di numeri. non solo. genocidio è la volontà, il progetto di
far scomparire un intero popolo, la sua gente, la sua cultura, la sua
lingua. tutto cancellato, devastato, divorato.
...
Quanti
sono settanta anni? pochi, evidentemente. perché ancora oggi rom e
sinti sono le minoranze etniche d'europa più a rischio. basta fare un
piccolo esperimento linguistico con le parole più usate dai nazisti in
riferimento agli zingari: indegni, degenerati, asociali, ladri, non
recuperabili, non integrabili, genericamente criminali. ebbene, quante
di queste parole corrispondono a pensieri ancora oggi ampiamente
diffusi tra i moderni, democratici, liberi e illuminati cittadini
europei? quanti li vedono come (virgolette obbligatorie) non
"recuperabili", non "integrabili"? quanti pensano che siano criminali
dalla nascita (geneticamente)? quanti, per dirla tutta, vorrebbero
chiudere gli occhi e scoprire che sono magicamente spariti nel momento
in cui li riaprono?
...
Birkenau. porrajmos, lo sterminio rom e sinti. una parola da imparare. come shoah e metz yeghern
Per approfondire vedi anche il nostro precedente post:
27 gennaio 2012: la Giornata della memoria per non dimenticare... Porrajmos: l'olocausto degli zingari
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“In questo periodo così drammatico, nonostante tutto occorre vivere la
passione per la pace ed essere testimoni pazienti e scomodi di un sogno
possibile”.
Così
il nuovo presidente vescovo di Pax Christi, mons. Giovanni Ricchiuti,
ha aperto il 24 gennaio a Firenze il Consiglio nazionale del movimento
che intende sviluppare il messaggio di papa Francesco del 1 gennaio
2015 “Non più schiavi ma fratelli” contro le moderne schiavitù, le
pratiche dell’asservimento e dello scarto, la ferocia delle violenze e
il riarmo .
Il
modo migliore di ricordare la tragedia della Shoà (27 gennaio) è quello
di evitare uccisioni e stragi in ogni parte del mondo bloccando ogni
forma di complicità con le guerre del terrorismo e il terrorismo delle
guerre e collocando al centro di tutto la vita delle persone, la
dignità umana e la libertà intrecciata all’uguaglianza e alla
fraternità.
A tal fine occorre:
...
Fermare le guerre del terrorismo e il terrorismo delle guerre
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
«Il
rischio da scongiurare», spiega l’islamista Paolo Branca, «è che si
spaccino le religioni come foriere di violenza. In realtà le ideologie
politiche sono state molto più micidiali e hanno ucciso molte più
persone di tutte le fedi messe insieme»
«Dopo i fatti di Parigi c’è una trappola che tutti noi, soprattutto i credenti, devono assolutamente evitare».
Qual è, professore?
«Sta
passando l’idea, falsa e pericolosa, che se non ci fossero le religioni
il mondo sarebbe più pacifico perché le fedi in quanto tali sono tutte
intolleranti e vogliono imporre la propria verità. Mi sembra che la
storia abbia abbondantemente dimostrato come ideologie non religiose o
antireligiose abbiano massacrato più esseri umani che non tutte le
religioni messe insieme. La religione come fatto storico può essersi
macchiata di gravi crimini ma la religiosità come dimensione intima
dell'uomo non incita a nessun atteggiamento di odio e violenza anzi è
una forma di armonizzazione che porta alla pace con se stessi, con gli
altri e con il Creatore. Se non è questo, non è un'autentica esperienza
religiosa».
Secondo
Paolo Branca, islamista, docente di Lingua e letteratura araba presso
l'Università Cattolica di Milano, responsabile dei rapporti con l’Islam
per la Diocesi di Milano, questa è una «premessa inevitabile» prima di
addentrarsi sul terreno delle analisi del mondo islamico dopo il
massacro dei vignettisti di Charlie Hebdo.
Dopo Parigi la tentazione è quella di identificare tutto l'Islam con i pazzi fanatici che sparano. Come se ne esce?
«Ho
paura che non se esca finché noi continueremo a cascare in questa
trappola. Il più grande regalo che possiamo fare ai fanatici e ai
terroristi è quello di ritenerli i rappresentanti ufficiali e i
portavoce legittimi di tutto l'Islam che è esattamente quello che loro
vogliono. I musulmani al mondo sono più di un miliardo e mezzo. I paesi
islamici più popolosi sono l'India, il Bangladesh, la Malesia,
l'Indonesia. Quindi non i paesi arabi che pure ci preoccupano perché
sono vicini a noi e stanno attraversando una fase critica. Non si
possono fare indebite generalizzazioni. In Italia, ad esempio, la
maggioranza dei musulmani non va in moschea perché non ha tempo o
voglia o perché magari non gli piace come sono gestite le moschee.
Questa etichettatura sbrigativa di un mondo così variegato e vasto fa
il gioco degli estremisti dell'una e dell'altra parte».
Anche parlare di “Islam moderato” è sbagliato e fuorviante?
«È
un’espressione che non mi piace. Io lavoro coi giovani e a loro non
chiedo la moderazione ma l'eroismo, di avere ideali grandi, dei sogni,
di spendersi per obiettivi alti. La moderazione puzza troppo di “stai
buono e zitto in un angolino”. A un musulmano chiedo di essere un bravo
musulmano non un musulmano moderato. Certamente ci sono i pazzi e i
fondamentalisti dai quali bisogna distinguersi e prendere le distanze.
Stiamo parlando di una civiltà che ha quattordici secoli di storia,
appiattirla tutta su questi pazzi terroristi degli ultimi anni non so
quanto ci convenga per poter comprendere e trovare magari un dialogo».
...
BRANCA: «NON CONFONDERE L'ISLAM CON I TERRORISTI»
la recensione
del libro di Paolo BRANCA, Barbara DE POLI, Patrizia ZANELLI, Il
sorriso della Mezzaluna. Umorismo, ironia e satira nella cultura araba, (pdf) citato nell'articolo.
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“Gioventù ferita.
La crisi come una guerra,
il Paese a un bivio”
“Gioventù ferita. La crisi
come una guerra, il Paese a un bivio” è il titolo del nuovo Dossier
sullo stato del Paese ellenico presentato da Caritas Italiana. Dati e
testimonianze sulle gravi condizioni economiche, abitative, sanitarie
in cui versano le famiglie.
Impietoso
il giudizio contenuto nel rapporto "Gioventù ferita", presentato alla
vigilia delle elezioni del 25 gennaio: "Le fasce socialmente più deboli
e la gioventù sono le vittime principali". Un quadro a tinte tragiche
tra famiglie che rinunciano a riscaldamento e cure mediche e l'aumento
dei figli abbandonati. Neanche chi ha un lavoro full time riesce a
vivere dignitosamente
Il
Dossier denuncia le gravi condizioni economiche, abitative, sanitarie
in cui versano le famiglie greche e in particolare i bambini, molti dei
quali restano senza cure sanitarie essenziali: la mortalità infantile è
aumentata del 43% dall'inizio della crisi. Inoltre è del 336% l'aumento
del numero dei bambini abbandonati in cinque anni. È in corso anche la
più grande fuga di cervelli della storia recente da un'economia
occidentale avanzata: oltre 200.000 dallo scoppio della crisi. I nuovi
dati provenienti dalla rete dei centri di ascolto e di aiuto delle
Caritas locali, contenuti nel dossier, confermano che le politiche
internazionali ed europee adottate in Grecia sono sostanzialmente
fallimentari. Le fasce socialmente più deboli e la gioventù in
particolare sono le vittime principali: ferite, deluse, arrabbiate, che
però non hanno perso la speranza. La Grecia è ad un bivio. Non solo
politico. Tanti i paralleli con l'Italia ...
comunicato stampa della Caritas Italiana
dossier completo “Gioventù ferita. La crisi come una guerra, il Paese a un bivio” (PDF)
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Per molti anni ho lavorato in cure palliative. I miei pazienti erano
quelli che andavano a casa a morire. Abbiamo condiviso alcuni momenti
speciali.
Stavo
con loro per le ultime 3-12 settimane di vita. La gente matura molto
quando si scontra con la propria mortalità. Ho imparato a non
sottovalutare la capacità di una persona di crescere. Alcuni
cambiamenti sono stati fenomenali. Con ognuno di loro ho sperimentato
una varietà di emozioni straordinaria. La speranza, il rifiuto, la
paura, la rabbia, il rimorso, la negazione e, infine, l’accettazione.
Tuttavia, ogni paziente ha trovato la pace prima di lasciarci.
Alla
domanda su quali rimpianti avessero avuto o su qualsiasi altra cosa che
avrebbero fatto in modo diverso, sono emersi alcuni argomenti costanti.
Questi sono i cinque più comuni
...
Un’infermiera rivela le 5 cose di cui tutti i pazienti si pentono poco prima di morire
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Il presidente che vorrei
In
questi ultimi giorni, l’elezione del capo dello Stato sembra essere
considerata più una lotteria che un passaggio cruciale della vita
democratica del nostro Paese. Si accettano scommesse, è il
totopresidente. L’informazione si esercita con elenchi, previsioni e
profili da X Factor la cui giuria si riunisce in via del Nazareno. E se
è un gioco voglio partecipare anch’io. Il presidente che vorrei è una
persona che, a fronte di una politica abile parolaia, sia capace di
comunicare con i gesti, per ricucire il fossato tra i palazzi e la
gente.
...
Che faccia onore alla più bella Costituzione del mondo occidentale,
ricordandola ogni giorno di fronte alle scelte di governo e parlamento.
Che incarni la rinuncia agli sprechi e ad ogni logica di casta. Che
veda di farcela con lo stipendio precedente alla sua elezione e cerchi
una Santa Marta alternativa alla sontuosa solennità del Quirinale!
Poche cose che diano respiro alla ripresa della fiducia dei cittadini
nella politica.
Tonio Dell'Olio
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Amnesty
International ieri ha accusato le autorità nigeriane di essere venute a
conoscenza in anticipo degli attacchi dei Boko haram a Baga e Manguno
lo scorso 3 gennaio, ma di non aver agito in difesa della popolazione.
Intanto ad Addis Abeba l'Unione Africana sta pensando a come agire e le
elezioni sono alle porte.
Angelo Ferrari: Ad Abuja qualcuno sapeva e non ha fatto nulla
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Il titolo è suggestivo: “Interferenze di memoria. Per non dimenticare”.
Ma la conferenza svoltasi a Roma e legata alle celebrazioni della
Giornata della Memoria, ha cercato di andare oltre il ricordo. E’ giusto raccontare ciò che non trova spazio, quelle interferenze inascoltate nel flusso delle informazioni, ma è necessario anche agire. Soprattutto quando si parla di CIE.
“Più che un campo di concentramento – ha sostenuto la filosofa
Donatella Di Cesare, fra i relatori – i Centri di Identificazione e
Espulsione sono campi in cui si mettono a punto le tecniche persmaltire le scorie umane della globalizzazione”
Giacomo Zandonini: Diritti violati e cattiva gestione. Viaggio nei CIE dopo Mafia capitale
Sono passati da 11 a 5 e calati di
capienza, eppure i Centri di Identificazione e Espulsione continuano a
rinascere, dalle ceneri metaforiche dei vari rapporti che denunciano
pesanti violazioni dei diritti umani e da quelle reali dei diversi
incendi, sviluppatisi negli anni in seguito a disordini che, secondo il
tribunale di Crotone, sono atti di “legittima difesa”.
Giacomo Zandonini: L'araba Fenice dei Centri di Identificazione e Espulsione
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“PERSEVERANTI NELLA COMUNIONE”
HOREB n. 69 - 3/2014
PERSEVERANTI NELLA COMUNIONE
HOREB n. 69 - 3/2014
TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI
«Padre
santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una
cosa sola, come noi» (Gv 17,11). Nel mistero della sua Pasqua Gesù ci
rende tutti figli di Dio e fratelli tra di noi e quindi nella preghiera
al Padre, poco prima di affrontare la sua passione, esprime il
desiderio che gli uomini accolgano il dono del suo Spirito e vivano da
fratelli e raccontino nella storia il rapporto d’amore presente nella
Trinità santa.
Accogliere,
pur nella fragilità della nostra esistenza, questo desiderio di Gesù
significa guardare all’altro non come a un limite o come a un nemico,
ma come a un fratello, come a colui che dà senso alla propria vita e
quindi creare rapporti di comunione che si esprimano nella solidarietà
e nella responsabilità verso l’altro.
Oggi,
si parla tanto di solidarietà e di comunione, ma, poi, spesso prevale
una cultura dell’individualismo che porta a salvaguardare i propri
interessi sia a livello personale che collettivo, per cui rimangono
grosse spaccature nella nostra società, sia a livello internazionale
che di vicinato.
In
fondo non è la proposta della solidarietà e della comunione a guidare
le scelte personali e di un popolo, ma è la paura; e in questo
orizzonte, spesso prevale la legge del più forte, di chi meglio sa
imporre la propria opinione ricorrendo a ogni possibile manipolazione o
demagogia.
Di
conseguenza l’umanità si ritrova divisa e con barriere enormi tra Nord
e Sud, ricchi e poveri, normali e anormali, giovani e vecchi,
efficienti e non efficienti. A molti è negato il diritto a una vita
dignitosa: al lavoro, alla possibilità di formarsi una famiglia,
all’abitazione, all’educazione, alla salute.
Di
fronte a questa disumana situazione è urgente dare ascolto alla
preghiera di Gesù e accogliere la sua passione per la vita. Animato da
Cristo, il credente potrà “perseverare nella comunione” e farsi
solidale con gli emarginati, di qualsiasi razza, cultura e religione,
facendosi loro compagno di viaggio. In Cristo, il credente imparerà a
condividere la sorte dei calpestati, dei crocifissi di oggi e,
spartendo la sua vita con loro, si farà attivamente critico verso le
strutture, le leggi inventate da alcuni per defraudare altri uomini
degli spazi di libertà, e per ridare speranza all’uomo a cui la vita è
negata.
Dentro questo orizzonte si colloca la presente monografia.
...
Editoriale (PDF)
Sommario
(PDF)
E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
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CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO La forza umanizzante del Vangelo - ITINERARIO DI FORMAZIONE PER LA VITA CRISTIANA Anno 2015
CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO
La forza umanizzante del Vangelo
ITINERARIO DI FORMAZIONE
PER LA VITA CRISTIANA
Anno 2015
Vicariato di Barcellona PG (ME)
Finalità: aiutare la formazione e favorire la comunione tra presbiteri, religiosi/se e cristiani laici..
Destinatari: tutti i cristiani e gli operatori pastorali.
Locandina incontri (PDF)
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LA DONNA NELLA BIBBIA E NELLA STORIA DELLA CHIESA - Catechesi adulti
LA DONNA NELLA BIBBIA
E
NELLA STORIA DELLA CHIESA
Catechesi adulti
Parrocchia Santo Stefano Protomartire
Milazzo (ME)
"E'
bello che le donne siano le prime testimoni della Resurrezione. Gli
evangelisti hanno solo raccontato quello che le donne hanno visto. E'
un po' la missione delle donne dare testimonianza ai loro figli e ai
nipotini che Gesù è risorto. Questo è anche un segno della storicità
dei racconti evangelici, giacché nel mondo ebraico le donne non avevano
dignità di testimoni. E se i Vangeli glielo assegnano, vuol dire che il
racconto è autentico".
"Mamme e donne, avanti con questa testimonianza".
(Papa Francesco)
Guarda la Locandina con il calendario degli incontri che si svolgeranno nel Salone Parrocchiale e avranno inizio alle ore 19.00
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(GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2015
della Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME) AFFIDATI AD UNA PROMESSA Il cammino umano e di fede dei Patriarchi
Dal 28 Gennaio all’11 Marzo
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Nella battaglia per la vita...
Gesù è il compimento delle promesse...
Con la Sua incarnazione Dio... Cari fratelli e sorelle oggi si celebra...
Raoul Follereau era un
giornalista francese (Nevers, 1903-1977); nel 1936 inviato dal suo
giornale in Africa incontra per la prima volta gli hanseniani, i malati
di lebbra. Scopre, attraverso di loro, il mondo della povertà e del
pregiudizio sociale nei confronti della lebbra che condanna i malati
alla solitudine e all’emarginazione. Da quel momento dedica la sua vita
alla lotta contro la lebbra e contro tutte “le lebbre”. Compie 32 volte
il giro del mondo, lavorando instancabilmente per migliorare la qualità
della vita delle persone colpite dalla malattia.
Vivere è aiutare...
Gesù, che è stato per le strade...
Quando nel nostro cuore...
Se comprendere è impossibile...
Se sopravviverò a questo tempo... Più si fa buio...
Pensa a tutta la bellezza...
Nella parabola del seminatore...
Dio non è indifferente a noi...
Cari fratelli e sorelle, quanto desidero...
Avere un cuore misericordioso non significa...
Tu non possiedi la verità...
Dio non odia il buio...
La bellezza non è...
E' l'umiltà la veste che Dio indossa...
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Prepararsi alla liturgia domenicale
III domenica del T.O.
"Attorno ad un sogno "
di Antonio Savone
Passando… vide… chiamò…
La
storia dell’uomo, di ogni uomo sotto il cielo, potrebbe essere letta
secondo la categoria della chiamata, ne sia consapevole o meno. Non è
forse così per il venire alla luce? Nessuno ha deciso da sé tempi e
modi di venire al mondo. E tuttavia, se nessuno ha scelto di venire al
mondo perché Qualcuno ci ha chiamati all’esistenza, è altrettanto vero
che al mondo non ci si resta se non decidendo di rimanerci e come
rimanerci.
Si
decide di rimanerci quando si lasciano parlare avvenimenti e incontri
(la cui lettura non è univoca ma sempre personale), quando si
conferisce diritto di parola persino a uno sguardo, a un gesto, a un
atteggiamento, al tono della voce, quando nulla è letto come
irrilevante o banale. Ripenso alla mia vocazione: nulla di eclatante o
di fulmineo. Avevo poco più di 5 anni quando un giorno rimasi colpito
dal mio parroco venuto a casa con uno stuolo di ragazzi per la
benedizione delle famiglie. Avrei voluto essere anch’io tra di loro e
lui me lo permise. E da lì…
Cosa
avrà avuto di diverso quell’uomo di Nazareth rispetto ad altri che pure
erano passati nella vita dei primi quattro chiamati? Apparentemente
nulla. Eppure, quel suo sguardo registrato nella memoria del cuore dei
discepoli, prima ancora che nella pagina evangelica, deve aver avuto un
che di diverso. Ci sono sguardi e sguardi: c’è lo sguardo che fulmina,
inchioda, condanna e c’è lo sguardo che dà fiducia, promuove, riscatta,
riabilita.
Quello
sguardo ha detto molto più di qualsiasi dichiarazione. E i quattro
hanno colto in quello sguardo una chiamata per loro. Quello sguardo
deve aver visto non solo ciò che essi erano ma ciò che potevano
diventare. Ed essi si sono lasciati interpellare da quello sguardo.
Lasciar parlare lo sguardo. Non accadrà lo stesso a un altro giovane
del vangelo, che pure sarà guardato alla stessa maniera, ma preferirà
rimanere attaccato alle sue cose.
Passando… vide… chiamò… ...
Attorno ad un sogno
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'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)
Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino
Vangelo: Mc 1,14-20
Gesù
da' inizio al suo ministero pubblico e non lo fa da un luogo
privilegiato, dalla Giudea, da Gerusalemme ma dalla Galilea, luogo
della quotidianità, regione di confine, malfamata, disprezzata dai pii
israeliti perché chi vi abita vive in una condizione di
promiscuità con i popoli pagani, lontani da Gerusalemme, centro
ufficiale della religione, e dal Tempio, vero cuore palpitante
della fede e orgoglio del popolo ebraico. Fin dai primi
versetti del suo Vangelo, Marco ci presenta il Battista come colui
che indica Gesù quale compimento delle profezie veterotestamentarie,
che proclama al popolo che il tempo è compiuto, che è giunto a
definitiva maturazione quel 'momento propizio' - il kairos - che ha una importanza fondamentale nel disegno del Padre per la salvezza dell'uomo.
"Il Regno di Dio è vicino",
è in mezzo a noi, e si è reso visibile nell'uomo Gesù che ne fa il tema
chiave della sua predicazione. Ma il Regno incarnato da Gesù non è la
concentrazione delle aspettative del popolo di Israele, egli non è il
Messia politico-guerriero alla stregua del re Davide ma è "il Servo del Signore Dio" che libera il suo popolo facendosi carico definitivamente delle sue sofferenze (cfr Is 42).
...
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"Ruth, l'amica"
di Alberto Neglia, o.carm
(VIDEO INTEGRALE)
Primo incontro inserito nell'ambito della catechesi degli adulti
"LA DONNA NELLA BIBBIA E NELLA STORIA DELLA CHIESA" promossa dalla Parrocchia Santo Stefano Protomartire di Milazzo (ME) 13 GENNAIO 2015
C’è
un libro nella Bibbia, molto piccolo, dove il nome di Dio viene
pronunziato poche volte e dove Dio esplicitamente non parla mai. Si
tratta del libro di Rut che racconta una vicenda familiare semplice,
nella quale però, attraverso le relazioni reciproche dei protagonisti,
Dio intesse il suo disegno d’amore provvidente e manifesta la sua
tenerezza per l’umanità ferita. ... La salvezza di Dio passa attraverso l’uomoIl
racconto del libro di Rut evidenzia che il Signore Dio si china sulle
ferite dell’umanità, presenti nella trama del libro, attraverso i gesti
degli stessi personaggi. La liberazione dei poveri è opera di Dio, ma è
affidata agli uomini. Dio, spesso, si confonde con la voce degli
uomini. Le vicende narrate nel libro di Rut evidenziano che «L’amore
del Signore per i più poveri (vedova straniero) passa sempre per l’uomo
fratello. Non si manifesta nella straordinarietà di interventi
eccezionali, ma nel tessuto usuale della vita. È essa stesa espressione
della provvidenza di Dio, che pone gesti a favore dell’uomo, che lo
rende veicolo dei suoi progetti. Ognuno degli attori della nostra
storia è mediatore di salvezza per gli altri: Rut per Noemi, ma anche
Noemi per Rut; Booz il Go’el, per Rut e Noemi; Obed per tutti. Ma anche
gli eventi giocano a favore dell’uomo. Perfino quelli ostili divengono,
alla distanza, vie di liberazione: la solitudine di Noemi è spinta al
suo ritorno in patria. La povertà sua e di Rut è sollecitazione alla
spigolatura, occasione dell’incontro di Rut con Booz» ...
video
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A scuola di amabilità
San Francesco di Sales
di Antonio Savone
È
stato definito uomo di frontiera per vari motivi: anzitutto di
carattere geografico (visse, infatti, ai margini dello stato sabaudo),
poi di carattere cronologico (visse a cavallo di due secoli che
segnavano il passaggio dal rinascimento al barocco), poi ancora per
quanto riguarda le confessioni religiose (non riuscì mai ad entrare
nella cattedrale di cui pure fu titolare: Ginevra, infatti, era
dominata dai riformatori protestanti). Uomo di unità qual era, soffrì
molto per la divisione della Chiesa e per i disastri dell’odio che inquinava il dibattito teologico.
Per
conoscere la figura di Francesco di Sales partirei da ciò che sua madre
scriveva di lui «Non fossi sua madre, potrei rivelare molte cose
mirabili sulla sua infanzia. Ma senza mentire posso affermare che il
piccolo Francesco era direttore d’anime di se stesso ed era maestro di
pietà per se stesso, tutto protetto dall’amore di Dio. L’ho sempre
considerato un santo. di cui non meritavo di essere madre». Chiese
molto anzitutto a se stesso e poi agli altri. ...
A scuola di amabilità – San Francesco di Sales
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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni |
(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Libertà e paura
Il senso della storia
di Bruno Forte
Pubblichiamo
un’anticipazione dell’ultimo libro di Bruno Forte, “Lettere dalla
collina. Sulla fede e l’esperienza di Dio”, in uscita da Mondadori
Libri nella Collezione Saggi. Con tono colloquiale, proprio del genere
epistolare, vengono affrontate domande fondamentali, che anche i
recenti fatti di Parigi hanno risvegliato, quali quelle sul dolore, sul
male e sul senso della vita e della storia.
Che
senso ha la mia vita? È la domanda che mi hai fatto, dando voce così
all’inquietudine più profonda del Tuo cuore. È una domanda importante e
sono contento che Tu me l’abbia fatta, perché questo vuol dire che sei
una persona che si mette in gioco nel cercare la verità e che nel tuo
intimo credi alla dignità della vita che ci è stata donata. È vero che
non tutti sembrano farsi questa domanda, anche se sono convinto che in
ciascuno essa sia presente come un tarlo nascosto, un desiderio
incancellabile, che resta tale anche quando non è espresso. Se mi
chiedi il perché di questa mia convinzione non esito a risponderti che
interrogarci sul senso di ciò che scegliamo e facciamo ci aiuta a
essere più ricchi di umanità, motivati e aperti alla felicità, di cui
abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Dare senso alla vita è
consentire alla nostra anima di respirare, e il respiro dell’anima è
ciò che ci fa vivere veramente. Il senso della vita non è insomma
Il
senso della vita non può fermarsi a ciò che è mortale e penultimo, per
quanto forte sia il legame che ad esso ci unisce: la vita ha senso se
la meta e la patria per cui si vive, si soffre e si ama, ha la
misteriosa potenza di vincere la morte, di dare alla nostalgia del
cuore inquieto un approdo di eternità. È qui che nella ricerca del
senso due amori si toccano: quello alla scena del mondo che passa, e
quello a Colui che è in persona l’amore più forte della morte, origine,
grembo e patria di ogni vero amore. La ricerca del senso sfocia così,
con naturale continuità, nella ricerca di Dio e del Suo volto, nel
desiderio e nella nostalgia del Totalmente Altro, che garantisca la
vittoria ultima dell’amore sulla morte, della vita sul nulla. Sui
sentieri della ricerca del senso da dare alle opere e ai giorni, come
luce del cuore e forza del cammino, si passa inevitabilmente dalle cose
alle persone da amare, e da queste all’inizio e alla sorgente di ogni
amore, meta e destino di ogni vincolo d’amore che dia sapore alla vita.
Ai cercatori del significato, che renda degna e bella l’esistenza,
anche a quelli che hanno conosciuto la delusione di approdi troppo
corti e troppo brevi, cercatori del senso perduto, l’incontro con
l’amore personale di Dio, mistero del mondo, si offre come libertà
donata: libertà dalla paura e dal dolore del non senso; dono non
meritato né prodotto dalle nostre mani, offerta di gratuità che viene a
noi, ci sorprende e illumina tutti gli spazi dell’anima a condizione di
aprire la porta del nostro cuore. È quanto ci assicura la parola della
promessa: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia
voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con
me” (Ap 3,20).
..
Il senso della storia di Bruno Forte (PDF)
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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani
18-25 gennaio 2015
“Dammi un po’ d’acqua da bere”
(Giovanni 4, 7)
La
proposta di preghiera e di riflessione che in questa Settimana di
preghiera per l’unità dei cristiani ci arriva dal Brasile, e per la
quale siamo riconoscenti ai nostri fratelli che testimoniano la fede al
di là dell’Oceano, ci porta quest’anno a sederci tutti attorno al pozzo
di Giacobbe: forse affaticati per il viaggio, come Gesù, forse
incuriositi, turbati, ma anche aperti alla conoscenza di quell’uomo
capace di un discorso chiaro e profondo, così come succede alla donna
di Samaria. È l’evangelista Giovanni a presentarci questo racconto
(4,1-42), che costituisce il tema di fondo di quest’anno.
LETTURE BIBLICHE E COMMENTO
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA
VII GIORNO
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Le levatrici d’Egitto/7 -
Dopo l’estrema piaga,
l’idolo si piega ed è «l'inizio dei mesi»
Ecco la liberazione più grande di Luigino Bruni
“Le piaghe non eguagliarono per
crudeltà l’oppressione degli egiziani sui figli d’Israele, che si
protrasse sino alla fine della loro permanenza in quella terra. Ancora
il giorno stesso dell’Esodo, Rachele figlia di Sutela diede alla luce
un bambino mentre insieme al marito stava lavorando la malta per i
mattoni. Il neonato sgusciò fuori dal ventre e affondò in quella
poltiglia. Allora apparve Gabriele che formò un mattone nel quale
incluse il bambino e lo portò nell’alto dei cieli” (Louiz Ginzberg, Le leggende degli ebrei) Le
piaghe d’Egitto sono la condizione normale degli imperi idolatrici, e
quindi anche del nostro. In questi regimi l’acqua non disseta gli
esseri viventi né feconda la terra. Imputridisce e genera rane,
zanzare, tafani…, e muoiono gli animali. Il sole non riesce a penetrare
attraverso la loro densa polvere, e tutto è avvolto dalla tenebra. Gli
imperi degli idoli non hanno discendenti, i loro primogeniti muoiono,
perché l’idolo è seducente, ma sterile. Quando gli imperi dimostrano la
loro invincibile natura idolatrica, quando nessuna piaga riesce a
convertire il faraone, quando l’unica condizione possibile nella terra
dell’impero è la schiavitù, l’Esodo ci dice che per il povero non è
ancora finita, ci resta ancora una possibilità. Anche in questa
condizione tremenda – cosa c’è di più tremendo della morte dei bambini?
– esiste una via di salvezza se si riesce a credere ai profeti, e a
resistere fino alla fine: «Ancora una piaga manderò contro il faraone e
l'Egitto; dopo di che egli vi lascerà partire di qui» (12,1). ... Questi
difficili, tremendi e stupendi capitoli dell’Esodo vanno letti anche
come una grande lezione sull’idolatria – è questa la vena più profonda
che stiamo cercando. La Bibbia non ha alcuna pietà per questo faraone,
perché per salvare se stessa e salvarci deve essere spietata contro gli
idoli. La prima verità di YHWH è non essere uno dei tanti idoli degli
uomini. Israele ha sempre lottato contro gli idoli attorno e dentro di
sé, compresi quelli che aveva visto in Egitto e dai quali era stato
affascinato. Ponendo all’inizio della Genesi un Dio creatore e un uomo
creato a sua immagine, la Bibbia ha voluto fare una scelta radicale e
fondamentale. Ha scavato un solco profondissimo e invalicabile tra sé e
la cultura idolatrica, dove invece è il dio che viene creato a immagine
di un uomo impoverito della trascendenza. L’idolo è l’anti-YHWH, ma è
anche l’anti-Adam, perché una cultura idolatrica nega prima di tutto
l’uomo, che finisce schiavo e produttore a vita di mattoni per l’idolo
da lui stesso creato. Per credere nell’idolo non serve la fede, perché
è banalmente evidente nelle piazze e nei mercati di tutti. La fede
biblica è invece fiducia in una voce che non vede, ma che “sente”. È
allora che l’imperatore-idolo viene colpito dalle piaghe, e la grande
liberazione è soprattutto l’uscita dall’idolatria. I figli che devono
morire sono i figli degli idoli e dei loro imperi che hanno
accompagnato lo sviluppo della nostra storia e della storia della
salvezza.
Oggi
viviamo una grande epoca idolatrica, probabilmente la più grande di
tutte. Abbiamo ridotto il trascendente a manufatto, riempito il “cielo”
di cose che non saziano mai, perché prodotte non per togliere ma per
aumentare la nostra fame di idoli affamati – gli idoli devono mangiare
sempre, finiscono per divorare i loro adoratori, e non sono mai sazi.
Il sistema storico più vicino alla cultura idolatrica pura è il
capitalismo finanziario-consumista cui abbiamo dato vita. Basta
frequentare i suoi luoghi, parlare con i suoi grandi attori, assistere
alle sue liturgie, per appurarlo con estrema chiarezza. È un sistema
che conosce e alimenta solo il culto di se stesso, che vede e riconosce
un solo fine: massimizzare la produzione di mattoni per innalzare le
proprie piramidi-babele sempre più alte. Gli imperi idolatrici puri non
durano a lungo: passerà presto anche la scena di questo capitalismo
divoratore. Ma le nostre piaghe non sono ancora finite, e con esse
continua forte il grido dei popoli oppressi. ...
Ecco la liberazione più grande di Luigino Bruni
Guarda i post già pubblicati:
- - Le levatrici d’Egitto/6
- - Le levatrici d’Egitto/5
- - Le levatrici d’Egitto/4
- - Le levatrici d’Egitto/3
- - Le levatrici d’Egitto/2
- - Le levatrici d’Egitto/1
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Sembra
una notizia minore, di quelle che la grande stampa nazionale
solitamente cestina, presa da eventi di più grande portata storica.
Eppure si tratta di una notizia che ha un alto valore simbolico. Papa
Francesco, in verità non nuovo a queste iniziative, non ha solo
disposto che in piazza San Pietro venissero dislocate toilet e docce
per i clochard, ha dato disposizione al suo Elemosiniere, monsignor
Konrad Krajewski, di fare un'indagine presso tutti i barbieri di Roma
per sapere se fossero stati disponibili a offrire le loro prestazioni
per tagliare barbe e capelli dei suddetti clochard ogni lunedì, giorno
di chiusura dei loro esercizi, e di acquistare, con i fondi vaticani,
tutto ciò che occorre; in realtà sono stati tantissimi i volontari che
hanno già donato tutta l'attrezzatura necessaria, forbici, spazzole,
rasoi, uno specchio e, ovviamente, la poltrona da barbiere e tanti sono i barbieri volontari che con entusiasmo si sono messi a disposizione.
...
Papa Francesco ha posto la povertà al centro della sua agenda fin da quando è stato eletto nel 2013 e la
"barberia del Papa" è l'ultima iniziativa per i poveri della città
promossa dall'Elemosineria apostolica, il braccio operativo della
carità del Pontefice guidata da monsignor Konrad Krajewski,
l'arcivescovo polacco cui Bergoglio, nominandolo, aveva ordinato di non
rimanere dietro la scrivania, ma di divenire il suo prolungamento
concreto a favore degli ultimi. Così Krajewski dopo aver organizzato la
costruzione delle docce, che ha subito qualche ritardo sui tempi di
ristrutturazione previsti, ha fatto riservare un'area dei nuovi locali
ampliati sotto al Colonnato ad una sala da barbiere.
"La prima cosa che noi vogliamo - ha spiegato mons. Krajewski - è dare dignità alla persona
...
Vedi anche il nostro precedente post:
Per
i clochard - anzi i «pellegrini senza tetto» - a Roma docce nelle varie
parrocchie e tre anche sotto il colonnato di San Pietro
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Angelus/Regina Cæli - Angelus del 25 gennaio 2015
Udienza Generale - del 28 gennaio 2015: La Famiglia - 3. Padre
Omelia - Solennità della Conversione di San Paolo Apostolo - Celebrazione dei Vespri (25 gennaio 2015)
Discorso - Ai partecipanti all'Incontro promosso dal Pontificio Istituto di Studi Arabi e d'Islamistica (24 gennaio 2015)
Discorso - Ai
partecipanti al Colloquio ecumenico di Religiosi e Religiose, promosso
dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di
Vita Apostolica (24 gennaio 2015)
Discorso - Ai partecipanti al Congresso Internazionale promosso dalla Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Gregoriana (24 gennaio 2015)
Discorso - Alla
Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa
cattolica e le Chiese ortodosse orientali (30 gennaio 2015)
Messaggio - Quaresima 2015: Rinfrancate i vostri cuori (Gc 5,8)
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24/01/2015:
27/01/2015:
29/01/2015:
Il vero amore...
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
25 gennaio 2015
Cari fratelli e sorelle buongiorno,
il
Vangelo di oggi ci presenta l’inizio della predicazione di Gesù in
Galilea. San Marco sottolinea che Gesù cominciò a predicare «dopo che
Giovanni [il Battista] fu arrestato» (1,14). Proprio nel momento in cui
la voce profetica del Battezzatore, che annunciava la venuta del Regno
di Dio, viene messa a tacere da Erode, Gesù inizia a percorrere le
strade della sua terra per portare a tutti, specialmente ai poveri, «il
Vangelo di Dio» (ibid.). L’annuncio di Gesù è simile a quello di
Giovanni, con la differenza sostanziale che Gesù non indica più un
altro che deve venire: Gesù è Lui stesso il compimento delle promesse;
è Lui stesso la “buona notizia” da credere, da accogliere e da
comunicare agli uomini e alle donne di tutti i tempi, affinché
anch’essi affidino a Lui la loro esistenza. Gesù Cristo in persona è la
Parola vivente e operante nella storia: chi lo ascolta e segue entra
nel Regno di Dio.
...
Che
questa sete di Gesù diventi sempre più anche la nostra sete!
Continuiamo, pertanto, a pregare e ad impegnarci per la piena unità dei
discepoli di Cristo, nella certezza che Egli stesso è al nostro fianco
e ci sostiene con la forza del suo Spirito affinché tale meta si
avvicini. E affidiamo questa nostra preghiera alla materna
intercessione di Maria Vergine, Madre di Cristo, Madre della Chiesa,
perché Lei ci unisca tutti come una buona madre.
Dopo l'Angelus:
APPELLO PER LA PACE IN UCRAINA
Seguo
con viva preoccupazione l’inasprirsi degli scontri nell’Ucraina
orientale, che continuano a provocare numerose vittime tra la
popolazione civile. Mentre assicuro la mia preghiera per quanti
soffrono, rinnovo un accorato appello perché si riprendano i tentativi
di dialogo e si ponga fine ad ogni ostilità.
Adesso continuiamo in compagnia [si affiancano al Papa due ragazzi dell’ACR di Roma]
Saluto
con affetto tutti voi, cari pellegrini venuti da diverse parrocchie
d’Italia e di altri Paesi, come pure le associazioni e i gruppi
scolastici.
In
particolare, saluto la comunità filippina di Roma. Carissimi, il popolo
filippino è meraviglioso, per la sua fede forte e gioiosa. Il Signore
sostenga sempre anche voi che vivete lontano dalla patria. Grazie tante
per la vostra testimonianza! E grazie tante di tutto il bene che fate
da noi, perché voi seminate la fede da noi, voi fate una bella
testimonianza di fede. Grazie tante!
...
Mi
rivolgo adesso ai ragazzi e alle ragazze dell’Azione Cattolica di Roma.
Cari ragazzi, anche quest’anno, accompagnati dal Cardinale Vicario e da
Mons. Mansueto [Bianchi], siete venuti numerosi al termine della vostra
“Carovana della Pace”. Vi ringrazio, e vi incoraggio a proseguire con
gioia il cammino cristiano, portando a tutti la pace di Gesù. Ora
ascoltiamo il messaggio che leggeranno i vostri amici, qui accanto a
me.
video
Ecco i palloncini che vogliono dire ‘pace’.
Grazie,
ragazzi! A tutti auguro buona domenica e buon pranzo. E per favore, per
favore non dimenticatevi di pregate pregare per me. Arrivederci!
testo integrale
video integrale
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28 gennaio 2015
L’udienza
generale si è svolta in Aula Paolo VI, a Roma, dove il Papa è arrivato
alle 9.45 circa, sorridente e rilassato, e ha compiuto il lungo
corridoio centrale a piedi circondato dall’affetto dei circa 7mila
fedeli presenti.
Tra
di loro, anche un nutrito gruppi di militari in mimetica e basco
azzurro. Moltissimi, come al solito, i “selfie” e gli abbracci,
soprattutto per i più piccoli: un ragazzo, con in mano un cartello
giallo con scritte nere, ha quasi implorato il Papa a mani giunte
perché si fermasse e facesse una foto con lui. Francesco l’ha
accontentato, mettendosi in posa. Poi il Papa ha anche aiutato uno dei
piccoli bimbi che ha salutato a mettersi il ciuccio. Il Papa si è
soffermato a salutare, in particolare, un gruppo di bambini con la
sindrome di Downn, accompagnati dalle loro famiglie. Tra i doni
ricevuti, una maglia di calcio con il numero uno e la scritta
“Francesco” sul retro.
video del saluto ai fedeli
Un
saluto speciale ai 150 artisti del Circo Medrano, che al termine
dell’udienza generale di oggi hanno offerto al Papa un “saggio” della
loro bravura, eseguendo “numeri” palco dell’Aula Paolo VI. Il Papa li
ha seguiti con attenzione, sorridendo e lasciandosi coinvolgere
scherzosamente da un giocoliere.
video
Durante
i saluti in lingua italiana, che come di consueto concludono
l’appuntamento del mercoledì con i fedeli, Francesco ha ricordato
inoltre la figura di san Tommaso. Salutando, poco prima, i fedeli di
lingua portoghese, il Papa ha pregato “per tutte le famiglie,
specialmente per quelle che si trovano in difficoltà, certi che esse
sono un dono di Dio nelle nostre comunità cristiane”.
La Famiglia - 3. Padre
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Riprendiamo
il cammino di catechesi sulla famiglia. Oggi ci lasciamo guidare dalla
parola “padre”. Una parola più di ogni altra cara a noi cristiani,
perché è il nome con il quale Gesù ci ha insegnato a chiamare Dio:
padre. Il senso di questo nome ha ricevuto una nuova profondità proprio
a partire dal modo in cui Gesù lo usava per rivolgersi a Dio e
manifestare il suo speciale rapporto con Lui. Il mistero benedetto
dell’intimità di Dio, Padre, Figlio e Spirito, rivelato da Gesù, è il
cuore della nostra fede cristiana.
“Padre”
è una parola nota a tutti, una parola universale. Essa indica una
relazione fondamentale la cui realtà è antica quanto la storia
dell’uomo. Oggi, tuttavia, si è arrivati ad affermare che la nostra
sarebbe una “società senza padri”. In altri termini, in particolare
nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente
assente, svanita, rimossa.
...
E
allora farà bene a tutti, ai padri e ai figli, riascoltare la promessa
che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: «Non vi lascerò orfani» (Gv
14,18). E’ Lui, infatti, la Via da percorrere, il Maestro da ascoltare,
la Speranza che il mondo può cambiare, che l’amore vince l’odio, che
può esserci un futuro di fraternità e di pace per tutti. Qualcuno di
voi potrà dirmi: “Ma Padre, oggi Lei è stato troppo negativo. Ha
parlato soltanto dell’assenza dei padri, cosa accade quando i padri non
sono vicini ai figli… È vero, ho voluto sottolineare questo, perché
mercoledì prossimo proseguirò questa catechesi mettendo in luce la
bellezza della paternità. Per questo ho scelto di cominciare dal buio
per arrivare alla luce. Che il Signore ci aiuti a capire bene queste
cose. Grazie.
video della catechesi
Saluti:
...
Oggi celebriamo la memoria di San Tommaso d’Aquino, dottore della
Chiesa. La sua dedizione allo studio, favorisca in voi, cari giovani,
l’impegno dell’intelligenza e della volontà al servizio del Vangelo; la
sua fede aiuti voi, cari ammalati, a rivolgervi al Signore anche nella
prova; e la sua mitezza indichi a voi, cari sposi novelli, lo stile dei
rapporti tra i coniugi all’interno della famiglia.
il testo integrale
video integrale
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
26 gennaio 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“La fede va vissuta senza timidezza né vergogna”
Sono
principalmente le donne a trasmettere la fede: è quanto ha affermato il
Papa nella Messa presieduta a Santa Marta nel giorno in cui la Chiesa
celebra la memoria dei Santi Timoteo e Tito, commentando in particolare
la seconda Lettera di San Paolo al discepolo Timoteo.
Sono le mamme e le nonne che trasmettono la fede
Paolo
ricorda a Timoteo da dove viene la sua “schietta fede”: l’ha ricevuta
dallo Spirito Santo “tramite la mamma e la nonna”. “Sono le mamme, le
nonne” – afferma il Papa – che trasmettono la fede. E aggiunge: “Una
cosa è trasmettere la fede e altra cosa è insegnare le cose della fede.
La fede è un dono. La fede non si può studiare. Si studiano le cose
della fede, sì, per capirla meglio, ma con lo studio mai tu arrivi alla
fede. La fede è un dono dello Spirito Santo, è un regalo, che va oltre
ogni preparazione”. Ed è un regalo che passa attraverso il “bel lavoro
delle mamme e delle nonne, il bel lavoro di quelle donne” in una
famiglia, “può essere anche una domestica, può essere una zia”, che
trasmettono la fede:
“Mi
viene in mente: ma perché sono principalmente le donne a trasmettere la
fede? Semplicemente perché quella che ci ha portato Gesù è una donna.
E’ la strada scelta da Gesù. Lui ha voluto avere una madre: anche il
dono della fede passa per le donne, come Gesù per Maria”.
Custodire il dono della fede perché non si annacqui
“E
dobbiamo pensare oggi – sottolinea il Papa - se le donne … hanno questa
coscienza del dovere di trasmettere la fede”. Paolo invita poi Timoteo
a custodire la fede, il deposito, evitando “le vuote chiacchiere
pagane, le vuote chiacchiere mondane”. “Tutti noi – afferma - abbiamo ricevuto il dono della fede. Dobbiamo custodirlo, perché almeno non si annacqui,
perché continui a essere forte con la potenza dello Spirito Santo che
ce lo ha regalato”. E la fede si custodisce ravvivando questo dono di
Dio:
“Se
noi non abbiamo questa cura, ogni giorno, di ravvivare questo regalo di
Dio che è la fede, ma la fede si indebolisce, si annacqua, finisce per
essere una cultura: ‘Sì, ma, sì, sì, sono cristiano, sì, sì…’, una
cultura, soltanto. O una gnosi, una conoscenza: ‘Sì, io conosco bene
tutte le cose della fede, conosco bene il catechismo’. Ma come tu vivi
la tua fede? E questa è l’importanza di ravvivare ogni giorno questo
dono, questo regalo: di farlo vivo”.
...
Papa: la fede è dono dello Spirito Santo trasmesso soprattutto dalle donne
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
27 gennaio 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“La 'voglia' di fare la volontà del Padre”
Bisogna
pregare Dio e chiedere ogni giorno la grazia di capire la sua volontà,
la grazia di seguirla e la grazia di compierla fino in fondo. È questo
l’insegnamento ricavato da Papa Francesco dalla liturgia del giorno e
spiegato all’omelia della Messa del mattino, presieduta in Casa S.
Marta.
C’era
una volta la legge fatta di prescrizioni e divieti, di sangue di tori e
capri, “sacrifici antichi” che non avevano né la “forza” di “perdonare
i peccati”, né di dare “giustizia”. Poi nel mondo venne Cristo e con il
suo salire sulla Croce – l’atto “che una volta per sempre ci ha
giustificato” – Gesù ha dimostrato quale fosse il “sacrificio” più
gradito a Dio: non l’olocausto di un animale, ma l’offerta della
propria volontà per fare la volontà del Padre.
Volontà di Dio, strada di santità
Letture
e Salmo del giorno indirizzano la riflessione del Papa su uno dei
fulcri della fede: l’“obbedienza alla volontà di Dio”. Questa, afferma
Francesco, “è la strada della santità, del cristiano”, cioè che “il
piano di Dio venga fatto”, che “la salvezza di Dio venga fatta”:
“Il
contrario incominciò in Paradiso, con la non obbedienza di Adamo. E
quella disobbedienza ha portato il male a tutta l’umanità. E anche i
peccati sono atti di non obbedire a Dio, di non fare la volontà di Dio.
Invece, il Signore ci insegna che questa è la strada, non ce n’è
un’altra. E incomincia con Gesù, sì, nel Cielo, nella volontà di
obbedire al Padre. Ma in terra incomincia con la Madonna: lei, cosa ha
detto all’Angelo? ‘Che si faccia quello che tu dici’, cioè che si
faccia la volontà di Dio. E con quel ‘sì’ al Signore, il Signore ha
incominciato il suo percorso fra noi”.
Tante opzioni sul vassoio
“Non
è facile”. Questa espressione torna diverse volte sulle labbra del Papa
quando parla del compiere la volontà di Dio. Non è stato facile per
Gesù che, ricorda, su questo fu tentato nel deserto e anche nell’Orto
degli Ulivi con lo strazio nel cuore accettò il supplizio che lo
attendeva. Non fu facile per alcuni discepoli, che lo lasciarono perché
non capirono cosa volesse dire “fare la volontà del Padre”. Non lo è
per noi, dal momento che – nota il Papa – “ogni giorno ci presentano su
un vassoio tante opzioni”. E allora, si chiede, come “faccio per fare la volontà di Dio?”. Chiedendo “la grazia” di volerla fare:
“Io
prego, perché il Signore mi dia la voglia di fare la sua volontà, o
cerco i compromessi perché ho paura della volontà di Dio? Un’altra
cosa: pregare per conoscere la volontà di Dio su di me e sulla mia
vita, sulla decisione che devo prendere adesso… tante cose. Sul modo di
gestire le cose… La preghiera per voler fare la volontà di Dio, e
preghiera per conoscere la volontà di Dio. E quando conosco la volontà
di Dio, anche la preghiera, per la terza volta: per farla. Per compiere
quella volontà, che non è la mia, è quella di Lui. E non è facile”.
...
Francesco: chiedere a Dio la “voglia” di fare la sua volontà
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
29 gennaio 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“non privatizzare la salvezza”
Non
seguono la via nuova inaugurata da Gesù quanti privatizzano la fede
chiudendosi in “élites” che disprezzano gli altri: è quanto ha
affermato Papa Francesco durante la Messa mattutina presieduta a Casa a
Santa Marta.
Non privatizzare la fede
Commentando
la Lettera agli Ebrei, Papa Francesco afferma che Gesù è “la via nuova
e viva” che dobbiamo seguire “secondo la forma che Lui vuole”. Perché
ci sono forme sbagliate di vita cristiana. Ci sono dei "criteri per non
seguire i modelli sbagliati. E uno di questi modelli sbagliati è
privatizzare la salvezza”:
“E’
vero, Gesù ci ha salvati tutti, ma non genericamente. Tutti, ma ognuno,
con nome e cognome. E questa è la salvezza personale. Davvero io sono
salvato, il Signore mi ha guardato, ha dato la sua vita per me, ha
aperto questa porta, questa via nuova per me, e ognuno di noi può dire
‘Per me’. Ma c’è il pericolo di dimenticare che Lui ci ha salvato
singolarmente, ma in un popolo. In un popolo. Sempre il Signore salva nel popolo.
Dal momento che chiama Abramo, gli promette di fare un popolo. E il
Signore ci salva in un popolo. Per questo l’autore di questa Lettera ci
dice: ‘Prestiamo attenzione gli uni agli altri’. Non c’è una salvezza
soltanto per me. Se io capisco la salvezza così, sbaglio; sbaglio
strada. La privatizzazione della salvezza è una strada sbagliata”.
Tre criteri: comunicare fede, speranza e carità
Tre
sono i criteri per non privatizzare la salvezza: “la fede in Gesù che
ci purifica”, la speranza che “ci fa guardare le promesse e andare
avanti” e “la carità: cioè prestiamo attenzione gli uni agli altri, per
stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”
...
Papa: non seguono via di Gesù élites ecclesiali che disprezzano altri
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
30 gennaio 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“i cristiani conservino l’entusiasmo del primo amore”
Un
cristiano deve sempre custodire in sé la “memoria” del suo primo
incontro con Cristo e la “speranza” in Lui, che lo spinge ad andare
avanti nella vita con il “coraggio” della fede. Lo ha affermato Papa
Francesco all’omelia della Messa del mattino, presieduta nella cappella
di Casa Santa Marta.
Non
ama sul serio chi non ricorda “i giorni del primo amore”. E un
cristiano senza più memoria del suo primo incontro con Gesù è una
persona svuotata, spiritualmente inerte, come solo sanno essere i
“tiepidi”.
Cristiani tiepidi, un fallimento
A
orientare l’omelia di Francesco è anzitutto la frase iniziale della
Lettera agli Ebrei, nella quale l'autore invita tutti a richiamare
“alla memoria quei primi giorni”, quelli in cui avete ricevuto, dice,
“la luce di Cristo”. Quello in particolare, il “giorno dell’incontro
con Gesù” – osserva il Papa – non va mai dimenticato perché è il giorno
di “una gioia grande”, di “una voglia di fare cose grandi”. E assieme
alla memoria, mai smarrire il “coraggio dei primi tempi” e
l’“entusiasmo”, la “franchezza” che nascono dal ricordo del primo amore:
“La
memoria è tanto importante per ricordare la grazia ricevuta, perché se
noi cacciamo via questo entusiasmo che viene dalla memoria del primo
amore, questo entusiasmo che viene dal primo amore, viene quel pericolo
tanto grande per i cristiani: il tepore. I cristiani 'tiepidi'. Eh, ma
stanno lì, fermi, e sì, sono cristiani, ma hanno perso la memoria del primo amore. E, sì, hanno perso l’entusiasmo.
Anche, hanno perso la pazienza, quel 'tollerare' le cose della vita con
lo spirito dell’amore di Gesù; quel 'tollerare', quel 'portare sulle
spalle' le difficoltà… I cristiani tiepidi, poverini, sono in grave
pericolo”.
...
Memoria e speranza uguale fede
Una
salvezza afferma il Papa, citando il passo del Vangelo, che va protetta
“perché il piccolo grano di senape cresca e dia il suo frutto”:
“Danno
pena, fanno male al cuore tanti cristiani – tanti cristiani! – a metà
cammino, tanti cristiani falliti in questa strada verso l’incontro con
Gesù, partendo dall’incontro con Gesù. Questa strada nella quale hanno
perso la memoria del primo amore e non hanno la speranza".
"Chiediamo al Signore - è la preghiera conclusiva del Papa - la grazia di custodire il regalo, il dono della salvezza”.
Francesco: memoria e speranza, i "parametri" del cristiano
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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2015
Rinfrancate i vostri cuori (Gc 5,8)
Cari fratelli e sorelle,
la
Quaresima è un tempo di rinnovamento per la Chiesa, le comunità e i
singoli fedeli. Soprattutto però è un “tempo di grazia” (2 Cor 6,2).
Dio non ci chiede nulla che prima non ci abbia donato: “Noi amiamo
perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4,19). Lui non è indifferente
a noi. Ognuno di noi gli sta a cuore, ci conosce per nome, ci cura e ci
cerca quando lo lasciamo. Ciascuno di noi gli interessa; il suo amore
gli impedisce di essere indifferente a quello che ci accade.
...
Con
questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e
ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale,
e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna
vi custodisca.
Francesco
Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2015 (27/01/2015)
video
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Ascoltando il
papa sull’aereo per Manila e le sue parole sorprendenti, ho pensato a
quando frere Christian, al monastero di Thibirime, in Algeria, aprì la
porta per la prima volta al capo del Gia (gruppo islamico armato) nel
natale del 1993. La sua prima parola fu: ”merde”. Non una posta di
rosario o una giaculatoria, ma una umanissima parola di protesta .
Questo non cancella il suo straordinario testamento, in cui chiede al
Signore di poter vedere l’islam con lo sguardo e con gli occhi di
Dio. Dunque nessun martirio a petto in fuori, con l’arroganza della
verità, ma la grazia discreta del martirio, da vivere nel punto più
delicato e definitivo della vita, restando e non partendo.
...
Papa Francesco, come frere Christian, obbedisce e dona la vita,non
nella forza, ma nella piccolezza, senza nascondersi e senza nascondere
le proprie paure, perché li opera sempre la misericordia e il perdono
di Dio.
Massimo Toschi: Papa Francesco, il pugno e la paura
Anche
il papa è discutibile. Una sua recente frase ha suscitato polemiche ed
interpretazioni diverse. Qualcuno ha detto che il richiamo al «pugno»
potrebbe essere inteso come legittimazione della violenza. A me non
pare. L'esegesi di un testo comincia dal contesto.
...
Il coraggio non è non avere paura, ma avere paura e andare avanti lo
stesso. Ecco, il pugno di Bergoglio, dato con tenerezza, mi appare come
un paradosso per affermare che la nonviolenza è davvero “forza e
amore”, accessibile a tutti, con i nostri limiti e le nostre
contraddizioni...
Mao Valpiana: Il «pugno» di Bergoglio
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