"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°36 del 2014

Aggiornamento della settimana

- dal 13 al 19 settembre 2014 -

 

                                    Prossima NEWSLETTER prevista per il 26 settembre 2014          


 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


LECTIO DIVINA

 a cura di Fr. Egidio Palumbo




OMELIA 

  
   di P. Gregorio Battaglia

  di P. Aurelio Antista

  di P. Alberto Neglia


PREGHIERA DEI FEDELI

 
N. B. La Lectio è temporaneamente sospesa



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 







I NOSTRI TEMPI


  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)



"Scuola il rischio noia se si perde la meraviglia" di Alessandro D'Avenia



​"Scuola il rischio noia 
se si perde la meraviglia"
di Alessandro D'Avenia 

L’alternativa a una scuola noiosa non è una scuola divertente. Non esiste una scuola spensierata e senza fatica (e il digitale non la renderà tale), ma questo non vuol dire che debba essere noiosa (e il digitale ci darà una mano). La vera alternativa è una scuola interessante. Interesse (essere dentro) vuol dire coinvolgimento con tutto l’essere (corpo, cuore, testa, spirito) da ciò che viene presentato o rappresentato (dal corpo, cuore, testa, spirito dell’insegnante). L’interesse è perfettamente compatibile con l’impegno e la fatica, cosa che la noia non potrà mai ottenere, e neanche il divertimento che si esaurisce nella consumazione dell’esperienza.
Ma che cosa ha il potere di attraversare l’essere da dentro in tutti i suoi strati? Quale presenza riesce a muovere la persona nella sua completezza chiedendole di andare oltre?

Ancora una volta chiedo la soluzione alla lettera ricevuta da una giovane lettrice
...
L’alternativa ad una scuola noiosa è una scuola "meravigliosa", cioè capace di destare l’interesse attraverso la meraviglia. Già Aristotele descriveva così questo sentimento capace di unificare sensi, cuore e mente
...

  Scuola il rischio noia se si perde la meraviglia


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Tragedia senza fine nel Mediterraneo


È una tragedia senza fine che assume i contorni inquietanti di un omicidio di massa. Una tragedia che prosegue nella quasi totale indifferenza dell’opinione pubblica italiana ed europea: 200 migranti dispersi ieri sera per il naufragio di un barcone al largo della costa libica, altri 500 annegati a 300 miglia dalle coste di Malta la scorsa settimana, a causa dello speronamento da parte di un’altra imbarcazione di trafficanti, per punirli di una ribellione. Le cause del naufragio della scorsa settimana, sul quale sta investigando la polizia, sono state riferite dagli unici due superstiti, due ragazzi palestinesi, salvati da un mercantile panamense. Racconti strazianti: i due sono rimasti a galla grazie a mezzi di fortuna e hanno visto annegare gli altri - molte donne e famiglie con minori da Siria, Palestina, Egitto, Sudan - che non hanno retto alla fatica. Tra questi, un bambino egiziano partito per cercare di inviare a casa i soldi per pagare le cure al padre, gravemente malato di cuore. Sarebbero quindi più di 700 morti in pochi giorni, che si aggiungono ai 20.481 documentati dal blog Fortress Europe dal 1988 ad oggi. Ne abbiamo parlato con l’arcivescovo di Agrigento monsignor Francesco Montenegro, noto oramai come “vescovo di Lampedusa”, che dopodomani accoglierà ad Augusta (Siracusa) i vescovi che fanno parte della Cemi (Commissione episcopale per le migrazioni) di cui è presidente. Insieme a tutti i parroci di Augusta - il porto dove confluiscono la maggior parte delle navi cariche dei migranti salvati - parleranno, pregheranno e visiteranno il centro di accoglienza. “Sarà una occasione per far sì che i vescovi vedano cosa sta accadendo - spiega -. Una cosa è guardare alla tv le notizie, altra è stare sul posto. Si aprono gli occhi diversamente”. 

Si parla tanto di Frontex plus, il dibattito è aperto ma nel Mediterraneo la gente continua a morire. Negli anni le politiche sono migliorate? 
“Per niente. È vero, continuiamo a salvarli, nonostante qualcuno a nord sia contrario. Ogni vita umana è preziosa, però continuiamo ogni giorno a sentire notizie che ti fanno rabbrividire, come quelle di oggi. Non si può più affrontare il fenomeno in questo modo. Non basta dire: ‘venite, vi facciamo posare i piedi sulla terra italiana’. Qui ci vuole una organizzazione diversa, scelte politiche diverse, una Europa diversa. Non bastano solo le navi che pattugliano. Frontex plus avrà o no il ruolo di salvare vite umane? E se non lo avrà, cosa succederà? Guarderà e filmerà? Non credo. Non si tratta di avere documentazioni sui morti ma di fare in modo che la gente non muoia. Oramai è la politica a dover giocare tutto, altrimenti continueremo solo a fare statistiche. E con i poveri le statistiche non giovano, perché dietro ci sono storie, volti”. 
...

  Settecento immigrati morti in pochi giorni: guai a farci l'abitudine

I cadaveri di centinaia di disperati in fuga da guerra e povertà riaffiorano nelle acque del Mediterraneo, dove sono oltre 800 i morti e i dispersi solo negli ultimi giorni. «È una crisi umanitaria senza precedenti», lancia l’allarme l’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu (Unhcr), che fino a ieri stimava 2.500 morti dall’inizio dell’anno, 2.200 solo dall’inizio di giugno...

  Migranti, strage infinita: 800 morti in 5 giorni


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ITALIA IN GUERRA 100 milioni di euro al giorno in armi! - di Alex Zanotelli

 

ITALIA IN GUERRA

100 milioni di euro al giorno in armi! 
di Alex Zanotelli

La guerra imperversa ormai dall’Ucraina alla Somalia, dall’Iraq al Sud Sudan, dal Califfato Islamico (ISIS),al Califfato del Nord della Nigeria (Boko Haram), dalla Siria al Centrafrica, dalla Libia al Mali, dall’Afghanistan al Sudan, fino all’interminabile conflitto Israele – Palestina. 
Accettando le decisioni del Vertice NATO, Renzi è ora obbligato ad investire in armi il 2% del PIL 

La guerra imperversa ormai dall’Ucraina alla Somalia, dall’Iraq al Sud Sudan, dal Califfato Islamico (ISIS), al Califfato del Nord della Nigeria (Boko Haram), dalla Siria al Centrafrica, dalla Libia al Mali, dall’Afghanistan al Sudan, fino all’interminabile conflitto Israele – Palestina.

Mi sembra di vedere il ‘cavallo rosso fuoco’ dell’Apocalisse: “A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace della terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una grande spada.” (Ap.6,4) E’ la “grande spada” che è ritornata a governare la terra. Siamo ritornati alla Guerra Fredda tra la Russia e la NATO che vuole espandersi a Est, dall’Ucraina alla Georgia.

Nel suo ultimo vertice, tenutosi a Newpost nel Galles (4-5 settembre 2014), la NATO ha deciso di costruire 5 basi militari nei paesi dell’Est, nonché pesanti sanzioni alla Russia. Il nostro Presidente del Consiglio, M. Renzi ha approvato queste decisioni e ha anche aderito alla Coalizione dei dieci paesi, pronti a battersi contro l’ISIS, offrendo per di più armi ai Curdi. Inoltre si è impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e a far parte dei “donatori” che forniranno a Kabul 4 miliardi di dollari. Durante il vertice NATO, Obama ha invitato gli alleati europei a investire di più in Difesa, destinandovi come minimo il 2% del PIL. Attualmente l’Italia destina 1,2% del proprio bilancio in Difesa .

Accettando le decisioni del Vertice, Renzi è ora obbligato ad investire in armi il 2% del PIL. Questo significa 100 milioni di euro al giorno!!! Questa è pura follia per un paese come l’Italia in piena crisi economica. E’ la follia di un mondo lanciato ad armarsi fino ai denti. Lo scorso anno, secondo i dati SIPRI, i governi del mondo hanno speso in armi 1.742 miliardi di dollari che equivale a quasi 5 miliardi di euro al giorno (1.032 miliardi di dollari solo dagli USA e NATO). Siamo prigionieri del “complesso militare- industriale” USA e internazionale che ci sospinge a sempre nuove guerre, una più spaventosa dell’altra, per la difesa degli “interessi vitali”, in particolare della “sicurezza economica”, come afferma la Pinotti nel Libro Bianco. Come quella contro l’Iraq, dove hanno perso la vita 4.000 soldati americani e mezzo milione di iracheni, con un costo solo per gli USA di 4.000 miliardi di dollari. Ed è stata questa guerra che è alla base dell’attuale disastro in Medio Oriente, che fa ripiombare il mondo in una paurosa spirale di odio e di guerre. Papa Francesco ha parlato di Terza Guerra Mondiale.

Davanti ad una tale situazione di orrore e di morte, non riesco a spiegarmi il silenzio del popolo italiano.
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  100 milioni di euro al giorno in armi! di Alex Zanotelli



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«Divieto di elemosina»?


La notizia è del 9 settembre, ma è solo l'ultima della serie. A Pontremoli il sindaco Lucia Baracchini ha emesso un'ordinanza, che vieta di chiedere l'elemosina nel centro storico, nei mercati, davanti alle chiese e di fronte ai negozi, pena multe dai 25 ai 250 euro. Motivazione: evitare "potenziali situazioni di pericolo per pedoni e veicoli" e "garantire l'incolumità delle persone". Verrebbe da obiettare che se c'è qualche mendicante che ha comportamenti pericolosi, si agisce su di lui, non sull'intera categoria: sarebbe come dire che siccome ho un collega assenteista, il mio datore di lavoro licenzia tutti i dipendenti.

Ma quello che mi interessa sottolineare è che esistono non pochi precedenti a questa scelta. A Bressanone l'ordinanza antiaccattonaggio è del 2013, a Cairo del 2012, a Ugento del 2011, a Mantova del 2010, a Cesenatico del 2009, a Civitanova del 2008 e via elencando. Il sindaco di Padova ha promesso che la farà a settembre. A questo tipo di provvedimenti si aggiungono anche le multe e i rimpatri per i senza fissa dimora e altre cose simili adottate in diverse città. Sindaci di destra e di di sinistra, con l'appoggio di molti cittadini e dei privati.

In agosto, a Catania, sulla porta di un supermercato è comparso un cartello che diceva: «la direzione del supermercato invita i propri clienti a non elemosinare gli accattoni davanti al negozio. Il loro elemosinare gli permette di raccogliere dai 60 ai 100 euro al giorno, tanto quanto un operaio specializzato italiano considerando un importo netto senza tasse». La sottolineatura nasce dal fatto che nel cartello la parola "italiano" è evidenziata, il che tradisce una vaga sfumatura razzista. Ma sfumature e inciampi grammaticali a parte, in questo caso a provocare la reazione - secondo la direzione del supermercato - sarebbe stato il fatto che da anni una famiglia Rom chiedeva l'elemosina davanti all'ingresso, allontanando i clienti indispettiti dall'insistenza.

D'altra parte, il problema è antico. Già nel medioevo i mendicanti venivano espulsi dalla nostre città, con la motivazione che erano stranieri: solo i nativi erano autorizzati a chiedere. Anche in età moderna hanno subito spesso persecuzioni, in quanto vagabondi e fannulloni. E in Italia, formalmente mendicare è stato proibito fino al 1995. I divieti però non hanno mai funzionato, pare neanche in età medievale.

Queste piccole guerre civili contro i mendicati sono comunque una sconfitta su tutti i fronti. Su quello politico, perché sono conseguenza e sanciscono l'incapacità della politica e delle Pubbliche amministrazioni di mettere in campo politiche contro la povertà e per l'inclusione sociale. Su quello culturale, perché sono conseguenza e sanciscono la perdita di valori che pure erano fondanti per la nostra civiltà cristiana e occidentale: il riconoscimento della dignità delle persone, il rispetto dei diritti, la pietà per i deboli. Su quello individuale, perché è conseguenza e sancisce l'incapacità delle persone di "guardare negli occhi" i poveri e di aprire gli occhi sul problema...

  Quel «divieto di elemosina»

... La lotta all’illegalità e ai falsi poveri è sacrosanta, anche perché può finire per ledere proprio le fasce deboli, anziani in primis, che vengono molestati dai professionisti dell’elemosina. E lo Stato non dovrebbe lasciar da sole le amministrazioni in questa battaglia.
Ma allora: come distinguere i veri indigenti dai furbi e i profittatori? Perché una cosa è certa: sui nostri marciapiedi come nei treni, davanti ai centri commerciali come sul sagrato delle nostre chiese non stazionano solo imbroglioni vestiti da accattoni, ma veri poveri, gente disperata che altro non tiene se non il cappello teso per chiedere una moneta. Il contrasto all’accattonaggio molesto e al racket, se non è accompagnato da una conoscenza reale del territorio, rischia di colpire anche chi è davvero nel bisogno. 
“Elemosina” deriva da un verbo greco che significa “avere pietà, compassione”. Se è vero che esercitare la pietà rischia di attirare speculatori e approfittatori, è altrettanto vero che la carità non si può vietare, perché sul gesto solidale, anche a partire dalla semplice elemosina, si costruisce la comunità civile, si rafforza la convivenza sociale. La Chiesa, nella sua storia millenaria, ha sempre provocato la generosità nei confronti dei poveri, “scandalo” che interpella quotidianamente. Proprio a Catania, a non troppa distanza da quel supermercato, sorge la Basilica Collegiata, che in realtà ha un altro nome: Santa Maria dell’Elemosina. 
In un mondo dove “tutto è calcolo e misura”, ha detto recentemente papa Francesco, “L’elemosina ci aiuta a vivere la gratuità del dono, che è libertà dall’ossessione del possesso, dalla paura di perdere quello che si ha, dalla tristezza di chi non vuole condividere con gli altri il proprio benessere”.

  QUELL'ELEMOSINA NON S'HA DA FARE

L’elemosina? E’un atto dovuto di giustizia, prima ancora che opera di carità. A spiegarlo bene è padre Giordano Muraro, teologo moralista: «Chi fa l’elemosina dovrebbe sempre ricordare le parole del catechismo, il quale afferma che “quando doniamo ai poveri le cose indispensabili, non facciamo loro delle elargizioni personali, ma rendiamo loro ciò che è loro. Più che compiere un atto di carità, adempiamo un dovere di giustizia”»...

  ELEMOSINA: ATTO DI GIUSTIZIA

  Vietato chiedere l’elemosina: il sindaco multa i poveri

Non solo Catania. Sbarca anche a Pordenone e a Ferrara la protesta di alcuni commercianti contro i mendicanti che stazionano davanti ai negozi. A Pordenone un cartello che invita a non dare soldi ai mendicanti è spuntato nella vetrina di un grande negozio di oggettistica, mentre davanti a un supermercato di Ferrara è comparsa una lavagna che invita i clienti "a non elemosinare gli accattoni davanti al negozio": "Il loro elemosinare - si legge - gli permette di raccogliere dai 60 ai 100 euro al giorno, tanto quanto un operaio specializzato italiano, considerando un importo netto senza tasse".
Sulla stessa linea il cartello comparso nei giorni scorsi davanti a un supermarket catanese: "Non fate l'elemosina agli zingari davanti la porta, perché guadagnano 60-80 euro al giorno, più di un operaio specializzato italiano e in maniera netta, esentasse". (Adnkronos)


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"bombardare non è una soluzione", perché gli ordigni sganciati durante i raid aerei finiscono per uccidere "persone innocenti" ...
Inoltre è altrettanto importante la partecipazione dei Paesi arabi, perché essi "conoscono la lingua, la mentalità e la geografia" della regione.

 
Patriarca di Baghdad: nella crisi irakena serve un "mandato Onu", non "vittime innocenti"


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FEDE E
SPIRITUALITA'




DALLA PARTE DEI POVERI, I VICARI DI CRISTO
HOREB n. 67 - 1/2014




DALLA PARTE DEI POVERI, I VICARI DI CRISTO

HOREB n. 67 - 1/2014 

TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI

«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito… » (Mt 25,35-36), così Gesù si rivolge ai giusti, costituendo i piccoli e i poveri come i suoi “vicari” sulla terra. 
Il Dio che incontriamo, nell’ascolto della Parola e nelle vicende della vita, in Gesù è un Dio “nudo”, Crocifisso Risorto, più nudo di tutti i defraudati della nostra storia, e non nasconde questa nudità d’amore. Egli nella sua nudità sposa l’umanità nuda. 
Se vogliamo restare fedeli a questo Dio, che, nel Figlio Gesù, accoglie e condivide, che è paziente, che vive la paradossale solitudine della croce, dobbiamo, assieme a Lui, restare fedeli alla terra, ad un popolo che Lui ama e dobbiamo restarci nella solitudine e nel silenzio. 
La vita cristiana è fedeltà a queste nozze di Dio con l'umanità, e cresce nell'inquieta pace di chi lascia che la sua fede si incarni, che il Verbo si riveli carne della sua carne e sangue del suo sangue e di quello di tutti coloro che camminano in questa terra, in particolare degli impoveriti e degli oppressi. 
La vita cristiana è coinvolgimento a condividere la passione d’amore che Dio ha per l'umanità e la creazione. E questa passione comporta il condividere lo stile povero di Gesù. 
In quest’ottica, il regno di Dio non tiene i cristiani lontano dalla realtà storica e dalla terra che li accoglie e li ospita. La logica del regno non consente di coltivare stili di vita separati, anzi attiva una nostalgia profonda di recuperare la storia e immergersi in essa. Il regno è invito ad entrare dentro a questa realtà assecondandone l’opera dello Spirito in una creazione che geme e soffre (Rm 8,19ss). 
Il regno di Dio, quindi, si costruisce a partire da un’umanità sfigurata, che ha nomi e lineamenti ben precisi. Oggi, questa umanità sfigurata, con una parola la potremmo chiamare Sud, se per i Sud del mondo non indichiamo solamente una posizione geografica – oggi i Sud sono nelle nostre città, nella porta accanto alla nostra –, quanto piuttosto una logica, una coordinata storica, è il basso, la profondità, la periferia, contrariamente a quello che noi reputiamo più importante: l’alto e il centro. 
È questa la prospettiva che orienta le riflessioni della monografia. 
...

  Editoriale (PDF)

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ESALTAZIONE DELLA CROCE
È una delle 12 grandi feste dell’anno liturgico, la data del 14 settembre è comune all’Oriente e all’Occidente.
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Il 15 settembre 1993 Padre Pino Puglisi, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, veniva assassinato da cosa nostra.
Il 25 maggio 2013 è stato proclamato Beato. È il primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia.

  Pensiamo a quel ritratto di Gesù...
  La testimonianza cristiana...
  Se ognuno fa qualcosa...


  BEATA MARIA VERGINE ADDOLORATA (video)



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Padre Pino Puglisi uomo di «Parola»



«Non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti». Ricordando don Pino Puglisi a 21 anni dal suo martirio, tornano alla mente le sue parole, negli ultimi giorni prese in prestito per molti articoli di cronaca a commento delle minacce di Totò Riina, ascoltato dalle cimici della polizia giudiziaria nel carcere di Opera mentre quasi si vanta dell’assassinio del parroco di Brancaccio e immagina analoga fine per don Luigi Ciotti. La loro colpa? «Succhiano aria alla mafia», lamenta il boss, indirettamente confermando l’attendibilità del movente dell’omicidio, che ha poi portato alla beatificazione del sacerdote palermitano: Puglisi voleva fare il prete fino in fondo, e forte del Vangelo sottrarre i ragazzi alle grinfie della malavita, far pensare, ridare fiducia alla gente. 
Era, ed è, l’emblema della Chiesa che testimoniando Cristo e annunciando il vangelo, fa male alla mafia perché cerca di saldare la terra al cielo. Come la Chiesa di Papa Francesco, che – egli ce lo ricorda sempre – deve camminare nella quotidianità con la matura consapevolezza che «una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo» da parte di cristiani che non siano «vino annacquato».

Che cosa ci ha consegnato don Puglisi, col suo martirio? Lo ricordava proprio don Ciotti, in un articolo all’epoca per molti versi profetico, pubblicato su Avvenire 5 il 5 settembre del 1994: «Egli ha incarnato pienamente la povertà, la fatica, la libertà e la gioia del vivere come preti, in parrocchia. Con la sua testimonianza ci sprona a sostenere quanti vivono questa stessa realtà con impegno e silenzio. Non il silenzio di chi rinuncia a parlare e denunciare, ma quello di chi, per la scelta dello stare nel suo territorio, rifiuta le passerelle o gli inutili proclami». Pochi cenni che restituiscono il ritratto dell’uomo che nella primavera del 1990 approda a Brancaccio, iniziando a bussare a tutte le porte perché, diceva, «bisogna prima conoscere, poi capire, infine agire». 

...

Don Puglisi non è stato ucciso perché dal pulpito annunciava princìpi astratti, ma perché ha voluto uscire dalla loro genericità per testimoniarli nella vita quotidiana, dove le relazioni e i problemi assumono la dimensione più vera. Oggi universalmente per i credenti egli è il "testimone credibile perché coerente" con la "Parola", per i non credenti è un uomo ed un uomo di "Parola" poiché non si è tirato indietro davanti al pericolo. Il suo sacrificio rivive nella coscienza di tutti, monito ai cattolici e agli uomini e alle donne di buona volontà a dire no ai cattivi maestri, ai soprusi, alla mentalità di morte. E tutti esorta a fare di più, con continuità e coerenza, sempre, nella lotta alla mafia e al male. La sua figura sospinge la Chiesa a imboccare la strada del cambiamento con la chiarezza definitiva tracciata da Papa Francesco nella Piana di Sibari, ma impone anche un nuovo modo di intendere e fare la politica e l’economia, attese all’unica testimonianza vera e concreta contro le mafie: dimostrare d’essere impermeabili alle influenze delle cosche.

Soprattutto questo ci ha lasciato don Puglisi: una direzione e un senso per il nostro essere chiesa e mondo, un invito per le nostre parrocchie ad alzare lo sguardo, a dotarsi di strumenti adeguati e incisivi per perseguire giustizia e legalità vere, autentiche, genuine. Col suo sangue il deserto s’è fatto terra fertile: a noi, ora, il compito di rassodare e coltivare quotidianamente, perché dia frutti: coltivare quel campo chiamato speranza.

  Puglisi uomo di «Parola» ha tracciato il solco per noi di mons. Vincenzo Bertolone (arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, postulatore della causa di beatificazione di don Giuseppe Puglisi)

Vedi anche alcuni dei nostri precedenti post:
  • Nel giorno della nascita in terra ed anche in cielo del Beato Pino Puglisi... IL MIRACOLO DI DON "TRE P"
  • Don Pino Puglisi: un prete povero che voleva una Chiesa per i poveri
  • Papa Francesco: "Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, ... è lui che ha vinto, con Cristo Risorto! Lodiamo Dio per la sua luminosa testimonianza e facciamo tesoro del suo esempio!"
  • "Pino Puglisi, dono per la Sicilia e per il mondo" di Bartolomeo Sorge - " Il 25 maggio a Palermo" di Maurilio Assenza - I PROGRAMMI IN TV SU DON PUGLISI (all'interno del post i link ad altri precedenti)



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" La lezione di don Pino" di Giuseppe Savagnone



Alla luce dei recenti episodi che hanno visto riaccendersi la polemica sul rapporto tra Chiese del Sud e criminalità organizzata – pensiamo per esempio, a quello dell’“inchino” della statua della Madonna davanti alla casa di un boss, nella diocesi di Oppido-Palmi, durante una processione -, la ricorrenza del martirio di don Pino Puglisi acquista una singolare attualità e diventa occasione per una più approfondita riflessione sul problema.
Nessun dubbio che, in passato, per lungo tempo, Chiesa e mafia abbiano convissuto abbastanza esplicitamente. A volte anche con stretti legami di parentela. Calogero Vizzini, capomafia di Villalba e, secondo molti, della “onorata società” in tutta la Sicilia, aveva due fratelli sacerdoti uno dei quali abitava con lui; uno zio era parroco del paese; un altro zio vescovo e un cugino anch'egli vescovo. La commistione era abituale. I mafiosi facevano da padrini nei battesimi e nelle cresime, organizzavano le feste patronali, partecipavano alle processioni. La stessa ritualità mafiosa era compenetrata di simboli religiosi e sembrava sancire una continuità con quella ecclesiastica. Né c’è da stupirsene troppo, in un contesto storico – quello post-unitario - in cui sia la cultura popolare che la Chiesa percepivano lo Stato e le sue leggi come estranei e nemici.
...

Sta di fatto che questa stagione di cecità è finita, speriamo per sempre. Stato e Chiesa hanno ormai da tempo preso coscienza – almeno ufficialmente - della drammatica pericolosità della mafia e della necessità di combatterla senza quartiere. Dopo le denunzie del cardinale Pappalardo, a cui hanno fatto seguito tante altre, alcune anche più solenni – dall’appassionato discorso di Giovanni Paolo II nella valle dei templi, nel 1993, fino alla durissima condanna con cui papa Francesco, appena nel giugno scorso, sulla piana di Sibari, ha dichiarato scomunicati i mafiosi - , nessuno può in buona fede sostenere, oggi, che la Chiesa tace.
Eppure, episodi come quello a cui si accennava all’inizio ci avvertono che il problema non è risolto. Il fatto è che le denunzie non bastano. La commistione della vita ecclesiale con la cultura della mafia potrà essere definitivamente superata solo attraverso un profondo rinnovamento dello stile pastorale che ancora caratterizza tante parrocchie del Sud. Uno stile su cui spesso pesa quel dualismo tra sfera del “sacro” e sfera del “profano”, che ancora vizia tanta parte dell’esperienza cristiana del nostro popolo. All’interno del tempio, si celebrano messe, prime comunioni, matrimoni, battesimi, ma non si parla dei problemi della vita reale di ogni giorno, tanto meno si formano le persone ad affrontarli in un spirito evangelico. Cosicché, quando si esce, i presunti fedeli tornano ad essere quello che erano prima di andare in chiesa, adottando nelle loro scelte e nei loro comportamenti criteri in totale contrasto con la loro fede. 
È questo che accade a molti mafiosi e fiancheggiatori della mafia, piissimi nelle funzioni e nelle processioni, ma agli antipodi del cristianesimo nel loro modo reale di vivere. Se la pastorale non riesce a superare questa schizofrenia – che peraltro non riguarda solo i mafiosi - , continueremo ad avere chiese piene e processioni affollate, ma un vita sociale dove, a livello sia privato che pubblico, la dimensione non solo cristiana, ma anche semplicemente umana del Vangelo viene sistematicamente tradita.
Padre Puglisi lo aveva capito. Perciò si sforzava di educare le persone ad essere al tempo stesso pienamente umane e coerentemente cristiane (i due termini non si possono scindere), sia in chiesa che per le strade del quartiere. Per questo non è necessario essere “preti antimafia”: basta essere semplicemente preti. Il Vangelo è di per sé rivoluzionario. E don Pino è stato ucciso perché indicava una strada semplice ed efficace, alla portata di tutti i suoi confratelli, anzi di tutti i cristiani che vogliono vivere seriamente la loro fede anche nella vita di ogni giorno e che, perciò, avvertono di dover lottare - anche a costo della propria vita - contro tutto ciò che calpesta quell’immagine di Dio che è l’essere umano.

  La lezione di don Pino di Giuseppe Savagnone

Vedi anche alcuni dei nostri precedenti post:
  • Il nostro grazie a Giovanni Paolo II per... la condanna alla mafia
  • 21 Marzo Gior­nata nazio­nale della memo­ria e dell'impegno Veglia di preghiera con Papa Francesco / 2 (testi, foto e video)
  • VISITA PASTORALE A CASSANO ALL'JONIO (21 giugno 2014) - cronaca, testi, foto e video - seconda parte
  • Padre Pino Puglisi uomo di «Parola»



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Le notti di Maria – Beata Vergine Addolorata - di Antonio Savone



Le notti di Maria 
Beata Vergine Addolorata
di Antonio Savone

Trovo in questa celebrazione come un invito a metterci, ancora una volta, alla scuola di Maria, per apprendere cosa possa significare lasciarsi guidare dallo Spirito Santo soprattutto in quei momenti della sua esistenza che possono essere letti secondo il versante della crisi e dell’affidamento.

Non è stato forse un momento di crisi quello da lei vissuto all’annuncio dell’angelo? Progetti, desideri e speranze condivisi col suo fidanzato Giuseppe, messi in discussione dallo Spirito di Dio che le chiedeva di farsi grembo di un progetto che portava tutti i tratti dell’impossibilità. Nondimeno, Maria ascolta, interroga, cerca di capire e pur nella difficoltà a riuscire a conciliare impossibilità umana e annuncio di Dio, si affida ospitando un sogno che potrà realizzarsi solo grazie a lei. Maria lo fa lasciando parlare i segni che l’angelo le indica: c’è una grande differenza tra cercare i segni e riconoscere i segni.

Maria intuisce che quando c’è di mezzo Dio la vita è da concepire come un sistema aperto: Dio scombussola e mette in cammino. Quando gli dici di sì, la strada diventa il tuo luogo e il viaggio la tua occupazione. Vivere la vita con spirito di fede è accettare di stare a una perenne scuola di vela, dove appunto la tua vita è la vela e Dio è il vento che la fa andare.

Quante volte la vita scombussola i nostri assetti! Quante volte, a fronte dell’imprevisto e dell’ineludibile, corriamo il rischio di cadere o nella rassegnazione o nel risentimento rabbioso! Questi momenti – ci ricorda Maria – si affrontano provando a cogliere in quegli eventi quale parola Dio stia pronunciando su noi e sulla nostra vicenda, capaci di ospitare anche ciò che a tutta prima a noi pare inconcepibile. Quanti sogni e progetti Dio ispira e noi li vanifichiamo solo perché ci è chiesto di fare spazio a qualcosa che è oltre le nostre aspettative!
...

È possibile stare in una esistenza segnata da vicende tanto aspre? Chissà quante domande nel cuore di Maria, domande prive di risposte lucide! Maria non giungerà al Calvario impavida e fiera, con il passo di chi sfida un destino avverso. Arriverà alla croce senz’altro con passo incerto. Il dolore rende fragili, insicuri, smarriti.

Stare sotto la croce significa anzitutto accettare che dentro la fede non ci siano evidenze.

Se al cuore della nostra fede c’è la croce, allora dobbiamo riconoscere che al cuore della nostra fede c’è qualcosa che fa scandalo, e che essere credenti significa patire questo scandalo.

Nel dolore e forse anche nello smarrimento, Maria ha continuato ad essere nell’attesa e a nutrire speranza, anche nella crisi per eccellenza.

“La forza di stare in certe situazioni, senza fuggire e senza accasciarsi, è data dall’attesa che comunque non cessa, dalla speranza che non viene meno, perché Dio può farci sempre riconoscere un “oltre” che riscatta il presente, un’alba dopo la notte, un “nuovo” che può sempre germogliare. Ha scritto don Tonino Bello: “La vera tristezza non è quando, la sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita”.”

Se guardiamo alla nostra fede, misuriamo come essa sia una fede di frammenti, intermittente. Quella di Maria è una fede che rimane sempre. È un percepire, leggere, interpretare tutta la vita alla luce della fede. La vita nella fede, più che la fede nella vita. Non la vita che cerca ogni tanto, qua e là, sicurezze occasionali dalla fede, ma la vita accolta, amata, protesa verso il futuro, dentro l’orizzonte ben più grande e sorprendente offerto dalla fede. Per cui ogni evento è accolto, interpretato, vissuto con lo sguardo della fede.

  Le notti di Maria



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LE PIETRE D'INCIAMPO DEL VANGELO

"Gesù si chinò e si mise a scrivere 
col dito per terra...
Chinatosi di nuovo, 
scriveva per terra"
(Giovanni 8,6.8)

  Gianfranco Ravasi:  Ma Gesù era capace di scrivere?


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"Un cuore che ascolta - lev shomea' " - n. 41/2013-2014 (A) di Santino Coppolino



RUBRICA 
Un cuore che ascolta - lev shomea' 
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male"  (1Re 3,9)

Traccia di riflessione sul Vangelo della Domenica di Santino Coppolino

Vangelo: Gv 3,13-17


Chi crede in Gesù, chi aderisce a lui e al suo disegno d'amore con tutto se stesso, vive della sua stessa vita divina (eterna), e lo Shalom di Dio, che è pienezza dell'esistenza, desiderio di felicità, compimento della sua umanità, abita in lui.
Questa vita che sa di Dio non è frutto di particolari sforzi da parte dell'uomo, non ha la sua fonte nell'osservanza di sacre leggi e di decreti, non si acquista con ascesi particolari o vertiginose arrampicate al cielo: essa è dono gratuito del Padre della Vita, il quale non ha vergogna di scendere in terra e chinarsi sulle ferite dei suoi figli. Essa è il dono consegnatoci 'nel suo Figlio diletto' che ci 'fa grazia', trasformandoci realmente in figli suoi. Solo in Gesù, levando a lui il nostro sguardo, avremo salvezza dal morso mortale del serpente antico, contemplando il Crocifisso innalzato saremo "svelenati"dalla menzogna del divisore che, obnubilando il nostro cuore, ci nasconde il vero volto del Padre facendoci fuggire da lui.
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Senza privilegi – Prepararsi alla domenica (Esaltazione della S. Croce) di Antonio Savone



Senza privilegi
(Esaltazione della S. Croce)

Prepararsi alla domenica

di Antonio Savone

Messaggio a lungo travisato, quello della Croce. Questa festa nasce, infatti, nel segno di un cristianesimo da imporre, di una croce da esibire, da ostendere come segno di potenza e di vittoria da parte di un imperatore che avrebbe avuto la meglio sull’esercito avversario se gli scudi dei suoi soldati avessero vestito l’emblema: in hoc signo vinces.

Ma è proprio così? Di che cosa è segno la croce? A quale realtà rimanda? È, quello della croce, un messaggio di forza, di prevaricazione, di dominio? O non piuttosto il segno permanente di un Dio che continua a “svuotarsi”, a spogliarsi di tutte le sue prerogative – persino quelle di una divinità dispotica – per condividere la sorte dei crocifissi della terra?

Senza privilegi: così il Dio svelato dal segno della croce.

Il travisamento di quel segno è mai superato se vogliamo difendere a spada tratta quel simbolo nei luoghi pubblici come distintivo di identità contro qualcuno: lo si trasformerebbe nel suo contrario, in elemento di prevaricazione. Non è certo riempiendo il mondo di croci che una fede è salvaguardata. Quando quel segno, infatti, non dice uno stile di vita, un mondo ricolmo di croci finisce solo per essere grottesco.

Nessuno è mai salito al cielo… Tante le tradizioni religiose che parlano di un personaggio che riesce finalmente a carpire il segreto di Dio salendo al cielo. Quanto cristianesimo propagandato all’insegna di un Dio da raggiungere, un premio da conquistare, un perenne superare se stessi. Non così, dice Gesù: non occorre qualcuno che per grazia speciale salga al cielo perché Dio stesso ha scelto di condividere con l’uomo quello che gli è proprio.

Dio parla la mia lingua, dal basso, da uomo, come ben esprime il termine figlio dell’uomo. Dio “si” dice con le mie parole, addirittura con la parola più bassa della terra che è la morte. Persino la morte, assunta da Dio, diventa significativa. Non irrilevante, dunque, il mio linguaggio, quello che più mi appartiene e più mi esprime se Dio stesso ha scelto di farlo suo.

Quando Dio parla sceglie una realtà da cui, fino a Cristo, non si poteva che allontanare lo sguardo, inorriditi. Sceglie come linguaggio per dirsi proprio l’umanamente irrilevante e inaccettabile. Scelta irreversibile e permanente. Ancora oggi. Ancora così. L’umanamente inaccettabile preso a prestito da Dio. E qui noi, allora, a farci osservatori attenti perché non distogliamo lo sguardo da ciò che non riusciamo a tenere in nessuna categoria di pensiero ragionevole. Il non senso può essere abitato da un diverso modo di starci: per passione d’amore. Dio ha tanto amato il mondo… che quello che era uno strumento di morte è divenuto albero di vita.

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“La vita cristiana è tutta una esegesi della kenosi (abbassamento, svuotamento) di Cristo” (Isacco Siro). La vita cristiana, la mia vita dunque, narrazione di un Dio che si svuota. Consapevoli che la vita si guadagna donandola, si ottiene spendendola, si conquista affidandola.

  Senza privilegi – Prepararsi alla domenica (Esaltazione della S. Croce)


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Ma la Madonna appare a un'ora stabilita? La riflessione del vescovo di Brescia mons. Luciano Monari


Da un avviso parrocchiale: “Domenica alle ore 16.30 recita del Santo Rosario; seguirà la celebrazione della Messa. Alle ore 18.40 la veggente avrà l’apparizione della Madonna…”. Mi viene un sussulto: come? si può programmare anche giorno e ora dell’apparizione della Madonna? 
Immagino la Madonna che, assunta in cielo in corpo e anima, viene nella parrocchia x, nel momento in cui la veggente la invoca e mi sento un poco a disagio. Negli ultimi tempi le ‘apparizioni’ della Madonna si moltiplicano, tanto che si ha l’impressione di una strategia di rivelazione universale. 
Ai luoghi tradizionali (Lourdes, Fatima, La Salette…) se ne aggiungono molti nuovi, tanto che i vescovi fanno fatica a seguire tutto, a valutare la veridicità delle esperienze, a suggerire o scoraggiare l’afflusso dei pellegrini nell’uno o nell’altro luogo. Incoraggiare potrebbe essere un invito alla superstizione, al gusto dello straordinario; scoraggiare potrebbe essere una mortificazione dello spirito religioso. 
Come comportarsi? 
Come vuole Dio che ci comportiamo di fronte a questi fenomeni? 
Si ricorre al criterio evangelico dei frutti: se i frutti sono buoni, vuol dire che è buono l’albero, e viceversa. Ma anche questo non è un criterio sicurissimo: bisognerebbe che i frutti fossero tutti di un tipo – o tutti buoni o tutti cattivi. E purtroppo, di solito, i frutti si trovano mescolati; ci sono molti che si convertono e ritrovano la fede, la voglia di pregare: frutti buoni; ci sono anche manifestazioni di fanatismo o interessi economici ambigui: frutti acerbi. Partiamo da una domanda semplice: dove si trova il Signore Gesù risorto? E dove si trova sua madre, risorta dopo di Lui e a motivo di Lui?
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  Ma la Madonna appare a un'ora stabilita?


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Sinodo - La morale e la pastorale: Una nuova visione di Chiesa di Luigi Lorenzetti


Sinodo - La morale e la pastorale: una nuova visione di Chiesa 

Una nuova visione di Chiesa
Il Vangelo alle famiglie in condizioni difficili

di Luigi Lorenzetti

Il Vangelo alle famiglie in difficoltà. Al matrimonio e alla famiglia, la Chiesa cattolica dedicherà il Sinodo dei vescovi in due tappe: l’Assemblea generale straordinaria del prossimo ottobre 2014 con lo scopo di «raccogliere testimonianze e proposte»; e l’Assemblea generale ordinaria del 2015 per «cercare linee operative per la pastorale della persona e della famiglia». Non sfugge l’importanza e la novità della prima tappa: il magistero ecclesiale, prima di parlare, si mette in ascolto. È una Chiesa docente che si fa discente e una Chiesa discente che si fa, in qualche modo, docente.

"... Non è superfluo riconoscere che la questione dei divorziati risposati in particolare e, in generale, delle situazioni matrimoniali difficili (convivenze, eterosessuali e omosessuali; sposati solo Civilmente, ecc) non è riducibile ai sacramenti sì, sacramenti no. La questione rinvia, più in profondità, alla Chiesa, sperimentata o no come comunione-comunità. Forse è venuto meno il senso di appartenenza alla comunità ecclesiale. La si considera il luogo dove si danno e si ricevono determinate prestazioni e, quando non si danno e non si ricevono, la si lascia.
La questione sacramenti, venuta al centro del dibattito ecclesiale negli ultimi decenni, può costituire l’occasione per risvegliare il senso di appartenenza alla comunità ecclesiale sia di chi potrebbe andare ai sacramenti e non ci va, sia di quelli ai quali è impedito di andare e ne sente la mancanza. Si tratta di rendere vera una comunità dell’inclusione: una comunità dove non ci sono i giudicanti (i cosiddetti giusti) e i giudicati (i soliti pubblicani e samaritani), ma dove tutti si sperimentano giudicati dall’amore-misericordia di Dio e si accolgono reciprocamente nella verità e nella carità: mai l’una senzal’altra. ..."
Fonte: Il Regno-Attualità / n. 4 - 2014
  Una nuova visione di Chiesa.Il Vangelo alle famiglie in condizioni difficili  (PDF)


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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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«Padre Paolo Dall’Oglio è vivo e sta bene. Si trova in una prigione posta nelle vicinanze della cittadina siriana di Raqqa e controllata da militanti iracheni dello Stato Islamico. Nelle stessa prigione potrebbero trovarsi altri ostaggi occidentali, tra cui le due cooperanti italiane rapite di recente». Lo sostiene il 74enne Michel Kilo, noto intellettuale damasceno che dai primi anni Settanta è una delle voci più forti tra le opposizioni di sinistra alla dittatura siriana...
  Fonti siriane:«Padre Dall’Oglio è prigioniero con le due italiane» Fonti siriane:«Padre Dall’Oglio è prigioniero con le due italiane»

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Il messaggio di Cristo dipinto con i colori dell'Oriente
di Aldo Pintor

Nel Medioevo si giungeva alla Cina attraversando la famosa via della seta che percorreva l'Asia Centrale. Questa strada si inoltrava attraverso remote contrade dove lingue, popoli, cultura e religioni si incontravano. Cavalli, muli e cammelli portavano da un continente all'altro ogni genere di mercanzia e cristiani, manichei, zoroastriani e buddisti convivevano e si incontravano tra loro. Chiese cristiane sorgevano a fianco dei templi buddisti e tutte queste comunità religiose avevano in comune tutta una serie di simboli: croci con le braccia uguali, il fiore di loto e l'aureola. Attraverso questa strada il cristianesimo penetrò in Cina durante il regno della tollerante dinastia Tang. 

Nel 635 giunse in Cina Alouben un cristiano siriaco di origine persiana il quale presentò le scritture cristiane all'imperatore che le promulgò con un editto che diceva: “Questi insegnamenti conducono alla salvezza tutte le creature e da essi traggono benefici tutti gli uomini”. 

Non da subito in Cina questi insegnamenti vennero definiti cristiani, però si parlava di Cristo e del Messia tranquillamente. I testi cristiani di epoca Tang citano perfettamente i Vangeli. Il più importante di essi è la stele di Xian eretta nel 781 che riportano lo scritto con sopra due draghi intrecciati che reggono con le zampe una grossa perla. Nella parte alata del sigillo vi è una croce con quattro braccia terminanti ciascuna con tre perle. Nel braccio superiore la perla centrale è fiammeggiante. Sono presenti elementi della tradizione taoista come nuvole, gigli e fiori di loto. Per la conoscenza di questo e altri testi del cristianesimo cinese dobbiamo ringraziare la comunità di Bose che ha stampato il bel libro “La via radiosa per l'Oriente” di Matteo Niccolini - Zani e “Monaci cristiani in terra cinese” dello stesso autore. 

Il Dio che possiamo conoscere da questi testi è un Dio che va oltre i confini spazio-temporali e che vive nella quiete...

  Il messaggio di Cristo dipinto con i colori dell'Oriente

Vedi anche le schede dei libri:
  • “La via radiosa per l'Oriente” di Matteo Niccolini - Zani
  • “Monaci cristiani in terra cinese” di Matteo Niccolini - Zani


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Parlare di sesso prima o dopo il matrimonio rende la Chiesa aliena per i giovani. Così come presentare sempre lo stesso modello di famiglia. E ai preti serve la sensibilità delle donne. Parla un giovane don. Controcorrente

  Francesca Sironi:  Giovani, sessualità, convivenze Il prete brianzolo: 'Basta dogmi'



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 FRANCESCO
 


    Angelus/Regina Cæli - Angelus 14 settembre 2014

    Udienza Generale- del 17 settembre 2014: La Chiesa: 6. Cattolica e Apostolica

    Omelia - Santa Messa al Sacrario Militare di Redipuglia (13 settembre 2014)

    Omelia - Santa Messa con il rito del Matrimonio (14 settembre 2014)

    Discorso - Ai nuovi Vescovi nominati nel corso dell’anno (18 settembre 2014)

    Discorso - Ai Presuli della Conferenza Episcopale di Costa d'Avorio, in Visita "ad Limina Apostolorum" (18 settembre 2014)



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13 /09/2014:

  Nonostante i nostri peccati...

16/09/2014:

  Il Signore sempre ci aspetta...


18/09/2014:

  Maria donaci la grazia...



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Ora più che mai non manchi la nostra preghiera!
"L’ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, Habeeb Al Sadr, ha avvertito: «Il Papa è un bersaglio». «I nostri analisti, la nostra intelligence - ha aggiunto - fanno ipotesi in tal senso. I loro obiettivi sono riconosciuti. Io non escluderei che l’Isis arrivi a colpirlo»." (IL SECOLO XIX) 

  Segreto di Fatima, cardinale Saraiva: “Possono ancora sparare a un Papa” (IL FATTO QUOTIDIANO)

  Pregate per me

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13 settembre 2014 Papa Francesco a Redipuglia (testi, foto e video)


    il Programma della visita del Santo Padre a Redipuglia

  video

Una visita lampo quella del Pontefice che al suo arrivo all'aeroporto è stato accolto tra gli altri dal ministro della Difesa e dal presidente del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani.
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A Redipuglia è una mattina piovosa, quasi autunnale. Di quelle che richiamano alla mente i versi di Ungaretti, che nella fragilità delle foglie cadenti fissa l’immagine della vita di tanti soldati mandati a combattere al fronte durante il primo conflitto mondiale. Solo qui ne sono sepolti più di centomila tra conosciuti e ignoti.
Ed è qui che Papa Francesco è venuto sabato 13 settembre per ricordare il centenario di quella “inutile strage”, come la definì Benedetto XV. E con un gesto significativo, mai compiuto prima da nessun Pontefice, ha voluto recarsi anche al cimitero austro-ungarico di Fogliano, prima tappa della sua visita nei luoghi della memoria della Grande guerra.
 
Da solo, con il capo chino, ha percorso il grande prato disseminato dai cippi che indicano il luogo di sepoltura di oltre 2.400 caduti identificati dell’esercito di Vienna. 
Poi si è raccolto in preghiera davanti al monumento centrale, che si erge sulla grande tomba comune dove sono conservati i resti di 7.000 soldati rimasti senza nome (altri 5.000 sono seppelliti ai lati del cimitero). 
Ha deposto un omaggio floreale. 
 
Poi, all’uscita, si è fermato a salutare un gruppo di bambini e con loro ha recitato un’Ave Maria per la pace, chiedendo insistentemente ai piccoli di pregare per questa intenzione.
Quindi il trasferimento in automobile al sacrario di Redipuglia: qui l’immagine dei 22 gradoni che salendo convergono sulle due grandi tombe comuni — dove sono custoditi i resti dei sessantamila caduti ignoti — evoca la triste sorte di quanti, in prima linea nelle trincee della prima guerra mondiale, hanno trovato la morte. Papa Francesco, già vestito con i paramenti liturgici, ha sostato in piedi davanti alle migliaia di caduti sepolti nel sacrario. 
Iniziata la processione introitale, ha poi salito i gradini per giungere all’altare
...
Gli squilli di tromba sulle note del Silenzio, all’inizio della celebrazione eucaristica nel piazzale antistante la tomba del duca d’Aosta, sono risuonati eloquenti in memoria dei caduti di tutte le guerre combattute e che ancora si combattono. Tutta la commemorazione è stata un’invocazione alla pace. Oltre sedicimila persone hanno partecipato alla messa.
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Alla fine della celebrazione — quando il vento ha spazzato via le nubi cariche di pioggia lasciando spazio a tiepidi raggi del sole — il ministro della difesa Roberta Pinotti ha offerto un altare da campo della prima guerra mondiale. Un dono particolarmente gradito è stato poi la copia originale del foglio matricolare del nonno del Pontefice, Giovanni Bergoglio... Francesco conserva caro il ricordo del padre di suo padre, nato in provincia di Asti. E anche di recente, lo scorso 6 giugno, ha confidato: «Ho sentito tante storie dolorose sulla guerra dalle labbra di mio nonno, che l’ha fatta sul Piave».
Come segno tangibile del desiderio di pace nel mondo, il Papa ha donato agli ordinari militari e a tutti i vescovi presenti la lampada Luce di san Francesco, che verrà accesa nelle diocesi durante le celebrazioni di commemorazione della prima guerra mondiale. È stata offerta al Pontefice dal Sacro Convento di Assisi, mentre l’olio per accenderla viene dall'associazione Libera di don Luigi Ciotti. Alla base della lampada sono incise le parole della preghiera semplice di san Francesco: «Dove sono le tenebre ch’io porti la luce». L’olio è stato prodotto con le olive che provengono da terreni confiscati alle mafie in Sicilia e in Puglia, gestiti dalle cooperative sociali aderenti al progetto Libera Terra.
Verso mezzogiorno, terminata la messa, il Papa è ripartito dall’aeroporto di Ronchi dei Legionari alla volta dell’aeroporto romano di Ciampino.
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  In preghiera per tutte le vittime

Dopo aver contemplato la bellezza del paesaggio di tutta questa zona, dove uomini e donne lavorano portando avanti la loro famiglia, dove i bambini giocano e gli anziani sognano… trovandomi qui, in questo luogo, vicino a questo cimitero, trovo da dire soltanto:
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  il testo integrale dell'omelia

  video dell'omelia


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14 settembre Papa Francesco celebrazione del rito del matrimonio a San Pietro e Angelus (testi, foto e video)


Grande emozione nella Basilica di San Pietro per venti coppie della Diocesi di Roma unite in matrimonio da papa Francesco. Era la prima volta che il Pontefice celebrava il rito nuziale: un'occasione più unica che rara, se si pensa che in tempi recenti si ricordano solo le due volte di Giovanni Paolo II, il 12 giugno 1994 per l'Anno della Famiglia ed il 15 ottobre 2000 per il Giubileo delle Famiglie. E le venti coppie, scelte per l'occasione dal Vicariato, hanno vissuto l'evento con grande emozione. E parlando loro nell'omelia, Francesco ha sottolineato sia la grandezza sia la problematicità del costruire una famiglia. (FAMIGLIA CRISTIANA)

  video

La prima Lettura ci parla del cammino del popolo nel deserto. Pensiamo a quella gente in marcia, guidata da Mosè; erano soprattutto famiglie: padri, madri, figli, nonni; uomini e donne di ogni età, tanti bambini, con i vecchi che facevano fatica… Questo popolo fa pensare alla Chiesa in cammino nel deserto del mondo di oggi, fa pensare al Popolo di Dio, che è composto in maggior parte da famiglie.

Questo fa pensare alle famiglie, le nostre famiglie, in cammino sulle strade della vita, nella storia di ogni giorno… E’ incalcolabile la forza, la carica di umanità contenuta in una famiglia: l’aiuto reciproco, l’accompagnamento educativo, le relazioni che crescono con il crescere delle persone, la condivisione delle gioie e delle difficoltà… Le famiglie sono il primo luogo in cui noi ci formiamo come persone e nello stesso tempo sono i “mattoni” per la costruzione della società.
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L’amore di Gesù, che ha benedetto e consacrato l’unione degli sposi, è in grado di mantenere il loro amore e di rinnovarlo quando umanamente si perde, si lacera, si esaurisce. L’amore di Cristo può restituire agli sposi la gioia di camminare insieme; perché questo è il matrimonio: il cammino insieme di un uomo e di una donna, in cui l’uomo ha il compito di aiutare la moglie ad essere più donna, e la donna ha il compito di aiutare il marito ad essere più uomo. Questo è il compito che avete tra voi. “Ti amo, e per questo ti faccio più donna” – “Ti amo, e per questo ti faccio più uomo”. E’ la reciprocità delle differenze. Non è un cammino liscio, senza conflitti: no, non sarebbe umano. E’ un viaggio impegnativo, a volte difficile, a volte anche conflittuale, ma questa è la vita! E in mezzo a questa teologia che ci dà la Parola di Dio sul popolo in cammino, anche sulle famiglie in cammino, sugli sposi in cammino, un piccolo consiglio. E’ normale che gli sposi litighino, è normale. Sempre si fa. Ma vi consiglio: mai finire la giornata senza fare la pace. Mai. E’ sufficiente un piccolo gesto. E così si continua a camminare. 
Auguro a tutto voi un bel cammino: un cammino fecondo; che l’amore cresca. Vi auguro felicità. Ci saranno le croci, ci saranno. Ma sempre il Signore è lì per aiutarci ad andare avanti. Che il Signore vi benedica!

  il testo integrale dell'omelia

  video dell'omelia

  video della celebrazione del rito

  video integrale

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il 14 settembre la Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Qualche persona non cristiana potrebbe domandarci: perché “esaltare” la croce? Possiamo rispondere che noi non esaltiamo una croce qualsiasi, o tutte le croci: esaltiamo la Croce di Gesù, perché in essa si è rivelato al massimo l’amore di Dio per l’umanità. È quello che ci ricorda il Vangelo di Giovanni nella liturgia odierna: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito» (3,16). 
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Sul Calvario, ai piedi della croce, c’era la Vergine Maria (cfr Gv 19,25-27). E’ la Vergine Addolorata, che domani celebreremo nella liturgia. A Lei affido il presente e il futuro della Chiesa, perché tutti sappiamo sempre scoprire ed accogliere il messaggio di amore e di salvezza della Croce di Gesù. Le affido in particolare le coppie di sposi che ho avuto la gioia di unire in matrimonio questa mattina, nella Basilica di San Pietro.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,
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Ieri sono andato a Redipuglia, al Cimitero Austro-Ungarico e al Sacrario. Là ho pregato per i morti a causa della Grande Guerra. I numeri sono spaventosi: si parla di circa 8 milioni di giovani soldati caduti e di circa 7 milioni di persone civili. Questo ci fa capire quanto la guerra sia una pazzia! Una pazzia dalla quale l’umanità non ha ancora imparato la lezione, perché dopo di essa ce n’è stata una seconda mondiale e tante altre che ancora oggi sono in corso. Ma quando impareremo, noi, questa lezione? Invito tutti a guardare Gesù Crocifisso per capire che l’odio e il male vengono sconfitti con il perdono e il bene, per capire che la risposta della guerra fa solo aumentare il male e la morte!
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Vi chiedo, per favore, di pregare per me. A tutti auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!

  il testo integrale dell'Angelus

  video


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Papa Francesco UDIENZA GENERALE 17 settembre 2014 - foto, testo e video


 17 settembre 2014 


Papa Francesco è giunto, come ogni mercoledì, in piazza San Pietro prima delle 10. Salutato da molti fedeli gioiosi provenienti da tutto il mondo.

Ha fatto fermare la vettura, tra l’altro, per bere il mate, il te argentino, che gli porgeva un gruppo di fedeli e come sempre ha accarezzato tanti bambini e disabili...

In piazza San Pietro e nei dintorni erano presenti numerose forze dell'ordine che supervisionavano la sicurezza. Il Papa argentino ha fatto, con la jeep, un giro particolarmente lungo tra i fedeli, uscendo anche dal Vaticano per un breve percorso nella piazza Pio XII antistante il colonnato di Bernini.

La Chiesa: 6. Cattolica e Apostolica

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

In questa settimana continuiamo a parlare sulla Chiesa. Quando professiamo la nostra fede, noi affermiamo che la Chiesa è “cattolica” e “apostolica”. Ma qual è effettivamente il significato di queste due parole, di queste due note caratteristiche della Chiesa? E che valore hanno per le comunità cristiane e per ciascuno di noi?
...

Chiediamo allora al Signore di rinnovare in noi il dono del suo Spirito, perché ogni comunità cristiana e ogni battezzato sia espressione della santa madre Chiesa cattolica e apostolica.

Saluti:
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Domenica prossima, con l’aiuto di Dio, mi recherò in Albania. Ho deciso di visitare questo Paese perché ha tanto sofferto a causa di un terribile regime ateo e ora sta realizzando una pacifica convivenza tra le sue diverse componenti religiose. Fin da ora saluto con affetto il popolo albanese e ringrazio per la preparazione di questa visita. Chiedo a tutti di accompagnarmi con la preghiera, per intercessione della Madonna del Buon Consiglio. Grazie.
...
Mi rivolgo infine ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la memoria di San Roberto Bellarmino, dottore della Chiesa. La sua adesione al Signore indichi a voi, cari giovani, che Egli è la via, la verità e la vita; incoraggi voi, cari ammalati, in particolare l’Unitalsi di Pescara e il gruppo “Alzheimer uniti”, ad affrontare nella fede i momenti bui della croce; e stimoli voi, cari sposi novelli, a fondare su Cristo la vostra casa coniugale.

  video della catechesi

  il testo integrale della catechesi

  video integrale


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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

15 settembre 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Senza la Chiesa non possiamo andare avanti

Due donne e madri — Maria e la Chiesa — portano Cristo a una terza donna, che assomiglia alle prime due ma è più «piccola»: la nostra anima. Con queste immagina tutta al femminile il Papa ha voluto riaffermare che senza la maternità di Maria e della Chiesa non abbiamo Cristo. «Noi non siamo orfani» ha ricordato durante la messa celebrata stamani, lunedì 15 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Francesco ha messo subito in evidenza come «la Chiesa, nella sua liturgia, ci porta due volte, per due giorni, uno dopo l’altro, al Calvario»: difatti «ieri ci faceva contemplare la croce di Gesù, oggi la sua madre presso la croce» (Giovanni 19, 25-27). In particolare, «ieri ci faceva dire una parola: gloriosa». Una parola riferita alla «croce del Signore, perché portava la vita, ci portava la gloria». Ma «oggi la parola più forte della liturgia è: madre. Gloriosa la croce; umile, mite la madre», che la liturgia celebra oggi come Vergine addolorata.
...
«Adamo è uscito dal paradiso con una promessa — ha proseguito — che è andata avanti durante tanti secoli. Oggi, con questa obbedienza, con questo annullare se stesso, umiliarsi di Gesù, quella promessa diventa speranza». E «il popolo di Dio cammina con speranza certa».

Anche Maria, «la madre, la nuova Eva, come lo stesso Paolo la chiama, partecipa di questa strada del figlio: imparò, soffrì e obbedì». Ella «diventa madre». Potremmo dire che è «unta madre» — ha affermato il Pontefice — e lo stesso vale per la Chiesa.

Questa dunque è «la nostra speranza: noi non siamo orfani, abbiamo madri»: anzitutto Maria. E poi la Chiesa, che è madre «quando fa la stessa strada di Gesù e di Maria: la strada della obbedienza, la strada della sofferenza, e quando ha quell’atteggiamento di imparare continuamente il cammino del Signore».

«Queste due donne — Maria e la Chiesa — portano avanti la speranza che è Cristo, ci danno Cristo, generano Cristo in noi» ha ribadito il vescovo di Roma. Così «senza Maria, non sarebbe stato Gesù Cristo; senza la Chiesa, non possiamo andare avanti». Sono «due donne e due madri».
...
Francesco ha concluso ricordando che, «come dal paradiso sono usciti i nostri padri con una promessa, oggi noi possiamo andare avanti con una speranza: la speranza che ci dà la nostra madre Maria, fermissima presso la croce, e la nostra santa madre Chiesa gerarchica».

  Messa a Santa Marta - Tre donne

  video
 

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«Dio è vicino e riesce a capire il cuore della gente» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

16 settembre 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
“Senza vicinanza alle persone le belle prediche sono inutili”

Con la sua testimonianza il cristiano deve mostrare agli altri gli stessi atteggiamenti di Dio che visita il suo popolo: la vicinanza, la compassione, la capacità di restituire la speranza. Lo ha affermato Papa Francesco durante la messa celebrata stamani, martedì 16 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

«Dio ha visitato il suo popolo» è una espressione «che si ripete nella Scrittura», ha fatto subito notare il Pontefice riferendola all’episodio evangelico della risurrezione del figlio della vedova di Nain raccontato da Luca (7,11-17). Sono parole che, ha precisato, hanno «un senso speciale», diverso da quello di espressioni come «Dio ha parlato al suo popolo» oppure «Dio ha dato i Comandamenti al suo popolo» o ancora «Dio ha inviato un profeta al suo popolo».

Nell’affermazione «Dio ha visitato il suo popolo», ha ribadito, «c’è qualcosa in più, c’è qualcosa di nuovo». 
...
Perché usa proprio questa espressione? Solo perché Gesù — si è chiesto il Pontefice — «ha fatto un miracolo?». In realtà c’è «di più». Infatti la questione fondamentale è comprendere «come visita Dio».

Egli, ha evidenziato il vescovo di Roma, visita «prima di tutto con la sua presenza, con la sua vicinanza». Nel brano evangelico proposto dalla liturgia «si dice che Gesù si recò in una città chiamata Nain e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla». In sostanza «era vicino alla gente: un Dio vicino che riesce a capire il cuore della gente, il cuore del suo popolo». Poi, racconta Luca, «vede quel corteo e si avvicina». Perciò «Dio visita il suo popolo», è «in mezzo al suo popolo, avvicinandosi». La «vicinanza è la modalità di Dio».

Inoltre, ha osservato ancora il Pontefice, «c’è un’espressione che si ripete nella Bibbia tante volte: “Il Signore fu preso da grande compassione”»
...
A «vicinanza» e «compassione» il Papa ha aggiunto «un’altra parola che è propria di quando il Signore visita il suo popolo». Scrive Luca: «Il morto si mise seduto e incominciò a parlare, ed egli — Gesù — lo restituì a sua madre». Dunque «quando Dio visita il suo popolo, restituisce al popolo la speranza. Sempre!».

In proposito Francesco ha fatto notare che «si può predicare la parola di Dio brillantemente» e «ci sono stati nella storia tanti bravi predicatori: ma se questi predicatori non sono riusciti a seminare speranza, quella predica non serve. È vanità».

Proprio l’immagine proposta dal Vangelo di Luca, ha suggerito, può far capire fino in fondo «cosa significa una visita di Dio al suo popolo». Lo comprendiamo «guardando Gesù in mezzo a quella grande folla; guardando Gesù che si avvicina a quel corteo funebre, la madre che piange e lui le dice “non piangere”, forse l’ha accarezzata; guardando Gesù che restituì alla mamma il figlio vivo». Così, ha concluso il Pontefice, possiamo «chiedere la grazia che la nostra testimonianza di cristiani sia portatrice della visita di Dio al suo popolo, cioè di vicinanza che semina la speranza».

  Omelia a Santa Marta - Quando Dio visita

  video


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«La porta che si apre alla carezza di Gesù» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

18 settembre 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
riconosciamoci peccatori”

Il Signore salva «solamente chi sa aprire il cuore e riconoscersi peccatore». È l’insegnamento che Papa Francesco ha tratto dal brano liturgico del Vangelo di Luca (7, 36-50) durante la messa celebrata giovedì mattina, 18 settembre, a Santa Marta. Si tratta del racconto della peccatrice che, durante un pranzo in casa di un fariseo, senza nemmeno essere invitata si avvicina a Cristo con «un vaso di profumo» e «stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo», comincia «a bagnarli di lacrime», poi li asciuga «con i suoi capelli», li bacia e li cosparge di profumo.

Il Pontefice ha spiegato che proprio «riconoscere i peccati, la nostra miseria, riconoscere quello che siamo e che siamo capaci di fare o abbiamo fatto è la porta che si apre alla carezza di Gesù, al perdono di Gesù, alla parola di Gesù: Vai in pace, la tua fede ti salva, perché sei stato coraggioso, sei stata coraggiosa ad aprire il tuo cuore a colui che soltanto può salvarti». In proposito il Papa ha ripetuto un’espressione a lui particolarmente cara: «il posto privilegiato dell’incontro con Cristo sono i propri peccati».

A un orecchio poco attento questa «sembrerebbe quasi un’eresia — ha commentato — ma lo diceva anche San Paolo» quando nella seconda Lettera ai corinti (12, 9) affermava di vantarsi «di due cose soltanto: dei propri peccati e di Cristo Risorto che lo ha salvato».

Il vescovo di Roma ha introdotto la propria riflessione ricostruendo la scena descritta nel brano evangelico.
...
Ecco allora «due atteggiamenti» molto differenti tra loro: da una parte quello dell’«uomo che vede e qualifica», giudica; e dall’altro quello della «donna che piange e fa cose che sembrano pazzie», perché utilizza un profumo che «è caro, è costoso». In particolare il Pontefice si è soffermato sul fatto che nel Vangelo si utilizzi la parola «unzione» per significare che il «profumo della donna unge: ha la capacità di diventare un’unzione», al contrario delle parole del fariseo che «non arrivano al cuore, non arrivano al corpo, non arrivano alla realtà».

In mezzo a queste due figure così antitetiche c’è Gesù, con «la sua pazienza, il suo amore», la sua «voglia di salvare tutti», che «lo porta a spiegare al fariseo cosa significa quello che fa questa donna» e a rimproverarlo, sia pure «con umiltà e tenerezza», per aver mancato di «cortesia» nei suoi confronti. 
...
Ecco allora l’insegnamento del Vangelo: «La salvezza entra nel cuore soltanto quando noi apriamo il cuore nella verità dei nostri peccati». Certo, ha argomentato il vescovo di Roma, «nessuno di noi andrà a fare il gesto che ha fatto questa donna», perché si tratta di «un gesto culturale dell’epoca; ma tutti noi abbiamo la possibilità di piangere, tutti noi abbiamo la possibilità di aprirci e dire: Signore, salvami! Tutti noi abbiamo la possibilità di incontrarci col Signore». Anche perché, ha affermato, «a quell’altra gente, in questo passo del Vangelo, Gesù non dice niente. Ma in un altro passo dirà quella parola terribile: “Ipocriti, perché vi siete staccati dalla realtà, della verità!”. E ancora, riferendosi all’esempio di questa peccatrice, ammonirà: «Pensate bene, saranno le prostitute e i pubblicani che vi precederanno nel regno dei cieli!». Perché loro — ha concluso — «si sentono peccatori» e «aprono il loro cuore nella confessione dei peccati, all’incontro con Gesù, che ha dato il sangue per tutti noi».

  Messa a Santa Marta - Il profumo della peccatrice

  video


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«La nostra «identità cristiana: stare con il Signore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

19 settembre 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
la Resurrezione compie l'identità cristiana”

L’identità cristiana si compie per noi solo con la risurrezione, che sarà «come un risveglio». Per questo Papa Francesco ha invitato a «stare con il Signore», a camminare con lui come discepoli, di modo che la risurrezione cominci già qui e ora. Ma «senza paura della trasformazione che avrà il nostro corpo alla fine del nostro percorso cristiano».
È proprio sull’essenza della risurrezione che il Pontefice ha incentrato l’omelia della messa celebrata venerdì mattina, 19 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta, prendendo spunto dal passo della prima Lettera di san Paolo ai corinzi (15, 12-20) proposta dalla liturgia. 


... Questa è la nostra «identità cristiana: stare con il Signore». Un’affermazione che, ha rimarcato il Pontefice, non è certo «una novità». Anzi, «è la prima cosa che si dice dei primi discepoli». Infatti «quando Giovanni il Battista segnala Gesù come l’agnello di Dio e i due discepoli vanno con lui, dice il Vangelo: “E quel giorno stettero con lui”».

«Noi risusciteremo per stare con il Signore — ha confermato il Pontefice — e la risurrezione incomincia qui, come discepoli, se noi stiamo con il Signore, se noi camminiamo con il Signore. Questa è la strada verso la risurrezione. E se noi siamo abituati a stare con il Signore, questa paura della trasformazione del nostro corpo si allontana».

In realtà la risurrezione «sarà come un risveglio» ha chiarito Francesco ripetendo le parole del salmo 16: «Al risveglio mi sazierò della tua immagine». Anche «Giobbe ci dice: io lo vedrò con i miei occhi. Non spiritualmente: con il mio corpo, con i miei occhi trasformati».

Per questo non si deve «aver paura dell’identità cristiana», che «non finisce con un trionfo temporale, non finisce con una bella missione». Perché «l’identità cristiana si compie con la risurrezione dei nostri corpi, con la nostra risurrezione: lì è la fine, per saziarci dell’immagine del Signore».

Perciò, ha affermato il Papa, «l’identità cristiana è una strada, è un cammino dove si sta con il Signore, come quei due discepoli che stettero con il Signore tutta quella serata». Così «anche tutta la nostra vita è chiamata a stare con il Signore per rimanere, stare con il Signore, alla fine, dopo la voce dell’arcangelo, dopo il suono della tromba». E a questo proposito il Papa ha voluto ricordare in conclusione che sempre san Paolo, nella Lettera ai tessalonicesi, «finisce questo ragionamento con questa frase: “Consoliamoci con questa verità”».

  Messa a Santa Marta-Paura di risorgere

  video


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"L'anatema del Papa: la guerra è follia" di Enzo Bianchi



L'anatema del Papa: la guerra è follia
di Enzo Bianchi

Quanti avevano cercato di forzare le parole del papa, quando invocava con forza che venissero fermati l’aggressione e i massacri contro le minoranze in Iraq, per farne un implicito sostegno all’ammissibilità di una “guerra giusta” troveranno particolarmente dure le parole usate da papa Francesco al Sacrario di Redipuglia: “la guerra è una follia!”. Un grido che sgorga dal suo cuore e dalla sua fede, e che riprende con il vigore della parola proclamata quanto affermato da papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris: nell’era atomica è “alieno dalla ragione”, folle pensare di ristabilire la giustizia attraverso la guerra. No, papa Francesco, nel commemorare i caduti nella prima guerra mondiale – e “dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale” – ripete con dolore che “forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a pezzi’”. Nessuna distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, tra guerra di difesa e guerra di conquista, tra guerra regolare e irregolare: “la guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione!”.

Parole pronunciate alla commemorazione delle vittime di tutte le guerre. Un rito, quello della commemorazione dei caduti di guerra, che ripetiamo costantemente, sempre rammaricandoci di quanto è successo, sempre ripetendo “mai più!”. Eppure un rito che compiamo nello stesso preciso momento in cui alimentiamo, giustifichiamo, sosteniamo nuove guerre. Anche i governi italiani – esecutivi di uno stato che nella sua Costituzione “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – non cessano di commemorare le vittime di guerra mentre stipulano contratti per nuovi armamenti di offesa e non di difesa, mentre attuano riduzioni di spesa abnormi in settori come la sanità e l’educazione pubblica e danno solo qualche minima sforbiciata d’immagine alle spese militari...

Anche a noi, allora, si indirizza il grido accorato del papa che si scaglia contro “l’impulso distorto” che ci fa dire “A me che importa?”. Questo atto di accusa e questo invito al ravvedimento è dunque rivolto a ciascuno di noi che nel quotidiano ci comportiamo come Caino e non vogliamo essere “custodi del fratello”, ma nel nostro egoismo ripetiamo “A me che importa?”. Ma dietro a eventi globalmente devastanti come la guerra non c’è solo l’indifferentismo individuale, la cultura del disinteresse per l’altro, c’è ben di più e non sono solo le “ideologie” che forniscono una “giustificazione”. E il papa non esita a chiamare per nome questa “passione” guerrafondaia: “dietro le quinte ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: ‘A me che importa?’”
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Francesco affida a Maria il viaggio in Albania


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Ritenere al tramonto la luna di miele tra papa Francesco e alcuni settori della sua Chiesa sa un po’ di azzardo. Erano anni che non si vedeva un pontefice così osannato dalle folle, e circondato dal consenso degli episcopati mondiali: quelli che lo hanno eletto al Conclave del marzo 2013. Eppure, negli ultimi mesi si è intravista qualche increspatura sotto la coltre di consensi quasi unanimi.

  FAMIGLIA CRISTIANA:  Primi dissensi (e silenzi) sulle scelte di Francesco

Siate vicini al popolo, testimoniando a tutti la gioia del Vangelo. E’ l’esortazione rivolta da Papa Francesco ai vescovi consacrati nell’ultimo anno. Un’udienza fraterna, nella quale il Vescovo di Roma ha chiesto ai nuovi presuli di non “essere spenti o pessimisti”, custodi di un “fortino” che si vede “assalito”. Il Papa ha inoltre ammonito i vescovi dal cadere nella tentazione di circondarsi di corti e cordate.

  AVVENIRE:  Il Papa ai vescovi: col popolo e i sacerdoti


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