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N.
B. La Lectio è temporaneamente sospesa
NOTA
Articoli,
riflessioni e commenti proposti vogliono
solo essere
un contributo
alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.
Le posizioni espresse non sempre
rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione.
|
(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
"Scuola il rischio noia se si perde la meraviglia" di Alessandro D'Avenia
L’alternativa
a una scuola noiosa non è una scuola divertente. Non esiste una scuola
spensierata e senza fatica (e il digitale non la renderà tale), ma
questo non vuol dire che debba essere noiosa (e il digitale ci darà una
mano). La vera alternativa è una scuola interessante. Interesse (essere
dentro) vuol dire coinvolgimento con tutto l’essere (corpo, cuore,
testa, spirito) da ciò che viene presentato o rappresentato (dal corpo,
cuore, testa, spirito dell’insegnante). L’interesse è perfettamente
compatibile con l’impegno e la fatica, cosa che la noia non potrà mai
ottenere, e neanche il divertimento che si esaurisce nella consumazione
dell’esperienza.
Ma
che cosa ha il potere di attraversare l’essere da dentro in tutti i
suoi strati? Quale presenza riesce a muovere la persona nella sua
completezza chiedendole di andare oltre?
Ancora una volta chiedo la soluzione alla lettera ricevuta da una giovane lettrice
...
L’alternativa
ad una scuola noiosa è una scuola "meravigliosa", cioè capace di
destare l’interesse attraverso la meraviglia. Già Aristotele descriveva
così questo sentimento capace di unificare sensi, cuore e mente
...
Scuola il rischio noia se si perde la meraviglia
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È una tragedia senza fine che assume i contorni inquietanti di un
omicidio di massa. Una tragedia che prosegue nella quasi totale
indifferenza dell’opinione pubblica italiana ed europea: 200 migranti
dispersi ieri sera per il naufragio di un barcone al largo della costa
libica, altri 500 annegati a 300 miglia dalle coste di Malta la scorsa
settimana, a causa dello speronamento da parte di un’altra imbarcazione
di trafficanti, per punirli di una ribellione. Le cause del naufragio
della scorsa settimana, sul quale sta investigando la polizia, sono
state riferite dagli unici due superstiti, due ragazzi palestinesi,
salvati da un mercantile panamense. Racconti strazianti: i due sono
rimasti a galla grazie a mezzi di fortuna e hanno visto annegare gli
altri - molte donne e famiglie con minori da Siria, Palestina, Egitto,
Sudan - che non hanno retto alla fatica. Tra questi, un bambino
egiziano partito per cercare di inviare a casa i soldi per pagare le
cure al padre, gravemente malato di cuore. Sarebbero quindi più di 700
morti in pochi giorni, che si aggiungono ai 20.481 documentati dal blog
Fortress Europe dal 1988 ad oggi. Ne abbiamo parlato con l’arcivescovo
di Agrigento monsignor Francesco Montenegro, noto oramai come “vescovo
di Lampedusa”, che dopodomani accoglierà ad Augusta (Siracusa) i
vescovi che fanno parte della Cemi (Commissione episcopale per le
migrazioni) di cui è presidente. Insieme a tutti i parroci di Augusta -
il porto dove confluiscono la maggior parte delle navi cariche dei
migranti salvati - parleranno, pregheranno e visiteranno il centro di
accoglienza. “Sarà una occasione per far sì che i vescovi vedano cosa
sta accadendo - spiega -. Una cosa è guardare alla tv le notizie, altra
è stare sul posto. Si aprono gli occhi diversamente”.
Si
parla tanto di Frontex plus, il dibattito è aperto ma nel Mediterraneo
la gente continua a morire. Negli anni le politiche sono
migliorate?
“Per
niente. È vero, continuiamo a salvarli, nonostante qualcuno a nord sia
contrario. Ogni vita umana è preziosa, però continuiamo ogni giorno a
sentire notizie che ti fanno rabbrividire, come quelle di oggi. Non si
può più affrontare il fenomeno in questo modo. Non basta dire: ‘venite,
vi facciamo posare i piedi sulla terra italiana’. Qui ci vuole una
organizzazione diversa, scelte politiche diverse, una Europa diversa.
Non bastano solo le navi che pattugliano. Frontex plus avrà o no il
ruolo di salvare vite umane? E se non lo avrà, cosa succederà? Guarderà
e filmerà? Non credo. Non si tratta di avere documentazioni sui morti
ma di fare in modo che la gente non muoia. Oramai è la politica a dover
giocare tutto, altrimenti continueremo solo a fare statistiche. E con i
poveri le statistiche non giovano, perché dietro ci sono storie,
volti”.
...
Settecento immigrati morti in pochi giorni: guai a farci l'abitudine
I
cadaveri di centinaia di disperati in fuga da guerra e povertà
riaffiorano nelle acque del Mediterraneo, dove sono oltre 800 i morti e
i dispersi solo negli ultimi giorni. «È una crisi umanitaria senza
precedenti», lancia l’allarme l’Alto commissariato per i rifugiati
dell’Onu (Unhcr), che fino a ieri stimava 2.500 morti dall’inizio
dell’anno, 2.200 solo dall’inizio di giugno...
Migranti, strage infinita: 800 morti in 5 giorni
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ITALIA IN GUERRA
100 milioni di euro al giorno in armi!
di Alex Zanotelli
La
guerra imperversa ormai dall’Ucraina alla Somalia, dall’Iraq al Sud
Sudan, dal Califfato Islamico (ISIS),al Califfato del Nord della
Nigeria (Boko Haram), dalla Siria al Centrafrica, dalla Libia al Mali,
dall’Afghanistan al Sudan, fino all’interminabile conflitto Israele –
Palestina.
Accettando le decisioni del Vertice NATO, Renzi è ora obbligato ad investire in armi il 2% del PIL
La
guerra imperversa ormai dall’Ucraina alla Somalia, dall’Iraq al Sud
Sudan, dal Califfato Islamico (ISIS), al Califfato del Nord della
Nigeria (Boko Haram), dalla Siria al Centrafrica, dalla Libia al Mali,
dall’Afghanistan al Sudan, fino all’interminabile conflitto Israele –
Palestina.
Mi
sembra di vedere il ‘cavallo rosso fuoco’ dell’Apocalisse: “A
colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace della
terra e di far sì che si sgozzassero a vicenda, e gli fu consegnata una
grande spada.” (Ap.6,4) E’ la “grande spada” che è ritornata a
governare la terra. Siamo ritornati alla Guerra Fredda tra la Russia e
la NATO che vuole espandersi a Est, dall’Ucraina alla Georgia.
Nel
suo ultimo vertice, tenutosi a Newpost nel Galles (4-5 settembre 2014),
la NATO ha deciso di costruire 5 basi militari nei paesi dell’Est,
nonché pesanti sanzioni alla Russia. Il nostro Presidente del
Consiglio, M. Renzi ha approvato queste decisioni e ha anche aderito
alla Coalizione dei dieci paesi, pronti a battersi contro l’ISIS,
offrendo per di più armi ai Curdi. Inoltre si è impegnato a mantenere
forze militari in Afghanistan e a far parte dei “donatori” che
forniranno a Kabul 4 miliardi di dollari. Durante il vertice NATO,
Obama ha invitato gli alleati europei a investire di più in Difesa,
destinandovi come minimo il 2% del PIL. Attualmente l’Italia destina
1,2% del proprio bilancio in Difesa .
Accettando
le decisioni del Vertice, Renzi è ora obbligato ad investire in armi il
2% del PIL. Questo significa 100 milioni di euro al giorno!!! Questa è
pura follia per un paese come l’Italia in piena crisi economica. E’ la
follia di un mondo lanciato ad armarsi fino ai denti. Lo scorso anno,
secondo i dati SIPRI, i governi del mondo hanno speso in armi 1.742
miliardi di dollari che equivale a quasi 5 miliardi di euro al giorno
(1.032 miliardi di dollari solo dagli USA e NATO). Siamo prigionieri
del “complesso militare- industriale” USA e internazionale che ci
sospinge a sempre nuove guerre, una più spaventosa dell’altra, per la
difesa degli “interessi vitali”, in particolare della “sicurezza
economica”, come afferma la Pinotti nel Libro Bianco. Come quella
contro l’Iraq, dove hanno perso la vita 4.000 soldati americani e mezzo
milione di iracheni, con un costo solo per gli USA di 4.000 miliardi di
dollari. Ed è stata questa guerra che è alla base dell’attuale disastro
in Medio Oriente, che fa ripiombare il mondo in una paurosa spirale di
odio e di guerre. Papa Francesco ha parlato di Terza Guerra Mondiale.
Davanti ad una tale situazione di orrore e di morte, non riesco a spiegarmi il silenzio del popolo italiano.
....
100 milioni di euro al giorno in armi! di Alex Zanotelli
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La notizia è del 9 settembre, ma è solo l'ultima della serie. A
Pontremoli il sindaco Lucia Baracchini ha emesso un'ordinanza, che
vieta di chiedere l'elemosina nel centro storico, nei mercati, davanti
alle chiese e di fronte ai negozi, pena multe dai 25 ai 250 euro.
Motivazione: evitare "potenziali situazioni di pericolo per pedoni e
veicoli" e "garantire l'incolumità delle persone". Verrebbe da
obiettare che se c'è qualche mendicante che ha comportamenti
pericolosi, si agisce su di lui, non sull'intera categoria: sarebbe
come dire che siccome ho un collega assenteista, il mio datore di
lavoro licenzia tutti i dipendenti.
Ma
quello che mi interessa sottolineare è che esistono non pochi
precedenti a questa scelta. A Bressanone l'ordinanza antiaccattonaggio
è del 2013, a Cairo del 2012, a Ugento del 2011, a Mantova del 2010, a
Cesenatico del 2009, a Civitanova del 2008 e via elencando. Il sindaco
di Padova ha promesso che la farà a settembre. A questo tipo di
provvedimenti si aggiungono anche le multe e i rimpatri per i senza
fissa dimora e altre cose simili adottate in diverse città. Sindaci di
destra e di di sinistra, con l'appoggio di molti cittadini e dei
privati.
In
agosto, a Catania, sulla porta di un supermercato è comparso un
cartello che diceva: «la direzione del supermercato invita i propri
clienti a non elemosinare gli accattoni davanti al negozio. Il loro
elemosinare gli permette di raccogliere dai 60 ai 100 euro al giorno,
tanto quanto un operaio specializzato italiano considerando un importo
netto senza tasse». La sottolineatura nasce dal fatto che nel cartello
la parola "italiano" è evidenziata, il che tradisce una vaga sfumatura
razzista. Ma sfumature e inciampi grammaticali a parte, in questo caso
a provocare la reazione - secondo la direzione del supermercato -
sarebbe stato il fatto che da anni una famiglia Rom chiedeva
l'elemosina davanti all'ingresso, allontanando i clienti indispettiti
dall'insistenza.
D'altra
parte, il problema è antico. Già nel medioevo i mendicanti venivano
espulsi dalla nostre città, con la motivazione che erano stranieri:
solo i nativi erano autorizzati a chiedere. Anche in età moderna hanno
subito spesso persecuzioni, in quanto vagabondi e fannulloni. E in
Italia, formalmente mendicare è stato proibito fino al 1995. I divieti
però non hanno mai funzionato, pare neanche in età medievale.
Queste
piccole guerre civili contro i mendicati sono comunque una sconfitta su
tutti i fronti. Su quello politico, perché sono conseguenza e
sanciscono l'incapacità della politica e delle Pubbliche
amministrazioni di mettere in campo politiche contro la povertà e per
l'inclusione sociale. Su quello culturale, perché sono conseguenza e
sanciscono la perdita di valori che pure erano fondanti per la nostra
civiltà cristiana e occidentale: il riconoscimento della dignità delle
persone, il rispetto dei diritti, la pietà per i deboli. Su quello
individuale, perché è conseguenza e sancisce l'incapacità delle persone
di "guardare negli occhi" i poveri e di aprire gli occhi sul problema...
Quel «divieto di elemosina»
...
La lotta all’illegalità e ai falsi poveri è sacrosanta, anche perché
può finire per ledere proprio le fasce deboli, anziani in primis, che
vengono molestati dai professionisti dell’elemosina. E lo Stato non
dovrebbe lasciar da sole le amministrazioni in questa battaglia.
Ma
allora: come distinguere i veri indigenti dai furbi e i profittatori?
Perché una cosa è certa: sui nostri marciapiedi come nei treni, davanti
ai centri commerciali come sul sagrato delle nostre chiese non
stazionano solo imbroglioni vestiti da accattoni, ma veri poveri, gente
disperata che altro non tiene se non il cappello teso per chiedere una
moneta. Il contrasto all’accattonaggio molesto e al racket, se non è
accompagnato da una conoscenza reale del territorio, rischia di colpire
anche chi è davvero nel bisogno.
“Elemosina”
deriva da un verbo greco che significa “avere pietà, compassione”. Se è
vero che esercitare la pietà rischia di attirare speculatori e
approfittatori, è altrettanto vero che la carità non si può vietare,
perché sul gesto solidale, anche a partire dalla semplice elemosina, si
costruisce la comunità civile, si rafforza la convivenza sociale. La
Chiesa, nella sua storia millenaria, ha sempre provocato la generosità
nei confronti dei poveri, “scandalo” che interpella quotidianamente.
Proprio a Catania, a non troppa distanza da quel supermercato, sorge la
Basilica Collegiata, che in realtà ha un altro nome: Santa Maria
dell’Elemosina.
In
un mondo dove “tutto è calcolo e misura”, ha detto recentemente papa
Francesco, “L’elemosina ci aiuta a vivere la gratuità del dono, che è
libertà dall’ossessione del possesso, dalla paura di perdere quello che
si ha, dalla tristezza di chi non vuole condividere con gli altri il
proprio benessere”.
QUELL'ELEMOSINA NON S'HA DA FARE
L’elemosina?
E’un atto dovuto di giustizia, prima ancora che opera di carità. A
spiegarlo bene è padre Giordano Muraro, teologo moralista: «Chi fa
l’elemosina dovrebbe sempre ricordare le parole del catechismo, il
quale afferma che “quando doniamo ai poveri le cose indispensabili, non
facciamo loro delle elargizioni personali, ma rendiamo loro ciò che è
loro. Più che compiere un atto di carità, adempiamo un dovere di
giustizia”»...
ELEMOSINA: ATTO DI GIUSTIZIA
Vietato chiedere l’elemosina: il sindaco multa i poveri
Non
solo Catania. Sbarca anche a Pordenone e a Ferrara la protesta di
alcuni commercianti contro i mendicanti che stazionano davanti ai
negozi. A Pordenone un cartello che invita a non dare soldi ai
mendicanti è spuntato nella vetrina di un grande negozio di
oggettistica, mentre davanti a un supermercato di Ferrara è comparsa
una lavagna che invita i clienti "a non elemosinare gli accattoni
davanti al negozio": "Il loro elemosinare - si legge - gli permette di
raccogliere dai 60 ai 100 euro al giorno, tanto quanto un operaio
specializzato italiano, considerando un importo netto senza tasse".
Sulla
stessa linea il cartello comparso nei giorni scorsi davanti a un
supermarket catanese: "Non fate l'elemosina agli zingari davanti la
porta, perché guadagnano 60-80 euro al giorno, più di un operaio
specializzato italiano e in maniera netta, esentasse". (Adnkronos)
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"bombardare non è una soluzione", perché gli ordigni sganciati durante
i raid aerei finiscono per uccidere "persone innocenti" ...
Inoltre è altrettanto importante la partecipazione dei Paesi arabi,
perché essi "conoscono la lingua, la mentalità e la geografia" della
regione.
Patriarca di Baghdad: nella crisi irakena serve un "mandato Onu", non "vittime innocenti"
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DALLA PARTE DEI POVERI, I VICARI DI CRISTO
HOREB n. 67 - 1/2014
DALLA PARTE DEI POVERI, I VICARI DI CRISTO
HOREB n. 67 - 1/2014
TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI
«Ho
avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato
da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito… » (Mt 25,35-36), così Gesù si rivolge ai giusti, costituendo i piccoli e i poveri come i suoi “vicari” sulla terra.
Il Dio che incontriamo, nell’ascolto della Parola e nelle vicende della vita, in Gesù è un Dio “nudo”, Crocifisso
Risorto, più nudo di tutti i defraudati della nostra storia, e non
nasconde questa nudità d’amore. Egli nella sua nudità sposa l’umanità
nuda.
Se vogliamo restare fedeli a questo Dio, che, nel Figlio Gesù, accoglie e condivide, che è paziente, che vive la paradossale solitudine della croce, dobbiamo, assieme a Lui, restare fedeli alla terra, ad un popolo che Lui ama e dobbiamo restarci nella solitudine e nel silenzio.
La
vita cristiana è fedeltà a queste nozze di Dio con l'umanità, e cresce
nell'inquieta pace di chi lascia che la sua fede si incarni, che il
Verbo si riveli carne della sua carne e sangue del suo sangue e di
quello di tutti coloro che camminano in questa terra, in particolare
degli impoveriti e degli oppressi.
La
vita cristiana è coinvolgimento a condividere la passione d’amore che
Dio ha per l'umanità e la creazione. E questa passione comporta il
condividere lo stile povero di Gesù.
In
quest’ottica, il regno di Dio non tiene i cristiani lontano dalla
realtà storica e dalla terra che li accoglie e li ospita. La logica del
regno non consente di coltivare stili di vita separati, anzi attiva una
nostalgia profonda di recuperare la storia e immergersi in essa. Il
regno è invito ad entrare dentro a questa realtà assecondandone l’opera
dello Spirito in una creazione che geme e soffre (Rm 8,19ss).
Il
regno di Dio, quindi, si costruisce a partire da un’umanità sfigurata,
che ha nomi e lineamenti ben precisi. Oggi, questa umanità sfigurata,
con una parola la potremmo chiamare Sud, se per i Sud del mondo non
indichiamo solamente una posizione geografica – oggi i Sud sono nelle
nostre città, nella porta accanto alla nostra –, quanto piuttosto una
logica, una coordinata storica, è il basso, la profondità, la
periferia, contrariamente a quello che noi reputiamo più importante:
l’alto e il centro.
È questa la prospettiva che orienta le riflessioni della monografia.
...
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È una delle 12 grandi feste dell’anno liturgico, la data del 14 settembre è comune all’Oriente e all’Occidente.
Croce significa...
La croce di Gesù...
La croce di Cristo...
Dio ha tanto amato...
Cristo sulla croce...
Il 15 settembre 1993 Padre Pino Puglisi, nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, veniva assassinato da cosa nostra.
Il 25 maggio 2013 è stato proclamato Beato. È il primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia.
Pensiamo a quel ritratto di Gesù...
La testimonianza cristiana...
Se ognuno fa qualcosa...
BEATA MARIA VERGINE ADDOLORATA (video)
(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
«Non
ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti».
Ricordando don Pino Puglisi a 21 anni dal suo martirio, tornano alla
mente le sue parole, negli ultimi giorni prese in prestito per molti
articoli di cronaca a commento delle minacce di Totò Riina, ascoltato
dalle cimici della polizia giudiziaria nel carcere di Opera mentre
quasi si vanta dell’assassinio del parroco di Brancaccio e immagina
analoga fine per don Luigi Ciotti. La loro colpa? «Succhiano aria alla
mafia», lamenta il boss, indirettamente confermando l’attendibilità del
movente dell’omicidio, che ha poi portato alla beatificazione del
sacerdote palermitano: Puglisi voleva fare il prete fino in fondo, e
forte del Vangelo sottrarre i ragazzi alle grinfie della malavita, far
pensare, ridare fiducia alla gente.
Era,
ed è, l’emblema della Chiesa che testimoniando Cristo e annunciando il
vangelo, fa male alla mafia perché cerca di saldare la terra al cielo.
Come la Chiesa di Papa Francesco, che – egli ce lo ricorda sempre –
deve camminare nella quotidianità con la matura consapevolezza che «una
fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il
mondo» da parte di cristiani che non siano «vino annacquato».
Che
cosa ci ha consegnato don Puglisi, col suo martirio? Lo ricordava
proprio don Ciotti, in un articolo all’epoca per molti versi profetico,
pubblicato su Avvenire 5 il 5 settembre del 1994: «Egli ha incarnato
pienamente la povertà, la fatica, la libertà e la gioia del vivere come
preti, in parrocchia. Con la sua testimonianza ci sprona a sostenere
quanti vivono questa stessa realtà con impegno e silenzio. Non il
silenzio di chi rinuncia a parlare e denunciare, ma quello di chi, per
la scelta dello stare nel suo territorio, rifiuta le passerelle o gli
inutili proclami». Pochi cenni che restituiscono il ritratto dell’uomo
che nella primavera del 1990 approda a Brancaccio, iniziando a bussare
a tutte le porte perché, diceva, «bisogna prima conoscere, poi capire,
infine agire».
...
Don
Puglisi non è stato ucciso perché dal pulpito annunciava princìpi
astratti, ma perché ha voluto uscire dalla loro genericità per
testimoniarli nella vita quotidiana, dove le relazioni e i problemi
assumono la dimensione più vera. Oggi universalmente per i credenti
egli è il "testimone credibile perché coerente" con la "Parola", per i
non credenti è un uomo ed un uomo di "Parola" poiché non si è tirato
indietro davanti al pericolo. Il suo sacrificio rivive nella coscienza
di tutti, monito ai cattolici e agli uomini e alle donne di buona
volontà a dire no ai cattivi maestri, ai soprusi, alla mentalità di
morte. E tutti esorta a fare di più, con continuità e coerenza, sempre,
nella lotta alla mafia e al male. La sua figura sospinge la Chiesa a
imboccare la strada del cambiamento con la chiarezza definitiva
tracciata da Papa Francesco nella Piana di Sibari, ma impone anche un
nuovo modo di intendere e fare la politica e l’economia, attese
all’unica testimonianza vera e concreta contro le mafie: dimostrare
d’essere impermeabili alle influenze delle cosche.
Soprattutto
questo ci ha lasciato don Puglisi: una direzione e un senso per il
nostro essere chiesa e mondo, un invito per le nostre parrocchie ad
alzare lo sguardo, a dotarsi di strumenti adeguati e incisivi per
perseguire giustizia e legalità vere, autentiche, genuine. Col suo
sangue il deserto s’è fatto terra fertile: a noi, ora, il compito di
rassodare e coltivare quotidianamente, perché dia frutti: coltivare
quel campo chiamato speranza.
Puglisi uomo di «Parola» ha tracciato il solco per noi di mons. Vincenzo Bertolone (arcivescovo metropolita di Catanzaro-Squillace, postulatore della causa di beatificazione di don Giuseppe Puglisi)
Vedi anche alcuni dei nostri precedenti post: - Nel giorno della nascita in terra ed anche in cielo del Beato Pino Puglisi... IL MIRACOLO DI DON "TRE P"
- Don Pino Puglisi: un prete povero che voleva una Chiesa per i poveri
- Papa
Francesco: "Don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, ... è lui che
ha vinto, con Cristo Risorto! Lodiamo Dio per la sua luminosa
testimonianza e facciamo tesoro del suo esempio!"
- "Pino
Puglisi, dono per la Sicilia e per il mondo" di Bartolomeo Sorge - " Il
25 maggio a Palermo" di Maurilio Assenza - I PROGRAMMI IN TV SU DON
PUGLISI (all'interno del post i link ad altri precedenti)
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Alla luce dei recenti episodi che hanno visto riaccendersi la polemica
sul rapporto tra Chiese del Sud e criminalità organizzata – pensiamo
per esempio, a quello dell’“inchino” della statua della Madonna davanti
alla casa di un boss, nella diocesi di Oppido-Palmi, durante una
processione -, la ricorrenza del martirio di don Pino Puglisi acquista
una singolare attualità e diventa occasione per una più approfondita
riflessione sul problema.
Nessun
dubbio che, in passato, per lungo tempo, Chiesa e mafia abbiano
convissuto abbastanza esplicitamente. A volte anche con stretti legami
di parentela. Calogero Vizzini, capomafia di Villalba e, secondo molti,
della “onorata società” in tutta la Sicilia, aveva due fratelli
sacerdoti uno dei quali abitava con lui; uno zio era parroco del paese;
un altro zio vescovo e un cugino anch'egli vescovo. La commistione era
abituale. I mafiosi facevano da padrini nei battesimi e nelle cresime,
organizzavano le feste patronali, partecipavano alle processioni. La
stessa ritualità mafiosa era compenetrata di simboli religiosi e
sembrava sancire una continuità con quella ecclesiastica. Né c’è da
stupirsene troppo, in un contesto storico – quello post-unitario - in
cui sia la cultura popolare che la Chiesa percepivano lo Stato e le sue
leggi come estranei e nemici.
...
Sta
di fatto che questa stagione di cecità è finita, speriamo per sempre.
Stato e Chiesa hanno ormai da tempo preso coscienza – almeno
ufficialmente - della drammatica pericolosità della mafia e della
necessità di combatterla senza quartiere. Dopo le denunzie del
cardinale Pappalardo, a cui hanno fatto seguito tante altre, alcune
anche più solenni – dall’appassionato discorso di Giovanni Paolo II
nella valle dei templi, nel 1993, fino alla durissima condanna con cui
papa Francesco, appena nel giugno scorso, sulla piana di Sibari, ha
dichiarato scomunicati i mafiosi - , nessuno può in buona fede
sostenere, oggi, che la Chiesa tace.
Eppure,
episodi come quello a cui si accennava all’inizio ci avvertono che il
problema non è risolto. Il fatto è che le denunzie non bastano. La
commistione della vita ecclesiale con la cultura della mafia potrà
essere definitivamente superata solo attraverso un profondo
rinnovamento dello stile pastorale che ancora caratterizza tante
parrocchie del Sud. Uno stile su cui spesso pesa quel dualismo tra
sfera del “sacro” e sfera del “profano”, che ancora vizia tanta parte
dell’esperienza cristiana del nostro popolo. All’interno del tempio, si
celebrano messe, prime comunioni, matrimoni, battesimi, ma non si parla
dei problemi della vita reale di ogni giorno, tanto meno si formano le
persone ad affrontarli in un spirito evangelico. Cosicché, quando si
esce, i presunti fedeli tornano ad essere quello che erano prima di
andare in chiesa, adottando nelle loro scelte e nei loro comportamenti
criteri in totale contrasto con la loro fede.
È
questo che accade a molti mafiosi e fiancheggiatori della mafia,
piissimi nelle funzioni e nelle processioni, ma agli antipodi del
cristianesimo nel loro modo reale di vivere. Se la pastorale non riesce
a superare questa schizofrenia – che peraltro non riguarda solo i
mafiosi - , continueremo ad avere chiese piene e processioni affollate,
ma un vita sociale dove, a livello sia privato che pubblico, la
dimensione non solo cristiana, ma anche semplicemente umana del Vangelo
viene sistematicamente tradita.
Padre
Puglisi lo aveva capito. Perciò si sforzava di educare le persone ad
essere al tempo stesso pienamente umane e coerentemente cristiane (i
due termini non si possono scindere), sia in chiesa che per le strade
del quartiere. Per questo non è necessario essere “preti antimafia”:
basta essere semplicemente preti. Il Vangelo è di per sé
rivoluzionario. E don Pino è stato ucciso perché indicava una strada
semplice ed efficace, alla portata di tutti i suoi confratelli, anzi di
tutti i cristiani che vogliono vivere seriamente la loro fede anche
nella vita di ogni giorno e che, perciò, avvertono di dover lottare -
anche a costo della propria vita - contro tutto ciò che calpesta
quell’immagine di Dio che è l’essere umano.
La lezione di don Pino di Giuseppe Savagnone
Vedi anche alcuni dei nostri precedenti post:
- Il nostro grazie a Giovanni Paolo II per... la condanna alla mafia
- 21 Marzo Giornata nazionale della memoria e dell'impegno Veglia di preghiera con Papa Francesco / 2 (testi, foto e video)
- VISITA PASTORALE A CASSANO ALL'JONIO (21 giugno 2014) - cronaca, testi, foto e video - seconda parte
- Padre Pino Puglisi uomo di «Parola»
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Le notti di Maria
Beata Vergine Addolorata
di Antonio Savone
Trovo
in questa celebrazione come un invito a metterci, ancora una volta,
alla scuola di Maria, per apprendere cosa possa significare lasciarsi
guidare dallo Spirito Santo soprattutto in quei momenti della sua
esistenza che possono essere letti secondo il versante della crisi e
dell’affidamento.
Non
è stato forse un momento di crisi quello da lei vissuto all’annuncio
dell’angelo? Progetti, desideri e speranze condivisi col suo fidanzato
Giuseppe, messi in discussione dallo Spirito di Dio che le chiedeva di
farsi grembo di un progetto che portava tutti i tratti
dell’impossibilità. Nondimeno, Maria ascolta, interroga, cerca di
capire e pur nella difficoltà a riuscire a conciliare impossibilità
umana e annuncio di Dio, si affida ospitando un sogno che potrà
realizzarsi solo grazie a lei. Maria lo fa lasciando parlare i segni
che l’angelo le indica: c’è una grande differenza tra cercare i segni e
riconoscere i segni.
Maria
intuisce che quando c’è di mezzo Dio la vita è da concepire come un
sistema aperto: Dio scombussola e mette in cammino. Quando gli dici di
sì, la strada diventa il tuo luogo e il viaggio la tua occupazione.
Vivere la vita con spirito di fede è accettare di stare a una perenne
scuola di vela, dove appunto la tua vita è la vela e Dio è il vento che
la fa andare.
Quante
volte la vita scombussola i nostri assetti! Quante volte, a fronte
dell’imprevisto e dell’ineludibile, corriamo il rischio di cadere o
nella rassegnazione o nel risentimento rabbioso! Questi momenti – ci
ricorda Maria – si affrontano provando a cogliere in quegli eventi
quale parola Dio stia pronunciando su noi e sulla nostra vicenda,
capaci di ospitare anche ciò che a tutta prima a noi pare
inconcepibile. Quanti sogni e progetti Dio ispira e noi li vanifichiamo
solo perché ci è chiesto di fare spazio a qualcosa che è oltre le
nostre aspettative!
...
È
possibile stare in una esistenza segnata da vicende tanto aspre? Chissà
quante domande nel cuore di Maria, domande prive di risposte lucide!
Maria non giungerà al Calvario impavida e fiera, con il passo di chi
sfida un destino avverso. Arriverà alla croce senz’altro con passo
incerto. Il dolore rende fragili, insicuri, smarriti.
Stare sotto la croce significa anzitutto accettare che dentro la fede non ci siano evidenze.
Se
al cuore della nostra fede c’è la croce, allora dobbiamo riconoscere
che al cuore della nostra fede c’è qualcosa che fa scandalo, e che
essere credenti significa patire questo scandalo.
Nel
dolore e forse anche nello smarrimento, Maria ha continuato ad essere
nell’attesa e a nutrire speranza, anche nella crisi per eccellenza.
“La
forza di stare in certe situazioni, senza fuggire e senza accasciarsi,
è data dall’attesa che comunque non cessa, dalla speranza che non viene
meno, perché Dio può farci sempre riconoscere un “oltre” che riscatta
il presente, un’alba dopo la notte, un “nuovo” che può sempre
germogliare. Ha scritto don Tonino Bello: “La vera tristezza non è
quando, la sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma
quando tu non attendi più nulla dalla vita”.”
Se
guardiamo alla nostra fede, misuriamo come essa sia una fede di
frammenti, intermittente. Quella di Maria è una fede che rimane sempre.
È un percepire, leggere, interpretare tutta la vita alla luce della
fede. La vita nella fede, più che la fede nella vita. Non la vita che
cerca ogni tanto, qua e là, sicurezze occasionali dalla fede, ma la
vita accolta, amata, protesa verso il futuro, dentro l’orizzonte ben
più grande e sorprendente offerto dalla fede. Per cui ogni evento è
accolto, interpretato, vissuto con lo sguardo della fede.
Le notti di Maria
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LE PIETRE D'INCIAMPO DEL VANGELO
"Gesù si chinò e si mise a scrivere
col dito per terra...
Chinatosi di nuovo,
scriveva per terra"
(Giovanni 8,6.8)
Gianfranco Ravasi: Ma Gesù era capace di scrivere?
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
RUBRICA Un cuore che ascolta - lev shomea' "Concedi
al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo
popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)
Traccia di riflessione sul Vangelo della Domenica di Santino Coppolino
Vangelo: Gv 3,13-17
Chi
crede in Gesù, chi aderisce a lui e al suo disegno d'amore con tutto se
stesso, vive della sua stessa vita divina (eterna), e lo Shalom di Dio, che è pienezza dell'esistenza, desiderio di felicità, compimento della sua umanità, abita in lui. Questa
vita che sa di Dio non è frutto di particolari sforzi da parte
dell'uomo, non ha la sua fonte nell'osservanza di sacre leggi e di
decreti, non si acquista con ascesi particolari o vertiginose
arrampicate al cielo: essa è dono gratuito del Padre della Vita, il
quale non ha vergogna di scendere in terra e chinarsi sulle ferite dei
suoi figli. Essa è il dono consegnatoci 'nel suo Figlio diletto' che ci 'fa grazia',
trasformandoci realmente in figli suoi. Solo in Gesù, levando a lui il
nostro sguardo, avremo salvezza dal morso mortale del serpente antico,
contemplando il Crocifisso innalzato saremo "svelenati"dalla menzogna del divisore che, obnubilando il nostro cuore, ci nasconde il vero volto del Padre facendoci fuggire da lui.
...
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Senza privilegi
(Esaltazione della S. Croce)
Prepararsi alla domenica
di Antonio Savone
Messaggio
a lungo travisato, quello della Croce. Questa festa nasce, infatti, nel
segno di un cristianesimo da imporre, di una croce da esibire, da
ostendere come segno di potenza e di vittoria da parte di un imperatore
che avrebbe avuto la meglio sull’esercito avversario se gli scudi dei
suoi soldati avessero vestito l’emblema: in hoc signo vinces.
Ma
è proprio così? Di che cosa è segno la croce? A quale realtà rimanda?
È, quello della croce, un messaggio di forza, di prevaricazione, di
dominio? O non piuttosto il segno permanente di un Dio che continua a
“svuotarsi”, a spogliarsi di tutte le sue prerogative – persino quelle
di una divinità dispotica – per condividere la sorte dei crocifissi
della terra?
Senza privilegi: così il Dio svelato dal segno della croce.
Il
travisamento di quel segno è mai superato se vogliamo difendere a spada
tratta quel simbolo nei luoghi pubblici come distintivo di identità
contro qualcuno: lo si trasformerebbe nel suo contrario, in elemento di
prevaricazione. Non è certo riempiendo il mondo di croci che una fede è
salvaguardata. Quando quel segno, infatti, non dice uno stile di vita,
un mondo ricolmo di croci finisce solo per essere grottesco.
Nessuno
è mai salito al cielo… Tante le tradizioni religiose che parlano di un
personaggio che riesce finalmente a carpire il segreto di Dio salendo
al cielo. Quanto cristianesimo propagandato all’insegna di un Dio da
raggiungere, un premio da conquistare, un perenne superare se stessi.
Non così, dice Gesù: non occorre qualcuno che per grazia speciale salga
al cielo perché Dio stesso ha scelto di condividere con l’uomo quello
che gli è proprio.
Dio
parla la mia lingua, dal basso, da uomo, come ben esprime il termine
figlio dell’uomo. Dio “si” dice con le mie parole, addirittura con la
parola più bassa della terra che è la morte. Persino la morte, assunta
da Dio, diventa significativa. Non irrilevante, dunque, il mio
linguaggio, quello che più mi appartiene e più mi esprime se Dio stesso
ha scelto di farlo suo.
Quando
Dio parla sceglie una realtà da cui, fino a Cristo, non si poteva che
allontanare lo sguardo, inorriditi. Sceglie come linguaggio per dirsi
proprio l’umanamente irrilevante e inaccettabile. Scelta irreversibile
e permanente. Ancora oggi. Ancora così. L’umanamente inaccettabile
preso a prestito da Dio. E qui noi, allora, a farci osservatori attenti
perché non distogliamo lo sguardo da ciò che non riusciamo a tenere in
nessuna categoria di pensiero ragionevole. Il non senso può essere
abitato da un diverso modo di starci: per passione d’amore. Dio ha tanto amato il mondo… che quello che era uno strumento di morte è divenuto albero di vita.
...
“La
vita cristiana è tutta una esegesi della kenosi (abbassamento,
svuotamento) di Cristo” (Isacco Siro). La vita cristiana, la mia vita
dunque, narrazione di un Dio che si svuota. Consapevoli che la vita si
guadagna donandola, si ottiene spendendola, si conquista affidandola.
Senza privilegi – Prepararsi alla domenica (Esaltazione della S. Croce)
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Da
un avviso parrocchiale: “Domenica alle ore 16.30 recita del Santo
Rosario; seguirà la celebrazione della Messa. Alle ore 18.40 la
veggente avrà l’apparizione della Madonna…”. Mi viene un sussulto:
come? si può programmare anche giorno e ora dell’apparizione della
Madonna?
Immagino
la Madonna che, assunta in cielo in corpo e anima, viene nella
parrocchia x, nel momento in cui la veggente la invoca e mi sento un
poco a disagio. Negli ultimi tempi le ‘apparizioni’ della Madonna si
moltiplicano, tanto che si ha l’impressione di una strategia di
rivelazione universale.
Ai
luoghi tradizionali (Lourdes, Fatima, La Salette…) se ne aggiungono
molti nuovi, tanto che i vescovi fanno fatica a seguire tutto, a
valutare la veridicità delle esperienze, a suggerire o scoraggiare
l’afflusso dei pellegrini nell’uno o nell’altro luogo. Incoraggiare
potrebbe essere un invito alla superstizione, al gusto dello
straordinario; scoraggiare potrebbe essere una mortificazione dello
spirito religioso.
Come comportarsi?
Come vuole Dio che ci comportiamo di fronte a questi fenomeni?
Si
ricorre al criterio evangelico dei frutti: se i frutti sono buoni, vuol
dire che è buono l’albero, e viceversa. Ma anche questo non è un
criterio sicurissimo: bisognerebbe che i frutti fossero tutti di un
tipo – o tutti buoni o tutti cattivi. E purtroppo, di solito, i frutti
si trovano mescolati; ci sono molti che si convertono e ritrovano la
fede, la voglia di pregare: frutti buoni; ci sono anche manifestazioni
di fanatismo o interessi economici ambigui: frutti acerbi. Partiamo da
una domanda semplice: dove si trova il Signore Gesù risorto? E dove si
trova sua madre, risorta dopo di Lui e a motivo di Lui?
...
Ma la Madonna appare a un'ora stabilita?
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Sinodo - La morale e la pastorale: una nuova visione di Chiesa
Una nuova visione di Chiesa
Il Vangelo alle famiglie in condizioni difficili
di Luigi Lorenzetti
Il
Vangelo alle famiglie in difficoltà. Al matrimonio e alla famiglia, la
Chiesa cattolica dedicherà il Sinodo dei vescovi in due tappe:
l’Assemblea generale straordinaria del prossimo ottobre 2014 con lo
scopo di «raccogliere testimonianze e proposte»; e l’Assemblea generale
ordinaria del 2015 per «cercare linee operative per la pastorale della
persona e della famiglia». Non sfugge l’importanza e la novità della
prima tappa: il magistero ecclesiale, prima di parlare, si mette in
ascolto. È una Chiesa docente che si fa discente e una Chiesa discente
che si fa, in qualche modo, docente.
"...
Non è superfluo riconoscere che la questione dei divorziati
risposati in particolare e, in generale, delle situazioni matrimoniali
difficili (convivenze, eterosessuali e omosessuali; sposati solo
Civilmente, ecc) non è riducibile ai sacramenti sì, sacramenti no. La
questione rinvia, più in profondità, alla Chiesa, sperimentata o no
come comunione-comunità. Forse è venuto meno il senso di appartenenza
alla comunità ecclesiale. La si considera il luogo dove si danno e si
ricevono determinate prestazioni e, quando non si danno e non si
ricevono, la si lascia.
La
questione sacramenti, venuta al centro del dibattito ecclesiale negli
ultimi decenni, può costituire l’occasione per risvegliare il senso di
appartenenza alla comunità ecclesiale sia di chi potrebbe andare ai
sacramenti e non ci va, sia di quelli ai quali è impedito di andare e
ne sente la mancanza. Si tratta di rendere vera una comunità
dell’inclusione: una comunità dove non ci sono i giudicanti (i
cosiddetti giusti) e i giudicati (i soliti pubblicani e samaritani), ma
dove tutti si sperimentano giudicati dall’amore-misericordia di Dio e
si accolgono reciprocamente nella verità e nella carità: mai l’una
senzal’altra. ..."
Fonte: Il Regno-Attualità / n. 4 - 2014
Una nuova visione di Chiesa.Il Vangelo alle famiglie in condizioni difficili (PDF)
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CHIESA E SOCIETA'
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«Padre Paolo Dall’Oglio è vivo e sta bene. Si trova in una prigione
posta nelle vicinanze della cittadina siriana di Raqqa e controllata da
militanti iracheni dello Stato Islamico. Nelle stessa prigione
potrebbero trovarsi altri ostaggi occidentali, tra cui le due
cooperanti italiane rapite di recente». Lo sostiene il 74enne Michel
Kilo, noto intellettuale damasceno che dai primi anni Settanta è una
delle voci più forti tra le opposizioni di sinistra alla dittatura
siriana...
Fonti siriane:«Padre Dall’Oglio è prigioniero con le due italiane»
Fonti siriane:«Padre Dall’Oglio è prigioniero con le due italiane»
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(GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Il messaggio di Cristo dipinto con i colori dell'Oriente
di Aldo Pintor
Nel
Medioevo si giungeva alla Cina attraversando la famosa via della seta
che percorreva l'Asia Centrale. Questa strada si inoltrava attraverso
remote contrade dove lingue, popoli, cultura e religioni si
incontravano. Cavalli, muli e cammelli portavano da un continente
all'altro ogni genere di mercanzia e cristiani, manichei, zoroastriani
e buddisti convivevano e si incontravano tra loro. Chiese cristiane
sorgevano a fianco dei templi buddisti e tutte queste comunità
religiose avevano in comune tutta una serie di simboli: croci con le
braccia uguali, il fiore di loto e l'aureola. Attraverso questa strada
il cristianesimo penetrò in Cina durante il regno della tollerante
dinastia Tang.
Nel
635 giunse in Cina Alouben un cristiano siriaco di origine persiana il
quale presentò le scritture cristiane all'imperatore che le promulgò
con un editto che diceva: “Questi insegnamenti conducono alla salvezza
tutte le creature e da essi traggono benefici tutti gli uomini”.
Non
da subito in Cina questi insegnamenti vennero definiti cristiani, però
si parlava di Cristo e del Messia tranquillamente. I testi cristiani di
epoca Tang citano perfettamente i Vangeli. Il più importante di essi è
la stele di Xian eretta nel 781 che riportano lo scritto con sopra due
draghi intrecciati che reggono con le zampe una grossa perla. Nella
parte alata del sigillo vi è una croce con quattro braccia terminanti
ciascuna con tre perle. Nel braccio superiore la perla centrale è
fiammeggiante. Sono presenti elementi della tradizione taoista come
nuvole, gigli e fiori di loto. Per la conoscenza di questo e altri
testi del cristianesimo cinese dobbiamo ringraziare la comunità di Bose
che ha stampato il bel libro “La via radiosa per l'Oriente” di Matteo
Niccolini - Zani e “Monaci cristiani in terra cinese” dello stesso
autore.
Il Dio che possiamo conoscere da questi testi è un Dio che va oltre i confini spazio-temporali e che vive nella quiete...
Il messaggio di Cristo dipinto con i colori dell'Oriente
Vedi anche le schede dei libri:
- “La via radiosa per l'Oriente” di Matteo Niccolini - Zani
- “Monaci cristiani in terra cinese” di Matteo Niccolini - Zani
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Parlare
di sesso prima o dopo il matrimonio rende la Chiesa aliena per i
giovani. Così come presentare sempre lo stesso modello di famiglia. E
ai preti serve la sensibilità delle donne. Parla un giovane don.
Controcorrente
Francesca Sironi: Giovani, sessualità, convivenze Il prete brianzolo: 'Basta dogmi'
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Angelus/Regina Cæli - Angelus 14 settembre 2014
Udienza Generale- del 17 settembre 2014: La Chiesa: 6. Cattolica e Apostolica
Omelia - Santa Messa al Sacrario Militare di Redipuglia (13 settembre 2014)
Omelia - Santa Messa con il rito del Matrimonio (14 settembre 2014)
Discorso - Ai nuovi Vescovi nominati nel corso dell’anno (18 settembre 2014)
Discorso - Ai Presuli della Conferenza Episcopale di Costa d'Avorio, in Visita "ad Limina Apostolorum" (18 settembre 2014)
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13 /09/2014:
16/09/2014:
18/09/2014:
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Ora più che mai non manchi la nostra preghiera!
"L’ambasciatore iracheno presso la Santa Sede, Habeeb Al Sadr, ha
avvertito: «Il Papa è un bersaglio». «I nostri analisti, la nostra
intelligence - ha aggiunto - fanno ipotesi in tal senso. I loro
obiettivi sono riconosciuti. Io non escluderei che l’Isis arrivi a
colpirlo»." (IL SECOLO XIX)
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
il Programma della visita del Santo Padre a Redipuglia
video
Una
visita lampo quella del Pontefice che al suo arrivo all'aeroporto è
stato accolto tra gli altri dal ministro della Difesa e dal presidente
del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani.
*****
A
Redipuglia è una mattina piovosa, quasi autunnale. Di quelle che
richiamano alla mente i versi di Ungaretti, che nella fragilità delle
foglie cadenti fissa l’immagine della vita di tanti soldati mandati a
combattere al fronte durante il primo conflitto mondiale. Solo qui ne
sono sepolti più di centomila tra conosciuti e ignoti.
Ed
è qui che Papa Francesco è venuto sabato 13 settembre per ricordare il
centenario di quella “inutile strage”, come la definì Benedetto XV. E
con un gesto significativo, mai compiuto prima da nessun Pontefice, ha
voluto recarsi anche al cimitero austro-ungarico di Fogliano, prima
tappa della sua visita nei luoghi della memoria della Grande guerra.
Da
solo, con il capo chino, ha percorso il grande prato disseminato dai
cippi che indicano il luogo di sepoltura di oltre 2.400 caduti
identificati dell’esercito di Vienna.
Poi
si è raccolto in preghiera davanti al monumento centrale, che si erge
sulla grande tomba comune dove sono conservati i resti di 7.000 soldati
rimasti senza nome (altri 5.000 sono seppelliti ai lati del
cimitero).
Ha deposto un omaggio floreale.
Poi,
all’uscita, si è fermato a salutare un gruppo di bambini e con loro ha
recitato un’Ave Maria per la pace, chiedendo insistentemente ai piccoli
di pregare per questa intenzione.
Quindi
il trasferimento in automobile al sacrario di Redipuglia: qui
l’immagine dei 22 gradoni che salendo convergono sulle due grandi tombe
comuni — dove sono custoditi i resti dei sessantamila caduti ignoti —
evoca la triste sorte di quanti, in prima linea nelle trincee della
prima guerra mondiale, hanno trovato la morte. Papa Francesco, già
vestito con i paramenti liturgici, ha sostato in piedi davanti alle
migliaia di caduti sepolti nel sacrario.
Iniziata la processione introitale, ha poi salito i gradini per giungere all’altare
...
Gli
squilli di tromba sulle note del Silenzio, all’inizio della
celebrazione eucaristica nel piazzale antistante la tomba del duca
d’Aosta, sono risuonati eloquenti in memoria dei caduti di tutte le
guerre combattute e che ancora si combattono. Tutta la commemorazione è
stata un’invocazione alla pace. Oltre sedicimila persone hanno
partecipato alla messa.
...
Alla
fine della celebrazione — quando il vento ha spazzato via le nubi
cariche di pioggia lasciando spazio a tiepidi raggi del sole — il
ministro della difesa Roberta Pinotti ha offerto un altare da campo
della prima guerra mondiale. Un dono particolarmente gradito è stato
poi la copia originale del foglio matricolare del nonno del Pontefice,
Giovanni Bergoglio... Francesco conserva caro il ricordo del padre di
suo padre, nato in provincia di Asti. E anche di recente, lo scorso 6
giugno, ha confidato: «Ho sentito tante storie dolorose sulla guerra
dalle labbra di mio nonno, che l’ha fatta sul Piave».
Come
segno tangibile del desiderio di pace nel mondo, il Papa ha donato agli
ordinari militari e a tutti i vescovi presenti la lampada Luce di san
Francesco, che verrà accesa nelle diocesi durante le celebrazioni di
commemorazione della prima guerra mondiale. È stata offerta al
Pontefice dal Sacro Convento di Assisi, mentre l’olio per accenderla
viene dall'associazione Libera di don Luigi Ciotti. Alla base della
lampada sono incise le parole della preghiera semplice di san
Francesco: «Dove sono le tenebre ch’io porti la luce». L’olio è stato
prodotto con le olive che provengono da terreni confiscati alle mafie
in Sicilia e in Puglia, gestiti dalle cooperative sociali aderenti al
progetto Libera Terra.
Verso
mezzogiorno, terminata la messa, il Papa è ripartito dall’aeroporto di
Ronchi dei Legionari alla volta dell’aeroporto romano di Ciampino.
...
In preghiera per tutte le vittime
Dopo
aver contemplato la bellezza del paesaggio di tutta questa zona, dove
uomini e donne lavorano portando avanti la loro famiglia, dove i
bambini giocano e gli anziani sognano… trovandomi qui, in questo luogo,
vicino a questo cimitero, trovo da dire soltanto: ...
il testo integrale dell'omelia
video dell'omelia
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Grande
emozione nella Basilica di San Pietro per venti coppie della Diocesi di
Roma unite in matrimonio da papa Francesco. Era la prima volta che il
Pontefice celebrava il rito nuziale: un'occasione più unica che rara,
se si pensa che in tempi recenti si ricordano solo le due volte di
Giovanni Paolo II, il 12 giugno 1994 per l'Anno della Famiglia ed il 15
ottobre 2000 per il Giubileo delle Famiglie. E le venti coppie, scelte
per l'occasione dal Vicariato, hanno vissuto l'evento con grande
emozione. E parlando loro nell'omelia, Francesco ha sottolineato sia la
grandezza sia la problematicità del costruire una famiglia. (FAMIGLIA
CRISTIANA)
video
La
prima Lettura ci parla del cammino del popolo nel deserto. Pensiamo a
quella gente in marcia, guidata da Mosè; erano soprattutto famiglie:
padri, madri, figli, nonni; uomini e donne di ogni età, tanti bambini,
con i vecchi che facevano fatica… Questo popolo fa pensare alla Chiesa
in cammino nel deserto del mondo di oggi, fa pensare al Popolo di Dio,
che è composto in maggior parte da famiglie.
Questo
fa pensare alle famiglie, le nostre famiglie, in cammino sulle strade
della vita, nella storia di ogni giorno… E’ incalcolabile la forza, la
carica di umanità contenuta in una famiglia: l’aiuto reciproco,
l’accompagnamento educativo, le relazioni che crescono con il crescere
delle persone, la condivisione delle gioie e delle difficoltà… Le
famiglie sono il primo luogo in cui noi ci formiamo come persone e
nello stesso tempo sono i “mattoni” per la costruzione della società.
...
L’amore
di Gesù, che ha benedetto e consacrato l’unione degli sposi, è in grado
di mantenere il loro amore e di rinnovarlo quando umanamente si perde,
si lacera, si esaurisce. L’amore di Cristo può restituire agli sposi la
gioia di camminare insieme; perché questo è il matrimonio: il cammino
insieme di un uomo e di una donna, in cui l’uomo ha il compito di
aiutare la moglie ad essere più donna, e la donna ha il compito di
aiutare il marito ad essere più uomo. Questo è il compito che avete tra
voi. “Ti amo, e per questo ti faccio più donna” – “Ti amo, e per questo
ti faccio più uomo”. E’ la reciprocità delle differenze. Non è un
cammino liscio, senza conflitti: no, non sarebbe umano. E’ un viaggio
impegnativo, a volte difficile, a volte anche conflittuale, ma questa è
la vita! E in mezzo a questa teologia che ci dà la Parola di Dio sul
popolo in cammino, anche sulle famiglie in cammino, sugli sposi in
cammino, un piccolo consiglio. E’ normale che gli sposi litighino, è
normale. Sempre si fa. Ma vi consiglio: mai finire la giornata senza
fare la pace. Mai. E’ sufficiente un piccolo gesto. E così si continua
a camminare.
Auguro
a tutto voi un bel cammino: un cammino fecondo; che l’amore cresca. Vi
auguro felicità. Ci saranno le croci, ci saranno. Ma sempre il Signore
è lì per aiutarci ad andare avanti. Che il Signore vi benedica!
il testo integrale dell'omelia
video dell'omelia
video della celebrazione del rito
video integrale
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il
14 settembre la Chiesa celebra la festa dell’Esaltazione della Santa
Croce. Qualche persona non cristiana potrebbe domandarci: perché
“esaltare” la croce? Possiamo rispondere che noi non esaltiamo una
croce qualsiasi, o tutte le croci: esaltiamo la Croce di Gesù, perché
in essa si è rivelato al massimo l’amore di Dio per l’umanità. È quello
che ci ricorda il Vangelo di Giovanni nella liturgia odierna: «Dio ha
tanto amato il mondo da dare il Figlio Unigenito» (3,16).
...
Sul
Calvario, ai piedi della croce, c’era la Vergine Maria (cfr Gv
19,25-27). E’ la Vergine Addolorata, che domani celebreremo nella
liturgia. A Lei affido il presente e il futuro della Chiesa, perché
tutti sappiamo sempre scoprire ed accogliere il messaggio di amore e di
salvezza della Croce di Gesù. Le affido in particolare le coppie di
sposi che ho avuto la gioia di unire in matrimonio questa mattina,
nella Basilica di San Pietro.
Dopo l'Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
...
Ieri
sono andato a Redipuglia, al Cimitero Austro-Ungarico e al Sacrario. Là
ho pregato per i morti a causa della Grande Guerra. I numeri sono
spaventosi: si parla di circa 8 milioni di giovani soldati caduti e di
circa 7 milioni di persone civili. Questo ci fa capire quanto la guerra
sia una pazzia! Una pazzia dalla quale l’umanità non ha ancora imparato
la lezione, perché dopo di essa ce n’è stata una seconda mondiale e
tante altre che ancora oggi sono in corso. Ma quando impareremo, noi,
questa lezione? Invito tutti a guardare Gesù Crocifisso per capire che
l’odio e il male vengono sconfitti con il perdono e il bene, per capire
che la risposta della guerra fa solo aumentare il male e la morte!
...
Vi chiedo, per favore, di pregare per me. A tutti auguro buona domenica e buon pranzo. Arrivederci!
il testo integrale dell'Angelus
video
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17 settembre 2014
Papa
Francesco è giunto, come ogni mercoledì, in piazza San Pietro prima
delle 10. Salutato da molti fedeli gioiosi provenienti da tutto il
mondo.
Ha
fatto fermare la vettura, tra l’altro, per bere il mate,
il te argentino, che gli porgeva un gruppo di fedeli e
come sempre ha accarezzato tanti bambini e disabili...
In
piazza San Pietro e nei dintorni erano presenti numerose forze
dell'ordine che supervisionavano la sicurezza. Il Papa argentino ha
fatto, con la jeep, un giro particolarmente lungo tra i fedeli, uscendo
anche dal Vaticano per un breve percorso nella piazza Pio XII
antistante il colonnato di Bernini.
La Chiesa: 6. Cattolica e Apostolica
Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
In
questa settimana continuiamo a parlare sulla Chiesa. Quando professiamo
la nostra fede, noi affermiamo che la Chiesa è “cattolica” e
“apostolica”. Ma qual è effettivamente il significato di queste due
parole, di queste due note caratteristiche della Chiesa? E che valore
hanno per le comunità cristiane e per ciascuno di noi?
...
Chiediamo
allora al Signore di rinnovare in noi il dono del suo Spirito, perché
ogni comunità cristiana e ogni battezzato sia espressione della santa
madre Chiesa cattolica e apostolica.
Saluti:
...
Domenica
prossima, con l’aiuto di Dio, mi recherò in Albania. Ho deciso di
visitare questo Paese perché ha tanto sofferto a causa di un terribile
regime ateo e ora sta realizzando una pacifica convivenza tra le sue
diverse componenti religiose. Fin da ora saluto con affetto il popolo
albanese e ringrazio per la preparazione di questa visita. Chiedo a
tutti di accompagnarmi con la preghiera, per intercessione della
Madonna del Buon Consiglio. Grazie.
...
Mi
rivolgo infine ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi
celebriamo la memoria di San Roberto Bellarmino, dottore della Chiesa.
La sua adesione al Signore indichi a voi, cari giovani, che Egli è la
via, la verità e la vita; incoraggi voi, cari ammalati, in particolare
l’Unitalsi di Pescara e il gruppo “Alzheimer uniti”, ad affrontare
nella fede i momenti bui della croce; e stimoli voi, cari sposi
novelli, a fondare su Cristo la vostra casa coniugale.
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
15 settembre 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“Senza la Chiesa non possiamo andare avanti”
Due
donne e madri — Maria e la Chiesa — portano Cristo a una terza donna,
che assomiglia alle prime due ma è più «piccola»: la nostra anima. Con
queste immagina tutta al femminile il Papa ha voluto riaffermare che
senza la maternità di Maria e della Chiesa non abbiamo Cristo. «Noi non
siamo orfani» ha ricordato durante la messa celebrata stamani, lunedì
15 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
Francesco
ha messo subito in evidenza come «la Chiesa, nella sua liturgia, ci
porta due volte, per due giorni, uno dopo l’altro, al Calvario»:
difatti «ieri ci faceva contemplare la croce di Gesù, oggi la sua madre
presso la croce» (Giovanni 19, 25-27). In particolare, «ieri ci faceva
dire una parola: gloriosa». Una parola riferita alla «croce del
Signore, perché portava la vita, ci portava la gloria». Ma «oggi la
parola più forte della liturgia è: madre. Gloriosa la croce; umile,
mite la madre», che la liturgia celebra oggi come Vergine addolorata.
...
«Adamo
è uscito dal paradiso con una promessa — ha proseguito — che è andata
avanti durante tanti secoli. Oggi, con questa obbedienza, con questo
annullare se stesso, umiliarsi di Gesù, quella promessa diventa
speranza». E «il popolo di Dio cammina con speranza certa».
Anche
Maria, «la madre, la nuova Eva, come lo stesso Paolo la chiama,
partecipa di questa strada del figlio: imparò, soffrì e obbedì». Ella
«diventa madre». Potremmo dire che è «unta madre» — ha affermato il
Pontefice — e lo stesso vale per la Chiesa.
Questa dunque è «la nostra speranza: noi non siamo orfani,
abbiamo madri»: anzitutto Maria. E poi la Chiesa, che è madre «quando
fa la stessa strada di Gesù e di Maria: la strada della obbedienza, la
strada della sofferenza, e quando ha quell’atteggiamento di imparare
continuamente il cammino del Signore».
«Queste
due donne — Maria e la Chiesa — portano avanti la speranza che è
Cristo, ci danno Cristo, generano Cristo in noi» ha ribadito il vescovo
di Roma. Così «senza Maria, non sarebbe stato Gesù Cristo; senza la
Chiesa, non possiamo andare avanti». Sono «due donne e due madri». ...
Francesco
ha concluso ricordando che, «come dal paradiso sono usciti i nostri
padri con una promessa, oggi noi possiamo andare avanti con una
speranza: la speranza che ci dà la nostra madre Maria, fermissima
presso la croce, e la nostra santa madre Chiesa gerarchica».
Messa a Santa Marta - Tre donne
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
16 settembre 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“Senza vicinanza alle persone le belle prediche sono inutili”
Con
la sua testimonianza il cristiano deve mostrare agli altri gli stessi
atteggiamenti di Dio che visita il suo popolo: la vicinanza, la
compassione, la capacità di restituire la speranza. Lo ha affermato
Papa Francesco durante la messa celebrata stamani, martedì 16
settembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
«Dio
ha visitato il suo popolo» è una espressione «che si ripete nella
Scrittura», ha fatto subito notare il Pontefice riferendola
all’episodio evangelico della risurrezione del figlio della vedova di
Nain raccontato da Luca (7,11-17). Sono parole che, ha precisato, hanno
«un senso speciale», diverso da quello di espressioni come «Dio ha
parlato al suo popolo» oppure «Dio ha dato i Comandamenti al suo
popolo» o ancora «Dio ha inviato un profeta al suo popolo».
Nell’affermazione «Dio ha visitato il suo popolo», ha ribadito, «c’è qualcosa in più, c’è qualcosa di nuovo».
...
Perché
usa proprio questa espressione? Solo perché Gesù — si è chiesto il
Pontefice — «ha fatto un miracolo?». In realtà c’è «di più». Infatti la
questione fondamentale è comprendere «come visita Dio».
Egli,
ha evidenziato il vescovo di Roma, visita «prima di tutto con la sua
presenza, con la sua vicinanza». Nel brano evangelico proposto dalla
liturgia «si dice che Gesù si recò in una città chiamata Nain e con lui
camminavano i suoi discepoli e una grande folla». In sostanza «era
vicino alla gente: un Dio vicino che riesce a capire il cuore della gente,
il cuore del suo popolo». Poi, racconta Luca, «vede quel corteo e si
avvicina». Perciò «Dio visita il suo popolo», è «in mezzo al suo
popolo, avvicinandosi». La «vicinanza è la modalità di Dio».
Inoltre,
ha osservato ancora il Pontefice, «c’è un’espressione che si ripete
nella Bibbia tante volte: “Il Signore fu preso da grande compassione”».
...
A
«vicinanza» e «compassione» il Papa ha aggiunto «un’altra parola che è
propria di quando il Signore visita il suo popolo». Scrive Luca: «Il
morto si mise seduto e incominciò a parlare, ed egli — Gesù — lo
restituì a sua madre». Dunque «quando Dio visita il suo popolo,
restituisce al popolo la speranza. Sempre!».
In
proposito Francesco ha fatto notare che «si può predicare la parola di
Dio brillantemente» e «ci sono stati nella storia tanti bravi
predicatori: ma se questi predicatori non sono riusciti a seminare
speranza, quella predica non serve. È vanità».
Proprio
l’immagine proposta dal Vangelo di Luca, ha suggerito, può far capire
fino in fondo «cosa significa una visita di Dio al suo popolo». Lo
comprendiamo «guardando Gesù in mezzo a quella grande folla; guardando
Gesù che si avvicina a quel corteo funebre, la madre che piange e lui
le dice “non piangere”, forse l’ha accarezzata; guardando Gesù che
restituì alla mamma il figlio vivo». Così, ha concluso il Pontefice,
possiamo «chiedere la grazia che la nostra testimonianza di cristiani
sia portatrice della visita di Dio al suo popolo, cioè di vicinanza che
semina la speranza».
Omelia a Santa Marta - Quando Dio visita
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
18 settembre 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“riconosciamoci peccatori”
Il
Signore salva «solamente chi sa aprire il cuore e riconoscersi
peccatore». È l’insegnamento che Papa Francesco ha tratto dal brano
liturgico del Vangelo di Luca (7, 36-50) durante la messa celebrata
giovedì mattina, 18 settembre, a Santa Marta. Si tratta del racconto
della peccatrice che, durante un pranzo in casa di un fariseo, senza
nemmeno essere invitata si avvicina a Cristo con «un vaso di profumo» e
«stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo», comincia «a bagnarli
di lacrime», poi li asciuga «con i suoi capelli», li bacia e li
cosparge di profumo.
Il
Pontefice ha spiegato che proprio «riconoscere i peccati, la nostra
miseria, riconoscere quello che siamo e che siamo capaci di fare o
abbiamo fatto è la porta che si apre alla carezza di Gesù,
al perdono di Gesù, alla parola di Gesù: Vai in pace, la tua fede ti
salva, perché sei stato coraggioso, sei stata coraggiosa ad aprire il
tuo cuore a colui che soltanto può salvarti». In proposito il Papa ha
ripetuto un’espressione a lui particolarmente cara: «il posto
privilegiato dell’incontro con Cristo sono i propri peccati».
A
un orecchio poco attento questa «sembrerebbe quasi un’eresia — ha
commentato — ma lo diceva anche San Paolo» quando nella seconda Lettera
ai corinti (12, 9) affermava di vantarsi «di due cose soltanto: dei
propri peccati e di Cristo Risorto che lo ha salvato».
Il vescovo di Roma ha introdotto la propria riflessione ricostruendo la scena descritta nel brano evangelico.
...
Ecco
allora «due atteggiamenti» molto differenti tra loro: da una parte
quello dell’«uomo che vede e qualifica», giudica; e dall’altro quello
della «donna che piange e fa cose che sembrano pazzie», perché utilizza
un profumo che «è caro, è costoso». In particolare il Pontefice si è
soffermato sul fatto che nel Vangelo si utilizzi la parola «unzione»
per significare che il «profumo della donna unge: ha la capacità di
diventare un’unzione», al contrario delle parole del fariseo che «non
arrivano al cuore, non arrivano al corpo, non arrivano alla realtà».
In
mezzo a queste due figure così antitetiche c’è Gesù, con «la sua
pazienza, il suo amore», la sua «voglia di salvare tutti», che «lo
porta a spiegare al fariseo cosa significa quello che fa questa donna»
e a rimproverarlo, sia pure «con umiltà e tenerezza», per aver mancato
di «cortesia» nei suoi confronti.
...
Ecco
allora l’insegnamento del Vangelo: «La salvezza entra nel cuore
soltanto quando noi apriamo il cuore nella verità dei nostri peccati».
Certo, ha argomentato il vescovo di Roma, «nessuno di noi andrà a fare
il gesto che ha fatto questa donna», perché si tratta di «un gesto
culturale dell’epoca; ma tutti noi abbiamo la possibilità di piangere,
tutti noi abbiamo la possibilità di aprirci e dire: Signore, salvami!
Tutti noi abbiamo la possibilità di incontrarci col Signore». Anche
perché, ha affermato, «a quell’altra gente, in questo passo del
Vangelo, Gesù non dice niente. Ma in un altro passo dirà quella parola
terribile: “Ipocriti, perché vi siete staccati dalla realtà, della
verità!”. E ancora, riferendosi all’esempio di questa peccatrice,
ammonirà: «Pensate bene, saranno le prostitute e i pubblicani che vi
precederanno nel regno dei cieli!». Perché loro — ha concluso — «si
sentono peccatori» e «aprono il loro cuore nella confessione dei
peccati, all’incontro con Gesù, che ha dato il sangue per tutti noi».
Messa a Santa Marta - Il profumo della peccatrice
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
19 settembre 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“la Resurrezione compie l'identità cristiana”
L’identità
cristiana si compie per noi solo con la risurrezione, che sarà «come un
risveglio». Per questo Papa Francesco ha invitato a «stare con il
Signore», a camminare con lui come discepoli, di modo che la
risurrezione cominci già qui e ora. Ma «senza paura della
trasformazione che avrà il nostro corpo alla fine del nostro percorso
cristiano».
È
proprio sull’essenza della risurrezione che il Pontefice ha incentrato
l’omelia della messa celebrata venerdì mattina, 19 settembre, nella
cappella della Casa Santa Marta, prendendo spunto dal passo della prima
Lettera di san Paolo ai corinzi (15, 12-20) proposta dalla
liturgia.
... Questa è la nostra «identità cristiana: stare con il Signore».
Un’affermazione che, ha rimarcato il Pontefice, non è certo «una
novità». Anzi, «è la prima cosa che si dice dei primi discepoli».
Infatti «quando Giovanni il Battista segnala Gesù come l’agnello di Dio
e i due discepoli vanno con lui, dice il Vangelo: “E quel giorno
stettero con lui”».
«Noi
risusciteremo per stare con il Signore — ha confermato il Pontefice — e
la risurrezione incomincia qui, come discepoli, se noi stiamo con il
Signore, se noi camminiamo con il Signore. Questa è la strada verso la
risurrezione. E se noi siamo abituati a stare con il Signore, questa
paura della trasformazione del nostro corpo si allontana».
In
realtà la risurrezione «sarà come un risveglio» ha chiarito Francesco
ripetendo le parole del salmo 16: «Al risveglio mi sazierò della tua
immagine». Anche «Giobbe ci dice: io lo vedrò con i miei occhi. Non
spiritualmente: con il mio corpo, con i miei occhi trasformati».
Per
questo non si deve «aver paura dell’identità cristiana», che «non
finisce con un trionfo temporale, non finisce con una bella missione».
Perché «l’identità cristiana si compie con la risurrezione dei nostri
corpi, con la nostra risurrezione: lì è la fine, per saziarci
dell’immagine del Signore».
Perciò,
ha affermato il Papa, «l’identità cristiana è una strada, è un cammino
dove si sta con il Signore, come quei due discepoli che stettero con il
Signore tutta quella serata». Così «anche tutta la nostra vita è
chiamata a stare con il Signore per rimanere, stare con il Signore,
alla fine, dopo la voce dell’arcangelo, dopo il suono della tromba». E
a questo proposito il Papa ha voluto ricordare in conclusione che
sempre san Paolo, nella Lettera ai tessalonicesi, «finisce questo
ragionamento con questa frase: “Consoliamoci con questa verità”».
Messa a Santa Marta-Paura di risorgere
video
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L'anatema del Papa: la guerra è follia
di Enzo Bianchi
Quanti
avevano cercato di forzare le parole del papa, quando invocava con
forza che venissero fermati l’aggressione e i massacri contro le
minoranze in Iraq, per farne un implicito sostegno all’ammissibilità di
una “guerra giusta” troveranno particolarmente dure le parole usate da
papa Francesco al Sacrario di Redipuglia: “la guerra è una follia!”. Un
grido che sgorga dal suo cuore e dalla sua fede, e che riprende con il
vigore della parola proclamata quanto affermato da papa Giovanni XXIII
nella Pacem in terris: nell’era atomica è “alieno dalla ragione”, folle
pensare di ristabilire la giustizia attraverso la guerra. No, papa
Francesco, nel commemorare i caduti nella prima guerra mondiale – e
“dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale” – ripete con
dolore che “forse si può parlare di una terza guerra combattuta ‘a
pezzi’”. Nessuna distinzione tra guerra giusta e guerra ingiusta, tra
guerra di difesa e guerra di conquista, tra guerra regolare e
irregolare: “la guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la
distruzione!”.
Parole
pronunciate alla commemorazione delle vittime di tutte le guerre. Un
rito, quello della commemorazione dei caduti di guerra, che ripetiamo
costantemente, sempre rammaricandoci di quanto è successo, sempre
ripetendo “mai più!”. Eppure un rito che compiamo nello stesso preciso
momento in cui alimentiamo, giustifichiamo, sosteniamo nuove guerre.
Anche i governi italiani – esecutivi di uno stato che nella sua
Costituzione “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà
degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali” – non cessano di commemorare le vittime di guerra
mentre stipulano contratti per nuovi armamenti di offesa e non di
difesa, mentre attuano riduzioni di spesa abnormi in settori come la
sanità e l’educazione pubblica e danno solo qualche minima sforbiciata
d’immagine alle spese militari...
Anche
a noi, allora, si indirizza il grido accorato del papa che si scaglia
contro “l’impulso distorto” che ci fa dire “A me che importa?”. Questo
atto di accusa e questo invito al ravvedimento è dunque rivolto a
ciascuno di noi che nel quotidiano ci comportiamo come Caino e non
vogliamo essere “custodi del fratello”, ma nel nostro egoismo ripetiamo
“A me che importa?”. Ma dietro a eventi globalmente devastanti come la
guerra non c’è solo l’indifferentismo individuale, la cultura del
disinteresse per l’altro, c’è ben di più e non sono solo le “ideologie”
che forniscono una “giustificazione”. E il papa non esita a chiamare
per nome questa “passione” guerrafondaia: “dietro le quinte ci sono
interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, e c’è
l’industria delle armi, che sembra essere tanto importante! E questi
pianificatori del terrore, questi organizzatori dello scontro, come
pure gli imprenditori delle armi, hanno scritto nel cuore: ‘A me che
importa?’”
...
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Francesco affida a Maria il viaggio in Albania
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Ritenere al tramonto la luna di
miele tra papa Francesco e alcuni settori della sua Chiesa sa un po’ di
azzardo. Erano anni che non si vedeva un pontefice così osannato dalle
folle, e circondato dal consenso degli episcopati mondiali: quelli che
lo hanno eletto al Conclave del marzo 2013. Eppure, negli ultimi mesi
si è intravista qualche increspatura sotto la coltre di consensi quasi
unanimi.
FAMIGLIA CRISTIANA: Primi dissensi (e silenzi) sulle scelte di Francesco
Siate vicini al popolo,
testimoniando a tutti la gioia del Vangelo. E’ l’esortazione rivolta da
Papa Francesco ai vescovi consacrati nell’ultimo anno. Un’udienza
fraterna, nella quale il Vescovo di Roma ha chiesto ai nuovi presuli di
non “essere spenti o pessimisti”, custodi di un “fortino” che si vede
“assalito”. Il Papa ha inoltre ammonito i vescovi dal cadere nella
tentazione di circondarsi di corti e cordate.
AVVENIRE: Il Papa ai vescovi: col popolo e i sacerdoti
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servizio di "Lectio" a cura di fr. Egidio Palumbo alla pagina:
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3)
Il servizio omelia di P.
Gregorio on-line (mp3) alla pagina
http://digilander.libero.it/tempodipace/l_omelia_di_p_Gregorio.htm
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