"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°44 del 2014

Aggiornamento della settimana

- dall'8 al 14 novembre 2014 -

 

                                    Prossima NEWSLETTER prevista per il 21 novembre 2014          


 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


LECTIO DIVINA

 a cura di Fr. Egidio Palumbo




OMELIA 

  
   di P. Gregorio Battaglia

  di P. Aurelio Antista

  di P. Alberto Neglia

PREGHIERA DEI FEDELI


 
N. B. La Lectio è temporaneamente sospesa



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 






 

I NOSTRI TEMPI


  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)




Abbandonato ad appena quattro mesi dai genitori nel cortile di una Chiesa dove era in corso la Santa Messa, è stato ritrovato poco dopo dai fedeli e dal parroco che lo ha chiamato Francesco in onore del Santo Padre. Ha avuto un epilogo positivo la vicenda avvenuta ieri pomeriggio a Frignano nel Casertano: il piccolo era in un seggiolone con a fianco una borsa contenente tutto l'occorrente per assisterlo: il biberon con il latte caldo, la borsa termica con gli omogeneizzati, indumenti per maschietti e una coperta di lana con i colori del Napoli. La scoperta è avvenuta poco prima delle 18, presso la Chiesa di Santa Maria dell'Arco, dove si era appena conclusa la Messa. Alcuni fedeli hanno udito dei vagiti mentre attraversavano il cortile esterno, così hanno avvisato il parroco don Roberto Caterino; anch'egli poco prima aveva udito dei flebili lamenti provenire fuori dalla finestra del suo ufficio ma non vi aveva dato peso.

Dopo la segnalazione è subito intervenuto scoprendo il seggiolone e il neonato. In breve l'area si è riempita di tanti cittadini curiosi e commossi; il piccolo era infreddolito e impaurito. Chiamati dal sacerdote, sono giunti poco dopo i carabinieri della vicina stazione che hanno portato il neonato all'ospedale San Giuseppe Moscati di Aversa. Qui i medici lo hanno visitato constandone il buono stato di salute; al piccolo è stato solo praticato dell'aerosol perché raffreddato. Questa mattina, intanto, mentre nel paese ancora scosso si organizzava una colletta, un assistente sociale del Comune si è recato in ospedale per comunicare la disponibilità ad ospitare il piccolo dopo le dimissioni dalla struttura sanitaria in una casa famiglia di Frignano, in attesa che il Tribunale dei Minori di Napoli, informato della vicenda, decida sull'affidamento. I carabinieri hanno anche informato la Procura della Repubblica di Napoli Nord in relazione al reato di abbandono di minore; da ieri vanno avanti le indagini per capire chi possano essere i genitori, che accanto al seggiolone, se si eccettua i mezzi di sussistenza per il bimbo, non hanno però lasciato alcun elemento utile per individuarne l'identità; l'altro parroco del paese (Chiesa di Santi Nazario e Celso, ndr) ha pubblicato la foto del bimbo sul suo profilo facebook ma al momento non ha avuto alcuna risposta. 
Il sindaco di Frignano Gabriele Piatto, che ieri in ospedale è stato sempre vicino al bimbo, non se la sente però di dare tutte le colpe ai genitori. "La loro sarà stata una decisione molto sofferta - dice Piatto - lo abbiamo compreso da tutto ciò che hanno lasciato per garantire l'assistenza del piccolo. In questi tempi di crisi tante famiglie non ce la fanno più a sopravvivere e ci vanno di mezzo i bambini. Ma Francesco era amato, e ora avrà un futuro in un'altra famiglia. Intanto in paese stiamo organizzando una colletta". Solo a Frignano, spiega Piatto, "grazie ad un convenzione con il Banco Alimentare, diamo assistenza a 300 nuclei che fino a pochi anni fa stavano bene ma che ora non hanno più i mezzi per vivere decorosamente". (fonte: Metropolisweb)

Era in un seggiolino avvolto con una coperta del Napoli, il neonato abbandonato dai genitori e trovato nel cortile della Chiesa di Santa Maria dell’Arco a Frignano. Ha appena 4 mesi Francesco, questo il nome scelto per lui da don Roberto Caterino, il parroco che lo ha trovato. Pochi mesi di vita che raccontano una storia di sofferenza, disagio, disperazione e solitudine, con conseguenze a volte irreparabili. Un fenomeno quello dei bambini abbandonati in Italia con delle cifre davvero raccapriccianti. Ne abbiamo parlato con un esperto il dottor Savino Compagnone, sociologo.

Dottore Compagnone, cosa si nasconde dietro l’abbandono? 
“L’abbandono di Francesco ripropone in maniera drammatica lo stato di emergenza per i neonati abbandonati in Italia, che solo nel 2012 secondo l’ultima indagine della Sin - Società italiana di neonatologia sono stati circa 3.000. Il 73 per cento è figlio di madri italiane, il 27 di immigrate, in gran parte tra i 20 e 40 anni, mentre le minorenni rappresentano il 6 per cento”.
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  Neonati abbandonati. Cosa si nasconde dietro! La parola al sociologo Savino Compagnone


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"Mare nostrum" finisce, e ora? L’Italia può sottrarsi alla responsabilità di salvare vite umane nel Mediterraneo?


L’Italia non può sottrarsi alla responsabilità di salvare vite umane nel Mediterraneo.
... Chiediamo al Governo - si legge nell'appello - di non cedere alle spinte demagogiche e xenofobe e di proseguire con la missione, rafforzando la pressione politica nei confronti dei partners europei affinché contribuiscano a mantenerla in vita sostenendola anche economicamente.
Chiediamo inoltre che il Governo si faccia promotore in Europa dell'applicazione della Direttiva Europea 55/2001 sulla protezione temporanea e dell'avvio di un programma europeo di reinsediamento dei rifugiati in arrivo dalle aree di crisi e di conflitto.
Proseguire l’operazione Mare Nostrum è la scelta responsabile che oggi l’Italia deve compiere, per dimostrare nei fatti che la salvaguardia di ogni vita umana è il primo dovere di uno Stato che voglia definirsi civile e democratico...

  MARE NOSTRUM NON PUO’ FERMARSI L'ITALIA DEVE CONTINUARE A SOCCORRERE E SALVARE VITE UMANE NEL MEDITERRANEO (pdf)

In una lettera aperta pubblicata sul quotidiano “la Repubblica”, i presidenti di Amnesty International Italia, ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione) e Medici Senza Frontiere hanno sollecitato il presidente del Consiglio Matteo Renzi a non chiudere l’Operazione Mare Nostrum e a garantire che l’Italia continui le attività di ricerca e soccorso nel mar Mediterraneo per salvare vite in mare.
Nella lettera, le tre associazioni ricordano le recenti assicurazioni del presidente del Consiglio, secondo il quale “Mare Nostrum andrà avanti finché l’Europa non sarà in condizioni di intervenire più e meglio di come abbiamo fatto noi fino ad oggi”: condizioni che al momento non ci sono.Infatti, l’Operazione Triton dell’Unione Europea, il cui avvio è previsto il 1° novembre, non avrà il mandato di svolgere attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo, ma di pattugliare i confini marittimi e costituirà una risposta soltanto parziale al problema...

  "Mare Nostrum non deve chiudere": appello di Amnesty International Italia, ASGI e Medici Senza Frontiere affinché l'Italia continui a salvare vite in mare

Chiude dopo un anno e un mare di polemiche l'operazione Mare Nostrum, istituita dopo il terribile naufragio nell'ottobre del 2013 quando un'imbarcazione della Libia affondò portandosi con sé 300 persone.
Ora ci troviamo con una nuova operazione (Triton) che avrà meno fondi per sorvegliare le coste e per soccorrere i migranti in fuga dai loro paesi.
Quel che peggio, rimaniamo con un'opinione pubblica che mostra con sempre maggior forza il volto del razzismo senza avere una chiara idea né dei motivi, né dei numeri, né delle possibilità legate al fenomeno dell'immigrazione.
Urlatori come Salvini, Grillo e altri, più o meno noti, la fanno da padrone nella discussione pubblica, alimentando un clima di terrore e di violenza verso l'altro che distrae tutti dai veri problemi del Paese.
Cerchiamo perciò di fare un po' di chiarezza...

  MARE NOSTRUM tu che stai in chi ama la verità

Il 2014 verrà ricordato come l’anno record degli sbarchi di migranti sulle nostre coste. Già oltre 130mila, più del doppio rispetto all’anno precedente. Quasi diecimila sono minori. I morti dall’inizio dell’anno sono più di duemila. In 3 sorsi, facciamo il punto delle iniziative in atto.
1. UN PO’ DI CRONOLOGIA 
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2. PERCHÉ MARE NOSTRUM?
...
3. CHE COSA È TRITON?
...

  A che punto siamo con Mare Nostrum?


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L'operazione Triton che formalmente è iniziata il 1 Novembre sostituisce l'azione umanitaria con quella di polizia

  Lucandrea Massaro:  Senza "Mare nostrum" perdiamo un po' di umanità?

"E' un passaggio di consegne doloroso e che non avremmo voluto".Così, Oliviero Forti, responsabile dell'Ufficio Immigrazione della Caritas italiana, commenta la chiusura dell'operazione umanitaria del Governo Italiano, 'Mare Nostrum' - che in 12 mesi ha soccorso più di 150mila persone - e il contemporaneo avvio della Missione 'Triton' dell'Agenzia europea Frontex, nata per controllare le frontiere.

  Fabio Colagrande:  Chiusura 'Mare Nostrum', Caritas: il Governo torni sui suoi passi

Che ne è stato, o che ne sarà, delle oltre centomila persone che son state salvate nei mesi scorsi? Come si intende continuare a sostenere le meritorie iniziative delle amministrazioni locali che, tramite lo Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) offrono ospitalità ai migranti? Come verranno riorganizzati i cie (centri di identificazione ed espulsione) ora che è stata radicalmente ridotta la possibilità di trattenere i migranti in quei luoghi? Quante nuove commissioni territoriali verranno composte nelle prossime settimane per far fronte all'aumento esponenziale delle domande?

  Marco Perduca:  Mare Nostrum non era una spesa, ma un investimento nel rispetto dei diritti umani


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  (GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)



Nel mondo di Danilo "il coraggio è una cosa"... decisamente presente!!!


“La mia anima è precipitata nel mio corpo senza chiedermelo, potevo solo accettarlo”. Danilo ha 30 anni ed è nato a Catania, la città del fuoco e della neve, del mare e della lava nera nelle piazze e nelle strade.

Un equivoco. La sua vita, all’inizio, è stata “un equivoco” tra il corpo “bloccato dalla tetraparesi spastico distonica” e una “intelligenza viva e aperta che aveva tanto da dire”. Ma non poteva, perché la lingua e le mani sembravano fatte di gesso. Poi gli occhi, che non sanno mentire, hanno detto la verità, e Danilo con quelle pupille ha iniziato a parlare grazie a un puntatore ottico. E ha cominciato anche a scrivere. Di sport, per il quotidiano “La Sicilia”, e per la rivista del Sacro Convento “San Francesco Patrono d’Italia”, dove racconta le sue “avventure”. Il mestiere di giornalista - riflette - “comporta ‘l’incontro’, si conoscono uomini, donne, esseri umani, ognuno con il suo universo, ma a me piace fare l’esploratore”. Giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, quei grumi di parole sono diventate un libro, “Il coraggio è una cosa”, che Danilo presenta a Roma venerdì. Sabato, all’Urbaniana, Danilo grazie a quel libro riceverà il Premio internazionale “Giuseppe Sciacca”, per la sezione dedicata al giornalismo, nella categoria “Giovani studiosi”.
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  Nel mondo di Danilo "il coraggio è una cosa"

... E Danilo Ferrari insegna a noi tutti come dagli sguardi, dai corpi, dai suoni sia possibile comunicare a un altro livello, nonostante l’assenza della cosiddetta “parola pronunciata”. Nonostante si tratti di un’altra forma di comunicazione, o meglio, di forme molteplici, dirette, profonde. Aspetti, questi, che confermano lo straordinario talento di Danilo Ferrari quale comunicatore d’eccezione: giornalista, scrittore, attore, che pone se stesso in un linguaggio aperto, in cui è essenziale anche e soprattutto l’altro. Così come è avvenuto per scrivere questo libro, possibile grazie all’intermediazione e alla “traslazione” di Maria Stella Accolla, che ne ha letto gli sguardi e i gesti, trasferendoli nelle pagine del volume.

E così, ne “Il coraggio è una cosa”, Danilo scrive della bellezza vissuta, del tempo che scorre, del rumore che scandisce le sue giornate, della gente che lo circonda, ma anche degli attacchi di depressione, dei “brutti pensieri” che talvolta fanno capolino, del senso di isolamento. Danilo però non è solo: a partire dalla sua assistente (la sua “traghettatrice” di parole), alla sua splendida famiglia, ai docenti, agli amici della Nèon, agli studenti che lo hanno intervistato, tutti citati e protagonisti di questo libro, che lo aiutano a raggiungere il traguardo di una normalità che, a leggerla, ci dà contezza che l’unica patologia incurabile rimane il pregiudizio. E non è certo Danilo Ferrari a esserne affetto.

Dell’Opera di Danilo così ha scritto Dario Fo: “Una messa in scena fatta di vita, di sofferenza, di gioia e di conoscenza. Perché solo chi sa raccontare la propria condizione e la vive con gli altri può realizzare un’opera d’arte”.
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  “Il coraggio è una cosa”, a Roma il libro di Danilo Ferrari

Per saperne di più vedi anche:

“Ho sempre sentito la necessità di parlare, di far sentire la mia voce anche se attraverso un sistema diverso da quello utilizzato da tutti gli altri”. Così Danilo Ferrari ha accolto i presenti alla conferenza stampa che si è tenuta questa mattina a Catania per la presentazione del suo primo libro, “Il coraggio è una cosa”, da cui è stato tratto un omonimo spettacolo teatrale, di cui è anche protagonista, andato in scena al Piccolo Teatro di Catania sabato 26 e domenica 27 aprile...

  “Il Coraggio è una cosa”, un libro di Danilo Ferrari e uno spettacolo per dire sì alla vita


... Un unico corpo in cui il “normale” e il “diverso” si integrano e abbattono qualsiasi barriera: Danilo Ferrari, giovane catanese affetto dalla nascita da tetraparesi spastico-distonica, si spoglia della sua condizione di immobilità e si muove in lungo e in largo sul palcoscenico grazie al supporto offerto dai suoi colleghi attori...

  “Il coraggio è una cosa”, Danilo Ferrari protagonista di uno spettacolo dal forte valore sociale


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FEDE E
SPIRITUALITA'



“QUANDO PREGATE DITE: PADRE NOSTRO”
HOREB n. 68 - 2/2014



“QUANDO PREGATE DITE: 
PADRE NOSTRO” 

HOREB n. 68 - 2/2014

TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI

Il desiderio di pregare è sorto nel cuore dei discepoli quando hanno visto Gesù pregare. Gesù, infatti, ha pregato molto spesso. Ha passato persino notti intere in preghiera (cf. Lc 6,12), completamente solo su di una montagna deserta. 

La sua preghiera li ha stimolati: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Ed Egli ha educato i discepoli, ma educa anche noi a non sprecare parole nella preghiera, ma a dire “Padre“, cioè a prendere coscienza che siamo figli amati e a metterci, con confidenza, nelle sue mani, come ci sollecita la preghiera dei salmi: «Sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia» (Sal 131,2). 

Nella notte della vita (cf. Lc 11,5-8) possiamo dimenticare che siamo figli e che lo sguardo del Padre ci accompagna, ed è facile omologarsi a una logica di arroganza e di cattiveria, allora c’è l’invito a pregare con insistenza. Questa esortazione viene ripresa in Lc 18,1, dove Gesù: «Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi (egkakein = anche, incattivirsi, scoraggiarsi) mai». Nella preghiera, il Padre ci dona lo Spirito suo (cf. Lc 11,13) che ci libera dal demonio che ci rende muti (Lc 11,14), ci educa ad essere sempre con Gesù (cf. Lc 11,23) e ci abilita a dire: “Padre”. Dire “Padre” è riconoscere solo lui come Dio della propria vita. 

La preghiera, quindi, è spazio in cui si cresce nella fede e ci vengono aperti gli occhi e facciamo esperienza di essere liberati dalle sottili forme di idolatrie. Prima fra tutte dall’idolatria del nostro “io” (una forma di philautia) che ci fa fare ciò che non vorremmo (cf. Rm 7). 

La preghiera vera non solo è esperienza che ci rende liberi, essa, ancora, ponendoci nell’orizzonte di Dio, ci radica sempre di più “nel cuore della terra” portandoci nel cuore la sua stessa passione di amore. Una persona che prega è, nel senso più letterale, l’anima del mondo. Più vive esclusivamente dello Spirito di Dio, tanto più intensamente vive nel mondo e si fa carico dei fratelli. 

Dentro questa prospettiva si pone la presente monografia, interamente dedicata al Padre Nostro, alla “Preghiera del Signore”, la preghiera che l’orante Gesù ha “consegnato” ai suoi discepoli. 
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  Editoriale (PDF)

  Sommario  (PDF)

E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)



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I MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ 2014 - TESTIMONI CREDIBILI DEL VANGELO - Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto



I MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ - 2014
promossi dalla
Fraternità Carmelitana di Pozzo di Gotto

TESTIMONI CREDIBILI DEL VANGELO
Lettura della esortazione apostolica
Evangelii Gaudium di papa Francesco

Dal 29 Ottobre al 26 Novembre 
Sala del Convento 
dalle h. 20.00 alle h. 21.00

1. La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni. (Incipit Evangelii Gaudium)

  I MERCOLEDÌ DELLA SPIRITUALITÀ - 2014 - Calendario (PDF)



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"Dio non si compra" di Antonio Savone



Dio non si compra
Per prepararsi alla domenica 
(Ded. Basilica Lateranense)
di Antonio Savone

Una liturgia – quella della Dedicazione – che da una parte riconosce e celebra la presenza di Dio in uno spazio circoscritto e dall’altra allarga prospettive irreversibili.

Racconta un sogno questa liturgia: non imprigionare Dio. Dio è qui ma anche altrove. Dio è più grande di queste pareti e più grande dello spazio che una istituzione ecclesiastica gli conferisce. Dio è oltre le nostre parole, oltre le nostre definizioni come è oltre i nostri spazi: questi, semmai, sono solo sacramento di lui, segno di lui. E noi, di domenica in domenica veniamo qui proprio a farci discepoli di un Dio che riconosciamo e incontriamo presente in quest’assemblea e nondimeno abita anche i nostri spazi. Veniamo qui per non perdere questa memoria. In guardia, dunque, dalla tentazione di circoscrivere, di restringere, ridurre.

I giudei di cui ci parla il Vangelo intuiscono che il gesto di Gesù non è soltanto un’operazione di pulizia, ma porta molto più lontano, va letto più in profondità. I discepoli stessi lo comprenderanno solo quando Gesù fu risuscitato dai morti. Cosa c’è dietro questo gesto di Gesù?

Dire: via gli animali dal tempio – e perciò i correlativi cambiavalute – significava dichiarare concluso quel rapporto religioso improntato ad una logica di prestazione: a tanto, tanto. Hai fatto questi gesti, hai detto queste parole, hai dato questa offerta, hai adempiuto il precetto, poco importa se tutto ciò era senz’anima, hai assolto il tuo debito con Dio, hai comprato Dio; ma, ahimè, hai ridotto la fede a mercato. E la casa del Padre, segno per eccellenza della gratuità di Dio, dove tu non sei accolto per le tue capacità, i tuoi meriti, le tue benemerenze, ma perché sei amato, ridotta ad uno scambio di cose. Quel culto antico non aveva più niente da offrire. E tuttavia lo si portava avanti, scrupolosamente.
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Dio non si compra. Al linguaggio di Dio non appartengono parole come vendere e comprare, ma una parola ben diversa: donare. E per ribadirlo non ricusa di buttare all’aria tutto il mercato. Violenza usata mai contro qualcuno ma contro monete, banchi. E animali cacciati via. Più che gesto quello di Gesù è un grido, grido pieno di dignità, il grido che dice la volontà di non sottomettersi alla meschinità e all’arroganza della classe sacerdotale che pretendeva di gestire il rapporto con Dio senza conoscere più nulla di ciò che a quel Dio stava veramente a cuore. Quando si finisce per gestire, “amministrare” le cose di Dio ma con quel Dio non si ha nessuna frequentazione!

Gesù grida per rivendicare ciò che era un diritto e che, invece, veniva gestito, venduto, negoziato e con arroganza posseduto. È il grido di un povero che irrompe nel silenzio che vorrebbe mantenere l’ordine precostituito del tempio ufficiale. È il grido che irrompe in un ordine apparente del gioco inventato dai sacerdoti tra sacro e profano: quello che era un evento di liberazione – la Pasqua – era diventato motivo di dissanguamento del popolo in nome di Dio: non trasformate… Gesù dà voce, così, al grido di tutti coloro che salivano al tempio per trovare grazia, per fare esperienza di misericordia. Il grido di Gesù attesta la nostalgia di altro, l’alternativa al tempio: parla di casa (la mia casa), luogo per eccellenza di relazioni libere, franche, nel segno della fiducia e della gratuità, luogo del linguaggio confidenziale (casa di preghiera) e parla di corpo, cioè di vita, non di strutture. Un corpo da ricostruire al più presto: in tre giorni. Al tempio sostituisce l’uomo. Ecco la novità, ecco qual è il luogo di Dio. Non c’è uno spazio sacro accanto a quello profano.
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Se il dio della religione necessita di un tempio e di un culto, il Padre, invece, ha bisogno di figli che gli assomiglino. L’assomiglianza al suo amore è l’unico culto che il Padre richiede.

Il culto, dunque, anche questa liturgia, non è un assoluto. Questa liturgia è subordinata alla nostra fede e alla nostra vita. La prima liturgia per ciascuno di noi è la nostra capacità di dedizione, la nostra capacità non di offrire qualcosa ma di offrire noi stessi. “Non hai voluto né sacrificio né olocausto” – dirà il salmo 39 – “un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: Ecco io vengo”. Tutta l’esistenza – un corpo, cioè qualcosa di tangibile, concreto – reinterpretata come un vivere nell’amore.

  Dio non si compra


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"Un cuore che ascolta - lev shomea' " - n. 49/2013-2014 (A) di Santino Coppolino



RUBRICA 
Un cuore che ascolta - lev shomea' 
"Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male"  (1Re 3,9)

Traccia di riflessione sul Vangelo della Domenica di Santino Coppolino

VangeloGv 2, 13-22 

"Forse per voi è un covo di ladri questo tempio sul quale è invocato il mio nome ? (.....) Tratterò questo tempio in cui confidate, e che ho concesso a voi e ai vostri padri, come ho trattato Silo. Vi scaccerò dalla mia presenza, come ho scacciato tutti i vostri fratelli, tutta la discendenza di Efraim."(Ger 7,11.14-15)
Gesù sale a Gerusalemme e va al tempio, dimora del Padre suo, il luogo della festa, della gioia e della comunione fraterna, simbolo visibile del Dio invisibile. Ma invece di trovare gente che prega (cfr 2,1-12), vi trova un gran traffico, persone che comprano e vendono animali per i sacrifici, e i banchi dei cambiavalute. Il tempio non è più la casa di YHWH, nel suo cuore si è insediato un altro dio: il mercato, l'abominio della desolazione (Mt 24,15), e nel naòs - la cella - non c'è più l'Arca dell'Alleanza ma l'immagine del nuovo dio: il danaro. L'immagine che l'evangelista ci offre è quella di un Gesù che, armato di frusta, purifica o addirittura abolisce il tempio, ridotto ormai ad una "spelonca di ladri". Per noi che leggiamo, la cosa non ci preoccupa più di tanto, perché pensiamo al tempio di Gerusalemme, che non esiste più, ma per comprendere meglio ciò che Gesù ha fatto, come del resto per ogni altra pagina del Vangelo, dobbiamo immaginare che egli compia 'adesso'  ciò che ha compiuto allora.
"Cosa diremmo se lo vedessimo oggi con la frusta nei vari templi religiosi o laici? 
Non diremmo che è un pazzo furioso, preso da raptus, o almeno un disadattato, fuori dalla realtà ? Non metterebbe in crisi molte nostre abitudini, che riguardano il tempio, cioè Dio stesso e il nostro modo di rapportarci con lui ?"(S. Fausti). 
Il gesto di Gesù è sulla linea degli antichi profeti perché, come loro, si pone contro le istituzioni - religiose o laiche che siano - che detengono il potere, i quali non fanno il bene del popolo ma solo i loro interessi.
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"L’altra faccia delle cose" di Antonio Savone


L’altra faccia delle cose 
Venerdì XXXII settimana del T.O.

di Antonio Savone

Le liturgie di fine anno liturgico come quelle dell’ormai imminente tempo di Avvento si incaricano di consegnare ai credenti come una sorta di duplice invito. invito a vegliare per recuperare l’altra faccia delle cose. Invito motivato: infatti, sembra quasi che nella vita sia facile cadere in una sorta di torpore e di insipienza che Gesù cristallizza nel non accorgersi.

È successo ai tempi di Noè, dice Gesù, quando non si accorsero della serietà dell’ora. Succederà allo stesso modo per la venuta del Figlio dell’uomo.

La possibilità di salvarsi è alla nostra porta e bussa quotidianamente interpellandoci. Da che cosa dovremmo essere salvati? Proprio dalla mancanza di uno sguardo profondo, anzitutto. Non era forse questo ciò che mancava alla generazione contemporanea di Noè? Ad avere la meglio su quegli uomini non fu chissà quale malvagità (facevano cose irreprensibili) ma l’indifferenza: vivevano come se non… Nessuno era più in grado di dare un senso a quello che faceva, nessuno ricercava la verità di ciò che stava vivendo: l’illusione di credere che per una vita degna di essere vissuta basti il lavoro (mangiavano, bevevano) e gli affetti familiari (prendevano moglie, prendevano marito).

Non è forse il rischio che corre questa nostra generazione? Quello di essere soltanto assorti nella soddisfazione dei propri bisogni, paghi soltanto della felicità della propria casa tanto da farci sommergere dal diluvio dell’appagamento? La soddisfazione ossessiva dei propri bisogni finisce, non poche volte, per saturare l’organo del desiderio. Non siamo forse talmente zavorrati da tutto quel sistema di sicurezza che abbiamo inventato per escogitare ogni possibile imprevisto, da rischiare di andare a fondo?

È possibile sfuggire a questo meccanismo: proprio come accadde a Noè e come è accaduto a non pochi uomini nel corso della storia, credenti e non. 
...

Noè ci viene consegnato quest’oggi come compagno di viaggio, lui che, pienamente inserito nella vicenda del suo tempo, si ritrovò capace di cogliere ciò che c’è oltre ogni cosa prevenendo gli eventi.

Come Noè anche noi chiamati a diventare infaticabili costruttori di arche.

Arche dentro le quali custodire spiragli di luce che rischiarano i tanti passi pure percorsi al buio.

Arche dentro le quali raccogliere frammenti di bene che pure danno speranza a questi nostri giorni.

Arche che in qualche modo indichino il progetto di bene e di luce di cui Dio ci ha reso testimoni e realizzatori.

Arche capaci di salvare la benedizione comunque pronunciata da Dio sul mondo e sulla storia.

Ci sono eventi – attesta Gesù – che, in qualche modo evidenziano lo spessore e la profondità di certi percorsi personali. Può accadere che persone che fino a quel momento hanno vissuto esperienze comuni, reagiscano in maniera diversa a quegli eventi. È questo il senso di quell’ “uno sarà preso e l’altro lasciato”.

Ma io, quali occasioni mi do perché la mia esistenza non sia un vano rincorrersi dei giorni ma sia capace di “scoprire la carica di rivelazione del quotidiano, l’epifania racchiusa nell’istante” (Bernanos)?

  L’altra faccia delle cose 


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«Sembra che la strategia della Madonna sia quella di non apparire mai ai giornalisti e ai professori». Così, scherzando, il più grande mariologo del Novecento rispondeva a Vittorio Messori che lo intervistava sulle apparizioni di Medjugorje. Beh, alle già malandate categorie di giornalisti e professori, ora bisognerebbe pure aggiungere quella dei vescovi. Che, in questi ultimi tempi, paiono far a gara a confondere i fedeli e spaesare il devoto popolo di Dio. Uno non fa in tempo a dire A che l’altro subito gli ribatte con un secco B. Il Sinodo insegna, ma le Loro Eccellenze faticano a imparare. Capita così che un incontro di preghiera con una veggente Medjugorie venga proibito da un da una Diocesi, per poi essere invece riproposto il giorno dopo da un’altra situata a soli 50 chilometri di distanza dalla prima, e con motivazioni opposte. Insomma, quasi un derby tra vescovi. Divertente se non ci fosse in gioco la credibilità delle apparizioni della Madonna. Niente battute e stiamo ai fatti.

  Luigi Santambrogio:  Contrordine su Medjugorje: adesso la Madonna "appare"


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A margine dell’assemblea straordinaria della Cei, che si è svolta ad Assisi, monsignor Bruno Forte, segretario speciale del Sinodo, spiega che c’è ancora molto da fare: «In tempi relativamente breve ci dovrebbe essere una mobilitazione di riflessione che dovrebbe produrre un contributo amplissimo».

  Annachiara Valle:  BRUNO FORTE: «UN SINODO A TAPPE, ORA TOCCA ALLA BASE»



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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni



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JESUS, novembre 2014
La bisaccia del mendicante-9

Rubrica di ENZO BIANCHI

A ciascuno la sua morte

O Signore, concedi a ciascuno la sua morte:
frutto di quella vita
in cui trovò amore, senso e pena.

Sono versi di Rainer Maria Rilke, nel suo Libro d’ore (III, Il libro della povertà e della morte), in cui il poeta chiede che la morte di ogni persona sia una morte coerente, che le appartenga, perché nata da lei come un frutto. È una preghiera molto bella, che ci fa vibrare il cuore; ma proprio in quanto preghiera è molto precaria (entrambe le parole vengono dal latino prex). Chissà? Chi può sapere come la morte ci verrà incontro? Che occhi avrà? Avrà i nostri occhi (come chiedeva Cesare Pavese)?

Certamente la morte è davanti a noi, impossibile da rimuovere quando si è nella vecchiaia, e ritorna alla mente in modo particolare in questi giorni di novembre, nei quali non a caso ricordiamo i nostri morti, visitiamo il luogo dove sono sepolte le loro spoglie, compiamo gesti di affetto, portando fiori o accendendo lumi, quasi per consolare i nostri poveri morti. Anche la stagione sembra accompagnare questi nostri pensieri: le foglie cadono, gli alberi si spogliano fino a simulare la morte, la luce si fa tenue, breve e sovente nebbiosa, opaca…

La morte si avvicina sempre di più, anche se non sappiamo prevedere: sarà improvvisa e ci sorprenderà mentre gustiamo la vita o l’amore? Ci verrà incontro nella malattia, che diventa così un “apparecchio” per morire, cioè una preparazione e un accompagnamento alla morte stessa? Ci vincerà dopo una lunga e penosa mancanza di coscienza, e soprattutto incapacità di vivere relazioni e di sentire la presenza degli altri? Sarà una morte addirittura invocata, attesa con brama a causa della sofferenza che ci accompagnerà nelle ultime, ma a volte lunghissime, ore? Si fa presto a dire: non pensiamoci! È invece umano riflettere, prepararsi, perché questo viaggio senza ritorno raggiungerà con il suo senso e il suo significato il nostro cuore: viaggio di ciascuno di noi, viaggio di chi amiamo; viaggio da cui, in ogni caso, non siamo esenti. Nella mia esperienza ho visto persone che avevano paura della morte viverla poi con pace, quando è giunta; altre, che quasi urlavano di non averne paura, giungere al trapasso nella disperazione, nella sofferenza psichica, fino alla bestemmia della vita.

Sono anziano, sono ancora un amante di Gesù Cristo e mi sembra, nonostante tutto, di conservare la fede (cf. 2Tm 4,7). Dunque ho speranza di poter trovare, al di là della morte, le braccia aperte di Gesù Cristo, pronte ad accogliermi e ad abbracciarmi, lasciandomi piangere mentre lo stringo. E tuttavia – lo confesso – ho paura della morte...
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Andare in questi giorni alle tombe delle persone amate, è vivere in pienezza, è vivere con meno mutilazioni, è un atto profetico che dice che l’amore non finisce: è eterno!

  A ciascuno la sua morte


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La Caritas sferza i politici siciliani: “Sicilia poverissima i politici sono lontani dalla realtà”


La Regione Siciliana? Lontana mille miglia dalla realtà dell’isola, che invece racconta una storia di miseria e povertà incalzante. La tanto sbandierata Autonomia regionale? Una palla al piede. I Comuni? Sul lastrico, senza i soldi per garantire servizi sociali. E’ un j’accuse alle condotte politiche siciliane quello venuto fuori dal Seminario vescovile di Mazara del Vallo. Al meeting delle Caritas siciliane, infatti, gli operatori hanno ragionato sui dati provenienti delle varie province siciliane. Numeri impetuosi che raccontano un aumento continuo di nuovi poveri: persone che hanno perso il lavoro, oberate dai debiti, costretti a recarsi ad uno sportello Caritas per riuscire a mangiare.

“La gente muore di fame: i politici lo sanno?”
“Negli ultimi cinque anni in Sicilia abbiamo registrato un aumento dei poveri tanti, che in forma dignitosa, chiedono da mangiare prima che soldi. Questo è un campanello allarmante perché la gente ha la necessità di sopravvivere” ha spiegato don Enzo Cosentino, direttore regionale della Caritas. “La politica ha i suoi costi ma è anche giusto che in un momento di crisi non ci siano stipendi esagerati. Mi chiedo: i politici si rendono conto che c’è tantissima gente che muore di fame?” ha detto il sacerdote evidenziando come ormai “i Comuni non hanno più i soldi per garantire i servizi sociali e crescono chi prima lavoravano e, da un giorno all’altro, si ritrovano senza più lavoro. Come Caritas ci siamo ritrovati anche ad anticipare soldi a famiglie che non potevano pagare i biglietti degli autobus per mandare i propri figli a scuola. Ecco, alla luce di questo è necessario che la politica utilizzi con più parsimonia i fondi. Se non si spreca il denaro questo può bastare per tutti”.
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  Caritas: “Sicilia poverissima i politici sono lontani dalla realtà”

La Caritas sferza i politici siciliani

  video



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Cappellani militari con stellette o senza stellette?



Cappellani militari 
con stellette o senza stellette?


Non lontano dal Palazzo del Quirinale, a due passi da piazza Venezia. L’Ordinariato militare è nel cuore di Roma, con affaccio sui Fori traianei. Uno spettacolo che unisce insieme la memoria e la bellezza. Ma anche il silenzio e la preghiera: quello delle suore, per esempio, che nella chiesa principale dell’Ordinariato, intitolata a Santa Caterina a Magnanapoli e nella chiesa del Sudario pregano per la pace con l’adorazione eucaristica perpetua, fortemente voluta da monsignor Santo Marcianò, da un anno esatto nuovo ordinario militare per l’Italia.

- Il Papa ha detto che «la guerra è follia». Come si conciliano armi e preghiera?«L’omelia di papa
Francesco a Redipuglia ha scosso tutti, ha toccato i cuori, ha rafforzato e ravvivato, nel mondo militare, l’urgenza della pace. Il tema della guerra, come quello della pace, che sta tanto a cuore alla Chiesa, non si può affrontare compiutamente senza riservare un’adeguata attenzione al mondo militare. Si tratta di una sfida difficile ma anche di una sfida preziosissima, in particolare per noi sacerdoti che a questo mondo siamo inviati. Il beato don Carlo Gnocchi, cappellano militare durante la guerra, e al fianco degli alpini anche nella campagna di Russia, sostiene che esiste un’armonia tra il mondo delle armi e il mondo dello spirito perché la guerra, prima di essere un problema di carattere economico o politico, è un “disordine morale”; anche papa Francesco nell’omelia ha chiarito che, prima delle ideologie che muovono le guerre, “c’è la passione, c’è l’impulso distorto”. Il ricorso al mondo dello spirito è essenziale per umanizzare la persona, per educarla alla pace, evitando che si fermi al livello del materialismo, dell’edonismo, degli impulsi. La guerra, come la pace, nasce nel cuore dell’uomo».

- Qual è in questo senso la missione dei cappellani?
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  «IO, VESCOVO CON LE STELLETTE»

Armi e preghiera. Dopo l’intervista realizzata da Famiglia Cristiana a monsignor Santo Marcianò, in cui l'ordinario militare descrive natura della missione e attività sue e dei 166 cappellani che fanno riferimento a lui, interviene don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, il movimento cattolico internazionale per la pace nato in Francia nel 1945 e da sempre molto attivo anche in Italia (nelle sue fila si sono impegnati, tra gli altri, monsignor Luigi Bettazzi e don Tonino Bello).


«Di certo l’argomento è molto delicato», esordisce don Sacco. «Per prima cosa va ricordato che la posizione di Pax Christi è quella del 1997, uscita dal convegno alla Casa della pace di Firenze. Pilastro della nostra riflessione non è tanto schierarsi contro i cappellani, ci macherebbe, sono nostri fratelli nella comune fede e, per chi di noi è presbitero, sono nostri fratelli anche nel sacerdozio, ma contro la struttura della guerra e la struttura militare. Mi chiedo: perché i cappellani devono esere così coinvolti in questa struttura? Noi sosteniamo l’importanza di non essere coinvolti, travolti, embedded, arruolati con le stellette e lo stipendio. Se il problema pastorale dei militari resta vivo ancora oggi, perché in questo caso l’impegno pastorale viene svolto da chi ha gradi e ruoli, che nel mondo militare sono necessariamente così importanti? L’ordinariato sostiene che chi svolge l’impegno pastorale da cappellano militare lo fa da dentro la struttura militare, citando l’esempio degli insegnanti di religione. Ma un conto è inserirsi in una struttura educativa come la scuola e un altro è essere inseriti a pieno titolo in una struttura che fa la guerra. Si cita anche l’esempio di don Gnocchi, ma oggi è sotto gli occhi di tutti che la guerra non è più come quella dei tempi di don Gnocchi. Innanzitutto perché non abbiamo più un esercito di leva; oggi siamo a livello di esercito professionale, ben pagato, soprattutto se lo si fa all’estero. E poi, sono cambiate anche le guerre: dov’è il nemico che ci attacca? È forse Gheddafi, o l’Iraq, o l’Afghanistan?».

In pratica, essendo cambiato moltissimo rispetto al passato, ecco che voi sostenete una revisione della figura del cappellano militare… «Il vero nodo è la struttura di guerra di cui si fa parte che, per usare parole di Giovanni Paolo II, è una “struttura di peccato”. Ma potrei ancher citare le parole che pochi giorni fa ha detto papa Francesco, quando ha nominato sistemi economici che hanno bisogno di fare la guerra per sussistere e continuare a vivere. E allora la domanda è: il cappellano militare cosa fa in tutto questo? Io credo che dovrebbe annunciare il Vangelo e quindi toccare la coscienza della persona. Di fronte a tutti i giudizi sulle guerre e sulle armi c’è la parola che viene dal Vangelo: non uccidere. E allora, di fronte all’ordine del pilota che deve andare su un aereo a colpire un obiettivo, l’educazione alla coscienza qual è? Quella di obbedire a un ordine o quello della coscienza che dice: io non devo uccidere?».
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«Come segno positivo e alternativo alla scelta militare», conclude don Renato Sacco, «ricordo cheanche Pax Christi aderisce alla campagna che proprio oggi lanciamo a livello nazionale:una raccolta di firme a favore di una legge per una difesa civile non armata e nonviolenta. (www.difesacivilenonviolenta.org)».

  PAX CHRISTI: «CAPPELLANI MILITARI SÌ, MA SENZA STELLETTE»


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Per i clochard - anzi i «pellegrini senza tetto» - a Roma docce nelle varie parrocchie e tre anche sotto il colonnato di San Pietro


«Padre, non posso venire con te al ristorante, perché puzzo...». Franco è un clochard di origini sarde con la barba ispida e grigia, e la pelle rovinata dal sole. È stato lui, nei primi giorni d’ottobre, a spiegare al vescovo che lo invitava a cena per festeggiare il compleanno, quale sia la necessità maggiore per i senza tetto di Roma: «Qui nessuno muore di fame, un panino si rimedia ogni giorno. Ma non ci sono posti dove andare in bagno e dove lavarsi». 

Quel vescovo è Konrad Krajewski, l’elemosiniere di Papa Francesco. 

Il messaggio viene immediatamente recepito: lunedì 17 novembre inizieranno i lavori per realizzare tre docce all’interno dei bagni per i pellegrini che si trovano sotto il colonnato di San Pietro. Saranno dedicate ai senza tetto che bazzicano nei dintorni della basilica. Potranno lavarsi e cambiare la loro biancheria sotto le finestre del palazzo apostolico. E su invito dell’elemosiniere del Papa, già una decina di parrocchie romane nei quartieri più frequentati dai clochard hanno realizzato delle docce da mettere a loro disposizione. 

Monsignor Krajewski, per tutti «don Corrado», da anni porta viveri e aiuti a chi vive accampato per la strada. Papa Francesco l’ha scelto proprio per questo, nominandolo vescovo e affidandogli l’Elemosineria: ha il compito di essere il suo «pronto intervento», di portare piccoli aiuti economici a chi è in difficoltà. 
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Tre docce per i senza tetto sotto l’imponente colonnato del Bernini, uno dei luoghi più belli e più visitati del mondo. 

«La basilica esiste perché custodisce il Corpo di Cristo - fa osservare Krajewski al cronista che gli chiede se qualche turista potrebbe storcere il naso - e nei poveri noi serviamo il corpo sofferente di Gesù. Da sempre, nella storia di Roma, attorno alle basiliche si radunavano i poveri». 

Nelle docce all’ombra del Cupolone, come in quelle nelle varie parrocchie della capitale, non ci saranno insegne esterne. Il servizio è pensato a dedicato per coloro che già vivono nella zona, per decongestionare i grandi centri di assistenza. L’elemosiniere del Papa sta cercando di coinvolgere gli allievi di una scuola per parrucchieri, così da poter offrire di tanto in tanto, oltre alla doccia, anche il taglio dei capelli. Potersi lavare e tenersi ordinati renderà i clochard - anzi i «pellegrini senza tetto», come li chiama don Corrado - meno vulnerabili alle malattie che si trasmettono con la sporcizia. A cominciare da Franco, che quel pomeriggio di un giorno assolato d’ottobre si vergognava di essere invitato a cenare al ristorante. 

  Le docce per i clochard sotto il colonnato di San Pietro


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Non solo la realizzazione di bagni adibiti con docce per i senzatetto della Capitale, giusto nelle vicinanze del Colonnato di San Pietro. Papa Francesco aiuta anche a pagare le bollette delle famiglie insolventi per evitare loro lo sfratto, così come contribuisce alle spese necessarie all'adempimento di visti e documenti per tanti migranti giunti in Italia. Lo rende noto l'agenzia Ansa. Solo lo scorso mese Jorge Mario Bergoglio ha dato disposizione di distribuire 250 mila euro tramite l'Elemosineria apostolica, il «braccio» esecutivo della carità del Pontefice, guidata dall'arcivescovo polacco Konrad Krawiesji. In particolare, Bergoglio ha aiutato con 200mila euro tante famiglie bisognose, e con 50mila i migranti, impossibilitati a pagare i circa 150 euro necessari per mettere in regola i documenti. 
Un'attenzione ai più deboli che il Papa «venuto da lontano» vuole portare a tutti i livelli, dalle «docce» alle assisi internazionali: infatti, giovedì prossimo Francesco si recherà alla sede della Fao, a Roma, per rilanciare, nell'ambito della seconda Conferenza internazionale sulla nutrizione in programma dal 19 al 21 e di fronte a centinaia di governanti mondiali, il suo appello alla lotta contro la fame nel mondo...

  POVERI, IL PAPA DONA 250 MILA EURO


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OREUNDICI - IL QUADERNO DI NOVEMBRE 2014 SFIDE E ATTESE NELLA CHIESA - L'EDITORIALE di Mario De Maio - IL VANGELO È APERTURA CONTINUA la vita di ogni uomo è disponibilità a cambiare di Arturo Paoli


OREUNDICI

IL QUADERNO DI NOVEMBRE 2014

SFIDE E ATTESE NELLA CHIESA

L'EDITORIALE 
di Mario De Maio

Dario Fo, premio Nobel e spirito critico dei nostri tempi, ci sorprende con questa espressione di autentica ammirazione nel ricordare il giorno dell’elezione di papa Bergoglio: «Di colpo ha iniziato a parlare come l’autentico san Francesco, con il suo linguaggio, i suoi tempi, i suoi ritmi e addirittura con la sua sintassi. Ha il coraggio di rompere le consuetudini e si pone in una condizione di assoluta autenticità. È questo che mi ha sorpreso e innamorato di questo uomo… La chiesa non mi piace. Ma guardo al coraggio di esporsi di questo papa… non è solo una questione di rassettare la stanza ma di cambiare un modo di essere». È questa la sensazione che ogni giorno di più si consolida dopo i primi entusiasmi. La chiesa sta vivendo un momento di lento e fondamentale cambiamento nel modo stesso di vivere i problemi e le relazioni. Ci sentiamo tutti un po’ spiazzati. Abituati ad accettare con spirito più o meno obbediente le indicazioni che ci venivano dall’alto, siamo continuamente chiamati a non essere più soggetti passivi, ma a partecipare con la nostra intelligenza e creatività ai fatti e alla vita della comunità cristiana. Il vecchio modello che divideva conservatori e innovatori non regge più. Adesso l’obiettivo è confrontarsi e cercare insieme il bene degli uomini. Coloro che sono alla periferia della società, del mondo e del pensiero umano sono da papa Francesco messi al centro.
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Per chiudere, in questi giorni, visitando un convento alla ricerca di uno spazio per il convegno invernale mi sono imbattuto in una grande sala dove si riuniva un capitolo generale di suore. Mi ha colpito la frase che campeggiava sulla lavagna: “creatività nella fedeltà”. Credo che sia la sintesi del messaggio che papa Francesco esprime con forza nella sua vita. È un buon messaggio per vivere con speranza il futuro non facile che ci aspetta.

  L'EDITORIALE di Mario De Maio

IL VANGELO È APERTURA CONTINUA
la vita di ogni uomo è disponibilità a cambiare
di Arturo Paoli

Ci siamo dimenticati che la vita di ogni uomo è, in ogni momento della storia, una conversione, cioè che non si può arrivare attraverso un progresso naturale, un’evoluzione spontanea, a vivere come persone. Per essere un “uomo nuovo” è necessaria una conversione. La parola conversione significa due cose: cambiamento, capovolgimento di visione (dal greco); concentrazione di forze, convergenza, opposto a dispersione; quando vi è confusione non vi è centro. Il vangelo di Matteo al capitolo 3 ci presenta Giovanni Battista che parla di conversione in termini energici, a gente che era religiosa, non a perversi, a maledetti, ma a quelli che cercano una perfezione religiosa. San Giovanni Battista dice: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira che sta per venire? Manifestate la vostra conversione con opere, e non accontentatevi di dire: abbiamo per padre Abrano, perché io vi assicuro che da queste pietre Dio può far sorgere figli di Abramo.» San Giovanni parla di una conversione mediante le opere; sembra che parli all’uomo moderno perché è di questo che sono accusati i cristiani, di parlar molto e niente altro. 
Cerchiamo di vedere la conversione sotto l’aspetto negativo. In primo luogo è una separazione, lasciar qualcosa a cui eravamo attaccati, qualcosa che ci piace, lasciare una mentalità, un modo di vedere (un segno di gioventù spirituale è questa disponibilità alla conversione). Quando uno non può separarsi dalle sue convinzioni è una persona cosificata, che ha perso la sua agilità interiore, è sclerotizzata. Il cristiano deve essere una persona in permanente apertura. Il vangelo è il libro della speranza, della disponibilità; la visione del vangelo è un atteggiamento di attesa; non dà molte idee né leggi, né precetti morali ma predica un atteggiamento di vigilanza dicendo: «Il giorno del Signore è vicino».
...
Qui bisogna fare attenzione (è il mistero profondo della persona) perché evidentemente si è persona quando si è aperti al nuovo, disponibili, e si dimostra gioventù, ma allo stesso tempo si è persona quando si ha una unità interiore. […] Una persona è caratterizzata da un’agilità profonda, interiore, perché il testardo non è persona, è uno sclerotico; la persona è agile, aperta, giovanile, vivente, ma soprattutto è una, ha profonda unità interiore. La persona convertita si vede dalla sua profonda unità interiore, e già si intravede che non solo la persona credente deve raggiungere questa profonda unità, coerenza interiore, ma anche l’uomo in generale; è un problema umano. Ora, la forza, la funzione dell’ideale nella nostra vita è di concentrare le forze interiori dell’uomo. Una persona è religiosa o ha un ideale nella misura in cui si verifica questa concentrazione e unificazione di forza interiore, nella misura in cui realizza questa profonda unità interiore...

  IL VANGELO È APERTURA CONTINUA la vita di ogni uomo è disponibilità a cambiare

Ho fiducia in quella luce che si accende
dove maggiore è l'oscurità,
facendo di essa un cuore

Maria Zambrano

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... «crediamo che una guida profetica come quella di Francesco possa confortare quanti operano per il rinnovamento della Chiesa e possa sprigionare preziose energie bloccate dalla stanchezza e dalla rassegnazione»

 
Valerio Gigante:  UNA CHIESA STANCA CHE NON RISPONDE AI BISOGNI DI OGGI. DOCUMENTO DI CATTOLICI BRINDISINI

Sarà più difficile per un governo trattare come terrorista un dirigente sociale che ha incontrato il papa, ha potuto parlargli della propria lotta e gli ha sentito dire che questa lotta è una benedizione per l’umanità. E sarà più difficile anche per un vescovo negare il suo sostegno alle rivendicazioni popolari sui temi della terra, del lavoro e della casa (ma anche della pace e dell’ambiente), dopo che il papa ha voluto personalmente incontrare i dirigenti dei movimenti di tutto il mondo per discutere di tali problemi.

  Claudia Fanti:  Unire le forze contro il nemico comune. Le prospettive dei movimenti dopo l’incontro in Vaticano


Il modello di produzione e consumo industriale e l’ambiente
- La distruzione dell’ambiente è parte integrante del modello industriale di produzione e consumo dominante, il quale non considera la natura e l’ambiente come base di sostentamento della vita, ma unicamente come mezzo per ottenere profitti.

  Silvia Ribeiro:  Crisi ambientale, cambiamento climatico e disuguaglianza



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 FRANCESCO
 


 

    Angelus/Regina Cæli - Angelus 9 novembre 2014

    Udienza Generale- del 12 novembre 2014: La Chiesa - 13. Vescovi - Presbiteri - Diaconi

   Discorso - Al Movimento Adulti Scout Cattolici Italiani (MASCI) (8 novembre 2014)

   Discorso - Alle Partecipanti al Capitolo Generale della Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice (8 novembre 2014)

   Discorso - Agli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale di Senegal-Capoverde-Mauritania-Guinea Bissau, in Visita "ad Limina Apostolorum" (10 novembre 2014)

   Discorso - Ai partecipanti al Congresso mondiale dei Commercialisti (14 novembre 2014)



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08/11/2014:

  La Chiesa è sempre in cammino...

9/11/2014:

  Chiedo a tutte le persone di buona volontà...


13/11/2014:

  La guerra distrugge...


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Angelus del 9 novembre - Testo e video



 9 novembre 2014 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi la liturgia ricorda la Dedicazione della Basilica Lateranense, che è la cattedrale di Roma e che la tradizione definisce "madre di tutte le chiese dell’Urbe e dell’Orbe". Con il termine "madre" ci si riferisce non tanto all’edificio sacro della Basilica, quanto all’opera dello Spirito Santo che in questo edificio si manifesta, fruttificando mediante il ministero del Vescovo di Roma, in tutte le comunità che permangono nell’unità con la Chiesa cui egli presiede.

Ogni volta che celebriamo la dedicazione di una chiesa, ci viene richiamata una verità essenziale: il tempio materiale fatto di mattoni è segno della Chiesa viva e operante nella storia, cioè di quel "tempio spirituale", come dice l’apostolo Pietro, di cui Cristo stesso è "pietra viva, rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio" (1 Pt 2,4-8). Gesù, nel Vangelo della liturgia d’oggi, parlando del tempio, ha rivelato una verità sconvolgente: che cioè il tempio di Dio non è soltanto l’edificio fatto di mattoni, ma è il suo corpo, fatto di pietre vive.
...

La festa d’oggi ci invita a meditare sulla comunione di tutte le Chiese, cioè di questa comunità cristiana, per analogia ci stimola a impegnarci perché l’umanità possa superare le frontiere dell’inimicizia e dell’indifferenza, a costruire ponti di comprensione e di dialogo, per fare del mondo intero una famiglia di popoli riconciliati tra di loro, fraterni e solidali. Di questa nuova umanità la Chiesa stessa è segno ed anticipazione, quando vive e diffonde con la sua testimonianza il Vangelo, messaggio di speranza e di riconciliazione per tutti gli uomini.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

25 anni fa, il 9 novembre 1989, cadeva il Muro di Berlino, che per tanto tempo ha tagliato in due la città ed è stato simbolo della divisione ideologica dell’Europa e del mondo intero. La caduta avvenne all’improvviso, ma fu resa possibile dal lungo e faticoso impegno di tante persone che per questo hanno lottato, pregato e sofferto, alcuni fino al sacrificio della vita. Tra questi, un ruolo di protagonista ha avuto il santo Papa Giovanni Paolo II. Preghiamo perché, con l’aiuto del Signore e la collaborazione di tutti gli uomini di buona volontà, si diffonda sempre più una cultura dell’incontro, capace di far cadere tutti i muri che ancora dividono il mondo, e non accada più che persone innocenti siano perseguitate e perfino uccise a causa del loro credo e della loro religione.

Oggi, in Italia, si celebra la Giornata del Ringraziamento, che quest’anno ha per tema "Nutrire il pianeta. Energia per la vita", con riferimento all’ormai prossimo Expo Milano 2015. Mi unisco ai Vescovi nell’auspicare un impegno rinnovato perché a nessuno manchi il cibo quotidiano, che Dio dona per tutti. Sono vicino al mondo dell’agricoltura, e incoraggio a coltivare la terra in modo sostenibile e solidale.

In tale contesto si svolge a Roma la Giornata diocesana per la custodia del creato, un evento che intende promuovere stili di vita basati sul rispetto dell’ambiente, riaffermando l’alleanza tra l’uomo, custode del creato, e il suo Creatore.

...

In questa bella giornata, a tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  il testo integrale

  video



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Papa Francesco UDIENZA GENERALE 12 novembre 2014 - foto, testo e video



 12 novembre 2014 

Alle nove, prima dell’udienza, Papa Francesco ha ricevuto, nell’auletta della stessa aula Paolo VI, i partecipanti al III Forum cattolico-musulmano. La delegazione cattolica è guidata dal cardinale Jean-Louis Tauran e quella musulmana dal principe Ghazi bin Muhammad (Giordania).
Papa Francesco, accolto al suo arrivo in piazza San Pietro dal canto festoso di “Cielito lindo”, ha dedicato la catechesi dell’udienza generale alla domanda su come «vescovi, presbiteri e diaconi» possano «continuare a coadiuvare il Signore» nel compito di pascere la Chiesa, alimentando in essa fede, speranza e testimonianza nella carità». Molti gli ammalati che a causa delle condizioni meteo incerte hanno seguito la catechesi dall’Aula Paolo VI attraverso un maxischermo.
A fine udienza il Papa si è soffermato a lungo con i pellegrini latino-americani.

La Chiesa - 13. Vescovi - Presbiteri - Diaconi

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Abbiamo evidenziato nella catechesi precedente come il Signore continui a pascere il suo gregge attraverso il ministero dei vescovi, coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi. È in loro che Gesù si rende presente, nella potenza del suo Spirito, e continua a servire la Chiesa, alimentando in essa la fede, la speranza e la testimonianza della carità. Questi ministeri costituiscono, quindi, un dono grande del Signore per ogni comunità cristiana e per la Chiesa intera, in quanto sono un segno vivo della sua presenza e del suo amore.

Oggi vogliamo domandarci: che cosa viene richiesto a questi ministri della Chiesa, perché possano vivere in modo autentico e fecondo il proprio servizio?

1. Nelle “Lettere pastorali” inviate ai suoi discepoli Timoteo e Tito, l’apostolo Paolo si sofferma con cura sulla figura dei vescovi, dei presbiteri e dei diaconi, - anche sulla figura dei fedeli, degli anziani, dei giovani. Si sofferma in una descrizione di ogni cristiano nella Chiesa, delineando per i vescovi, i presbiteri e i diaconi, ciò a cui essi sono chiamati e le prerogative che devono essere riconosciute in coloro che vengono scelti e investiti di questi ministeri. Ora, è emblematico come, insieme alle doti inerenti la fede e la vita spirituale - che non possono essere trascurate, perché sono la vita stessa -, vengano elencate alcune qualità squisitamente umane...

Cari amici, dobbiamo essere sempre grati al Signore, perché nella persona e nel ministero dei vescovi, dei sacerdoti e dei diaconi continua a guidare e a formare la sua Chiesa, facendola crescere lungo la via della santità. Allo stesso tempo, dobbiamo continuare a pregare, perché i Pastori delle nostre comunità possano essere immagine viva della comunione e dell’amore di Dio.

  video della catechesi

Saluti:

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APPELLO

Con grande trepidazione seguo le drammatiche vicende dei cristiani che in varie parti del mondo sono perseguitati e uccisi a motivo del loro credo religioso.
...

  video

E adesso per tutti i cristiani, perseguitati perché cristiani, vi invito a pregare il Padre Nostro.

I fedeli che partecipano a questa udienza sono in due posti: uno qui in piazza - tutti noi ci vediamo -, l’altro posto è l’aula Paolo VI dove ci sono tanti ammalati, più di duecento. E siccome il tempo era così incerto, non si sapeva se c’era il pericolo della pioggia o no, pertanto sono là al coperto e seguono l’udienza nel maxischermo. Invito a salutare con un applauso i nostri fratelli dell'Aula Paolo VI.

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
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Rivolgo un pensiero ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la memoria di San Martino, Vescovo di Tours. La sua grande carità sia di esempio a voi, cari giovani, per vivere la vita come una donazione; il suo abbandono in Cristo Salvatore sostenga voi, cari ammalati, nei momenti bui della sofferenza; e il suo vigore spirituale ricordi a voi, cari sposi novelli, la centralità della fede nel cammino coniugale.

 
il testo integrale

  video integrale


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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
10 novembre 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
mai scandalo, sempre il perdono, una vita di fede”

«Scandalo, perdono e fede»: sono le tre parole, strettamente collegate tra loro, proposte dal Papa nella messa celebrata lunedì mattina, 10 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta. Parole che Francesco ha ricavato dal brano liturgico del Vangelo di Luca (17, 1-6), dove appunto «si parla di tre cose: lo scandalo, il perdono e la fede». Queste, ha fatto notare, «sono tre parole di Gesù: forse non sono state dette insieme, allo stesso tempo, ma l’evangelista le mette insieme». Di qui il filo conduttore della riflessione del Pontefice.

Il primo dei termini su cui si è soffermato il Papa è «lo scandalo». «A me — ha confidato — colpisce come Gesù finisce» il suo discorso: dopo aver parlato dello scandalo dice infatti: «State attenti a voi stessi!». Usa, dunque, un’espressione «forte» per chiedere di «non dare scandalo». È lui stesso a dire, come scrive Luca, che «è inevitabile che vengano scandali»; ma aggiunge anche: «Guai a colui a causa del quale vengono!». E più precisamente: «Guai a chi scandalizza uno di questi piccoli, il popolo di Dio; i deboli nella fede, i bambini, i giovani, gli anziani che hanno vissuto tutta una vita di fede, guai a chi scandalizza questi! Meglio morire!».

Con questo parlare così «forte» Gesù si rivolge anche «a noi, ai cristiani». E di conseguenza «noi dobbiamo farci la domanda: io scandalizzo?». E prima ancora: «cos’è lo scandalo?». A questo proposito il Papa ha spiegato che lo scandalo «è dire e professare uno stile di vita — “sono cristiano” — e poi vivere come un pagano che non crede in nulla». E «questo fa scandalo perché manca la testimonianza: la fede confessata è vita vissuta».
...
 «Quanto male fanno al popolo di Dio gli scandali dei sacerdoti, quanto male! La Chiesa è tanto sofferente per questo!».
Queste parole riguardano i sacerdoti ma sono valide anche «per tutti i cristiani». 
...
Così si vede che «lo scandalo distrugge, distrugge la fede». Ed è «per questo che Gesù è tanto forte» e ripete: «State attenti, state attenti!». Proprio questa esortazione di Gesù «ci farà bene ripetere oggi: State attenti a voi stessi!». Perché «tutti noi siamo capaci di scandalizzare».

La seconda parola suggerita da Luca è «perdono». Gesù, nel Vangelo, «parla del perdono e — ha evidenziato il Papa — ci consiglia di non stancarci di perdonare: sempre perdonare. Perché? Perché io sono stato perdonato». Infatti «il primo perdonato nella mia esistenza sono io. E per questo non ho diritto a non perdonare: sono costretto, per il perdono ricevuto, a perdonare gli altri». Dunque, «perdonare: una volta, due, tre, settanta volte sette, sempre! Anche nello stesso giorno». E qui, ha chiarito il Pontefice, Gesù in un certo senso «esagera per farci capire l’importanza del perdono». Perché «un cristiano che non è capace di perdonare scandalizza: non è cristiano». Tanto che è il caso di dirgli «per spaventarlo un po’: ma se tu non sei capace di perdonare, non sei neanche capace di ricevere il perdono di Dio». Insomma, noi «dobbiamo perdonare» perché siamo stati «perdonati».
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Certo, ha affermato ancora il Papa, «si capisce che, sentendo queste cose, i discepoli abbiano detto al Signore: accresci in noi la fede». Infatti «senza la fede non si può vivere senza scandalizzare e sempre perdonando». Abbiamo bisogno proprio della «luce della fede, di quella fede che noi abbiamo ricevuto, della fede di un Padre misericordioso, di un Figlio che ha dato la vita per noi, di uno Spirito che è dentro di noi e ci aiuta a crescere, della fede nella Chiesa, della fede nel popolo di Dio, battezzato, santo». E «questo è un dono: la fede è un regalo. Nessuno — ha detto Francesco — con i libri, andando a conferenze, può avere la fede». Del resto, proprio perché «la fede è un regalo di Dio che ti viene, gli apostoli chiesero a Gesù: Accresci in noi la fede».

Il Pontefice ha concluso suggerendo di riflettere bene su «queste tre parole: lo scandalo, il perdono e la fede». Per lo scandalo, ha riepilogato, basta ricordare «soltanto quelle parole di Gesù: state attenti a voi stessi! E questo è pericoloso»: meglio infatti «essere buttati in mare» che scandalizzare. Riguardo al perdono, poi, il Papa ha invitato a ricordare sempre che noi per primi siamo perdonati. E, infine, l’aspetto della fede, senza la quale, ha ribadito, «non potrei mai portare avanti una vita senza scandalizzare e una vita di perdono».

  Omelia a Santa Marta - Scandalosi cristiani

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« Il Signore ci dia queste due grazie grandi: l’umiltà nel servizio» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
11 novembre 2014 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
Senza umiltà e speranza siamo servi inutili”

Bisogna sempre lottare contro le tentazioni che ci portano lontano dal servizio al prossimo. E’ il monito di Francesco alla Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha sottolineato che, come Gesù, dobbiamo servire senza chiedere niente ed ha ribadito che non bisogna impadronirsi del servizio “trasformandolo in una struttura di potere”.

Gesù parla della forza della fede, ma subito spiega che questa va inquadrata nel servizio. Papa Francesco ha preso spunto dal Vangelo odierno sul “servo inutile” per soffermarsi proprio su cosa significhi servire per un cristiano. Gesù, ha detto, parla di questo servo che dopo aver lavorato tutta la giornata, arrivato a casa, invece di riposarsi deve ancora servire il suo signore:

“Qualcuno di noi consiglierebbe a questo servo di andare al sindacato a cercare un po’ di consiglio, di come fare con un padrone così. Ma Gesù dice: ‘No, il servizio è totale’, perché Lui ha fatto strada con questo atteggiamento di servizio; Lui è il servo. Lui si presenta come ilservo, quello che è venuto a servire e non a essere servito: così lo dice, chiaramente. E così, il Signore fa sentire agli apostoli la strada di quelli che hanno ricevuto la fede, quella fede che fa miracoli. Sì, questa fede farà miracoli sulla strada del servizio”.

Un cristiano che riceve il dono della fede nel Battesimo, ha soggiunto, ma “non porta avanti questo dono sulla strada del servizio, diventa un cristiano senza forza, senza fecondità”. Alla fine, ha ammonito, diventa “un cristiano per se stesso, per servire se stesso”. La sua è una “vita triste”, “tante cose grandi del Signore” vengono “sprecate”.
...

“Nella vita dobbiamo lottare tanto contro le tentazioni che cercano di allontanarci da questo atteggiamento di servizio. La pigrizia porta alla comodità: servizio a metà; e l’impadronirsi della situazione, e da servo diventare padrone, che porta alla superbia, all’orgoglio, a trattare male la gente, a sentirsi importanti ‘perché sono cristiano, ho la salvezza’, e tante cose così. Il Signore ci dia queste due grazie grandi: l’umiltà nel servizio, al fine di poterci dire: ‘Siamo servi inutili – ma servi – fino alla fine’; e la speranza nell’attesa della manifestazione, quando venga il Signore a trovarci”.

  Francesco: i cristiani non trasformino il servizio in potere

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« Il regno di Dio è nella santità della vita quotidiana» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
13 novembre 2014
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
“il Regno di Dio non è uno spettacolo”

C’è già il regno di Dio nella santità nascosta di tutti i giorni vissuta da quelle famiglie che arrivano a fine mese con in tasca mezzo euro soltanto. Ma non cedono alla tentazione di pensare che il regno di Dia sia solo uno spettacolo. Magari come quelli che fanno del sacramento del matrimonio una caricatura, trasformandolo in una fiera della vanità e del farsi vedere. Papa Francesco ha così rilanciato l’impegno a vivere la fede con perseveranza, giorno dopo giorno, lasciando campo libero allo Spirito Santo nel silenzio, nell’umiltà e nell’adorazione. E lo ha fatto riproponendo le vere caratteristiche del regno di Dio nella messa celebrata giovedì mattina, 13 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.


Proprio il fatto che Gesù parlasse tanto del regno di Dio aveva reso «curiosi» anche i farisei. Tanto che — si legge nel passo del Vangelo di Luca (17, 20-25) proposto oggi dalla liturgia — arrivano a domandargli: «Ma, alla fine, quando verrà questo regno di Dio?». Come a dire: «tu parli, parli, ma…». E «Gesù risponde subito e chiaro: il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione; e nessuno dirà: eccolo qui oppure eccolo là! Ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi: già c’è il regno di Dio, già è incominciato in mezzo a voi».

Infatti, ha fatto notare Francesco, «quando Gesù spiegava nelle parabole come era il regno di Dio, usava sempre parole serene, tranquille» e utilizzava «anche figure che dicevano che il regno di Dio era nascosto». Così Gesù paragonava il regno a «un mercante che cerca perle fine di qua, di là» oppure a «un altro che cerca un tesoro nascosto in terra». Oppure diceva che esso è «come una rete che prende tutti o come il seme di senape, piccolino, che poi diventa un albero grande». E così, ancora, diceva che «il regno di Dio è come il grano: si semina e tu non sai come cresce» perché «Dio dà la crescita».

Dunque «è questo che spiegava Gesù» riguardo al regno di Dio: «sempre in silenzio, ma anche in lotta». E lo faceva capire ancora meglio dicendo che «il regno di Dio crescerà come la pianta del grano, non circondato da cose belle ma in mezzo alla zizzania. Ma il regno è lì, non attira l’attenzione, è silenzioso, quieto».

Insomma, ha puntualizzato il Papa, «il regno di Dio non è uno spettacolo». 
...
Certo, ha spiegato, «è una festa, ma è diverso! È una festa bellissima, una grande festa. E il Cielo sarà una festa, ma non uno spettacolo». Invece «la nostra debolezza umana preferisce lo spettacolo».

Ed è quanto accade, a volte, «nelle celebrazioni di alcuni sacramenti», ha detto invitando a pensare in particolare alle nozze. Tanto che viene da domandarci: «Ma questa gente — non so se questo succede qui, ma io penso alla mia terra — è venuta a ricevere un Sacramento, a fare festa come a Cana in Galilea, o è venuta a fare lo spettacolo della moda, del farsi vedere, della vanità?». ...
All’opposto dello spettacolo, ha ricordato il Pontefice, c’è «la perseveranza di tanti cristiani che portano avanti la famiglia: uomini, donne che curano i figli, curano i nonni, che arrivano alla fine del mese con mezzo euro soltanto, ma pregano». E il regno di Dio «è lì, nascosto in quella santità della vita quotidiana, quella santità di tutti i giorni». Perché «il regno di Dio non è lontano da noi, è vicino».
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Del regno di Dio, dunque, «è parte anche la sofferenza, la croce; la croce quotidiana della vita, la croce del lavoro, della famiglia», la croce «di portare avanti bene le cose, questa piccola croce quotidiana, il rifiuto». Così «il regno di Dio è umile, come il seme: umile; ma viene grande per la forza dello Spirito Santo». E «a noi tocca lasciarlo crescere in noi, senza vantarci. Lasciare che lo Spirito venga, ci cambi l’anima e ci porti avanti nel silenzio, nella pace, nella quiete, nella vicinanza a Dio, agli altri, nell’adorazione a Dio, senza spettacoli».

Francesco ha concluso invitando a chiedere «al Signore questa grazia di curare il regno di Dio che è dentro di noi e in mezzo a noi nelle nostre comunità: curare con la preghiera, l’adorazione, il servizio della carità, silenziosamente».

  Messa a Santa Marta - Nel regno di Dio con mezzo euro in tasca

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Prete di frontiera, vescovo degli ultimi, profeta della pace. Lo hanno definito in tanti modi don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, in Puglia, tra il 1982 e il 1993, e presidente nazionale del movimento Pax Christi.... Non è azzardato, oggi, definire il vescovo salentino anticipatore dello stile di papa Francesco. Soprattutto nel linguaggio con il quale ha ridato nuova linfa all’insegnamento del Vangelo e al dialogo con i lontani. Lo stile di comunicazione di Bergoglio attinge a un linguaggio simbolico che entra immediatamente nell’immaginario collettivo. Tutti ricordano espressioni come “Chiesa ospedale da campo”, “periferie esistenziali”, “l’odore delle pecore”, “il sudario non ha tasche”, “Dio spray”, “globalizzazione dell’indifferenza” o la Chiesa “che non deve essere una baby sitter”.
Don Tonino, con la libertà profonda e la genialità dei profeti, usava espressioni analoghe per comunicare con i fedeli. Sua, ad esempio, la celebre espressione sulla "Chiesa del grembiule".
 
 
DON TONINO HA ANTICIPATO PAPA FRANCESCO

Il 25 ottobre a Catania, a San Giovanni Galermo, è stata intitolata una via a don Tonino Bello.

  Via Tonino Bello

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Per Francesco si preannuncia una stagione di grandi tensioni. La vecchia guardia curiale, che considera una “rovina per la Chiesa” la sua linea innovatrice, alimenta un’opposizione crescente e delegittimante. “I conservatori sono decisi a vendere cara la pelle”, afferma un assiduo frequentatore del palazzo apostolico. Sono sempre più velenosi, dietro le quinte, i commenti controil pontefice latino-americano...
Tuttavia il metodo principale per imbrigliare il riformismo del pontefice è creargli attorno una palude di inerzia, plaudendo alle sue parole e non facendo niente. La riforma della Curia, a cui sta lavorando il consiglio dei nove cardinali, si scontra con la passività ostile dei quadri vaticani. La promozione delle donne in posti di responsabilità, dove “si prendono decisioni” (come auspicò il pontefice), non fa un passo avanti. La Cei non ha nemmeno preso in considerazione il tema e le stesse donne dei movimenti cattolici non aprono bocca...

  Marco Politi:  Giochi di curia per sfinire il Papa (pdf)




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