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N.
B. La Lectio è temporaneamente sospesa
NOTA
Articoli,
riflessioni e commenti proposti vogliono
solo essere
un contributo
alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.
Le posizioni espresse non sempre
rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione.
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(GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
“Non
abbandonateci, non lasciateci soli”: lo ripete come un mantra,
monsignor Jean-Clement Jeanbart, arcivescovo greco-melkita di Aleppo,
una delle città martiri della guerra civile in Siria, mentre dall’altro
capo del telefono si sentono chiaramente gli scoppi dei mortai. “È
appena caduto un razzo katiuscia - dice mentre la sua voce viene quasi
del tutto coperta dal boato - siamo a circa cento metri dalla linea di
demarcazione, al confine della città antica. Ogni giorno muore
qualcuno”. La notizia del rapimento di 90 cristiani - “sono 87”
corregge prontamente - da parte dello Stato Islamico che ha conquistato
alcuni villaggi cristiani nel Khabour (Siria), è arrivata fino ad
Aleppo e adesso sale la preoccupazione per la loro sorte. “Speriamo che
possano essere liberati e tornare così alle loro case ma dopo quello
che abbiamo visto fare a questi barbari dell’Is in Libia, in Siria, in
Iraq c’è da aspettarsi di tutto”. Purtroppo, le notizie che giungono
non sono rassicuranti e parlano già di alcuni uccisi.
Per
un attimo mons. Jeanbart sembra dimenticare quanto gli accade intorno e
attacca senza mezzi termini l’inazione europea: “Quando accadono fatti
come decapitazioni, crocifissioni, esecuzioni sommarie, voi in Europa
siete soliti dormire per non vederli. La gravissima strage di Parigi, a
Charlie Hebdo, invece ha richiamato in meno di 24 ore i potenti del
mondo. Ma per questa gente innocente, colpevole solo di professare la
fede cristiana, nessuno spende mai una parola e ciò è davvero
terribile”. La stessa commozione il presule la riserva per la sua
città, la più antica del mondo, Aleppo, che non ha mai pensato di
abbandonare. E parla di “grave emergenza umanitaria”.
...
Aleppo urla di dolore: "Per i poveri cristiani non si spendono parole"
Papa Francesco, ad
Ariccia per gli esercizi spirituali, sta seguendo con preoccupazione la
situazione in Siria, da dove continuano a giungere notizie drammatiche
per la popolazione civile e in particolare per la piccola minoranza
cristiana. L’avanzata dei jihadisti del cosiddetto Stato islamico nel
Nord-Est della Siria ha fatto terra bruciata di numerosi villaggi
abitati in prevalenza da cristiani: sono saliti a circa 250 i
cristiani, tra cui anche donne e bambini, catturati dai miliziani
integralisti. Ascoltiamo il nunzio apostolico a Damasco, Mario Zenari,
al microfono di Sergio Centofanti per Radio Vaticana...
Ascolta il servizio: Il Papa prega per i cristiani in Siria. Zenari: si sentono abbandonati
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NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"
Dalla striscia di Gaza don Nandino Capovilla e il vescovo Giovanni Ricchiuti, Presidente di Pax Christi
Gaza? DIPENDE (video)
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Padre Jihad Youssef, 38 anni da
compiere, monaco dal 1999 e prete dal 2008. Siriano di rito maronita è
uno dei 10 religiosi che abitano a Deir Mar Musa, la comunità monastica
fondata negli anni '80 da padre Paolo dall'Oglio. Adesso è in Italia
per studiare, ma è pronto a rientrare. Nel suo racconto il coraggio di
chi mette in conto il martirio di sangue. Sotto le bombe cristiani e
musulmani
Daniele Rocchi: Nella Siria del terrore c'è un'oasi di pace per chi resta e spera
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Sono
passati quasi cinque anni dalla prima volta in cui, insieme ai
senatori della Commissione d’inchiesta sul Servizio Sanitario
Nazionale, sono entrato in un ospedale psichiatrico giudiziario
(Opg). Era l’11 giugno 2010 a Barcellona Pozzo di Gotto. Lì abbiamo
trovato un uomo della mia età, nudo, madido di sudore e legato con
delle garze a un letto di contenzione di ferro, con al centro un
buco per la caduta degli escrementi. Lo ripeto: quel letto non era
vuoto, c’era una persona in carne ed ossa dentro.
...
Per
gli internati deve valere un principio essenziale, affermato dalla
Corte Costituzionale: le esigenze di tutela della collettività
non possono mai giustificare misure tali da recare danno alla
salute del malato, quindi la permanenza negli attuali ospedali
psichiatrici giudiziari che aggrava la salute psichica dell’infermo
non può proseguire. Ecco cosa vuol dire chiudere gli OPG: una sanità
degna di questo nome, nel pieno rispetto della comunità e delle
vittime dei folli autori di reato. Questa non è una legge “per i
criminali”. Questa è una legge per tutti noi, per riconoscerci in
uno Stato che offre il rispetto che chiede. Perché la malattia
mentale non resti uno stigma del quale avere paura. (Fonte:
Il Manifesto del 4-3-2015 - Opg, da cinque anni combatto per chiuderli,
nessuno chieda ancora tempo per cancellarli di Ignazio Marino)
Riproponiamo
le uniche immagini reperibili in internet del video mandato in onda
domenica 20 marzo 2011 all’interno della trasmissione “Presa diretta”
(Rai Tre) condotta dal giornalista Riccardo Iacona con la presenza in
studio di Ignazio Marino.
Prima parte (video)
Seconda parte (video) Gli
Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), nati alla fine degli anni '70
in sostituzione dei manicomi criminali come strutture finalizzate alla
reclusione e, in teoria, al recupero di persone affette da malattie
psichiatriche, sono stati giudicati dalla Commissione parlamentare
d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale strutture "inconcepibili"
e che devono al "più presto" chiudere.
...
Il
Governo si è impegnato a chiuderli entro il 31 marzo 2013. Ma quali
sono le alternative sanitarie a questi "ultimi residui dell'orrore
manicomiale"? Con quali fondi verrà attuato il piano di dismissione e
quali sono le garanzie date dal Governo per raggiungere l'obiettivo?
Lo abbiamo chiesto a Stefano Cecconi, portavoce del comitato nazionale StopOpg.
Opg. Chiuderli non basta
Fine
degli Ospedali psichiatrici giudiziari. «Senza ulteriori proroghe», dal
1° aprile l’amministrazione penitenziaria inizierà «gradualmente» il
trasferimento degli internati. Parla Roberto Piscitello, direttore
generale dei detenuti e del trattamento del Dap
«Dalla pena alla cura», il tramonto degli Opg
Vai al sito
Vedi anche alcuni dei nostri post precedenti:
- Viaggio nell'orrore degli ospedali psichiatrici giudiziari
- Opg: un orrore prorogato
- OPG: Si cambia tutto per non cambiare niente?
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L’umanizzazione del malato mentale,
paradigma del “prendersi cura” dell’altro
(sac. Pippo Insana – p. Gregorio Battaglia ocarm)
ITINERARIO DI FORMAZIONE
PER LA VITA CRISTIANA
Vicariato di Barcellona PG (ME)
Anno 2015
CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO
La forza umanizzante del Vangelo
16 FEBBRAIO 2015
...
Le persone inferme di mente, persone "senza voce" e, se noi non ci
impegniamo alla piena attuazione della normativa, che prevede tanti
buoni servizi, siamo responsabili del grave disagio delle persone
inferme di mente che lasciamo ai margini e a cui non permettiamo di
vivere in modo dignitoso, siamo contro la vita! ...
video
Vedi anche il nostro post precedente:
Opg: chiusura 31 marzo 2015? ... e poi?
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L’associazione fondata da don
Fortunato Di Noto ha individuato su Internet 574.116 foto, rilevato
95.882 video pedofili di minori da 3 a 13 anni, 621 immagini di
neonati. Dietro i numeri, bambini abusati, "in molti casi anche
sodomizzati e torturati". In "aumento vertiginoso" i neonati violati da
donne (70%). 7.712 i siti web monitorati e segnalati alle autorità, 180
le comunità sui social network
Giovanna Pasqualin Traversa: Pedofilia, tra gli "orchi" in aumento le donne e tante foto di neonati
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“PERSEVERANTI NELLA COMUNIONE”
HOREB n. 69 - 3/2014
PERSEVERANTI NELLA COMUNIONE
HOREB n. 69 - 3/2014
TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI
«Padre
santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una
cosa sola, come noi» (Gv 17,11). Nel mistero della sua Pasqua Gesù ci
rende tutti figli di Dio e fratelli tra di noi e quindi nella preghiera
al Padre, poco prima di affrontare la sua passione, esprime il
desiderio che gli uomini accolgano il dono del suo Spirito e vivano da
fratelli e raccontino nella storia il rapporto d’amore presente nella
Trinità santa.
Accogliere,
pur nella fragilità della nostra esistenza, questo desiderio di Gesù
significa guardare all’altro non come a un limite o come a un nemico,
ma come a un fratello, come a colui che dà senso alla propria vita e
quindi creare rapporti di comunione che si esprimano nella solidarietà
e nella responsabilità verso l’altro.
Oggi,
si parla tanto di solidarietà e di comunione, ma, poi, spesso prevale
una cultura dell’individualismo che porta a salvaguardare i propri
interessi sia a livello personale che collettivo, per cui rimangono
grosse spaccature nella nostra società, sia a livello internazionale
che di vicinato.
In
fondo non è la proposta della solidarietà e della comunione a guidare
le scelte personali e di un popolo, ma è la paura; e in questo
orizzonte, spesso prevale la legge del più forte, di chi meglio sa
imporre la propria opinione ricorrendo a ogni possibile manipolazione o
demagogia.
Di
conseguenza l’umanità si ritrova divisa e con barriere enormi tra Nord
e Sud, ricchi e poveri, normali e anormali, giovani e vecchi,
efficienti e non efficienti. A molti è negato il diritto a una vita
dignitosa: al lavoro, alla possibilità di formarsi una famiglia,
all’abitazione, all’educazione, alla salute.
Di
fronte a questa disumana situazione è urgente dare ascolto alla
preghiera di Gesù e accogliere la sua passione per la vita. Animato da
Cristo, il credente potrà “perseverare nella comunione” e farsi
solidale con gli emarginati, di qualsiasi razza, cultura e religione,
facendosi loro compagno di viaggio. In Cristo, il credente imparerà a
condividere la sorte dei calpestati, dei crocifissi di oggi e,
spartendo la sua vita con loro, si farà attivamente critico verso le
strutture, le leggi inventate da alcuni per defraudare altri uomini
degli spazi di libertà, e per ridare speranza all’uomo a cui la vita è
negata.
Dentro questo orizzonte si colloca la presente monografia.
...
Editoriale (PDF)
Sommario
(PDF)
E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
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CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO La forza umanizzante del Vangelo - ITINERARIO DI FORMAZIONE PER LA VITA CRISTIANA Anno 2015
CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO
La forza umanizzante del Vangelo
ITINERARIO DI FORMAZIONE
PER LA VITA CRISTIANA
Anno 2015
Vicariato di Barcellona PG (ME)
Finalità: aiutare la formazione e favorire la comunione tra presbiteri, religiosi/se e cristiani laici..
Destinatari: tutti i cristiani e gli operatori pastorali.
Locandina incontri (PDF)
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I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2015 - AFFIDATI AD UNA PROMESSA Il cammino umano e di fede dei Patriarchi
I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2015
della Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME) AFFIDATI AD UNA PROMESSA Il cammino umano e di fede dei Patriarchi
Dal 28 Gennaio all’11 Marzo
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L'amore mi trasforma...
Ogni domenica, ascoltando la Torah...
Cari fratelli e sorelle, tutti noi abbiamo bisogno...
Il cammino di Gesù sempre ci porta... Con Pietro, Giacomo e Giovanni saliamo...
... Un po' di misericordia rende il mondo...
Shahbaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan fu assassinato il 2 marzo 2011 a Islamabad
Voglio che la mia vita...
Chi sono io per...
Tutti insieme, Vescovi, presbiteri, persone consacrate e fedeli laici...
Bisogna custodire la gente...
Dove non c'è onore...
In una civiltà in cui...
Aspiriamo tutti ardentemente...
Sì, è vero, io stesso sono vittima...
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Il 28 febbraio 2013 Benedetto XVI si congeda dai Cardinali e raggiunge Castel Gandolfo
riproponiamo lo SPECIALE di TEMPO PERSO:
"Benedetto XVI rinuncia al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro"
Prima di salutarvi...
Non sono più Pontefice...
Solo un Papa come Benedetto XVI...
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'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)
Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino
Vangelo: Mc 9,2-10
Il brano del Vangelo di questa seconda domenica di quaresima sottolinea e sigilla la precedente "sezione dei pani"(6,30-8,21) e la rivelazione del Messia "servo sofferente" fatta a Pietro (8,27-38).
Il
pane che Gesù spezza e condivide è il nutrimento per la vita dei
credenti, perché nella traversata del tempestoso mare dell'esistenza "non vengano meno"(8,3),
non diventino facile preda dello scoraggiamento di fronte alla morte
terribile e infamante che il Signore dovrà subire a Gerusalemme.
Nella
consapevolezza di quello che sta per accadergli, Gesù prende con sé
Pietro, Giacomo e Giovanni, rappresentanti della Chiesa dei primi
tempi, e li conduce con sé sopra un monte alto perché facciano
personale esperienza della vita autentica, della vita che non ha fine,
una vita che va oltre la morte fisica: l'esperienza stessa della sua
Vita divina.
...
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"Abramo amico di Dio,
amico degli uomini"
di Gregorio Battaglia, ocarm
(VIDEO INTEGRALE)
I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2015
della Fraternità Carmelitana
di Barcellona P.G. (ME)
AFFIDATI AD UNA PROMESSA
Il cammino umano e di fede dei Patriarchi
4 FEBBRAIO 2015
ABRAHAMO: L’UOMO DELL’OSPITALITÀ E DELL’AMICIZIAAbrahamo
è soprattutto l’uomo della tenda. Essa serve ad illustrare in modo
plastico la sua condizione di “straniero e pellegrino”. E’ vero che
egli ha avuto la promessa di una terra, ma adesso egli la percorre in
lungo ed in largo senza poter avanzare alcuna pretesa su di essa. Così
egli impara a crescere nella fiducia nel “Dio della promessa”, ben
sapendo che i tempi del compimento sono conosciuti unicamente da Lui. Questa
sua condizione di uomo senza diritti lo porta a sperimentare la
gratuità ed anche il valore dell’essere accolti. Man mano che egli va
invecchiando scopre, con grande suo stupore, che il mondo non è
soltanto il luogo dell’inimicizia e dell’invidia, ma è anche uno spazio
ospitale. L’inizio del capitolo XVII si premura di farci sapere che
Abrahamo ha già raggiunto la bella età di “novantanove anni”, ma l’invecchiamento fisico corrisponde in lui ad una acquisizione sempre più profonda di una grande maturità umana. Ed è proprio in questo capitolo che per la prima volta si parla del “sorridere” di
Abramo. Dio si è fatto ancora presente nella vita di Abrahamo,
apparendogli e rinnovando con lui la sua alleanza, il suo patto ed in
più cambiandogli il suo nome:“Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abraham” (Gen 17,5).
Il cambiamento di nome sembra in effetti un piccolo dettaglio poco
significativo, tanto che nelle traduzioni il nome resta sempre lo
stesso, ma l’inserimento di una “h”, che è una lettera aspirata,
significa che la sua vita è interiormente mossa dallo Spirito. La
maturità che Abrahamo lascia trasparire, è allo stesso tempo frutto
della sua esperienza di vita, ma, ancor di più, è dono che gli viene
conferito dalla presenza del Dio vivente. Di fronte alle contraddizioni
che chiudono gli orizzonti della sua vita in modo brutale ed umiliante,
egli impara man mano a scoprire nel mistero delle cose la luminosità
affiorante di un sorriso: il sorriso di Dio. Egli va rendendosi conto
che più impara a sostare e a guardarsi attorno e più il mondo gli
sorride, anzi è lo steso sorriso di Dio a venirgli incontro. Così di
fronte all’annuncio divino della prossima maternità della moglie Sara
egli può aprirsi ad un sorriso contenuto e disteso: “Allora Abrahamo si prostrò con la faccia a terra e rise” (Gen 17,17). Alla
soglia dei cento anni Abrahamo si presenta come un uomo, che è sempre
meno tentato dalla fretta o dalla voglia di fare da sé. Il suo
prostrarsi a terra e l’accettazione del rito della circoncisione sono
espressione significativa del suo stato interiore, sempre più aperto a
credere che non c’è “qualcosa impossibile per il Signore” (Gen 18,14).
1. Abrahamo: dal sentirsi ospitato al dare ospitalità Nel
suo peregrinare di luogo in luogo Abrahamo ha potuto sperimentare le
doppiezze e le ipocrisie degli uomini, ma allo stesso tempo ha potuto
gustare il dono dell’accoglienza, che gli ha permesso di poter abitare
una terra, che gli è stata promessa, ma che di fatto non gli
appartiene. Egli è un semplice “immigrato”,
che riceve tutto come dono, ma è proprio questa esperienza a far
maturare in lui la sapienza dell’ospitalità. Abrahamo ha già dimostrato
di saper condurre una guerra, quando si è trattato di intervenire a
favore del nipote Lot (cf Gen 14, 1-16), ma nel prosieguo del cammino
ha sempre meglio compreso il valore dell’ospitalità, che ormai per lui
è una legge, che condiziona le sue scelte ed il suo modo di stare in
questo mondo. Tutta la
tradizione ebraica vede in Abrahamo un’autentica vocazione
all’ospitalità. Essa ha la forza di infrangere i labirinti delle
diffidenze e delle chiusure autoreferenziali per andare incontro
all’altro senza paura della sua diversità. In effetti la via dello shalom,
della fecondità della vita è strettamente legata alla pratica
dell’ospitalità, che tenta di costruire una società dove le diversità
si possano riconciliare ed integrare tra di loro. La
legge dell’ospitalità permette di superare quell’inevitabile
insicurezza, che la venuta dell’estraneo produce in chi si sente di
casa nel proprio territorio. Essa costituisce, in effetti, il più
importante codice sociale, che in tante culture permette di trasformare
la paura ed il sospetto in apertura di credito all’altro, anche se non
è stata ancora possibile una sia pur minima conoscenza. La legge
dell’ospitalità colloca di fatto tutti e due, ...
video
Guarda anche il video già pubblicato:
video "Abramo, uomo di fede" di Gregorio Battaglia,ocarm (VIDEO INTEGRALE)
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A quattro anni dalla morte di Shahbaz Bhatti, il suo ricordo nel luogo memoriale dei martiri e testimoni della fede
Quattro anni fa veniva assassinato in un attentato terroristico Shabhaz Bhatti, ministro per le minoranze in Pakistan.
La
Comunità di Sant’Egidio, a cui il ministro ucciso era legato da una
lunga amicizia e da una stretta collaborazione, ha ricordato
l’anniversario della morte, avvenuta il 2 marzo 2011 a Islamabad,
insieme all’Associazione dei Pakistani cristiani in Italia.
Luogo
di questa memoria, una liturgia eucaristica celebrata a Roma presso la
Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, che è anche luogo
memoriale dei martiri del XX e XXI secolo. Presente alla cerimonia il
rappresentante dell’ambasciata pakistana a Roma.
“Vogliamo
vivere questo tempo di Quaresima ‘ai piedi di Gesù’ come ha scritto
Shabhaz nel suo testamento spirituale” - ha detto il rettore della
basilica don Angelo Romano durante l’omelia – “invochiamo il Signore
perché il popolo pakistano, di cui Bhatti è figlio, non sia più vittima
della violenza”.
Nel
corso della liturgia, particolarmente toccante è stato il gesto dei
bambini, che in processione si sono recati a baciare la Bibbia
appartenuta a Shahbaz e conservata presso la Basilica. (fonte: Comunità di Sant'Egidio)
...
“Finché avrò vita – si legge nel testamento di Bhatti – continuerò a
servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i
bisognosi e i poveri”. Un servizio che continua grazie alla sua
associazione, fondata nel 2002, e che oggi è guidata dal fratello Paul
Bhatti. Al microfono di Benedetta Capelli così ricorda quella
drammatica giornata:
R.
– Ogni volta che arriva questo mese di marzo, chiaramente si riaccende
la memoria di quel momento, quando io ero medico qui in Italia: mio
fratello, già da qualche tempo, mi continuava a richiamare in Pakistan,
per andare a lavorare insieme con lui. Avevo una vita tutto sommato
tranquilla, per me e per la mia famiglia; mia madre viveva con lui e
mio padre era deceduto un mese prima del suo assassinio. Quel giorno
stavo andando in clinica, a Treviso: era mattina, ho sentito la notizia
del suo assassinio. E’ stata una notizia veramente scioccante e ha
completamente cambiato la mia vita e quella della mia famiglia per
sempre! Immediatamente mi sono preoccupato per mia madre, perché mia
madre viveva con lui… Poi ho saputo che lei avevo sentito addirittura
gli spari, quando hanno ucciso mio fratello, perché era vicino casa.
Nonostante tutto, io ho visto come mia madre sia stata coraggiosa,
quanto ha trovato forza nella sua fede. Addirittura quando sono andato
a dirle che avrei voluto continuare la missione di mio fratello, lei mi
ha detto: “Sì, perché la sua missione deve continuare!”. Io ero molto
arrabbiato e quando sono tornato in Pakistan pensavo di dire addio per
sempre al mio Paese. Ma poi sono rimasto lì, e sono rimasto anche
volentieri. Avevo la carica e avevo la voglia di continuare la sua
missione, vedevo i lavori bellissimi che aveva fatto; ho vissuto
l’amore che lui aveva condiviso con le altre fedi, con i musulmani, con
i politici e con le guide religiose di varie fedi. E’ stata
un’esperienza bellissima! Nella mia carriera in Pakistan ho avuto più
appoggio dai musulmani che da persone di altre religioni. Sono sicuro
che, prima o poi, si vedrà la pace, vedremo i risultati della missione
di Shahbaz, il suo sogno di una convivenza pacifica e specialmente la
protezione dei più poveri, di quelli più emarginati e dei perseguitati
si avvererà.
D.
– A quattro anni distanza, cosa ha seminato – secondo lei – il
“sacrificio commovente”, come lo aveva definito Benedetto XVI, di suo
fratello?
Pakistan, anniversario morte Bhatti. Il ricordo del fratello Paul
Vedi anche alcuni dei nostri post precedenti:
- Shahbaz Bhatti martire dei nostri giorni
- Il ricordo di Shahbaz Bhatti a un anno dalla sua morte
- Per non dimenticare Shahbaz Bhatti...
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Il processo di Shahbaz
Bhatti procede a rilento, anzi, non procede proprio. Il
ministro cattolico per le Minoranze è stato ucciso a Islamabad
quattro anni fa, il 2 marzo 2011. La sua auto è stata crivellata
di colpi nella capitale. Nonostante la polizia
abbia arrestato i suoi assassini, che hanno ammesso di averlo
ucciso perché «Bhatti ha difeso i blasfemi», cioè Asia Bibi,
ingiustamente condannata a morte per blasfemia, non si è ancora
arrivati alla soluzione del caso.
Leone Grotti: Quattro anni dopo la morte di Shahbaz Bhatti, il processo è in alto mare
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Che ritratto dipingerei di Gesù? Io non l'ho mai visto e anche se più
volte bramo vedere il suo volto continuo a non vederlo... Nessuno ha
mai visto Dio, Gesù lo ha spiegato a noi, lo ha raccontato (cf. Gv
1,18), ma da noi, da me non è stato mai visto. Sì, lo amo, in lui c'è
tutta la mia fiducia, la mia speranza, il mio amore, ma non l'ho mai
visto, ho sempre e soltanto ascoltato chi mi ha parlato di lui, ho
ascoltato i suoi amanti e così mi pare di conoscerlo... Più lo conosco,
più lo amo: ho verificato nella mia vita com'è vero che più lo ascolto,
più lo conosco e di conseguenza più lo amo. L'amore basta all'amore.
Dunque,
come rendere conto della speranza che è in me, della speranza che è
Dio, il Dio vivente e vero che ha rivelato il suo volto in Gesù di
Nazaret, il Messia? Ciascuno di noi non solo ha un’immagine
personalissima di Gesù, ma con la propria vita tratteggia un aspetto
del suo volto, ne dipinge una sfumatura, ne mette in luce un
particolare.
...
Ormai
da più di sessant’anni sono un cristiano consapevole di esserlo, un
discepolo di Gesù il Messia che cerca di seguirlo ovunque vada: dovendo
dire oggi chi è per me Gesù, direi che è l’inviato da Dio venuto non
per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori. Solo
così posso pensare che è il mio Signore! Solo così lo confesso come
colui che ha raccontato il Dio vivente. Sovente ormai penso all’ora in
cui mi chiamerà a sé: da un lato è il Signore che mi chiamerà in
giudizio perché appartengo agli ottocento milioni di ricchi che nel
mondo vivono nell’abbondanza grazie al lavoro, allo sfruttamento, alla
povertà degli altri 5 miliardi; mi chiamerà in giudizio perché so di
aver commesso il male, di non essere meno peccatore degli altri che io
ho conosciuto da vicino. D’altra parte aspetto Gesù il Messia, mio
fratello, che mi farà posare il capo sul suo seno, mentre mi presenterà
al Padre sussurrandomi “Vieni al Padre…”. Allora – io lo spero
veramente, anche se ho timore grande – il male da me commesso sarà
purificato, le mie lacrime saranno asciugate, e con me ci saranno tutti
quelli che ho amato (amato bene o amato male) su questa terra. Anzi,
siccome amo questa terra e le sono fedele, spero di abitare in modo
nuovo questa terra ormai diventata “terra del cielo” la cui primizia
ora è Maria, madre dei credenti. Questa terra trasfigurata, questa
terra redenta, questa terra nuova sarà la dimora del regno di Dio.
Sì,
chi sarà per me Gesù, il Veniente per tutti i miei fratelli e le mie
sorelle in umanità? Attendo, spero sia come l’ho amato e conosciuto, ma
non sono certo di questo: Dio è tanto più grande del nostro cuore...
Amico di una vita dal volto sconosciuto
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La storia li ha separati. Un pellegrinaggio “penitenziale” tornerà a
riunirli. Sui passi che il loro fondatore, san Francesco, percorse nel
1209 per andare da Assisi a Roma. I frati dell’Ordine francescano
escono dai loro conventi che formano il polmone spirituale della
cittadina umbra e si mettono in cammino dalla “patria” del Poverello al
centro della cristianità. «Con san Francesco da papa Francesco» è il
filo conduttore del viaggio a piedi che porterà nove religiosi di
Assisi fino a piazza San Pietro. Sette giorni di marcia per questa
delegazione che idealmente tornerà a unire i quattro rami maschili
scaturiti dal carisma del santo: i Minori, i Minori Conventuali, i
Minori Cappuccini e il Terz’Ordine Regolare. «Sarà una sorta di predica
senza voce per dire a quanti incontreremo l’amore di Dio e per
testimoniare la nostra fede», spiega fra’ Marco Moroni in una nota che
presenta l’iniziativa.
Più
dimensioni si legheranno in questo evento: il richiamo alla Quaresima,
l’Anno della vita consacrata, il desiderio di confermare la fedeltà al
Papa, l’omaggio a Bergoglio dopo la sua visita ad Assisi del 4 ottobre
2013. Ma il pellegrinaggio di 185 chilometri sarà soprattutto
un’“anteprima” dell’itinerario quadriennale che vedrà insieme i rami
maschili presenti ad Assisi. Una sfida che nella settimana di marcia
sarà rappresentata da un segno: il cingolo di Francesco. È la reliquia
che i “figli” del Poverello avranno con loro. «Non solo esso rimanda ai
tesori della vita consacrata – afferma fra’ Pasquale Berardinetti, uno
dei referenti del progetto e responsabile della comunicazione dei Frati
Minori dell’Umbria –. Per la nostra famiglia religiosa ha anche un
valore proprio: chi appartiene ai quattro rami ha abiti diversi ma il
cingolo è identico. Ciò dice l’impegno comune a vivere lo spirito di
Francesco». E la reliquia, aggiunge fra’ Moroni, «sarà conforto,
protezione e simbolo di unità»....
Nove frati con la reliquia a piedi da Assisi a Roma
I
nove frati francescani che fino a giovedì 12 marzo saranno protagonisti
del pellegrinaggio a piedi «Con san Francesco da papa Francesco»
chiedono a tutti di camminare con loro. «Vogliamo essere accompagnati
in questo percorso. Perché l’iniziativa non sia uno dei "fatti nostri"
ma una via di condivisione e fraternità», sottolinea fra’ Marco Moroni.
Giorno dopo giorno i religiosi racconteranno la loro esperienza sul web
attraverso messaggi e fotografie che verranno pubblicati sui siti di
Assisi dei quattro rami maschili dell’Ordine francescano (Minori,
Minori Conventuali, Minori Cappuccini e Terz’Ordine Regolare):
- www.assisiofm.it;
- www.sanfrancescopatronoditalia.it;
- www.fraticappucciniassisi.it;
- www.provinciasanfrancescotor.it.
06/03/2015 13:50
Inizia il pellegrinaggio dei frati di Assisi verso Roma
Un
monte Subasio innevato ed una Assisi piuttosto ventosa sono i primi due
particolari che i nostri frati pellegrini verso Roma hanno certamente
notato questa mattina recandosi alla Tomba di San Francesco per
ricevere, dalle mani del Custode del Sacro Convento – fr Mauro Gambetti
–, e dal Custode della Porziuncola – fr Rosario Gugliotta –, la
benedizione ed il mandato di inizio pellegrinaggio...
Benedizione, mandato e affidamento alla Vergine degli Angeli
Un’iniziativa
nata tra i frati francescani di Assisi, appartenenti ai quattro rami
maschili dell’Ordine fondato da san Francesco (Minori, Minori
Conventuali, Minori Cappuccini, Terz’Ordine Regolare), e fatta propria
dai rispettivi Ministri generali.
Un
pellegrinaggio per dichiarare il desiderio di camminare insieme, o
meglio di fare sempre più quanto già da tempo si fa nella pastorale e
nella vita accademica e di fraternità, a dispetto della “differenza
cromatica” – segno evidentemente di quella giuridica – dei quattro
abiti religiosi.
DATE
6 - 13 marzo 2015
PARTECIPANTI
fra Angelo Gatto ofmcap fra Carlos Acacio Gonçalves Ferreira ofmcap fra Daniele Maria Piras ofm fra Danilo Cruciani ofm fra Edoardo Sturaro ofm fra Janez Šamperl ofmconv fra Jorge Fernandez ofmconv fra Marco Moroni ofmconv (logistica) fra Pio Amran Sugiarto Purba ofmconv fra Ryszard Stefaniuk ofmconv
PERCORSO
Venerdì 6 Assisi - Foligno Sabato 7 Foligno - Spoleto Domenica 8 Spoleto - Terni Lunedì 9 Terni - Otricoli Martedì 10 Otricoli - Rignano Flaminio Mercoledì 11 Rignano Flaminio - Prima Porta Giovedì 12 Prima Porta - Piazza San Pietro
Mandato e benedizione presso la Tomba di San Francesco.
Affidamento alla Vergine degli Angeli alla Porziuncola.
Inizio del pellegrinaggio dei frati delle quattro famiglie francescane di Assisi verso Roma con una reliquia di San Francesco.
video
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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni |
SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA
NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"
Si chiama "21/21" l'iniziativa ideata
dal Comitato don Peppe Diana in vista del ventunesimo anniversario, che
cadrà il 19 marzo prossimo, della morte ad opera di un killer del clan
dei Casalesi del sacerdote che aveva sfidato apertamente la camorra. Un
filo rosso, quello caratterizzato dal numero "21" che legherà tutte gli
eventi in ricordo del prete ucciso il giorno del suo onomastico nella
sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe. A
partire dal primo marzo sulla pagina Facebook denominata "21/21 per don
Peppe Diana" sarà possibile consultare, scaricare e contribuire ad
arricchire la bacheca con 21 parole, 21 scritti, 21 iniziative, 21
immagini, 21 canzoni, 21 messaggi di artisti, 21 scuole per don Diana
ma anche 21 libri e 21 considerazioni.
L'obiettivo, dicono i promotori, "è generare un tamtam di cittadinanza
attiva che non conosce limiti nel bisogno di comunicare il cambiamento
del territorio"...
Don Diana, 21 parole per ricordarlo
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... Sarebbe anche fin troppo
facile smontare l'appropriazione indebita a forza di citazioni,
saccheggiando quello che don Milani ha detto e lasciato scritto, ma
sarebbe riduttivo, perché l'incompatibilità tra Salvini e don Milani è,
ancor prima che nel merito, nel metodo. Tutto il lavoro che don Milani
nella sua vita ha fatto, al di là delle parole dette, ha mirato a una
sola cosa: dare ai poveri, ai fragili, ai marginali parole e
cultura sufficienti per difendersi da chi avrebbe potuto prevaricarli e
tirarli dalla propria parte a suon di slogan a buon mercato. Voleva che
imparassero a difendersi, con la forza della ragione, dalla politica
che parla alla pancia, indipendentemente dal suo colore. La sua era,
prima di tutto, una scuola di senso critico. Non solo, nella sua scuola
si studiavano lingua e lingue: i suoi ragazzi imparavano a vivere
aperti all'Europa e al mondo, andavano a imparare, lavorando in
fabbrica o nei campi, il tedesco in Germania, l'Inglese in Inghilterra,
l'arabo in Algeria.
Basterebbe questo a segnare la distanza con Salvini. Ma v'è di più.
Nella scuola di don Milani le porte erano aperte, non solo in uscita
per andare nel mondo a imparare, ma anche in entrata...
... siamo abbastanza convinti che se ci fossero in giro tanti don Milani, i Salvini di turno avrebbero minor seguito.
CARO SALVINI, NON CITI A SPROPOSITO DON MILANI
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Parla Michele Gesualdi, figlio
spirituale del priore di Barbiana: i valori della Lega poco hanno da
dividere con l'insegnamento di don Milani.
Michele Gesualdi: "Salvini, don Lorenzo per te sarebbe straniero"
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
IN DIALOGO CON LA CITTÀ - 2015
CUSTODI DELL’UMANO
VICARIATO DI BARCELLONA P.G. (ME)
"LA CHIESA NELLA CITTÀ: TRA COMPAGNIA E PROFEZIA"
CHIESA DI S. GIOVANNI BATTISTA IN BARCELLONA P.G. (ME)
Presiede e modera: sac. Giuseppe Turrisi, vicario foraneo.
Intervengono: Gino Trapani e Andrea Italiano della Pro Loco “Alessandro Manganaro”, fr. Egidio Palumbo, carmelitano.
Guarda anche la locandina: "LA CHIESA NELLA CITTÀ: TRA COMPAGNIA E PROFEZIA" (PDF)
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Costruire
una comunità aperta, «non un rifugio sicuro», altrimenti «si rischia
che diventi solo un ripostiglio, luogo dove viene accantonata anche
roba inutile, perché essa è il luogo concreto in cui Dio si rivela,
spezza la sua forza di risurrezione per ciascuno di noi e dove l’uomo
si libera». Il cardinale Francesco Montenegro, tornato nella sua
Agrigento dopo avere ricevuto la porpora nell’ultimo Concistoro, è
stato accolto dai fedeli in occasione del Pontificale per la festa di
San Gerlando, patrono della città e della diocesi. La celebrazione si è
svolta nella chiesa di San Domenico, non nella cattedrale di San
Gerlando chiusa da quattro anni per pericolo di crollo, mentre la
processione con le reliquie del santo è stata annullata a causa del
maltempo. «Si è comunità quando insieme si va con Cristo e verso Cristo
e con lui verso gli altri – ha detto Montenegro nell’omelia –. Sbaglia
chi cerca nella comunità quell’atmosfera di favola che, facendo dire 'e
vissero felici e contenti', esclude dagli altri o li esclude. Il non
dialogo è esclusione ». E ancora: «Non si fa comunità solamente per
riempire il tempo libero o per stare bene insieme tra brava gente – ha
aggiunto il cardinale Montenegro –. Essa non è una semplice possibilità
di socializzazione, ma il luogo dove l’amicizia deve diventare
fraternità, la collaborazione lavoro comune per portare la liberazione
che Dio vuole per gli uomini, i programmi fedeltà a Dio che opera nella
storia, i rapporti interpersonali amore disinteressato verso tutti i
fratelli». Vivere il Vangelo fino in fondo è l’unico
modo per essere credibili. Una radicalità che in questo territorio
significa anche non dimenticare che l’accoglienza va garantita sempre e
comunque a chi bussa alle porte di casa nostra. La diocesi di
Agrigento, Lampedusa in particolare, vive la difficoltà degli sbarchi
di migranti provenienti dall’Africa, ma non si può essere cristiani e
rifiutare di accogliere i migranti. Lo ha ribadito anche nel suo
messaggio per la Quaresima, durante la celebrazione delle Ceneri ad
Agrigento, il cardinale Montenegro, che è anche presidente della
Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale italiana e
della fondazione Migrantes. Guardando all’interno delle comunità
ecclesiali, ha usato toni molto duri nei confronti degli operatori
pastorali che storcono il naso di fronte alla nuova ondata di arrivi
sulle coste siciliane. «Il digiuno, se diventa carità, pulisce il cuore e gli occhi, e fa riconoscere il volto di Cristo nei fratelli vicini e lontani…
anche nelle colonne di schiavi che i faraoni e gli Erode di oggi
continuano a condannare alla fame e anche alla morte. Gli sbarchi nella
nostra terra sono l’aperta denuncia delle tragedie legate al
terrorismo, ai genocidi, agli attentati, ai disastri ecologici – ha
sottolineato –. E noi credenti, davanti a tutto questo, non possiamo
restare spettatori, né possiamo sentirci a posto con la nostra fede se
pensiamo che questa gente (per qualcuno gentaglia) deve tornarsene
indietro perché sono un inquietante disturbo. Convinciamoci che
rifiutarli e disprezzarli è rifiutare e disprezzare Cristo». E qui ha
aggiunto: «Stento a capire come ci si possa definire buoni cristiani
o impegnati operatori pastorali, se poi si nutrono sentimenti
antievangelici o si resta indifferenti dinanzi a tanti fratelli
immigrati. Agli operatori pastorali che pensano così consiglio, anche
per coerenza personale, di sospendere il loro servizio nelle comunità.
Il Vangelo o si accoglie e si annunzia tutto o non si è cristiani». (Fonte: Avvenire 26/02/2015)
Mercoledì
18 febbraio con la celebrazione delle Sacre Ceneri ha avuto inizio la
Quaresima. Il card. Francesco Montenegro ha presieduto il sacro rito
nella chiesa Sant’Alfonso di Agrigento. Di seguito vi proponiamo il
testo integrale dell’Omelia che il cardinale ha tenuto durante la Santa
Messa. Nella prima celebrazione da cardinale, S.E. Montenegro ha
espresso un monito a quegli operatori pastorali e cristiani in genere
che nutrono sentimenti anticristiani o restano indifferenti dinanzi ai
bisogni dei più deboli, a quanti vivono in questa condizione di
incoerenza con il Vangelo il cardinale ha consigliato di sospendere il
loro servizio nella comunità in cui operano.
Montenegro ai cristiani: "a chi nutre sentimenti antievangelici sospenda il suo servizio nella comunità"
Il
24 febbraio, nella cappella del Coretto della Cattedrale di Agrigento,
l'arcivescovo, Francesco Montenegro, ha presieduto i vespri solenni in
onore di San Gerlando alla presenza del Capitolo della Cattedrale di
Agrigento, del serminario di Agrigento, dei fedeli convenuti per
onorare il santo patrono della città e arcidiocesi di Agirgento.
Pensando a S. Gerlando l'arcivescovo ha presentato alcune brevi considerazioni:
"Viviamo
in un tempo - ha detto il card. Montenegro - che ha bisogno di profezia
e di speranza; di testimonianza e di amore; di presenza e di servizio;
di incarnazione e di comunione; di cristiani che sanno farsi carico dei
feriti di questo mondo; di testimoni appassionati. (Neppure i tempi di
Gerlando furono facili). C’è
bisogno di donne e uomini che si lasciano portare dall’ebbrezza della
Pasqua; che non riducono la profezia a buonismo; che non vogliono
essere voci anonime tra le tante; che rifiutano il ruolo di lucignoli
fumiganti ma vogliono essere fiamme ardenti; non compiacenti verso un
cristianesimo della festa ma da vivere nella quotidianità".
"Ci vogliono insomma santi"
ha esclamato l'arcivescovo e citando Giovanni Paolo II che ricordava ai
giovani “Non abbiate paura di essere i Santi nel Nuovo Millennio” ha
detto: "Essere santi, infatti, non significa essere dei Mastrolindo, ma
persone vere, coraggiose, capaci di andare contro corrente, perché 'la
santità è la misura alta della vita cristiana ordinaria' (NMI 31). È santo chi è capace di essere straordinario nel fare le cose ordinarie. Spesso
- ha proseguito - non si considerano il lavoro, lo studio, i rapporti
di amicizia come opportunità per vivere la santità. Il calciatore,
invece, diventa santo giocando la sua partita e facendo gol, il
ragioniere facendo calcoli, la casalinga badando alla casa. Paolo VI
diceva: 'Cristiano, sii cosciente; cristiano, sii coerente; cristiano,
sii fedele; cristiano, sii forte; in una parola: cristiano, sii
cristiano'. Vivere la santità non è fare miracoli, quelli che
meravigliano, semmai quelli di ogni giorno possibili a tutti, ma è
“vivere una vita in modo tale che non si potrebbe spiegare se Dio non
esistesse”. S. Gerlando è santo perché ha fatto bene il Vescovo!..
FESTA DI SAN GERLANDO, il Card. Montenegro: "Essere santi non significa essere dei Mastrolindo, ma persone vere e coraggiose"
video
Un passaggio dell'omelia del card. Montenegro in occasione del Pontificale di San Gerlando patrono di Agrigento:
... La comunità è il risultato di una scelta di fede:
consegnarsi cioè senza calcoli alla sorpresa divina per lasciare il
segno del suo passaggio. La comunità c’è per essere nel mondo lievito
di rinnovamento e rendere visibile l'amore di Dio. Una comunità che si
chiude, che resta anonima e insignificante per la storia rende Cristo
muto e blocca la risurrezione. I credenti insieme devono essere
protagonisti e forze vive nel movimento in avanti del territorio in cui
si vive e perciò dell'umanità, così da essere punto di riferimento per
quanti lottano seriamente per la liberazione dell'uomo. Questo per dire
che non si fa
comunità solamente per riempire il tempo libero o per stare bene
insieme tra brava gente, essa non è una semplice possibilità di
socializzazione, ma il luogo dove l’amicizia deve diventare fraternità,
la collaborazione lavoro comune per portare la liberazione che Dio
vuole per gli uomini, i programmi fedeltà a Dio che opera nella storia,
i rapporti interpersonali amore disinteressato verso tutti i fratelli. Per
questo motivo sono incomprensibili gli arroccamenti delle e nelle
parrocchie, la mancanza di dialogo tra i gruppi di una stessa
parrocchia e la scarsità di collaborazione tra le comunità di uno
stesso territorio, quasi che ognuno sia detentore del Signore e Lui non
fosse uno solo e uno per tutti. Mentre cantiamo sino a sfiatarci:
“Dov’è carità e amore, là c’è Dio”, la frammentazione rende attuale la
denuncia di Paolo: “«Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E
io di Cefa», «E io di Cristo!»…”.Con Lui dobbiamo chiederci: “Ma Cristo
è stato forse diviso?” (cfr 1 Cor. 1,12-13). La Chiesa non è la somma
delle tante parrocchie, né la parrocchia è la somma di gruppi, né la
propria comunità è una roccaforte da difendere. Cristo
ci chiede di essere un’unica Chiesa che sta con le porte aperte per
guardare meglio la strada ed andarvi. Una cosa è certa: la comunione,
quando è vera non cancella le identità. Si è comunità quando insieme si
va con Cristo e verso Cristo e con Lui verso gli altri. Sbaglia
chi cerca nella comunità quell’ atmosfera di favola che facendo dire:
“e vissero felici e contenti”, esclude dagli altri o li esclude. Il non
dialogo è esclusione. Non mi stancherò di ripetere che una parrocchia
ben organizzata, ma chiusa in se stessa e non aperta sia al dialogo con
la chiesa diocesana sia alla missione, non è ancora la Chiesa di
Cristo. È come una pentola in cui continuano a bollire i legumi sino a
quando lentamente si disfano, solo perché non si vuole versarli nei
piatti a cui gli altri possono attingere. Così facendo si costruisce
una comunità solo per noi e non per il Regno e la si usa per i propri
interessi e non per incontrare Dio e i fratelli. Ciò vuol dire mettersi
fuori strada. Gesù ci chiede di essere comunità aperte e tutti, agli altri e non solo tra i componenti di essa (se fosse chiusa non può definirsi comunità)...
PONTIFICALE S. GERLANDO, Montenegro: "Chi vuole la chiesa come un rifugio rischia di renderla un ripostiglio"
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Una
giornata di 36 ore quella trascorsa con “don Franco” nella terra
agrigentina. Un cardinale che smette alla sera le vesti solenni del
pontificale per svegliarsi presto al mattino e andare allo stadio a
incontrare centinaia di liceali scoppiettanti di vitalità. È molto
amato il neo-cardinale Francesco Montenegro, 69 anni, messinese,
arcivescovo di Agrigento da sette anni, presidente della Commissione
episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, ancora più
noto per essere il vescovo di Lampedusa che accolse il primo, storico
viaggio di Papa Francesco nel luglio 2013. Ancora prima, vietò i
funerali a un boss mafioso. Il rientro nella sua diocesi con berretta e
anello è stato trionfale ma semplice al tempo stesso. La festa del
patrono san Gerlando, il santo che riaffermò la cristianità sull’Islam
che si era radicato in Sicilia. La chiesa straripa di popolo, clero,
canti e gesti simbolici. A fine Messa il cardinale prende il microfono
e ricorda il patto: “Questo anello non è mio ma vostro. E non mi
chiamate cardinale: io resto sempre don Franco. Quello che prima dovevo
fare con ‘eccellenza’, ora lo faccio con ‘eminenza’”.
Un
Vangelo senza sconti. “L’unica cosa che so fare è voler bene e amare”,
ci dice. Cita don Tonino Bello, don Primo Mazzolari, e sua madre, dama
di carità che lo portava nelle case dei poveri e gli diceva sempre:
“Ama i poveri”. Questo “amare senza freni” i poveri, gli immigrati, i
sofferenti, gli emarginati, insieme alla croce di legno che porta da 14
anni - “e perché mai devo cambiarla? Che sia d’oro o d’argento sempre
croce è” - è il tratto distintivo di un cardinale che ancora gira in
Vespa per le irte stradine del centro storico e sente di avere in testa
e nel cuore una direzione chiara: “Il Vangelo va preso senza sconti:
non si può essere buoni cristiani ed essere indifferenti ai poveri o
agli immigrati. Bisogna abbandonare il vecchio modo di vivere la fede
in maniera accomodante e condividere, aprirsi all’altro. Qui si tratta
di mettere una marcia in più. Con il galateo si può scherzare, con il
Vangelo no”. Con un piccolo cruccio: “La nostalgia di aver lavorato
molto per i poveri e meno con i poveri”...
"È sempre don Franco" In giro con la Vespa e la sua croce di legno
Una giornata con il card. Francesco Montenegro
video
Per saperne di più vedi alcuni dei nostri precedenti post:
- Francesco Montenegro nominato Cardinale dal Papa
- L’ARCIVESCOVO DEI MIGRANTI IN SELLA ALLA VESPA
- Montenegro: «Chiesa con il Vangelo in mano»
- Una scintilla di pace da Favara per scacciare la paura e promuovere dialogo e speranza tra cristiani e musulmani
- Semplicità
e radicalità per chi si vuol chiamare Cristiano... parola di cardinale
(S.E. Cardinale Montenegro, per tutti sempre P. o Don Franco)
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Il giorno 03 marzo 2015, la Conferenza Episcopale Calabra, riunitasi
nella sua sede di Catanzaro ha emesso il seguente comunicato in merito
ad alcune affermazioni del procuratore nazionale antimafia Franco
Roberti, che nei giorni scorsi aveva accusato la Chiesa di troppi
silenzi di fronte alla criminalità mafiosa.
Ecco il comunicato integrale della Conferenza episcopale calabra.
Abbiamo
appreso con stupore e amarezza, dai mezzi di informazione, le parole
del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti . Citando nobili
esempi quali quelli di don Peppino Diana e del beato Pino Puglisi,
egli denuncia il silenzio seguito alla morte dei due parroci per
sostenere, ha dichiarato testualmente "che la Chiesa potrebbe
moltissimo contro le mafie e che grande responsabilità per i silenzi
sia della Chiesa. Siamo dovuti arrivare al 2009 per iniziare a
parlarne".
Queste
parole fanno male perché denotano una lettura superficiale e una
conoscenza approssimativa del pur faticoso forse a tratti lento ma in
ogni caso ininterrotto cammino che proprio la Chiesa ha compiuto dal
secondo dopoguerra a oggi, nella comprensione e nella trattazione del
fenomeno mafioso e di cui proprio don Puglisi e, con lui tante altre
figure di sacerdoti, sono testimonianza viva. Un conto è parlare di
ritardi, che pure ci sono stati, un altro è farli passare per
immobilismo, silenzi, omissioni e talvolta larvata connivenza.
...
Non
aver considerato tutto ciò e tanto altro, lascia l'amaro nei cuori e
non fa di certo progredire l'unità di intenti tra tutte le istituzioni
e la Chiesa.
La Conferenza episcopale Calabra
Vedi anche il nostro precedente post:
Mafia: Chiesa in silenzio?
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Riportiamo
di seguito il testo integrale della seconda predica della Quaresima
2015, di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia.
ZENIT: Adorare la trinità
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Angelus/Regina Cæli - Angelus, 1° marzo 2015
Udienza Generale - del 4 marzo 2015: La Famiglia - 6. I Nonni(I)
Discorso - Ai rappresentanti della Confederazione Cooperative Italiane (28 febbraio 2015)
Discorso - Agli
Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale Regionale del Nordafrica
(C.E.R.N.A.) in visita "ad Limina Apostolorum" (2 marzo 2015)
Discorso - Ai Vescovi amici del movimento dei Focolari (4 marzo 2015)
Discorso - Ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la vita (5 marzo 2015)
Discorso - Agli aderenti al Cammino Neocatecumenale (6 marzo 2015)
Messaggio - Quaresima 2015: Rinfrancate i vostri cuori (Gc 5,8)
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28/02/2015:
03/03/2015:
05/03/2015:
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
1° marzo 2015
Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
Domenica
scorsa a liturgia ci ha presentato Gesù tentato da satana nel deserto,
ma vittorioso sulla tentazione. Alla luce di questo Vangelo, abbiamo
preso nuovamente coscienza della nostra condizione di peccatori, ma
anche della vittoria sul male offerta a quanti intraprendono il cammino
di conversione e, come Gesù, vogliono fare la volontà del Padre. In
questa seconda domenica di Quaresima, la Chiesa ci indica la meta di
questo itinerario di conversione, ossia la partecipazione alla gloria
di Cristo, quale risplende sul suo volto di Servo obbediente, morto e
risorto per noi.
La pagina evangelica racconta l’evento della Trasfigurazione, che si colloca al culmine del ministero pubblico di Gesù.
...
...
L’amore trasfigura tutto! Credete voi in questo? Ci sostenga in questo
cammino la Vergine Maria, che ora invochiamo con la preghiera
dell’Angelus.
Dopo l'Angelus:
non
cessano, purtroppo, di giungere notizie drammatiche dalla Siria e
dall’Iraq, relative a violenze, sequestri di persona e soprusi a danno
di cristiani e di altri gruppi. Vogliamo assicurare a quanti sono
coinvolti in queste situazioni che non li dimentichiamo, ma siamo loro
vicini e preghiamo insistentemente perché al più presto si ponga fine
all’intollerabile brutalità di cui sono vittime. Insieme ai membri
della Curia Romana ho offerto secondo questa intenzione l’ultima Santa
Messa degli Esercizi Spirituali, venerdì scorso. Nello stesso tempo
chiedo a tutti, secondo le loro possibilità, di adoperarsi per
alleviare le sofferenze di quanti sono nella prova, spesso solo a causa
della fede che professano. Preghiamo per questi fratelli e queste
sorelle che soffrono per la fede in Siria e in Iraq…. Preghiamo in
silenzio…..
Desidero
ricordare pure il Venezuela, che sta vivendo nuovamente momenti di
acuta tensione. Prego per le vittime e, in particolare, per il ragazzo
ucciso pochi giorni fa a San Cristobal. Esorto tutti al rifiuto della
violenza e al rispetto della dignità di ogni persona e della sacralità
della vita umana e incoraggio a riprendere un cammino comune per il
bene del Paese, riaprendo spazi di incontro e di dialogo sinceri e
costruttivi. Affido quella cara Nazione alla materna intercessione di
Nostra Signora di Coromoto.
...
Saluto
cordialmente i seminaristi di Pavia insieme al loro rettore e al padre
spirituale. Hanno appena terminato gli esercizi spirituali e oggi
tornano in diocesi. Chiediamo per loro e per tutti i seminaristi la
grazia di diventare buoni preti.
A tutti auguro una buona domenica. Non dimenticate, per favore, di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
il testo integrale
video
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4 marzo 2015
Dopo
la pausa della settimana scorsa, durante la quale era impegnato negli
Esercizi spirituali di Quaresima ad Ariccia, papa Francesco ha ripreso
le udienze generali del mercoledì.
Alle
9.30 era già in piazza, e a metà percorso ha fatto fermare la
“papamobile” per salutare un gruppo di fedeli che lo chiamavano a gran
voce. Tra di loro, una vecchina con i cappelli bianchi e il fazzoletto
nero in testa, all’uso contadino. Il Papa l’ha accarezzata e ha parlato
con lei, visibilmente commossa
Circa
dodicimila i fedeli presenti oggi in piazza san Pietro per
l’appuntamento del mercoledì, baciato dal sole e da un cielo terso.
Papa Francesco, come di consueto, ha baciato e accarezzato bambini, ad
alcuni di lor ha rimesso con tenerezza il cappuccio o il berretto,
premurosamente.
Anche oggi non è mancato il gesto dello “scambio dello zucchetto” con i fedeli.
La
coreografia della piazza poteva contare su diversi palloncini colorati,
verde, viola, rosa azzurro e sulle bandiere bianche e azzurre del Paese
di Bergoglio. “Viva Argentina”, si sentiva a tratti gridare dalla
folla, e tra i vari cartelloni ne spiccava uno con la scritta "Papa
abbracciami!"
La Famiglia - 6. I Nonni (I)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno.
La
catechesi di oggi e quella di mercoledì prossimo sono dedicate agli
anziani, che, nell’ambito della famiglia, sono i nonni, gli zii. Oggi
riflettiamo sulla problematica condizione attuale degli anziani, e la
prossima volta, cioè il prossimo mercoledì, più in positivo, sulla
vocazione contenuta in questa età della vita.
Grazie
ai progressi della medicina la vita si è allungata: ma la società non
si è “allargata” alla vita! Il numero degli anziani si è moltiplicato,
ma le nostre società non si sono organizzate abbastanza per fare posto
a loro, con giusto rispetto e concreta considerazione per la loro
fragilità e la loro dignità. Finché siamo giovani, siamo indotti a
ignorare la vecchiaia, come se fosse una malattia da tenere lontana;
quando poi diventiamo anziani, specialmente se siamo poveri, se siamo
malati soli, sperimentiamo le lacune di una società programmata
sull’efficienza, che conseguentemente ignora gli anziani. E gli anziani
sono una ricchezza, non si possono ignorare.
Benedetto
XVI, visitando una casa per anziani, usò parole chiare e profetiche,
diceva così: «La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si
giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro
riservato nel vivere comune». E’ vero, l’attenzione agli anziani fa la
differenza di una civiltà. In una civiltà c’è attenzione all’anziano?
C’è posto per l’anziano? Questa civiltà andrà avanti se saprà
rispettare la saggezza, la sapienza degli anziani. In una civiltà in
cui non c’è posto per gli anziani o sono scartati perché creano
problemi, questa società porta con sé il virus della morte. ...
Fragili siamo un po’ tutti, i vecchi. Alcuni, però, sono
particolarmente deboli, molti sono soli, e segnati dalla malattia.
Alcuni dipendono da cure indispensabili e dall’attenzione degli altri.
Faremo per questo un passo indietro?, li abbandoneremo al loro destino?
Una società senza prossimità, dove la gratuità e l’affetto senza
contropartita – anche fra estranei – vanno scomparendo, è una società
perversa. La Chiesa, fedele alla Parola di Dio, non può tollerare
queste degenerazioni. Una comunità cristiana in cui prossimità e
gratuità non fossero più considerate indispensabili, perderebbe con
esse la sua anima. Dove non c’è onore per gli anziani, non c’è futuro
per i giovani.
video della catechesi
Saluti:...
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. ...
Cari
amici, il nostro tempo, segnato da tante ombre, sia sempre illuminato
dal sole della speranza, che è Cristo. Egli ha promesso di restare
sempre con noi e in molti modi manifesta la sua presenza. A noi il
compito di annunciare e testimoniare il suo amore che ci accompagna in
ogni situazione. Non stancatevi, pertanto, di affidarvi a Cristo e di
diffondere il suo Vangelo in ogni ambiente.
Saluto
i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Cari giovani, il cammino
quaresimale che stiamo percorrendo sia occasione di autentica
conversione perché possiate giungere alla maturità della fede in
Cristo. Cari ammalati, partecipando con amore alla stessa sofferenza
del Figlio di Dio incarnato, possiate condividere fin d’ora la gioia
della sua risurrezione. E voi, cari sposi novelli, trovate
nell’alleanza che, a prezzo del suo sangue, Cristo ha stretto con la
sua Chiesa, la base del vostro patto coniugale.
il testo integrale
video integrale
S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
2 marzo 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“Aiutami Signore a vergognarmi dei miei peccati”
E’
facile giudicare gli altri, ma si va avanti nel cammino cristiano solo
se si ha la sapienza di accusare se stessi: è quanto ha detto il Papa
riprendendo, dopo gli esercizi spirituali, a celebrare la Messa a Santa
Marta con i gruppi.
Le
letture del giorno sono incentrate sul tema della misericordia. Il
Papa, ricordando che “siamo tutti peccatori” - non “in teoria” ma nella
realtà - indica “una virtù cristiana, anzi più di una virtù”: “la
capacità di accusare se stesso”. E’ il primo passo di chi vuole essere
cristiano:
“Tutti
noi siamo maestri, siamo dottori nel giustificare noi stessi: ‘Ma, io
non sono stato, no, non è colpa mia, ma sì, ma non era tanto, eh… Le
cose non sono così…’. Tutti abbiamo un alibi spiegativo delle nostre
mancanze, dei nostri peccati, e tante volte siamo capaci di fare quella
faccia da ‘Ma, io non so’, faccia da ‘Ma io non l’ho fatto, forse sarà
un altro’: fare l’innocente. E così non si va avanti nella vita
cristiana”.
...
“E’
il primo passo, accusare se stesso. Senza dirlo, no? Io e la mia
coscienza. Vado per la strada, passo davanti al carcere: ‘Eh, questi se
lo meritano’, ‘Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu
saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro
hanno fatto, anche peggio ancora?’. Questo è accusare se stesso, non
nascondere a se stesso le radici di peccato che sono in noi, le tante
cose che siamo capaci di fare, anche se non si vedono”.
Il Papa sottolinea un’altra virtù: vergognarsi davanti a Dio, in una sorta di dialogo in cui noi riconosciamo la vergogna del nostro peccato e la grandezza della misericordia di Dio:
“’A
te, Signore, nostro Dio, la misericordia e il perdono. La vergogna a me
e a te la misericordia e il perdono’. Questo dialogo con il Signore ci
farà bene di farlo in questa Quaresima: l’accusa di se stessi.
Chiediamo misericordia. Nel Vangelo Gesù è chiaro: ‘Siate
misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso’. Quando uno
impara ad accusare se stesso è misericordioso con gli altri: ‘Ma, chi
sono io per giudicarlo, se io sono capace di fare cose peggiori?’”.
La
frase: “Chi sono io per giudicare l’altro?” – afferma il Papa –
obbedisce proprio all’esortazione di Gesù: “Non giudicate e non sarete
giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete
perdonati”. Invece, rileva – “come ci piace giudicare gli altri,
sparlare di loro!”.
“Che
il Signore, in questa Quaresima – conclude il Pontefice - ci dia la
grazia di imparare ad accusarci”, nella consapevolezza che siamo capaci
“delle cose più malvagie”, e dire: “Abbi pietà di me, Signore, aiutami
a vergognarmi e dammi misericordia, così io potrò essere misericordioso
con gli altri”.
Papa: sapienza del cristiano è non giudicare gli altri e accusare se stesso
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
3 marzo 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“no alla finta della santità”
Continuano
— seguendo la quotidiana liturgia della parola — le riflessioni di Papa
Francesco sul tema della conversione. Dopo l’invito di lunedì «ad
accusare noi stessi, a dirci la verità su noi stessi, a non truccarci
l’anima per convincere che siamo più buoni di quello che realmente
siamo», nella messa celebrata martedì 3 marzo a Santa Marta, il
Pontefice ha approfondito «il messaggio della Chiesa» che «oggi si può
riassumere in tre parole: l’invito, il dono e la “finta”». Un invito
che, come si legge nel libro del profeta Isaia (1, 10.16) riguarda
proprio la conversione: «Prestate orecchio all’insegnamento del nostro
Dio. Lavatevi, purificatevi!», ovvero: «Ciò che voi avete dentro che
non è buono, quello che è cattivo, quello che è sporco, deve essere
purificato».
Di
fronte alle sollecitazioni del profeta: «Allontanate dai miei occhi il
male delle vostre azioni», «Cessate di fare il male! Imparate a fare il
bene», c’è chi dice: «Ma, Signore, io non faccio il male; vado a messa
tutte le domeniche, sono un buon cristiano, faccio tante offerte». A
costoro ha idealmente chiesto Francesco: «Ma tu sei entrato nel tuo
cuore? Sei capace di accusare te stesso nelle cose che trovi lì?». E
nel momento in cui si avverte la necessità della conversione, ci si può
anche chiedere: «Ma come posso convertirmi?». La risposta viene dalla
Scrittura: «Imparate a fare il bene».
«La
sporcizia del cuore» infatti, ha puntualizzato il Papa, «non si toglie
come si toglie una macchia: andiamo in tintoria e usciamo puliti. Si
toglie col fare». La conversione è «fare una strada diversa, un’altra
strada da quella del male». Altra domanda: «E come faccio il bene?». La
risposta viene ancora dal profeta Isaia: «Cercate la giustizia,
soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa
della vedova». Indicazioni che, come ha spiegato Francesco, ben si
comprendono in una realtà come quella di Israele, dove «i più poveri e
i più bisognosi erano gli orfani e le vedove». Per ognuno noi
significa: vai «dove sono le piaghe dell’umanità, dove c’è tanto
dolore; e così, facendo il bene, tu laverai il tuo cuore. Tu sarai
purificato! Questo è l’invito del Signore».
Conversione
significa quindi che siamo chiamati a fare il bene «ai più bisognosi:
la vedova, l’orfano, gli ammalati, gli anziani abbandonati, che nessuno
ricorda»; ma anche «i bambini che non possono andare a scuola» o i
bambini «che non sanno farsi il segno della Croce». Perché, ha
evidenziato con amarezza il Pontefice, «in una città cattolica, in una
famiglia cattolica ci sono bambini che non sanno pregare, che non sanno
farsi il segno della Croce». E allora occorre «andare da loro» a
portare «l’amore del Signore».
Se
faremo questo, si è chiesto il Papa, «quale sarà il dono del Signore?».
Egli «ci cambierà», ha detto riprendendo la frase in cui il profeta
Isaia afferma: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto,
diventeranno bianchi come neve; se fossero rossi come porpora,
diventeranno come la lana». Persino di fronte alla nostra paura o
titubanza — «Ma, padre, io ho tanti peccati! Ne ho fatti tanti, tanti,
tanti, tanti!» — il Signore ci conferma: «Se tu vieni per questa
strada, nella quale io ti invito, anche se i vostri peccati fossero
come scarlatti, diventeranno bianchi come neve».
Ha
commentato il Pontefice: «È una esagerazione! Il Signore esagera; ma è
la verità», perché Dio, di fronte alla nostra conversione, «ci dà il
dono del suo perdono» e «perdona generosamente». Dio non si limita a
dire: «Ma io ti perdono fino a qui, poi vedremo il resto...». Al
contrario, «il Signore perdona sempre tutto, tutto». Ma, ha
puntualizzato Francesco chiudendo il suo ragionamento, «se tu vuoi
essere perdonato» devi incamminarti sulla «strada del fare il bene».
Dopo
l’analisi delle due prime due parole proposte all’inizio dell’omelia —
l’«invito», ovvero: mettiti in cammino per convertirti, per fare il
bene; e «il «dono», cioè: «ti darò il perdono più grande, ti cambierò,
ti farò purissimo» — il Papa è passato alla terza parola, la «finta». ...
Ecco
allora le tre parole su cui «meditare» in questa seconda settimana
della Quaresima: «l’invito alla conversione; il dono che ci darà il
Signore e cioè un perdono grande»; e «la “trappola”, cioè “fare finta”
di convertirsi e prendere la strada dell’ipocrisia». Con queste tre
parole nel cuore si può partecipare all’Eucaristia, «la nostra azione
di grazie», nella quale si sente «l’invito del Signore: “Vieni da me,
mangiami. Io cambierò la tua vita. Fai la giustizia, fai il bene ma,
per favore, guardati dal lievito dei farisei, dall’ipocrisia”».
Quando il Signore esagera
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
5 marzo 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“la mondanità anestetizza l'anima”
Essere
mondani significa perdere il proprio nome fino ad avere gli occhi
dell’anima «oscurati», anestetizzati, tanto da non vedere più le
persone che ci stanno intorno. È da questo «peccato» che Francesco ha
messo in guardia nella messa celebrata giovedì mattina, 5 marzo, a
Santa Marta.
«La
liturgia quaresimale di oggi ci propone due storie, due giudizi e tre
nomi» ha subito fatto notare Francesco. Le «due storie» sono quelle
della parabola del ricco e del mendicante Lazzaro, narrata da Luca (16,
19-31). In particolare, ha affermato il Papa, la prima storia è «quella
dell’uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e lino finissimo» e
«si trattava bene», tanto che «ogni giorno si dava a lauti banchetti».
In realtà il testo, ha precisato Francesco, «non dice che era cattivo»:
piuttosto «era un uomo di vita agiata, si dava alla buona vita». In
fondo «il Vangelo non dice che si divertisse alla grande»; la sua era
piuttosto «una vita tranquilla, con gli amici». Chissà, magari «se
aveva i genitori, sicuramente inviava loro dei beni perché avessero il
necessario per vivere». E forse «era anche un uomo religioso, a suo
modo. Recitava, forse, qualche preghiera; e due o tre volte l’anno
sicuramente si recava al tempio per fare i sacrifici e dava grosse
offerte ai sacerdoti». E «loro, con quella pusillanimità clericale lo
ringraziavano e lo facevano sedere al posto d’onore». Questo era
«socialmente» il sistema di vita dell’uomo ricco presentato da Luca.
C’è
poi «la seconda storia, quella di Lazzaro», il povero medicante che sta
davanti alla porta del ricco. Com’è possibile che quell’uomo non si
accorgesse che sotto casa sua c’era Lazzaro, povero e affamato? Le
piaghe di cui parla il Vangelo, ha rilevato il Papa, sono «un simbolo
delle tante necessità che aveva». Invece «quando il ricco usciva da
casa, forse la macchina con la quale usciva aveva i vetri oscurati per
non vedere fuori». Ma «sicuramente la sua anima, gli occhi della sua
anima erano oscurati per non vedere». E così il ricco «vedeva soltanto
la sua vita e non si accorgeva di che cosa era accaduto» a Lazzaro.
In
fin dei conti, ha affermato Francesco, «il ricco non era cattivo, era
ammalato: ammalato di mondanità». E «la mondanità trasforma le anime,
fa perdere la coscienza della realtà: vivono in un mondo artificiale,
fatto da loro». La mondanità «anestetizza l’anima». E «per questo,
quell’uomo mondano non era capace di vedere la realtà».
...
«Nella
Chiesa — ha proseguito il Pontefice — tutto è chiaro, Gesù ha parlato
chiaramente: quella è la strada». Ma «c’è alla fine una parola di
consolazione: quando quel povero uomo mondano, nei tormenti, chiede di
inviare Lazzaro con un po’ d’acqua per aiutarlo», Abramo, che è la
figura di Dio Padre, risponde: «Figlio, ricordati...». Dunque «i
mondani hanno perso il nome» e «anche noi, se abbiamo il cuore mondano,
abbiamo perso il nome». Però «non siamo orfani. Fino alla fine, fino
all’ultimo momento c’è la sicurezza che abbiamo un Padre che ci
aspetta. Affidiamoci a lui». E il Padre si rivolge a noi dicendoci
«figlio», anche «in mezzo a quella mondanità: figlio». E questo
significa che «non siamo orfani».
«Nella
preghiera all’inizio della messa — ha detto infine Francesco — abbiamo
chiesto al Signore la grazia di volgere i nostri cuori a lui, che è
Padre». E così, ha concluso, «continuiamo la celebrazione della messa
pensando a queste due storie, a questi due giudizi, ai tre nomi; ma,
soprattutto, a quella bella parola che sarà sempre detta fino
all’ultimo momento: figlio».
Senza nome
video
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La
Chiesa di Francesco secondo il giornalista Massimo Franco: nuova linfa,
ma anche incomprensioni interne e preoccupazioni per la sicurezza
personale del Papa
Federico Cenci: Francesco: il Papa che in due anni "ha ribaltato l'immagine negativa della Chiesa"
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Gregorio on-line (mp3) alla pagina
http://digilander.libero.it/tempodipace/l_omelia_di_p_Gregorio.htm
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