"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°9 del 2015

Aggiornamento della settimana

- dal 28 febbraio al 6 marzo 2015 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 13 marzo 2015

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


LECTIO DIVINA

 a cura di Fr. Egidio Palumbo




OMELIA 

  
   di P. Gregorio Battaglia

   di P. Aurelio Antista

di P. Alberto Neglia


 PREGHIERA DEI FEDELI

 
N. B. La Lectio è temporaneamente sospesa



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 







 
I NOSTRI TEMPI



  (GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)





“Non abbandonateci, non lasciateci soli”: lo ripete come un mantra, monsignor Jean-Clement Jeanbart, arcivescovo greco-melkita di Aleppo, una delle città martiri della guerra civile in Siria, mentre dall’altro capo del telefono si sentono chiaramente gli scoppi dei mortai. “È appena caduto un razzo katiuscia - dice mentre la sua voce viene quasi del tutto coperta dal boato - siamo a circa cento metri dalla linea di demarcazione, al confine della città antica. Ogni giorno muore qualcuno”. La notizia del rapimento di 90 cristiani - “sono 87” corregge prontamente - da parte dello Stato Islamico che ha conquistato alcuni villaggi cristiani nel Khabour (Siria), è arrivata fino ad Aleppo e adesso sale la preoccupazione per la loro sorte. “Speriamo che possano essere liberati e tornare così alle loro case ma dopo quello che abbiamo visto fare a questi barbari dell’Is in Libia, in Siria, in Iraq c’è da aspettarsi di tutto”. Purtroppo, le notizie che giungono non sono rassicuranti e parlano già di alcuni uccisi.

Per un attimo mons. Jeanbart sembra dimenticare quanto gli accade intorno e attacca senza mezzi termini l’inazione europea: “Quando accadono fatti come decapitazioni, crocifissioni, esecuzioni sommarie, voi in Europa siete soliti dormire per non vederli. La gravissima strage di Parigi, a Charlie Hebdo, invece ha richiamato in meno di 24 ore i potenti del mondo. Ma per questa gente innocente, colpevole solo di professare la fede cristiana, nessuno spende mai una parola e ciò è davvero terribile”. La stessa commozione il presule la riserva per la sua città, la più antica del mondo, Aleppo, che non ha mai pensato di abbandonare. E parla di “grave emergenza umanitaria”.
...

  Aleppo urla di dolore: "Per i poveri cristiani non si spendono parole"

Papa Francesco, ad Ariccia per gli esercizi spirituali, sta seguendo con preoccupazione la situazione in Siria, da dove continuano a giungere notizie drammatiche per la popolazione civile e in particolare per la piccola minoranza cristiana. L’avanzata dei jihadisti del cosiddetto Stato islamico nel Nord-Est della Siria ha fatto terra bruciata di numerosi villaggi abitati in prevalenza da cristiani: sono saliti a circa 250 i cristiani, tra cui anche donne e bambini, catturati dai miliziani integralisti. Ascoltiamo il nunzio apostolico a Damasco, Mario Zenari, al microfono di Sergio Centofanti per Radio Vaticana...

  Ascolta il servizio: Il Papa prega per i cristiani in Siria. Zenari: si sentono abbandonati


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SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"

Dalla striscia di Gaza don Nandino Capovilla e il vescovo Giovanni Ricchiuti, Presidente di Pax Christi

   Gaza? DIPENDE (video)

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Padre Jihad Youssef, 38 anni da compiere, monaco dal 1999 e prete dal 2008. Siriano di rito maronita è uno dei 10 religiosi che abitano a Deir Mar Musa, la comunità monastica fondata negli anni '80 da padre Paolo dall'Oglio. Adesso è in Italia per studiare, ma è pronto a rientrare. Nel suo racconto il coraggio di chi mette in conto il martirio di sangue. Sotto le bombe cristiani e musulmani

  Daniele Rocchi:   Nella Siria del terrore c'è un'oasi di pace per chi resta e spera


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  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)


Opg: chiusura 31 marzo 2015? ... e poi?


Sono pas­sati quasi cin­que anni dalla prima volta in cui, insieme ai sena­tori della Com­mis­sione d’inchiesta sul Ser­vi­zio Sani­ta­rio Nazio­nale, sono entrato in un ospe­dale psi­chia­trico giu­di­zia­rio (Opg). Era l’11 giu­gno 2010 a Bar­cel­lona Pozzo di Gotto. Lì abbiamo tro­vato un uomo della mia età, nudo, madido di sudore e legato con delle garze a un letto di con­ten­zione di ferro, con al cen­tro un buco per la caduta degli escre­menti. Lo ripeto: quel letto non era vuoto, c’era una per­sona in carne ed ossa dentro.

...

Per gli inter­nati deve valere un prin­ci­pio essen­ziale, affer­mato dalla Corte Costi­tu­zio­nale: le esi­genze di tutela della col­let­ti­vità non pos­sono mai giu­sti­fi­care misure tali da recare danno alla salute del malato, quindi la per­ma­nenza negli attuali ospedali psichiatrici giu­di­ziari che aggrava la salute psi­chica dell’infermo non può pro­se­guire. Ecco cosa vuol dire chiu­dere gli OPG: una sanità degna di que­sto nome, nel pieno rispetto della comu­nità e delle vit­time dei folli autori di reato. Que­sta non è una legge “per i cri­mi­nali”. Que­sta è una legge per tutti noi, per rico­no­scerci in uno Stato che offre il rispetto che chiede. Per­ché la malat­tia men­tale non resti uno stigma del quale avere paura. (Fonte: Il Manifesto del 4-3-2015 - Opg, da cinque anni combatto per chiuderli, nessuno chieda ancora tempo per cancellarli di  Ignazio Marino)

Riproponiamo le uniche immagini reperibili in internet del video mandato in onda domenica 20 marzo 2011 all’interno della trasmissione “Presa diretta” (Rai Tre) condotta dal giornalista Riccardo Iacona con la presenza in studio di Ignazio Marino.

  Prima parte (video)

  Seconda parte (video)

Gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), nati alla fine degli anni '70 in sostituzione dei manicomi criminali come strutture finalizzate alla reclusione e, in teoria, al recupero di persone affette da malattie psichiatriche, sono stati giudicati dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale strutture "inconcepibili" e che devono al "più presto" chiudere.
...
Il Governo si è impegnato a chiuderli entro il 31 marzo 2013. Ma quali sono le alternative sanitarie a questi "ultimi residui dell'orrore manicomiale"? Con quali fondi verrà attuato il piano di dismissione e quali sono le garanzie date dal Governo per raggiungere l'obiettivo?
Lo abbiamo chiesto a Stefano Cecconi, portavoce del comitato nazionale StopOpg.

  Opg. Chiuderli non basta

Fine degli Ospedali psichiatrici giudiziari. «Senza ulteriori proroghe», dal 1° aprile l’amministrazione penitenziaria inizierà «gradualmente» il trasferimento degli internati. Parla Roberto Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dap

  «Dalla pena alla cura», il tramonto degli Opg

  Vai al sito

Vedi anche alcuni dei nostri post precedenti:

  • Viaggio nell'orrore degli ospedali psichiatrici giudiziari
  • Opg: un orrore prorogato
  • OPG: Si cambia tutto per non cambiare niente?


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L’umanizzazione del malato mentale,
paradigma del “prendersi cura” dell’altro
 (sac. Pippo Insana – p. Gregorio Battaglia ocarm)

ITINERARIO DI FORMAZIONE 
PER LA VITA CRISTIANA 
Vicariato di Barcellona PG (ME)

Anno 2015

CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO

La forza umanizzante del Vangelo
16 FEBBRAIO 2015

... Le persone inferme di mente, persone "senza voce" e, se noi non ci impegniamo alla piena attuazione della normativa, che prevede tanti buoni servizi, siamo responsabili del grave disagio delle persone inferme di mente che lasciamo ai margini e a cui non permettiamo di vivere in modo dignitoso, siamo contro la vita! ...

  video

Vedi anche il nostro post precedente:

  Opg: chiusura 31 marzo 2015? ... e poi?

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L’associazione fondata da don Fortunato Di Noto ha individuato su Internet 574.116 foto, rilevato 95.882 video pedofili di minori da 3 a 13 anni, 621 immagini di neonati. Dietro i numeri, bambini abusati, "in molti casi anche sodomizzati e torturati". In "aumento vertiginoso" i neonati violati da donne (70%). 7.712 i siti web monitorati e segnalati alle autorità, 180 le comunità sui social network

  Giovanna Pasqualin Traversa:   Pedofilia, tra gli "orchi" in aumento le donne e tante foto di neonati


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FEDE E
SPIRITUALITÀ



“PERSEVERANTI NELLA COMUNIONE”
HOREB n. 69 - 3/2014



PERSEVERANTI NELLA COMUNIONE 

HOREB n. 69 - 3/2014

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI 

«Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi» (Gv 17,11). Nel mistero della sua Pasqua Gesù ci rende tutti figli di Dio e fratelli tra di noi e quindi nella preghiera al Padre, poco prima di affrontare la sua passione, esprime il desiderio che gli uomini accolgano il dono del suo Spirito e vivano da fratelli e raccontino nella storia il rapporto d’amore presente nella Trinità santa.
Accogliere, pur nella fragilità della nostra esistenza, questo desiderio di Gesù significa guardare all’altro non come a un limite o come a un nemico, ma come a un fratello, come a colui che dà senso alla propria vita e quindi creare rapporti di comunione che si esprimano nella solidarietà e nella responsabilità verso l’altro. 

Oggi, si parla tanto di solidarietà e di comunione, ma, poi, spesso prevale una cultura dell’individualismo che porta a salvaguardare i propri interessi sia a livello personale che collettivo, per cui rimangono grosse spaccature nella nostra società, sia a livello internazionale che di vicinato. 

In fondo non è la proposta della solidarietà e della comunione a guidare le scelte personali e di un popolo, ma è la paura; e in questo orizzonte, spesso prevale la legge del più forte, di chi meglio sa imporre la propria opinione ricorrendo a ogni possibile manipolazione o demagogia. 

Di conseguenza l’umanità si ritrova divisa e con barriere enormi tra Nord e Sud, ricchi e poveri, normali e anormali, giovani e vecchi, efficienti e non efficienti. A molti è negato il diritto a una vita dignitosa: al lavoro, alla possibilità di formarsi una famiglia, all’abitazione, all’educazione, alla salute. 

Di fronte a questa disumana situazione è urgente dare ascolto alla preghiera di Gesù e accogliere la sua passione per la vita. Animato da Cristo, il credente potrà “perseverare nella comunione” e farsi solidale con gli emarginati, di qualsiasi razza, cultura e religione, facendosi loro compagno di viaggio. In Cristo, il credente imparerà a condividere la sorte dei calpestati, dei crocifissi di oggi e, spartendo la sua vita con loro, si farà attivamente critico verso le strutture, le leggi inventate da alcuni per defraudare altri uomini degli spazi di libertà, e per ridare speranza all’uomo a cui la vita è negata. 

Dentro questo orizzonte si colloca la presente monografia.

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  Editoriale (PDF)

  Sommario  (PDF)

E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)



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CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO La forza umanizzante del Vangelo - ITINERARIO DI FORMAZIONE PER LA VITA CRISTIANA Anno 2015




CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO
La forza umanizzante del Vangelo

ITINERARIO DI FORMAZIONE 
PER LA VITA CRISTIANA 
Anno 2015

Vicariato di Barcellona PG (ME)

Finalità: aiutare la formazione e favorire la comunione tra presbiteri, religiosi/se e cristiani laici.. 

Destinatari: tutti i cristiani e gli operatori pastorali.

  Locandina incontri (PDF)



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I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2015 - AFFIDATI AD UNA PROMESSA Il cammino umano e di fede dei Patriarchi



I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA 2015
della Fraternità Carmelitana 
di Barcellona P.G. (ME)

AFFIDATI AD UNA PROMESSA 
Il cammino umano e di fede dei Patriarchi

Dal 28 Gennaio all’11 Marzo

  il calendario completo degli incontri (PDF)


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 SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"


   L'amore mi trasforma...
  Ogni domenica, ascoltando la Torah...
  Cari fratelli e sorelle, tutti noi abbiamo bisogno...
  Il cammino di Gesù sempre ci porta...
  Con Pietro, Giacomo e Giovanni saliamo...
  ... Un po' di misericordia rende il mondo...
Shahbaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan fu assassinato il 2 marzo 2011 a Islamabad
  Voglio che la mia vita...
  Chi sono io per...
  Tutti insieme, Vescovi, presbiteri, persone consacrate e fedeli laici...
  Bisogna custodire la gente... 
  Dove non c'è onore...
  In una civiltà in cui...
  Aspiriamo tutti ardentemente...
  Sì, è vero, io stesso sono vittima... 


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Il 28 febbraio 2013 Benedetto XVI si congeda dai Cardinali e raggiunge Castel Gandolfo
riproponiamo lo SPECIALE di TEMPO PERSO:
  "Benedetto XVI rinuncia al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro"

SALUTO DI CONGEDO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AGLI EM.MI SIGNORI CARDINALI PRESENTI IN ROMA Sala Clementina Giovedì, 28 febbraio 2013
http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/speeches/2013/february/documents/hf_ben-xvi_spe_20130228_congedo-cardinali.html

  Prima di salutarvi...

  Non sono più Pontefice...

  Solo un Papa come Benedetto XVI...

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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 12/2014-2015 (B) di Santino Coppolino



'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)


Traccia di riflessione 
sul Vangelo della domenica 
di Santino Coppolino

Vangelo: Mc 9,2-10

Il brano del Vangelo di questa seconda domenica di quaresima sottolinea e sigilla la precedente "sezione dei pani"(6,30-8,21) e la rivelazione del Messia "servo sofferente" fatta a Pietro (8,27-38).
Il pane che Gesù spezza e condivide è il nutrimento per la vita dei credenti, perché nella traversata del tempestoso mare dell'esistenza "non vengano meno"(8,3), non diventino facile preda dello scoraggiamento di fronte alla morte terribile e infamante che il Signore dovrà subire a Gerusalemme.
Nella consapevolezza di quello che sta per accadergli, Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, rappresentanti della Chiesa dei primi tempi, e li conduce con sé sopra un monte alto perché facciano personale esperienza della vita autentica, della vita che non ha fine, una vita che va oltre la morte fisica: l'esperienza stessa della sua Vita divina.
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"Abramo amico di Dio, amico degli uomini" di Gregorio Battaglia, ocarm (VIDEO INTEGRALE)


"Abramo amico di Dio,
 amico degli uomini"
 di Gregorio Battaglia, ocarm 
(VIDEO INTEGRALE)


I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2015
della Fraternità Carmelitana 
di Barcellona P.G. (ME)

AFFIDATI AD UNA PROMESSA
Il cammino umano e di fede dei Patriarchi

4 FEBBRAIO 2015

ABRAHAMO: L’UOMO DELL’OSPITALITÀ E DELL’AMICIZIA

Abrahamo è soprattutto l’uomo della tenda. Essa serve ad illustrare in modo plastico la sua condizione di “straniero e pellegrino”. E’ vero che egli ha avuto la promessa di una terra, ma adesso egli la percorre in lungo ed in largo senza poter avanzare alcuna pretesa su di essa. Così egli impara a crescere nella fiducia nel “Dio della promessa”, ben sapendo che i tempi del compimento sono conosciuti unicamente da Lui.
Questa sua condizione di uomo senza diritti lo porta a sperimentare la gratuità ed anche il valore dell’essere accolti. Man mano che egli va invecchiando scopre, con grande suo stupore, che il mondo non è soltanto il luogo dell’inimicizia e dell’invidia, ma è anche uno spazio ospitale. L’inizio del capitolo XVII si premura di farci sapere che Abrahamo ha già raggiunto la bella età di “novantanove anni”, ma l’invecchiamento fisico corrisponde in lui ad una acquisizione sempre più profonda di una grande maturità umana.
Ed è proprio in questo capitolo che per la prima volta si parla del “sorridere” di Abramo. Dio si è fatto ancora presente nella vita di Abrahamo, apparendogli e rinnovando con lui la sua alleanza, il suo patto ed in più cambiandogli il suo nome:“Non ti chiamerai più Abram, ma ti chiamerai Abraham” (Gen 17,5). Il cambiamento di nome sembra in effetti un piccolo dettaglio poco significativo, tanto che nelle traduzioni il nome resta sempre lo stesso, ma l’inserimento di una “h”, che è una lettera aspirata, significa che la sua vita è interiormente mossa dallo Spirito. La maturità che Abrahamo lascia trasparire, è allo stesso tempo frutto della sua esperienza di vita, ma, ancor di più, è dono che gli viene conferito dalla presenza del Dio vivente. Di fronte alle contraddizioni che chiudono gli orizzonti della sua vita in modo brutale ed umiliante, egli impara man mano a scoprire nel mistero delle cose la luminosità affiorante di un sorriso: il sorriso di Dio. Egli va rendendosi conto che più impara a sostare e a guardarsi attorno e più il mondo gli sorride, anzi è lo steso sorriso di Dio a venirgli incontro. Così di fronte all’annuncio divino della prossima maternità della moglie Sara egli può aprirsi ad un sorriso contenuto e disteso: “Allora Abrahamo si prostrò con la faccia a terra e rise” (Gen 17,17).
Alla soglia dei cento anni Abrahamo si presenta come un uomo, che è sempre meno tentato dalla fretta o dalla voglia di fare da sé. Il suo prostrarsi a terra e l’accettazione del rito della circoncisione sono espressione significativa del suo stato interiore, sempre più aperto a credere che non c’è “qualcosa impossibile per il Signore” (Gen 18,14).

1. Abrahamo: dal sentirsi ospitato al dare ospitalità
Nel suo peregrinare di luogo in luogo Abrahamo ha potuto sperimentare le doppiezze e le ipocrisie degli uomini, ma allo stesso tempo ha potuto gustare il dono dell’accoglienza, che gli ha permesso di poter abitare una terra, che gli è stata promessa, ma che di fatto non gli appartiene. Egli è un semplice “immigrato”, che riceve tutto come dono, ma è proprio questa esperienza a far maturare in lui la sapienza dell’ospitalità. Abrahamo ha già dimostrato di saper condurre una guerra, quando si è trattato di intervenire a favore del nipote Lot (cf Gen 14, 1-16), ma nel prosieguo del cammino ha sempre meglio compreso il valore dell’ospitalità, che ormai per lui è una legge, che condiziona le sue scelte ed il suo modo di stare in questo mondo.
Tutta la tradizione ebraica vede in Abrahamo un’autentica vocazione all’ospitalità. Essa ha la forza di infrangere i labirinti delle diffidenze e delle chiusure autoreferenziali per andare incontro all’altro senza paura della sua diversità. In effetti la via dello shalom, della fecondità della vita è strettamente legata alla pratica dell’ospitalità, che tenta di costruire una società dove le diversità si possano riconciliare ed integrare tra di loro.
La legge dell’ospitalità permette di superare quell’inevitabile insicurezza, che la venuta dell’estraneo produce in chi si sente di casa nel proprio territorio. Essa costituisce, in effetti, il più importante codice sociale, che in tante culture permette di trasformare la paura ed il sospetto in apertura di credito all’altro, anche se non è stata ancora possibile una sia pur minima conoscenza. La legge dell’ospitalità colloca di fatto tutti e due,    ...

  video

Guarda anche il video già pubblicato:
  video "Abramo, uomo di fede" di Gregorio Battaglia,ocarm (VIDEO INTEGRALE)




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Ricordando Shahbaz Bhatti



A quattro anni dalla morte di Shahbaz Bhatti, il suo ricordo nel luogo memoriale dei martiri e testimoni della fede

Quattro anni fa veniva assassinato in un attentato terroristico Shabhaz Bhatti, ministro per le minoranze in Pakistan.

La Comunità di Sant’Egidio, a cui il ministro ucciso era legato da una lunga amicizia e da una stretta collaborazione, ha ricordato l’anniversario della morte, avvenuta il 2 marzo 2011 a Islamabad, insieme all’Associazione dei Pakistani cristiani in Italia.

Luogo di questa memoria, una liturgia eucaristica celebrata a Roma presso la Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina, che è anche luogo memoriale dei martiri del XX e XXI secolo. Presente alla cerimonia il rappresentante dell’ambasciata pakistana a Roma.

“Vogliamo vivere questo tempo di Quaresima ‘ai piedi di Gesù’ come ha scritto Shabhaz nel suo testamento spirituale” - ha detto il rettore della basilica don Angelo Romano durante l’omelia – “invochiamo il Signore perché il popolo pakistano, di cui Bhatti è figlio, non sia più vittima della violenza”.

Nel corso della liturgia, particolarmente toccante è stato il gesto dei bambini, che in processione si sono recati a baciare la Bibbia appartenuta a Shahbaz e conservata presso la Basilica. (fonte: Comunità di Sant'Egidio)

... “Finché avrò vita – si legge nel testamento di Bhatti – continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi e i poveri”. Un servizio che continua grazie alla sua associazione, fondata nel 2002, e che oggi è guidata dal fratello Paul Bhatti. Al microfono di Benedetta Capelli così ricorda quella drammatica giornata:

R. – Ogni volta che arriva questo mese di marzo, chiaramente si riaccende la memoria di quel momento, quando io ero medico qui in Italia: mio fratello, già da qualche tempo, mi continuava a richiamare in Pakistan, per andare a lavorare insieme con lui. Avevo una vita tutto sommato tranquilla, per me e per la mia famiglia; mia madre viveva con lui e mio padre era deceduto un mese prima del suo assassinio. Quel giorno stavo andando in clinica, a Treviso: era mattina, ho sentito la notizia del suo assassinio. E’ stata una notizia veramente scioccante e ha completamente cambiato la mia vita e quella della mia famiglia per sempre! Immediatamente mi sono preoccupato per mia madre, perché mia madre viveva con lui… Poi ho saputo che lei avevo sentito addirittura gli spari, quando hanno ucciso mio fratello, perché era vicino casa. Nonostante tutto, io ho visto come mia madre sia stata coraggiosa, quanto ha trovato forza nella sua fede. Addirittura quando sono andato a dirle che avrei voluto continuare la missione di mio fratello, lei mi ha detto: “Sì, perché la sua missione deve continuare!”. Io ero molto arrabbiato e quando sono tornato in Pakistan pensavo di dire addio per sempre al mio Paese. Ma poi sono rimasto lì, e sono rimasto anche volentieri. Avevo la carica e avevo la voglia di continuare la sua missione, vedevo i lavori bellissimi che aveva fatto; ho vissuto l’amore che lui aveva condiviso con le altre fedi, con i musulmani, con i politici e con le guide religiose di varie fedi. E’ stata un’esperienza bellissima! Nella mia carriera in Pakistan ho avuto più appoggio dai musulmani che da persone di altre religioni. Sono sicuro che, prima o poi, si vedrà la pace, vedremo i risultati della missione di Shahbaz, il suo sogno di una convivenza pacifica e specialmente la protezione dei più poveri, di quelli più emarginati e dei perseguitati si avvererà.

D. – A quattro anni distanza, cosa ha seminato – secondo lei – il “sacrificio commovente”, come lo aveva definito Benedetto XVI, di suo fratello?

  Pakistan, anniversario morte Bhatti. Il ricordo del fratello Paul

Vedi anche alcuni dei nostri post precedenti:
  • Shahbaz Bhatti martire dei nostri giorni
  • Il ricordo di Shahbaz Bhatti a un anno dalla sua morte
  • Per non dimenticare Shahbaz Bhatti...



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Il processo di Shahbaz Bhatti procede a rilento, anzi, non procede proprio. Il ministro cattolico per le Minoranze è stato ucciso a Islamabad quattro anni fa, il 2 marzo 2011. La sua auto è stata crivellata di colpi nella capitale. Nonostante la polizia abbia arrestato i suoi assassini, che hanno ammesso di averlo ucciso perché «Bhatti ha difeso i blasfemi», cioè Asia Bibi, ingiustamente condannata a morte per blasfemia, non si è ancora arrivati alla soluzione del caso.


  Leone Grotti:   Quattro anni dopo la morte di Shahbaz Bhatti, il processo è in alto mare



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  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)



"Amico di una vita dal volto sconosciuto" di Enzo Bianchi



Che ritratto dipingerei di Gesù? Io non l'ho mai visto e anche se più volte bramo vedere il suo volto continuo a non vederlo... Nessuno ha mai visto Dio, Gesù lo ha spiegato a noi, lo ha raccontato (cf. Gv 1,18), ma da noi, da me non è stato mai visto. Sì, lo amo, in lui c'è tutta la mia fiducia, la mia speranza, il mio amore, ma non l'ho mai visto, ho sempre e soltanto ascoltato chi mi ha parlato di lui, ho ascoltato i suoi amanti e così mi pare di conoscerlo... Più lo conosco, più lo amo: ho verificato nella mia vita com'è vero che più lo ascolto, più lo conosco e di conseguenza più lo amo. L'amore basta all'amore.

Dunque, come rendere conto della speranza che è in me, della speranza che è Dio, il Dio vivente e vero che ha rivelato il suo volto in Gesù di Nazaret, il Messia? Ciascuno di noi non solo ha un’immagine personalissima di Gesù, ma con la propria vita tratteggia un aspetto del suo volto, ne dipinge una sfumatura, ne mette in luce un particolare. 
...

Ormai da più di sessant’anni sono un cristiano consapevole di esserlo, un discepolo di Gesù il Messia che cerca di seguirlo ovunque vada: dovendo dire oggi chi è per me Gesù, direi che è l’inviato da Dio venuto non per i sani ma per i malati, non per i giusti ma per i peccatori. Solo così posso pensare che è il mio Signore! Solo così lo confesso come colui che ha raccontato il Dio vivente. Sovente ormai penso all’ora in cui mi chiamerà a sé: da un lato è il Signore che mi chiamerà in giudizio perché appartengo agli ottocento milioni di ricchi che nel mondo vivono nell’abbondanza grazie al lavoro, allo sfruttamento, alla povertà degli altri 5 miliardi; mi chiamerà in giudizio perché so di aver commesso il male, di non essere meno peccatore degli altri che io ho conosciuto da vicino. D’altra parte aspetto Gesù il Messia, mio fratello, che mi farà posare il capo sul suo seno, mentre mi presenterà al Padre sussurrandomi “Vieni al Padre…”. Allora – io lo spero veramente, anche se ho timore grande – il male da me commesso sarà purificato, le mie lacrime saranno asciugate, e con me ci saranno tutti quelli che ho amato (amato bene o amato male) su questa terra. Anzi, siccome amo questa terra e le sono fedele, spero di abitare in modo nuovo questa terra ormai diventata “terra del cielo” la cui primizia ora è Maria, madre dei credenti. Questa terra trasfigurata, questa terra redenta, questa terra nuova sarà la dimora del regno di Dio.

Sì, chi sarà per me Gesù, il Veniente per tutti i miei fratelli e le mie sorelle in umanità? Attendo, spero sia come l’ho amato e conosciuto, ma non sono certo di questo: Dio è tanto più grande del nostro cuore...

  Amico di una vita dal volto sconosciuto


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«Con san Francesco da papa Francesco» - 6/13 marzo 2015 - viaggio a piedi di nove religiosi francescani da Assisi fino a piazza San Pietro.


La storia li ha separati. Un pellegrinaggio “penitenziale” tornerà a riunirli. Sui passi che il loro fondatore, san Francesco, percorse nel 1209 per andare da Assisi a Roma. I frati dell’Ordine francescano escono dai loro conventi che formano il polmone spirituale della cittadina umbra e si mettono in cammino dalla “patria” del Poverello al centro della cristianità. «Con san Francesco da papa Francesco» è il filo conduttore del viaggio a piedi che porterà nove religiosi di Assisi fino a piazza San Pietro. Sette giorni di marcia per questa delegazione che idealmente tornerà a unire i quattro rami maschili scaturiti dal carisma del santo: i Minori, i Minori Conventuali, i Minori Cappuccini e il Terz’Ordine Regolare. «Sarà una sorta di predica senza voce per dire a quanti incontreremo l’amore di Dio e per testimoniare la nostra fede», spiega fra’ Marco Moroni in una nota che presenta l’iniziativa.

Più dimensioni si legheranno in questo evento: il richiamo alla Quaresima, l’Anno della vita consacrata, il desiderio di confermare la fedeltà al Papa, l’omaggio a Bergoglio dopo la sua visita ad Assisi del 4 ottobre 2013. Ma il pellegrinaggio di 185 chilometri sarà soprattutto un’“anteprima” dell’itinerario quadriennale che vedrà insieme i rami maschili presenti ad Assisi. Una sfida che nella settimana di marcia sarà rappresentata da un segno: il cingolo di Francesco. È la reliquia che i “figli” del Poverello avranno con loro. «Non solo esso rimanda ai tesori della vita consacrata – afferma fra’ Pasquale Berardinetti, uno dei referenti del progetto e responsabile della comunicazione dei Frati Minori dell’Umbria –. Per la nostra famiglia religiosa ha anche un valore proprio: chi appartiene ai quattro rami ha abiti diversi ma il cingolo è identico. Ciò dice l’impegno comune a vivere lo spirito di Francesco». E la reliquia, aggiunge fra’ Moroni, «sarà conforto, protezione e simbolo di unità»....

  Nove frati con la reliquia a piedi da Assisi a Roma

I nove frati francescani che fino a giovedì 12 marzo saranno protagonisti del pellegrinaggio a piedi «Con san Francesco da papa Francesco» chiedono a tutti di camminare con loro. «Vogliamo essere accompagnati in questo percorso. Perché l’iniziativa non sia uno dei "fatti nostri" ma una via di condivisione e fraternità», sottolinea fra’ Marco Moroni. Giorno dopo giorno i religiosi racconteranno la loro esperienza sul web attraverso messaggi e fotografie che verranno pubblicati sui siti di Assisi dei quattro rami maschili dell’Ordine francescano (Minori, Minori Conventuali, Minori Cappuccini e Terz’Ordine Regolare): 
  • www.assisiofm.it;
  • www.sanfrancescopatronoditalia.it;
  • www.fraticappucciniassisi.it;
  • www.provinciasanfrancescotor.it.

06/03/2015 13:50
Inizia il pellegrinaggio dei frati di Assisi verso Roma
Un monte Subasio innevato ed una Assisi piuttosto ventosa sono i primi due particolari che i nostri frati pellegrini verso Roma hanno certamente notato questa mattina recandosi alla Tomba di San Francesco per ricevere, dalle mani del Custode del Sacro Convento – fr Mauro Gambetti –, e dal Custode della Porziuncola – fr Rosario Gugliotta –, la benedizione ed il mandato di inizio pellegrinaggio...

  Benedizione, mandato e affidamento alla Vergine degli Angeli

Un’iniziativa nata tra i frati francescani di Assisi, appartenenti ai quattro rami maschili dell’Ordine fondato da san Francesco (Minori, Minori Conventuali, Minori Cappuccini, Terz’Ordine Regolare), e fatta propria dai rispettivi Ministri generali.

Un pellegrinaggio per dichiarare il desiderio di camminare insieme, o meglio di fare sempre più quanto già da tempo si fa nella pastorale e nella vita accademica e di fraternità, a dispetto della “differenza cromatica” – segno evidentemente di quella giuridica – dei quattro abiti religiosi.

DATE

6 - 13 marzo 2015

PARTECIPANTI

fra Angelo Gatto ofmcap
fra Carlos Acacio Gonçalves Ferreira ofmcap
fra Daniele Maria Piras ofm
fra Danilo Cruciani ofm
fra Edoardo Sturaro ofm
fra Janez Šamperl ofmconv
fra Jorge Fernandez ofmconv
fra Marco Moroni ofmconv (logistica)
fra Pio Amran Sugiarto Purba ofmconv
fra Ryszard Stefaniuk ofmconv 

PERCORSO

Venerdì 6 Assisi - Foligno
Sabato 7 Foligno - Spoleto
Domenica 8 Spoleto - Terni
Lunedì 9 Terni - Otricoli
Martedì 10 Otricoli - Rignano Flaminio
Mercoledì 11 Rignano Flaminio - Prima Porta
Giovedì 12 Prima Porta - Piazza San Pietro

Mandato e benedizione presso la Tomba di San Francesco.
Affidamento alla Vergine degli Angeli alla Porziuncola.
Inizio del pellegrinaggio dei frati delle quattro famiglie francescane di Assisi verso Roma con una reliquia di San Francesco.

  video


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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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Si chiama "21/21" l'iniziativa ideata dal Comitato don Peppe Diana in vista del ventunesimo anniversario, che cadrà il 19 marzo prossimo, della morte ad opera di un killer del clan dei Casalesi del sacerdote che aveva sfidato apertamente la camorra. Un filo rosso, quello caratterizzato dal numero "21" che legherà tutte gli eventi in ricordo del prete ucciso il giorno del suo onomastico nella sacrestia della chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe. A partire dal primo marzo sulla pagina Facebook denominata "21/21 per don Peppe Diana" sarà possibile consultare, scaricare e contribuire ad arricchire la bacheca con 21 parole, 21 scritti, 21 iniziative, 21 immagini, 21 canzoni, 21 messaggi di artisti, 21 scuole per don Diana ma anche 21 libri e 21 considerazioni. 
L'obiettivo, dicono i promotori, "è generare un tamtam di cittadinanza attiva che non conosce limiti nel bisogno di comunicare il cambiamento del territorio"...

   Don Diana, 21 parole per ricordarlo


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... Sarebbe anche fin troppo facile smontare l'appropriazione indebita a forza di citazioni, saccheggiando quello che don Milani ha detto e lasciato scritto, ma sarebbe riduttivo, perché l'incompatibilità tra Salvini e don Milani è, ancor prima che nel merito, nel metodo. Tutto il lavoro che don Milani nella sua vita ha fatto, al di là delle parole dette, ha mirato a una sola cosa: dare ai poveri, ai fragili, ai marginali parole e cultura sufficienti per difendersi da chi avrebbe potuto prevaricarli e tirarli dalla propria parte a suon di slogan a buon mercato. Voleva che imparassero a difendersi, con la forza della ragione, dalla politica che parla alla pancia, indipendentemente dal suo colore. La sua era, prima di tutto, una scuola di senso critico. Non solo, nella sua scuola si studiavano lingua e lingue: i suoi ragazzi imparavano a vivere aperti all'Europa e al mondo, andavano a imparare, lavorando in fabbrica o nei campi, il tedesco in Germania, l'Inglese in Inghilterra, l'arabo in Algeria. 
Basterebbe questo a segnare la distanza con Salvini. Ma v'è di più. Nella scuola di don Milani le porte erano aperte, non solo in uscita per andare nel mondo a imparare, ma anche in entrata...
... siamo abbastanza convinti che se ci fossero in giro tanti don Milani, i Salvini di turno avrebbero minor seguito.

   CARO SALVINI, NON CITI A SPROPOSITO DON MILANI


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Parla Michele Gesualdi, figlio spirituale del priore di Barbiana: i valori della Lega poco hanno da dividere con l'insegnamento di don Milani.

  Michele Gesualdi:   "Salvini, don Lorenzo per te sarebbe straniero"


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"LA CHIESA NELLA CITTÀ: TRA COMPAGNIA E PROFEZIA" - IN DIALOGO CON LA CITTÀ - 2015 CUSTODI DELL’UMANO


IN DIALOGO CON LA CITTÀ -  2015   
CUSTODI DELL’UMANO
VICARIATO DI BARCELLONA P.G. (ME)

Sabato 7 marzo h. 19.00 

"LA CHIESA NELLA CITTÀ:
 TRA COMPAGNIA E PROFEZIA" 

Arte, fede e cultura
CHIESA DI S. GIOVANNI BATTISTA 
IN BARCELLONA P.G. (ME)

Presiede e modera: sac. Giuseppe Turrisi, vicario foraneo.

Intervengono: Gino Trapani e Andrea Italiano della Pro Loco “Alessandro Manganaro”,
  fr. Egidio Palumbo, carmelitano.

Guarda anche la locandina:
  "LA CHIESA NELLA CITTÀ: TRA COMPAGNIA E PROFEZIA"  (PDF)


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Semplicità e radicalità per chi si vuol chiamare Cristiano... parola di cardinale (S.E. Cardinale Montenegro, per tutti sempre P. o Don Franco)



Costruire una comunità aperta, «non un rifugio sicuro», altrimenti «si rischia che diventi solo un ripostiglio, luogo dove viene accantonata anche roba inutile, perché essa è il luogo concreto in cui Dio si rivela, spezza la sua forza di risurrezione per ciascuno di noi e dove l’uomo si libera». Il cardinale Francesco Montenegro, tornato nella sua Agrigento dopo avere ricevuto la porpora nell’ultimo Concistoro, è stato accolto dai fedeli in occasione del Pontificale per la festa di San Gerlando, patrono della città e della diocesi. La celebrazione si è svolta nella chiesa di San Domenico, non nella cattedrale di San Gerlando chiusa da quattro anni per pericolo di crollo, mentre la processione con le reliquie del santo è stata annullata a causa del maltempo. «Si è comunità quando insieme si va con Cristo e verso Cristo e con lui verso gli altri – ha detto Montenegro nell’omelia –. Sbaglia chi cerca nella comunità quell’atmosfera di favola che, facendo dire 'e vissero felici e contenti', esclude dagli altri o li esclude. Il non dialogo è esclusione ». E ancora: «Non si fa comunità solamente per riempire il tempo libero o per stare bene insieme tra brava gente – ha aggiunto il cardinale Montenegro –. Essa non è una semplice possibilità di socializzazione, ma il luogo dove l’amicizia deve diventare fraternità, la collaborazione lavoro comune per portare la liberazione che Dio vuole per gli uomini, i programmi fedeltà a Dio che opera nella storia, i rapporti interpersonali amore disinteressato verso tutti i fratelli». 
Vivere il Vangelo fino in fondo è l’unico modo per essere credibili. Una radicalità che in questo territorio significa anche non dimenticare che l’accoglienza va garantita sempre e comunque a chi bussa alle porte di casa nostra. La diocesi di Agrigento, Lampedusa in particolare, vive la difficoltà degli sbarchi di migranti provenienti dall’Africa, ma non si può essere cristiani e rifiutare di accogliere i migranti. Lo ha ribadito anche nel suo messaggio per la Quaresima, durante la celebrazione delle Ceneri ad Agrigento, il cardinale Montenegro, che è anche presidente della Commissione per le migrazioni della Conferenza episcopale italiana e della fondazione Migrantes. Guardando all’interno delle comunità ecclesiali, ha usato toni molto duri nei confronti degli operatori pastorali che storcono il naso di fronte alla nuova ondata di arrivi sulle coste siciliane. «Il digiuno, se diventa carità, pulisce il cuore e gli occhi, e fa riconoscere il volto di Cristo nei fratelli vicini e lontani… anche nelle colonne di schiavi che i faraoni e gli Erode di oggi continuano a condannare alla fame e anche alla morte. Gli sbarchi nella nostra terra sono l’aperta denuncia delle tragedie legate al terrorismo, ai genocidi, agli attentati, ai disastri ecologici – ha sottolineato –. E noi credenti, davanti a tutto questo, non possiamo restare spettatori, né possiamo sentirci a posto con la nostra fede se pensiamo che questa gente (per qualcuno gentaglia) deve tornarsene indietro perché sono un inquietante disturbo. Convinciamoci che rifiutarli e disprezzarli è rifiutare e disprezzare Cristo». E qui ha aggiunto: «Stento a capire come ci si possa definire buoni cristiani o impegnati operatori pastorali, se poi si nutrono sentimenti antievangelici o si resta indifferenti dinanzi a tanti fratelli immigrati. Agli operatori pastorali che pensano così consiglio, anche per coerenza personale, di sospendere il loro servizio nelle comunità. Il Vangelo o si accoglie e si annunzia tutto o non si è cristiani». (Fonte: Avvenire 26/02/2015) 

Mercoledì 18 febbraio con la celebrazione delle Sacre Ceneri ha avuto inizio la Quaresima. Il card. Francesco Montenegro ha presieduto il sacro rito nella chiesa Sant’Alfonso di Agrigento. Di seguito vi proponiamo il testo integrale dell’Omelia che il cardinale ha tenuto durante la Santa Messa. Nella prima celebrazione da cardinale, S.E. Montenegro ha espresso un monito a quegli operatori pastorali e cristiani in genere che nutrono sentimenti anticristiani o restano indifferenti dinanzi ai bisogni dei più deboli, a quanti vivono in questa condizione di incoerenza con il Vangelo il cardinale ha consigliato di sospendere il loro servizio nella comunità in cui operano.

  Montenegro ai cristiani: "a chi nutre sentimenti antievangelici sospenda il suo servizio nella comunità"

Il 24 febbraio, nella cappella del Coretto della Cattedrale di Agrigento, l'arcivescovo, Francesco Montenegro, ha presieduto i vespri solenni in onore di San Gerlando alla presenza del Capitolo della Cattedrale di Agrigento, del serminario di Agrigento, dei fedeli convenuti per onorare il santo patrono della città e arcidiocesi di Agirgento.

Pensando a S. Gerlando l'arcivescovo ha presentato alcune brevi considerazioni:
"Viviamo in un tempo - ha detto il card. Montenegro - che ha bisogno di profezia e di speranza; di testimonianza e di amore; di presenza e di servizio; di incarnazione e di comunione; di cristiani che sanno farsi carico dei feriti di questo mondo; di testimoni appassionati. (Neppure i tempi di Gerlando furono facili). C’è bisogno di donne e uomini che si lasciano portare dall’ebbrezza della Pasqua; che non riducono la profezia a buonismo; che non vogliono essere voci anonime tra le tante; che rifiutano il ruolo di lucignoli fumiganti ma vogliono essere fiamme ardenti; non compiacenti verso un cristianesimo della festa ma da vivere nella quotidianità". 
"Ci vogliono insomma santi" ha esclamato l'arcivescovo e citando Giovanni Paolo II che ricordava ai giovani “Non abbiate paura di essere i Santi nel Nuovo Millennio” ha detto: "Essere santi, infatti, non significa essere dei Mastrolindo, ma persone vere, coraggiose, capaci di andare contro corrente, perché 'la santità è la misura alta della vita cristiana ordinaria' (NMI 31). È santo chi è capace di essere straordinario nel fare le cose ordinarie.
Spesso - ha proseguito - non si considerano il lavoro, lo studio, i rapporti di amicizia come opportunità per vivere la santità. Il calciatore, invece, diventa santo giocando la sua partita e facendo gol, il ragioniere facendo calcoli, la casalinga badando alla casa. Paolo VI diceva: 'Cristiano, sii cosciente; cristiano, sii coerente; cristiano, sii fedele; cristiano, sii forte; in una parola: cristiano, sii cristiano'. Vivere la santità non è fare miracoli, quelli che meravigliano, semmai quelli di ogni giorno possibili a tutti, ma è “vivere una vita in modo tale che non si potrebbe spiegare se Dio non esistesse”. S. Gerlando è santo perché ha fatto bene il Vescovo!..

  FESTA DI SAN GERLANDO, il Card. Montenegro: "Essere santi non significa essere dei Mastrolindo, ma persone vere e coraggiose"

  video

Un passaggio dell'omelia del card. Montenegro in occasione del Pontificale di San Gerlando patrono di Agrigento:

... La comunità è il risultato di una scelta di fede: consegnarsi cioè senza calcoli alla sorpresa divina per lasciare il segno del suo passaggio. La comunità c’è per essere nel mondo lievito di rinnovamento e rendere visibile l'amore di Dio. Una comunità che si chiude, che resta anonima e insignificante per la storia rende Cristo muto e blocca la risurrezione. I credenti insieme devono essere protagonisti e forze vive nel movimento in avanti del territorio in cui si vive e perciò dell'umanità, così da essere punto di riferimento per quanti lottano seriamente per la liberazione dell'uomo. Questo per dire che non si fa comunità solamente per riempire il tempo libero o per stare bene insieme tra brava gente, essa non è una semplice possibilità di socializzazione, ma il luogo dove l’amicizia deve diventare fraternità, la collaborazione lavoro comune per portare la liberazione che Dio vuole per gli uomini, i programmi fedeltà a Dio che opera nella storia, i rapporti interpersonali amore disinteressato verso tutti i fratelliPer questo motivo sono incomprensibili gli arroccamenti delle e nelle parrocchie, la mancanza di dialogo tra i gruppi di una stessa parrocchia e la scarsità di collaborazione tra le comunità di uno stesso territorio, quasi che ognuno sia detentore del Signore e Lui non fosse uno solo e uno per tutti. Mentre cantiamo sino a sfiatarci: “Dov’è carità e amore, là c’è Dio”, la frammentazione rende attuale la denuncia di Paolo: “«Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!»…”.Con Lui dobbiamo chiederci: “Ma Cristo è stato forse diviso?” (cfr 1 Cor. 1,12-13). La Chiesa non è la somma delle tante parrocchie, né la parrocchia è la somma di gruppi, né la propria comunità è una roccaforte da difendere. 
Cristo ci chiede di essere un’unica Chiesa che sta con le porte aperte per guardare meglio la strada ed andarvi. Una cosa è certa: la comunione, quando è vera non cancella le identità. Si è comunità quando insieme si va con Cristo e verso Cristo e con Lui verso gli altri. Sbaglia chi cerca nella comunità quell’ atmosfera di favola che facendo dire: “e vissero felici e contenti”, esclude dagli altri o li esclude. Il non dialogo è esclusione. Non mi stancherò di ripetere che una parrocchia ben organizzata, ma chiusa in se stessa e non aperta sia al dialogo con la chiesa diocesana sia alla missione, non è ancora la Chiesa di Cristo. È come una pentola in cui continuano a bollire i legumi sino a quando lentamente si disfano, solo perché non si vuole versarli nei piatti a cui gli altri possono attingere. Così facendo si costruisce una comunità solo per noi e non per il Regno e la si usa per i propri interessi e non per incontrare Dio e i fratelli. Ciò vuol dire mettersi fuori strada.
Gesù ci chiede di essere comunità aperte e tutti, agli altri e non solo tra i componenti di essa (se fosse chiusa non può definirsi comunità)...

  PONTIFICALE S. GERLANDO, Montenegro: "Chi vuole la chiesa come un rifugio rischia di renderla un ripostiglio"


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È sempre molto amato da tutti don Franco... Il cardinale senza cattedrale che va in giro con la Vespa e la sua croce di legno...


Una giornata di 36 ore quella trascorsa con “don Franco” nella terra agrigentina. Un cardinale che smette alla sera le vesti solenni del pontificale per svegliarsi presto al mattino e andare allo stadio a incontrare centinaia di liceali scoppiettanti di vitalità. È molto amato il neo-cardinale Francesco Montenegro, 69 anni, messinese, arcivescovo di Agrigento da sette anni, presidente della Commissione episcopale per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, ancora più noto per essere il vescovo di Lampedusa che accolse il primo, storico viaggio di Papa Francesco nel luglio 2013. Ancora prima, vietò i funerali a un boss mafioso. Il rientro nella sua diocesi con berretta e anello è stato trionfale ma semplice al tempo stesso. La festa del patrono san Gerlando, il santo che riaffermò la cristianità sull’Islam che si era radicato in Sicilia. La chiesa straripa di popolo, clero, canti e gesti simbolici. A fine Messa il cardinale prende il microfono e ricorda il patto: “Questo anello non è mio ma vostro. E non mi chiamate cardinale: io resto sempre don Franco. Quello che prima dovevo fare con ‘eccellenza’, ora lo faccio con ‘eminenza’”.

Un Vangelo senza sconti. “L’unica cosa che so fare è voler bene e amare”, ci dice. Cita don Tonino Bello, don Primo Mazzolari, e sua madre, dama di carità che lo portava nelle case dei poveri e gli diceva sempre: “Ama i poveri”. Questo “amare senza freni” i poveri, gli immigrati, i sofferenti, gli emarginati, insieme alla croce di legno che porta da 14 anni - “e perché mai devo cambiarla? Che sia d’oro o d’argento sempre croce è” - è il tratto distintivo di un cardinale che ancora gira in Vespa per le irte stradine del centro storico e sente di avere in testa e nel cuore una direzione chiara: “Il Vangelo va preso senza sconti: non si può essere buoni cristiani ed essere indifferenti ai poveri o agli immigrati. Bisogna abbandonare il vecchio modo di vivere la fede in maniera accomodante e condividere, aprirsi all’altro. Qui si tratta di mettere una marcia in più. Con il galateo si può scherzare, con il Vangelo no”. Con un piccolo cruccio: “La nostalgia di aver lavorato molto per i poveri e meno con i poveri”...

  "È sempre don Franco" In giro con la Vespa e la sua croce di legno

Una giornata con il card. Francesco Montenegro

  video

Per saperne di più vedi alcuni dei nostri precedenti post:

  • Francesco Montenegro nominato Cardinale dal Papa
  • L’ARCIVESCOVO DEI MIGRANTI IN SELLA ALLA VESPA
  • Montenegro: «Chiesa con il Vangelo in mano»
  • Una scintilla di pace da Favara per scacciare la paura e promuovere dialogo e speranza tra cristiani e musulmani
  • Semplicità e radicalità per chi si vuol chiamare Cristiano... parola di cardinale (S.E. Cardinale Montenegro, per tutti sempre P. o Don Franco)



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Chiesa e mafia: Stupore e amarezza dei vescovi calabresi



Il giorno 03 marzo 2015, la Conferenza Episcopale Calabra, riunitasi nella sua sede di Catanzaro ha emesso il seguente comunicato in merito ad alcune affermazioni del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, che nei giorni scorsi aveva accusato la Chiesa di troppi silenzi di fronte alla criminalità mafiosa. 

Ecco il comunicato integrale della Conferenza episcopale calabra.

Abbiamo appreso con stupore e amarezza, dai mezzi di informazione, le parole del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti . Citando nobili esempi quali quelli di don Peppino Diana e del beato Pino Puglisi, egli denuncia il silenzio seguito alla morte dei due parroci per sostenere, ha dichiarato testualmente "che la Chiesa potrebbe moltissimo contro le mafie e che grande responsabilità per i silenzi sia della Chiesa. Siamo dovuti arrivare al 2009 per iniziare a parlarne". 

Queste parole fanno male perché denotano una lettura superficiale e una conoscenza approssimativa del pur faticoso forse a tratti lento ma in ogni caso ininterrotto cammino che proprio la Chiesa ha compiuto dal secondo dopoguerra a oggi, nella comprensione e nella trattazione del fenomeno mafioso e di cui proprio don Puglisi e, con lui tante altre figure di sacerdoti, sono testimonianza viva. Un conto è parlare di ritardi, che pure ci sono stati, un altro è farli passare per immobilismo, silenzi, omissioni e talvolta larvata connivenza.

...

Non aver considerato tutto ciò e tanto altro, lascia l'amaro nei cuori e non fa di certo progredire l'unità di intenti tra tutte le istituzioni e la Chiesa.

La Conferenza episcopale Calabra

Vedi anche il nostro precedente post:

  Mafia: Chiesa in silenzio?




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Riportiamo di seguito il testo integrale della seconda predica della Quaresima 2015, di padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia.

  ZENIT:   Adorare la trinità



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 FRANCESCO
 


    Angelus/Regina Cæli - Angelus, 1° marzo 2015

    Udienza Generale - del 4 marzo 2015: La Famiglia - 6. I Nonni(I)


   Discorso - Ai rappresentanti della Confederazione Cooperative Italiane (28 febbraio 2015)

   Discorso - Agli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale Regionale del Nordafrica (C.E.R.N.A.) in visita "ad Limina Apostolorum" (2 marzo 2015)

   Discorso - Ai Vescovi amici del movimento dei Focolari (4 marzo 2015)

   Discorso - Ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia per la vita (5 marzo 2015)

   Discorso - Agli aderenti al Cammino Neocatecumenale (6 marzo 2015)



   Messaggio - Quaresima 2015: Rinfrancate i vostri cuori (Gc 5,8)



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28/02/2015:

  Gesù intercede per noi...


03/03/2015:

  Un cuore si indurisce quando...


05/03/2015:

  Se noi siamo troppo attaccati alla ricchezza...


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Angelus del 1° marzo 2015 - Testo e video


 1° marzo 2015 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Domenica scorsa a liturgia ci ha presentato Gesù tentato da satana nel deserto, ma vittorioso sulla tentazione. Alla luce di questo Vangelo, abbiamo preso nuovamente coscienza della nostra condizione di peccatori, ma anche della vittoria sul male offerta a quanti intraprendono il cammino di conversione e, come Gesù, vogliono fare la volontà del Padre. In questa seconda domenica di Quaresima, la Chiesa ci indica la meta di questo itinerario di conversione, ossia la partecipazione alla gloria di Cristo, quale risplende sul suo volto di Servo obbediente, morto e risorto per noi.

La pagina evangelica racconta l’evento della Trasfigurazione, che si colloca al culmine del ministero pubblico di Gesù. 
...

... L’amore trasfigura tutto! Credete voi in questo? Ci sostenga in questo cammino la Vergine Maria, che ora invochiamo con la preghiera dell’Angelus.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

non cessano, purtroppo, di giungere notizie drammatiche dalla Siria e dall’Iraq, relative a violenze, sequestri di persona e soprusi a danno di cristiani e di altri gruppi. Vogliamo assicurare a quanti sono coinvolti in queste situazioni che non li dimentichiamo, ma siamo loro vicini e preghiamo insistentemente perché al più presto si ponga fine all’intollerabile brutalità di cui sono vittime. Insieme ai membri della Curia Romana ho offerto secondo questa intenzione l’ultima Santa Messa degli Esercizi Spirituali, venerdì scorso. Nello stesso tempo chiedo a tutti, secondo le loro possibilità, di adoperarsi per alleviare le sofferenze di quanti sono nella prova, spesso solo a causa della fede che professano. Preghiamo per questi fratelli e queste sorelle che soffrono per la fede in Siria e in Iraq…. Preghiamo in silenzio…..

Desidero ricordare pure il Venezuela, che sta vivendo nuovamente momenti di acuta tensione. Prego per le vittime e, in particolare, per il ragazzo ucciso pochi giorni fa a San Cristobal. Esorto tutti al rifiuto della violenza e al rispetto della dignità di ogni persona e della sacralità della vita umana e incoraggio a riprendere un cammino comune per il bene del Paese, riaprendo spazi di incontro e di dialogo sinceri e costruttivi. Affido quella cara Nazione alla materna intercessione di Nostra Signora di Coromoto.
...

Saluto cordialmente i seminaristi di Pavia insieme al loro rettore e al padre spirituale. Hanno appena terminato gli esercizi spirituali e oggi tornano in diocesi. Chiediamo per loro e per tutti i seminaristi la grazia di diventare buoni preti.

A tutti auguro una buona domenica. Non dimenticate, per favore, di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  il testo integrale

  video


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Papa Francesco UDIENZA GENERALE 4 marzo 2015 - foto, testo e video



 4 marzo 2015 

Dopo la pausa della settimana scorsa, durante la quale era impegnato negli Esercizi spirituali di Quaresima ad Ariccia, papa Francesco ha ripreso le udienze generali del mercoledì.
Alle 9.30 era già in piazza, e a metà percorso ha fatto fermare la “papamobile” per salutare un gruppo di fedeli che lo chiamavano a gran voce. Tra di loro, una vecchina con i cappelli bianchi e il fazzoletto nero in testa, all’uso contadino. Il Papa l’ha accarezzata e ha parlato con lei, visibilmente commossa

Circa dodicimila i fedeli presenti oggi in piazza san Pietro per l’appuntamento del mercoledì, baciato dal sole e da un cielo terso. Papa Francesco, come di consueto, ha baciato e accarezzato bambini, ad alcuni di lor ha rimesso con tenerezza il cappuccio o il berretto, premurosamente. 

Anche oggi non è mancato il gesto dello “scambio dello zucchetto” con i fedeli. 

La coreografia della piazza poteva contare su diversi palloncini colorati, verde, viola, rosa azzurro e sulle bandiere bianche e azzurre del Paese di Bergoglio. “Viva Argentina”, si sentiva a tratti gridare dalla folla, e tra i vari cartelloni ne spiccava uno con la scritta "Papa abbracciami!"

La Famiglia - 6. I Nonni (I)

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

La catechesi di oggi e quella di mercoledì prossimo sono dedicate agli anziani, che, nell’ambito della famiglia, sono i nonni, gli zii. Oggi riflettiamo sulla problematica condizione attuale degli anziani, e la prossima volta, cioè il prossimo mercoledì, più in positivo, sulla vocazione contenuta in questa età della vita.

Grazie ai progressi della medicina la vita si è allungata: ma la società non si è “allargata” alla vita! Il numero degli anziani si è moltiplicato, ma le nostre società non si sono organizzate abbastanza per fare posto a loro, con giusto rispetto e concreta considerazione per la loro fragilità e la loro dignità. Finché siamo giovani, siamo indotti a ignorare la vecchiaia, come se fosse una malattia da tenere lontana; quando poi diventiamo anziani, specialmente se siamo poveri, se siamo malati soli, sperimentiamo le lacune di una società programmata sull’efficienza, che conseguentemente ignora gli anziani. E gli anziani sono una ricchezza, non si possono ignorare.

Benedetto XVI, visitando una casa per anziani, usò parole chiare e profetiche, diceva così: «La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune». E’ vero, l’attenzione agli anziani fa la differenza di una civiltà. In una civiltà c’è attenzione all’anziano? C’è posto per l’anziano? Questa civiltà andrà avanti se saprà rispettare la saggezza, la sapienza degli anziani. In una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani o sono scartati perché creano problemi, questa società porta con sé il virus della morte.

... Fragili siamo un po’ tutti, i vecchi. Alcuni, però, sono particolarmente deboli, molti sono soli, e segnati dalla malattia. Alcuni dipendono da cure indispensabili e dall’attenzione degli altri. Faremo per questo un passo indietro?, li abbandoneremo al loro destino? Una società senza prossimità, dove la gratuità e l’affetto senza contropartita – anche fra estranei – vanno scomparendo, è una società perversa. La Chiesa, fedele alla Parola di Dio, non può tollerare queste degenerazioni. Una comunità cristiana in cui prossimità e gratuità non fossero più considerate indispensabili, perderebbe con esse la sua anima. Dove non c’è onore per gli anziani, non c’è futuro per i giovani.

  video della catechesi

Saluti:
...

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. ...

Cari amici, il nostro tempo, segnato da tante ombre, sia sempre illuminato dal sole della speranza, che è Cristo. Egli ha promesso di restare sempre con noi e in molti modi manifesta la sua presenza. A noi il compito di annunciare e testimoniare il suo amore che ci accompagna in ogni situazione. Non stancatevi, pertanto, di affidarvi a Cristo e di diffondere il suo Vangelo in ogni ambiente.

Saluto i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Cari giovani, il cammino quaresimale che stiamo percorrendo sia occasione di autentica conversione perché possiate giungere alla maturità della fede in Cristo. Cari ammalati, partecipando con amore alla stessa sofferenza del Figlio di Dio incarnato, possiate condividere fin d’ora la gioia della sua risurrezione. E voi, cari sposi novelli, trovate nell’alleanza che, a prezzo del suo sangue, Cristo ha stretto con la sua Chiesa, la base del vostro patto coniugale.

  il testo integrale

  video integrale



«Vergogna e misericordia» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

2 marzo 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
“Aiutami Signore a vergognarmi dei miei peccati”

E’ facile giudicare gli altri, ma si va avanti nel cammino cristiano solo se si ha la sapienza di accusare se stessi: è quanto ha detto il Papa riprendendo, dopo gli esercizi spirituali, a celebrare la Messa a Santa Marta con i gruppi.

Le letture del giorno sono incentrate sul tema della misericordia. Il Papa, ricordando che “siamo tutti peccatori” - non “in teoria” ma nella realtà - indica “una virtù cristiana, anzi più di una virtù”: “la capacità di accusare se stesso”. E’ il primo passo di chi vuole essere cristiano:

“Tutti noi siamo maestri, siamo dottori nel giustificare noi stessi: ‘Ma, io non sono stato, no, non è colpa mia, ma sì, ma non era tanto, eh… Le cose non sono così…’. Tutti abbiamo un alibi spiegativo delle nostre mancanze, dei nostri peccati, e tante volte siamo capaci di fare quella faccia da ‘Ma, io non so’, faccia da ‘Ma io non l’ho fatto, forse sarà un altro’: fare l’innocente. E così non si va avanti nella vita cristiana”.
...

“E’ il primo passo, accusare se stesso. Senza dirlo, no? Io e la mia coscienza. Vado per la strada, passo davanti al carcere: ‘Eh, questi se lo meritano’, ‘Ma tu sai che se non fosse stato per la grazia di Dio tu saresti lì? Hai pensato che tu sei capace di fare le cose che loro hanno fatto, anche peggio ancora?’. Questo è accusare se stesso, non nascondere a se stesso le radici di peccato che sono in noi, le tante cose che siamo capaci di fare, anche se non si vedono”.

Il Papa sottolinea un’altra virtù: vergognarsi davanti a Dio, in una sorta di dialogo in cui noi riconosciamo la vergogna del nostro peccato e la grandezza della misericordia di Dio:

“’A te, Signore, nostro Dio, la misericordia e il perdono. La vergogna a me e a te la misericordia e il perdono’. Questo dialogo con il Signore ci farà bene di farlo in questa Quaresima: l’accusa di se stessi. Chiediamo misericordia. Nel Vangelo Gesù è chiaro: ‘Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso’. Quando uno impara ad accusare se stesso è misericordioso con gli altri: ‘Ma, chi sono io per giudicarlo, se io sono capace di fare cose peggiori?’”.

La frase: “Chi sono io per giudicare l’altro?” – afferma il Papa – obbedisce proprio all’esortazione di Gesù: “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati”. Invece, rileva – “come ci piace giudicare gli altri, sparlare di loro!”. 

“Che il Signore, in questa Quaresima – conclude il Pontefice - ci dia la grazia di imparare ad accusarci”, nella consapevolezza che siamo capaci “delle cose più malvagie”, e dire: “Abbi pietà di me, Signore, aiutami a vergognarmi e dammi misericordia, così io potrò essere misericordioso con gli altri”.

  Papa: sapienza del cristiano è non giudicare gli altri e accusare se stesso

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«Imparate a fare il bene» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

3 marzo 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
“no alla finta della santità”

Continuano — seguendo la quotidiana liturgia della parola — le riflessioni di Papa Francesco sul tema della conversione. Dopo l’invito di lunedì «ad accusare noi stessi, a dirci la verità su noi stessi, a non truccarci l’anima per convincere che siamo più buoni di quello che realmente siamo», nella messa celebrata martedì 3 marzo a Santa Marta, il Pontefice ha approfondito «il messaggio della Chiesa» che «oggi si può riassumere in tre parole: l’invito, il dono e la “finta”». Un invito che, come si legge nel libro del profeta Isaia (1, 10.16) riguarda proprio la conversione: «Prestate orecchio all’insegnamento del nostro Dio. Lavatevi, purificatevi!», ovvero: «Ciò che voi avete dentro che non è buono, quello che è cattivo, quello che è sporco, deve essere purificato».

Di fronte alle sollecitazioni del profeta: «Allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni», «Cessate di fare il male! Imparate a fare il bene», c’è chi dice: «Ma, Signore, io non faccio il male; vado a messa tutte le domeniche, sono un buon cristiano, faccio tante offerte». A costoro ha idealmente chiesto Francesco: «Ma tu sei entrato nel tuo cuore? Sei capace di accusare te stesso nelle cose che trovi lì?». E nel momento in cui si avverte la necessità della conversione, ci si può anche chiedere: «Ma come posso convertirmi?». La risposta viene dalla Scrittura: «Imparate a fare il bene».

«La sporcizia del cuore» infatti, ha puntualizzato il Papa, «non si toglie come si toglie una macchia: andiamo in tintoria e usciamo puliti. Si toglie col fare». La conversione è «fare una strada diversa, un’altra strada da quella del male». Altra domanda: «E come faccio il bene?». La risposta viene ancora dal profeta Isaia: «Cercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova». Indicazioni che, come ha spiegato Francesco, ben si comprendono in una realtà come quella di Israele, dove «i più poveri e i più bisognosi erano gli orfani e le vedove». Per ognuno noi significa: vai «dove sono le piaghe dell’umanità, dove c’è tanto dolore; e così, facendo il bene, tu laverai il tuo cuore. Tu sarai purificato! Questo è l’invito del Signore».

Conversione significa quindi che siamo chiamati a fare il bene «ai più bisognosi: la vedova, l’orfano, gli ammalati, gli anziani abbandonati, che nessuno ricorda»; ma anche «i bambini che non possono andare a scuola» o i bambini «che non sanno farsi il segno della Croce». Perché, ha evidenziato con amarezza il Pontefice, «in una città cattolica, in una famiglia cattolica ci sono bambini che non sanno pregare, che non sanno farsi il segno della Croce». E allora occorre «andare da loro» a portare «l’amore del Signore».

Se faremo questo, si è chiesto il Papa, «quale sarà il dono del Signore?». Egli «ci cambierà», ha detto riprendendo la frase in cui il profeta Isaia afferma: «Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve; se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana». Persino di fronte alla nostra paura o titubanza — «Ma, padre, io ho tanti peccati! Ne ho fatti tanti, tanti, tanti, tanti!» — il Signore ci conferma: «Se tu vieni per questa strada, nella quale io ti invito, anche se i vostri peccati fossero come scarlatti, diventeranno bianchi come neve».

Ha commentato il Pontefice: «È una esagerazione! Il Signore esagera; ma è la verità», perché Dio, di fronte alla nostra conversione, «ci dà il dono del suo perdono» e «perdona generosamente». Dio non si limita a dire: «Ma io ti perdono fino a qui, poi vedremo il resto...». Al contrario, «il Signore perdona sempre tutto, tutto». Ma, ha puntualizzato Francesco chiudendo il suo ragionamento, «se tu vuoi essere perdonato» devi incamminarti sulla «strada del fare il bene».

Dopo l’analisi delle due prime due parole proposte all’inizio dell’omelia — l’«invito», ovvero: mettiti in cammino per convertirti, per fare il bene; e «il «dono», cioè: «ti darò il perdono più grande, ti cambierò, ti farò purissimo» — il Papa è passato alla terza parola, la «finta». 
...
Ecco allora le tre parole su cui «meditare» in questa seconda settimana della Quaresima: «l’invito alla conversione; il dono che ci darà il Signore e cioè un perdono grande»; e «la “trappola”, cioè “fare finta” di convertirsi e prendere la strada dell’ipocrisia». Con queste tre parole nel cuore si può partecipare all’Eucaristia, «la nostra azione di grazie», nella quale si sente «l’invito del Signore: “Vieni da me, mangiami. Io cambierò la tua vita. Fai la giustizia, fai il bene ma, per favore, guardati dal lievito dei farisei, dall’ipocrisia”».

  Quando il Signore esagera

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«Non siamo orfani» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano

5 marzo 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
“la mondanità anestetizza l'anima”

Essere mondani significa perdere il proprio nome fino ad avere gli occhi dell’anima «oscurati», anestetizzati, tanto da non vedere più le persone che ci stanno intorno. È da questo «peccato» che Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata giovedì mattina, 5 marzo, a Santa Marta.

«La liturgia quaresimale di oggi ci propone due storie, due giudizi e tre nomi» ha subito fatto notare Francesco. Le «due storie» sono quelle della parabola del ricco e del mendicante Lazzaro, narrata da Luca (16, 19-31). In particolare, ha affermato il Papa, la prima storia è «quella dell’uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e lino finissimo» e «si trattava bene», tanto che «ogni giorno si dava a lauti banchetti». In realtà il testo, ha precisato Francesco, «non dice che era cattivo»: piuttosto «era un uomo di vita agiata, si dava alla buona vita». In fondo «il Vangelo non dice che si divertisse alla grande»; la sua era piuttosto «una vita tranquilla, con gli amici». Chissà, magari «se aveva i genitori, sicuramente inviava loro dei beni perché avessero il necessario per vivere». E forse «era anche un uomo religioso, a suo modo. Recitava, forse, qualche preghiera; e due o tre volte l’anno sicuramente si recava al tempio per fare i sacrifici e dava grosse offerte ai sacerdoti». E «loro, con quella pusillanimità clericale lo ringraziavano e lo facevano sedere al posto d’onore». Questo era «socialmente» il sistema di vita dell’uomo ricco presentato da Luca.

C’è poi «la seconda storia, quella di Lazzaro», il povero medicante che sta davanti alla porta del ricco. Com’è possibile che quell’uomo non si accorgesse che sotto casa sua c’era Lazzaro, povero e affamato? Le piaghe di cui parla il Vangelo, ha rilevato il Papa, sono «un simbolo delle tante necessità che aveva». Invece «quando il ricco usciva da casa, forse la macchina con la quale usciva aveva i vetri oscurati per non vedere fuori». Ma «sicuramente la sua anima, gli occhi della sua anima erano oscurati per non vedere». E così il ricco «vedeva soltanto la sua vita e non si accorgeva di che cosa era accaduto» a Lazzaro.

In fin dei conti, ha affermato Francesco, «il ricco non era cattivo, era ammalato: ammalato di mondanità». E «la mondanità trasforma le anime, fa perdere la coscienza della realtà: vivono in un mondo artificiale, fatto da loro». La mondanità «anestetizza l’anima». E «per questo, quell’uomo mondano non era capace di vedere la realtà».
...

«Nella Chiesa — ha proseguito il Pontefice — tutto è chiaro, Gesù ha parlato chiaramente: quella è la strada». Ma «c’è alla fine una parola di consolazione: quando quel povero uomo mondano, nei tormenti, chiede di inviare Lazzaro con un po’ d’acqua per aiutarlo», Abramo, che è la figura di Dio Padre, risponde: «Figlio, ricordati...». Dunque «i mondani hanno perso il nome» e «anche noi, se abbiamo il cuore mondano, abbiamo perso il nome». Però «non siamo orfani. Fino alla fine, fino all’ultimo momento c’è la sicurezza che abbiamo un Padre che ci aspetta. Affidiamoci a lui». E il Padre si rivolge a noi dicendoci «figlio», anche «in mezzo a quella mondanità: figlio». E questo significa che «non siamo orfani».

«Nella preghiera all’inizio della messa — ha detto infine Francesco — abbiamo chiesto al Signore la grazia di volgere i nostri cuori a lui, che è Padre». E così, ha concluso, «continuiamo la celebrazione della messa pensando a queste due storie, a questi due giudizi, ai tre nomi; ma, soprattutto, a quella bella parola che sarà sempre detta fino all’ultimo momento: figlio».

  Senza nome

  video



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La Chiesa di Francesco secondo il giornalista Massimo Franco: nuova linfa, ma anche incomprensioni interne e preoccupazioni per la sicurezza personale del Papa

  Federico Cenci:   Francesco: il Papa che in due anni "ha ribaltato l'immagine negativa della Chiesa"




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