"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°3 del 2016

Aggiornamento della settimana

- dal 16 al 22 gennaio 2016 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 29 gennaio 2016

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


PREGHIERA DEI FEDELI

 



OMELIA 

  
     di P. Gregorio Battaglia
   di P. Aurelio Antista
di P. Alberto Neglia


 

 



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 






 


I NOSTRI TEMPI




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Don Ciotti alla Commissione Parlamentare Antimafia : "...Voglio difendere la dignità di Libera che e' un coordinamento di 1600 associazioni. Qui non c'e' don Ciotti, io rappresento un noi..."



«È da molti mesi che attorno a don Luigi Ciotti tira una brutta aria. È giunto il momento di dire basta». Il mondo cooperativo fa quadrato intorno al fondatore di Libera, dopo le accuse pesanti lanciate da un magistrato antimafia, Catello Maresca, sulla gestione dei beni confiscati alle cosche e sull’impegno dell’organizzazione fondata dal sacerdote torinese. Le cooperative, cui sono stati affidati immobili e aziende agricole sequestrate ai boss, vengono peraltro chiamate in causa anch’esse dal pm, che le definisce «non sempre affidabili», «false e con il bollino», «multinazionali» che agiscono in regime di monopolio e in maniera anticoncorrenziale. «Basta coi giudizi generici da parte di persone che non sanno di cosa parlano – sbotta Mauro Lusetti, presidente nazionale di Legacoop –. Il contributo che Libera ha dato in questi vent’anni alla ricostituzione di un tessuto di legalità in tante parti d’Italia è stato fondamentale». «Non è la prima volta che si tenta di delegittimare e gettare fango sull’impegno di chi è in prima linea contro la criminalità – osserva il numero uno di Confcooperative, Maurizio Gardini –. Pur avendo il massimo rispetto per chi ha pronunciato quelle parole, sono rimasto sorpreso e preoccupato. Anche perché, insieme a don Luigi, siamo i primi ad essere parte lesa. Succede tutte le volte che, nelle maglie della legge, finiscono per inserirsi realtà che nulla hanno a che fare con lo spirito di legalità e trasparenza che portiamo avanti». 

La paralisi amministrativa. Siamo di fronte a una solidarietà obbligata, motivata magari col fatto che molte coop hanno avuto in gestione terreni e ville sequestrati a Cosa nostra? No, è l’esatto contrario. Il terzo settore ha tutto l’interesse a reagire contro il rischio di infiltrazioni illegali, che è «reale», ha ammesso Ciotti. Sarà perché la ferita di Mafia Capitale è ancora aperta, sarà perché la voglia di fare pulizia dentro il settore è alta (sono state 100mila le firme raccolte lo scorso anno contro le false coop) fatto sta che la polemica scatenatasi intorno a Libera ha provocato una reazione immediata. «Chiariamo subito – osserva Lusetti –: se ci sono stati errori e infrazioni, vanno puniti. Ma rifiuto l’idea che migliaia di persone perbene, ragazzi e giovani che lavorano per stipendi mediamente bassi, possano fare affari con l’antimafia». Il nodo è un altro e attiene alle lentezze e ai ritardi della normativa...
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Oltre le intimidazioni. Quanto ai condizionamenti 'ambientali' per i dipendenti soci che lavorano in queste zone, «la nostra risposta è sempre la stessa: chiedere più partecipazione alla vita dell’impresa sociale, più formazione, massimo rigore » spiega il numero uno di Legacoop. «Possiamo contare su migliaia di giovani animati dal miglior senso civico e tutto questo è una grande ricchezza – spiega il presidente di Confcooperative –. Ma resta decisiva la visione e la conoscenza dei meccanismi d’impresa. Non ci si improvvisa alla guida di aziende agricole o di alberghi confiscati alle mafie. Per questo, occorre lavorare al nostro interno per garantire i massimi standard di professionalità». Tanto più che lo strumento giuridico delle cooperative è utilizzato con grandissima facilità da chi vuole approfittarne, per delinquere o fare affari sulla pelle delle vittime.
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  Mafia e beni confiscati: «Basta fango su Libera»

Don Luigi Ciotti replica alle polemiche su Libera: "Da questo cammino ventennale abbiamo tratto tante fatiche, diverse soddisfazioni ma nessun vantaggio materiale".

Libera non gestisce direttamente le cooperative sui beni confiscati. Le sostiene, ne accompagna lo sviluppo, ne condivide il cammino. C’è una comunanza di obbiettivi e di ideali, ma la gestione, l’amministrazione, la ragione sociale restano autonome: questo è bene chiarirlo una volta per tutte! Libera è un coordinamento di associazioni. Difendere la sua dignità è difendere quella delle 1.600 realtà che ne fanno parte, diverse per riferimenti, storia, competenze, ma unite nell’impegno contro le mafie e la corruzione. 

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La lotta alle mafie, alla corruzione, al furto di speranza, ha bisogno della repressione, ma la repressione non basterà mai senza una presa di coscienza collettiva, senza una nuova mentalità, senza comportamenti ispirati al bene comune. 

Da questo cammino ventennale abbiamo tratto tante fatiche, diverse soddisfazioni ma nessun vantaggio materiale. I finanziamenti riguardano solo progetti di formazione (e sono tutti rendicontati e messi a bilancio) e, quanto ai beni confiscati, Libera ne gestisce direttamente solo sei, piccoli appartamenti trasformati in sedi locali dell’associazione. 

Libera non riceve nessun bene – ha sottolineato il giugno scorso Umberto Postiglione, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati – i beni vengono dati ai Comuni che poi li assegnano alle cooperative. Sono loro che operano insieme a Libera, che agisce soprattutto nella fase di formazione della cooperativa stessa, ma le strutture non sono di Libera, è sempre il Comune che le assegna. 

Ferisce e amareggia questa campagna di discredito che mira a demolire il nostro percorso. Libera non è perfetta – ci mancherebbe – ma è una realtà pulita, che agisce per servizio e non per potere. Questo vorrei fosse tenuto in conto da chi oggi denigra e diffama senza conoscere e, il più delle volte, senza muovere un dito.
(fonte: Famiglia Cristiana)

Nel pomeriggio di mercoledi' 13 gennaio Don Luigi Ciotti insieme ai componenti dell'Ufficio di Presidenza di Libera sono stati ascoltati in audizione pubblica davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dall' Onorevole Rosi Bindi. Il resoconto dell'audizione attraverso il racconto delle agenzie di stampa.

  AUDIZIONE DI DON CIOTTI E LIBERA PRESSO LA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA




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Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato.


Domenica 17 gennaio, si celebra, in tutte le parrocchie, la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato. Quest’anno la Giornata - la 102 esima - avrà un particolare momento celebrativo nella regione Lazio e in particolare a Roma. 

Domenica, infatti, circa 7.000 migranti e rifugiati, provenienti dalle 17 diocesi del Lazio, di almeno 30 nazionalità, saranno in piazza San Pietro per partecipare alla preghiera mariana dell’Angelus presieduta dal santo Padre Francesco. Tra loro ci saranno anche 200 richiedenti asilo del CARA di Castelnuovo di Porto, con le bandiere delle diverse nazionalità presenti al Centro. Dopo l’Angelus i migranti, attraversando la Porta Santa, parteciperanno, nella Basilica di S. Pietro, ad una solenne celebrazione liturgica presieduta da S.Em. il Card. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, durante la quale consacrerà, per l’occasione, oltre 5.000 ostie realizzate da alcuni detenuti del carcere di Opera di Milano.
In Basilica sarà presente la Croce di Lampedusa, simbolo che richiama le circa 4.000 vittime - tra cui oltre 750 bambini – che lo scorso anno hanno perso la vita nel viaggio verso le nostre coste. 
“La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016 diventa un momento particolare, un gesto concreto che caratterizza il Giubileo della misericordia che stiamo vivendo voluto da Papa Francesco il quale, più volte, ha richiamato tutti all’accoglienza”, ribadisce oggi la Fondazione Migrantes che nei giorni scorsi, nel presentare gli eventi in programma per domenica, ha indicato alcune proposte che possono aiutare a migliorare l’accoglienza dei migranti in Italia, con una particolare attenzione ai richiedenti asilo e rifugiati in Europa e nel nostro Paese. 

Il decalogo della Migrantes.
1) Rimane necessario aprire canali di ingresso regolari ...
2) Occorre trovare modalità nuove di gestione dei flussi delle persone in arrivo in Europa...
3) Trovare procedure di identificazione e di ricollocamento comuni in Europa che tengano conto del rispetto della dignità umana e dei diritti umani delle persone. ...
4) Riuscire a dare una risposta più competente e più celere alle persone che fanno domanda d’asilo...
5) Arrivare ad avere un sistema unico e diffuso di accoglienza in Italia...
6) Per arrivare ad avere un sistema unico bisogna superare la volontarietà di adesione dei Comuni, a fronte della garanzia di fondi certi, anche nei tempi di erogazione, e superando l’ottica del co-finanziamento. L’accoglienza dei richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale deve diventare un servizio sociale specifico per ogni Comune o unione di piccoli Comuni...
7) L’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, seppur ottima, se non è seguita, da quando le persone hanno la certezza di poter rimanere in Italia, da un serio programma di inserimento abitativo e lavorativo crea solo marginalizzazione, rischio di sfruttamento e frustrazione. ...
8) Rispetto ai minori stranieri non accompagnati bisogna davvero riuscire asuperare la prima accoglienza in centri collettivi spesso inadeguati (oserei dire piccoli orfanatrofi) e arrivare a forme diversificate di accoglienza che prevedano ...
9) Una proposta importante, anche in vista delle prossime elezioni amministrative di primavera, riguarda la ripresa di una proposta politica importante, purtroppo finita nei cassetti parlamentari: la proposta di legge per il voto amministrativo ai migranti regolarmente presenti nel nostro Paese. ...
10) Parlare delle migrazioni e dello spostamento delle persone con competenza e serietà per superare finalmente un’informazione allarmistica ed ideologica del fenomeno, che troppo spesso dimentica il popolo dei migranti, 5 milioni, per fermarsi ad esasperare alcuni casi. Nello specifico, poi, dei richiedenti asilo, non siamo di fronte a un’invasione del nostro Paese (siamo stati sia l’anno scorso che quest’anno intorno a un richiedente asilo ogni mille abitanti), ma siamo di fronte a un momento di grande sofferenza del mondo in cui il numero dei conflitti (di cui la nostra parte di mondo ha la sua responsabilità sia nella creazione che nella mancata gestione) e il numero di spostamento forzato di persone per cambiamenti climatici è davvero molto elevato. Sarebbe ingenuo pensare che tutti questi spostamenti forzati di persone in fuga da guerre e conflitti e da cambiamenti climatici, sempre più numerosi, violenti ed imprevisti, non abbia una ricaduta anche in Europa e in Italia; e non saranno i controlli alle frontiere a fermare le persone in fuga, che sono state obbligate a spostarsi. (aise)


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Il ricco e il povero hanno uguale dignità
Dalla Lettera Enciclica LAUDATO SI’ di Papa Francesco:
VI. LA DESTINAZIONE COMUNE DEI BENI
93. Oggi, credenti e non credenti sono d’accordo sul fatto che la terra è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a beneficio di tutti. Per i credenti questo diventa una questione di fedeltà al Creatore, perché Dio ha creato il mondo per tutti. Di conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati. Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale».[71] La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata. San Giovanni Paolo II ha ricordato con molta enfasi questa dottrina, dicendo che «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno».[72] Sono parole pregnanti e forti. Ha rimarcato che «non sarebbe veramente degno dell’uomo un tipo di sviluppo che non rispettasse e non promuovesse i diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli».[73] Con grande chiarezza ha spiegato che «la Chiesa difende sì il legittimo diritto alla proprietà privata, ma insegna anche con non minor chiarezza che su ogni proprietà privata grava sempre un’ipoteca sociale, perché i beni servano alla destinazione generale che Dio ha loro dato».[74] Pertanto afferma che «non è secondo il disegno di Dio gestire questo dono in modo tale che i suoi benefici siano a vantaggio soltanto di alcuni pochi».[75] Questo mette seriamente in discussione le abitudini ingiuste di una parte dell’umanità.[76]
94. Il ricco e il povero hanno uguale dignità, perché «il Signore ha creato l’uno e l’altro» (Pr 22,2), «egli ha creato il piccolo e il grande» (Sap 6,7), e «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt 5,45)

  Ricchezza, Oxfam: "62 miliardari hanno quanto 3,6 miliardi di poveri. Paradisi fiscali...



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Aumenta sempre più il divario tra ricchi e poveri. Sessantadue persone detengono la stessa ricchezza della metà della popolazione mondiale - "Semplicemente “immorale”: Quando è troppo, è troppo!" di Giulio Albanese


Aumenta sempre più il divario tra ricchi e poveri
Sessantadue persone detengono la stessa ricchezza della metà della popolazione mondiale 

"Semplicemente “immorale”: 
Quando è troppo, è troppo!"
di Giulio Albanese

Sessantadue persone detengono la stessa ricchezza della metà della popolazione mondiale. È quanto emerge da un rapporto pubblicato oggi da Oxfam, in coincidenza con l’annuale World Economic Forum che si tiene questa settimana a Davos. Un dato che, secondo l'autorevole federazione di 18 organizzazioni umanitarie e attiviste che si occupano di povertà, diritti umani e ingiustizie nel mondo, racconta da solo l’enorme disuguaglianza di reddito nel nostro pianeta e che vanifica la lotta alla povertà globale. Dobbiamo ammettere che questo è semplicemente “immorale”. Lo studio indica tra l’altro che la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale - circa 3,6 milioni di persone - è scesa del 41% (pari a mille miliardi di dollari) dal 2010 a oggi. Ma ciò non toglie nulla alla divaricazione della forbice tra chi ha molto e chi poco o nulla. Lo scarto tra i super-ricchi e il resto della popolazione si è accresciuto in modo spettacolare negli ultimi 12 mesi. Ecco che allora la ricchezza delle 62 persone più ricche del pianeta è aumentata di oltre 500 miliardi di dollari, arrivando così ad un totale di 1.760 miliardi di dollari. Il primo della classe è Bill Gates, fondatore del colosso Microsoft, che ha accumulato 79,2 miliardi di dollari. Per carità, questo signore si lava la coscienza facendo il filantropo con la sua fondazione Bill & Melinda Gates, creata nel gennaio del 2000. Oggi è guidata da William H. Gates Sr. (padre di Bill Gates) e da Patty Stonesifer (ex membro della delegazione americana all'Onu), con un patrimonio di 43 miliardi di dollari ed è attiva nella ricerca medica, nella lotta all'Aids e alla malaria, nel miglioramento delle condizioni di vita nei paesi in via di sviluppo e nell'educazione. Ma a cosa serve fare “beneficenza” in questo modo quando si è responsabili della più aberrante esclusione sociale dell’umanità?

Anni fa, quando molti dei nostri missionari denunciavano i meccanismi di sfruttamento della globalizzazione selvaggia nelle periferie del mondo e la finanziarizzazione indiscriminata dell’economia, erano spesso tacciati di terzomondismo populista. Ora però che la crisi è diventata planetaria e che le masse sono impoverite anche in alcuni Paesi della vecchia Europa, abbiamo, per così dire, sotto gli occhi l’insostenibilità politica e sociale di un modello di sviluppo che ha mostrato tutta la sua inadeguatezza.

Negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta, sembrava quasi fosse peccaminoso criticare un sistema che aveva generato in Occidente, dal punto di vista materiale, una condizione di benessere, espandendo la fascia del cosiddetto ceto medio. Eppure, allora, anche in Italia, vi erano voci fuori dal coro che avevano il coraggio di stigmatizzare l’inganno. “Spinti dal nostro feticismo produttivo – scriveva in quegli anni un coraggioso teologo, il compianto padre Ernesto Balducci - noi stiamo avanzando in regioni spaventose, quelle del benessere vuoto di ogni valore”. Ecco che allora, oggi, proprio facendo tesoro dell’esperienza traumatica dei poveri, nei bassifondi della Storia, siamo chiamati, con urgenza e temerarietà ad opporci al pensiero debole imposto dal materialismo pratico, definendo, con ingegno e fantasia, una cultura rispettosa della dignità della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio.

“La cultura della competizione [...] è condannata non solo dalla coscienza – ammoniva padre Ernesto – ma dall’istinto di sopravvivenza. I valori alternativi sono, non dico possibili, ma necessari”. Del resto, perché la Storia, col suo carico di contraddizioni, riesca ad essere maestra di vita, pur passando nei resoconti della memoria in mani sempre diverse quante sono le generazioni, dovrebbe essere oggetto di un sano discernimento. Essa, infatti, continua ad essere la permanente narrazione di modelli di civilizzazione che, in fondo, hanno sempre generato una palese esclusione. Perché forse quella dei deboli e reietti d’ogni tempo è la storiaccia dei vinti, incapace d’includere nei suoi capitoli tutti i protagonisti del copione. Sì, quasi vi fosse un disfacimento per cui la periferia, ciò che è distante dal palazzo, non contasse per edificare i posteri nella perpetua memoria delle loro gesta negate. “Quando ci siamo svegliati – scrisse provocatoriamente don Lorenzo Milani – i poveri erano già partiti senza di noi!” È drammaticamente vero, non solo in riferimento al passato, ma anche al presente che c’appartiene. Ma queste anime dimenticate che hanno accettato l’esodo dell’emarginazione nello spazio e nel tempo, non solo costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, ma ci interpellano. D’altronde, il messaggio evangelico non legittima la rassegnazione. Pertanto, dobbiamo avere l’ardire di rimboccarci le maniche con umiltà, senza rimpiangere le cipolle d’Egitto come gli ebrei quando erano nel deserto.
La tentazione, a questo punto, potrebbe essere la delega, secondo la logica dello scaricabarili. Che vi siano, cioè, ardimentosi missionari o volontari che dir si voglia, prodighi di benevolenze, pronti a rincorrerli sui sentieri di un’esistenza algida e vischiosa, fatta di paludi dove è facile affondare. Sì, quasi la salvezza delle anime fosse solo e unicamente affare loro. Papa Francesco, però, dall’alto del suo illuminato pensiero ci ammonisce, sapendo che, in fondo, un nuovo mondo è possibile con l’impegno di tutti. Perché tutti siamo missionari.
(Fonte; facebook) 

Quei 62 nababbi ricchi come metà del mondo
di Leonardo Becchetti 

"... Non ci sono più alibi al nostro egoismo e alla nostra pigrizia. E all’azione delle istituzioni, perché la speranza dei poveri non può essere solo nella benevolenza dei ricchi. Dobbiamo votare col portafoglio per quelle imprese ed intermediari illuminati che perseguono con maggiore lucidità questo ideale. E dobbiamo eleggere rappresentanti che promuovano politiche di creazione di valore economicamente, socialmente ed ambientalmente sostenibile fondate sulla progressività fiscale. Ridurre queste enormi diseguaglianze della ricchezza è l’urgenza di tutti se vogliamo disinnescare le fonti di futuri conflitti. Oxfam indica tra le direttrici di azione più importanti quella di salari minimi mondiali che evitino la corsa al ribasso sui diritti e sulla remunerazione del lavoro, politiche di prezzo sui farmaci che li rendano accessibili ai meno abbienti e una fiscalità progressiva e che redistribuisca equamente gli oneri. ..."

  Quei 62 nababbi ricchi come metà del mondo di Leonardo Becchetti 

  VIDEO Servizio TV2000

Guarda anche:
  chi sono i 62 super miliardari del mondo 

  Anche in Italia l’1% possiede il 23,4% della ricchezza nazionale



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Faccio appello una volta ancora a tutti voi: “Non dimenticate i poveri!” - Papa Francesco al World Economic Forum di Davos

Messaggio del Santo Padre al Presidente Esecutivo del “World Economic Forum” in occasione del Meeting annuale a Davos-Klosters (Svizzera)

Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato al Prof. Klaus Schwab, Fondatore e Presidente esecutivo del World Economic Forum , in occasione dell’apertura dell’incontro annuale, in programma in questi giorni a Davos-Klosters (Svizzera).
Latore del Messaggio è il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace:

Messaggio del Santo Padre

Al Professore Klaus Schwab Presidente esecutivo del Forum Economico Mondiale

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Il sorgere della cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” è stato accompagnato da una crescente percezione dell’inevitabilità di una drastica riduzione nel numero dei posti di lavoro. I più recenti studi, condotti dall’Organizzazione Internazionale per il Lavoro, indicano che attualmente la disoccupazione riguarda centinaia di milioni di persone. La finanziarizzazione e la tecnologizzazione delle economie nazionali e di quella globale hanno prodotto cambiamenti di ampia portata nel campo del lavoro. Le diminuite opportunità per un’occupazione vantaggiosa e dignitosa, insieme a una riduzione della copertura previdenziale, stanno causando una preoccupante crescita della disuguaglianza e della povertà in diversi Paesi. Emerge con chiarezza il bisogno di dar vita a nuovi modelli imprenditoriali che, nel promuovere lo sviluppo di tecnologie avanzate, siano anche in grado di utilizzarle per creare un lavoro dignitoso per tutti, sostenere e consolidare i diritti sociali e proteggere l’ambiente. L’uomo deve guidare lo sviluppo tecnologico, senza lasciarsi dominare da esso!
Faccio appello una volta ancora a tutti voi: “Non dimenticate i poveri!”.Questa è la sfida primaria che, come dirigenti nel mondo degli affari, avete dinanzi. «Chi ha i mezzi per condurre una vita dignitosa, invece di essere preoccupato per i privilegi, deve cercare di aiutare i più poveri ad accedere anch’essi a condizioni di vita rispettose della dignità umana, in particolare attraverso lo sviluppo del loro potenziale umano, culturale, economico e sociale» ( Discorso alla classe dirigente e al Corpo Diplomatico , Bangui, 29 novembre 2015).
Non dobbiamo mai permettere che la cultura del benessere ci anestetizzi e ci renda «in­capaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri», così che «non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete» ( Evangelii gaudium , 54).
Piangere davanti al dramma degli altri non significa solo partecipare alle loro sofferenze, ma anche, e soprattutto, rendersi conto che le nostre stesse azioni sono causa di ingiustizia e disuguaglianza. Pertanto «apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo» ( Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Misericordiae Vultus , 15).
Quando ci rendiamo conto di questo, diventiamo più pienamente umani, dal momento che la responsabilità nei confronti dei nostri fratelli e sorelle è una parte essenziale della nostra comune umanità. Non abbiate paura di aprire le menti e i cuori ai poveri. In questo modo darete completa libertà di azione ai vostri talenti economici e tecnici e scoprirete la felicità di una vita piena, che il consumismo di per sé non può procurare.
Di fronte a cambiamenti profondi ed epocali, i leader mondiali sono chiamati alla sfida di assicurare che l’imminente “quarta rivoluzione industriale”, gli effetti della robotica e delle innovazioni scientifiche e tecnologiche non conducano alla distruzione della persona umana – ad essere rimpiazzata da una macchina senz’anima – o alla trasformazione del nostro pianeta in un giardino vuoto per il diletto di pochi scelti.
Al contrario, il momento presente offre una preziosa opportunità per dirigere e governare i processi in corso e per edificare società inclusive, basate sul rispetto della dignità umana, sulla tolleranza, sulla compassione e sulla misericordia. Vi esorto, pertanto, a riprendere nuovamente la vostra conversazione su come costruire il futuro del pianeta, la “nostra casa comune”, e vi chiedo di fare uno sforzo congiunto al fine di perseguire uno sviluppo sostenibile ed integrale.
Come ho spesso detto, ed ora volentieri ripeto, l’attività imprenditoriale è «una nobile voca­zione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti», soprattutto «se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune» ( Laudato si’ , 129). Come tale, essa ha la responsabilità di aiutare a superare la complessa crisi sociale ed ambientale e di combattere la povertà. Ciò renderà possibile migliorare le precarie condizioni di vita di milioni di persone e colmare il divario sociale, che dà origine a numerose ingiustizie ed erode i valori fondamentali della società, tra cui l’uguaglianza, la giustizia e la solidarietà.
In questo senso, attraverso mezzi di dialogo preferenziali, il Forum Economico Mondiale può diventare una piattaforma per la difesa e la tutela del creato e per il raggiungimento di un progresso che sia «più sano, più umano, più sociale e più integrale» ( Laudato si’ , 112), anche con il dovuto riguardo per gli obiettivi ambientali e per la necessità di massimizzare gli sforzi al fine di sradicare la povertà, come stabilito nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e nell’Accordo di Parigi nel contesto della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
...
FRANCISCUS


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Data la portata dell’evento e l’attualità degli oggetti di discussione, esaminiamo quelli che saranno i 4 temi principali al World Economic Forum 2016 a Davos.

  Flavia Provenzano:  I 4 temi principali al World Economic Forum 2016 di Davos




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Irene è venuta al mondo nella notte tra il 19 e il 20 gennaio in Piazza in Pio XII in fondo a via della Conciliazione, davanti al Colonnato di piazza San Pietro. 
La mamma Maria Claudia, una clochard romena di 36 anni che aveva cercato riparo dal freddo con cartoni nei pressi della Basilica, l’ha partorita sul marciapiede di piazza Pio XII aiutata da una agente della Polizia italiana, Maria Capona, in servizio insieme ad un collega a piazza san Pietro. 
All’arrivo dell’ambulanza, chiamata dalla Polizia la bimba era ancora legata alla mamma dal cordone ombelicale: sta bene, si chiama Irene e pesa 2,9 chilogrammi. 
Mamma e figlia avvolte nel giacconi degli agenti sono state portate all’ospedale Santo Spirito sul Lungotevere che dista poche centinaia di metri da San Pietro stanno bene.

    video dell'intervista ai poliziotti che sono intervenuti

    video diffuso dalla Polizia di Stato

L’elemosiniere pontificio monsignor Konrad Krajewski è andato a trovare la giovane mercoledì mattina e ha offerto di nuovo ospitalità alla giovane e alla sua bambina a nome del Papa. Monsignor Konrad, che conosce benissimo le situazioni dei clochard che passano la notte accanto al Vaticano, quando aveva saputo mesi fa della gravidanza, varie volte le aveva offerto ospitalità presso le suore di Madre Teresa, ma la signora “non aveva mai desiderato accettare”, ha aggiunto padre Lombardi. Aveva solo usufruito dei servizi, tra cui le docce, che il Papa ha fatto istallare sotto il colonnato. 
Per lei, nel caso accettasse l’ospitalità offerta da Papa Francesco, è pronto un posto nella residenza protetta che le suore di Madre Teresa hanno nel quartiere di Primavalle a Roma.
Ora si è in attesa di una sua risposta. Nel frattempo, il compagno della donna, anche lui romeno, ha ricevuto in questa giornata speciale un’assistenza altrettanto speciale da parte della Elemosineria.


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FEDE E
SPIRITUALITÀ



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   La prima cosa che la Parola di Dio ci chiede...
  In questo Anno Santo vi chiedo...
  Oggi nel mondo del lavoro...
  Cantate al Signore un canto nuovo...
  Oggi ricorre la giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato...
  Con questa mia visita seguo le orme...
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  Il sabato è fatto per l'uomo...
L'astronauta Scott Kelly mostra con orgoglio il primo fiore sbocciato nello spazio postandone l'immagine su Twitter...
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  Gesù è venuto a portare la gioia...
  Non dimenticate i poveri...
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Nozze di Cana-"Gesù ascolta Maria" - Gianfranco Ravasi
breve estratto della puntata di "Frontiere dello Spirito" del 17.01.2016
  video

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Paolo Emanuele Borsellino, nato a Palermo il 19 gennaio 1940, è stato un magistrato italiano assassinato da cosa nostra con cinque agenti della sua scorta nella strage di via d'Amelio a Palermo il 19 luglio 1992, è considerato uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta alla mafia in Italia.
  La lotta alla mafia deve essere...

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Henri Antoine Grouès, detto Abbé Pierre (Lione, 5 agosto 1912 – Parigi, 22 gennaio 2007),a diciannove anni entra nel convento di clausura dei Cappuccini, dove rimane per sette anni, studiando filosofia e teologia. Dopo essere stato ordinato sacerdote, nel 1938, inizia un’intensa attività di salvataggio delle vittime della violenza nazista. È in questa occasione che diventa l’Abbé Pierre. Come partigiano darà un grosso contributo alla liberazione della Francia. Qualche anno più tardi, da un incontro con un ergastolano e mancato suicida, che aveva trovato accoglienza a casa sua, nasce l’esperienza di Emmaüs. Il movimento, che ha dato origine a centinaia di comunità sparse in tutto il mondo, mediante il lavoro di recupero e riutilizzo degli scarti, vuole ridare dignità e fiducia ai poveri, i quali diventano essi stessi donatori e provocatori di chi ha e non fa nulla. 
Memorabile il suo appello alla Radio Luxembourg dell'11 febbraio 1954 per donare coperte, tende e generi di conforto a quei numerosi senza tetto che incontravano gravissime e crescenti difficoltà a sopravvivere.

  Con tutto il denaro del mondo...

  Se si colpisce l'uomo...

Nell'anniversario della morte dell'Abbé Pierre riproponiamo un nostro post con il memorabile appello radio lanciato dall'Abbé Pierre dalle frequenze di Radio Luxembourg dopo la morte di freddo a Parigi di una donna sfrattata.

 
Riascoltiamo dopo 60 anni l'appello dell'Abbé Pierre... oggi interpella anche noi?

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Enzo Biagi incontra l`Abbé Pierre in Normandia, nella comunità La Halte d’Emmaüs, e, nel corso di una lunga intervista, ripercorre le tappe della sua intensa vita, cercando di scoprire le ragioni della sua vocazione.

  RAISCUOLA: ABBÉ PIERRE: VOCAZIONE E VITA (video)


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TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015



TERESA D'AVILA, 
DONNA IN CAMMINO

HOREB n. 72 - 3/2015

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI

EDITORIALE

       Spesso si ritiene che i mistici siano persone privilegiate che percorrono un cammino diverso rispetto ai cristiani comuni. E, invece, se ci accostiamo ai loro scritti e al loro vissuto, ci rendiamo conto che sono persone come noi che, però, si sono lasciate conquistare dallo sguardo di Dio, e, piano piano, hanno consentito a Lui di farsi presente nel frammento della loro vita, e così si sono ritrovate nella storia, nel quotidiano a vivere gli eventi con la stessa passione di Dio.

Fra questi mistici, c’è certamente la carmelitana S. Teresa d’Avila di cui quest’anno ricorre il quinto centenario della nascita (1515-2015). Teresa, nei suoi Scritti, ci racconta che anche lei era una creatura come noi, impastata di carne, di ossa e di peccato. Evidenzia anche, però, che attraverso una faticosa esperienza di ascolto e di preghiera le è stato concesso di percorrere un “cammino”, il più impegnativo della vita, che le ha consentito di passare da una esistenza superficiale e alienata in banalità, a una relazione sempre più viva e amicale con Dio. Questa relazione vitale con Dio, ci racconta Teresa, le ha aperto gli occhi facendole conoscere le proprie fragilità, ma soprattutto l’ha fatta crescere nella consapevolezza di essere, comunque, figlia amata di Dio e della Chiesa. Grazie a questa presa di coscienza, in lei è maturata una più profonda umanità, una maggiore libertà, e una grande generosità.

Ci dice, ancora, Teresa che l’incontro con Dio, “coltivato” attraverso la contemplazione del volto umano di Gesù, anziché estraniarla dal mondo, ha deposto nella sua vita l’ansia e il tormento per i propri fratelli e per la Chiesa, nella quale si è sentita inserita in modo vitale e con una missione particolare da compiere. Così, in un’epoca in cui le donne non avevano voce nella Chiesa e nella società e per lo più restavano relegate nella cerchia familiare, Teresa, visitata dallo sguardo di Dio, con coraggio, e sfidando le maglie dell’Inquisizione, si è fatta promotrice di un processo di rinnovamento nella chiesa, richiamandola, col suo vissuto e con i suoi scritti, a lasciare una logica di potere e a seguire la via tracciata dal Signore Gesù. 

È in questa prospettiva che riproponiamo l’esperienza di Teresa d’Avila, esperienza che riteniamo propositiva e profetica per la chiesa e per l’uomo di oggi.

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   Editoriale  (PDF)

   Sommario  (PDF)


E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it


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Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016: "il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia" (videomessaggio)



Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016:
"il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia"

«Tra fedi diverse, abbiamo una sola certezza: siamo tutti figli di Dio». 
Lo dice il Pontefice nel breve testo diffuso ieri in undici lingue Promossa dall'«Apostolato della preghiera» l'iniziativa sarà ripetuta da Francesco ogni mese dell' Anno Santo «Molti pensano in modo diverso, sentono in modo diverso, cercano Dio o trovano Dio in modi diversi. In questa moltitudine, in questa ampia gamma di religioni, c' è una sola certezza per noi: siamo tutti figli di Dio». Così dice il Papa in un videomessaggio diffuso ieri in spagnolo e sottotitolato in dieci lingue, una breve riflessione sull'importanza del dialogo interreligioso. 
Quest' anno, infatti, Francesco presenterà ogni mese un' intenzione di preghiera rivolta alla Chiesa universale e lo farà in un breve filmato prodotto dall'agenzia di comunicazione argentina "La Machi". 
Nel primo della serie, il Pontefice, ripreso mentre parla avvolto da una luce morbida seduto a una scrivania, ricorda che «la maggior parte delle persone sulla terra si dichiara credente. E questo dovrebbe portare a un dialogo tra le religioni. Non dobbiamo smettere di pregare per questo e collaborare con chi la pensa diversamente. Confido in voi per diffondere la mia petizione di questo mese: perché il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia. Confido nella vostra preghiera»
A inframmezzare queste parole sono le immagini di un musulmano, un ebreo, un sacerdote cattolico, una donna buddista, più altre che ritraggono Bergoglio con rappresentanti di diverse religioni o confessioni cristiane. L' iniziativa è promossa dall'Apostolato della preghiera, che fa capo alla Compagnia di Gesù e ha alle spalle una storia lunga e gloriosa...
(testo tratto dall'articolo «Il dialogo tra religioni porti pace e giustizia». In un video l' invito del Papa alla preghiera di Andrea Galli su Avvenire)

     VIDEO

CREDO NELL'AMORE!!!



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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 7/2015-2016 (C) di Santino Coppolino




'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Gv 2,1-11

Il primo miracolo o - per rimanere fedeli al testo greco - "segno" che Gesù compie nel Vangelo di Giovanni è quello di mutare più di 600 litri di acqua in vino ad un banchetto di nozze. Nella Sacra Scrittura le nozze sono il simbolo per eccellenza dell'alleanza tra Dio, che è lo Sposo, e il suo popolo. In questa prospettiva la vetta più alta della rivelazione biblica la troviamo nel Cantico dei Cantici, storia di una vicendevole ricerca amorosa tra Dio e l'uomo. Il vino è immagine dell'amore tra lo Sposo e la sposa, tra il Creatore e le sue creature. Senza questo vino l'uomo si smarrisce, perde la sua identità, i suoi tratti si cambiano perdendo la somiglianza col Padre. La mancanza di questo vino allora rappresenta la gioia e l'amore dell'uomo che viene meno, e le sei giare di pietra vuote alludono alle Tavole della Legge, alla 'Torah' non ancora compiuta. Ecco perché tanta abbondanza di vino. "Probabilmente Gesù ha mutato così tanta acqua in vino sapendo bene che i cristiani avrebbero molto presto e abbondantemente trasformato il vino del Vangelo nell'acqua della legge"( cit.) Conosciamo bene che un matrimonio senza gioia e senza amore si trasforma presto in un inferno, ed una religione che non pone al primo posto l'amore misericordioso (in ebraico la parola: "hesed", traduce sia"amore" che" misericordia") per ogni fratello che pecca diviene ben presto un tribunale implacabile, dispensatore di sofferenze e di morte. La pagina del vangelo proclama che proprio per questo motivo Gesù è venuto: per immergere l'umanità tutta nel suo amore misericordioso.

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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2, 9) - SUGGERIMENTI PER L’ORGANIZZAZIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI - CELEBRAZIONE ECUMENICA DELLA PAROLA DI DIO


La Settimana 
di preghiera per l’unità dei cristiani 
e per tutto l’anno 2016

Chiamati per annunziare a tutti 
le opere meravigliose di Dio
(cfr 1 Pietro 2, 9)

Congiuntamente preparati e pubblicati da
Pontifício Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani 
Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese

SUGGERIMENTI PER L’ORGANIZZAZIONE
DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA
PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI

Cercare l’unità: un impegno per tutto l’anno
La data tradizionale per la celebrazione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, nell’emisfero nord, va dal 18 al 25 gennaio, data proposta nel 1908 da padre Paul Wattson, perché compresa tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo; assume quindi un significato simbolico. Nell’emisfero sud, in cui gennaio è periodo di vacanza, le chiese celebrano la Settimana di preghiera in altre date, per esempio nel tempo di Pentecoste (come suggerito dal movimento Fede e Costituzione nel 1926), periodo altrettanto simbolico per l’unità della Chiesa.
Consapevoli di una tale flessibilità nella data della Settimana, incoraggiamo i fedeli a considerare il materiale presentato in questa sede come un invito a trovare opportunità in tutto l’arco dell’anno per esprimere il grado di comunione già raggiunto tra le chiese e per pregare insieme per il raggiungimento della piena unità che è il volere di Cristo stesso.
Adattamento del testo
Il testo viene proposto con l’avvertenza che, ove possibile, sia adattato agli usi locali, con particolare attenzione alle pratiche liturgiche nel loro contesto socio-culturale e alla dimensione ecumenica.
In alcune località già esistono strutture ecumeniche in grado di realizzare questa proposta, ma ove non esistessero se ne auspica l’attuazione.
Utilizzo del testo
  • Per le chiese e comunità cristiane che celebrano la Settimana di preghiera in una singola liturgia comune viene offerto un servizio di culto ecumenico.
  • Le chiese e comunità cristiane possono anche inserire il testo della Settimana di preghiera in un servizio liturgico proprio. Le preghiere della celebrazione ecumenica della parola di Dio, gli “otto giorni”, nonché le musiche e le preghiere aggiuntive possono essere utilizzate a proprio discernimento. 
  • Le comunità che celebrano la Settimana di preghiera in ogni giorno dell’ottavario, durante la loro preghiera, possono trarre spunti dai temi degli “otto giorni”.
  • Coloro che desiderano svolgere studi biblici sul tema della Settimana di preghiera possono usare come base i testi e le riflessioni proposte negli “otto giorni”. Ogni giorno l’incontro può offrire l’occasione per formulare preghiere di intercessione conclusive.
  • Chi desidera pregare privatamente per l’unità dei cristiani può trovare utile questo testo come guida per le proprie intenzioni di preghiera. Ricordiamo che ognuno di noi si trova in comunione con i credenti che pregano nelle altre parti del mondo per costruire una più grande e visibile unità della Chiesa di Cristo.

TESTO BIBLICO
(cfr 1 Pietro 2, 9-10)

Ma voi siete la gente che Dio si è scelta, un popolo regale di sacerdoti, una nazione santa, un popolo che Dio ha acquistato per sé, per annunziare a tutti le sue opere meravigliose. Egli vi ha chiamati fuori delle tenebre, per condurvi nella sua luce meravigliosa.
Un tempo voi non eravate il suo popolo, ora invece siete il popolo di Dio. Un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenutola sua misericordia.

INTRODUZIONE
TEOLOGICO-PASTORALE
Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio(cfr 1 Pietro 2, 9)
 
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La chiamata ad essere “popolo di Dio”
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In ascolto delle “opere meravigliose” di Dio
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Responso e annuncio
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Presentazione del materiale
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PRESENTAZIONE DEGLI ORGANISMI
CHE HANNO PREPARATO IL MATERIALE
PER LA SETTIMANA DI PREGHIERA
PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI 2016

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CELEBRAZIONE ECUMENICA
DELLA PAROLA DI DIO
Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2, 9)

Introduzione alla celebrazione ecumenica
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Struttura della celebrazione
“Per annunziare a tutti le sue opere meravigliose”
(1 Pt 2, 9)
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Vedi anche: 
   Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani 
  
Opuscolo Settimana Unita' 2016 pdf


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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2, 9) - I GIORNO Lasciamo rotolare via la pietra


La Settimana 
di preghiera per l’unità dei cristiani 
e per tutto l’anno 2016

Chiamati per annunziare a tutti 
le opere meravigliose di Dio
(cfr 1 Pietro 2, 9)

Congiuntamente preparati e pubblicati da
Pontifício Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani 
Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA

I GIORNO  Lasciamo rotolare via la pietra
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Commento
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Domande per la riflessione personale
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Preghiera
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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2,9) - II GIORNO Chiamati ad essere messaggeri di speranza


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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2,9) - III GIORNO La testimonianza della comunione

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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2,9) - IV GIORNO Un popolo sacerdotale chiamato a proclamare il Vangelo

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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2,9) - V GIORNO La comunione degli apostoli

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La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, iniziata ieri, vive di molteplici iniziative in tutto il mondo. A fare da filo conduttore quest’anno è certamente il tema della misericordia, posto da Papa Francesco al centro di un Anno Santo straordinario. In che modo testimoniare la misericordia può aiutare il progresso del dialogo ecumenico? Fabio Colagrande lo ha domandato a don Cristiano Bettega, direttore dell'Ufficio Cei per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso:

 
RADIO VATICANA:   Don Bettega: ecumenismo è coerenza evangelica non manierismi

Siamo nel cuore della Settimana di preghiera per l'Unità dei cristiani che ha come testo biblico di riferimento il versetto della prima Lettera di Pietro: "Voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce". Ma, le Chiese possono vivere separate? Antonella Palermo ha rivolto la domanda a Enzo Bianchi, priore della Comunità Ecumenica di Bose, Luca Maria Negro, pastore battista, direttore del settimanale ‘Riforma’, neo presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (Fcei), a padre Traian Valdman, decano della diocesi ortodossa romena d’Italia in Lombardi

  RADIO VATICANA:   Settimana per l'Unità: le Chiese non possono vivere separate

Senza voler sottovalutare l’importanza della riflessione teologica e dottrinale nonché il confronto dialogico tra le diverse confessioni religiose cristiane, mi sembra che vada facendosi largo una sorta di ecumenismo del quotidiano.

  Tonio Dell'Olio:   L'ecumenismo del quotidiano

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Papa Francesco ha disposto la modifica della rubrica del Messale Romano riguardante la lavanda dei piedi durante la messa nella Cena del Signore, stabilendo che la partecipazione al rito non sia più limitata soltanto agli uomini o ai ragazzi.

  L'OSSERVATORE ROMANO:   Papa Francesco modifica la rubrica del Messale Romano sul rito della lavanda dei piedi

Papa Francesco cambia le norme liturgiche che finora ammettevano formalmente solo gli uomini. Bergoglio aveva già lavato i piedi alle donne ed era stato accusato di "cattivo esempio". La storia di un rito e delle polemiche.

  Alberto Bobbio:   AI PIEDI DELLE DONNE: LE NOVITÀ DEL GIOVEDÌ SANTO


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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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L’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco ci interpella - Interventi don Sergio Siracusano, prof. Giuseppe Notarstefano, p. Gregorio Battaglia (VIDEO)



Custodire la “casa comune” della nostra città
L’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco 
ci interpella 

 18 gennaio 2016 - Tavola rotonda
Sala Convegni Parco Urbano Maggiore La Rosa
promossa dal Vicariato “SAN SEBASTIANO” 
Barcellona P.G. (ME)
per gli incontri 
"IN DIALOGO CON LA CITTÀ"
ABITARE LA MISERICORDIA

"E’ necessario curare gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro “sentirci a casa” all’interno della città che ci contiene e ci unisce. È importante che le diverse parti di una città siano ben integrate e che gli abitanti possano avere una visione d’insieme invece di rinchiudersi in un quartiere, rinunciando a vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso con gli altri. Ogni intervento nel paesaggio urbano o rurale dovrebbe considerare come i diversi elementi del luogo formino un tutto che è percepito dagli abitanti come un quadro coerente con la sua ricchezza di significati. In tal modo gli altri cessano di essere estranei e li si può percepire come parte di un “noi” che costruiamo insieme. Per questa stessa ragione, sia nell’ambiente urbano sia in quello rurale, è opportuno preservare alcuni spazi nei quali si evitino interventi umani che li modifichino continuamente. " (Papa Francesco - LAUDATO SI’ )

Intervento don Sergio Siracusano,
direttore dell’ufficio diocesano per la Pastorale sociale e il Lavoro

   video

Intervento prof. Giuseppe Notarstefano, 
vice presidente dell’Azione Cattolica Italiana

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Intervento p. Gregorio Battaglia
carmelitano

 
video


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Lampedusa - Aperta la Porta santa nel santuario della Madonna di Porto Salvo
“Che questa isola resti sempre una porta aperta dove trovare cuori spalancati. Sappiamo che chi arriva alle nostre coste ha fame di pane, ma nessuno vi dirà mai che non ha fame di amore! E dandogli il nostro possiamo cambiare la storia del mondo”. cardinale Francesco Montenegro

  video

Il vento del Giubileo spira violento alla Porta d'Europa assieme alle parole forti del cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento: "Non meravigliatevi se abbiamo scelto anche questo luogo come luogo giubilare... uno scrittore (Oscar Wilde) dice "dove c'è sofferenza quel luogo diventa sacro", ecco allora questo luogo aperto a tutti è una porta senza ante; questo significa che quest'isola è chiamata ad essere porta e noi credenti dobbiamo saperla attraversare"...

  video


Francesco domani non incontrerà più il presidente della Cei Non ha gradito esser stato invischiato nei temi della politica italiana. Jorge Mario Bergoglio ha eliminato il cardinale Angelo Bagnasco dall' agenda degli incontri ufficiali. Niente udienza domani mattina. Il colloquio privato, fissato a una settimana dal consiglio episcopale permanente, è apparso e poi scomparso dal bollettino interno timbrato "Prefettura della Casa Pontificia". Questo è l' ennesimo episodio, forse il più clamoroso, che sancisce la distanza tra la Chiesa di papa Francesco e la Chiesa dei vescovi italiani presieduta proprio da Bagnasco. Il motivo: l' esposizione mediatica del cardinale - e dunque anche dei vescovi italiani - per il Family Day in programma il 30 gennaio. Il pontefice argentino non tollera più l' attivismo politico di una Cei abituata a emendare testi di legge e s' è infuriato perché lo stesso Bagnasco l' ha trascinato nel dibattito pubblico sull' evento contro le Unioni civili. Il Papa non ha autorizzato la piazza né le pressioni sul Parlamento. Papa Francesco sostiene la famiglia tradizionale, il matrimonio tra un uomo e una donna, ma preferisce non intervenire con giudizi ruvidi e addirittura offensivi. È il linguaggio della comprensione. Quello che adopera per avvicinare la Chiesa ai divorziati e agli omosessuali. Nessuno va escluso o respinto dal gregge di Cristo. Non ha un' idea diversa di famiglia l' ex arcivescovo di Buenos Aires e l' ha ribadito con insistenza nel tumultuoso Sinodo di ottobre, ma è sempre convinto che i vescovi siano chiamati al ruolo di pastori, non di senatori o deputati ausiliari... (Carlo Tecce)

  Il Papa "cancella" Bagnasco, sponsor del Family Day


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Francesco ha parlato al Tribunale della Rota Romana, nell'udienza per l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Bergoglio ha anche auspicato per i futuri sposi la definizione di un «nuovo catecumenato»

  FAMIGLIA CRISTIANA:  IL PAPA: «NON CONFONDERE LA FAMIGLIA CON ALTRI TIPI DI UNIONI»


Il Pontefice si è soffermato in diverse occasioni sulle minacce alla famiglia ma non vuole essere coinvolto nelle manifestazioni pubbliche che competono ai laici

  Andrea Tornielli:  Family day, il Papa fuori dalla mischia

Nel discorso rivolto alla Rota Romana per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, il Papa chiede di mostrare misericordia soprattutto verso le "famiglie ferite" e ribadisce che la famiglia fondata sul matrimonio non può essere confusa con nessun altro tipo di unione. Anche chi vive "in uno stato oggettivo di errore" deve essere oggetto di misericordia. La famiglia fondata sul matrimonio "indissolubile" è il "sogno"di Dio e la "carta costituzionale" della Chiesa. La "qualità" della fede "non è condizione essenziale del consenso matrimoniale": occorre valutare "molto attentamente" gli errori sulla sacramentalità del matrimonio. Istituire un "nuovo catecumenato" per la preparazione degli sposi.

  M. Michela Nicolais:  Papa Francesco alla Rota Romana: nessuna “confusione” tra la famiglia fondata sul matrimonio e “ogni altro tipo di unione”



Scola lascia a fine anno. Papa Francesco snobba il movimento. Il consenso cala. Alle elezioni di Milano Cl si gioca tutto. Lupi si propone, ma spunta Mardegan.

 
Alessandro Da Rold:  Comunione e liberazione, il 2016 è il 'cupio dissolvi'


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 FRANCESCO
 

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19/01/2016:

  Il Vangelo ci chiama...


22/01/2016:

  Nella società di oggi...



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Papa Francesco Angelus - 17 gennaio 2016



 17 gennaio 2016 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa domenica presenta l’evento prodigioso avvenuto a Cana, un villaggio della Galilea, durante una festa di nozze alla quale partecipano anche Maria e Gesù, con i suoi primi discepoli (cfr Gv 2,1-11).

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Ma il miracolo di Cana non riguarda solo gli sposi. Ogni persona umana è chiamata ad incontrare il Signore nella sua vita. La fede cristiana è un dono che riceviamo col Battesimo e che ci permette di incontrare Dio. La fede attraversa tempi di gioia e di dolore, di luce e di oscurità, come in ogni autentica esperienza d’amore. Il racconto delle nozze di Cana ci invita a riscoprire che Gesù non si presenta a noi come un giudice pronto a condannare le nostre colpe, né come un comandante che ci impone di seguire ciecamente i suoi ordini; si manifesta come Salvatore dell’umanità, come fratello, come il nostro fratello maggiore, Figlio del Padre: si presenta come Colui che risponde alle attese e alle promesse di gioia che abitano nel cuore di ognuno di noi.

Allora possiamo chiederci: davvero conosco il Signore così? Lo sento vicino a me, alla mia vita? Gli sto rispondendo sulla lunghezza d’onda di quell’amore sponsale che Egli manifesta ogni giorno a tutti, a ogni essere umano? Si tratta di rendersi conto che Gesù ci cerca e ci invita a fargli spazio nell’intimo del nostro cuore. E in questo cammino di fede con Lui non siamo lasciati soli: abbiamo ricevuto il dono del Sangue di Cristo. Le grandi anfore di pietra che Gesù fa riempire di acqua per tramutarla in vino (v. 7) sono segno del passaggio dall’antica alla nuova alleanza: al posto dell’acqua usata per la purificazione rituale, abbiamo ricevuto il Sangue di Gesù, versato in modo sacramentale nell’Eucaristia e in modo cruento nella Passione e sulla Croce. I Sacramenti, che scaturiscono dal Mistero pasquale, infondono in noi la forza soprannaturale e ci permettono di assaporare la misericordia infinita di Dio.

La Vergine Maria, modello di meditazione delle parole e dei gesti del Signore, ci aiuti a riscoprire con fede la bellezza e la ricchezza dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti, che rendono presente l’amore fedele di Dio per noi. Potremo così innamorarci sempre di più del Signore Gesù, nostro Sposo, e andargli incontro con le lampade accese della nostra fede gioiosa, diventando così suoi testimoni nel mondo.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

oggi ricorre la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che, nel contesto dell’Anno Santo della Misericordia, è celebrata anche come Giubileo dei Migranti. Sono lieto, pertanto, di salutare con grande affetto le comunità etniche qui presenti, tutti voi, provenienti da varie regioni d’Italia, specialmente dal Lazio. Cari migranti e rifugiati, ognuno di voi porta in sé una storia, una cultura, dei valori preziosi; e spesso purtroppo anche esperienze di miseria, di oppressione, di paura. La vostra presenza in questa Piazza è segno di speranza in Dio. Non lasciatevi rubare la speranza e la gioia di vivere, che scaturiscono dall’esperienza della divina misericordia, anche grazie alle persone che vi accolgono e vi aiutano. Il passaggio della Porta Santa e la Messa che tra poco vivrete, vi riempiano il cuore di pace. In questa Messa, io vorrei ringraziare – e anche voi ringraziate con me – i detenuti del carcere di Opera, per il dono delle ostie confezionate da loro stessi e che saranno utilizzate in questa celebrazione. Li salutiamo con un applauso da qui, tutti insieme …

Saluto con affetto tutti voi, pellegrini venuti dall’Italia e da altri Paesi: in particolare, l’Associazione culturale Napredak, di Sarajevo; gli studenti spagnoli di Badajoz e Palma de Mallorca; e i giovani di Osteria Grande (Bologna).

Adesso vi invito tutti insieme a rivolgere a Dio una preghiera per le vittime degli attentati avvenuti nei giorni scorsi in Indonesia e Burkina Faso. Il Signore le accolga nella sua casa, e sostenga l’impegno della comunità internazionale per costruire la pace. Preghiamo la Madonna: Ave o Maria, …

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  video



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Papa Francesco alla Sinagoga di Roma - Interviste a mons. Bruno Forte e ai rabbini Riccardo Di Segni e Abraham Skorka


Domenica pomeriggio 17 gennaio 2016 alle 16.00, Papa Francesco si reca in visita alla Sinagoga di Roma. 
L’evento coincide con la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei.

Fu istituita in Italia nel 1989 e quest’anno è giunta alla ventesima edizione. È la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei e si celebra il 17 gennaio. Papa Francesco ha scelto proprio questo giorno per andare alla Sinagoga di Roma. Terzo Papa, dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. È una data cara al popolo italiano, ebreo e cattolico. Sono 20 anni che il 17 gennaio nel nostro Paese si organizzano tavole rotonde, momenti di confronto sui grandi temi che interpellano l’umanità, incontri di approfondimento biblico. Sono 20 anni che ebrei e cattolici in Italia si incontrano nelle parrocchie e sale di comunità con il desiderio di conoscersi meglio. Dal 2005, la Cei e l’Assemblea dei Rabbini d’Italia hanno deciso di comune accordo di dedicare la Giornata anno per anno alla riflessione su uno dei Dieci Comandamenti. È una storia silenziosa di dialogo e amicizia. Monsignor Bruno Forte, presidente della Commissione Cei per il dialogo, e il rav Giuseppe Momigliano, presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, in un messaggio ringraziano “di cuore tutti coloro che in questi anni si sono resi disponibili ad offrirci spunti di riflessione”. Non si tratta semplicemente di un tratto di strada percorso insieme ma di “una tappa” perché “il cammino in sé ci offre ancora molte possibilità di incontro, di scambio, di crescita comune”.

Monsignor Forte, il Papa ha scelto di andare nella Sinagoga di Roma il 17 gennaio. Che significato ha questa scelta?
La data del 17 gennaio fu scelta perché ...

Nel messaggio di presentazione della Giornata, lei e il rav Giuseppe Momigliano ribadite “la necessità di proseguire il cammino di dialogo che vent’anni fa abbiamo voluto iniziare”. Cosa intendete dire? E come proseguire nella strada di amicizia?
Il dialogo di questi anni è stato condotto a partire dal Decalogo ...

Il rav Di Segni ha chiesto di non utilizzare più l’espressione “fratelli maggiori” perché induce a pensare ad un rapporto ebrei/cattolici di “sostituzione”. Lei che è un teologo, cosa pensa?
Ogni idea di sostituzione che veda la Chiesa semplicemente prendere il posto di Israele nel disegno di Dio va rifiutata. ...

Quali auspici? Quali speranze apre papa Francesco nel dialogo con l’ebraismo? E dov’è il suo “punto di forza”?
Gli auspici sono quelli di una amicizia e di una collaborazione ebraico-cristiana sempre più stretta e autentica, di cui proprio in questi giorni ho fatto esperienza tenendo la “annual lecture” all’Università Ebraica di Gerusalemme su invito del dipartimento di studi sul cristianesimo che è molto attivo e frequentato dagli studenti.
Il punto di forza di Papa Francesco è la ricchissima esperienza che egli ha personalmente del dialogo fraterno con il mondo ebraico sin dai tempi di Buenos Aires e che gli fornisce una singolare capacità di incontro con il popolo da cui è venuto Gesù, che era ebreo e lo è per sempre.
(fonte: SIR)

Fin dalla elezione di Francesco il rabbino capo della storica Comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, ha avuto diversi contatti e incontri personali con il Papa. Da subito, «per desiderio condiviso», è entrata in agenda la possibilità di una sua visita al Tempio Maggiore. Dal suo studio di Lungotevere de Cenci, Di Segni delinea oggi l’importanza della terza visita di un Pontefice alla sinagoga nel contesto storico segnato dai conflitti che stiamo vivendo, nel progresso delle relazioni e del dialogo ebraico-cattolico a cinquant’anni dalla Nostra aetate. E parla dell’urgenza del messaggio che l’incontro di domenica vuole evidenziare e rilanciare. 

Come si svolgerà il prossimo incontro del Papa al Tempio Maggiore e qual è il carattere che si è voluto dare a questa visita? 
La visita, comprensiva del momento importante all’interno del Tempio con i discorsi ufficiali, ha il carattere e lo scopo di un incontro diretto, personale e collettivo con la Comunità ebraica di Roma e con alcune rappresentanze ebraiche internazionali che ci tengono a incontrare papa Francesco. 
...

È prevista una larga partecipazione? 
Avremo il Tempio strapieno, al limite della capienza. 

La visita alla sinagoga di papa Francesco avviene esattamente sei anni dopo quella di Benedetto XVI del 17 gennaio del 2010 e a trent’anni da quella di Giovanni Paolo II. Rispetto ad esse quali sonole differenze? 
La visita di Giovanni Paolo II è stata uno spartiacque nei rapporti ebraico-cristiani. La seconda di Benedetto XVI ha sottolineato, con il suo stile, una continuità. Ciascuna delle due visite va inserita nel contesto delle diverse contingenze. 

Perché è importante la visita di papa Francesco? 
Un primo aspetto è proprio quello della continuità su una strada di amicizia segnata dai suoi predecessori.
...
La visita di papa Francesco non sarà un mero rituale ereditato dai suoi predecessori, è una nuova tappa, si rinnova di sentimento e si coprirà di nuovi significati. 

E quale significato, secondo lei, assume in questo momento? 
La visita di Francesco in sinagoga ha il suo significato e la sua forza proprio nel contesto storico che stiamo vivendo.
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Il nostro incontro vuole concordemente dare un segnale che è attualissimo, importantissimo e urgente: il messaggio che l’appartenenza a una fede, a una religione non deve essere motivo di ostilità, di odio e di violenza ma è invece possibile costruire una convivenza pacifica, sul rispetto e la collaborazione proprio in nome della propria religione. 

È un segnale in controtendenza… 
Ma è l’idea vincente in questo momento. Il prossimo incontro con papa Francesco attualizza la diversità religiosa come dimostrazione di convivenza, di collaborazione per il bene di tutti, perché le religioni sono portatrici di pace e di valori positivi, utili a tutta la società.
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Lei ha incontrato già diverse volte papa Francesco, quali temi di rilievo avete affrontato in questa prospettiva? 
Dai problemi sociali che affliggono l’Europa all’immigrazione, all’emergenza umanitaria. Si è ragionato sull’impegno delle religioni in questo senso e sui futuri progetti di collaborazione. 

Proprio ieri il Papa ha reiterato i suoi appelli sulla questione degli immigrati… 
Sull’emigrazione abbiamo presentato le nostre analisi, la nostra disponibilità e le nostre perplessità, fermo restando l’aspetto fondamentale che è iscritto nel nostro Dna storico che il migrante deve essere protetto. La Shoah ci deve far ricordare anche soprattutto l’importanza della convivenza con il vicino e con il diverso.
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Ricordando i cinquant’anni dalla Nostra aetate Francesco ha sottolineato «la vera e propria trasformazione che avuto in questo tempo il rapporto tra cristiani ed ebrei». Anche da un punto di punto di vista teologico il dialogo intra-religioso ha fatto dei passi avanti. Per lei quali sono significativi? 
Di recente la Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo ha pubblicato un documento. Direi che si tratta di un documento importante perché è una sintesi di quanto è stato compiuto in questi cinquant’anni e della riflessione teologica da parte cattolica che porta a dei chiarimenti importanti e a delle precisazioni necessarie.
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Come viene considerata la consapevolezza di questo dialogo intra-familiare da parte della Comunità ebraica? 
Il mondo ebraico è estremamente variegato. Solo un piccolo gruppo di specialisti si occupa di queste questioni. La gente comune vede i fatti e sui fatti misura il valore di un rapporto. Un ebreo che vive in Europa coglie e apprezza il fatto che il clima dei rapporti è sostanzialmente cambiato, decisamente migliorato, anche se ci sono difficoltà sulle quali bisogna ancora lavorare. Questo è importante. Ma c’è differenza con gli ebrei che vivono nello Stato di Israele. C’è questo duplice aspetto da considerare. Non è semplice. 

La visita cade anche nel contesto dell’Anno giubilare della misericordia, nella cui bolla d’indizione papa Francesco ha voluto menzionare in modo particolare il legame con l’ebraismo… 
Un evento come questa visita alla Comunità ebraica di Roma certamente serve a consolidare ancora di più i rapporti e a dare forti segnali visibili in questo senso.

   Il Papa in sinagoga: messaggio di pace


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Storica visita di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma (cronaca, foto, testi e video)


Domenica pomeriggio, alle ore 16, Papa Francesco si è recato in visita alla Sinagoga di Roma. Ghetto blindato per paura di attentati terroristici con 800 forze dell’ordine, polizia cinofila e metal detector.
Giunto a Largo XVI ottobre, con dieci minuti di anticipo rispetto al programma, il Papa è stato accolto dal Presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello, dal Presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei), Renzo Gattegna, e dal Presidente della Fondazione Museo della Shoah, Mario Venezia. 
Insieme hanno percorso via Catalana ma prima di entrare in Sinagoga, il Papa si è soffermato davanti alla lapide che ricorda Stefano Gai Tachè, il bimbo di soli 2 anni ucciso dai terroristi palestinesi nell’attentato del 1982. E qui, dopo aver deposto dei fiori, il Papa si è intrattenuto a parlare con la famiglia Tachè e con alcuni dei 40 feriti dell’attentato. È stato un incontro estremamente cordiale e amichevole tanto che le telecamere del Ctv hanno colto un anziano ebreo dire al Papa: “È molto simpatico e le vogliamo tutti molto bene”. E un giovane porgendogli la mano gli ha detto: “benvenuto”. 
 
Intorno alle 16.20 il Pontefice ha raggiunto a piedi il Tempio Maggiore, accolto dai Vice Presidenti Claudia Fellus e Ruben Della Rocca al cancello d’ingresso della Sinagoga. 
All’ingresso della Sinagoga c’era il rabbino capo, Riccardo Di Segni, che sulla scalinata ha accolto il Papa con un abbraccio.

Hanno poi percorso insieme il corridoio centrale dirigendosi verso la tribuna. La Sinagoga era gremita di persone e il Papa si è intrattenuto più volte a parlare e salutare le persone. Tra i partecipanti anche l’imam Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis italiana (Comunità religiosa islamica) e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio.
È stato un lungo e affettuoso benvenuto quello che la comunità ebraica di Roma ha riservato a papa Francesco nella sinagoga di Roma. Il Papa aveva chiesto di avvicinare le persone della comunità ebraica romana e nella Sinagoga è andato avanti e indietro tra i banchi per stringere mani più mani possibile, fino ad abbracciare e baciare sulle guance i sopravvissuti alla deportazione nazista. 

Era la terza volta di un pontefice, ma una scena così non si era ancora mai vista.
A precedere il discorso del Papa, quelli della presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, del presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna e del rabbino Di Segni.

... Sono emozionata nel dare il benvenuto mio, e di tutta la Comunità Ebraica di Roma a Lei, papa Francesco, terzo Pontefice a varcare la soglia del nostro Tempio Maggiore la cui distanza da San Pietro, seppur breve, è sembrata per secoli incolmabile.
L'incontro odierno dimostra che il dialogo tra le grandi fedi è possibile, un impegno volto a garantire accoglienza, pace e libertà per ogni essere umano....

   il testo del discorso del Presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello

Caro papa Francesco, saluto tutti, è con spirito di profonda stima che Le porgo, a nome delle Comunità Ebraiche Italiane, il più caloroso benvenuto.
Sono consapevole che Lei viene in questo tempio ad incontrare l'ebraismo italiano con il suo millenario carico di fede e di cultura, di dolore e di vita. Questa sua visita giunge a rinsaldare ancora di più il cammino di dialogo, di amicizia e di fratellanza tra il popolo ebraico, il popolo dell'Alleanza, e la Chiesa cattolica.

    il testo del discorso del presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna

“Benvenuto”. Con questa semplice parola pronunciata con un sorriso raggiante, il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha accolto papa Francesco nella Sinagoga di Roma. Ed ha poi aggiunto, sempre sorridendo: “Oggi il tempio accoglie con gratitudine la terza visita di un Papa e Vescovo di Roma. Secondo le tradizioni giuridiche rabbiniche, un atto ripetuto tre volte diventa chazaqà, cioè una consuetudine fissa”.

   il testo del discorso di Riccardo Di Segni


Discorso di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle,
sono felice di trovarmi oggi con voi in questo Tempio Maggiore. Ringrazio per le loro cortesi parole il Dottor Di Segni, la Dottoressa Dureghello e l’Avvocato Gattegna; e ringrazio voi tutti per la calorosa accoglienza, grazie! Todà rabbà!

Nella mia prima visita a questa Sinagoga come Vescovo di Roma, desidero esprimere a voi, estendendolo a tutte le comunità ebraiche, il saluto fraterno di pace di questa Chiesa e dell’intera Chiesa cattolica.

Le nostre relazioni mi stanno molto a cuore.
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Con questa mia visita seguo le orme dei miei Predecessori. Papa Giovanni Paolo II venne qui trent’anni fa, il 13 aprile 1986; e Papa Benedetto XVI è stato tra voi sei anni or sono. Giovanni Paolo II, in quella occasione, coniò la bella espressione “fratelli maggiori”, e infatti voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede. Tutti quanti apparteniamo ad un’unica famiglia, la famiglia di Dio, il quale ci accompagna e ci protegge come suo popolo. Insieme, come ebrei e come cattolici, siamo chiamati ad assumerci le nostre responsabilità per questa città, apportando il nostro contributo, anzitutto spirituale, e favorendo la risoluzione dei diversi problemi attuali. Mi auguro che crescano sempre più la vicinanza, la reciproca conoscenza e la stima tra le nostre due comunità di fede. Per questo è significativo che io sia venuto tra voi proprio oggi, 17 gennaio, quando la Conferenza Episcopale Italiana celebra la “Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei”.
Abbiamo da poco commemorato il 50º anniversario della Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II, che ha reso possibile il dialogo sistematico tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo. Il 28 ottobre scorso, in Piazza San Pietro, ho potuto salutare anche un gran numero di rappresentanti ebraici, e mi sono così espresso: «Una speciale gratitudine a Dio merita la vera e propria trasformazione che ha avuto in questi cinquant’anni il rapporto tra cristiani ed ebrei. Indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e benevolenza. Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli.
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Insieme con le questioni teologiche, non dobbiamo perdere di vista le grandi sfide che il mondo di oggi si trova ad affrontare. Quella di una ecologia integrale è ormai prioritaria, e come cristiani ed ebrei possiamo e dobbiamo offrire all’umanità intera il messaggio della Bibbia circa la cura del creato. Conflitti, guerre, violenze ed ingiustizie aprono ferite profonde nell’umanità e ci chiamano a rafforzare l’impegno per la pace e la giustizia. La violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome, e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche. La vita è sacra, quale dono di Dio. Il quinto comandamento del Decalogo dice: «Non uccidere» (Es 20,13). Dio è il Dio della vita, e vuole sempre promuoverla e difenderla; e noi, creati a sua immagine e somiglianza, siamo tenuti a fare lo stesso. Ogni essere umano, in quanto creatura di Dio, è nostro fratello, indipendentemente dalla sua origine o dalla sua appartenenza religiosa. Ogni persona va guardata con benevolenza, come fa Dio, che porge la sua mano misericordiosa a tutti, indipendentemente dalla loro fede e dalla loro provenienza, e che si prende cura di quanti hanno più bisogno di Lui: i poveri, i malati, gli emarginati, gli indifesi. Là dove la vita è in pericolo, siamo chiamati ancora di più a proteggerla. Né la violenza né la morte avranno mai l’ultima parola davanti a Dio, che è il Dio dell’amore e della vita. Noi dobbiamo pregarlo con insistenza affinché ci aiuti a praticare in Europa, in Terra Santa, in Medio Oriente, in Africa e in ogni altra parte del mondo la logica della pace, della riconciliazione, del perdono, della vita.

Il popolo ebraico, nella sua storia, ha dovuto sperimentare la violenza e la persecuzione, fino allo sterminio degli ebrei europei durante la Shoah. Sei milioni di persone, solo perché appartenenti al popolo ebraico, sono state vittime della più disumana barbarie, perpetrata in nome di un’ideologia che voleva sostituire l’uomo a Dio. Il 16 ottobre 1943, oltre mille uomini, donne e bambini della comunità ebraica di Roma furono deportati ad Auschwitz. Oggi desidero ricordarli con il cuore, in modo particolare: le loro sofferenze, le loro angosce, le loro lacrime non devono mai essere dimenticate. E il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro. La Shoah ci insegna che occorre sempre massima vigilanza, per poter intervenire tempestivamente in difesa della dignità umana e della pace. Vorrei esprimere la mia vicinanza ad ogni testimone della Shoah ancora vivente; e rivolgo il mio saluto particolare a voi, che siete qui presenti.

Cari fratelli maggiori, dobbiamo davvero essere grati per tutto ciò che è stato possibile realizzare negli ultimi cinquant’anni, perché tra noi sono cresciute e si sono approfondite la comprensione reciproca, la mutua fiducia e l’amicizia. Preghiamo insieme il Signore, affinché conduca il nostro cammino verso un futuro buono, migliore. Dio ha per noi progetti di salvezza, come dice il profeta Geremia: «Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore –, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29,11). Che il Signore ci benedica e ci protegga. Faccia splendere il suo volto su di noi e ci doni la sua grazia. Rivolga su di noi il suo volto e ci conceda la pace (cfr Nm 6,24-26). Shalom alechem!

     video del discorso

Il discorso del Santo Padre è stato molto apprezzato da tutti i presenti che l'hanno spesso interrotto con calorosi applausi, sottolineandone i vari passaggi.

In occasione della visita di Papa Francesco al Tempio Maggiore di Roma, dopo i discorsi il Rabbino Di Segni e il Santo Padre si sono scambiati dei doni.
Il Rabbino Di Segni ha donato al Papa un calice e un quadro del pittore George De Canino.
Papa Francesco ha donato un esemplare del Codice Vaticano ebr. 700
Il Sifra è la forma più arcaica di testo midrashico. È un commentario quasi esclusivamente halakhico (giuridico) al Libro del Levitico.
Si tratta di una compagine superstite di 5 fogli, da un codice cartaceo yemenita databile al XIV secolo.

   video integrale


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Papa Francesco: Udienza generale 20/01/2016 (cronaca, foto, testo e video)


20 gennaio 2016

Il Papa è arrivato oggi, sorridente e disteso, in un’Aula Paolo VI gremita, dove lo attendevano – nonostante il freddo pungente della Capitale – circa 6mila persone. Percorrendo di buon passo il corridoio centrale, Francesco è stato quasi sommerso dalla distesa dei telefonini schierati, e, come d’abitudine, ha stretto mani e salutato bambini. Molto variopinti gli striscioni, in particolare quelli dei ragazzi africani. Prima di arrivare in Aula Paolo VI per l’udienza del mercoledì, il Papa ha ricevuto in udienza una delegazione di musulmani che gli hanno presentato l’invito ufficiale a recarsi in visita alla Moschea di Roma e i vescovi del Sudan e del Sud Sudan, giunti a Roma per partecipare a un incontro promosso dalla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli.

Nella settimana dedicata dalla Chiesa all’unità dei cristiani il Papa ha dedicato la catechesi dell’udienza generale proprio a questo tema. 

Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Abbiamo ascoltato il testo biblico che quest’anno guida la riflessione nella Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani, che va dal 18 al 25 gennaio: questa settimana. Tale brano della Prima Lettera di san Pietro è stato scelto da un gruppo ecumenico della Lettonia, incaricato dal Consiglio Ecumenico delle Chiese e dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Al centro della cattedrale luterana di Riga vi è un fonte battesimale che risale al XII secolo, al tempo in cui la Lettonia fu evangelizzata da san Mainardo. Quel fonte è segno eloquente di una origine di fede riconosciuta da tutti i cristiani della Lettonia, cattolici, luterani e ortodossi. Tale origine è il nostro comune Battesimo. Il Concilio Vaticano II afferma che «il Battesimo costituisce il vincolo sacramentale dell’unità che vige tra tutti quelli che per mezzo di esso sono stati rigenerati» (Unitatis redintegratio, 22). La Prima Lettera di Pietro è rivolta alla prima generazione di cristiani per renderli consapevoli del dono ricevuto col Battesimo e delle esigenze che esso comporta. Anche noi, in questa Settimana di Preghiera, siamo invitati a riscoprire tutto questo, e a farlo insieme, andando al di là delle nostre divisioni.

Anzitutto, condividere il Battesimo significa che tutti siamo peccatori e abbiamo bisogno di essere salvati, redenti, liberati dal male. E’ questo l’aspetto negativo, che la Prima Lettera di Pietro chiama «tenebre» quando dice: «[Dio] vi ha chiamati fuori dalle tenebre per condurvi nella sua luce meravigliosa». Questa è l’esperienza della morte, che Cristo ha fatto propria, e che è simbolizzata nel Battesimo dall’essere immersi nell’acqua, e alla quale segue il riemergere, simbolo della risurrezione alla nuova vita in Cristo. Quando noi cristiani diciamo di condividere un solo Battesimo, affermiamo che tutti noi – cattolici, protestanti e ortodossi – condividiamo l’esperienza di essere chiamati dalle tenebre impietose e alienanti all’incontro con il Dio vivente, pieno di misericordia. Tutti infatti, purtroppo, facciamo esperienza dell’egoismo, che genera divisione, chiusura, disprezzo. Ripartire dal Battesimo vuol dire ritrovare la fonte della misericordia, fonte di speranza per tutti, perché nessuno è escluso dalla misericordia di Dio.

La condivisione di questa grazia crea un legame indissolubile tra noi cristiani, così che, in virtù del Battesimo, possiamo considerarci tutti realmente fratelli.Siamo realmente popolo santo di Dio, anche se, a causa dei nostri peccati, non siamo ancora un popolo pienamente unito. La misericordia di Dio, che opera nel Battesimo, è più forte delle nostre divisioni. Nella misura in cui accogliamo la grazia della misericordia, noi diventiamo sempre più pienamente popolo di Dio, e diventiamo anche capaci di annunciare a tutti le sue opere meravigliose, proprio a partire da una semplice e fraterna testimonianza di unità. Noi cristiani possiamo annunciare a tutti la forza del Vangelo impegnandoci a condividere le opere di misericordia corporali e spirituali. E questa è una testimonianza concreta di unità fra noi cristiani: protestanti, ortodossi, cattolici.
In conclusione, cari fratelli e sorelle, tutti noi cristiani, per la grazia del Battesimo, abbiamo ottenuto misericordia da Dio e siamo stati accolti nel suo popolo. Tutti, cattolici, ortodossi e protestanti, formiamo un sacerdozio regale e una nazione santa. Questo significa che abbiamo una missione comune, che è quella di trasmettere la misericordia ricevuta agli altri, partendo dai più poveri e abbandonati. Durante questa Settimana di Preghiera, preghiamo affinché tutti noi discepoli di Cristo troviamo il modo di collaborare insieme per portare la misericordia del Padre in ogni parte della terra.

   video della catechesi

Saluti:

... 

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. 
... A tutti formulo l’auspicio che la celebrazione del Giubileo, con il passaggio dalla Porta Santa, converta i nostri cuori e li apra all’amore per Dio e per i fratelli.

Un pensiero speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ci ricorda che tutti i credenti in Cristo, attraverso il Battesimo, fanno parte del popolo di Dio. Cari giovani, pregate affinché tutti i cristiani diventino sempre di più un’unica grande famiglia; cari ammalati, offrite le vostre sofferenze per la causa dell’unità della Chiesa di Cristo; e voi, cari sposi novelli, coltivate l’amore misericordioso e gratuito come quello che Dio nutre per noi.

   testo integrale

   video integrale



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«Nessuno “merita” la fede. Nessuno la può comprare» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
15 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 


Papa Francesco:
la fede non si compra

La fede è «un dono» che non si compra o si acquisisce per i propri meriti. Ispirato dalla liturgia del giorno, Papa Francesco, nella messa celebrata venerdì 15 gennaio a Santa Marta, ha continuato a parlare delle caratteristiche della fede.


Ricordando come il giorno precedente il vangelo avesse presentato l’episodio del lebbroso che dice a Gesù: «Se vuoi, tu puoi guarirmi», il Pontefice si è soffermato sulle figure di altri «decisi», di altri «coraggiosi» spinti dalla fede. Nel riprendere il brano di Marco (2, 1-12), Francesco ha ripercorso l’episodio del paralitico condotto dagli amici al cospetto di Gesù. Il quale, «come al solito, è in mezzo alla gente, tanta gente». Per avvicinare il malato a lui gli amici osano di tutto, «ma non hanno pensato ai rischi» che comporta «far salire la barella sul terrazzo» o anche al rischio «che il proprietario della casa chiamasse i poliziotti e li mandasse in galera». Essi, infatti, «pensavano soltanto ad avvicinarsi a Gesù. Avevano fede».

Si tratta, ha detto il Papa, della «stessa fede di quella signora che anche, in mezzo alla folla, quando Gesù andava a casa di Giairo, si è arrangiata per toccare il lembo della veste di Gesù, del manto di Gesù, per essere guarita». La stessa fede del «centurione che disse: “No, no, maestro, non disturbarti: soltanto una parola tua, e il mio servo sarà guarito». Una fede «forte, coraggiosa, che va avanti», con il «cuore aperto».

A questo punto però, ha sottolineato Francesco, «Gesù fa un passo avanti». Per spiegare quanto affermato, il Pontefice ha richiamato un altro episodio evangelico, quello in cui Gesù «a Nazareth, all’inizio del suo ministero, era andato in sinagoga e aveva detto che era stato inviato per liberare gli oppressi, i carcerati, dare la vista ai ciechi... inaugurare un anno di grazia, cioè un anno — si può capire bene — di perdono, di avvicinamento al Signore». Indicava, cioè, una strada nuova, «una strada verso Dio». La stessa cosa accade con il paralitico al quale non dice semplicemente: «Sii guarito», ma: «Ti sono perdonati i peccati».

...

Un passo avanti che viene proposto anche alla fede dei cristiani. Ciascuno di noi, infatti, può avere fede in «Cristo Figlio di Dio, inviato dal Padre per salvarci: sì, salvarci dalle malattie, tante cose buone che il Signore ha fatto e ci aiuta a fare»; ma soprattutto bisogna avere fede che egli è venuto per «salvarci dai nostri peccati, salvarci e portarci dal Padre». È questo, ha detto Papa Francesco, «il punto più difficile da capire». E non solo per gli scribi «che dicevano: “Ma, questo bestemmia! Solo Dio può perdonare i peccati!”». Alcuni discepoli, infatti, «dubitano e se ne vanno» quando Gesù si mostra «con una missione più grande di quella di un uomo, per dare quel perdono, per dare la vita, per ricreare l’umanità». Tanto che lo stesso Gesù «deve chiedere al suo piccolo gruppetto: “Anche voi volete andarvene?”».

Dalla domanda di Gesù, il Pontefice ha preso spunto per invitare ciascuno a chiedersi: «Come è la mia fede in Gesù Cristo? Credo che Gesù Cristo è Dio, è il Figlio di Dio? E questa fede mi cambia la vita? Fa che nel mio cuore si rinnovi in quest’anno di grazia, quest’anno di perdono, quest’anno di avvicinamento al Signore?».

È l’invito a scoprire la qualità della fede, consapevoli che essa «è un dono. Nessuno “merita” la fede. Nessuno la può comprare». Per Francesco occorre chiedersi: «La “mia” fede in Gesù Cristo, mi porta all’umiliazione? Non dico all’umiltà: all’umiliazione, al pentimento, alla preghiera che chiede: “Perdonami, Signore» e che è capace di testimoniare: «Tu sei Dio. Tu “puoi” perdonare i miei peccati”».

Da qui la preghiera conclusiva: «Il Signore ci faccia crescere nella fede» perché facciamo come coloro che, avendo ascoltato Gesù e visto le sue opere «si meravigliarono e lodavano Dio». È infatti «la lode la prova che io credo che Gesù Cristo è Dio nella mia vita, che è stato inviato a me per “perdonarmi”». E la lode, ha aggiunto il Pontefice, «è gratuita. È un sentimento che dà lo Spirito Santo e ti porta a dire: “Tu sei l’unico Dio”».

(fonte: L'Osservatore Romano)

  video



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«La grazia di un cuore aperto alla voce dello Spirito» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta -18.01.2016 (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
18 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
il cristiano ostinato pecca di idolatria

Il cristiano che si nasconde dietro il «Si è sempre fatto così...» commette peccato, divenendo idolatra e ribelle e vivendo una «vita rattoppata, metà e metà», perché chiude il suo cuore alle «novità dello Spirito Santo». È un invito a liberarsi dalle «abitudini», per lasciare spazio alle «sorprese di Dio», quello che Papa Francesco ha lanciato durante la messa celebrata lunedì mattina, 18 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta.

Nella prima lettura, tratta dal primo libro di Samuele (15, 16-23), «abbiamo ascoltato — ha fatto subito notare il Papa — come il re Saul viene rigettato da Dio per non obbedire: il Signore ha detto a lui che avrebbe vinto nella battaglia, nella guerra, ma che tutto sarebbe dovuto essere votato allo sterminio». E Saul «non ha obbedito».

...

Proprio «questo — ha spiegato il Pontefice — è stato il peccato del re Saul, per il quale è stato rigettato». Ed è anche «il peccato di tanti cristiani che si aggrappano a quello che sempre è stato fatto e non lasciano cambiare gli otri». Finendo così per vivere «una vita a metà, rattoppata, rammendata, senza senso».

Ma «perché succede questo? Perché è tanto grave, perché il Signore rigetta Saul e poi sceglie un altro re?». La risposta la dà Samuele quando «spiega cosa sia un cuore chiuso, un cuore che non ascolta la voce del Signore, che non è aperto alla novità del Signore, allo Spirito che sempre ci sorprende». Chi ha un cuore così, afferma Samuele, «è un peccatore». Si legge nel passo biblico: «Sì, peccato di divinazione è la ribellione, e colpa e terafìm — cioè idolatria — l’ostinazione». Dunque, ha affermato Francesco, «i cristiani ostinati nel “sempre è stato fatto così, questo è il cammino, questa è la strada”, peccano: peccano di divinazione»: è «come se andassero dalla chiromante». Insomma, alla fine risulta «più importante quello che è stato detto e che non cambia; quello che sento io — da me e dal mio cuore chiuso — che la parola del Signore». E questo «è anche peccato di idolatria: l’ostinazione. Il cristiano che si ostina, pecca. pecca di idolatria».

Di fronte a questa verità, la domanda da porsi è: «Qual è la strada?». Francesco ha suggerito di «aprire il cuore allo Spirito Santo, discernere qual è la volontà di Dio». È vero, «sempre, dopo le battaglie, il popolo prendeva tutto per i sacrifici al Signore, anche per la propria utilità, anche i gioielli per il tempio». Ed «era abitudine, al tempo di Gesù, che i bravi israeliti digiunassero». Però, ha spiegato, «c’è un’altra realtà: c’è lo Spirito Santo che ci conduce alla verità piena». E «per questo lui ha bisogno di cuori aperti, di cuori che non siano ostinati nel peccato di idolatria di se stessi» ritenendo «più importante quello che io penso» e non «quella sorpresa dello Spirito Santo».

E «questo — ha rimarcato il Papa — è il messaggio che oggi ci dà la Chiesa; quello che Gesù dice tanto forte: “Vino nuovo in otri nuovi!”». Perché, ha ripetuto, «alle novità dello Spirito, alle sorprese di Dio anche le abitudini devono rinnovarsi». Prima di proseguire nella celebrazione, Francesco ha auspicato «che il Signore ci dia la grazia di un cuore aperto, di un cuore aperto alla voce dello Spirito, che sappia discernere quello che non deve cambiare più, perché fondamento, da quello che deve cambiare per poter ricevere la novità dello Spirito Santo»
(fonte: L'Osservatore Romano)

  video


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«L’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
19 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Non esiste Santo senza passato e peccatore senza futuro

Nonostante i peccati ogni uomo è stato scelto per essere santo. È il messaggio di consolazione e di speranza offerto da Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta martedì mattina, 19 gennaio. A suggerire la riflessione è stata la vicenda del re Davide, il «santo re Davide», figura centrale nella liturgia di questi giorni, che presenta brani tratti dal libro di Samuele.

Dopo aver visto come il Signore avesse «rigettato Saul perché aveva il cuore chiuso» e avesse pensato a un altro re perché questi non gli aveva ubbidito, nella prima lettura (1 Sam, 16 1-13) si trova il racconto di come «venne scelto» il re Davide. Si legge quindi di Dio che si rivolge a Samuele: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato? Andiamo a cercarne un altro. Riempi d’olio il tuo corno e parti». Il profeta prova a fare resistenza temendo la vendetta di Saul, ma il Signore lo invita a essere «astuto» e a simulare un semplice atto di culto, un sacrificio: «prendi una giovenca e vai».

La narrazione continua, «passano i sette figli di Jesse e il Signore non sceglie alcuno», tanto che Samuele chiede a Jesse se gli avesse presentato tutti i figli. E Jesse rivela che, in realtà, «ce n’è uno, il piccolo, che non conta, che ora sta pascolando il gregge». Di nuovo il contrasto tra apparenza e verità: «agli occhi degli uomini — ha commentato il Pontefice — questo ragazzino non contava».

Succede quindi che, fatto arrivare il ragazzo, il Signore disse a Samuele: «Alzati e ungilo». Eppure era «il più piccolo, quello che agli occhi del papà non contava» e «non perché il papà non lo amasse», ma perché pensava «Come Dio sceglierà questo ragazzino?». Non considerava che «l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Così «Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli. E lo Spirito del Signore irruppe su Davide, e da quel giorno in poi» tutta la sua vita «è stata la vita di un uomo unto dal Signore, eletto dal Signore».

Ci si potrebbe chiedere: «Allora il Signore lo ha fatto santo?». La risposta di Francesco è netta: «No, il re Davide è il santo re Davide, questo è vero, ma santo dopo una vita lunga», raggiunse infatti una veneranda età, «ma anche una vita costellata da vari peccati». Davide fu «santo e peccatore».

...

E ha commentato: «A me commuove la vita di quest’uomo e mi fa pensare alla nostra». Infatti, «tutti noi siamo stati scelti dal Signore nel Battesimo, per essere nel suo popolo, per essere santi»; tutti «siamo stati consacrati dal Signore, in questo cammino della santità», eppure, ha concluso Francesco, leggendo la storia di questo uomo — un «percorso che incomincia da un ragazzo e va avanti fino a un uomo anziano» — che ha fatto tante cose buone e altre non tanto buone, «mi viene di pensare che nel cammino cristiano», nel cammino che il Signore invita a fare, «non c’è alcun santo senza passato, e neppure alcun peccatore senza futuro».

(fonte: L'Osservatore Romano)

  video


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« Gelosia o invidia, sempre portano alla morte e impediscono di essere felice» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
21 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
gelosia e invidia uccidono con le parole


Dall’invidia, un peccato che arriva a uccidere le persone, Francesco ha messo in guardia durante la messa celebrata giovedì 21 gennaio nella cappella della Casa Santa Marta.

Tratta dal primo libro di Samuele (18, 6-9; 19, 1-7), la prima lettura — ha fatto subito notare il Papa — «racconta l’entrata del re Saul in città, dopo la vittoria contro i filistei», ottenuta con il «duello tra Davide e Golia». Davvero «è la vittoria di tutto il popolo». E per questo il popolo «faceva festa: era quasi una festa rituale». La Bibbia, ha spiegato Francesco, racconta «che quando è morto il re Saul in battaglia, l’esercito è entrato dopo il tramonto, in silenzio: vittorioso, ma non aveva fatto festa perché il re era morto». Invece stavolta «si fa la festa, secondo la tradizione».

...

«Cosa brutta è l’invidia!» ha rimarcato Francesco. Si tratta, infatti, di «un atteggiamento, un peccato brutto». E «nel cuore la gelosia o l’invidia cresce come l’erba cattiva: cresce e soffoca l’erba buona». E così «tutto quello che gli sembra fare ombra, gli fa male: non è in pace. È un cuore tormentato, è un cuore brutto». E «il cuore invidioso — lo abbiamo sentito — porta ad uccidere, alla morte».

Del resto, la Scrittura lo dice chiaramente: «Per l’invidia del diavolo è entrata la morte nel mondo». Non a caso, ha ricordato il Papa, «l’invidia è anche una delle opere della carne che gli apostoli elencano nelle loro lettere, quando dicono: “le opere dello Spirito Santo sono queste; le opere della carne sono queste...”».

«L’invidia uccide — ha ribadito Francesco — e non tollera che un altro abbia qualcosa che io non ho». E sempre crea sofferenza, «perché il cuore dell’invidioso o del geloso soffre: è un cuore sofferente». Proprio «quella sofferenza lo porta avanti a desiderare la morte degli altri».

«Quante volte nelle nostre comunità — non dobbiamo andare troppo lontano per vedere questo — per gelosia si uccide con la lingua» ha ammonito Francesco. Succede così che «uno ha invidia di quell’altro e incominciano le chiacchiere: e le chiacchiere uccidono». Il passo biblico racconta inoltre che il re Saul, consigliato dal figlio Giònata, decide di non uccidere più Davide. Però poi, «passato il tempo, in un eccesso di ira, ha cercato» davvero di ucciderlo, «mentre suonava l’arpa». Insomma l’invidia «è una malattia che viene, che torna».

«Pensando e riflettendo su questo passo della Scrittura», il Pontefice ha aggiunto: « Io invito me stesso — e tutti — a cercare se nel mio cuore ci sia qualcosa attribuibile alla gelosia o all’invidia, che sempre porta alla morte e mi impedisce di essere felice». Perché, ha proseguito, «sempre questa malattia porta a guardare quello che di buono ha l’altro come se fosse a scapito tuo». E «questo è un peccato brutto: è l’inizio di tanti, tanti crimini».

«Chiediamo al Signore — ha proseguito il Papa — che ci dia la grazia di non aprire il cuore alle gelosie, di non aprire il cuore alle invidie, perché sempre queste cose portano alla morte». E ha ricordato in proposito l’atteggiamento di Pilato: era un uomo «intelligente e Marco, nel Vangelo, dice che Pilato se ne era accorto che i capi degli scribi gli avevano consegnato Gesù per invidia».

Dunque «l’invidia — secondo l’interpretazione di Pilato, che era molto intelligente, ma codardo! — è quella che ha portato alla morte Gesù». È stata «lo strumento, l’ultimo strumento: glielo avevano consegnato per invidia».

Prima di riprendere la celebrazione, Francesco ha chiesto «al Signore la grazia di non consegnare mai, per invidia, alla morte un fratello, una sorella della parrocchia, della comunità, neanche un vicino del quartiere: ognuno ha i suoi peccati, ognuno ha le sue virtù. Sono proprie di ognuno». E ha invitato infine a «guardare il bene e a non uccidere con le chiacchiere per invidia o per gelosia».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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«Signore mandaci vescovi che siano veri testimoni, vescovi che preghino e ci aiutino, con la loro predica, a capire il Vangelo» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
22 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Compito del vescovo è pregare e testimoniare Cristo risorto

«Preghiera e testimonianza» sono i «due compiti dei vescovi» che sono «colonne della Chiesa». Ma se si indeboliscono a soffrirne è tutto il popolo di Dio. Perciò, ha chiesto Papa Francesco durante la messa celebrata venerdì mattina 22 gennaio nella cappella della Casa Santa Marta, bisogna pregare insistentemente per i successore dei dodici apostoli.

La riflessione del Pontefice sulla figura e la missione del vescovo ha preso le mosse dal passo dell’evangelista Marco (3, 13-19) proclamato durante la liturgia odierna.
...

«Mi piacerebbe oggi dire qualche parola sui vescovi» ha confidato Francesco. «Noi vescovi abbiamo questa responsabilità di essere testimoni: testimoni che il Signore Gesù è vivo, che il Signore Gesù è risorto, che il Signore Gesù cammina con noi, che il Signore Gesù ci salva, che il Signore Gesù ha dato la sua vita per noi, che il Signore Gesù è la nostra speranza, che il Signore Gesù ci accoglie sempre e ci perdona». Ecco «la testimonianza». Di conseguenza, ha proseguito, «la nostra vita dev’essere questo: una testimonianza, una vera testimonianza della risurrezione di Cristo».

E quando Gesù, come racconta Marco, fa «questa scelta» dei dodici, ha due ragioni. Anzitutto «perché stessero con Lui». Perciò «il vescovo ha l’obbligo di stare con Gesù». Sì, «è il primo obbligo del vescovo: stare con Gesù». Ed è vero «a tal punto che quando è sorto, ai primi tempi, il problema che gli orfani e le vedove non erano ben curati, i vescovi — questi dodici — si sono radunati, e hanno pensato a cosa fare». E «hanno introdotto la figura dei diaconi, dicendo: “Che i diaconi si occupino degli orfani, delle vedove». Mentre ai dodici, «dice Pietro», spettano «due compiti: la preghiera e l’annuncio del Vangelo».

Dunque, ha rilanciato Francesco, «il primo compito del vescovo è stare con Gesù nella preghiera». Infatti «il primo compito del vescovo non è fare piani pastorali... no, no!». È «pregare: questo è il primo compito». Mentre «il secondo compito è essere testimone, cioè predicare: predicare la salvezza che il Signore Gesù ci ha portato».

Sono «due compiti non facili — ha riconosciuto il Pontefice — ma sono propriamente questi due compiti che fanno forte le colonne della Chiesa». Infatti «se queste colonne si indeboliscono, perché il vescovo non prega o prega poco, si dimentica di pregare; o perché il vescovo non annuncia il Vangelo, si occupa di altre cose, la Chiesa anche si indebolisce; soffre. Il popolo di Dio soffre». Proprio «perché le colonne sono deboli».

Per questa ragione, ha affermato Francesco, «io vorrei oggi invitare voi a pregare per noi vescovi: perché anche noi siamo peccatori, anche noi abbiamo debolezze, anche noi abbiamo il pericolo di Giuda: anche lui era stato eletto come colonna». Sì, ha proseguito, «anche noi corriamo il pericolo di non pregare, di fare qualcosa che non sia annunciare il Vangelo e scacciare i demoni». Di qui, ha ribadito il Papa, l’invito a «pregare perché i vescovi siano quello che Gesù voleva e che tutti noi diamo testimonianza della risurrezione di Gesù».

Del resto, ha aggiunto, «il popolo di Dio prega per i vescovi, in ogni messa si prega per i vescovi: si prega per Pietro, il capo del collegio episcopale, e si prega per il vescovo del luogo». Ma «questo può non essere abbastanza: si dice il nome per abitudine e si va avanti». È importante «pregare per il vescovo con il cuore, chiedere al Signore: “Signore, abbi cura del mio vescovo; abbi cura di tutti i vescovi, e mandaci vescovi che siano veri testimoni, vescovi che preghino e vescovi che ci aiutino, con la loro predica, a capire il Vangelo, a essere sicuri che Tu, Signore, sei vivo, sei fra noi”».

Prima di riprendere la celebrazione, il Papa ha suggerito, nuovamente, di pregare «dunque per i nostri vescovi: è un compito dei fedeli». Infatti «la Chiesa senza vescovo non può andare avanti». Ecco, allora, che «la preghiera di tutti noi per i nostri vescovi è un obbligo, ma un obbligo d’amore, un obbligo dei figli nei confronti del Padre, un obbligo di fratelli, perché la famiglia rimanga unita nella confessione di Gesù Cristo, vivo e risorto».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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