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NOTA
Articoli,
riflessioni e commenti proposti vogliono
solo essere
un contributo
alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.
Le posizioni espresse non sempre
rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione.
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
«È
da molti mesi che attorno a don Luigi Ciotti tira una brutta aria. È
giunto il momento di dire basta». Il mondo cooperativo fa quadrato
intorno al fondatore di Libera, dopo le accuse pesanti lanciate da un
magistrato antimafia, Catello Maresca, sulla gestione dei beni
confiscati alle cosche e sull’impegno dell’organizzazione fondata dal
sacerdote torinese. Le cooperative, cui sono stati affidati immobili e
aziende agricole sequestrate ai boss, vengono peraltro chiamate in
causa anch’esse dal pm, che le definisce «non sempre affidabili»,
«false e con il bollino», «multinazionali» che agiscono in regime di
monopolio e in maniera anticoncorrenziale. «Basta coi giudizi generici
da parte di persone che non sanno di cosa parlano – sbotta Mauro
Lusetti, presidente nazionale di Legacoop –. Il contributo che Libera
ha dato in questi vent’anni alla ricostituzione di un tessuto di
legalità in tante parti d’Italia è stato fondamentale». «Non è la prima
volta che si tenta di delegittimare e gettare fango sull’impegno di chi
è in prima linea contro la criminalità – osserva il numero uno di
Confcooperative, Maurizio Gardini –. Pur avendo il massimo rispetto per
chi ha pronunciato quelle parole, sono rimasto sorpreso e preoccupato.
Anche perché, insieme a don Luigi, siamo i primi ad essere parte lesa.
Succede tutte le volte che, nelle maglie della legge, finiscono per
inserirsi realtà che nulla hanno a che fare con lo spirito di legalità
e trasparenza che portiamo avanti».
La paralisi amministrativa. Siamo
di fronte a una solidarietà obbligata, motivata magari col fatto che
molte coop hanno avuto in gestione terreni e ville sequestrati a Cosa
nostra? No, è l’esatto contrario. Il terzo settore ha tutto l’interesse
a reagire contro il rischio di infiltrazioni illegali, che è «reale»,
ha ammesso Ciotti. Sarà perché la ferita di Mafia Capitale è ancora
aperta, sarà perché la voglia di fare pulizia dentro il settore è alta
(sono state 100mila le firme raccolte lo scorso anno contro le false
coop) fatto sta che la polemica scatenatasi intorno a Libera ha
provocato una reazione immediata. «Chiariamo subito – osserva Lusetti
–: se ci sono stati errori e infrazioni, vanno puniti. Ma rifiuto
l’idea che migliaia di persone perbene, ragazzi e giovani che lavorano
per stipendi mediamente bassi, possano fare affari con l’antimafia». Il
nodo è un altro e attiene alle lentezze e ai ritardi della normativa...
...
Oltre le intimidazioni. Quanto
ai condizionamenti 'ambientali' per i dipendenti soci che lavorano in
queste zone, «la nostra risposta è sempre la stessa: chiedere più
partecipazione alla vita dell’impresa sociale, più formazione, massimo
rigore » spiega il numero uno di Legacoop. «Possiamo contare su
migliaia di giovani animati dal miglior senso civico e tutto questo è
una grande ricchezza – spiega il presidente di Confcooperative –. Ma
resta decisiva la visione e la conoscenza dei meccanismi d’impresa. Non
ci si improvvisa alla guida di aziende agricole o di alberghi
confiscati alle mafie. Per questo, occorre lavorare al nostro interno
per garantire i massimi standard di professionalità». Tanto più che lo
strumento giuridico delle cooperative è utilizzato con grandissima
facilità da chi vuole approfittarne, per delinquere o fare affari sulla
pelle delle vittime.
...
Mafia e beni confiscati: «Basta fango su Libera»
Don
Luigi Ciotti replica alle polemiche su Libera: "Da questo cammino
ventennale abbiamo tratto tante fatiche, diverse soddisfazioni ma
nessun vantaggio materiale".
Libera
non gestisce direttamente le cooperative sui beni confiscati. Le
sostiene, ne accompagna lo sviluppo, ne condivide il cammino. C’è una
comunanza di obbiettivi e di ideali, ma la gestione, l’amministrazione,
la ragione sociale restano autonome: questo è bene chiarirlo una volta
per tutte! Libera è un coordinamento di associazioni. Difendere la sua
dignità è difendere quella delle 1.600 realtà che ne fanno parte,
diverse per riferimenti, storia, competenze, ma unite nell’impegno
contro le mafie e la corruzione.
...
La
lotta alle mafie, alla corruzione, al furto di speranza, ha bisogno
della repressione, ma la repressione non basterà mai senza una presa di
coscienza collettiva, senza una nuova mentalità, senza comportamenti
ispirati al bene comune.
Da
questo cammino ventennale abbiamo tratto tante fatiche, diverse
soddisfazioni ma nessun vantaggio materiale. I finanziamenti riguardano
solo progetti di formazione (e sono tutti rendicontati e messi a
bilancio) e, quanto ai beni confiscati, Libera ne gestisce direttamente
solo sei, piccoli appartamenti trasformati in sedi locali
dell’associazione.
Libera
non riceve nessun bene – ha sottolineato il giugno scorso Umberto
Postiglione, direttore dell’Agenzia per i beni confiscati – i beni
vengono dati ai Comuni che poi li assegnano alle cooperative. Sono loro
che operano insieme a Libera, che agisce soprattutto nella fase di
formazione della cooperativa stessa, ma le strutture non sono di
Libera, è sempre il Comune che le assegna.
Ferisce
e amareggia questa campagna di discredito che mira a demolire il nostro
percorso. Libera non è perfetta – ci mancherebbe – ma è una realtà
pulita, che agisce per servizio e non per potere. Questo vorrei fosse
tenuto in conto da chi oggi denigra e diffama senza conoscere e, il più
delle volte, senza muovere un dito.
(fonte: Famiglia Cristiana)
Nel
pomeriggio di mercoledi' 13 gennaio Don Luigi Ciotti insieme ai
componenti dell'Ufficio di Presidenza di Libera sono stati ascoltati in
audizione pubblica davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia
presieduta dall' Onorevole Rosi Bindi. Il resoconto dell'audizione
attraverso il racconto delle agenzie di stampa.
AUDIZIONE DI DON CIOTTI E LIBERA PRESSO LA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA
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Domenica
17 gennaio, si celebra, in tutte le parrocchie, la Giornata mondiale
del Migrante e del Rifugiato. Quest’anno la Giornata - la 102 esima -
avrà un particolare momento celebrativo nella regione Lazio e in
particolare a Roma.
Domenica,
infatti, circa 7.000 migranti e rifugiati, provenienti dalle 17 diocesi
del Lazio, di almeno 30 nazionalità, saranno in piazza San Pietro per
partecipare alla preghiera mariana dell’Angelus presieduta dal santo
Padre Francesco. Tra loro ci saranno anche 200 richiedenti asilo del
CARA di Castelnuovo di Porto, con le bandiere delle diverse nazionalità
presenti al Centro. Dopo l’Angelus i migranti, attraversando la Porta
Santa, parteciperanno, nella Basilica di S. Pietro, ad una solenne
celebrazione liturgica presieduta da S.Em. il Card. Antonio Maria
Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli
Itineranti, durante la quale consacrerà, per l’occasione, oltre 5.000
ostie realizzate da alcuni detenuti del carcere di Opera di Milano.
In
Basilica sarà presente la Croce di Lampedusa, simbolo che richiama le
circa 4.000 vittime - tra cui oltre 750 bambini – che lo scorso anno
hanno perso la vita nel viaggio verso le nostre coste.
“La
Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2016 diventa un momento
particolare, un gesto concreto che caratterizza il Giubileo della
misericordia che stiamo vivendo voluto da Papa Francesco il quale, più
volte, ha richiamato tutti all’accoglienza”, ribadisce oggi la
Fondazione Migrantes che nei giorni scorsi, nel presentare gli eventi
in programma per domenica, ha indicato alcune proposte che possono
aiutare a migliorare l’accoglienza dei migranti in Italia, con una
particolare attenzione ai richiedenti asilo e rifugiati in Europa e nel
nostro Paese.
Il decalogo della Migrantes.
1) Rimane necessario aprire canali di ingresso regolari ...
2) Occorre trovare modalità nuove di gestione dei flussi delle persone in arrivo in Europa...
3) Trovare
procedure di identificazione e di ricollocamento comuni in Europa che
tengano conto del rispetto della dignità umana e dei diritti umani
delle persone. ...
4) Riuscire a dare una risposta più competente e più celere alle persone che fanno domanda d’asilo...
5) Arrivare ad avere un sistema unico e diffuso di accoglienza in Italia...
6)
Per arrivare ad avere un sistema unico bisogna superare la volontarietà
di adesione dei Comuni, a fronte della garanzia di fondi certi, anche
nei tempi di erogazione, e superando l’ottica del co-finanziamento. L’accoglienza
dei richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale deve
diventare un servizio sociale specifico per ogni Comune o unione di
piccoli Comuni...
7)
L’accoglienza dei migranti e dei rifugiati, seppur ottima, se non è
seguita, da quando le persone hanno la certezza di poter rimanere in
Italia, da un serio programma di inserimento abitativo e lavorativo crea solo marginalizzazione, rischio di sfruttamento e frustrazione. ...
8) Rispetto ai minori stranieri non accompagnati bisogna davvero riuscire asuperare la prima accoglienza in centri collettivi spesso inadeguati (oserei dire piccoli orfanatrofi) e arrivare a forme diversificate di accoglienza che prevedano ...
9)
Una proposta importante, anche in vista delle prossime elezioni
amministrative di primavera, riguarda la ripresa di una proposta
politica importante, purtroppo finita nei cassetti parlamentari: la proposta di legge per il voto amministrativo ai migranti regolarmente presenti nel nostro Paese. ...
10) Parlare
delle migrazioni e dello spostamento delle persone con competenza e
serietà per superare finalmente un’informazione allarmistica ed
ideologica del fenomeno, che troppo spesso dimentica il popolo dei
migranti, 5 milioni, per fermarsi ad esasperare alcuni casi. Nello
specifico, poi, dei richiedenti asilo, non siamo di fronte a
un’invasione del nostro Paese (siamo stati sia l’anno scorso che
quest’anno intorno a un richiedente asilo ogni mille abitanti), ma
siamo di fronte a un momento di grande sofferenza del mondo in cui il
numero dei conflitti (di cui la nostra parte di mondo ha la sua
responsabilità sia nella creazione che nella mancata gestione) e il
numero di spostamento forzato di persone per cambiamenti climatici è
davvero molto elevato. Sarebbe ingenuo pensare che tutti questi
spostamenti forzati di persone in fuga da guerre e conflitti e da
cambiamenti climatici, sempre più numerosi, violenti ed imprevisti, non
abbia una ricaduta anche in Europa e in Italia; e non saranno i
controlli alle frontiere a fermare le persone in fuga, che sono state
obbligate a spostarsi. (aise)
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Il ricco e il povero hanno uguale dignità
Dalla Lettera Enciclica LAUDATO SI’ di Papa Francesco:
VI. LA DESTINAZIONE COMUNE DEI BENI
93. Oggi, credenti e non credenti sono d’accordo sul fatto che la terra
è essenzialmente una eredità comune, i cui frutti devono andare a
beneficio di tutti. Per i credenti questo diventa una questione di
fedeltà al Creatore, perché Dio ha creato il mondo per tutti. Di
conseguenza, ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva
sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più
svantaggiati. Il principio della subordinazione della proprietà privata
alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale
al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il
«primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale».[71] La
tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o
intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la
funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata. San Giovanni
Paolo II ha ricordato con molta enfasi questa dottrina, dicendo che
«Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti
tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno».[72] Sono
parole pregnanti e forti. Ha rimarcato che «non sarebbe veramente degno
dell’uomo un tipo di sviluppo che non rispettasse e non promuovesse i
diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i
diritti delle Nazioni e dei popoli».[73] Con grande chiarezza ha
spiegato che «la Chiesa difende sì il legittimo diritto alla proprietà
privata, ma insegna anche con non minor chiarezza che su ogni proprietà
privata grava sempre un’ipoteca sociale, perché i beni servano alla
destinazione generale che Dio ha loro dato».[74] Pertanto afferma che
«non è secondo il disegno di Dio gestire questo dono in modo tale che i
suoi benefici siano a vantaggio soltanto di alcuni pochi».[75] Questo
mette seriamente in discussione le abitudini ingiuste di una parte
dell’umanità.[76]
94. Il ricco e il povero hanno uguale dignità, perché «il Signore ha
creato l’uno e l’altro» (Pr 22,2), «egli ha creato il piccolo e il
grande» (Sap 6,7), e «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni»
(Mt 5,45)
Ricchezza, Oxfam: "62 miliardari hanno quanto 3,6 miliardi di poveri. Paradisi fiscali...
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Aumenta sempre più il divario tra ricchi e poveri
Sessantadue persone detengono la stessa ricchezza della metà della popolazione mondiale
"Semplicemente “immorale”:
Quando è troppo, è troppo!"
di Giulio Albanese
Sessantadue
persone detengono la stessa ricchezza della metà della popolazione
mondiale. È quanto emerge da un rapporto pubblicato oggi da Oxfam, in
coincidenza con l’annuale World Economic Forum che si tiene questa
settimana a Davos. Un dato che, secondo l'autorevole federazione di 18
organizzazioni umanitarie e attiviste che si occupano di povertà,
diritti umani e ingiustizie nel mondo, racconta da solo l’enorme
disuguaglianza di reddito nel nostro pianeta e che vanifica la lotta
alla povertà globale. Dobbiamo ammettere che questo è semplicemente
“immorale”. Lo studio indica tra l’altro che la ricchezza della metà
più povera della popolazione mondiale - circa 3,6 milioni di persone -
è scesa del 41% (pari a mille miliardi di dollari) dal 2010 a oggi. Ma
ciò non toglie nulla alla divaricazione della forbice tra chi ha molto
e chi poco o nulla. Lo scarto tra i super-ricchi e il resto della
popolazione si è accresciuto in modo spettacolare negli ultimi 12 mesi.
Ecco che allora la ricchezza delle 62 persone più ricche del pianeta è
aumentata di oltre 500 miliardi di dollari, arrivando così ad un totale
di 1.760 miliardi di dollari. Il primo della classe è Bill Gates,
fondatore del colosso Microsoft, che ha accumulato 79,2 miliardi di
dollari. Per carità, questo signore si lava la coscienza facendo il
filantropo con la sua fondazione Bill & Melinda Gates, creata nel
gennaio del 2000. Oggi è guidata da William H. Gates Sr. (padre di Bill
Gates) e da Patty Stonesifer (ex membro della delegazione americana
all'Onu), con un patrimonio di 43 miliardi di dollari ed è attiva nella
ricerca medica, nella lotta all'Aids e alla malaria, nel miglioramento
delle condizioni di vita nei paesi in via di sviluppo e
nell'educazione. Ma a cosa serve fare “beneficenza” in questo modo
quando si è responsabili della più aberrante esclusione sociale
dell’umanità?
Anni
fa, quando molti dei nostri missionari denunciavano i meccanismi di
sfruttamento della globalizzazione selvaggia nelle periferie del mondo
e la finanziarizzazione indiscriminata dell’economia, erano spesso
tacciati di terzomondismo populista. Ora però che la crisi è diventata
planetaria e che le masse sono impoverite anche in alcuni Paesi della
vecchia Europa, abbiamo, per così dire, sotto gli occhi
l’insostenibilità politica e sociale di un modello di sviluppo che ha
mostrato tutta la sua inadeguatezza.
Negli
anni Sessanta, Settanta, Ottanta e Novanta, sembrava quasi fosse
peccaminoso criticare un sistema che aveva generato in Occidente, dal
punto di vista materiale, una condizione di benessere, espandendo la
fascia del cosiddetto ceto medio. Eppure, allora, anche in Italia, vi
erano voci fuori dal coro che avevano il coraggio di stigmatizzare
l’inganno. “Spinti dal nostro feticismo produttivo – scriveva in quegli
anni un coraggioso teologo, il compianto padre Ernesto Balducci - noi
stiamo avanzando in regioni spaventose, quelle del benessere vuoto di
ogni valore”. Ecco che allora, oggi, proprio facendo tesoro
dell’esperienza traumatica dei poveri, nei bassifondi della Storia,
siamo chiamati, con urgenza e temerarietà ad opporci al pensiero debole
imposto dal materialismo pratico, definendo, con ingegno e fantasia,
una cultura rispettosa della dignità della persona umana, creata a
immagine e somiglianza di Dio.
“La
cultura della competizione [...] è condannata non solo dalla coscienza
– ammoniva padre Ernesto – ma dall’istinto di sopravvivenza. I valori
alternativi sono, non dico possibili, ma necessari”. Del resto, perché
la Storia, col suo carico di contraddizioni, riesca ad essere maestra
di vita, pur passando nei resoconti della memoria in mani sempre
diverse quante sono le generazioni, dovrebbe essere oggetto di un sano
discernimento. Essa, infatti, continua ad essere la permanente
narrazione di modelli di civilizzazione che, in fondo, hanno sempre
generato una palese esclusione. Perché forse quella dei deboli e
reietti d’ogni tempo è la storiaccia dei vinti, incapace d’includere
nei suoi capitoli tutti i protagonisti del copione. Sì, quasi vi fosse
un disfacimento per cui la periferia, ciò che è distante dal palazzo,
non contasse per edificare i posteri nella perpetua memoria delle loro
gesta negate. “Quando ci siamo svegliati – scrisse provocatoriamente
don Lorenzo Milani – i poveri erano già partiti senza di noi!” È
drammaticamente vero, non solo in riferimento al passato, ma anche al
presente che c’appartiene. Ma queste anime dimenticate che hanno
accettato l’esodo dell’emarginazione nello spazio e nel tempo, non solo
costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, ma
ci interpellano. D’altronde, il messaggio evangelico non legittima la
rassegnazione. Pertanto, dobbiamo avere l’ardire di rimboccarci le
maniche con umiltà, senza rimpiangere le cipolle d’Egitto come gli
ebrei quando erano nel deserto. La tentazione, a questo punto,
potrebbe essere la delega, secondo la logica dello scaricabarili. Che
vi siano, cioè, ardimentosi missionari o volontari che dir si voglia,
prodighi di benevolenze, pronti a rincorrerli sui sentieri di
un’esistenza algida e vischiosa, fatta di paludi dove è facile
affondare. Sì, quasi la salvezza delle anime fosse solo e unicamente
affare loro. Papa Francesco, però, dall’alto del suo illuminato
pensiero ci ammonisce, sapendo che, in fondo, un nuovo mondo è
possibile con l’impegno di tutti. Perché tutti siamo missionari.
(Fonte; facebook)
Quei 62 nababbi ricchi come metà del mondo
di Leonardo Becchetti
"...
Non ci sono più alibi al nostro egoismo e alla nostra pigrizia. E
all’azione delle istituzioni, perché la speranza dei poveri non può
essere solo nella benevolenza dei ricchi. Dobbiamo votare col
portafoglio per quelle imprese ed intermediari illuminati che
perseguono con maggiore lucidità questo ideale. E dobbiamo eleggere
rappresentanti che promuovano politiche di creazione di valore
economicamente, socialmente ed ambientalmente sostenibile fondate sulla
progressività fiscale. Ridurre queste enormi diseguaglianze della
ricchezza è l’urgenza di tutti se vogliamo disinnescare le fonti di
futuri conflitti. Oxfam indica tra le direttrici di azione più
importanti quella di salari minimi mondiali che evitino la corsa al
ribasso sui diritti e sulla remunerazione del lavoro, politiche di
prezzo sui farmaci che li rendano accessibili ai meno abbienti e una
fiscalità progressiva e che redistribuisca equamente gli oneri. ..."
Quei 62 nababbi ricchi come metà del mondo di Leonardo Becchetti
VIDEO Servizio TV2000
Guarda anche: chi sono i 62 super miliardari del mondo Anche in Italia l’1% possiede il 23,4% della ricchezza nazionale
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Messaggio del Santo Padre al Presidente Esecutivo del “World Economic Forum” in occasione del Meeting annuale a Davos-Klosters (Svizzera)
Pubblichiamo
di seguito il Messaggio che il Santo Padre Francesco ha inviato al
Prof. Klaus Schwab, Fondatore e Presidente esecutivo del World Economic
Forum , in occasione dell’apertura dell’incontro annuale, in programma
in questi giorni a Davos-Klosters (Svizzera).
Latore
del Messaggio è il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Presidente del
Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace:
Messaggio del Santo Padre
Al Professore Klaus Schwab Presidente esecutivo del Forum Economico Mondiale
...
Il
sorgere della cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” è stato
accompagnato da una crescente percezione dell’inevitabilità di una
drastica riduzione nel numero dei posti di lavoro. I più recenti studi,
condotti dall’Organizzazione Internazionale per il Lavoro, indicano che
attualmente la disoccupazione riguarda centinaia di milioni di persone.
La finanziarizzazione e la tecnologizzazione delle economie nazionali e
di quella globale hanno prodotto cambiamenti di ampia portata nel campo
del lavoro. Le diminuite opportunità per un’occupazione vantaggiosa e
dignitosa, insieme a una riduzione della copertura previdenziale,
stanno causando una preoccupante crescita della disuguaglianza e della povertà in diversi Paesi. Emerge
con chiarezza il bisogno di dar vita a nuovi modelli imprenditoriali
che, nel promuovere lo sviluppo di tecnologie avanzate, siano anche in
grado di utilizzarle per creare un lavoro dignitoso per tutti,
sostenere e consolidare i diritti sociali e proteggere l’ambiente. L’uomo deve guidare lo sviluppo tecnologico, senza lasciarsi dominare da esso!
Faccio appello una volta ancora a tutti voi: “Non dimenticate i poveri!”.Questa
è la sfida primaria che, come dirigenti nel mondo degli affari, avete
dinanzi. «Chi ha i mezzi per condurre una vita dignitosa, invece di
essere preoccupato per i privilegi, deve cercare di aiutare i più
poveri ad accedere anch’essi a condizioni di vita rispettose della
dignità umana, in particolare attraverso lo sviluppo del loro
potenziale umano, culturale, economico e sociale» ( Discorso alla classe dirigente e al Corpo Diplomatico , Bangui, 29 novembre 2015).
Non
dobbiamo mai permettere che la cultura del benessere ci anestetizzi e
ci renda «incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore
degli altri», così che «non piangiamo più davanti al dramma degli altri
né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità
a noi estranea che non ci compete» ( Evangelii gaudium , 54).
Piangere
davanti al dramma degli altri non significa solo partecipare alle loro
sofferenze, ma anche, e soprattutto, rendersi conto che le nostre stesse azioni sono causa di ingiustizia e disuguaglianza. Pertanto «apriamo
i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti
fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad
ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro
mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza,
dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi il nostro e
insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna
sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo» ( Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Misericordiae Vultus , 15).
Quando
ci rendiamo conto di questo, diventiamo più pienamente umani, dal
momento che la responsabilità nei confronti dei nostri fratelli e
sorelle è una parte essenziale della nostra comune umanità. Non abbiate paura di aprire le menti e i cuori ai poveri. In
questo modo darete completa libertà di azione ai vostri talenti
economici e tecnici e scoprirete la felicità di una vita piena, che il
consumismo di per sé non può procurare.
Di
fronte a cambiamenti profondi ed epocali, i leader mondiali sono
chiamati alla sfida di assicurare che l’imminente “quarta rivoluzione
industriale”, gli effetti della robotica e delle innovazioni
scientifiche e tecnologiche non conducano alla distruzione della
persona umana – ad essere rimpiazzata da una macchina senz’anima – o
alla trasformazione del nostro pianeta in un giardino vuoto per il
diletto di pochi scelti.
Al contrario, il momento presente offre una preziosa
opportunità per dirigere e governare i processi in corso e per
edificare società inclusive, basate sul rispetto della dignità umana,
sulla tolleranza, sulla compassione e sulla misericordia. Vi
esorto, pertanto, a riprendere nuovamente la vostra conversazione su
come costruire il futuro del pianeta, la “nostra casa comune”, e vi
chiedo di fare uno sforzo congiunto al fine di perseguire uno sviluppo sostenibile ed integrale.
Come
ho spesso detto, ed ora volentieri ripeto, l’attività imprenditoriale è
«una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il
mondo per tutti», soprattutto «se comprende che la creazione di posti
di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune» (
Laudato si’ , 129). Come tale, essa ha la responsabilità di aiutare a
superare la complessa crisi sociale ed ambientale e di combattere la
povertà. Ciò renderà possibile migliorare
le precarie condizioni di vita di milioni di persone e colmare il
divario sociale, che dà origine a numerose ingiustizie ed erode i
valori fondamentali della società, tra cui l’uguaglianza, la giustizia
e la solidarietà.
In questo senso, attraverso mezzi di dialogo preferenziali, il Forum Economico Mondiale può diventare una piattaforma per la difesa e la tutela del creato e per il raggiungimento di un progresso che sia «più sano, più umano, più sociale e più integrale» (
Laudato si’ , 112), anche con il dovuto riguardo per gli obiettivi
ambientali e per la necessità di massimizzare gli sforzi al fine di
sradicare la povertà, come stabilito nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo
Sostenibile e nell’Accordo di Parigi nel contesto della Convenzione
quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
...
FRANCISCUS
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Data la portata dell’evento e
l’attualità degli oggetti di discussione, esaminiamo quelli che saranno
i 4 temi principali al World Economic Forum 2016 a Davos.
Flavia Provenzano: I 4 temi principali al World Economic Forum 2016 di Davos
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(GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Irene
è venuta al mondo nella notte tra il 19 e il 20 gennaio in Piazza in
Pio XII in fondo a via della Conciliazione, davanti al Colonnato di
piazza San Pietro.
La
mamma Maria Claudia, una clochard romena di 36 anni che aveva cercato
riparo dal freddo con cartoni nei pressi della Basilica, l’ha partorita
sul marciapiede di piazza Pio XII aiutata da una agente della Polizia
italiana, Maria Capona, in servizio insieme ad un collega a piazza san
Pietro.
All’arrivo
dell’ambulanza, chiamata dalla Polizia la bimba era ancora legata alla
mamma dal cordone ombelicale: sta bene, si chiama Irene e pesa 2,9
chilogrammi.
Mamma
e figlia avvolte nel giacconi degli agenti sono state portate
all’ospedale Santo Spirito sul Lungotevere che dista poche centinaia di
metri da San Pietro stanno bene.
video dell'intervista ai poliziotti che sono intervenuti
video diffuso dalla Polizia di Stato
L’elemosiniere
pontificio monsignor Konrad Krajewski è andato a trovare la giovane
mercoledì mattina e ha offerto di nuovo ospitalità alla giovane e alla
sua bambina a nome del Papa. Monsignor Konrad, che conosce benissimo le
situazioni dei clochard che passano la notte accanto al Vaticano,
quando aveva saputo mesi fa della gravidanza, varie volte le aveva
offerto ospitalità presso le suore di Madre Teresa, ma la signora “non
aveva mai desiderato accettare”, ha aggiunto padre Lombardi. Aveva solo
usufruito dei servizi, tra cui le docce, che il Papa ha fatto istallare
sotto il colonnato.
Per
lei, nel caso accettasse l’ospitalità offerta da Papa Francesco, è
pronto un posto nella residenza protetta che le suore di Madre Teresa
hanno nel quartiere di Primavalle a Roma.
Ora
si è in attesa di una sua risposta. Nel frattempo, il compagno della
donna, anche lui romeno, ha ricevuto in questa giornata speciale
un’assistenza altrettanto speciale da parte della Elemosineria.
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La prima cosa che la Parola di Dio ci chiede...
In questo Anno Santo vi chiedo...
Oggi nel mondo del lavoro...
Cantate al Signore un canto nuovo... Oggi ricorre la giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato...
Con questa mia visita seguo le orme...
Non abbiamo più vino...
Queste sono le cose più gradite a Dio...
Il sabato è fatto per l'uomo...
L'astronauta Scott Kelly mostra con orgoglio il primo fiore sbocciato nello spazio postandone l'immagine su Twitter...
Anche nello spazio può...
Per gli uomini non vale che...
La misericordia di Dio...
Gesù è venuto a portare la gioia...
Non dimenticate i poveri...
La vocazione non è frutto di...
Nozze di Cana-"Gesù ascolta Maria" - Gianfranco Ravasi
breve estratto della puntata di "Frontiere dello Spirito" del 17.01.2016
video
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Paolo
Emanuele Borsellino, nato a Palermo il 19 gennaio 1940, è stato un
magistrato italiano assassinato da cosa nostra con cinque agenti della
sua scorta nella strage di via d'Amelio a Palermo il 19 luglio 1992, è
considerato uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta
alla mafia in Italia.
La lotta alla mafia deve essere...
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Henri Antoine Grouès, detto Abbé Pierre
(Lione, 5 agosto 1912 – Parigi, 22 gennaio 2007),a diciannove anni
entra nel convento di clausura dei Cappuccini, dove rimane per sette
anni, studiando filosofia e teologia. Dopo essere stato ordinato
sacerdote, nel 1938, inizia un’intensa attività di salvataggio delle
vittime della violenza nazista. È in questa occasione che diventa
l’Abbé Pierre. Come partigiano darà un grosso contributo alla
liberazione della Francia. Qualche anno più tardi, da un incontro con
un ergastolano e mancato suicida, che aveva trovato accoglienza a casa
sua, nasce l’esperienza di Emmaüs. Il movimento, che ha dato origine a
centinaia di comunità sparse in tutto il mondo, mediante il lavoro di
recupero e riutilizzo degli scarti, vuole ridare dignità e fiducia ai
poveri, i quali diventano essi stessi donatori e provocatori di chi ha
e non fa nulla.
Memorabile il suo appello alla Radio Luxembourg dell'11 febbraio 1954
per donare coperte, tende e generi di conforto a quei numerosi senza
tetto che incontravano gravissime e crescenti difficoltà a sopravvivere.
Con tutto il denaro del mondo...
Se si colpisce l'uomo...
Nell'anniversario della morte
dell'Abbé Pierre riproponiamo un nostro post con il memorabile appello
radio lanciato dall'Abbé Pierre dalle frequenze di Radio Luxembourg
dopo la morte di freddo a Parigi di una donna sfrattata.
Riascoltiamo dopo 60 anni l'appello dell'Abbé Pierre... oggi interpella anche noi?
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Enzo
Biagi incontra l`Abbé Pierre in Normandia, nella comunità La Halte
d’Emmaüs, e, nel corso di una lunga intervista, ripercorre le tappe
della sua intensa vita, cercando di scoprire le ragioni della sua
vocazione.
RAISCUOLA: ABBÉ PIERRE: VOCAZIONE E VITA (video)
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015
TERESA D'AVILA,
DONNA IN CAMMINO
HOREB n. 72 - 3/2015
TRACCE DI SPIRITUALITÀ A CURA DEI CARMELITANI
EDITORIALE
Spesso
si ritiene che i mistici siano persone privilegiate che percorrono un
cammino diverso rispetto ai cristiani comuni. E, invece, se ci
accostiamo ai loro scritti e al loro vissuto, ci rendiamo conto che
sono persone come noi che, però, si sono lasciate conquistare dallo
sguardo di Dio, e, piano piano, hanno consentito a Lui di farsi
presente nel frammento della loro vita, e così si sono ritrovate nella
storia, nel quotidiano a vivere gli eventi con la stessa passione di
Dio.
Fra
questi mistici, c’è certamente la carmelitana S. Teresa d’Avila di cui
quest’anno ricorre il quinto centenario della nascita (1515-2015).
Teresa, nei suoi Scritti, ci racconta che anche lei era una creatura
come noi, impastata di carne, di ossa e di peccato. Evidenzia anche,
però, che attraverso una faticosa esperienza di ascolto e di preghiera
le è stato concesso di percorrere un “cammino”, il più impegnativo
della vita, che le ha consentito di passare da una esistenza
superficiale e alienata in banalità, a una relazione sempre più viva e
amicale con Dio. Questa relazione vitale con Dio, ci racconta Teresa,
le ha aperto gli occhi facendole conoscere le proprie fragilità, ma
soprattutto l’ha fatta crescere nella consapevolezza di essere,
comunque, figlia amata di Dio e della Chiesa. Grazie a questa presa di
coscienza, in lei è maturata una più profonda umanità, una maggiore
libertà, e una grande generosità.
Ci
dice, ancora, Teresa che l’incontro con Dio, “coltivato” attraverso la
contemplazione del volto umano di Gesù, anziché estraniarla dal mondo,
ha deposto nella sua vita l’ansia e il tormento per i propri fratelli e
per la Chiesa, nella quale si è sentita inserita in modo vitale e con
una missione particolare da compiere. Così, in un’epoca in cui le donne
non avevano voce nella Chiesa e nella società e per lo più restavano
relegate nella cerchia familiare, Teresa, visitata dallo sguardo di
Dio, con coraggio, e sfidando le maglie dell’Inquisizione, si è fatta
promotrice di un processo di rinnovamento nella chiesa, richiamandola,
col suo vissuto e con i suoi scritti, a lasciare una logica di potere e
a seguire la via tracciata dal Signore Gesù.
È
in questa prospettiva che riproponiamo l’esperienza di Teresa d’Avila,
esperienza che riteniamo propositiva e profetica per la chiesa e per
l’uomo di oggi.
....
Editoriale (PDF)
Sommario (PDF)
E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it
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Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016: "il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia"
«Tra fedi diverse, abbiamo una sola certezza: siamo tutti figli di Dio». Lo
dice il Pontefice nel breve testo diffuso ieri in undici lingue
Promossa dall'«Apostolato della preghiera» l'iniziativa sarà ripetuta
da Francesco ogni mese dell' Anno Santo «Molti pensano in modo diverso,
sentono in modo diverso, cercano Dio o trovano Dio in modi diversi. In
questa moltitudine, in questa ampia gamma di religioni, c' è una sola
certezza per noi: siamo tutti figli di Dio». Così dice il Papa in un
videomessaggio diffuso ieri in spagnolo e sottotitolato in dieci
lingue, una breve riflessione sull'importanza del dialogo
interreligioso.
Quest'
anno, infatti, Francesco presenterà ogni mese un' intenzione di
preghiera rivolta alla Chiesa universale e lo farà in un breve filmato
prodotto dall'agenzia di comunicazione argentina "La Machi". Nel primo della serie, il Pontefice, ripreso mentre parla avvolto da una luce morbida seduto a una scrivania, ricorda che «la
maggior parte delle persone sulla terra si dichiara credente. E questo
dovrebbe portare a un dialogo tra le religioni. Non dobbiamo smettere
di pregare per questo e collaborare con chi la pensa diversamente.
Confido in voi per diffondere la mia petizione di questo mese: perché
il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti
frutti di pace e di giustizia. Confido nella vostra preghiera». A
inframmezzare queste parole sono le immagini di un musulmano, un ebreo,
un sacerdote cattolico, una donna buddista, più altre che ritraggono
Bergoglio con rappresentanti di diverse religioni o confessioni
cristiane. L' iniziativa è promossa dall'Apostolato della preghiera,
che fa capo alla Compagnia di Gesù e ha alle spalle una storia lunga e
gloriosa...
(testo
tratto dall'articolo «Il dialogo tra religioni porti pace e giustizia».
In un video l' invito del Papa alla preghiera di Andrea Galli su
Avvenire)
VIDEO
CREDO NELL'AMORE!!!
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'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi
al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo
popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)
Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino
Vangelo: Gv 2,1-11
Il primo miracolo o - per rimanere fedeli al testo greco - "segno" che
Gesù compie nel Vangelo di Giovanni è quello di mutare più di 600 litri
di acqua in vino ad un banchetto di nozze. Nella Sacra Scrittura le
nozze sono il simbolo per eccellenza dell'alleanza tra Dio, che è lo
Sposo, e il suo popolo. In questa prospettiva la vetta più alta della
rivelazione biblica la troviamo nel Cantico dei Cantici, storia di una
vicendevole ricerca amorosa tra Dio e l'uomo. Il vino è immagine
dell'amore tra lo Sposo e la sposa, tra il Creatore e le sue creature.
Senza questo vino l'uomo si smarrisce, perde la sua identità, i suoi
tratti si cambiano perdendo la somiglianza col Padre. La mancanza di
questo vino allora rappresenta la gioia e l'amore dell'uomo che viene
meno, e le sei giare di pietra vuote alludono alle Tavole della Legge, alla 'Torah' non ancora compiuta. Ecco perché tanta abbondanza di vino. "Probabilmente
Gesù ha mutato così tanta acqua in vino sapendo bene che i cristiani
avrebbero molto presto e abbondantemente trasformato il vino del
Vangelo nell'acqua della legge"( cit.) Conosciamo bene che un
matrimonio senza gioia e senza amore si trasforma presto in un inferno,
ed una religione che non pone al primo posto l'amore misericordioso (in
ebraico la parola: "hesed", traduce sia"amore" che" misericordia")
per ogni fratello che pecca diviene ben presto un tribunale
implacabile, dispensatore di sofferenze e di morte. La pagina del
vangelo proclama che proprio per questo motivo Gesù è venuto: per
immergere l'umanità tutta nel suo amore misericordioso.
...
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La Settimana
di preghiera per l’unità dei cristiani
e per tutto l’anno 2016
Chiamati per annunziare a tutti
le opere meravigliose di Dio
(cfr 1 Pietro 2, 9)
Congiuntamente preparati e pubblicati da
Pontifício Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani
Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese
SUGGERIMENTI PER L’ORGANIZZAZIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI
Cercare l’unità: un impegno per tutto l’anno La
data tradizionale per la celebrazione della Settimana di preghiera per
l’unità dei cristiani, nell’emisfero nord, va dal 18 al 25 gennaio,
data proposta nel 1908 da padre Paul Wattson, perché compresa tra la
festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san
Paolo; assume quindi un significato simbolico. Nell’emisfero sud, in
cui gennaio è periodo di vacanza, le chiese celebrano la Settimana di
preghiera in altre date, per esempio nel tempo di Pentecoste (come
suggerito dal movimento Fede e Costituzione nel 1926), periodo
altrettanto simbolico per l’unità della Chiesa. Consapevoli
di una tale flessibilità nella data della Settimana, incoraggiamo i
fedeli a considerare il materiale presentato in questa sede come un
invito a trovare opportunità in tutto l’arco dell’anno per esprimere il
grado di comunione già raggiunto tra le chiese e per pregare insieme
per il raggiungimento della piena unità che è il volere di Cristo
stesso. Adattamento del testo Il
testo viene proposto con l’avvertenza che, ove possibile, sia adattato
agli usi locali, con particolare attenzione alle pratiche liturgiche
nel loro contesto socio-culturale e alla dimensione ecumenica. In
alcune località già esistono strutture ecumeniche in grado di
realizzare questa proposta, ma ove non esistessero se ne auspica
l’attuazione. Utilizzo del testo - Per
le chiese e comunità cristiane che celebrano la Settimana di preghiera
in una singola liturgia comune viene offerto un servizio di culto
ecumenico.
- Le
chiese e comunità cristiane possono anche inserire il testo della
Settimana di preghiera in un servizio liturgico proprio. Le preghiere
della celebrazione ecumenica della parola di Dio, gli “otto giorni”,
nonché le musiche e le preghiere aggiuntive possono essere utilizzate a
proprio discernimento.
- Le
comunità che celebrano la Settimana di preghiera in ogni giorno
dell’ottavario, durante la loro preghiera, possono trarre spunti dai
temi degli “otto giorni”.
- Coloro
che desiderano svolgere studi biblici sul tema della Settimana di
preghiera possono usare come base i testi e le riflessioni proposte
negli “otto giorni”. Ogni giorno l’incontro può offrire l’occasione per
formulare preghiere di intercessione conclusive.
- Chi
desidera pregare privatamente per l’unità dei cristiani può trovare
utile questo testo come guida per le proprie intenzioni di preghiera.
Ricordiamo che ognuno di noi si trova in comunione con i credenti che
pregano nelle altre parti del mondo per costruire una più grande e
visibile unità della Chiesa di Cristo.
TESTO BIBLICO (cfr 1 Pietro 2, 9-10)
Ma
voi siete la gente che Dio si è scelta, un popolo regale di sacerdoti,
una nazione santa, un popolo che Dio ha acquistato per sé, per
annunziare a tutti le sue opere meravigliose. Egli vi ha chiamati fuori
delle tenebre, per condurvi nella sua luce meravigliosa. Un
tempo voi non eravate il suo popolo, ora invece siete il popolo di Dio.
Un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete
ottenutola sua misericordia.
INTRODUZIONE TEOLOGICO-PASTORALE Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio(cfr 1 Pietro 2, 9)
...
La chiamata ad essere “popolo di Dio”
...
In ascolto delle “opere meravigliose” di Dio
...
Responso e annuncio
...
Presentazione del materiale
...
PRESENTAZIONE DEGLI ORGANISMI CHE HANNO PREPARATO IL MATERIALE PER LA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI 2016
...
CELEBRAZIONE ECUMENICA DELLA PAROLA DI DIO Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2, 9) Introduzione alla celebrazione ecumenica
...
Struttura della celebrazione “Per annunziare a tutti le sue opere meravigliose” (1 Pt 2, 9)
...
Vedi anche:
Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani
Opuscolo Settimana Unita' 2016 pdf
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La Settimana
di preghiera per l’unità dei cristiani e per tutto l’anno 2016
Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2, 9)
Congiuntamente preparati e pubblicati da Pontifício Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese
LETTURE BIBLICHE E COMMENTO
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA
I GIORNO Lasciamo rotolare via la pietra
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Commento
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Domande per la riflessione personale
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Preghiera
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La Settimana di preghiera per
l’unità dei cristiani, iniziata ieri, vive di molteplici iniziative in
tutto il mondo. A fare da filo conduttore quest’anno è certamente il
tema della misericordia, posto da Papa Francesco al centro di un Anno
Santo straordinario. In che modo testimoniare la misericordia può
aiutare il progresso del dialogo ecumenico? Fabio
Colagrande lo ha domandato a don Cristiano Bettega, direttore
dell'Ufficio Cei per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso:
RADIO VATICANA: Don Bettega: ecumenismo è coerenza evangelica non manierismi
Siamo nel cuore della Settimana
di preghiera per l'Unità dei cristiani che ha come testo biblico di
riferimento il versetto della prima Lettera di Pietro: "Voi siete la
stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che
Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi
ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce". Ma, le Chiese
possono vivere separate? Antonella Palermo ha rivolto la
domanda a Enzo Bianchi, priore della Comunità Ecumenica di
Bose, Luca Maria Negro, pastore battista, direttore del
settimanale ‘Riforma’, neo presidente della Federazione delle Chiese
Evangeliche in Italia (Fcei), a padre Traian Valdman, decano della
diocesi ortodossa romena d’Italia in Lombardi
RADIO VATICANA: Settimana per l'Unità: le Chiese non possono vivere separate
Senza voler sottovalutare
l’importanza della riflessione teologica e dottrinale nonché il
confronto dialogico tra le diverse confessioni religiose cristiane, mi
sembra che vada facendosi largo una sorta di ecumenismo del quotidiano.
Tonio Dell'Olio: L'ecumenismo del quotidiano
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Papa Francesco ha
disposto la modifica della rubrica del Messale Romano riguardante la
lavanda dei piedi durante la messa nella Cena del Signore, stabilendo
che la partecipazione al rito non sia più limitata soltanto agli uomini
o ai ragazzi.
L'OSSERVATORE ROMANO: Papa Francesco modifica la rubrica del Messale Romano sul rito della lavanda dei piedi
Papa Francesco cambia le norme
liturgiche che finora ammettevano formalmente solo gli uomini.
Bergoglio aveva già lavato i piedi alle donne ed era stato accusato di
"cattivo esempio". La storia di un rito e delle polemiche.
Alberto Bobbio: AI PIEDI DELLE DONNE: LE NOVITÀ DEL GIOVEDÌ SANTO
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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni |
(GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Custodire la “casa comune” della nostra città
L’enciclica «Laudato si’» di Papa Francesco
ci interpella 18 gennaio 2016 - Tavola rotonda Sala Convegni Parco Urbano Maggiore La Rosa promossa dal Vicariato “SAN SEBASTIANO” Barcellona P.G. (ME) per gli incontri "IN DIALOGO CON LA CITTÀ" ABITARE LA MISERICORDIA
"E’ necessario curare
gli spazi pubblici, i quadri prospettici e i punti di riferimento
urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra
sensazione di radicamento, il nostro “sentirci a casa” all’interno
della città che ci contiene e ci unisce. È importante che le diverse
parti di una città siano ben integrate e che gli abitanti possano avere
una visione d’insieme invece di rinchiudersi in un quartiere,
rinunciando a vivere la città intera come uno spazio proprio condiviso
con gli altri. Ogni intervento nel paesaggio urbano o rurale dovrebbe
considerare come i diversi elementi del luogo formino un tutto che è
percepito dagli abitanti come un quadro coerente con la sua ricchezza
di significati. In tal modo gli altri cessano di essere estranei e li
si può percepire come parte di un “noi” che costruiamo insieme. Per
questa stessa ragione, sia nell’ambiente urbano sia in quello rurale, è
opportuno preservare alcuni spazi nei quali si evitino interventi umani
che li modifichino continuamente. " (Papa Francesco - LAUDATO SI’ )
Intervento don Sergio Siracusano,
direttore dell’ufficio diocesano per la Pastorale sociale e il Lavoro
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Intervento prof. Giuseppe Notarstefano,
vice presidente dell’Azione Cattolica Italiana
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Intervento p. Gregorio Battaglia
carmelitano
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Lampedusa - Aperta la Porta santa nel santuario della Madonna di Porto Salvo
“Che questa isola resti sempre una porta aperta dove trovare cuori
spalancati. Sappiamo che chi arriva alle nostre coste ha fame di pane,
ma nessuno vi dirà mai che non ha fame di amore! E dandogli il nostro
possiamo cambiare la storia del mondo”. cardinale Francesco Montenegro
video
Il vento del Giubileo spira
violento alla Porta d'Europa assieme alle parole forti del cardinale
Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento: "Non meravigliatevi se
abbiamo scelto anche questo luogo come luogo giubilare... uno scrittore
(Oscar Wilde) dice "dove c'è sofferenza quel luogo diventa sacro", ecco
allora questo luogo aperto a tutti è una porta senza ante; questo
significa che quest'isola è chiamata ad essere porta e noi credenti
dobbiamo saperla attraversare"...
video
Francesco domani non incontrerà
più il presidente della Cei Non ha gradito esser stato invischiato nei
temi della politica italiana. Jorge Mario Bergoglio ha eliminato il
cardinale Angelo Bagnasco dall' agenda degli incontri ufficiali. Niente
udienza domani mattina. Il colloquio privato, fissato a una settimana
dal consiglio episcopale permanente, è apparso e poi scomparso dal
bollettino interno timbrato "Prefettura della Casa Pontificia". Questo
è l' ennesimo episodio, forse il più clamoroso, che sancisce la
distanza tra la Chiesa di papa Francesco e la Chiesa dei vescovi
italiani presieduta proprio da Bagnasco. Il motivo: l' esposizione
mediatica del cardinale - e dunque anche dei vescovi italiani - per il
Family Day in programma il 30 gennaio. Il pontefice argentino non
tollera più l' attivismo politico di una Cei abituata a emendare testi
di legge e s' è infuriato perché lo stesso Bagnasco l' ha trascinato
nel dibattito pubblico sull' evento contro le Unioni civili. Il Papa
non ha autorizzato la piazza né le pressioni sul Parlamento. Papa
Francesco sostiene la famiglia tradizionale, il matrimonio tra un uomo
e una donna, ma preferisce non intervenire con giudizi ruvidi e
addirittura offensivi. È il linguaggio della comprensione. Quello che
adopera per avvicinare la Chiesa ai divorziati e agli omosessuali.
Nessuno va escluso o respinto dal gregge di Cristo. Non ha un' idea
diversa di famiglia l' ex arcivescovo di Buenos Aires e l' ha ribadito
con insistenza nel tumultuoso Sinodo di ottobre, ma è sempre convinto
che i vescovi siano chiamati al ruolo di pastori, non di senatori o
deputati ausiliari... (Carlo Tecce)
Il Papa "cancella" Bagnasco, sponsor del Family Day
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Francesco
ha parlato al Tribunale della Rota Romana, nell'udienza per
l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Bergoglio ha anche auspicato per
i futuri sposi la definizione di un «nuovo catecumenato»
FAMIGLIA CRISTIANA: IL PAPA: «NON CONFONDERE LA FAMIGLIA CON ALTRI TIPI DI UNIONI»
Il
Pontefice si è soffermato in diverse occasioni sulle minacce alla
famiglia ma non vuole essere coinvolto nelle manifestazioni pubbliche
che competono ai laici
Andrea Tornielli: Family day, il Papa fuori dalla mischia
Nel discorso rivolto alla Rota
Romana per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, il Papa chiede
di mostrare misericordia soprattutto verso le "famiglie ferite" e
ribadisce che la famiglia fondata sul matrimonio non può essere
confusa con nessun altro tipo di unione. Anche chi vive "in uno stato
oggettivo di errore" deve essere oggetto di misericordia. La famiglia
fondata sul matrimonio "indissolubile" è il "sogno"di Dio e la "carta
costituzionale" della Chiesa. La "qualità" della fede "non è condizione
essenziale del consenso matrimoniale": occorre valutare "molto
attentamente" gli errori sulla sacramentalità del
matrimonio. Istituire un "nuovo catecumenato" per la
preparazione degli sposi.
Scola lascia a fine anno. Papa
Francesco snobba il movimento. Il consenso cala. Alle elezioni di
Milano Cl si gioca tutto. Lupi si propone, ma spunta Mardegan.
Alessandro Da Rold: Comunione e liberazione, il 2016 è il 'cupio dissolvi'
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19/01/2016:
22/01/2016:
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il
Vangelo di questa domenica presenta l’evento prodigioso avvenuto a
Cana, un villaggio della Galilea, durante una festa di nozze alla quale
partecipano anche Maria e Gesù, con i suoi primi discepoli (cfr Gv
2,1-11).
...
Ma
il miracolo di Cana non riguarda solo gli sposi. Ogni persona umana è
chiamata ad incontrare il Signore nella sua vita. La fede cristiana è
un dono che riceviamo col Battesimo e che ci permette di incontrare
Dio. La fede attraversa tempi di gioia e di dolore, di luce e di
oscurità, come in ogni autentica esperienza d’amore. Il racconto delle nozze di Cana ci invita a riscoprire che Gesù non
si presenta a noi come un giudice pronto a condannare le nostre colpe,
né come un comandante che ci impone di seguire ciecamente i suoi ordini; si
manifesta come Salvatore dell’umanità, come fratello, come il nostro
fratello maggiore, Figlio del Padre: si presenta come Colui che
risponde alle attese e alle promesse di gioia che abitano nel cuore di
ognuno di noi.
Allora
possiamo chiederci: davvero conosco il Signore così? Lo sento vicino a
me, alla mia vita? Gli sto rispondendo sulla lunghezza d’onda di
quell’amore sponsale che Egli manifesta ogni giorno a tutti, a ogni
essere umano? Si
tratta di rendersi conto che Gesù ci cerca e ci invita a fargli spazio
nell’intimo del nostro cuore. E in questo cammino di fede con Lui non
siamo lasciati soli: abbiamo ricevuto il dono del Sangue di Cristo. Le
grandi anfore di pietra che Gesù fa riempire di acqua per tramutarla in
vino (v. 7) sono segno del passaggio dall’antica alla nuova alleanza:
al posto dell’acqua usata per la purificazione rituale, abbiamo
ricevuto il Sangue di Gesù, versato in modo sacramentale
nell’Eucaristia e in modo cruento nella Passione e sulla Croce. I
Sacramenti, che scaturiscono dal Mistero pasquale, infondono in noi la
forza soprannaturale e ci permettono di assaporare la misericordia
infinita di Dio.
La
Vergine Maria, modello di meditazione delle parole e dei gesti del
Signore, ci aiuti a riscoprire con fede la bellezza e la ricchezza
dell’Eucaristia e degli altri Sacramenti, che rendono presente l’amore
fedele di Dio per noi. Potremo così innamorarci sempre di più del
Signore Gesù, nostro Sposo, e andargli incontro con le lampade accese
della nostra fede gioiosa, diventando così suoi testimoni nel mondo.
Dopo l'Angelus:
oggi
ricorre la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che, nel
contesto dell’Anno Santo della Misericordia, è celebrata anche come
Giubileo dei Migranti. Sono
lieto, pertanto, di salutare con grande affetto le comunità etniche qui
presenti, tutti voi, provenienti da varie regioni d’Italia,
specialmente dal Lazio. Cari
migranti e rifugiati, ognuno di voi porta in sé una storia, una
cultura, dei valori preziosi; e spesso purtroppo anche esperienze di
miseria, di oppressione, di paura. La vostra presenza in questa Piazza
è segno di speranza in Dio. Non lasciatevi rubare la speranza e la
gioia di vivere, che scaturiscono dall’esperienza della divina
misericordia, anche grazie alle persone che vi accolgono e vi aiutano. Il
passaggio della Porta Santa e la Messa che tra poco vivrete, vi
riempiano il cuore di pace. In questa Messa, io vorrei ringraziare – e
anche voi ringraziate con me – i detenuti del carcere di Opera, per il
dono delle ostie confezionate da loro stessi e che saranno utilizzate
in questa celebrazione. Li salutiamo con un applauso da qui, tutti
insieme …
Saluto
con affetto tutti voi, pellegrini venuti dall’Italia e da altri Paesi:
in particolare, l’Associazione culturale Napredak, di Sarajevo; gli
studenti spagnoli di Badajoz e Palma de Mallorca; e i giovani di
Osteria Grande (Bologna).
Adesso
vi invito tutti insieme a rivolgere a Dio una preghiera per le vittime
degli attentati avvenuti nei giorni scorsi in Indonesia e Burkina Faso.
Il Signore le accolga nella sua casa, e sostenga l’impegno della
comunità internazionale per costruire la pace. Preghiamo la Madonna:
Ave o Maria, …
A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
video
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Domenica pomeriggio 17 gennaio 2016 alle 16.00, Papa Francesco si reca in visita alla Sinagoga di Roma. L’evento coincide con la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei.
Fu istituita in Italia nel 1989 e quest’anno è giunta alla ventesima edizione. È la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei e
si celebra il 17 gennaio. Papa Francesco ha scelto proprio questo
giorno per andare alla Sinagoga di Roma. Terzo Papa, dopo Giovanni
Paolo II e Benedetto XVI. È una data cara al popolo italiano, ebreo e
cattolico. Sono 20 anni che il 17 gennaio nel nostro Paese si
organizzano tavole rotonde, momenti di confronto sui grandi temi che
interpellano l’umanità, incontri di approfondimento biblico. Sono 20
anni che ebrei e cattolici in Italia si incontrano nelle parrocchie e
sale di comunità con il desiderio di conoscersi meglio. Dal 2005, la
Cei e l’Assemblea dei Rabbini d’Italia hanno deciso di comune accordo
di dedicare la Giornata anno per anno alla riflessione su uno dei Dieci
Comandamenti. È una storia silenziosa di dialogo e amicizia. Monsignor Bruno Forte, presidente della Commissione Cei per il dialogo, e il rav Giuseppe Momigliano,
presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, in un messaggio
ringraziano “di cuore tutti coloro che in questi anni si sono resi
disponibili ad offrirci spunti di riflessione”. Non si tratta
semplicemente di un tratto di strada percorso insieme ma di “una tappa”
perché “il cammino in sé ci offre ancora molte possibilità di incontro,
di scambio, di crescita comune”.
Monsignor Forte, il Papa ha scelto di andare nella Sinagoga di Roma il 17 gennaio. Che significato ha questa scelta?
La data del 17 gennaio fu scelta perché ...
Nel
messaggio di presentazione della Giornata, lei e il rav Giuseppe
Momigliano ribadite “la necessità di proseguire il cammino di dialogo
che vent’anni fa abbiamo voluto iniziare”. Cosa intendete dire? E come
proseguire nella strada di amicizia?
Il dialogo di questi anni è stato condotto a partire dal Decalogo ...
Il
rav Di Segni ha chiesto di non utilizzare più l’espressione “fratelli
maggiori” perché induce a pensare ad un rapporto ebrei/cattolici di
“sostituzione”. Lei che è un teologo, cosa pensa?
Ogni idea di sostituzione che veda la Chiesa semplicemente prendere il posto di Israele nel disegno di Dio va rifiutata. ...
Quali auspici? Quali speranze apre papa Francesco nel dialogo con l’ebraismo? E dov’è il suo “punto di forza”?
Gli
auspici sono quelli di una amicizia e di una collaborazione
ebraico-cristiana sempre più stretta e autentica, di cui proprio in
questi giorni ho fatto esperienza tenendo la “annual lecture”
all’Università Ebraica di Gerusalemme su invito del dipartimento di
studi sul cristianesimo che è molto attivo e frequentato dagli studenti.
Il
punto di forza di Papa Francesco è la ricchissima esperienza che egli
ha personalmente del dialogo fraterno con il mondo ebraico sin dai
tempi di Buenos Aires e che gli fornisce una singolare capacità di incontro con il popolo da cui è venuto Gesù, che era ebreo e lo è per sempre.
(fonte: SIR)
Fin dalla elezione di Francesco il rabbino capo della storica Comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni,
ha avuto diversi contatti e incontri personali con il Papa. Da subito,
«per desiderio condiviso», è entrata in agenda la possibilità di una
sua visita al Tempio Maggiore. Dal suo studio di Lungotevere de Cenci,
Di Segni delinea oggi l’importanza della terza visita di un Pontefice
alla sinagoga nel contesto storico segnato dai conflitti che stiamo
vivendo, nel progresso delle relazioni e del dialogo ebraico-cattolico
a cinquant’anni dalla Nostra aetate. E parla dell’urgenza del messaggio
che l’incontro di domenica vuole evidenziare e rilanciare.
Come
si svolgerà il prossimo incontro del Papa al Tempio Maggiore e qual è
il carattere che si è voluto dare a questa visita?
La
visita, comprensiva del momento importante all’interno del Tempio con i
discorsi ufficiali, ha il carattere e lo scopo di un incontro diretto,
personale e collettivo con la Comunità ebraica di Roma e con alcune
rappresentanze ebraiche internazionali che ci tengono a incontrare papa
Francesco.
...
È prevista una larga partecipazione?
Avremo il Tempio strapieno, al limite della capienza.
La
visita alla sinagoga di papa Francesco avviene esattamente sei anni
dopo quella di Benedetto XVI del 17 gennaio del 2010 e a trent’anni da
quella di Giovanni Paolo II. Rispetto ad esse quali sonole
differenze?
La
visita di Giovanni Paolo II è stata uno spartiacque nei rapporti
ebraico-cristiani. La seconda di Benedetto XVI ha sottolineato, con il
suo stile, una continuità. Ciascuna delle due visite va inserita nel
contesto delle diverse contingenze.
Perché è importante la visita di papa Francesco?
Un primo aspetto è proprio quello della continuità su una strada di amicizia segnata dai suoi predecessori.
...
La
visita di papa Francesco non sarà un mero rituale ereditato dai suoi
predecessori, è una nuova tappa, si rinnova di sentimento e si coprirà
di nuovi significati.
E quale significato, secondo lei, assume in questo momento?
La visita di Francesco in sinagoga ha il suo significato e la sua forza proprio nel contesto storico che stiamo vivendo.
...
Il
nostro incontro vuole concordemente dare un segnale che è attualissimo,
importantissimo e urgente: il messaggio che l’appartenenza a una fede,
a una religione non deve essere motivo di ostilità, di odio e di
violenza ma è invece possibile costruire una convivenza pacifica, sul
rispetto e la collaborazione proprio in nome della propria
religione.
È un segnale in controtendenza…
Ma
è l’idea vincente in questo momento. Il prossimo incontro con papa
Francesco attualizza la diversità religiosa come dimostrazione di
convivenza, di collaborazione per il bene di tutti, perché le religioni
sono portatrici di pace e di valori positivi, utili a tutta la società.
...
Lei ha incontrato già diverse volte papa Francesco, quali temi di rilievo avete affrontato in questa prospettiva?
Dai
problemi sociali che affliggono l’Europa all’immigrazione,
all’emergenza umanitaria. Si è ragionato sull’impegno delle religioni
in questo senso e sui futuri progetti di collaborazione.
Proprio ieri il Papa ha reiterato i suoi appelli sulla questione degli immigrati…
Sull’emigrazione
abbiamo presentato le nostre analisi, la nostra disponibilità e le
nostre perplessità, fermo restando l’aspetto fondamentale che è
iscritto nel nostro Dna storico che il migrante deve essere protetto.
La Shoah ci deve far ricordare anche soprattutto l’importanza della
convivenza con il vicino e con il diverso.
...
Ricordando
i cinquant’anni dalla Nostra aetate Francesco ha sottolineato «la vera
e propria trasformazione che avuto in questo tempo il rapporto tra
cristiani ed ebrei». Anche da un punto di punto di vista teologico il
dialogo intra-religioso ha fatto dei passi avanti. Per lei quali sono
significativi?
Di
recente la Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo
ha pubblicato un documento. Direi che si tratta di un documento
importante perché è una sintesi di quanto è stato compiuto in questi
cinquant’anni e della riflessione teologica da parte cattolica che
porta a dei chiarimenti importanti e a delle precisazioni necessarie.
...
Come viene considerata la consapevolezza di questo dialogo intra-familiare da parte della Comunità ebraica?
Il
mondo ebraico è estremamente variegato. Solo un piccolo gruppo di
specialisti si occupa di queste questioni. La gente comune vede i fatti
e sui fatti misura il valore di un rapporto. Un ebreo che vive in
Europa coglie e apprezza il fatto che il clima dei rapporti è
sostanzialmente cambiato, decisamente migliorato, anche se ci sono
difficoltà sulle quali bisogna ancora lavorare. Questo è importante. Ma
c’è differenza con gli ebrei che vivono nello Stato di Israele. C’è
questo duplice aspetto da considerare. Non è semplice.
La
visita cade anche nel contesto dell’Anno giubilare della misericordia,
nella cui bolla d’indizione papa Francesco ha voluto menzionare in modo
particolare il legame con l’ebraismo…
Un
evento come questa visita alla Comunità ebraica di Roma certamente
serve a consolidare ancora di più i rapporti e a dare forti segnali
visibili in questo senso.
Il Papa in sinagoga: messaggio di pace
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Domenica pomeriggio, alle ore 16, Papa Francesco si è recato in visita alla Sinagoga di Roma. Ghetto blindato per paura di attentati terroristici con 800 forze dell’ordine, polizia cinofila e metal detector.
Giunto
a Largo XVI ottobre, con dieci minuti di anticipo rispetto al
programma, il Papa è stato accolto dal Presidente della Comunità
ebraica romana, Ruth Dureghello, dal Presidente dell’Unione delle
Comunità ebraiche italiane (Ucei), Renzo Gattegna, e dal Presidente
della Fondazione Museo della Shoah, Mario Venezia.
Insieme
hanno percorso via Catalana ma prima di entrare in Sinagoga, il Papa si
è soffermato davanti alla lapide che ricorda Stefano Gai Tachè, il
bimbo di soli 2 anni ucciso dai terroristi palestinesi nell’attentato
del 1982. E qui, dopo aver deposto dei fiori, il Papa si è intrattenuto
a parlare con la famiglia Tachè e con alcuni dei 40 feriti
dell’attentato. È stato un incontro estremamente cordiale e amichevole
tanto che le telecamere del Ctv hanno colto un anziano ebreo dire al
Papa: “È molto simpatico e le vogliamo tutti molto bene”. E un giovane
porgendogli la mano gli ha detto: “benvenuto”.
Intorno
alle 16.20 il Pontefice ha raggiunto a piedi il Tempio Maggiore,
accolto dai Vice Presidenti Claudia Fellus e Ruben Della Rocca al
cancello d’ingresso della Sinagoga.
All’ingresso della Sinagoga c’era il rabbino capo, Riccardo Di Segni, che sulla scalinata ha accolto il Papa con un abbraccio.
Hanno
poi percorso insieme il corridoio centrale dirigendosi verso la
tribuna. La Sinagoga era gremita di persone e il Papa si è intrattenuto
più volte a parlare e salutare le persone. Tra i partecipanti anche
l’imam Yahya Pallavicini, vicepresidente della Coreis italiana
(Comunità religiosa islamica) e Andrea Riccardi, fondatore della
Comunità di Sant’Egidio.
È
stato un lungo e affettuoso benvenuto quello che la comunità ebraica di
Roma ha riservato a papa Francesco nella sinagoga di Roma. Il Papa
aveva chiesto di avvicinare le persone della comunità ebraica romana e
nella Sinagoga è andato avanti e indietro tra i banchi per stringere
mani più mani possibile, fino ad abbracciare e baciare sulle guance i
sopravvissuti alla deportazione nazista.
Era la terza volta di un pontefice, ma una scena così non si era ancora mai vista.
A precedere il discorso del Papa, quelli della presidente
della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, del presidente
dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna e del
rabbino Di Segni.
...
Sono emozionata nel dare il benvenuto mio, e di tutta la Comunità
Ebraica di Roma a Lei, papa Francesco, terzo Pontefice a varcare la
soglia del nostro Tempio Maggiore la cui distanza da San Pietro, seppur
breve, è sembrata per secoli incolmabile.
L'incontro
odierno dimostra che il dialogo tra le grandi fedi è possibile, un
impegno volto a garantire accoglienza, pace e libertà per ogni essere
umano....
il testo del discorso del Presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello
Caro
papa Francesco, saluto tutti, è con spirito di profonda stima che Le
porgo, a nome delle Comunità Ebraiche Italiane, il più caloroso
benvenuto. Sono
consapevole che Lei viene in questo tempio ad incontrare l'ebraismo
italiano con il suo millenario carico di fede e di cultura, di dolore e
di vita. Questa sua visita giunge a rinsaldare ancora di più il cammino
di dialogo, di amicizia e di fratellanza tra il popolo ebraico, il
popolo dell'Alleanza, e la Chiesa cattolica.
il testo del discorso del presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna
“Benvenuto”.
Con questa semplice parola pronunciata con un sorriso raggiante, il
rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha accolto papa Francesco
nella Sinagoga di Roma. Ed ha poi aggiunto, sempre sorridendo: “Oggi il
tempio accoglie con gratitudine la terza visita di un Papa e Vescovo di
Roma. Secondo le tradizioni giuridiche rabbiniche, un atto ripetuto tre
volte diventa chazaqà, cioè una consuetudine fissa”.
il testo del discorso di Riccardo Di Segni
Discorso di Papa Francesco
Cari fratelli e sorelle,
sono
felice di trovarmi oggi con voi in questo Tempio Maggiore. Ringrazio
per le loro cortesi parole il Dottor Di Segni, la Dottoressa Dureghello
e l’Avvocato Gattegna; e ringrazio voi tutti per la calorosa
accoglienza, grazie! Todà rabbà!
Nella
mia prima visita a questa Sinagoga come Vescovo di Roma, desidero
esprimere a voi, estendendolo a tutte le comunità ebraiche, il saluto
fraterno di pace di questa Chiesa e dell’intera Chiesa cattolica.
Le
nostre relazioni mi stanno molto a cuore.
...
Con
questa mia visita seguo le orme dei miei Predecessori. Papa Giovanni
Paolo II venne qui trent’anni fa, il 13 aprile 1986; e Papa Benedetto
XVI è stato tra voi sei anni or sono. Giovanni Paolo II, in quella
occasione, coniò la bella espressione “fratelli maggiori”, e infatti
voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede.
Tutti quanti apparteniamo ad un’unica famiglia, la famiglia di Dio, il
quale ci accompagna e ci protegge come suo popolo. Insieme, come ebrei
e come cattolici, siamo chiamati ad assumerci le nostre responsabilità
per questa città, apportando il nostro contributo, anzitutto
spirituale, e favorendo la risoluzione dei diversi problemi attuali. Mi
auguro che crescano sempre più la vicinanza, la reciproca conoscenza e
la stima tra le nostre due comunità di fede. Per questo è significativo
che io sia venuto tra voi proprio oggi, 17 gennaio, quando la
Conferenza Episcopale Italiana celebra la “Giornata del dialogo tra
cattolici ed ebrei”.
Abbiamo da poco commemorato il 50º anniversario della
Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Vaticano II, che ha reso
possibile il dialogo sistematico tra la Chiesa cattolica e l’ebraismo.
Il 28 ottobre scorso, in Piazza San Pietro, ho potuto salutare anche un
gran numero di rappresentanti ebraici, e mi sono così espresso: «Una
speciale gratitudine a Dio merita la vera e propria trasformazione che
ha avuto in questi cinquant’anni il rapporto tra cristiani ed ebrei.
Indifferenza e opposizione si sono mutate in collaborazione e
benevolenza. Da nemici ed estranei, siamo diventati amici e fratelli. ...
Insieme con le questioni teologiche, non dobbiamo perdere
di vista le grandi sfide che il mondo di oggi si trova ad affrontare.
Quella di una ecologia integrale è ormai prioritaria, e come cristiani
ed ebrei possiamo e dobbiamo offrire all’umanità intera il messaggio
della Bibbia circa la cura del creato. Conflitti, guerre, violenze ed
ingiustizie aprono ferite profonde nell’umanità e ci chiamano a
rafforzare l’impegno per la pace e la giustizia. La violenza dell’uomo
sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome,
e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche. La vita è
sacra, quale dono di Dio. Il quinto comandamento del Decalogo dice:
«Non uccidere» (Es 20,13). Dio è il Dio della vita, e vuole sempre
promuoverla e difenderla; e noi, creati a sua immagine e somiglianza,
siamo tenuti a fare lo stesso. Ogni essere umano, in quanto creatura di
Dio, è nostro fratello, indipendentemente dalla sua origine o dalla sua
appartenenza religiosa. Ogni persona va guardata con benevolenza, come
fa Dio, che porge la sua mano misericordiosa a tutti, indipendentemente
dalla loro fede e dalla loro provenienza, e che si prende cura di
quanti hanno più bisogno di Lui: i poveri, i malati, gli emarginati,
gli indifesi. Là dove la vita è in pericolo, siamo chiamati ancora di
più a proteggerla. Né la violenza né la morte avranno mai l’ultima
parola davanti a Dio, che è il Dio dell’amore e della vita. Noi
dobbiamo pregarlo con insistenza affinché ci aiuti a praticare in
Europa, in Terra Santa, in Medio Oriente, in Africa e in ogni altra
parte del mondo la logica della pace, della riconciliazione, del
perdono, della vita.
Il
popolo ebraico, nella sua storia, ha dovuto sperimentare la violenza e
la persecuzione, fino allo sterminio degli ebrei europei durante la
Shoah. Sei milioni di persone, solo perché appartenenti al popolo
ebraico, sono state vittime della più disumana barbarie, perpetrata in
nome di un’ideologia che voleva sostituire l’uomo a Dio. Il 16 ottobre
1943, oltre mille uomini, donne e bambini della comunità ebraica di
Roma furono deportati ad Auschwitz. Oggi desidero ricordarli con il
cuore, in modo particolare: le loro sofferenze, le loro angosce, le
loro lacrime non devono mai essere dimenticate. E il passato ci deve
servire da lezione per il presente e per il futuro. La Shoah ci insegna
che occorre sempre massima vigilanza, per poter intervenire
tempestivamente in difesa della dignità umana e della pace. Vorrei
esprimere la mia vicinanza ad ogni testimone della Shoah ancora
vivente; e rivolgo il mio saluto particolare a voi, che siete qui
presenti.
Cari
fratelli maggiori, dobbiamo davvero essere grati per tutto ciò che è
stato possibile realizzare negli ultimi cinquant’anni, perché tra noi
sono cresciute e si sono approfondite la comprensione reciproca, la
mutua fiducia e l’amicizia. Preghiamo insieme il Signore, affinché
conduca il nostro cammino verso un futuro buono, migliore. Dio ha per
noi progetti di salvezza, come dice il profeta Geremia: «Io conosco i
progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore –,
progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di
speranza» (Ger 29,11). Che il Signore ci benedica e ci protegga. Faccia
splendere il suo volto su di noi e ci doni la sua grazia. Rivolga su di
noi il suo volto e ci conceda la pace (cfr Nm 6,24-26). Shalom alechem!
video del discorso
Il
discorso del Santo Padre è stato molto apprezzato da tutti i presenti
che l'hanno spesso interrotto con calorosi applausi, sottolineandone i
vari passaggi.
In occasione della visita di Papa
Francesco al Tempio Maggiore di Roma, dopo i discorsi il Rabbino Di
Segni e il Santo Padre si sono scambiati dei doni.
Il Rabbino Di Segni ha donato al Papa un calice e un quadro del pittore George De Canino.
Papa Francesco ha donato un esemplare del Codice Vaticano ebr. 700
Il
Sifra è la forma più arcaica di testo midrashico. È un commentario
quasi esclusivamente halakhico (giuridico) al Libro del Levitico.
Si tratta di una compagine superstite di 5 fogli, da un codice cartaceo yemenita databile al XIV secolo.
video integrale
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20 gennaio 2016
Il Papa è arrivato oggi,
sorridente e disteso, in un’Aula Paolo VI gremita, dove lo attendevano
– nonostante il freddo pungente della Capitale – circa 6mila persone.
Percorrendo di buon passo il corridoio centrale, Francesco è stato
quasi sommerso dalla distesa dei telefonini schierati, e, come
d’abitudine, ha stretto mani e salutato bambini. Molto variopinti gli
striscioni, in particolare quelli dei ragazzi africani. Prima di
arrivare in Aula Paolo VI per l’udienza del mercoledì, il Papa ha
ricevuto in udienza una delegazione di musulmani che gli hanno
presentato l’invito ufficiale a recarsi in visita alla Moschea di Roma
e i vescovi del Sudan e del Sud Sudan, giunti a Roma per partecipare a
un incontro promosso dalla Congregazione per l’evangelizzazione dei
popoli.
Nella
settimana dedicata dalla Chiesa all’unità dei cristiani il Papa ha
dedicato la catechesi dell’udienza generale proprio a questo tema. Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Abbiamo
ascoltato il testo biblico che quest’anno guida la riflessione nella
Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani, che va dal 18 al 25
gennaio: questa settimana. Tale brano della Prima Lettera di san Pietro
è stato scelto da un gruppo ecumenico della Lettonia, incaricato dal
Consiglio Ecumenico delle Chiese e dal Pontificio Consiglio per la
promozione dell’unità dei cristiani.
Al
centro della cattedrale luterana di Riga vi è un fonte battesimale che
risale al XII secolo, al tempo in cui la Lettonia fu evangelizzata da
san Mainardo. Quel fonte è segno eloquente di una origine di fede
riconosciuta da tutti i cristiani della Lettonia, cattolici, luterani e
ortodossi. Tale origine è il nostro comune Battesimo. Il
Concilio Vaticano II afferma che «il Battesimo costituisce il vincolo
sacramentale dell’unità che vige tra tutti quelli che per mezzo di esso
sono stati rigenerati» (Unitatis redintegratio, 22). La Prima Lettera
di Pietro è rivolta alla prima generazione di cristiani per renderli
consapevoli del dono ricevuto col Battesimo e delle esigenze che esso
comporta. Anche noi, in questa Settimana di Preghiera, siamo invitati a
riscoprire tutto questo, e a farlo insieme, andando al di là delle
nostre divisioni.
Anzitutto,
condividere il Battesimo significa che tutti siamo peccatori e abbiamo
bisogno di essere salvati, redenti, liberati dal male. E’ questo
l’aspetto negativo, che la Prima Lettera di Pietro chiama «tenebre»
quando dice: «[Dio] vi ha chiamati fuori dalle tenebre per condurvi
nella sua luce meravigliosa». Questa è l’esperienza della morte, che
Cristo ha fatto propria, e che è simbolizzata nel Battesimo dall’essere
immersi nell’acqua, e alla quale segue il riemergere, simbolo della
risurrezione alla nuova vita in Cristo. Quando noi cristiani diciamo di
condividere un solo Battesimo, affermiamo che tutti noi – cattolici,
protestanti e ortodossi – condividiamo l’esperienza di essere chiamati
dalle tenebre impietose e alienanti all’incontro con il Dio vivente,
pieno di misericordia. Tutti infatti, purtroppo, facciamo esperienza
dell’egoismo, che genera divisione, chiusura, disprezzo. Ripartire
dal Battesimo vuol dire ritrovare la fonte della misericordia, fonte di
speranza per tutti, perché nessuno è escluso dalla misericordia di Dio.
La
condivisione di questa grazia crea un legame indissolubile tra noi
cristiani, così che, in virtù del Battesimo, possiamo considerarci
tutti realmente fratelli.Siamo realmente popolo santo di Dio, anche se, a causa dei nostri peccati, non siamo ancora un popolo pienamente unito. La
misericordia di Dio, che opera nel Battesimo, è più forte delle nostre
divisioni. Nella misura in cui accogliamo la grazia della misericordia,
noi diventiamo sempre più pienamente popolo di Dio, e diventiamo anche
capaci di annunciare a tutti le sue opere meravigliose, proprio a
partire da una semplice e fraterna testimonianza di unità. Noi
cristiani possiamo annunciare a tutti la forza del Vangelo impegnandoci
a condividere le opere di misericordia corporali e spirituali. E questa
è una testimonianza concreta di unità fra noi cristiani: protestanti,
ortodossi, cattolici. In conclusione, cari fratelli e sorelle, tutti noi
cristiani, per la grazia del Battesimo, abbiamo ottenuto misericordia
da Dio e siamo stati accolti nel suo popolo. Tutti, cattolici,
ortodossi e protestanti, formiamo un sacerdozio regale e una nazione
santa. Questo significa che abbiamo una missione comune, che è quella
di trasmettere la misericordia ricevuta agli altri, partendo dai più
poveri e abbandonati. Durante questa Settimana di Preghiera, preghiamo
affinché tutti noi discepoli di Cristo troviamo il modo di collaborare
insieme per portare la misericordia del Padre in ogni parte della terra.
video della catechesi
Saluti:
...
* * *
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
...
A tutti formulo l’auspicio che la celebrazione del Giubileo, con il
passaggio dalla Porta Santa, converta i nostri cuori e li apra
all’amore per Dio e per i fratelli.
Un
pensiero speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ci ricorda che tutti
i credenti in Cristo, attraverso il Battesimo, fanno parte del popolo
di Dio. Cari giovani, pregate affinché tutti i cristiani diventino
sempre di più un’unica grande famiglia; cari ammalati, offrite le
vostre sofferenze per la causa dell’unità della Chiesa di Cristo; e
voi, cari sposi novelli, coltivate l’amore misericordioso e gratuito
come quello che Dio nutre per noi.
testo integrale
video integrale
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
15 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“la fede non si compra”
La
fede è «un dono» che non si compra o si acquisisce per i propri meriti.
Ispirato dalla liturgia del giorno, Papa Francesco, nella messa
celebrata venerdì 15 gennaio a Santa Marta, ha continuato a parlare
delle caratteristiche della fede.
Ricordando
come il giorno precedente il vangelo avesse presentato l’episodio del
lebbroso che dice a Gesù: «Se vuoi, tu puoi guarirmi», il Pontefice si
è soffermato sulle figure di altri «decisi», di altri «coraggiosi»
spinti dalla fede. Nel riprendere il brano di Marco (2, 1-12),
Francesco ha ripercorso l’episodio del paralitico condotto dagli amici
al cospetto di Gesù. Il quale, «come al solito, è in mezzo alla gente,
tanta gente». Per avvicinare il malato a lui gli amici osano di tutto,
«ma non hanno pensato ai rischi» che comporta «far salire la barella
sul terrazzo» o anche al rischio «che il proprietario della casa
chiamasse i poliziotti e li mandasse in galera». Essi, infatti,
«pensavano soltanto ad avvicinarsi a Gesù. Avevano fede».
Si
tratta, ha detto il Papa, della «stessa fede di quella signora che
anche, in mezzo alla folla, quando Gesù andava a casa di Giairo, si è
arrangiata per toccare il lembo della veste di Gesù, del manto di Gesù,
per essere guarita». La stessa fede del «centurione che disse: “No, no,
maestro, non disturbarti: soltanto una parola tua, e il mio servo sarà
guarito». Una fede «forte, coraggiosa, che va avanti», con il «cuore
aperto».
A
questo punto però, ha sottolineato Francesco, «Gesù fa un passo
avanti». Per spiegare quanto affermato, il Pontefice ha richiamato un
altro episodio evangelico, quello in cui Gesù «a Nazareth, all’inizio
del suo ministero, era andato in sinagoga e aveva detto che era stato
inviato per liberare gli oppressi, i carcerati, dare la vista ai
ciechi... inaugurare un anno di grazia, cioè un anno — si può capire
bene — di perdono, di avvicinamento al Signore». Indicava, cioè, una
strada nuova, «una strada verso Dio». La stessa cosa accade con il
paralitico al quale non dice semplicemente: «Sii guarito», ma: «Ti sono
perdonati i peccati».
...
Un
passo avanti che viene proposto anche alla fede dei cristiani. Ciascuno
di noi, infatti, può avere fede in «Cristo Figlio di Dio, inviato dal
Padre per salvarci: sì, salvarci dalle malattie, tante cose buone che
il Signore ha fatto e ci aiuta a fare»; ma soprattutto bisogna avere
fede che egli è venuto per «salvarci dai nostri peccati, salvarci e
portarci dal Padre». È questo, ha detto Papa Francesco, «il punto più
difficile da capire». E non solo per gli scribi «che dicevano: “Ma,
questo bestemmia! Solo Dio può perdonare i peccati!”». Alcuni
discepoli, infatti, «dubitano e se ne vanno» quando Gesù si mostra «con
una missione più grande di quella di un uomo, per dare quel perdono,
per dare la vita, per ricreare l’umanità». Tanto che lo stesso Gesù
«deve chiedere al suo piccolo gruppetto: “Anche voi volete andarvene?”».
Dalla
domanda di Gesù, il Pontefice ha preso spunto per invitare ciascuno a
chiedersi: «Come è la mia fede in Gesù Cristo? Credo che Gesù Cristo è
Dio, è il Figlio di Dio? E questa fede mi cambia la vita? Fa che nel
mio cuore si rinnovi in quest’anno di grazia, quest’anno di perdono,
quest’anno di avvicinamento al Signore?».
È l’invito a scoprire la qualità della fede, consapevoli che essa «è un dono. Nessuno “merita” la fede. Nessuno la può comprare».
Per Francesco occorre chiedersi: «La “mia” fede in Gesù Cristo, mi
porta all’umiliazione? Non dico all’umiltà: all’umiliazione, al
pentimento, alla preghiera che chiede: “Perdonami, Signore» e che è
capace di testimoniare: «Tu sei Dio. Tu “puoi” perdonare i miei
peccati”».
Da
qui la preghiera conclusiva: «Il Signore ci faccia crescere nella fede»
perché facciamo come coloro che, avendo ascoltato Gesù e visto le sue
opere «si meravigliarono e lodavano Dio». È infatti «la lode la prova
che io credo che Gesù Cristo è Dio nella mia vita, che è stato inviato
a me per “perdonarmi”». E la lode, ha aggiunto il Pontefice, «è
gratuita. È un sentimento che dà lo Spirito Santo e ti porta a dire:
“Tu sei l’unico Dio”».
(fonte: L'Osservatore Romano)
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
18 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“il cristiano ostinato pecca di idolatria”
Il
cristiano che si nasconde dietro il «Si è sempre fatto così...»
commette peccato, divenendo idolatra e ribelle e vivendo una «vita
rattoppata, metà e metà», perché chiude il suo cuore alle «novità dello
Spirito Santo». È un invito a liberarsi dalle «abitudini», per lasciare
spazio alle «sorprese di Dio», quello che Papa Francesco ha lanciato
durante la messa celebrata lunedì mattina, 18 gennaio, nella cappella
della Casa Santa Marta.
Nella
prima lettura, tratta dal primo libro di Samuele (15, 16-23), «abbiamo
ascoltato — ha fatto subito notare il Papa — come il re Saul viene
rigettato da Dio per non obbedire: il Signore ha detto a lui che
avrebbe vinto nella battaglia, nella guerra, ma che tutto sarebbe
dovuto essere votato allo sterminio». E Saul «non ha obbedito».
...
Proprio «questo — ha
spiegato il Pontefice — è stato il peccato del re Saul, per il quale è
stato rigettato». Ed è anche «il peccato di tanti cristiani che si
aggrappano a quello che sempre è stato fatto e non lasciano cambiare
gli otri». Finendo così per vivere «una vita a metà, rattoppata,
rammendata, senza senso».
Ma
«perché succede questo? Perché è tanto grave, perché il Signore rigetta
Saul e poi sceglie un altro re?». La risposta la dà Samuele quando
«spiega cosa sia un cuore chiuso, un cuore che non ascolta la voce del
Signore, che non è aperto alla novità del Signore, allo Spirito che
sempre ci sorprende». Chi ha un cuore così, afferma Samuele, «è un
peccatore». Si legge nel passo biblico: «Sì, peccato di divinazione è
la ribellione, e colpa e terafìm — cioè idolatria — l’ostinazione».
Dunque, ha affermato Francesco, «i cristiani ostinati nel “sempre è
stato fatto così, questo è il cammino, questa è la strada”, peccano:
peccano di divinazione»: è «come se andassero dalla chiromante».
Insomma, alla fine risulta «più importante quello che è stato detto e
che non cambia; quello che sento io — da me e dal mio cuore chiuso —
che la parola del Signore». E questo «è anche peccato di idolatria:
l’ostinazione. Il cristiano che si ostina, pecca. pecca di idolatria».
Di
fronte a questa verità, la domanda da porsi è: «Qual è la strada?».
Francesco ha suggerito di «aprire il cuore allo Spirito Santo,
discernere qual è la volontà di Dio». È vero, «sempre, dopo le
battaglie, il popolo prendeva tutto per i sacrifici al Signore, anche
per la propria utilità, anche i gioielli per il tempio». Ed «era
abitudine, al tempo di Gesù, che i bravi israeliti digiunassero». Però,
ha spiegato, «c’è un’altra realtà: c’è lo Spirito Santo che ci conduce
alla verità piena». E «per questo lui ha bisogno di cuori aperti, di
cuori che non siano ostinati nel peccato di idolatria di se stessi»
ritenendo «più importante quello che io penso» e non «quella sorpresa
dello Spirito Santo».
E
«questo — ha rimarcato il Papa — è il messaggio che oggi ci dà la
Chiesa; quello che Gesù dice tanto forte: “Vino nuovo in otri nuovi!”».
Perché, ha ripetuto, «alle novità dello Spirito, alle sorprese di Dio anche le abitudini devono rinnovarsi». Prima di proseguire nella celebrazione, Francesco ha auspicato «che
il Signore ci dia la grazia di un cuore aperto, di un cuore aperto alla
voce dello Spirito, che sappia discernere quello che non deve cambiare
più, perché fondamento, da quello che deve cambiare per poter ricevere
la novità dello Spirito Santo» (fonte: L'Osservatore Romano)
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
19 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“Non esiste Santo senza passato e peccatore senza futuro”
Nonostante
i peccati ogni uomo è stato scelto per essere santo. È il messaggio di
consolazione e di speranza offerto da Papa Francesco nella messa
celebrata a Santa Marta martedì mattina, 19 gennaio. A suggerire la
riflessione è stata la vicenda del re Davide, il «santo re Davide»,
figura centrale nella liturgia di questi giorni, che presenta brani
tratti dal libro di Samuele.
Dopo
aver visto come il Signore avesse «rigettato Saul perché aveva il cuore
chiuso» e avesse pensato a un altro re perché questi non gli aveva
ubbidito, nella prima lettura (1 Sam, 16 1-13) si trova il racconto di
come «venne scelto» il re Davide. Si legge quindi di Dio che si rivolge
a Samuele: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato?
Andiamo a cercarne un altro. Riempi d’olio il tuo corno e parti». Il
profeta prova a fare resistenza temendo la vendetta di Saul, ma il
Signore lo invita a essere «astuto» e a simulare un semplice atto di
culto, un sacrificio: «prendi una giovenca e vai».
La
narrazione continua, «passano i sette figli di Jesse e il Signore non
sceglie alcuno», tanto che Samuele chiede a Jesse se gli avesse
presentato tutti i figli. E Jesse rivela che, in realtà, «ce n’è uno,
il piccolo, che non conta, che ora sta pascolando il gregge». Di nuovo
il contrasto tra apparenza e verità: «agli occhi degli uomini — ha
commentato il Pontefice — questo ragazzino non contava».
Succede
quindi che, fatto arrivare il ragazzo, il Signore disse a Samuele:
«Alzati e ungilo». Eppure era «il più piccolo, quello che agli occhi
del papà non contava» e «non perché il papà non lo amasse», ma perché
pensava «Come Dio sceglierà questo ragazzino?». Non considerava che «l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».
Così «Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi
fratelli. E lo Spirito del Signore irruppe su Davide, e da quel giorno
in poi» tutta la sua vita «è stata la vita di un uomo unto dal Signore,
eletto dal Signore».
Ci
si potrebbe chiedere: «Allora il Signore lo ha fatto santo?». La
risposta di Francesco è netta: «No, il re Davide è il santo re Davide,
questo è vero, ma santo dopo una vita lunga», raggiunse infatti una
veneranda età, «ma anche una vita costellata da vari peccati». Davide
fu «santo e peccatore».
...
E ha commentato: «A me commuove la vita di quest’uomo e mi fa pensare
alla nostra». Infatti, «tutti noi siamo stati scelti dal Signore nel
Battesimo, per essere nel suo popolo, per essere santi»; tutti «siamo
stati consacrati dal Signore, in questo cammino della santità», eppure,
ha concluso Francesco, leggendo la storia di questo uomo — un «percorso
che incomincia da un ragazzo e va avanti fino a un uomo anziano» — che
ha fatto tante cose buone e altre non tanto buone, «mi
viene di pensare che nel cammino cristiano», nel cammino che il Signore
invita a fare, «non c’è alcun santo senza passato, e neppure alcun
peccatore senza futuro».
(fonte: L'Osservatore Romano)
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
21 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“gelosia e invidia uccidono con le parole”
Dall’invidia,
un peccato che arriva a uccidere le persone, Francesco ha messo in
guardia durante la messa celebrata giovedì 21 gennaio nella cappella
della Casa Santa Marta.
Tratta
dal primo libro di Samuele (18, 6-9; 19, 1-7), la prima lettura — ha
fatto subito notare il Papa — «racconta l’entrata del re Saul in città,
dopo la vittoria contro i filistei», ottenuta con il «duello tra Davide
e Golia». Davvero «è la vittoria di tutto il popolo». E per questo il
popolo «faceva festa: era quasi una festa rituale». La Bibbia, ha
spiegato Francesco, racconta «che quando è morto il re Saul in
battaglia, l’esercito è entrato dopo il tramonto, in silenzio:
vittorioso, ma non aveva fatto festa perché il re era morto». Invece
stavolta «si fa la festa, secondo la tradizione».
...
«Cosa brutta è l’invidia!» ha rimarcato Francesco. Si tratta, infatti, di «un atteggiamento, un peccato brutto». E «nel cuore la gelosia o l’invidia cresce come l’erba cattiva: cresce e soffoca l’erba buona».
E così «tutto quello che gli sembra fare ombra, gli fa male: non è in
pace. È un cuore tormentato, è un cuore brutto». E «il cuore invidioso
— lo abbiamo sentito — porta ad uccidere, alla morte».
Del
resto, la Scrittura lo dice chiaramente: «Per l’invidia del diavolo è
entrata la morte nel mondo». Non a caso, ha ricordato il Papa,
«l’invidia è anche una delle opere della carne che gli apostoli
elencano nelle loro lettere, quando dicono: “le opere dello Spirito
Santo sono queste; le opere della carne sono queste...”».
«L’invidia
uccide — ha ribadito Francesco — e non tollera che un altro abbia
qualcosa che io non ho». E sempre crea sofferenza, «perché il cuore dell’invidioso o del geloso soffre: è un cuore sofferente». Proprio «quella sofferenza lo porta avanti a desiderare la morte degli altri».
«Quante volte nelle nostre comunità — non dobbiamo andare troppo lontano per vedere questo — per gelosia si uccide con la lingua» ha ammonito Francesco. Succede così che «uno ha invidia di quell’altro e incominciano le chiacchiere: e le chiacchiere uccidono».
Il passo biblico racconta inoltre che il re Saul, consigliato dal
figlio Giònata, decide di non uccidere più Davide. Però poi, «passato
il tempo, in un eccesso di ira, ha cercato» davvero di ucciderlo,
«mentre suonava l’arpa». Insomma l’invidia «è una malattia che viene,
che torna».
«Pensando e riflettendo su questo passo della Scrittura», il Pontefice ha aggiunto: «
Io invito me stesso — e tutti — a cercare se nel mio cuore ci sia
qualcosa attribuibile alla gelosia o all’invidia, che sempre porta alla
morte e mi impedisce di essere felice». Perché, ha proseguito, «sempre
questa malattia porta a guardare quello che di buono ha l’altro come se
fosse a scapito tuo». E «questo è un peccato brutto: è l’inizio di
tanti, tanti crimini».
«Chiediamo al Signore — ha proseguito il Papa — che ci dia la grazia di non aprire il cuore alle gelosie, di non aprire il cuore alle invidie, perché sempre queste cose portano alla morte».
E ha ricordato in proposito l’atteggiamento di Pilato: era un uomo
«intelligente e Marco, nel Vangelo, dice che Pilato se ne era accorto
che i capi degli scribi gli avevano consegnato Gesù per invidia».
Dunque
«l’invidia — secondo l’interpretazione di Pilato, che era molto
intelligente, ma codardo! — è quella che ha portato alla morte Gesù». È
stata «lo strumento, l’ultimo strumento: glielo avevano consegnato per
invidia».
Prima
di riprendere la celebrazione, Francesco ha chiesto «al Signore la
grazia di non consegnare mai, per invidia, alla morte un fratello, una
sorella della parrocchia, della comunità, neanche un vicino del
quartiere: ognuno ha i suoi peccati, ognuno ha le sue virtù. Sono
proprie di ognuno». E ha invitato infine a «guardare il bene e a non uccidere con le chiacchiere per invidia o per gelosia». (fonte: L'Osservatore Romano)
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
22 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“Compito del vescovo è pregare e testimoniare Cristo risorto”
«Preghiera
e testimonianza» sono i «due compiti dei vescovi» che sono «colonne
della Chiesa». Ma se si indeboliscono a soffrirne è tutto il popolo di
Dio. Perciò, ha chiesto Papa Francesco durante la messa celebrata
venerdì mattina 22 gennaio nella cappella della Casa Santa Marta,
bisogna pregare insistentemente per i successore dei dodici apostoli.
La
riflessione del Pontefice sulla figura e la missione del vescovo ha
preso le mosse dal passo dell’evangelista Marco (3, 13-19) proclamato
durante la liturgia odierna.
...
«Mi piacerebbe oggi dire qualche parola sui vescovi» ha confidato Francesco. «Noi
vescovi abbiamo questa responsabilità di essere testimoni: testimoni
che il Signore Gesù è vivo, che il Signore Gesù è risorto, che il
Signore Gesù cammina con noi, che il Signore Gesù ci salva, che il
Signore Gesù ha dato la sua vita per noi, che il Signore Gesù è la
nostra speranza, che il Signore Gesù ci accoglie sempre e ci perdona».
Ecco «la testimonianza». Di conseguenza, ha proseguito, «la nostra vita
dev’essere questo: una testimonianza, una vera testimonianza della
risurrezione di Cristo».
E
quando Gesù, come racconta Marco, fa «questa scelta» dei dodici, ha due
ragioni. Anzitutto «perché stessero con Lui». Perciò «il vescovo ha
l’obbligo di stare con Gesù». Sì, «è il primo obbligo del vescovo: stare con Gesù».
Ed è vero «a tal punto che quando è sorto, ai primi tempi, il problema
che gli orfani e le vedove non erano ben curati, i vescovi — questi
dodici — si sono radunati, e hanno pensato a cosa fare». E «hanno
introdotto la figura dei diaconi, dicendo: “Che i diaconi si occupino
degli orfani, delle vedove». Mentre ai dodici, «dice Pietro», spettano «due compiti: la preghiera e l’annuncio del Vangelo».
Dunque, ha rilanciato Francesco, «il primo compito del vescovo è stare con Gesù nella preghiera». Infatti «il primo compito del vescovo non è fare piani pastorali... no, no!». È «pregare: questo è il primo compito». Mentre «il secondo compito è essere testimone, cioè predicare: predicare la salvezza che il Signore Gesù ci ha portato».
Sono
«due compiti non facili — ha riconosciuto il Pontefice — ma sono
propriamente questi due compiti che fanno forte le colonne della
Chiesa». Infatti «se
queste colonne si indeboliscono, perché il vescovo non prega o prega
poco, si dimentica di pregare; o perché il vescovo non annuncia il
Vangelo, si occupa di altre cose, la Chiesa anche si indebolisce;
soffre. Il popolo di Dio soffre». Proprio «perché le colonne sono deboli».
Per questa ragione, ha affermato Francesco, «io vorrei oggi invitare voi a pregare per noi vescovi:
perché anche noi siamo peccatori, anche noi abbiamo debolezze, anche
noi abbiamo il pericolo di Giuda: anche lui era stato eletto come
colonna». Sì, ha proseguito, «anche noi corriamo il pericolo di non
pregare, di fare qualcosa che non sia annunciare il Vangelo e scacciare
i demoni». Di qui, ha ribadito il Papa, l’invito a «pregare perché i
vescovi siano quello che Gesù voleva e che tutti noi diamo
testimonianza della risurrezione di Gesù».
Del
resto, ha aggiunto, «il popolo di Dio prega per i vescovi, in ogni
messa si prega per i vescovi: si prega per Pietro, il capo del collegio
episcopale, e si prega per il vescovo del luogo». Ma «questo può non
essere abbastanza: si dice il nome per abitudine e si va avanti». È
importante «pregare per il vescovo con il cuore, chiedere al Signore:
“Signore, abbi cura del mio vescovo; abbi cura di tutti i vescovi, e
mandaci vescovi che siano veri testimoni, vescovi che preghino e
vescovi che ci aiutino, con la loro predica, a capire il Vangelo, a
essere sicuri che Tu, Signore, sei vivo, sei fra noi”».
Prima
di riprendere la celebrazione, il Papa ha suggerito, nuovamente, di
pregare «dunque per i nostri vescovi: è un compito dei fedeli». Infatti
«la Chiesa senza vescovo non può andare avanti». Ecco, allora, che «la
preghiera di tutti noi per i nostri vescovi è un obbligo, ma un obbligo
d’amore, un obbligo dei figli nei confronti del Padre, un obbligo di
fratelli, perché la famiglia rimanga unita nella confessione di Gesù
Cristo, vivo e risorto». (fonte: L'Osservatore Romano)
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