"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°19 del 2015

Aggiornamento della settimana

- dal 13 al 20 novembre 2015 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 27 novembre 2015

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


LECTIO DIVINA

 a cura di Fr. Egidio Palumbo




OMELIA 

  
   di P. Gregorio Battaglia
  
   di P. Aurelio Antista

di P. Alberto Neglia


 PREGHIERA DEI FEDELI

 
N. B. La Lectio è temporaneamente sospesa



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 









I NOSTRI TEMPI



Attacchi terroristici a Parigi

SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"



  In preghiera per la Francia, in questo momento sotto attacco

Parigi 13 novembre 2015 attentati in 6 luoghi diversi.
Almeno 120 morti, più di 200 feriti: è questo il bilancio purtroppo provvisorio di una notte di attacchi terroristi.
  Ogni violenza sulla terra... (vignetta)
  Papa Francesco ha accolto con sgomento le notizie sugli attacchi terroristi a Parigi
 
tweet di Vito Mancuso: 
Questi vogliono la guerra. Dire no alla guerra è la maniera migliore di sconfiggerli. Dire no già dentro di te. Non farti prendere dall'odio
Questi vogliono la guerra. La guerra totale. Non cascarci. Non abboccare. Continua a volere la pace. Shalom, salam.

  E, per favore, non lasciatevi rubare la speranza...
“Sono commosso e addolorato. Non capisco ma queste cose sono difficili da capire, fatte da essere umani. Per questo sono commosso, addolorato e prego. Sono tanto vicino al popolo francese tanto amato, sono vicino ai familiari delle vittime e prego per tutti loro”. (telefonata di Papa Francesco a Tv2000 trasmessa oggi durante uno speciale a cura del Tg2000 sui recenti attentati terroristici di Parigi)
  video
  La violenza è per tutti solo...
  Rispondere da esseri umani a gesti disumani...


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  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)


L’arcivescovo di Parigi: «Non perdiamo la speranza nella pace»



L’arcivescovo di Parigi: 
«Non perdiamo la speranza nella pace»

Dopo la nuova strage di ieri sera il messaggio alla città del cardinale André Vingt-Trois, con l’invito alle parrocchie di vivere oggi e domani due giornate di lutto e preghiera. Ricordando i morti di Parigi – ma anche quelli del Libano e dell’Africa – e invitando a non cedere alla tentazione dell’odio. Una Messa domani sera a Notre Dame

Il cardinale arcivescovo di Parigi André Vingt-Trois ha diffuso stamattina un messaggio alla diocesi sugli attacchi terroristici di ieri sera che hanno lasciato dietro di sé oltre 120 morti. Lo proponiamo qui sotto in una nostra traduzione.

«Dopo gli attacchi dello scorso gennaio, dopo l’attentato di questa settimana a Beirut e tanti altri di questi ultimi mesi, specialmente in Nigeria e in altri Paesi dell’Africa, il nostro Paese conosce di nuovo il dolore del lutto e deve fare i conti con la barbarie propagata da gruppi fanatici.

Questa mattina prego e invito i cattolici di Parigi a pregare per le sorelle e i fratelli che sono stati uccisi ieri, per le famiglie, per i feriti e per i loro cari e per quanti si sono mobilitati in loro soccorso, per le forze dell’ordine sottoposte a una tensione terribile, per i nostri governanti e per il nostro Paese affinché restiamo saldi nell’unità e nella pace dentro i cuori.

...

Di fronte alla violenza degli uomini, prego che possiamo ricevere la grazia di un cuore saldo e senza odio. Che la moderazione, la temperanza e il sangue freddo di cui tutti finora hanno dato prova fino ad ora continui nelle settimane e nei mesi che abbiamo di fronte; che nessuno si lasci vincere dal panico e dall’odio. Domandiamo la grazia di essere operatori di pace. Non dobbiamo mai perdere la speranza nella pace, se costruiamo la giustizia». 
(fonte: Mondo e Missione)


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Papa Francesco: "Voglio riaffermare con vigore che la strada della violenza non risolve i problemi dell’umanità!"



Questa mattina Papa Francesco, al termine di una udienza al Jesuit Refujee Service, dopo aver espresso cordoglio al presidente della Repubblica Hollande e vicinanza ai familiari delle vittime e dei feriti, ribadisce che “dinanzi ad eventi così orribili, che hanno sconvolto non solo la Francia ma il mondo intero, non si può non condannare l’inqualificabile affronto alla dignità della persona umana. Voglio riaffermare con vigore che la strada della violenza non risolve i problemi dell’umanità! Vi invito ad unirvi alla mia accorata preghiera: affidiamo alla misericordia di Dio le inermi vittime di questa tragedia; chiediamo al Signore di infondere coraggio ai superstiti e di ricompensare l’opera benemerita dei soccorritori che hanno affrontato la drammatica emergenza”.

Alle 12 su Tv2000 durante uno speciale a cura del Tg2000 sui recenti attentati terroristici di Parigi è andata in onda una telefonata che il direttore Lucio Brunelli ha avuto con il Santo Padre.

  video

Riportiamo la trascrizione integrale della telefonata di Papa Francesco a Tv2000:
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PER FAVORE VINCIAMO LA PAURA di Giulio Albanese


PER FAVORE VINCIAMO LA PAURA
di Giulio Albanese

Quanto è avvenuto ieri sera a Parigi è gravissimo e senza precedenti nella storia dei Paesi dell’Unione Europea. Gli attacchi rispondono a una regia unica, di matrice jihadista. 
Cerchiamo, però, di non perdere la calma anche perché lo scopo degli estremisti è quello di seminare il panico. 
Occorre piuttosto reagire in modo perspicace, con grande responsabilità, nella consapevolezza che il terrorismo non si può sconfiggere semplicemente mobilitando gli eserciti. Anzitutto sarebbe auspicabile che i Paesi paladini della democrazia, quelli che dicono di voler estirpare l’estremismo islamico dal Medio Oriente, la smettessero d’essere litigiosi tra loro. L’Isis continua a seminare morte e distruzione in Iraq e Siria solo e unicamente perché finora è mancata la volontà politica di sconfiggerlo. In questi anni, ad esempio, si è permesso al mondo salafita, quello wahabita, di finanziare cospicuamente i terroristi. Ciò avviene, è bene rammentarlo, per via telematica e dunque i flussi di denaro sono tracciabilissimi. A questo proposito, cosa hanno fatto le intelligence americane, francesi, inglesi? Ma non è tutto qui. ...

Personalmente, mi rifiuto di credere che gli attentatori di cui sopra siano latori di un messaggio spirituale. Essi piuttosto strumentalizzano il proprio credo per fini eversivi. La loro è un’ideologia criminale, diabolica e perversa che potrà essere estirpata solo con una reale, fattuale, decisa assunzione di responsabilità da parte del consesso delle nazioni. 
Il futuro dell’umanità è nel riconoscimento di società complesse, multietniche e multireligiose... non certo nella contrapposizione violenta tra Oriente e Occidente. 
Alle vittime francesi di queste ore rivolgo la mia preghiera e ai loro familiari il cordoglio, invocando il dono della pace per tutti.

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"Signore disarmali. E disarmaci": sia la nostra risposta di Enzo Bianchi - La risposta di Terzani alla Fallaci - E' sbagliato prendersela con tutti i musulmani


​"Signore disarmali. E disarmaci":
 sia la nostra risposta
 di Enzo Bianchi

"Signore, disarmali! Signore disarmaci!". Così pregavano al cuore della bufera algerina i monaci trappisti di Tibhirine. E, in chi crede, tale preghiera sorge spontanea di fronte a efferatezze che di umano hanno solo il raziocinio con cui vengono progettate e realizzate. È un nuovo pezzo incandescente di quella «terza guerra mondiale» parcellizzata nella quale non si riesce a capire – o i pochi non vogliono che i molti capiscano – chi arma chi e a che scopo.

Disarmare chi uccide senza pietas pare al di là delle nostre forze, come pure supera le nostre capacità il disarmare i nostri sentimenti e renderli degni di quell’umanità che non riconosciamo nell’altro quando assume i tratti del carnefice. Per questo l’autentico disarmo, interiore ed esteriore, è da invocare da Dio come dono ed è da ricercare con le nostre forze come profezia. Disarmati, potremmo forse trovare il tempo e la lucidità per porci interrogativi che oggi l’angoscia e il pianto soffocano nella rabbia dell’impotenza. Siamo di fronte a disperati che seminano disperazione? Oppure cinici burattinai stanno giocando al massacro in una lotta di potere che gli uni rivestono di un manto religioso sempre più abusato e falso e gli altri abbelliscono con richiami ipocriti a valori negati nei comportamenti verso gli altri?

Purtroppo solo il terrorismo sembra capace di causare l’insurrezione delle nostre coscienze, ma noi non vogliamo vederne le cause, né assumerci le responsabilità per tutte le situazioni che lo hanno favorito o che ne diventano l’humus. La rivolta delle nostre coscienze dovrebbe avvenire non solo quando siamo colpiti nella nostra Europa, ma sempre, quando si scatena la barbarie e uomini, donne e bambini ne sono vittime: si pensi a quanto avviene quotidianamente in Siria o in Iraq… Ovunque un essere umano è ucciso, l’umanità intera dovrebbe sentirsi ferita.
Parlare di tragica spirale di violenza non è figura retorica: quando ci si lascia trascinare nel vortice della morte e si cerca di venirne fuori con armi speculari e contrapposte, quando si vede il turbine montare e ci si avvita a ritroso per incolpare gli uni o gli altri di averne innescato il moto, allora la velocità stessa del vortice accelera, fino a travolgere tutto: i fini perversi come le buone intenzioni, i torti e le ragioni, i giusti e i malvagi, i sommersi e i salvati.

«Non c’è giustificazione né religiosa né umana» per simili atti, ha proclamato con voce rotta papa Francesco. Perché la religione non implica guerra e morte violenta, mentre la ragione umana è contraddetta alla radice dalla negazione dell’umanità del proprio simile. Rispondere da esseri umani e da credenti a gesti disumani e contrari alla religione implica allora il ripudio dell’«occhio per occhio» e il fondare i nostri gesti su ciò che è giusto e retto, su ciò che la dignità dell’uomo e la volontà di Dio mostrano al nostro intimo come fonte di shalom, di pace e vita piena. E non cedere alla logica della morte che invoca altra morte.
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  Disarmali e disarmaci di Enzo Bianchi

Il Sultano e San Francesco
di Tiziano Terzani

In queste ore in tanti, anche nei social, citano la "rabbia" di Oriana Fallaci, desideriamo riproporre la lettera - risposta di Tiziano Terzani
"...Oriana...Guarda un filo d'erba al vento e sentiti come lui. Ti passera' anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.
Perche' se quella non e' dentro di noi non sara' mai da nessuna parte."

   Il Sultano e San Francesco di Tiziano Terzani

E' SBAGLIATO PRENDERSELA CON TUTTI I MUSULMANI

Purtroppo siamo di nuovo qua a dover scrivere questo post e a contare i morti dopo un altro attentato, sempre a Parigi. A cercare di ragionare per un attimo mentre intorno sono pronte le solite urla. "L'Islam festeggia i nostri morti", "i buonisti sono complici", "chi mi parla dell'islam moderato lo prendo a calci in culo", "basta buonismo del cavolo" ( frasi dette da esponenti di Lega Nord e Forza Italia che siedono in Parlamento).

Politici e commentatori vari non si sono degnati neppure di rispettare qualche ora di silenzio prima di sparare a zero e a caso. E in questo momento è molto facile per loro fare di tutta l'erba un fascio. Gli slogan sono sempre i soliti: i musulmani sono tutti terroristi, gli immigrati vengono in Europa per ucciderci, chiudiamo le frontiere e rimandiamoli a casa, sono tutti pericolosi. Che siano cose vere o false, realizzabili o impossibili, sensate o meno, in questo momento attirano like e consensi come il miele.

Come sono stato costretto a fare in occasione dell'attentato a Charlie Hebdo, qui sotto prenderò alcuni dei commenti più diffusi in queste ore sulla bocca dei politici e sui social network e li affiancherò a dei FATTI. Nella speranza assolutamente vana che qualcuno tra coloro che stanno condividendo certe frasi possa fermarsi un attimo e concentrarsi davvero su ciò che afferma. 
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  #Parigiinfiamme, un paio di cose da sapere prima di prendersela con tutti i musulmani di Mauro Munafò

  Questo non è un titolo di giornale di Andrea Coccia

Imagine di John Lennon

Ieri 14 novembre 2015, Davide Martello, nato in Italia e cresciuto in Germania, si è recato davanti al teatro di Parigi Bataclan, uno dei luoghi degli attentati che ha colpito la capitale francese venerdì 13 novembre, per suonare con il suo pianoforte la canzone Imagine di John Lennon. 

L'uomo aveva già suonato in strada dopo gli attacchi alla redazione di Charlie Hebdo, in piazza Maidan durante le proteste in Ucraina, a piazza Taksim a Instanbul e in Afghanistan.

  video


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FRANCIA: ALMENO SMETTIAMOLA CON LE CHIACCHIERE

FRANCIA: ALMENO SMETTIAMOLA CON LE CHIACCHIERE
di Fulvio Scaglione

Da anni, ormai, si sa che cosa bisogna fare per fermare l'Isis e i suoi complici. Ma non abbiamo fatto nulla, e sono arrivate, oltre alle stragi in Siria e Iraq, anche quelle dell'aereo russo, del mercato di Beirut e di Parigi. La nostra specialità: pontificare sui giornali.

E’ inevitabile, ma non per questo meno insopportabile, che dopo tragedie come quella di Parigi si sollevi una nuvola di facili sentenze destinate, in genere, a essere smentite dopo pochi giorni, se non ore, e utili soprattutto a confondere le idee ai lettori. E’ la nebbia di cui approfittano i politicanti da quattro soldi, i loro fiancheggiatori nei giornali, gli sciocchi che intasano i social network. Con i corpi dei morti ancora caldi, tutti sanno già tutto: anche se gli stessi inquirenti francesi ancora non si pronunciano, visto che l’unico dei terroristi finora identificato, Omar Ismail Mostefai, 29 anni, francese, è stato “riconosciuto” dall’impronta presa da un dito, l’unica parte del corpo rimasta intatta dopo l’esplosione della cintura da kamikaze che indossava.

Ancor meno sopportabile è il balbettamento ideologico sui colpevoli, i provvedimenti da prendere, il dovere di reagire. Non a caso risuscitano in queste ore le pagliacciate ideologiche della Fallaci, grande sostenitrice (come tutti quelli che ora la recuperano) delle guerre di George W. Bush, ormai riconosciute anche dagli americani per quello che in realtà furono: un cumulo di menzogne e di inefficienze che servì da innesco a molti degli attuali orrori del Medio Oriente.

Mentre gli intellettuali balbettano sui giornali e in Tv, la realtà fa il suo corso. Dell’Isis e delle sue efferatezze sappiamo tutto da anni, non c’è nulla da scoprire. E’ un movimento terroristico che ha sfruttato le repressioni del dittatore siriano Bashar al Assad per presentarsi sulla scena: armato, finanziato e organizzato dalle monarchie del Golfo (prima fra tutte l’Arabia Saudita) con la compiacenza degli Stati Uniti e la colpevole indifferenza dell’Europa.

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Abbiamo fatto qualcosa? No. Abbiamo provato a tagliare qualche canale tra l’Isis e i suoi padrini? No. Abbiamo provato a svuotare il Medio Oriente di un po’ di armi? No, al contrario l’abbiamo riempito, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti ai primi posti nell’importazione di armi, vendute (a loro e ad altri) dai cinque Paei che siedono nel Consiglio di Sicurezza (sicurezza?) dell’Onu: Usa, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia.

Solo l’altro giorno, il nostro premier Renzi (che come tutti ora parla di attacco all’umanità) era in Arabia Saudita a celebrare gli appalti raccolti presso il regime islamico più integralista, più legato all’Isis e più dedito al sostegno di tutte le forme di estremismo islamico del mondo. E nessuno, degli odierni balbettatori, ha speso una parola per ricordare (a Renzi come a tutti gli altri) che il denaro, a dispetto dei proverbi, qualche volta puzza.

Perché la verità è questa: se vogliamo eliminare l’Isis, sappiamo benissimo quello che bisogna fare e a chi bisogna rivolgersi. Facciamoci piuttosto la domanda: vogliamo davvero eliminare l’Isis? E’ la nostra priorità? Poi guardiamoci intorno e diamoci una risposta. Ma che sia sincera, per favore. Di chiacchiere e bugie non se ne può più.
(fonte: Famiglia Cristiana)


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Fermiamo l'escalation! Serve un nuovo inizio


Fermiamo l'escalation!
Serve un nuovo inizio. Un nuovo inizio per l’intera comunità internazionale e anche per ciascuno di noi che amiamo la vita, l’umanità e la pace.

Una nuova strage incredibile, terrificante, spaventosa sconvolge la nostra vita. E il dolore per tutte le vittime innocenti di questa lucida follia ci stringe il cuore. Possano riposare in pace tutti quelli che senza motivo hanno perso la vita. Possano i loro cari sentire il calore dell’abbraccio fraterno di tutte le donne e gli uomini amanti della pace.

Una nuova strage. Come le molte che si susseguono tutti i giorni in tanti posti del mondo. Parigi come Beirut, Damasco, Kabul, Tripoli, Mogadiscio, Gaza, Gerusalemme,...

E’ la guerra che, pezzo dopo pezzo, si estende travolgendo vite, città, frontiere, valori, diritti, umanità,…

E’ urgente trovare il modo per fermare questa impressionante escalation, per rompere la spirale della guerra, del terrorismo e dell’odio, per mettere fine a questa sanguinosa follia, a questi crimini orribili che stanno uccidendo i nostri fratelli e sorelle.

Quello che è stato fatto sino ad oggi è sbagliato o insufficiente. Anche le nostre manifestazioni per la pace non sono bastate. Molte soluzioni proposte negli ultimi trent’anni sono state irresponsabilmente scartate dai responsabili della politica nazionale e internazionale e oggi appaiono più lontane. Ci deve essere un ripensamento complessivo.

Siamo dentro ad una guerra complicata che rischia di essere lunga e sanguinosa. Chi sparge altro odio, chi invoca altro sangue, chi predica risposte facili e risolutive è un pericoloso ignorante.

Serve un nuovo inizio.

Un nuovo inizio per l’intera comunità internazionale. ...

Un nuovo inizio è necessario anche per ciascuno di noi che amiamo la vita, l’umanità e la pace. ...

La sfida è immensa. Abbiamo la necessità urgente di ri-unire un’umanità divisa, di ri-costruire una politica di pace, di ri-svegliare un movimento popolare di pace. Come fare? Ci vorrà tempo. Ciascuno inizi dalla propria città, nella propria scuola. Dopo le prime reazioni di sdegno, abbiamo bisogno di riflettere e di progettare un nuovo futuro vincendo rassegnazione e indifferenza. Facciamolo assieme, in rete! Facciamolo ora, prima di essere risucchiati nel nostro quotidiano. Facciamolo presto! S’è fatto tardi.
Flavio Lotti
Coordinatore Tavola della pace
Perugia, 15 novembre 2015
(fonte: perlapace.it)

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NON IN MIO NOME!


Di fronte ai tragici attentati di Parigi di venerdì 13 novembre, noi esponenti di varie organizzazioni islamiche e cristiane, riuniti a Roma per il Convegno promosso dalla rivista Confronti sul tema: «Da musulmani immigrati a cittadini italiani: la sfida dell’integrazione e del dialogo» (13-14 novembre 2015), esprimiamo il nostro cordoglio e il nostro sconcerto, nonché la nostra solidarietà al popolo francese, con tutte le sue componenti religiose e culturali, e a tutti i popoli vittime del terrorismo.Condanniamo ogni forma di terrore e di violenza nel nome di Dio; rivolgiamo un appello a tutte le nostre comunità perché contrastino con tutte le loro forze messaggi d’odio e di violenza incompatibili con l’Islam, con il Cristianesimo e con tutte le altre religioni e il loro messaggio di pace. Rinnoviamo la nostra totale disponibilità a collaborare a ogni iniziativa tesa al dialogo interreligioso e al contrasto di ogni abuso della religione per perseguire obiettivi politici e di potere che nulla hanno a che fare con una fede autenticamente vissuta.

  qui i nomi dei firmatari

Papa Francesco all'Angelus del 15 novembre 2015:
... Tanta barbarie ci lascia sgomenti e ci si chiede come possa il cuore dell’uomo ideare e realizzare eventi così orribili, che hanno sconvolto non solo la Francia ma il mondo intero. Dinanzi a tali atti, non si può non condannare l’inqualificabile affronto alla dignità della persona umana. Voglio riaffermare con vigore che la strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità e che utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia!

Domenica gli imam della regione di Parigi hanno intonato la Marsigliese al Bataclan. Davanti al teatro insanguinato, hanno pregato insieme a rappresentanti della religione islamica per alcuni minuti per le vittime della strage. Già sabato, autorevoli esponenti islamici sono scesi in piazza contro il terrorismo. Numerose donne velate spiccavano, ad esempio, alla manifestazione di Milano, a cui ha aderito ufficialmente il Coordinamento delle Associazioni Islamiche di (Caim), mentre, sempre nel capoluogo ambrosiano, nella mattinata l’imam Yahyâ Pallavicini ha portato la solidarietà alla comunità francese insieme a monsignor Bressan, in rappresentanza della Diocesi. Da Parigi all’Europa, dall’Egitto all’Indonesia, dagli Stati Uniti al Bangladesh, la condanna del mondo islamico è forte...

  L'ISLAM (VERO) CHE RIPUDIA L'ISIS

... Il mondo islamico è da anni la principale vittima del terrorismo radicalizzato. Si muore soprattutto in Paesi islamici: si muore in Iraq, in Siria, in Tunisia, si muore, con attentati recenti, in Arabia Saudita e Kuwait, ed anche a Parigi, quando ci sarà la tragica contabilità dei morti, scopriremo probabilmente, alla luce della composizione della società francese, che saranno più i morti di origine musulmana che non gli attentatori coinvolti nei tragici fatti. Tutto ciò deve imporci una assoluta cautela nell’associare l’appartenenza ad una religione al fenomeno terroristico che stiamo vivendo. Se facessimo ciò, come molti partiti xenofobi in Europa stanno facendo in queste ore, faremmo il gioco dei terroristi che non vogliono altro che alzare il tono del confronto e configurare uno scontro di civiltà e religioni...

  MAGRI: LA PRINCIPALE VITTIMA DELL'ISIS È L'ISLAM

Dopo gli attentati di Parigi i musulmani di tutto il mondo hanno postato sui social network le loro foto con l'hashtag #Not in my name — Non nel mio nome, per sottolineare come la vera essenza dell'Islam non abbia nulla a che vedere con l'Isis ed il terrore.

  video

Not in my name" venne lanciato nel 2014, dopo che l'ISIS pubblicò il video dell'uccisione del cooperante britannico David Haines. La fondazione benefica britannica Active Change Foundation in questo modo ha voluto esprimere il suo sdegno chiedendo ai musulmani britannici di retwittare l'hashtag #notinmyname,
L'hashtag #notinmyname è tornato di moda dopo l'uccisione dei giornalisti di Charlie Hebdo. Infine, dopo gli attentati di Parigi è riapparso in place de la Republique a Parigi, dove la folla ha reso omaggio alle vittime ed ora spopola su internet.



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L’amore è più forte dell’odio e la vita più forte della morte. Il bellissimo messaggio di Antonie Leiris che al Bataclan ha perso sua moglie, il tenerissimo dialogo di un papà che rassicura il proprio figlio e "l'eredità" di Valeria Solesin



Antonie Leiris, giornalista di cinema per France Bleu, padre a 34 anni di un bambino di appena 17 mesi, si è ritrovato improvvisamente solo, dopo la morte al Bataclan di Helene eppure, nonostante il dolore, scrive ai terroristi: "Venerdì sera avete rubato la vita di un essere eccezionale, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio ma voi non avrete il mio odio..."

  video

Un dialogo tenerissimo, che strappa un sorriso in questi giorni di paura. E' quello tra un bimbo ed il suo papà davanti ai fiori e alle candele che ricordano le vittime degli attentati di Parigi. Un video che ha fatto il giro del mondo. per chi non lo ancora visto in rete, eccolo qui tradotto.

  video

"Non è rabbia. E non deve essere paura: Valeria non ci perdonerebbe mai se fossimo spaventati e dunque ora restassimo fermi. Nel suo nome, la nostra sfida deve essere quella di non smettere mai di provarci, per riuscire a cambiare le cose. Mai fermarsi, mia sorella non me lo perdonerebbe mai. .. Non sento rabbia ma soltanto un enorme vuoto. E una consapevolezza: non dargliela vinta, non spaventarci, ma continuare nell'unica direzione in cui Valeria avrebbe voluto: provare davvero a cambiare le cose, a fare in modo di vivere in un posto migliore " queste le parole di Dario Solesin, 25 anni, fratello di Valeria, la giovane ventottenne italiana borsista alla Sorbona anche lei tra le vittime al Bataclan. 
A Parigi c’è anche un’amica in lacrime che si chiama Ann Kiragu: «Ci siamo viste proprio venerdì 13, il giorno del massacro. Valeria è venuta ad aiutarmi per discutere la mia tesi di dottorato. Era bravissima, pensava sempre anche agli altri. Ogni volta che discutevamo di questioni politiche si appassionava. Diceva chel’unico modo per rispondere alla guerra era la pace. Questa era la sua visione del mondo. Pace, soltanto pace».

Il saluto di Venezia a Valeria



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"Non si può mai uccidere in nome di Dio" di Enzo Bianchi


Non si può mai uccidere
in nome di Dio
di Enzo Bianchi

“Utilizzare il nome di Dio per giustificare la strada della violenza e dell’odio è una bestemmia”. Queste parole forti di papa Francesco, pronunciate all’indomani della carneficina di Parigi, “inqualificabile affronto alla dignità della persona umana”, continuano a risuonare con forza in queste ore in cui la strada perversa che “non risolve i problemi dell’umanità” sembra ormai l’unica che troppi hanno deciso di intraprendere. Da più parti si sono levate appelli pacati alla fermezza e al non arrendersi alla brutalità disumana, continuando in una vita quotidiana che non si lascia attanagliare dalla paura, che coltiva amicizie, fraternità, normalità di rapporti in quella che definiamo una convivenza civile e che è frutto maturato anche sulle macerie della seconda guerra mondiale. Altrimenti, cedere al terrore che vogliono incuterci, significherebbe affermare che “hanno già vinto loro”, i propagatori dell’odio e della violenza. Smettiamola di dire che sono terroristi in nome di Dio e che la loro religione ispira la violenza: questi non credono in nessun Dio, ma usano la religione per strumentalizzare i poveri e i disperati.

Eppure qualcosa suona tragicamente stonato in questo coro di dignitosa fermezza di fronte al male: è il fragore delle bombe che prima e dopo i drammatici fatti di Parigi cadono ogni giorno sulla popolazione in Siria, senza distinzione tra civili, combattenti, terroristi; è l’impercettibile sussurro che sui media occidentali riporta le vittime di attentati sanguinosi a Beirut; è l’impalpabile silenzio che avvolge le origini dei gruppi terroristici, le loro fonti passate e presenti di approvvigionamento di denaro e armamenti… Sì, se rispondiamo all’odio con l’odio, se pensiamo di sconfiggere la violenza con una violenza più forte, se riteniamo che la guerra sia la risposta giusta ad atti che hanno come scopo proprio quello di trascinarci in guerra, allora “hanno già vinto loro”.

Da anni, almeno dall’apocalisse dell’11 settembre, le più alte autorità delle diverse religioni, vanno ripetendo con forza – e nei momenti più tragici lo fanno con voce unanime, trovandosi anche fisicamente insieme ad arginare il dilagare della violenza – che non si può uccidere in nome di Dio, che chi si appella a Dio per giustificare il male assoluto che compie bestemmia il Dio che invoca. Eppure si fa strada con sempre maggior chiarezza una verità scomoda che nessuno grida: chi uccide così brutalmente degli esseri umani lo fa sì in nome di dio, ma di un dio che non è invocato in nessuna preghiera. Quel dio in nome del quale si combattono guerre spietate si chiama denaro. Un dio che “non puzza” si è soliti dire, ma che ormai emana fetore di cadaveri ogni giorno di più; è un dio che regola il commercio delle armi e il contrabbando del petrolio, inquina gli affari di troppe banche e corrompe troppe persone al potere, condiziona rapporti diplomatici e perverte prospettive di crescita e di sviluppo, sfrutta, consuma e uccide il pianeta e quanti vi abitano… Questo dio non è bestemmiato ma, al contrario, implicitamente esaltato, da chi semina morte, guerra, disperazione nel suo nome. Non vorrei che fosse in nome di questo stesso dio che ora si è pronti a superare perfino l’intangibile patto di stabilità europeo pur di reperire risorse che non si è stati capaci di trovare per combattere la lotta alla povertà, alla mancanza di educazione, alla carenza di strutture sanitarie vitali, alla negazione dei diritti umani. Arrendersi a questo dio e alla sua capacità di seduzione, rispondere al male con il male, alla morte sofferta con la morte inflitta significherebbe che “hanno già vinto loro”, le forze del male.

...

Ma allora, come si esce da questa spirale di violenza? Con l’arrendevolezza, la pusillanimità, la rassegnazione? No di certo, ma con la forza, la risolutezza, la tenacia di chi si oppone al male con il bene, di chi tesse ogni giorno la tela dell’umanità e della fraternità., nonostante la consapevolezza che forze più o meno oscure di barbarie sono all’opera per lacerare questo tessuto di civiltà. L’ora degli operatori di pace non conosce stagioni: sono chiamati a lavorare nei giorni e nei luoghi tranquilli così come nelle zone e nei tempi di guerra; per loro non c’è corsa alle armi perché non stanno mai fermi con le loro mani e i loro cuori disarmati.Ingenui buonisti? Così sono chiamati con malcelato disprezzo, così li chiamavano anche quanti oggi ammettono di aver mentito e si pentono degli errori commessi ai tempi della guerra in Iraq. Ma nella storia sono proprio gli operatori di pace a essersi rivelati portatori di speranza e realizzatori di utopie, a differenza di quanti si ritenevano realisti e spietati ed erano osannati per la loro carica di rabbia, per l’orgogliosa pretesa di spegnere un fuoco con un incendio ancora più grande. Ci vuole infatti molto più coraggio a lottare incessantemente per tutta una vita con la forza disarmata della ragione che a svuotare in un minuto il caricatore di un’arma automatica, a indossare un’unica volta un giubbotto esplosivo o a premere in un batter d’occhio il bottone di sganciamento di una bomba. E ci vuole più coraggio ad affermare con forza, coerenza e responsabilità le proprie convinzioni di pace e a tradurle in azioni concrete che a gettare irresponsabilmente benzina sul fuoco della frustrazione e della paura con parole che uccidono come pietre.

La risposta al terrorismo non è e non può essere implementare o esportare il terrore: può solo essere rinsaldare la nostra intima resistenza al male, lavorare per la verità e la giustizia, costruire la pace anche al cuore delle macerie di guerra. Ma per credere veramente nell’umanità, occorre ascoltare la ragione, impegnarsi nel dialogo con una parola scambiata, restare miti ricercatori della pace. Se non ora, quando?
(pubblicato su La Repubblica, 19 novembre 2015)


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Volti, nomi e storie delle vittime degli attentati di Parigi


Ogni nome ha una faccia. Ogni nome ha una storia. Sono 129 le vittime degli attentati terroristici di venerdì 13 novembre a Parigi. Ma dietro il lungo elenco, dietro quel numero, ci sono persone. Tra loro studenti, giovani genitori, appassionati di musica, coppie di innamorati
Per questo, gli account twitter @histoiredefr e @ParisVictims da alcuni giorni stanno postando le fotografie di coloro che hanno perso la vita negli attacchi alla capitale francese. L'obiettivo è spiegato in un tweet: “In questi giorni di lutto nazionale, onoriamo le vittime degli attentati. Un volto, un nome, una storia”.

Ci sono i giovani del concerto rock (un eccidio: 82 morti), coppie, amici e persone che stavano lavorando tra le 129 vittime (sono oltre 90 i feriti gravi) delle stragi a ripetizione compiute dai terroristi venerdì sera a Parigi. Morire andando a un concerto, assistendo a una partita di calcio, mangiando al ristorante: chi ha concepito il folle orrore di Parigi ha voluto colpire, colpirci, nel nostro quotidiano più ordinario, un venerdì di festa, di riposo dopo una settimana di lavoro. Com’era prevedibile trattandosi di una capitale internazionale, non tutte le vittime sono francesi. Tra loro l’italiana Valeria Solesin, che si trovava al concerto rock al Bataclan con il fidanzato e un’amica. Ma c’erano anche cittadini belgi, tunisini, svedesi, britannici... uomini e donne, bianchi e neri, cristiani, laici e musulmani... evidentemente, i fanatici non fanno distinzioni. Falcidiati in luoghi di svago, in una serata cominciata all’insegna della spensieratezza. Nella sala da concerto, al ristorante, al bar, per strada, tutti, indistintamente, fino a un attimo prima dell’inimmaginabile si stavano divertendo, stavano ridendo e sorridendo alla vita proprio come sorridono tutti nelle foto che i loro cari hanno postato sui social network. 

Parigi: i nomi e i volti dei giovani a cui è stata spezzata la vita e i sogni
Attentati a Parigi, quei volti 
ora chiedono giustizia
di Aldo Cazzullo

Le 129 persone uccise dai terroristi hanno lasciato segni profondi. Venivano da 19 Paesi diversi. Il dolore per la loro morte è condiviso da tutto il mondo

La cosa peggiore è riconoscere, all’uscita della Morgue, i lineamenti di queste ragazze e di questi ragazzi, logorati dal tempo e dalla sofferenza, sul volto delle madri e dei padri venuti a riconoscerli. 

La cosa peggiore è avere 129 vite solo da immaginare. Vite di artisti, di ricercatori, di scrittori: immaginare quanto sarebbero state belle le loro canzoni, le loro scoperte, le loro opere. Immaginare quanto sarebbero stati belli i loro figli. Vite infinite. 

La cosa peggiore è che, ora che tutti sono stati riconosciuti, non resta nessuno che possa pensare: lui, o lei, potrebbe essere ancora vivo. 

La cosa peggiore è l’ignoranza di assassini che non sanno cosa significhi aver portato un bambino nella pancia o averla accarezzata, aver pianto quand’è nato, essersi svegliati di notte quando piangeva, essersi preoccupati quando faceva tardi con gli amici, aver gioito per la sua laurea, aver provato un misto di orgoglio e di nostalgia a vederlo partire per una grande città. 

La cosa peggiore è pensare a tutti i genitori condannati a sopravvivere a un figlio, e alla pena che la strage di Parigi rinnova dentro di loro. 

La cosa migliore è considerare quanto il dolore ormai appartenga al mondo, quanto sia globale e condiviso: le vittime venivano da 19 Paesi diversi. 

La cosa migliore è la consapevolezza che le vittime sono più forti e lasciano segni più profondi dei carnefici. 

La cosa migliore è riascoltare la dichiarazione della madre di Valeria Solesin, le uniche parole in italiano sentite in questi giorni alla tv francese - «nostra figlia mancherà molto a noi e anche al nostro Paese», e concludere che è davvero così. 

La cosa migliore è rileggere Pasolini, in morte del fratello Guido: «Quanto sia il dolore di mia madre, mio e di tutti questi fratelli e madri non mi sento ora di esprimere. Certo è una realtà troppo grande, questa di saperli morti, per essere contenuta nei nostri cuori di uomini». Ma «senza il loro martirio non si sarebbe trovata la forza sufficiente a reagire contro la bassezza, e la crudeltà e l’egoismo». «Noi alla società non chiediamo lacrime; chiediamo giustizia». (fonte: Corriere della Sera)

Perché non siano solo numeri, ma volti, nomi e storie guarda:

  • La mappa interattiva
  • Chi sono le vittime degli attentati di Parigi
  •  129 volti


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“Seigneur, désarme-les. Et désarme-nous”. “Signore, disarmali. E disarmaci”. Nelle stesse ore in cui le teste di cuoio francesi hanno dato l’assalto a un covo di terroristi nel quartiere Saint-Denis, a nord di Parigi, i vescovi francesi pubblicano una preghiera per la pace scritta “nello spirito di Tibhirine” da frère Dominique Motte, domenicano del Convento di Lille.

  AVVENIRE:  I vescovi francesi: Signore, disarmali. E disarmaci

Perché per Parigi sì e per Beirut no? Dopo gli attentati in Francia, Facebook ha deciso di attivare la funzione Safety Check. E  in 4.1 milioni hanno usato questa applicazione del social network per informare i loro contatti che stavano bene (in 360 milioni hanno ricevuto la notifica). Un esempio di come la tecnologia ci avvicini e ci permetta di far fronte al terrorismo? No, perché c’è chi ha trovato discriminatorio il comportamento di Facebook.

 
Marta Serafini:  Polemiche per il Safety Check di Facebook: “Perché per Beirut non l’avete attivato?”

Se l'Unione europea decidesse per la militarizzazione e la fine dell'accoglienza sarebbe una vittoria dell'Isis, mentre serve che moschee, chiese, sinagoghe e luoghi di pensiero cooperino al bene ed emarginino i violenti. Da atti disumani l'umanità deve uscire rafforzata

  Michele Zanzucchi:  Il buonismo delle bombe e il coraggio del bene

Che peso ha l’industria bellica nazionale nell’infuocato quadrante mediorientale? A chi vendiamo? E cosa? Un ruolo sicuramente non secondario, quello dell’Italia, se negli ultimi cinque anni - mentre il termometro nella regione saliva - cresceva del 30% l’export verso Medio Oriente e Nord Africa. Il problema è che il quadro è sempre più difficile da ricostruire perché, nonostante l’esistenza della legge 185 del 1990 che fissa obblighi di trasparenza, i governi degli ultimi anni l’hanno notevolmente depotenziata, omettendo nei rapporti al Parlamento dati essenziali. …

  Luca Liverani: Export armi, la rivolta della società civile

... Impegnati da sempre a usare mezzi diplomatici e negoziali per risolvere i conflitti che insanguinano il pianeta, i Premi Nobel per la pace invitano le nazioni del mondo a «destinare almeno il 10% della spesa militare annua, di oltre 1,8 miliardi di dollari, per attuare i programmi coerenti con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile», e a «dare piena attuazione al trattato sul commercio delle armi, fermando il traffico illegale di armi», che è andato a beneficiare anche gruppi terroristici come lo Stato Islamico.
Il mantra della «nuova corsa agli armamenti» porta solo altra violenza e morte, ripetono, mentre, soprattutto dopo la tragedia di Parigi, è necessario inondare il mondo con «una offensiva di compassione». Parole che riecheggiano in più punti il pensiero di Papa Francesco.

  Paolo Affatato: I Nobel per la pace: dopo Parigi, «un mondo di compassione»

La retorica della guerra, dopo gli orrendi attentati in Francia, rischia di oscurare la necessaria operazione di polizia internazionale sulla filiera opaca che finanzia l’Isis

  Carlo Cefaloni: Colpiamo chi finanzia il terrorismo

Testimonianze e voci da Firenze: dall'imam capo delle comunità islamche al rabbino, dall'arcivescovo ai giovani del centro La Pira

  Mario Agostino: Shalom Pace Salam


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Attacco jihadista in Mali, all'hotel Radisson Blue della capitale Bamako: un commando con una dozzina di terroristi con armi da fuoco e granate ha gridato "Allah u Akbar!", Dio è grande, quando hanno aperto il fuoco. Poi hanno preso almeno 170 persone in ostaggio (140 ospiti e 30 persone dello staff). Ventisette i morti, secondo un bilancio ancora provvisorio. Tre i terroristi uccisi. Tutti gli ostaggi sono stati liberati dalle forze di polizia dopo un lungo blitz.
http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2015/11/20/attacco-terroristico-in-mali-170-ostaggi-allhotel-radisson_622d964f-b62c-4756-85f1-fa87cd025b9a.html

 
Ancora stragi... Preghiamo che abbia fine la violenza nel mondo.


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 ... Il Califfato ha già raggiunto il suo scopo, esportando ancora una volta la strategia della tensione. Dietro i terroristi del Califfato e della rete mondiale del terrore non ci sono beduini con idee medievali. Gli strumenti, soprattutto quelli della propaganda, sono raffinatissimi: dal Pakistan al Sahel, da Boko Haram alle Brigate Oqba Ibn Nafoa, dai mujahidin indonesiani ad Ansar Din in Mali tutto ormai è Isis, come se il Califfato del terrore avesse apposto il suo marchio in franchising. In questa strategia del terrore l’Isis ha preso il posto di Al-Qaeda, che dopo l’11 settembre teneva sotto la sua bandiera centinaia di sigle. E ora il testimone del male passa al Califfato, una rete mondiale di filiali della paura, agenti locali, cellule in sonno pronte ad agire, telecamere, computer e attrezzature digitali in grado di diffondere il virus della paura, armi, unità militari che si finanziano con rapine, saccheggi, espropri, rapimenti. Hotel, discoteche, locali pubblici, siti archeologici. Tutto può costituire un palcoscenico dell'orrore. Il terrorismo sanguinario dell’Isis, il franchising del terrore, la sua proiezione  persino su gruppi e sigle che non vi fanno materialmente parte ma compiono lo stesso gli attentati in suo nome,  è feroce e globale. Tutto ciò che è terrore viene compito sotto le bandiere dell'Isis. Affrontarlo solo militarmente con i mezzi tradizionali come sta facendo l'Occiente significa solo perdere la guerra.

  Francesco Anfossi: Mali, la globalizzazione del terrore


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Giornata mondiale dell'infanzia


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20 novembre Giornata Internazionale dell’Infanzia e l’Adolescenza


Il 20 novembre 2015 ricorre la Giornata Internazionale dell’Infanzia e l’Adolescenza e il 26° anniversario dell’approvazione della Convenzione ONU sui diritti dell’Infanzia, il trattato sui diritti umani più ratificato nella storia. Le Nazioni Unite hanno affidato all’UNICEF il compito di garantirne e promuoverne l’effettiva applicazione nei 196 Stati che l’hanno ratificata.

I minorenni sono quasi la metà dei poveri del mondo, circa 250 milioni di bambini vivono in paesi con conflitti (quasi 14 milioni in Siria, Iraq e Afghanistan) e oltre 200mila di loro hanno rischiato la vita quest' anno cercando rifugio in Europa. Lo sottolinea il Direttore generale dell'Unicef Anthony Lake ,lanciando oggi, la Giornata mondiale dell' infanzia, il rapporto "Per ogni bambino la giusta opportunità", in cui sottolinea anche i progressi: in poco più di una generazione, è stato dimezzato il tasso di mortalità infantile.

PER OGNI BAMBINO, LA GIUSTA OPPORTUNITA'
  video

Entro la fine di quest'anno - stima l'Unicef - circa 6 milioni di bambini con meno di 5 anni moriranno per cause prevenibili. L'organizzazione per l'infanzia dell'Onu ritiene che "se non intensifichiamo il nostro impegno, 68 milioni di altri bambini sotto i 5 anni moriranno nei prossimi 15 anni per causa in gran parte prevenibili".

Alcuni dati del rapporto:

• I bambini delle famiglie più povere hanno quasi il doppio delle probabilità di morire prima di cinque anni rispetto a quelli provenienti da famiglie più ricche, e hanno cinque volte più probabilità di essere esclusi dall’istruzione.

• Le ragazze provenienti dalle famiglie più povere hanno il quadruplo delle probabilità di sposarsi prima dei 18 anni rispetto a quelle appartenenti alle famiglie più ricche.

• Più di 2,4 miliardi di persone non hanno ancora servizi igienici adeguati –di queste il 40% vive in Asia meridionale; e più di 660 milioni non ha ancora accesso all'acqua potabile - quasi la metà dei quali vive nell’Africa subsahariana.

• Circa la metà dei 159 milioni di bambini con ritardi nella crescita vive in Asia meridionale e un terzo in Africa.
(fonte: ANSA)

«In poco più di una generazione, il mondo ha dimezzato il tasso di mortalità infantile, fatto iscrivere più del 90% dei bambini alla scuola primaria e aumentato di 2,6 miliardi il numero di persone che hanno accesso all'acqua potabile» dichiara il Direttore dell'UNICEF Anthony Lake, lanciando oggi il nuovo rapporto “Per ogni bambino la giusta opportunità” in occasione della Giornata mondiale dell’infanzia che ricorre nel 26° anniversario dell'approvazione da parte dell'Assemblea Generale dell'ONU della Convenzione sui diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza

Ma il mondo, nonostante i grandi progressi, rimane un luogo profondamente ingiusto per i bambini più poveri e svantaggiati. 

Bambini e adolescenti sotto i 18 anni rappresentano quasi metà dei poveri del mondo. Quasi 250 milioni di bambini vivono in Stati devastati dai conflitti e oltre 200.000 di loro hanno rischiato la vita quest'anno cercando rifugio in Europa. 


Quasi 14 milioni di bambini e adolescenti in Siria, Iraq e in Afghanistan devono affrontare guerra, violenze e ingiustizie ogni giorno, alimentando l’attuale crisi europea di migranti e rifugiati.

  Scarica il rapporto "Per ogni bambino la giusta opportunità"

  Scarica la scheda dati più aggiornata sulla condizione dell'infanzia nel mondo

    #FightUnfair, una Giornata mondiale per i diritti dell'infanzia nel segno della lotta all'iniquità


«La crisi dei rifugiati e migranti in Europa è una crisi che colpisce drammaticamente i bambini: dall'inizio dell'anno 215.000 minorenni - 700 al giorno- hanno cercato asilo nell'Unione Europea» dichiara il Presidente dell’UNICEF Italia Giacomo Guerrera «Quest'anno, ben 700 bambini sono morti attraversando il Mare Mediterraneo. Questi bambini, come i nostri figli, hanno diritto a crescere sani, a giocare, ad andare a scuola, ad avere un futuro.» 
Per difendere i loro diritti, l’UNICEF Italia lancia la petizione “Indigniamoci!”, che è possibile firmare online su www.unicef.it/indigniamoci.

A Natale la petizione sarà presentata, corredata delle firme raccolte, al Presidente del Consiglio dei Ministri Matteo Renzi. «Perché il giorno di Natale possa essere per questi bambini l’inizio di un futuro libero dalla paura, dalla fame, dal freddo e dalle malattie» conclude Guerrera.


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  Ogni bambino abbandonato...

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Nel 1993, il 12 enne Iqbal Masih, giovanissimo attivista pakistano, ribellatosi ai suoi aguzzini in fabbrica (dov'era entrato a quattro anni), diventato bandiera della lotta al lavoro minorile, viene ucciso dalla cosiddetta 'mafia dei tappeti'. Una storia di coraggio e abnegazione riletta per i bambini con un lieto fine nella favola animata in 2d e 3d, Iqbal - Bambini senza paura, di Michel Fuzellier e Babak Payami che dopo l'anteprima ad Alice nella Citta' alla Festa del cinema di Roma esce in sala il 19 novembre con Academy Two in occasione della Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

  Francesca Pierleoni: Giornata diritti infanzia, Iqbal come Malala simbolo di coraggio

In occasione della Giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza (20 novembre), Save the children ha diffuso il VI Atlante dell’infanzia (a rischio) in Italia, “Bambini senza. Origini e coordinate delle povertà minorili”. Abbiamo interpellato don Fortunato Di Noto (Meter onlus) e Liviana Marelli (Cnca) per capire se l’allarme che emerge dai dati sia reale

  Gigliola Alfaro: Se la loro povertà cresce, l’Italia è ancora un Paese per bambini?




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FEDE E
SPIRITUALITÀ



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   Ama e fa ciò che vuoi...
  Pregare sempre non vuol dire...
  Dobbiamo imparare ad osservare...
  Come stare nella storia?...
  Voglio riaffermare con vigore...
  Il cieco desidera dal Signore...
  Se tu hai un peso sulla tua coscienza...
  La vita si ottiene dando...
  La parabola dei talenti...
  Gesù non ci chiede di conservare...
per sorridere
  ...E il padrone disse... (vignetta)
  Siate coraggiosi, non abbiate paura...
  Dio prende con tanta serietà...
  Sapete qual è l'opposto del verbo AMARSI?...
  Ogni essere spirituale è...
  Qual è il "tempio" che Gesù vuol liberare?...



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Buon compleanno P. Paolo Dall'Oglio, ti pensiamo e ti aspettiamo...
  Buon compleanno...


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Video realizzato da Francesca Politano e proiettato in occasione del convegno "Don Tonino Bello precursore di papa Francesco" che si è svolto a Milano il 31 ottobre 2015

  LA CHIESA DEL GREMBIULE, COSÌ DON TONINO BELLO ANTICIPÒ PAPA FRANCESCO


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Sarà la guarigione scientificamente inspiegabile di un uomo brasiliano all’ultimo stadio di un tumore maligno al cervello a portare alla canonizzazione Madre Teresa di Calcutta. La data ora c’è: secondo l’Agi sarà il 5 settembre 2016, memoria liturgica della beata, durante il Giubileo della misericordia. Quel giorno ricorre ancheil centoseiesimo anniversario della nascita di Teresa, al secolo Anjëzë Gonxhe Bojaxhiu, la religiosa nata a Skopje in Albania e divenuta simbolo dell'amore per gli ultimi tra gli ultimi nei sobborghi di Calcutta. Molto probabilmente la canonizzazione sarà esattamente il giorno precedente, cioè domenica 4 settembre...

  MADRE TERESA VERSO LA CANONIZZAZIONE IL PROSSIMO SETTEMBRE

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S. Teresa d'Avila - "Nella compagnia di un Dio Amico: itinerario biografico" di Aurelio Antista, ocarm. - VIDEO




S. Teresa d'Avila 
"Nella compagnia di un Dio Amico: itinerario biografico"
di Aurelio Antista, ocarm.

Incontro del 21 ottobre 2015 inserito nell'ambito dei
I MERCOLEDÌ' DELLA SPIRITUALITÀ 2015
S. TERESA D’AVILA DONNA IN CAMMINO CON DIO 
Nel V Centenario della nascita (1515-2015)
promossi dalla Fraternità Carmelitana di
Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

"La preghiera, per me, non è altro che un intimo rapporto d' amicizia, un frequente intrattenimento da solo a solo con colui da cui so di essere amata" (S. Teresa d'Avila)


  video



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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 47/2014-2015 (B) di Santino Coppolino




'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Mc 13,24-32

Il discorso escatologico (Mc 13,1-37) non è fatto per incutere terrore e angoscia, non ci parla di sconvolgimenti planetari, non ci rappresenta la tragica fine del nostro mondo. Tutto il capitolo 13 è molto complesso e di difficile comprensione, tanto che Marco avverte il suo lettore perché comprenda bene quello che legge (v.14). Chi ha un po' di dimestichezza con la S.Scrittura sa bene che la "Buona Notizia" di Gesù viene dagli evangelisti preferibilmente espressa per immagini anziché con formulazioni teologiche. Il messaggio che esse trasmettono è sempre Parola di Dio ma il modo di presentarla appartiene al mondo culturale ebraico.
...

Il brano evangelico perciò non è un messaggio minaccioso ma una speranza per coloro che credono in Gesù: tutti i potenti prima o poi cadranno. L'annuncio di Gesù è 'Evangelo, Bella/Buona Notizia', perciò non c'è posto per la paura ma solo per la speranza, non è la fine del mondo ma la fine di un mondo, un mondo ingiusto, crudele e criminale.
E' sulla croce che ha inizio la fine di questo mondo (cfr. 15,33), è nel corpo inchiodato di Gesù che si compie il giudizio di salvezza del Padre, è nella sua morte che siamo chiamati a contemplare la rivelazione piena del suo Amore per noi, l'alba della stagione della sua infinita tenerezza. Come avviene con i germogli del fico.



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"Il Giubileo del perdono" di Massimo Toschi


Il Giubileo del perdono
di Massimo Toschi

Dopo i fatti di Parigi c'è chi chiede di sospendere il Giubileo. Ma proprio in questo tempo segnato da una violenza senza limiti la misericordia e il perdono sono di grande attualità

E’ di 132 uccisi e oltre trecento feriti, di cui ottanta gravissimi, il bilancio attuale di quanto di tragico è accaduto nella notte del 13 novembre a Parigi. Un evento terribile che ha il volto giovane di tanti ragazzi ospiti del cuore di Parigi, e di cittadini che in diversi luoghi, dallo stadio ai piccoli ristoranti, riempivano la città.

La parola guerra è tornata sulla bocca di molti come antidoto ad ogni passività, che genera angoscia. Qualcuno ha scritto che la violenza si sconfigge con la violenza. Affermazione temeraria, perché ogni giorno noi facciamo l’esperienza, su tanti scenari di conflitto, che la violenza non sconfigge ma moltiplica la violenza, in un meccanismo di azione e reazione senza fine.

Noi siamo chiamati a ricordare una ad una le vittime di Parigi, ma non possiamo mai dimenticare gli oltre duecentomila morti della guerra in Siria, i centotrentamila di catturati e dispersi, i quattro milioni di rifugiati nei Paesi confinanti, gli otto milioni di persone rimaste in condizioni terribili di scarsità di cibo e di acqua. Tutti custoditi nella nostra memoria, che non vuole dimenticare nessuna delle vittime, da Parigi alla piana di Mossul a Raqqa.

La guerra c’è già, non si tratta di farla ex-novo. Già ora in queste ore e minuti ci sono uccisioni e massacri di una guerra che ogni giorno si finanzia con il petrolio, con il traffico delle armi, finanziato a sua volta dal petrolio, in un meccanismo perverso, che non finisce mai. C’è sempre qualcuno che compra e vende, secondo i suoi interessi particolari, spesso ignobili, dove gli stessi manipolatori sono manipolati in una continua sovrapposizione di ruoli, in cui si perdono le ragioni e i torti di tutti. E dove si alimenta la strategia della morte di tutti e di ciascuno.

In questo vortice della guerra si è tentato di coinvolgere papa Francesco, ponendo l’astuta domanda di rinviare il giubileo o ancor più di sospenderlo, perchè la dominante della guerra fosse assoluta su tutto. Il presidente Hollande, per rassicurare la sua base ha parlato di guerra spietata cioè senza pietas, quasi che tutte le guerre non siano per definizione senza pietas, e cioè spietate.

E allora per fare le guerre senza pietà, per abolire la pietas, ci si è chiesti se non valeva la pena sospendere il Giubileo e subito qualche aspirante teologo ha parlato di una chiesa che a certe condizioni può giustificare la guerra, secondo antica e fallimentare dottrina e politica.

Padre Lombardi ha risposto in modo netto e limpido: proprio in questo tempo segnato da una violenza senza limiti ci vuole il Giubileo della misericordia e del perdono. Di fronte alla violenza e contro la violenza serve la parola della misericordia e del perdono.

La vera sfida del Giubileo non è andare a Roma (e in ogni luogo di cura di sofferenza, di comunione, di preghiera), ma vivere il Giubileo come grande scuola di misericordia e di perdono in cui Gesù ci ammaestra con il suo Vangelo.

Ecco la parola ingombrante del perdono, che oggi mantiene tutta la sua forza di guarigione e di scandalo. La terza guerra mondiale fatta a pezzi, di cui la guerra contro l’Isis è un aspetto decisivo, la si vince con la cultura e non con le armi, perchè la misericordia e il perdono sono capaci di disarmare le mani e i cuori di molti. Sono efficaci e potenti, ben di più dei kalashnikov usati a Parigi.

Noi dobbiamo chiedere perdono, perché ...
...

Il perdono e la misericordia sono parole potenti, nella loro apparente impotenza, perché la loro efficacia non dipende dalla loro forza, ma dalla loro verità, dal loro narrare il mistero di Dio e per questo sono capaci di illuminare di luce nuova la storia e i suoi drammatici, tragici processi.

Per questo papa Francesco chiama al Giubileo della misericordia, non per una fuga spiritualista, ma per una vera immersione nei sotterranei della storia, là dove il dolore delle vittime ha il respiro di Dio. Per questo il papa non rinuncia al Giubileo e aprirà la porta santa della misericordia a Bangui e non a Parigi, non per sottovalutare la Francia, ma per chiamare cristiani e musulmani a rendere concreta la parola del perdono, che tutti accoglie e nessuno esclude.
(fonte: Città Nuova)

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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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Da Firenze prove di “sinodalità” per rispondere all’appello di Papa Francesco



Da Firenze prove di “sinodalità” 
per rispondere all’appello di Papa Francesco
di M. Michela Nicolais


Alla Fortezza da Basso parlano i moderatori dei gruppi di studio: metodologia innovativa in attesa delle conclusioni di domani. Piste di lavoro concrete per “uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare”
Una metodologia innovativa, che ha permesso a tutti di parlare confrontandosi in scioltezza e franchezza. Anche quando hanno preso la parola i vescovi, senza però mai monopolizzare il dibattito o intimidire chi voleva intervenire. È un coro di approvazione unanime, quello che da Firenze si leva a favore dei “tavoli” attorno a cui alla Fortezza da Basso si sono articolati i gruppi di studio del Convegno di Firenze, favoriti dalla presenza dei moderatori. Ne abbiamo ascoltati alcuni, uno per ogni “via” della Traccia – uscire, annunciare, educare, abitare, trasfigurare – in attesa delle conclusioni di domani.

  5 VIE ... 5 VOCI (video)
 
Uscire.

“Così come stanno andando le cose, non si può più andare avanti”.

Per don Antonio Mastantuono, parroco di Larino, è questa la consapevolezza principale emersa finora nel suo gruppo. ...

Annunciare.

“Concretezza, attorno a un tavolo, significa sentire che la Chiesa è plurale”.

Francesca Simeoni, già presidente nazionale della Fuci, sintetizza così il clima del suo gruppo sull’“annunciare”. ...

Educare.

“Questo non è un tempo per uomini soli”.

Marcello Tempesta, docente di pedagogia all’Università del Salento e membro della Consulta delle aggregazioni laicali, comincia da questa metafora per descrivere la “trasversalità” dell’educare, ambito a cui la Chiesa italiana ha dedicato questo decennio pastorale. ...

Abitare.

“Casa, famiglia, città, politica, cultura”.

Sono tanti i luoghi da “abitare”, verbo anche questo “trasversale” alla vita. Marisa Parato, responsabile nazionale della Conferenza Italiana degli Istituti Secolari, associa a questa “via” di Firenze il termine “conversione”, risuonato tra i tavoli del suo gruppo. ...

Trasfigurare.

“Se i cristiani non trasfigurano l’intera vita ad immagine di Cristo, cosa ci stanno a fare?”.

Monsignor Valter Danna, vicario episcopale della diocesi di Torino, sceglie un’immagine sanamente provocatoria per “un tema di sintesi”, quello del “trasfigurare”, che “è il quadro d’insieme, l’orizzonte ma anche il punto di arrivo delle varie vie di Firenze”. ...
(Fonte: Sir)

Vedi anche:
  • "Umiltà, disinteresse, beatitudine: questi i tre tratti che voglio oggi presentare alla vostra meditazione sull’umanesimo cristiano che nasce dall’umanità del Figlio di Dio." - Papa Francesco - Visita pastorale a Prato e Firenze 10-11-2015 /2
  • Il convegno ecclesiale di Firenze di Enzo Bianchi



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«Le cinque vie, cioè i cinque verbi dell’Evangelii Gaudium, sono i percorsi attraverso i quali oggi la Chiesa italiana può prendere tutto ciò che viene dal documento di papa Francesco e farlo diventare vita» (mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI). Uscire, Annunciare, Abitare, Educare, Trasfigurare sono le cinque «vie» lungo le quali la comunità ecclesiale italiana viene invitata a incamminarsi, cominciando con un esame di coscienza. Ma quali sono, e cosa significa ciascuna di esse?

  Chiara Giaccardi:   Cinque vie, un nuovo umanesimo


  FIRENZE 2015:   Rassegna stampa


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Papa Francesco regala a Lampedusa il Cristo sulla croce fatta di remi donatogli da Castro


Il crocifisso, donato dal presidente cubano Raul Castro a Papa Francesco al termine del suo viaggio a Cuba, verrà portato ad Agrigento per essere poi collocato nella chiesa di Lampedusa. 

Ad annunciarlo, a margine del convegno ecclesiale di Firenze, è stato l'arcivescovo della città dei Templi, il cardinale Francesco Montenegro.  “Ho il piacere comunicare che il Papa – ha detto il cardinale Montenegro – mi ha fermato e mi ha detto che voleva donare un crocifisso a Lampedusa. È un crocifisso la cui croce è formata da remi di barche quindi ricorda la realtà degli immigrati”. Un gesto che è segno “dell’amore che il Papa ha per l’arcidiocesi di Agrigento e per Lampedusa e se il Papa ci stima così e ci vuol bene così, per noi – ha proseguito – diventa una responsabilità ancora più grande. 
Questo “Cristo del mediterraneo”, queste braccia aperte che dalla chiesa di Lampedusa guarderanno il mare diventano faro e speranza per tutti”.
Il crocifisso è opera dell’artista Alexis Leyva Machado, noto come “Kcho” (alto cm 340 e largo cm 275) ed è realizzato simbolicamente con dei remi, legati con delle corde, di migranti che hanno attraversato il Mediterraneo.

Don Mimmo Zambito, parroco di Lampedusa, appena appresa la notizia ha dichiarato: “L’immagine del Crocifisso che papa Francesco ci dona dall’isola di Cuba è annuncio di misericordia. L’unità dell’umanità in Gesù prevale su ogni conflitto. Più importante di ogni ideologia è la realtà della sua vita che dona ancora vita abbattendo muri e attraversando confini”.

Il crocifisso, come ha annunciato il cardinale Francesco Montenegro, sarà esposto, domenica 13 dicembre, nella Chiesa Santa Croce di Agrigento, per l’apertura diocesana del Giubileo della Misericordia e prima essere collocato nella parrocchia di Lampedusa sarà portato in pellegrinaggio nelle cinque zone pastorali dell’arcidiocesi di Agrigento.


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Rinnovato a Napoli il «patto delle Catacombe» - Vivere da poveri per i poveri.


Rinnovato a Napoli il «patto delle Catacombe»
Vivere da poveri per i poveri.

Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II, 42 padri conciliari (poi diventati 500), tra cui il brasiliano dom Helder Camara e l’italiano Luigi Bettazzi, celebrarono un'eucaristia nelle Catacombe di Domitilla. Era il gruppo dei vescovi della "Chiesa dei poveri" che alla fine del Concilio decisero di scendere nelle catacombe, simbolicamente "ai margini", per firmare il "Patto delle Catacombe". 
I firmatari si impegnavano personalmente a condurre una vita di povertà rinunciando a lussi, simboli di potere e privilegi e ad essere “una Chiesa serva e povera” come desiderava Giovanni XXIII e hanno poi vissuto questo impegno fino in fondo con scelte concrete.

Il Patto è diventato vita vissuta con papa Francesco e il programma del suo pontificato: “Per una Chiesa povera e per i poveri".
 

A Napoli il 16 novembre 2015, nel cinquantesimo anniversario del Patto delle Catacombe, laici e laiche, religiosi e religiose, sono entrati nelle catacombe di San Gennaro dei Poveri, nel rione Sanità, ai "margini" per dare vita ad un rinnovato "Patto" e per impegnarsi a dare centralità ad una "Chiesa povera" e dei "poveri".

La chiesa di san Gennaro Extra Moenia, all’interno delle Catacombe era piena, sono oltre trecento i firmatari del documento, tra cui monsignor Luigi Bettazzi (92 anni e una verve straordinaria, che è arrivato in treno a Napoli da Ivrea senza autisti e senza accompagnatori), padre Alex Zanotelli, don Luigi Ciotti, presidente di Libera, don Antonio Loffredo, parroco nel rione Sanità di Napoli, il toscano don Armando Zappolini, presidente delle Cnca, il piemontese don Renato Sacco coordinatore nazionale Pax Christi e don Virgino Colmegna, presidente della Fondazione Casa della carità di Milano.

“Il messaggio che vogliamo lanciare con questa iniziativa è chiaro – spiega don Colmegna - Avere attenzione per i poveri non significa addentrarsi in una dimensione distante da noi, ma riconoscere quello che tutti noi siamo, a prescindere dalla nostra condizione economica. Inoltre, rinnovare questo patto storico, insieme a tanti sacerdoti amici, a credenti e non credenti, a persone in ricerca, proprio in questi giorni assume un valore particolare, in un momento in cui la violenza sembra prevalere. È un gesto di speranza”.

Chiunque, sacerdote, vescovo o laico può aderire al patto, anche on line, sul sito delle Catacombe.

  Rinnoviamo il Patto delle Catacombe


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A 50 anni dal Concilio. Attualità del Vaticano II (quello vero) di Luca Del Pozzo


A 50 anni dal Concilio. Attualità del Vaticano II (quello vero)
di Luca Del Pozzo

L’8 dicembre prossimo cadrà il 50° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II. Ed è fin troppo facile prevedere la mole di articoli e commenti per rintuzzare una polemica mai sopita – e che ha investito in pieno anche il recente Sinodo sulla famiglia dove, caso mai non fosse chiaro, si sono scontrate prima ancora che due opposte visioni sulla famiglia, due opposte visioni sulla chiesa e il suo rapporto con il mondo – su un evento che, comunque lo si guardi, ha cambiato il volto della Chiesa. Il che, di per sé, non è necessariamente un male, anzi.

Per chi abbia cura di non applicare alle vicende della fede categorie che poco o nulla hanno a che fare con essa, più il Vaticano II emerge come “segno di contraddizione”, più si conferma la sua impronta divina. Resta il fatto che entrambe le letture prevalenti, quella tradizionalista che lo vede come un evento di rottura rispetto alla “vera” Chiesa – con ciò intendendo quella tridentina – e quella progressista che, all’opposto, lo interpreta anch’essa come discontinuità ma in questo caso positivamente intesa come apertura alla modernità, peccano di miopia. Da parte tradizionalista, l’occasione per rinfocolare la polemica è stata l’elezione di Papa Francesco. Il cui pontificato è stato, ed è tuttora, solo in apparenza il bersaglio degli strali tradizionalisti, quando è di tutta evidenza come il bersaglio grosso sia proprio, e primariamente il Concilio. Secondo la critica tradizionalista le perplessità e i mal di pancia di più d’un fedele sono riconducibili alla scelta di fondo di Papa Bergoglio, quella cioè di privilegiare, soprattutto nel rapporto con il mondo, un approccio pastorale anziché dottrinale.
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Ciò di cui la chiesa ha bisogno è di tornare al Vaticano II, quello vero. Che resta un evento straordinario dove lo Spirito realmente ha parlato alla Chiesa suscitando – nonostante i limiti e le debolezze dei sui membri – un’azione di rinnovamento nella, non contro né oltre la tradizione – come ha sottolineato Benedetto XVI nel celebre discorso alla Curia romana del 22 dicembre 2005, rileggendo il Concilio alla luce dell’ermeneutica della riforma – che in parte ha recepito le istanze del rinnovamento biblico, liturgico e teologico degli anni precedenti, in parte ne ha suscitate di nuove, il tutto cristallizzandosi nei documenti finali dell’assise conciliare, vere perle di sapienza, ai quali bisogna tornare, con umiltà e discernimento. E senza dimenticare che proprio in quegli anni lo stesso Spirito che soffiava nella basilica di S. Pietro era all’opera per suscitare nuove comunità e movimenti ecclesiali (penso a CL, i Focolarini, il Cammino Neocatecumenale, il Rinnovamento nello Spirito, ecc.), dove molte delle istanze del Concilio hanno trovato attuazione sotto la vigile guida dei pontefici e dei pastori. Grazie al Vaticano II è stata rimessa al centro della vita dei fedeli la Parola di Dio (Dei Verbum); è stata varata una riforma liturgica (Sacrosanctum concilium) dove la Messa è non è più un assistere passivamente ad un rito, ma partecipazione attiva, personale e allo steso tempo comunitaria al Mistero pasquale di Cristo, ovvero sacrificio, cioè morte, e Resurrezione, cioè vita (resurrezione senza la quale, vale la pena ricordarlo, l’intera impalcatura della fede cattolica crolla come un castello di carte; è stata riproposta, tornando alle fonti, un’ecclesiologia (Lumen Gentium) dove la chiesa è Corpo di Cristo e popolo di Dio, all’interno della quale ciascun fedele, in virtù del battesimo, partecipa all’unico sacerdozio di Cristo, senza nulla togliere al sacerdozio ministeriale riservato esclusivamente ai presbiteri. Col risultato di mandare in pensione la vecchia concezione verticistica e piramidale, che vedeva il clero alla sommità, e di desacralizzare – ciò che per molti, allora come oggi, è il vero problema – la figura del prete, e di affermare al contempo il ruolo del laicato, non più mero ricettore o utente passivo, ma protagonista attivo nella vita della chiesa; una riforma che sicuramente non è stata gradita dai tanti nostalgici dell’era pre-conciliare dove il clero era investito di un’aura sacrale, e negli stessi seminari i futuri sacerdoti venivano formati avendo ben chiaro che diventare prete significava entrare a far parte di un’elite, di una casta ristretta con i laici nel ruolo tutt’al più di braccio secolare e comunque in nessun caso attori ma semplici comparse.

Un cambio di prospettiva, quello conciliare, che dopo mezzo secolo una buona fetta del clero (e non solo) fa ancora fatica ad accettare, fermi come sono ad una visione del sacerdozio come potere e non come servizio. Tanto che il refrain che spesso si sente – a proposito, ad esempio, delle realtà ecclesiali sorte negli anni del Concilio – è il seguente: sì, d’accordo, i laici hanno puntellato e sostenuto la chiesa nel post-concilio, quando c’è stato lo sbandamento, ma ora il loro compito si è esaurito, ed è tempo che i preti si riapproprino del loro ruolo riprendendo in mano il timone della barca e rimettendo i laici al loro posto. Come se fosse tutta e soltanto, appunto, una questione di potere. Tre riforme – biblica, liturgica, ecclesiologica – che non hanno scalfito di una virgola la Tradizione (altro sono “le” tradizioni, quelle sì suscettibili di cambiamenti), e che allo stesso tempo hanno posto le premesse perché il cristianesimo entrasse nella vita concreta, umana ed esistenziale, degli uomini e delle donne del suo e nostro tempo.
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Se è vero, come è stato da più parti evidenziato, che la crisi attuale – in primis quella che ha investito la famiglia – è primariamente crisi di fede, la cura non è né fare marcia indietro né vagheggiare balzi in avanti, ma riprendere le fila del Vaticano II, quello vero.
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  A 50 anni dal Concilio. Attualità del Vaticano II (quello vero)

Vedi anche:
  Rinnovato a Napoli il «patto delle Catacombe» - Vivere da poveri per i poveri.


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Nello stesso luogo, le catacombe di Santa Domitilla, a 50 anni esatti dalla firma del “Patto” segreto di 42 vescovi che si impegnarono a vivere in sobrietà al servizio dei poveri, “il sogno diventa realtà”

  Patrizia Caiffa: “Patto delle catacombe”: la prospettiva è oggi Papa Francesco


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14/11/2015:

  Esprimo il mio profondo dolore...


15/11/2015:

  E' una gioia pregare oggi con i fratelli Luterani...


19/11/2015:

  Tutte le persone...



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Siamo chiamati a vivere il presente, costruendo il nostro futuro con serenità e fiducia in Dio. Papa Francesco Angelus 15/11/2015 (testo e video)



 15 novembre 2015 


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Vangelo di questa penultima domenica dell’anno liturgico propone una parte del discorso di Gesù sugli avvenimenti ultimi della storia umana, orientata verso il pieno compimento del regno di Dio (cfr Mc 13,24-32). E’ un discorso che Gesù fece a Gerusalemme, prima della sua ultima Pasqua. Esso contiene alcuni elementi apocalittici, come guerre, carestie, catastrofi cosmiche: «Il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli verranno sconvolte» (vv. 24-25). Tuttavia questi elementi non sono la cosa essenziale del messaggio. Il nucleo centrale attorno a cui ruota il discorso di Gesù è Lui stesso, il mistero della sua persona e della sua morte e risurrezione, e il suo ritorno alla fine dei tempi.

La nostra meta finale è l’incontro con il Signore risorto. E io vorrei domandarvi: quanti di voi pensano a questo? Ci sarà un giorno in cui io incontrerò faccia a faccia il Signore. E’ questa la nostra meta: questo incontro. Noi non attendiamo un tempo o un luogo, ma andiamo incontro a una persona: Gesù. Pertanto, il problema non è “quando” accadranno i segni premonitori degli ultimi tempi, ma il farsi trovare pronti all’incontro. E non si tratta nemmeno di sapere “come” avverranno queste cose, ma “come” dobbiamo comportarci, oggi, nell’attesa di esse. Siamo chiamati a vivere il presente, costruendo il nostro futuro con serenità e fiducia in Dio. La parabola del fico che germoglia, come segno dell’estate ormai vicina (cfr vv. 28-29), dice che la prospettiva della fine non ci distoglie dalla vita presente, ma ci fa guardare ai nostri giorni in un’ottica di speranza. E’ quella virtù tanto difficile da vivere: la speranza, la più piccola delle virtù, ma la più forte. E la nostra speranza ha un volto: il volto del Signore risorto, che viene «con grande potenza e gloria» (v. 26), che cioè manifesta il suo amore crocifisso trasfigurato nella risurrezione.
...
Anche ai nostri giorni non mancano calamità naturali e morali, e nemmeno avversità e traversie di ogni genere. Tutto passa – ci ricorda il Signore –; soltanto Lui, la sua Parola rimane come luce che guida, rinfranca i nostri passi e ci perdona sempre, perché è accanto a noi. Soltanto è necessario guardarlo e ci cambia il cuore. La Vergine Maria ci aiuti a confidare in Gesù, il saldo fondamento della nostra vita, e a perseverare con gioia nel suo amore.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

desidero esprimere il mio dolore per gli attacchi terroristici che nella tarda serata di venerdì hanno insanguinato la Francia, causando numerose vittime. Al Presidente della Repubblica Francese e a tutti i cittadini porgo l’espressione del mio fraterno cordoglio. Sono vicino in particolare ai familiari di quanti hanno perso la vita e ai feriti.

Tanta barbarie ci lascia sgomenti e ci si chiede come possa il cuore dell’uomo ideare e realizzare eventi così orribili, che hanno sconvolto non solo la Francia ma il mondo intero. Dinanzi a tali atti, non si può non condannare l’inqualificabile affronto alla dignità della persona umana. Voglio riaffermare con vigore che la strada della violenza e dell’odio non risolve i problemi dell’umanità e che utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia!

Vi invito ad unirvi alla mia preghiera: affidiamo alla misericordia di Dio le inermi vittime di questa tragedia. La Vergine Maria, Madre di misericordia, susciti nei cuori di tutti pensieri di saggezza e propositi di pace. A Lei chiediamo di proteggere e vegliare sulla cara Nazione francese, la prima figlia della Chiesa, sull’Europa e sul mondo intero. Tutti insieme preghiamo un po’ in silenzio e poi recitiamo l’Ave Maria.
[Ave Maria…]

  video

Ieri, a Três Pontas, nello Stato di Minas Gerais in Brasile, è stato proclamato beato don Francisco de Paula Victor, sacerdote brasiliano di origine africana, figlio di una schiava. Parroco generoso e zelante nella catechesi e nell’amministrazione dei sacramenti, si distinse soprattutto per la sua grande umiltà. Possa la sua straordinaria testimonianza essere di modello per tanti sacerdoti, chiamati ad essere umili servitori del popolo di Dio.

Saluto tutti voi, famiglie, parrocchie, associazioni e singoli fedeli, che siete venuti dall’Italia e da tante parti del mondo. ...

A tutti auguro una buona domenica. E per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  testo integrale

  video integrale


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"Mi piace tanto fare il papa con lo spirito del parroco" Papa Francesco alla Christus Kirche, chiesa luterana di Roma (foto, testi e video)


VISITA DEL PAPA ALLA CHIESA EVANGELICA LUTERANA DI ROMA
15 novembre 2015

Il Papa è stato accolto, tra calore e applausi, dal pastore Jeans-Martin Kruse.

La visita alla Christus Kirche, chiesa luterana di Roma che sta per celebrare i suoi 200 anni di presenza nella Capitale, comincia con il dialogo, cioè una sessione di tre domande cui il Papa risponde a braccio.
Comincia Julius, un bambino di 9 anni, che chiede al Papa cosa gli piace di essere Papa. «La risposta è semplice - ha detto Jorge Mario Bergoglio - se io ti chiedo cosa ti piace più di un pasto tu mi rispondi il dolce. In realtà però di un pasto si deve mangiare tutto. Così a me non piace molto il lavoro di ufficio, ma devo farlo. Ma la cosa che mi piace di più è fare il parroco...»
Poi è la volta di una donna sposata con un italiano, cattolico, e vorrebbe partecipare con il marito alla cena del Signore. Il Papa inizia con una battuta (“Ho paura di parlare davanti a un teologo con il Cardinal Kasper”) 
La terza domanda invece riguarda la possibilità dei cristiani di non far rassegnare le persone, di non far loro erigere muri, e si basa su un progetto di sostegno a 80 madri rifugiate (il progetto Orsacchiotto) portato avanti nella comunità luterana di Roma.

  video del dialogo con i fedeli

Segue poi una celebrazione, durante la quale il Papa fa una riflessione, anche questa a braccio. 
 Il pastore Kruse introduce con un breve discorso, in cui sottolinea che per il dialogo ecumenico è “fondamentale che ci orientiamo a Gesù Cristo.” Afferma il Pastore: “L’unità non è un futuro lontano. Se seguiamo la volontà di Gesù, allora è possibile conoscere l’unità già adesso. Proprio come oggi, in cui i nostri cuori sono pieni di gratitudine per la vicinanza che Cristo ci dona. Non è solo un bel momento, è vero e reale.” E poi si rivolge al Papa: “La sua presenza è come un vento caldo alle spalle che ci dà la forza di fare il nostro cammino. Vogliamo collaborare gli uni con gli altri e poi celebrare insieme il culto. Il dialogo nasce dall’incontro delle persone.”

Quindi, inizia la funzione. Il brano del Vangelo scelto è quello che Papa Francesco cita sempre e che definisce “il protocollo sul quale saremo giudicati:” Matteo 25,31 ovvero il brano in cui Gesù afferma che ogni cosa sarà fatta ai piccolo (affamati, assetati, forestieri) sarà come fosse fatta a lui. Papa Francesco aveva preparato un discorso, in cui lanciava la sua idea di dialogo ecumenico che “non può che partire dalle preoccupazioni e dai problemi dell’uomo di oggi," delineando il trittico del dialogo che è preghiera, diaconato per i poveri, e dialogo teologico. Ma il Papa non pronuncia il discorso, e commenta il Vangelo a braccio concludendo: “Il Signore ci dia la grazia della diversità riconciliata del Signore, di quel servo di Jahvè che è venuto per servire.”

  video del discorso del Papa

  il testo integrale delle risposte e dell'omelia di Papa Francesco

Quindi, il momento dei regali: una corona d’Avvento, fatta di rami di abete, e un cartellone disegnato dai bambini della comunità, con tutte le loro impronte. 

  video integrale


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"La Chiesa è la portinaia della casa del Signore, non è la padrona della casa del Signore" Papa Francesco Udienza Generale 18/11/2015 (foto, testo e video)



 18 novembre 2015 

È arrivato puntuale, intorno alle 9.30 come sempre, Papa Francesco in piazza San Pietro. È la prima udienza generale dopo i tragici attentati di Parigi. Francesco, sorridente come siamo abituati a vederlo, saluta la folla che lo acclama, bacia e accarezza i bambini e si offre di buon grado all’immancabile batteria di “selfie”.
A dargli il benvenuto, oggi, sono i suoi connazionali: un gruppo di fedeli argentini, riconoscibili da un rudimentale striscione scritto a mano, gli offre una tazza di “mate” che il Papa mostra di gradire, bevendola volentieri e facendo il segno di “ok” con la mano subito dopo, a mo’ di saluto. Gesto, questo, ripetuto altre volte durante il giro tra i vari settori della piazza. Commovente l’abbraccio con una giovane disabile vestita di bianco, sollevata dagli uomini della sicurezza. 
 
Più imponente del solito lo spiegamento delle forze dell’ordine – comprese le transenne per disciplinare i percorsi di accesso alla piazza – per tutelare la sicurezza dei fedeli, presenti quest’ultimi in maniera meno massiccia, nonostante i 15mila biglietti distribuiti dalla Prefettura.
Presente con altri detenuti sul sagrato di piazza San Pietro durante l'Udienza Generale l'ex ergastolano, Giuseppe Gulotta, ha raccontato al Papa la sua storia: «Per trentasei anni sono stato considerato un assassino ma oggi finalmente mi posso abituare a un'altra vita, da uomo libero». «Aveva diciotto anni, nel 1976, quando - scrive l'Osservatore Romano - venne ingiustamente accusato dell'omicidio di due carabinieri in Sicilia. Gulotta ricorda di aver «passato in cella gli anni migliori della vita: e ne ho attesi ben trentasei, fino al 2012, per scrollarmi di dosso questo peso enorme. Come ho fatto a resistere? Ho vissuto di speranza e mi sono nutrito sempre d'amore».


La Famiglia - 33. La porta dell’accoglienza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Con questa riflessione siamo arrivati alle soglie del Giubileo, è vicino. Davanti a noi sta la porta, ma non solo la porta santa, l’altra: la grande porta della Misericordia di Dio - e quella è una porta bella! -, che accoglie il nostro pentimento offrendo la grazia del suo perdono. La porta è generosamente aperta, ci vuole un po’ di coraggio da parte nostra per varcare la soglia. Ognuno di noi ha dentro di sé cose che pesano. Tutti siamo peccatori! Approfittiamo di questo momento che viene e varchiamo la soglia di questa misericordia di Dio che mai si stanca di perdonare, mai si stanca di aspettarci! Ci guarda, è sempre accanto a noi. Coraggio! Entriamo per questa porta!

Dal Sinodo dei Vescovi, che abbiamo celebrato nello scorso mese di ottobre, tutte le famiglie, e la Chiesa intera, hanno ricevuto un grande incoraggiamento a incontrarsi sulla soglia di questa porta aperta. La Chiesa è stata incoraggiata ad aprire le sue porte, per uscire con il Signore incontro ai figli e alle figlie in cammino, a volte incerti, a volte smarriti, in questi tempi difficili. Le famiglie cristiane, in particolare, sono state incoraggiate ad aprire la porta al Signore che attende di entrare, portando la sua benedizione e la sua amicizia. E se la porta della misericordia di Dio è sempre aperta, anche le porte delle nostre chiese, delle nostre comunità, delle nostre parrocchie, delle nostre istituzioni, delle nostre diocesi, devono essere aperte, perché così tutti possiamo uscire a portare questa misericordia di Dio. Il Giubileo significa la grande porta della misericordia di Dio ma anche le piccole porte delle nostre chiese aperte per lasciare entrare il Signore - o tante volte uscire il Signore - prigioniero delle nostre strutture, del nostro egoismo e di tante cose.

Il Signore non forza mai la porta: anche Lui chiede il permesso di entrare. Il Libro dell’Apocalisse dice: «Io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (3,20). Ma immaginiamoci il Signore che bussa alla porta del nostro cuore! E nell’ultima grande visione di questo Libro dell’Apocalisse, così si profetizza della Città di Dio: «Le sue porte non si chiuderanno mai durante il giorno», il che significa per sempre, perché «non vi sarà più notte» (21,25). Ci sono posti nel mondo in cui non si chiudono le porte a chiave, ancora ci sono. Ma ce ne sono tanti dove le porte blindate sono diventate normali. Non dobbiamo arrenderci all’idea di dover applicare questo sistema a tutta la nostra vita, alla vita della famiglia, della città, della società. E tanto meno alla vita della Chiesa. Sarebbe terribile! Una Chiesa inospitale, così come una famiglia rinchiusa su se stessa, mortifica il Vangelo e inaridisce il mondo. Niente porte blindate nella Chiesa, niente! Tutto aperto!

...

La Santa Famiglia di Nazareth sa bene che cosa significa una porta aperta o chiusa, per chi aspetta un figlio, per chi non ha riparo, per chi deve scampare al pericolo. Le famiglie cristiane facciano della loro soglia di casa un piccolo grande segno della Porta della misericordia e dell'accoglienza di Dio. E’ proprio così che la Chiesa dovrà essere riconosciuta, in ogni angolo della terra: come la custode di un Dio che bussa, come l’accoglienza di un Dio che non ti chiude la porta in faccia, con la scusa che non sei di casa. Con questo spirito ci avviciniamo al Giubileo: ci sarà la porta santa, ma c’è la porta della grande misericordia di Dio! Ci sia anche la porta del nostro cuore per ricevere tutti il perdono di Dio e dare a nostra volta il nostro perdono, accogliendo tutti quelli che bussano alla nostra porta.


  video della catechesi

Saluti:
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[Do un cordiale benvenuto ai pellegrini polacchi. Saluto in particolare i rappresentanti del Sindacato Autonomo dei Lavoratori “Solidarnosc”. Da trentacinque anni il vostro Sindacato si impegna a favore del mondo del lavoro, sia fisico, che intellettuale, nonché per la tutela dei diritti fondamentali della persona e delle società. Siate fedeli a questo impegno, affinché gli interessi politici o economici non prevalgano sui valori che costituiscono l’essenza della solidarietà umana. Affido voi e tutti i membri del Sindacato alla protezione del vostro patrono, il beato don Jerzy Popieluszko, e vi benedico di cuore. Sia lodato Gesù Cristo!]


APPELLI

Dopodomani ricorrerà la Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia. È un dovere di tutti proteggere i bambini e anteporre ad ogni altro criterio il loro bene, affinché non siano mai sottoposti a forme di servitù e maltrattamenti e anche a forme di sfruttamento. Auspico che la Comunità internazionale possa vigilare attentamente sulle condizioni di vita dei fanciulli, specialmente là dove sono esposti al reclutamento da parte di gruppi armati; come pure possa aiutare le famiglie a garantire ad ogni bambino e bambina il diritto alla scuola e all’educazione.

* * *

Il 21 novembre, poi, la Chiesa ricorda la Presentazione di Maria Santissima al Tempio. In tale circostanza ringraziamo il Signore per il dono della vocazione degli uomini e delle donne che, nei monasteri e negli eremi, hanno dedicato la loro vita a Dio. Affinché le comunità di clausura possano compiere la loro importante missione, nella preghiera e nel silenzio operoso, non facciamo mancare la nostra vicinanza spirituale e materiale.

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana.
...

In questo giorno, in cui celebriamo la Dedicazione delle Basiliche dei Santi Pietro e Paolo, auguro a tutti che la visita alle tombe degli Apostoli rafforzi la gioia della fede.

Porgo un pensiero speciale ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Cari giovani e studenti, in particolare di Afragola e di Roma, la testimonianza degli Apostoli, che hanno lasciato tutto per seguire Gesù, accenda anche in voi il desiderio di amarlo con tutte le forze e di seguirlo; cari ammalati, le gloriose sofferenze dei Santi Pietro e Paolo diano conforto e speranza alla vostra offerta; cari sposi novelli, le vostre case possano essere templi di quell’Amore da cui nessuno potrà mai separarci.

 
testo integrale

  video integrale


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«Noi credenti siamo gente che va sempre avanti» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
13 novembre 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
“Dio è la grande bellezza, il resto tramonta”

«Non cadere mai nell’idolatria delle immanenze e nell’idolatria delle abitudini» e puntare invece «sempre oltre: dall’immanenza guardare la trascendenza e dalle abitudini guardare l’abitudine finale, che sarà la contemplazione della gloria di Dio». Con la certezza che se «la vita è bella, anche il tramonto sarà tanto bello». Ecco le raccomandazioni, per non cadere nelle due idolatrie, suggerite dal Papa nella messa celebrata, venerdì mattina 13 novembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Francesco ha preso le mosse dal salmo 18, proposto dalla liturgia. In quella preghiera, ha detto, «abbiamo ripetuto: “I cieli narrano la gloria di Dio”: la sua gloria, la sua bellezza, l’unica bellezza che rimane per sempre».

Invece «le due letture — sia quella del libro della Sapienza (13, 1-9), sia quella del Vangelo (Luca 17, 26-37) — ci parlano di glorie umane, anzi di idolatrie». In particolare, ha fatto notare il Papa, «la prima lettura parla della bellezza della creazione: è bella! Dio ha fatto cose belle!». Ma subito «sottolinea l’errore, lo sbaglio di quella gente che, in queste cose belle, non è stata capace di guardare al di là e cioè alla trascendenza». 
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 E ce l’abbiamo tutti «il pericolo» di avere «questa idolatria di essere attaccati alle bellezze di qua, senza la trascendenza». È, appunto, ha insistito Francesco, «l’idolatria dell’immanenza: crediamo che le cose come sono, sono quasi dèi, non finiranno mai». E «dimentichiamo il tramonto».

«L’altra idolatria è quella delle abitudini» ha quindi affermato Francesco. 
...
Ma «anche questa è un’idolatria: essere attaccato alle abitudini, senza pensare che questo finirà». E «la Chiesa ci fa guardare la fine di queste cose». Dunque, «anche le abitudini possono essere pensate come dèi». Così «l’idolatria» consiste nel pensare che «la vita è così» tanto da andare avanti per abitudine. E «come la bellezza finirà in un’altra bellezza, l’abitudine nostra finirà in un’eternità, in un’altra abitudine. Ma c’è Dio!».

Ecco, allora, ha spiegato Francesco, che «la Chiesa ci prepara, in questa settimana, alla fine dell’anno liturgico e ci fa pensare proprio alla fine delle cose create». Sì, «saranno trasformate, ma c’è un consiglio — ha aggiunto il Papa — che Gesù ci dà in questo Vangelo di oggi: “Non tornare indietro, non guardare indietro”». E «prende l’esempio della moglie di Lot».

Anche «l’autore della lettera agli Ebrei», ha fatto infine notare il Pontefice, raccoglie «questo consiglio e dice: “Noi — i credenti — non siamo gente che torna indietro, che cede, ma gente che va sempre avanti”». E Francesco ha rilanciato, a sua volta, il consiglio di «andare sempre avanti in questa vita, guardando le bellezze, e con le abitudini che abbiamo tutti noi, ma senza divinizzarle» perché «finiranno». Dunque, ha concluso, «siano queste piccole bellezze, che riflettono la grande bellezza, le nostre abitudini per sopravvivere nel canto eterno, nella contemplazione della gloria di Dio».

Leggi tutto: ​
  Messa a Santa Marta - Piccola e grande bellezza

  video


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«La mondanità distrugge l’identità e porta al pensiero unico» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
16 novembre 2015 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
Non lasciamoci ingannare dalla mondanità, dal pensiero unico”

Un invito a non mettere «all’asta la nostra carta d’identità» cristiana, a non uniformarci allo spirito del mondo, che quando riesce a prevalere porta all’apostasia e alla persecuzione. Lo ha individuato Papa Francesco commentando la liturgia della parola di lunedì mattina, 16 novembre, durante la consueta celebrazione della messa nella cappella di Casa Santa Marta.

Il Pontefice ha dedicato la sua riflessione interamente alla prima lettura, tratta dal primo libro dei Maccabei (1, 10-15.41-43.54-57 62-64), riassumendone i contenuti «con tre parole: mondanità, apostasia, persecuzione». Rileggendolo, Francesco ha fatto notare «che il brano incomincia così: “In quei giorni uscì una radice perversa”». E ha spiegato come «l’immagine della radice che è sotto terra, non si vede, sembra non fare male, ma poi cresce e mostra, fa vedere, la propria realtà» negativa, sia presente anche nella lettera agli Ebrei, il cui «autore ammoniva i suoi nello stesso modo: “Che non spunti né cresca in mezzo a voi alcuna radice velenosa, che provochi mali e ne contagi tanti”».

In proposito il Papa ha descritto «la fenomenologia della radice», la quale «cresce, sempre cresce», anche quando — come nel caso del brano preso in esame — può sembrare una «radice ragionevole: “Andiamo e stringiamo un’alleanza con le nazioni che ci stanno attorno; perché tante differenze? Perché da quando ci siamo separati da loro, ci sono capitati molti mali. Andiamo da loro, siamo uguali”». E così, ha proseguito nella descrizione, «alcuni del popolo presero l’iniziativa e andarono dal re che diede loro facoltà di introdurre le istituzioni delle nazioni. Dove? Nel popolo eletto, cioè nella Chiesa di quel momento».

Ma, ha subito avvertito Francesco, in quell’azione «c’è la mondanità. Facciamo ciò che fa il mondo, lo stesso: mettiamo all’asta la nostra carta d’identità; siamo uguali a tutti». Proprio come gli uomini di Israele, i quali «incominciarono a fare questo: costruirono un ginnasio a Gerusalemme, secondo le usanze delle nazioni, le usanze pagane; cancellarono i segni della circoncisione, cioè rinnegarono la fede, e si allontanarono dalla santa alleanza; si unirono alle nazioni e si vendettero per fare il male». Ma, ha messo in guardia il Pontefice, proprio «questo, che sembrava tanto ragionevole, — “siamo come tutti, siamo normali” — diventò la distruzione». Perché, ha ribadito, «questa è la mondanità. Questo è il cammino della mondanità, di quella radice velenosa, perversa».

Al riguardo Francesco ha confidato come lo abbia sempre colpito il fatto «che il Signore, nell’ultima cena pregasse per l’unità dei suoi e chiedesse al Padre che li liberasse da ogni spirito del mondo, da ogni mondanità, perché la mondanità distrugge l’identità; la mondanità porta al pensiero unico, non c’è differenza».
...
E perciò nell’ultima cena Gesù domandava al Padre: «Non ti chiedo di toglierli dal mondo, ma custodiscili dal mondo», ovvero «da questa mentalità, da questo umanismo, che viene a prendere il posto dell’uomo vero, Gesù Cristo»; da questa mondanità «che viene a toglierci l’identità cristiana e ci porta al pensiero unico: “Tutti fanno così, perché noi no?”».

Ecco allora l’attualità del brano odierno, che «di questi tempi, ci deve far pensare» a com’è la nostra identità. Occorre chiedersi: «È cristiana o mondana? O mi dico cristiano perché da bambino sono stato battezzato o sono nato in un Paese cristiano, dove tutti sono cristiani?». Secondo Francesco è necessario trovare una risposta a tali domande, poiché «la mondanità che entra lentamente», poi «cresce, si giustifica e contagia». Come? «Cresce come quella radice» citata nella lettura; «si giustifica — “facciamo come tutta la gente, non siamo tanto differenti” — cerca sempre una giustificazione, e alla fine contagia, e tanti mali vengono da lì».

Al termine dell’omelia il Papa ha evidenziato come tutta «la liturgia, in questi ultimi giorni dell’anno liturgico», ci faccia pensare a queste cose, e in particolare oggi ci dica «nel nome del Signore: guardatevi dalle radici velenose, dalle radici perverse che ti portano lontano dal Signore e ti fanno perdere la tua identità cristiana». Si tratta insomma di un’esortazione a tenersi alla larga «dalla mondanità» e a chiedere nella preghiera, in particolare, che la Chiesa sia custodita «da ogni forma di mondanità. Che la Chiesa sempre abbia l’identità disposta da Gesù Cristo; che tutti noi abbiamo l’identità» ricevuta nel battesimo; «e che questa identità non venga buttata fuori» solo per voler «essere come tutti, per motivi di “normalità». In definitiva, ha concluso Francesco, «che il Signore ci dia la grazia di mantenere e custodire la nostra identità cristiana contro lo spirito di mondanità che sempre cresce, si giustifica e contagia».

  Messa a Santa Marta - Carta d’identità all’asta

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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
17 novembre 2015 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
“No ai cristiani dalla doppia vita”

Non lasciarsi indebolire dallo spirito del mondo e vivere coerentemente, senza cedimenti e compromessi, il proprio essere cristiani. È l’invito che Papa Francesco, meditando sulle letture del giorno, ha rivolto durante la messa celebrata martedì 17 novembre a Santa Marta. Seguendo la via attraverso la quale in questi giorni «la Chiesa ci prepara alla fine dell’anno liturgico», il Pontefice ha parlato di «come comportarsi nella persecuzione». E per farlo ha sviluppato il filo logico avviato il giorno prima, quando la sua riflessione si era soffermata sui tre concetti della «mondanità» dell’«apostasia» e della «persecuzione».

Lo spunto gli è stato offerto dal brano del secondo libro dei Maccabei (6, 18-31) nel quale il novantenne Eleàzaro — una sorta di “Policarpo”, di pater familias dell’Antico testamento — «non si lascia indebolire dallo spirito della mondanità» e «davanti alla prova non si arrende».

Cosa era accaduto? «Il pensiero unico dell’apostasia — ha spiegato il Papa — voleva che mangiasse la carne suina»; lui invece si rifiutò e la sputò. Allora «i suoi amici mondani, quelli che avevano ceduto allo spirito della mondanità, lo chiamarono e lo tirarono in disparte e cercarono di convincerlo», proponendogli una soluzione di comodo: «Facciamo una cosa, tu fatti una bella zuppa di carne che tu puoi mangiare e fai finta di mangiare la carne suina e così salvi la tua vita e non pecchi». Ma l’anziano scriba «si indignò». E «con quella dignità, con quella nobiltà che lui aveva da una vita coerente» andò al «martirio», dando testimonianza: «No, io alla mia età non darò questo esempio ai giovani».

È un chiaro esempio di «coerenza di vita» dalla quale ci allontana «la mondanità spirituale». Proprio su questo si è soffermato Francesco analizzando il comportamento di molti: «Tu fai finta di essere così, ma vivi in un’altra maniera». È la mondanità che si insinua nell’animo umano e mano a mano se ne impossessai: «è difficile conoscerla dall’inizio — ha fatto notare Francesco — perché è come il tarlo che lentamente distrugge, degrada la stoffa e poi quella stoffa diventa inutilizzabile». Così «l’uomo che si lascia portare avanti dalla mondanità perde l’identità cristiana», la rovina diventando «incapace di coerenza». Infatti, ha continuato il Papa, c’è chi dice: «Oh, io sono tanto cattolico, padre, io vado a messa tutte le domeniche, ma tanto cattolico»; poi, però, nella vita quotidiana o nel lavoro è incapace di coerenza. Così, ad esempio, cede alle lusinghe di chi gli propone: «Se tu mi compri questo, facciamo questa tangente e tu prendi la tangente».

«Questa — ha ribadito il Pontefice — non è coerenza di vita, questa è mondanità». Ed è proprio la mondanità che «porta alla doppia vita, quella che appare e quella che è vera, e ti allontana da Dio e distrugge la tua identità cristiana». Per questo «Gesù è tanto forte quando chiede al Padre: “Padre, io non ti chiedo che li tolga dal mondo ma che li salvi, che non abbiano lo spirito mondano”», cioè «quello spirito che distrugge l’identità cristiana».
...

Certo, ha aggiunto Francesco, qualcuno potrebbe obiettare: «Ma non è facile, padre, vivere in questo mondo, dove le tentazioni sono tante, e il trucco della doppia vita ci tenta tutti giorni, non è facile!». In realtà, ha spiegato il Pontefice, «per noi non solo non è facile, è impossibile. Soltanto Lui è capace di farlo». Perciò la liturgia del giorno invita a pregare con il salmo: «Il Signore mi sostiene».

È Dio, ha ribadito il Papa, «il sostegno nostro contro la mondanità che distrugge la nostra identità cristiana, che ci porta alla doppia vita». Solo lui può salvarci. E dunque «la nostra preghiera umile sarà: “Signore, sono peccatore, davvero, tutti lo siamo, ma ti chiedo il tuo sostegno, dammi il tuo sostegno, perché da una parte non faccia finta di essere cristiano e dall’altra parte viva come un pagano, come un mondano”».

Il Pontefice ha concluso l’omelia con un consiglio: «Se voi avete oggi un po’ di tempo, prendete la Bibbia, il secondo libro dei Maccabei, capitolo sesto, e leggete questa storia di Eleàzaro. Vi farà bene, vi darà coraggio per essere esempio a tutti e anche vi darà forza e sostegno per portare avanti l’identità cristiana, senza compromessi, senza doppia vita».

  Messa a Santa Marta - Senza compromessi

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«La grazia del pianto, per questo mondo che non riconosce la strada della pace» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
19 novembre 2015 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
Gesù piange per un mondo che sceglie la guerra

“Tutto il mondo” oggi “è in guerra”, per la quale “non c’è giustificazione”. E il rifiuto della “strada della pace” fa sì che Dio stesso, che Gesù stesso, piangano. Lo ha affermato Papa Francesco all’omelia della Messa celebrata questa mattina in Casa Santa Marta.

“Gesù ha pianto”. Comincia con queste tre parole una delle più dolenti omelie da Santa Marta. Nel Papa risuona l’eco del Vangelo di Luca appena letto, un brano tanto breve quanto commosso.

Il mondo truccato a festa
Gesù si avvicina a Gerusalemme e – probabilmente da un punto sopraelevato che gliela offre alla vista – la osserva e piange, rivolgendo alla città queste parole: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi”. Francesco le ripete una a una e soggiunge:

Ma anche oggi Gesù piange. Perché noi abbiamo preferito la strada delle guerre, la strada dell’odio, la strada delle inimicizie. Siamo vicini al Natale: ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi … tutto truccato: il mondo continua a fare la guerra, a fare le guerre. Il mondo non ha compreso la strada della pace”.

Guerra per le tasche dei trafficanti
Sono intuibili i sentimenti del Papa, identici a quelli di gran parte del mondo in questi giorni, in queste ore. Francesco ricorda le commemorazioni recenti sulla seconda guerra mondiale, le bombe di Hiroshima e Nagasaki, la sua visita a Redipuglia l’anno scorso per l’anniversario della Grande Guerra. “Stragi inutili”, ripete con le parole di Papa Benedetto. “Dappertutto c’è la guerra, oggi, c’è l’odio”, constata. E poi dà voce a una domanda: “Cosa rimane di una guerra, di questa, che noi stiamo vivendo adesso?”:
Cosa rimane? Rovine, migliaia di bambini senza educazione, tanti morti innocenti: tanti!, e tanti soldi nelle tasche dei trafficanti di armi. Una volta, Gesù ha detto: ‘Non si può servire due padroni: o Dio, o le ricchezze’. La guerra è proprio la scelta per le ricchezze: ‘Facciamo armi, così l’economia si bilancia un po’, e andiamo avanti con il nostro interesse’. C’è una parola brutta del Signore: ‘Maledetti!’. Perché Lui ha detto: ‘Benedetti gli operatori di pace!’. Questi che operano la guerra, che fanno le guerre, sono maledetti, sono delinquenti. Una guerra si può giustificare – fra virgolette – con tante, tante ragioni. Ma quando tutto il mondo, come è oggi, è in guerra, tutto il mondo!: è una guerra mondiale – a pezzi: qui, là, là, dappertutto … - non c’è giustificazione. E Dio piange. Gesù piange”.

Il mondo pianga per i suoi crimini
“E mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro – prosegue Francesco – ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita”. Come fece “un’icona dei nostri tempi, Teresa di Calcutta”. Contro la quale pure, osserva, “con il cinismo dei potenti, si potrebbe dire: ‘Ma cosa ha fatto quella donna? Ha perso la sua vita aiutando la gente a morire?”. Non si capisce la strada della pace…”:

“Ci farà bene anche a noi chiedere la grazia del pianto, per questo mondo che non riconosce la strada della pace. Che vive per fare la guerra, con il cinismo di dire di non farla. Chiediamo la conversione del cuore. Proprio alla porta di questo Giubileo della Misericordia, che il nostro giubilo, la nostra gioia sia la grazia che il mondo ritrovi la capacità di piangere per i suoi crimini, per quello che fa con le guerre”.
(fonte: Radio Vaticana - "Papa: Gesù piange su un mondo che uccide e non capisce la pace" di Alessandro De Carolis)

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«La forza di Gesù era la sua parola, la sua testimonianza, il suo amore.» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
20 novembre 2015 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
la Chiesa non adori la “santa tangente”
La Chiesa non sia attaccata ai soldi e al potere, non adori la “santa tangente”, ma la sua forza e la sua gioia sia la parola di Gesù: è quanto ha detto Papa Francesco nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. 

Processo degrado sporca la Chiesa

Partendo dalla prima lettura tratta dal Libro dei Maccabèi, che racconta la gioia del popolo per la riconsacrazione del Tempio profanato dai pagani e dallo spirito mondano, Papa Francesco commenta la vittoria di quanti sono stati perseguitati dal pensiero unico. Il popolo di Dio fa festa, gioisce, perché ritrova “la propria identità”. “La festa - spiega - è una cosa che la mondanità non sa fare, non può fare! Lo spirito mondano ci porta al massimo a fare un po’ di divertimento, un po’ di chiasso, ma la gioia soltanto viene dalla fedeltà all’Alleanza”. Nel Vangelo Gesù scaccia i mercanti dal Tempio, dicendo: “Sta scritto: la mia casa sarà casa di preghiera. Voi, invece, ne avete fatto un covo di ladri”. Come durante l’epoca dei Maccabei, lo spirito mondano “aveva preso il posto dell’adorazione al Dio Vivente”. Ma ora questo accade “in un’altra maniera”:

“I capi del Tempio, i capi dei sacerdoti – dice il Vangelo – e gli scribi avevano cambiato un po’ le cose. Erano entrati in un processo di degrado e avevano reso ‘sporco’ il Tempio. Avevano sporcato il Tempio! Il Tempio è un’icona della Chiesa. La Chiesa sempre – sempre! – subirà la tentazione della mondanità e la tentazione di un potere che non è il potere che Gesù Cristo vuole per lei! Gesù non dice: ‘No, non si fa questo. Fatelo fuori’. Dice: ‘Voi avete fatto un covo di ladri qui!’. E quando la Chiesa entra in questo processo di degrado la fine è molto brutta. Molto brutta!”.

Attaccamento a soldi e potere che diventa rigidità

E’ il pericolo della corruzione:

Sempre c’è nella Chiesa la tentazione della corruzione. E’ quando la Chiesa, invece di essere attaccata alla fedeltà al Signore Gesù, al Signore della pace, della gioia, della salvezza, quando invece di fare questo è attaccata ai soldi e al potere.Questo succede qui, in questo Vangelo. Questi capi dei sacerdoti, questi scribi erano attaccati ai soldi, al potere e avevano dimenticato lo spirito. E per giustificarsi e dire che erano giusti, che erano buoni, avevano cambiato lo spirito di libertà del Signore con la rigidità. E Gesù, nel capitolo 23 di Matteo, parla di questa loro rigidità. La gente aveva perso il senso di Dio, anche la capacità di gioia, anche la capacità di lode: non sapevano lodare Dio, perché erano attaccati ai soldi e al potere, ad una forma di mondanità, come l’altro nell’Antico Testamento”.

Non confidare in "santa tangente" ma nella parola di Gesù

Scribi e sacerdoti si arrabbiano contro Gesù:

“Gesù caccia via dal Tempio non i sacerdoti, gli scribi; caccia via questi che facevano affari, gli affaristi del Tempio. Ma i capi dei sacerdoti e gli scribi erano collegati con loro: c’era la ‘santa tangente’ lì! Ricevevano da questi, erano attaccati ai soldi e veneravano questa santa. Il Vangelo è molto forte. Dice: ‘I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire a Gesù e così anche i capi del popolo’. Lo stesso che era accaduto al tempo di Giuda Maccabeo. E perché? Per questo motivo: ‘Ma non sapevano che cosa fare perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo’. La forza di Gesù era la sua parola, la sua testimonianza, il suo amore. E dove c’è Gesù, non c’è posto per la mondanità, non c’è posto per la corruzione! E questa è la lotta di ognuno di noi, questa è la lotta quotidiana della Chiesa: sempre Gesù, sempre con Gesù, sempre pendenti dalle sue labbra, per sentire la sua parola; e mai cercare sicurezze dove ci sono cose di un altro padrone. Gesù ci aveva detto che non si può servire due padroni: o Dio o le ricchezze; o Dio o il potere”.

“Ci farà bene – conclude il Papa - pregare per la Chiesa. Pensare ai tanti martiri di oggi che, per non entrare in questo spirito di mondanità, di pensiero unico, di apostasia, soffrono e muoiono. Oggi! Oggi ci sono più martiri nella Chiesa che nei primi tempi. Pensiamo. Ci farà bene pensare a loro. E anche chiedere la grazia mai, mai di entrare in questo processo di degrado verso la mondanità che ci porta all’attaccamento ai soldi e al potere”. 
(Radio Vaticana, servizio di Sergio Centofanti, Papa: Chiesa non adori "santa tangente", la sua forza sia la parola di Gesù)

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