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N.
B. La Lectio è temporaneamente sospesa
NOTA
Articoli,
riflessioni e commenti proposti vogliono
solo essere
un contributo
alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.
Le posizioni espresse non sempre
rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione.
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Voi che credete,
voi che sperate,
correte su tutte le strade, le piazze
a svelare il grande segreto...
Andate a dire ai quattro venti
che la notte passa,
che tutto ha un senso,
che le guerre finiscono,
che la storia ha uno sbocco,
che l'amore alla fine vincerà l'oblio
e la vita sconfiggerà la morte.
Voi che l'avete intuito per grazia
continuate il cammino,
spargete la vostra gioia,
continuate a dire
che la speranza non ha confini.
David Maria Turoldo
BUONA PASQUA!!!
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
I CATTOLICI E LA RESISTENZA
Don Primo Mazzolari e non solo
Don
Primo Mazzolari un prete “resistente” (molto vicino alla lotta della
Resistenza antifascista) che ha fatto della testimonianza evangelica
sul fronte della politica e del sociale la sua frontiera privilegiata.
Resistenza è "costruire l'uomo" di Luigi Penna
"Scelta
etica e di libertà contro un regime oppressore, obiezione di coscienza,
azione “sul campo” per organizzare la Resistenza, mano tesa verso chi è
nel pericolo, progettualità per un futuro democratico. Sono tutte
strade che si incrociano nella vicenda partigiana di don Primo
Mazzolari (1890-1959), che negli anni del fascismo e della guerra
mondiale è parroco prima a Cicognara e poi a Bozzolo, in diocesi di
Cremona. Mazzolari
è, a suo modo, un prete resistente, come ce ne furono tanti, accanto a
migliaia di donne e uomini protagonisti della Resistenza, molti dei
quali laici e sacerdoti provenienti dall’Azione cattolica. Il
parroco-scrittore (autore, fra l’altro, del volume “Tu non uccidere”,
recentemente ripubblicato, a sessant’anni dalla prima edizione, con una
introduzione critica di Paolo Trionfini) in vista del 70° anniversario
della Liberazione è stato recentemente ricordato nella “sua” Bozzolo
come un attore della storia partigiana. ..."
Leggi tutto:
Resistenza è "costruire l'uomo" di Luigi Penna
"Come pecore in mezzo ai lupi"- Don Primo Mazzolari
Intervento di don Virginio Colmegna,
Presidente della fondazione Casa della Carità
Al via la causa per beatificare don Mazzolari
"Coltivate
la memoria di don Primo, imitate il suo amore e la sua fedeltà a Cristo
e alla sua Chiesa. Per tanti anni, con fede generosa e dedizione piena,
fu guida e padre delle vostre anime. […]. C’è chi va dicendo che io non
ho voluto bene a don Primo. Non è vero: gli ho voluto bene. Certo,
sapete anche voi: non era sempre possibile condividere le sue
posizioni: camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non
gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto
anche noi. È il destino dei profeti" (Paolo VI)
Al via la causa per beatificare don Mazzolari
L’influenza di don Mazzolari sulla Chiesa e la società bresciana di Anselmo Palini
I partigiani bianchi cattolici nella Resistenza
Nel
Giorno della Liberazione segnaliamo un articolo sulla resistenza
cattolica durante la Seconda Guerra Mondiale. Quasi ignorati, i
Cattolici hanno avuto un ruolo importante nella liberazione dal
nazifascismo
I partigiani bianchi cattolici nella Resistenza
Documento: i cattolici nella resistenza
"Resistenza cattolica"
video
puntata integrale del 24.04.2015
della trasmissione "Siamo noi" TV2000
video
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Per il Nepal preghiere e... azioni concrete!!!
Disperato appello delle organizzazioni umanitarie:
“manca di tutto, serve ogni aiuto”
Difronte alla grande calamità che ha colpito il Nepal la nostra preghiera deve trasformarsi in solidarietà concreta...
Alcune proposte:
CARITAS ITALIANA
QUI PER DONARE
...
Anche la Conferenza Episcopale Italiana ha stanziato dei fondi in favore del nunzio apostolico in India e Nepal.
*****
UNICEF
UNICEF IN NEPAL: CLICCA QUI PER DONARE
...
*****
MEDICI SENZA FRONTIERE
MEDICI SENZA FRONTIERE IN NEPAL: CLICCA QUI PER DONARE
...
*****
SAVE THE CHILDREN
SAVE THE CHILDREN IN NEPAL: CLICCA QUI PER DONARE
...
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AGIRE E ALTRE ONG
AGIRE: CLICCA QUI PER DONARE
Da quando è stata resa nota l'entità della tragedia, quattro Ong (Actionaid, CESVI,Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini) aderenti
al network di AGIRE si sono già mobilitate nel paese per valutare i
bisogni più immediati: acqua, cibo, ripari per le famiglie senza tetto
e interventi sanitari. Dalle ultime notizie che giungono nella sede
italiani del network pare che i soccorsi siano già operativi nelle
regioni di Kathmandu e Pokhara, dove l’’impatto del terremoto è stato
peggiore.
*****
CROCE ROSSA
QUI PER DONARE
*****
Gli aiuti di Google, Facebook ed Apple
Come in occasione di altri terremoti (il primo fu quello di Haiti, nel 2010), Googlepartecipa alla ricerca di persone che potrebbero essere state coinvolte dal sisma in Nepal, con il servizio Person Finder , dove si può inserire il nome di una persona di cui si cercano informazioni o su cui si hanno informazioni.
Anche Facebook ha lanciato un servizio simile, che permette alle persone presenti nelle zona colpita dal terribile sisma di dare velocemente notizie di sé agli
amici: «È un modo semplice per avvisare la famiglia e gli amici che
stai bene - ha spiegato il cofondatore del social network, Mark
Zuckerberg - Se ti trovi in una delle zone colpite dal terremoto,
rispondi alla domanda e tutti le persone con cui sei in contatto
avranno tue notizie». Ma Facebook è andato ancora oltre: gradualmente,
tutti gli iscritti stanno vedendo nella parte superiore del News Feed
(il Diario, in italiano) un pulsante che avvisa della possibilità di
fare una donazione a International Medical Corps;
inoltre, l’azienda ha fatto sapere che donerà un importo corrispondente
a quello degli iscritti sino al raggiungimento di 2 milioni di dollari.
Non è finita, perché anche Apple e Viber si
mobilitano per il Nepal: la compagnia di Cupertino ha lanciato una
raccolta fondi su iTunes (da 5 a 200 dollari) a favore della Croce
Rossa americana, che sta raccogliendo denaro e beni di prima necessità
per la popolazione colpita dal sisma; Viber ha invece reso gratuite le
chiamate internazionali dal Nepal e quelle dall’estero verso linee
fisse e mobili nepalesi.
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NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"
Nepal, bambino estratto vivo dalle
macerie Miracolo in Nepal: i soldati hanno estratto vivo dalle macerie
un bambino di 4 mesi a Bhaktapur, nella Valle di Katmandu. La notizia è
stata lanciata dal giornalista del Washington Post Anup Kaphle.
Nepal, bambino estratto vivo dalle macerie
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L'ostilità verso l'altro è la notte delle coscienze
di Enzo Bianchi
L’8
luglio 2013 a Lampedusa papa Francesco chiedeva: “Chi è responsabile
del sangue di questi fratelli e queste sorelle in umanità? Abbiamo
perso il senso della responsabilità fraterna… la cultura del benessere
ci rende insensibili alle grida altrui!”. Siamo diventati insensibili
perché non vediamo l’essere umano che c’è dietro ogni vita spezzata,
mentre bisognerebbe conoscere ciascuno di loro: il suo volto, le sue
sofferenze, le angosce e le speranze, le persone che ama e che
lasciato, quelle che porta nel cuore ovunque vada, quelle che lo
custodiranno sempre nel ricordo. E invece no: solo numeri, che hanno
peso solo se sono alti, sempre più alti, mentre va sempre più a fondo
la dignità di chi non vuole vedere, di chi distoglie lo sguardo dagli
occhi dei propri compagni di umanità. Bisognerebbe ascoltarli quando
parlano di chi hanno lasciato, delle violenze patite, della solidarietà
ma anche della diffidenza incontrata nel nostro paese, di cosa sperano
di fare non “nella” vita ma “della” loro vita. Bisognerebbe poter
chiamare ciascuno per nome, il suo nome, quello con cui lo ha sempre
chiamato chi lo amava e lo ama, poter scrivere quel nome su una busta,
una cartolina postale come facevano tanti italiani all’estero fino a
pochi anni fa; bisognerebbe poter conoscere il nome e il volto che c’è
oggi dietro un profilo virtuale. E invece no: tutti loro sono numeri
che infastidiscono altri numeri, quelli delle statistiche del nostro
benessere.
Sì,
bisognerebbe davvero cambiare l’approccio al problema delle migrazioni
e dei profughi, ma come farlo in un clima sociale e culturale che si è
via via imbarbarito in questi ultimi venticinque anni? Abbiamo lasciato
che il veleno dell’odio e dell’indifferenza verso l’altro inquinasse le
falde dei nostri pozzi: uomini delle istituzioni che adottano il
linguaggio delle bettole o delle promozioni televisive, personaggi
pubblici che si vantano di “dire quello che pensano” senza minimamente
pensare a quello che dicono e alle conseguenze che provocano, abitanti
di terre e regioni che un tempo si vantavano di essere le più
cattoliche svelano atteggiamenti di intolleranza antievangelica in
misura più marcata di ogni altra zona. Anche nella chiesa italiana, che
pur ha agito e agisce attraverso le sue istituzioni caritative con
molta generosità e abnegazione verso i migranti, non manca chi dovrebbe
interrogarsi sulle proprie responsabilità in questo processo di
ammorbamento dell’aria nella convivenza civile: i tanti uomini e donne
che in questi anni si sono fatti e continuano a farsi prossimo ai più
deboli vengono dileggiati come “buonisti”, chi si impegna
quotidianamente per la pace è additato come imbelle “pacifista”, chi
denuncia i meccanismi perversi dell’idolo-mercato, fosse pure il papa,
viene classificato come “comunista” o al massimo come “utopista”.
...
L'ostilità verso l'altro è la notte delle coscienze
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Quello che li aiutava a casa loro
di Giorgio Bernardelli
Tra
tutte le parole su Giovanni Lo Porto è mancato l'unico esame di
coscienza che ci chiama in causa sul serio: quello sul suo sguardo
aperto al mondo
Le
polemiche sugli americani dal grilletto facile? Fatto. Quelle sul
premio Nobel per la pace con la passione per i droni? Pure. E poteva
poi mancare lo scandalo di un'aula del parlamento italiano
vergognosamente vuota al momento in cui il ministro degli Esteri
riferisce sull'uccisione di un cooperante italiano in Pakistan? Non ci
siamo fatti mancare nemmeno questo. E bene hanno fatto i media a dare
voce alla dignità con cui i familiari di Giovanni Lo Porto hanno
espresso tutto il loro sdegno.
C'è
però un aspetto di questa vicenda che abbiamo svicolato, ed è il tema
più generale della cooperazione allo sviluppo nel nostro Paese. Al di
là di tanti altri risvolti ancora tutti da chiarire, infatti, questa
morte è in qualche modo un simbolo potente dei passi indietro che
l'Italia ha compiuto in questo campo; in Pakistan Lo Porto c'era andato
per Welt Hunger Hilfe, una ong tedesca. Quasi a rappresentare una fuga
dei cuori, oltre a quella dei cervelli.
L'Italia
del «dobbiamo aiutarli a casa loro» è lo stesso Paese che per anni ha
tagliato a mani basse nelle politiche pubbliche di sostegno alla
cooperazione internazionale. E anche la recente inversione di tendenza
- con l'approvazione qualche mese fa della legge di riforma di questo
ambito - è ancora più un auspicio che un percorso consolidato (tanto
per fare un raffronto: la Gran Bretagna recentemente ha fatto diventare
una legge dello Stato la destinazione dello 0,7% del Pil alla
cooperazione internazionale, quell'impegno che noi continuiamo a
prendere solo a parole).
Il
piano politico - però - non è il più rilevante in questo discorso;
perché in Italia è soprattutto la cultura della cooperazione allo
sviluppo ad aver fatto grandi passi indietro. Ed è un discorso che vale
in maniera particolare per il mondo cattolico. C'è stato un tempo in
cui eravamo particolarmente profetici in questo ambito; anni in cui
erano i giovani delle nostre parrocchie i primi a scegliere questa
strada. Alcuni di loro sono ancora là, ai quattro angoli del mondo,
magari coi capelli bianchi. Altri si sono fermati solo qualche anno e
poi sono tornati, portando nelle nostre comunità il respiro del mondo.
Ma
oggi? Possiamo davvero dire che è ancora così? Di giovani che
vorrebbero partire ce ne sono molti più di quanti pensiamo. Ma siamo
altrettanto disposti a sostenerli in questo tipo di esperienze? Siamo
ancora capaci di allargare lo sguardo al mondo? O invece - sotto sotto
- pensiamo anche noi che uno che va a «nutrire il mondo» in Pakistan un
po' «se la sta andando a cercare»?
...
Quello che li aiutava a casa loro
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La
storia di Raffaele Santoro, poliziotto della compagnia di Casapesenna,
fortuitamente intrecciatasi con quella della piccola Emanuela, la bimba abbandonata lo scorso sabato, nei pressi di un bidone della spazzatura a Villa Literno, propone due stralci d’umanità profondamente diversi, due modi di percepire lo status di genitore ubicati ai poli estremi.
Due
realtà opposte e contrapposte che vivono nell’ordinario esondare dei
nostri giorni e che poco o nulla hanno in comune. Eppure, in questo
caso, attraverso quell’embrionale ed indifeso vagito di vita, si sono
susseguiti, passandosi, involontariamente, il testimone, consegnando
all’opinione pubblica due profili agli antipodi e che tanto raccontano
della nostra società.
Una
madre che frettolosamente abbandona la sua bambina, infagottata in una
busta per la spesa; un poliziotto che soccorre quel batuffolo di donna,
praticandole manovre respiratorie per cercare di rianimarla prima
dell’arrivo dei soccorsi, rimanendo completamente travolto dalla
dolcezza della piccola Emanuela.
...
RAFFAELE SANTORO: STORIA DI UNA DIVISA CHE VESTE UN CUORE D’ORO
Sognano
di portare a casa Emanuela, la neonata trovata sabato scorso sul ciglio
di una strada a Villa Literno, come se fosse una loro figlia: Raffaele
Santoro non nasconde il desiderio che condivide con la moglie Francesca
e con Aldo, otto anni, ed è già pronto ad avviare la pratica per
l’adozione.
«Quando
l’ho vista è stato bellissimo, è come se l’avesse partorita mia moglie.
Per noi è un dono di Dio» dice. Raffaele Santoro è il poliziotto del
posto fisso di Casapesenna, in provincia di Caserta, che la mattina di
sabato è giunto davanti al bar Classico, sulla provinciale che collega
Villa Literno e Castel Volturno, e che ha soccorso la piccola
praticandole il massaggio cardiaco, salvandole la vita. «Ho pensato
subito che era mio figlio morto che mi stava aiutando – racconta –.
Quando con la volante siamo arrivati sul posto la bambina era
cianotica. Aveva in gola ancora il liquido amniotico. Ho iniziato
subito a farle il massaggio cardiaco finché non ha ripreso a respirare.
Lo facevo sempre a Nicola, quando era in preda a crisi respiratorie».
Nicola è il suo primo figlio, morto tre anni fa, a dieci anni, per una
rara malattia. «A casa c’è un vuoto incolmabile – confida Santoro –
l’altro mio figlio appena ha sentito la storia di Emanuela mi ha detto:
"papà devi portarla a casa"».
...
Salvò la neonata: ora vuole adottarla
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Gettati
in mare dai musulmani. Ma anche uno dei presunti assassini è cristiano.
E gli altri arrestati si difendono: «Se ci fosse stata una rissa ci
saremmo ribaltati». Tutti i dubbi sull'eccidio che ha scosso il mondo
Migranti, la rissa sul gommone: «Non è stata una strage religiosa»
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È
l’8 aprile. Matteo Salvini è ospite a Mattino 5, contenitore mattutino
della rete ammiraglia di Mediaset condotto da Federica Panicucci e
Federico Novella. Nel corso della trasmissione va in onda l’intervista
a una ragazza rom del campo di Castel Romano, che racconta di
guadagnare fino a 1000 euro al giorno grazie a furti e rapine: “Se
lavoro li faccio in un mese. Chissenefrega se rubiamo a una vecchietta,
tanto lei puoi muore. Io mi prendo i soldi e sto a posto”.
“Bisognerebbe radere al suolo i campi rom” attacca Matteo Salvini
commentando il servizio, prima di scatenare le polemiche in rete con un
post su Facebook.
Servizio Pubblico ha incontrato la ragazza protagonista di quel
servizio che racconta alle nostre telecamere: “Siamo uscite dalla
scuola a San Paolo, ci ha visto la giornalista e ci ha dato 20 euro per
dire queste cose: che noi rubiamo 1000 euro al giorno, che la
vecchietta deve morire.
Giulia Cerino: “Una giornalista di Mattino 5 mi ha pagato per dire che guadagno 1000 euro al giorno rubando”
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“GESÙ VOLTO UMANO DI DIO”
HOREB n. 70 - 1/2015
HOREB n. 70 - 1/2015
TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI
Battezzati
“nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, siamo immersi
nel cuore di Dio comunione, coinvolti nel dinamismo trinitario e
chiamati a “narrare” nel tempo la storia eterna dell'amore trinitario.
Questa è la vocazione del cristiano.
La
narrazione biblica ci ricorda, ancora, che nell'amore trinitario c'è
un'esigenza d'incarnazione, ed evidenzia che il dinamismo trinitario ha
preso concretezza, spessore corposo e volto umano in Gesù di
Nazareth.
Il
credente, allora, necessariamente deve fare riferimento alla figura di
Gesù di Nazareth per assumerla come paradigma su cui declinare, sotto
l’azione dello Spirito, la propria esistenza storica.
Va
tenuta presente tutta la vita di Gesù, È alla luce del suo vissuto,
dalla nascita alla resurrezione, che va ridisegnata una seria
prospettiva di cammino di fede.
Ma
in modo particolare va tenuta presente l'incarnazione di Gesù, essa ci
dice che Dio per salvare l'uomo ha deciso di farsi uno di noi nel
Figlio, ha lasciato la sua inaccessibilità, e si è posto in compagnia
con ogni uomo e nella solidarietà più intima apre strada a ogni uomo
(cf. Fil 2,6-11).
Con
l’incarnazione, Gesù manifesta nella sua umanità gli aspetti invisibili
del Dio vivente e, come ci ricorda Paolo, «ci insegna … a vivere in
questo mondo» (Tt 2,12). Ormai la mediazione umana di Gesù di Nazareth
è determinante per conoscere ed esperimentare chi è Dio per noi e come,
nel Figlio ci coinvolge a vivere in questo mondo.
In
questo senso, l’Incarnazione diventa la categoria interpretativa per
dire la fede secondo il progetto di Dio che nel Figlio si rivela e ci
salva.
Dalla
logica dell’incarnazione scaturisce, per ogni uomo, l’impegno a saper
guardare con lucidità i frammenti di storia, come spazio in cui Dio
costruisce il Regno, a saper crescere nella consapevolezza che il Dio
in cui crediamo è un Dio che non si è rifiutato di attraversare anche
le tragiche esperienze di oscurità e di solitudine che segnano la vita
di ogni uomo e che l’evento dell’Incarnazione e della Croce è, in
definitiva, lo spazio per il recupero della radicalità cristiana come
annuncio di una forma storica di esistenza, caratterizzata dalla piena
condivisione del destino umano per rendere trasparente l’amore gratuito
e fedele di un Dio che ha dato totalmente se stesso per la vita degli
uomini.
...
Editoriale (PDF)
Sommario
(PDF)
E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
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CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO La forza umanizzante del Vangelo - ITINERARIO DI FORMAZIONE PER LA VITA CRISTIANA Anno 2015
CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO
La forza umanizzante del Vangelo
ITINERARIO DI FORMAZIONE
PER LA VITA CRISTIANA
Anno 2015
Vicariato di Barcellona PG (ME)
Finalità: aiutare la formazione e favorire la comunione tra presbiteri, religiosi/se e cristiani laici..
Destinatari: tutti i cristiani e gli operatori pastorali.
Locandina incontri (PDF)
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L'annuncio del Vangelo non avviene...
25 Aprile: l'accoglienza... (vignetta)
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Vicini nella preghiera
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Papa Francesco ha appena detto... (video)
Quanti hanno la missione di guide...
La porta che è Gesù...
Semplicemente questo ha detto Gesù...
Se la fede ci fa essere credenti...
Una cosa Gesù mi chiede...
L'indifferenza è...
Gesù ci insegna che il capolavoro...
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Segnaliamo il sito ufficiale
Giubileo della Misericordia
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Non
andò a scuola, imparò da sola a leggere e scrivere anche se preferì
dettare i suoi capolavori. A 16 anni entrò nell'ordine domenicano delle
"Mantellate" e quando si diffuse la sua fama dava consigli spirituali a
nobili, uomini politici ed ecclesiastici, compreso papa Gregorio XI,
che invitò a lasciare Avignone e tornare a Roma. Nel 1970 è stata
proclamata dottore della Chiesa da Paolo VI
SANTA CATERINA, DA ANALFABETA A CONSIGLIERA DI PRINCIPI E PAPI
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'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi
al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo
popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)
Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino
Vangelo: Gv 10,11-18
"Io sono venuto in questo mondo per un giudizio: affinché chi non vede, veda e coloro che vedono diventino ciechi"(9,39).
A coloro che usurpano il ruolo di pastori del popolo, che definiscono se stessi "guide dei ciechi e luce di coloro che sono nelle tenebre" (Rm 2,19), Gesù, senza riguardo alcuno, dice di essere 'ladri e briganti', buoni soltanto a 'rubare, sgozzare e distruggere' (10,10). Non riconosce loro nessun ruolo divino e li definisce'mercenari', prezzolati che cercano solo il loro esclusivo interesse.
Gesù annunzia che la loro pretesa di guidare il popolo è ormai alla fine e che è giunta la guida attesa: "Io-Sono il Pastore, quello Buono!" Non «un», ma «il» pastore, il pastore promesso (Ez 34,1ss), il Signore stesso che in Gesù si fa 'Pastore' (Sal 23).
L'aggettivo 'buono' (in greco 'kalos', lett. bello) non è riferito alla bontà di Gesù, per la quale l'evangelista utilizza il termine 'agathos' (7,12),
ma al suo essere l'unico, il vero, il modello ideale di pastore. E' il
Pastore legittimo, il solo che ha il diritto di chiamarsi tale,
l'autentica guida delle pecore, perché prima ancora di essere pastore
Gesù è'l'Agnello di Dio'. L'Agnello che 'depone la sua vita per le pecore',
la cui carne è cibo di Vita Eterna, forza per il cammino del nuovo
esodo per condurre a libertà il suo popolo, fuori da tutti gli 'ovili', religiosi o laici, che lo tengono schiavo. Gesù è'l'Agnello di Dio' che nel suo sangue versato offre a tutti, ebrei e pagani, credenti e non credenti, la liberazione definitiva dalla morte.
...
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Con
un’affermazione netta papa Francesco non dice che la Chiesa è “anche”
donna e “anche” madre, ma proprio che “è donna” e che “è madre”, punto,
e che si dice “la” Chiesa e non “il” Chiesa. Che significa? Che
conseguenze hanno queste affermazioni? Che direzione sul femminile papa
Francesco sta indicando? Tornato da Rio de Janeiro aveva detto che non
è stata fatta ancora una profonda teologia della donna, e
nell’intervista rilasciata qualche settimana dopo a padre Antonio
Spadaro aveva aggiunto che “è necessario ampliare gli spazi di una
presenza femminile più incisiva nella Chiesa”, ma lui stesso,
continuando il discorso, faceva capire sin da allora che quello delle
donne non è solo un problema di spazi, perché “le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate”.
Da allora sembra che il papa sia andato via via disegnando una specie
di road map, con passaggi per gradi. Parlando con padre Spadaro
chiedeva di “approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa” e di “lavorare di più per fare una profonda teologia della donna”.
Solo come passaggio successivo, dati questi presupposti, aggiungeva:
“si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno
della Chiesa”, sapendo che “il genio femminile è necessario nei luoghi dove si prendono decisioni importanti”.
Il problema delle donne nella Chiesa riguarda dunque la loro identità
profonda, e solo successivamente ruolo, funzioni, spazi. E’ un discorso
che il papa ha aperto e mai chiuso, pur riprendendolo in più occasioni,
come una pennellata che via via si aggiunge a un quadro incompleto.
...
A
Manila, nell’incontro con i giovani universitari, ha detto parole
preziose sul femminile. Non erano previste, e sono state la risposta al
pianto di una ragazzina di 12 anni, poco più che una bambina. Doveva
portare la sua testimonianza di ex ragazza di strada, ma non è riuscita
a terminare l’intervento, sopraffatta dalle lacrime.
Papa
Francesco, per il quale la realtà è più importante delle idee, anche
delle belle idee che lui stesso aveva preparato in vista di
quell’incontro, ha parlato a braccio, lasciando da parte l’inglese, per
una lingua a lui più congeniale e familiare. Ha detto tra l’altro
che «la donna sa vedere le cose con occhi diversi dagli uomini. La donna sa fare domande che noi uomini non riusciamo a capire. Fate
attenzione: lei oggi ha fatto l’unica domanda che non ha risposta. E
non le venivano le parole, ha dovuto dirlo con le lacrime».
...
Come
vedono le donne? In che cosa i loro occhi sono diversi da quelli degli
uomini? In che senso il loro sguardo sulle stesse cose e sullo stesso
mondo e sulla stessa Chiesa, e dentro la stessa Chiesa può dare una
luce nuova, diversa, complementare, e quindi ha una novità da esprimere
che riguarda tutti?
...
La Chiesa è donna, è madre
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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni |
(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
OREUNDICI
IL QUADERNO DI APRILE 2015
SARA' PRIMAVERA?
L'EDITORIALE
di Mario De Maio
Tutte
le volte che arrivo a Roma in treno e mi affaccio sul piazzale della
stazione Termini, il mio occhio va al grande fabbricato che una volta
era la sede del Collegio Massimo dei Gesuiti, oggi sede delle Belle
Arti. Continuando il mio tragitto sulle strade di Roma, noto tanti
altri complessi una volta appartenenti a grandi comunità religiose e
oggi trasformati in alberghi, centri congressi o sedi universitarie.
Roma, papalina, è piena di stemmi e di icone di un’antica e diffusa
grandezza: tutti questi segni sono la fotografia di un “cristianesimo
in frantumi”? È questo il titolo di un’intervista a Michel De Certeau,
gesuita, autore preferito da papa Francesco, datata quarantuno anni fa.
Ne riporto qualche breve citazione ripromettendomi di ritornarci in
futuro sui nostri Quaderni. «L’istituzione cristiana si sgretola come
una casa disabitata, i credenti la abbandonano fuggendo dalla finestra,
i riutilizzatori entrano da tutte le porte. Il luogo è attraversato da
movimenti di ogni tipo, viene utilizzato per ogni scopo. Non definisce
più un senso e non è più l’indicativo sociale di una fede. […]
Un’intera popolazione di simboli si sposta... militanti dei grandi
movimenti cristiani lasciano le istituzioni ecclesiali che vanno
crollando e trovano una nuova casa per la loro militanza in cause
politiche, sociali e culturali… si sviluppa così un fenomeno più
radicale: sempre più cristiani sono tanto meno praticanti quanto più
sono credenti. La loro stessa fede li allontana dalla pratica
sacramentale o liturgica». De Certeau dice ancora: «L’istituzione
ecclesiale vira verso l’amministrazione. Non sono sorpreso ma resto
scandalizzato nel vedere i discorsi ufficiali assai più occupati dei
funzionari, dell’istituzione, dello statuto dei preti o del
mantenimento dei principi tradizionali,… piuttosto che della questione
di Dio e dei suoi percorsi segreti nell’esistenza».
La
domanda che ci poniamo è: cos'è la fede oggi? Cos'è la carità? La
radicalità evangelica non si articola più nelle strutture della chiesa.
L’espressione delle convinzioni prende una nuova forma, quella dei
piccoli gruppi, delle comunità in cui cresce il confronto e la
relazione. In discussione non è Dio ma la chiesa. Importanti non sono
le tradizioni ma la possibilità di offrire esperienze nuove, di
cambiare, di vivere nuovi segni.
A questi interrogativi questo quaderno tenta di dare delle risposte.
...
L'EDITORIALE di Mario De Maio
ALLA RADICE DEL CRISTIANESIMO
come spogliarsi di tutte le ricchezze? di Arturo Paoli
Una
nebbia "lombarda" mi vieta la vista dei colli da questo punto remoto
dello stato di Lara, nell'occidente venezuelano. Con difficoltà vedo,
ai piedi della collina a punta su cui è costruito il mio rancho di
fango, Julio che pungola i buoi recalcitranti che trascinano un aratro
pesante nella terra, ammollata a fondo da tre giorni di pioggia
incessante. Ma non si può perdere tempo: i “guajales”, i fusti di
patate canadesi, si ammucchiano nel deposito comune e rischiano di
marcire se non si seminano presto, o con la pioggia o con il sole. La
nebbia rende la mia solitudine più solitaria e il silenzio più
assoluto. Pedro, il giovane che divide con me la vita e il rancho, è
nel campo ad aiutare questa semina frettolosa nelle brevi tregue che
concede la pioggia. Pedro, un ventenne del popolo, che ha avuto da poco
l’intuizione che Cristo può dare un sapore nuovo alla sua vita, è ora
il mio interlocutore. Nelle ore di convivenza, devo rispondere alle sue
domande, aiutandolo a muoversi nella nomenclatura cristiana: che cosa è
la Messa – che cosa è l’Angelus – che vuol dire Papa – che cosa è la
castità. Mi raccomando allo Spirito Santo che mi aiuti a non farlo
cambiare di classe sociale e a non clericalizzarlo. Godo profondamente
quando afferra la chitarra e canta con la forza del suo sangue
tropicale, la sua fisionomia di uomo del piano: «Soy hermano de la
espuma, de la garza, de la rosa y del sol» o quando lo vedo barcollare
sotto il peso del “guajal” con quelli che affondano mani e gambe nella
terra, la sua terra. Mi accorgo che sono io che mi rifaccio il
vocabolario cristiano e mi libero di una cultura astratta. Costretto a
riscoprire i valori cristiani da una esistenza senza lacche, senza
rivestiture, vedo come a sprazzi la possibilità di essere finalmente
povero. Ieri notte Pedro ha incontrato la parola “eretico” e mi ha
chiesto che vuol dire; questo mi ha fatto toccare il fondo perché ho
capito che dovevo ricorrere a una ideologia e introdurre Pedro in una
cultura che non è sua, e ho misurato la mia assoluta impreparazione per
essere troppo preparato. Ho avuto l’impressione che mi chiedesse di
prenderlo per la mano, e io lo volevo, tutto il mio affetto lo esigeva,
però avevo le mani occupate. Dove mettere tutte le cose, tutte le mie
ricchezze? Quelle cose preziose che mi hanno affidato, per fiducia in
me, ora m’impediscono di prendere per la mano uno che vive con me, e
milioni di persone: questo popolo in mezzo a cui vivo, e che voglio
assumere nello stile di vita, nella povertà del rancho, nel vitto, nel
vestire… Ma in questo rancho dove filtra da irrimediabili buchi il
vento gelido delle Ande, può vivere un fariseo, un ricco di quella
ricchezza che Gesù non è riuscito a scrostare perché troppo
carnificata? Il ricco è separato sempre dai suoi beni, può licenziarli
se vuole; il fariseo è ricco nel suo essere. Non è uno che possiede
beni, è il ricco. Sicuro, potrei spiegare perfettamente a Pedro chi è
un eretico, chi è Lutero, Calvino, e la negazione dell’eucarestia e
della verginità di Maria. Ma mi farebbe argine, come sempre, con una di
quelle domande disarmanti: e che vuol dire la parola castità? […] ...
ALLA RADICE DEL CRISTIANESIMO come spogliarsi di tutte le ricchezze? di Arturo Paoli Il futuro è aperto, non possediamo la verità, non possediamo Dio, abbiamo bisogno della verità degli altri. Occorre farsi provocare a un sovrappiù di umanità. Pierre Claverie (vescovo di Orano, ucciso il 1° luglio 1996)
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“Se non fosse per te” è
lo spettacolo in programma per il 28 aprile, dedicato all’amore e alla
possibilità di riscatto. Regia a cura di Carlo Del Giudice
Storie d’amore:
verso una donna, verso i propri figli, ma anche per lo studio e i
libri. Ancora, amore per Dio e per il prossimo, per i genitori. Per la
vita. Sono gli ingredienti di “Se non fosse per te”, lo spettacolo
proposto dagli ospiti dei centri di accoglienza della Caritas
diocesana, in programma per martedì 28 aprile al Teatro Brancaccio (via
Merulana 244), alle 20.30.
Dal 2006 la Caritas propone un laboratorio teatrale guidato
dal regista Carlo Del Giudice, a cui partecipano gi ospiti dei diversi
centri di accoglienza sparsi per la città. Persone «prive di molte cose
– spiega Del Giudice – però colme di emozioni, sentimenti, sogni,
idealità, potenzialità e risorse». Proprio per questo la scelta di
quell’arte «profondamente umana» che è il teatro non è stata casuale:
per il regista, «è il mezzo espressivo che più di altri riesce a
mettere in luce la ricchezza interiore; contribuisce a riconoscere
valore ad ogni persona che sale sul palcoscenico, addirittura la
trasfigura fino a sublimarla nella sua essenza più profonda».
Sul palco del Brancaccio gli
ospiti delle strutture Caritas porteranno quindi il loro vissuto,
raccontando le “loro” storie d’amore. Il teatro però, avverte il
regista, in qualche misura «rende “attori” anche coloro che assistono:
ogni persona che siede in platea si sente invitata a un percorso di
crescita e cambiamento, in uno scambio di umanità che si verifica tra
attori e pubblico». La rappresentazione al Brancaccio quindi diventerà
spazio di incontro, luogo di condivisione nel quale «gli attori sul
palco, uomini e donne con storie difficili, hanno la possibilità di
raccontare ed esprimere sé stessi ad altri uomini e donne che in quel
sentire spesso si riconoscono». Ancora, “Se non fosse per te”, nelle
parole del regista, è «il paradigma del riscatto per tutti – attori,
pubblico e città – da una vita vissuta a metà; uno slancio verso una
dimensione esistenziale autentica che ci spinge a essere più veri». (Fonte: ROMASETTE)
La
povertà va in scena ma non è fiction. Sotto i riflettori, sulle assi
del palcoscenico, si muove il senza fissa dimora, l’immigrato fa la sua
battuta, con lui la donna che mangia alla mensa dove le offrono un
pasto, altrimenti sarebbe digiuno.
Alla scuola dei poveri
Si
recita, ma il copione è scritto dai drammi veri di questi attori di un
solo giorno, che vogliono raccontare alla gente comune che anche tra i
muri della miseria più nera l’amore può sempre aprire la porta del
riscatto:
“Chi
mai pensa che un senza dimora sia una persona da cui imparare? Chi
pensa che possa essere un santo? Invece questa sera sarete voi a fare
del palcoscenico un luogo da cui trasmetterci preziosi insegnamenti
sull’amore, sul bisogno dell’altro, sulla solidarietà, su come nelle
difficoltà si trova l’amore del Padre”.
"Voi non siete un peso"
Papa
Francesco non c’è ma si capisce che vorrebbe esseri lì, seduto in mezzo
al pubblico del Brancaccio, a vivere un’esperienza che ha pochi
paragoni – Lui, Pastore universale, alla scuola della “carne di
Cristo”, dove la forma scenica dà visibilità e forma estetica a tante
storie, tutte declinazioni dell’amore: verso i genitori, verso una
donna, verso i propri figli, verso Dio e il bene del prossimo. Sogni e
sentimenti che diventano teatro senza perdere un filo di realismo,
basta guardare i segni sul viso di chi recita, gente che da sempre
occupa i primi posti nella platea del cuore del Papa:
“Voi
per noi non siete un peso. Siete la ricchezza senza la quale i nostri
tentativi di scoprire il volto del Signore sono vani. Pochi giorni dopo
la mia elezione, ho ricevuto da voi una lettera di auguri e di offerta
di preghiere. Ricordo di avervi immediatamente risposto dicendovi che
vi porto nel cuore e che sono a vostra disposizione. Confermo quelle
parole. In quell’occasione vi avevo chiesto di pregare per me. Rinnovo
la richiesta. Ne ho veramente bisogno”.
Chiesa di Roma, maestra di "pietas"
A
un tratto, il videomessaggio di Francesco è un elenco di romani con
l’anima del Buon Samaritano – dal martire Lorenzo a don Luigi Di
Liegro, fondatore della Caritas romana – e quindi un lungo grazie agli
operatori e ai volontari Caritas, di Roma e d’Italia, che con il loro
farsi prossimi scoprono – dice – “un mondo che chiede attenzione e
solidarietà: uomini e donne che cercano affetto, relazione, dignità, e
insieme ai quali – sottolinea Francesco – tutti possiamo sperimentare
la carità imparando ad accogliere, ascoltare e a donarsi”:
“Quanto
vorrei che Roma potesse brillare di ‘pìetas’ per i sofferenti, di
accoglienza per chi fugge da guerra e morte, di disponibilità, di
sorriso e di magnanimità per chi ha perduto la speranza. Quanto vorrei
che la Chiesa di Roma si manifestasse sempre più madre attenta e
premurosa verso i deboli. Tutti abbiamo debolezze, tutti ne abbiamo,
ciascuno le proprie. Quanto vorrei che le comunità parrocchiali in
preghiera, all’ingresso di un povero in chiesa, si inginocchiassero in
venerazione allo stesso modo come quando entra il Signore!”. (Fonte: Radio Vaticana)
Scarica il testo del messaggio in pdf
video
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NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"
EXPO - La cifra investita
nell'esposizione supera quella stanziata per iniziative di solidarietà,
da Ebola all'alluvione di Genova, ai cristiani perseguitati in Iraq.
L'Osservatore romano rimarca che l'edificio sarà "solo" di 360 metri
quadri.
Fonti vicine a Bergoglio raccontano la sua irritazione.
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L’importanza che papa Francesco
attribuisce al dialogo all’interno della chiesa è emersa fin dal suo
primo apparire dalla loggia di San Pietro: quell’invito a “camminare
insieme, vescovo e popolo” e, più ancora, quel conferire persino alla
benedizione papale una dimensione dialogica – con la richiesta di
essere benedetto prima di benedire – hanno inaugurato uno stile che è
stato poi mantenuto nella creazione del consiglio dei cardinali, nelle
modalità di preparazione e svolgimento del sinodo, anzi, dei due sinodi
dei vescovi sulla famiglia, nelle GMG a Rio come nelle visite pastorali
alle parrocchie romane o alle varie chiese locali nel mondo.
"L'Isis colpirà Roma e il Vaticano" „
Enzo Bianchi: Non credenti, così cambia il dialogo
Un'importante dichiarazione del
Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso sulla necessità per
i cristiani di non lasciarsi irretire da una mentalità sbagliata che
rischia di sconfinare in una vera islamofobia
Roberto Catalano: La possibilità del dialogo con i musulmani
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Angelus/Regina Cæli - Regina Coeli, 26 aprile 2015
Udienza Generale - del 29 aprile 2015: La Famiglia - 12. Matrimonio (I)
Discorso - Agli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale del Gabon, in Visita "ad Limina Apostolorum" (20 aprile 2015)
Discorso - Agli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale di Namibia e Lesotho, in Visita "ad Limina Apostolorum" (24 aprile 2015)
Discorso - Ai Membri della Fondazione Giovanni Paolo II (25 aprile 2015)
Discorso - Agli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale del Beninn, in Visita "ad Limina Apostolorum" (27 aprile 2015)
Discorso - Ai Membri della Commissione Internazionale anglicana-cattolica (30 aprile 2015)
Discorso - Alla Comunità di vita cristiana (CVX) - Lega Missionaria Studenti d'Italia (30 aprile 2015)
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25/04/2015:
28/04/2015:
30/04/2015:
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
26 aprile 2015
MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 52ª GIORNATA MONDIALE
DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI
Cari fratelli e sorelle!
La
quarta Domenica di Pasqua ci presenta l’icona del Buon Pastore che
conosce le sue pecore, le chiama, le nutre e le conduce. In questa
Domenica, da oltre 50 anni, viviamo la Giornata Mondiale di Preghiera
per le Vocazioni. Ogni volta essa ci richiama l’importanza di pregare
perché, come disse Gesù ai suoi discepoli, «il signore della
messe…mandi operai nella sua messe» (Lc10,2). Gesù esprime questo
comando nel contesto di un invio missionario: ha chiamato, oltre ai
dodici apostoli, altri settantadue discepoli e li invia a due a due per
la missione (Lc 10,1-16). In effetti, se la Chiesa «è per sua natura
missionaria» (Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Ad gentes, 2), la vocazione
cristiana non può che nascere all’interno di un’esperienza di missione.
Così, ascoltare e seguire la voce di Cristo Buon Pastore, lasciandosi
attrarre e condurre da Lui e consacrando a Lui la propria vita,
significa permettere che lo Spirito Santo ci introduca in questo
dinamismo missionario, suscitando in noi il desiderio e il coraggio
gioioso di offrire la nostra vita e di spenderla per la causa del Regno
di Dio.
...
L’esodo, esperienza fondamentale della vocazione
MESSA DEL PAPA CON ORDINAZIONI SACERDOTALI
«L'esempio
edifica, le parole senza esempio sono parole vuote sono idee, non
arrivano mai al cuore, addirittura fanno male, non fanno bene...». Lo
ha detto Papa Francesco nell'omelia della messa durante la quale ha
ordinato 19 nuovi preti per la diocesi di Roma. Come già accaduto altre
volte, il Papa non ha preparato un'omelia, ma ha parafrasato quella
rituale prevista nell’edizione italiana del Pontificale Romano per
l’ordinazione dei preti.
Omelia
Fratelli carissimi,
questi
nostri figli sono stati chiamati all’ordine del presbiterato. Ci farà
bene riflettere un po’ a quale ministero saranno elevati nella Chiesa.
Come voi ben sapete il Signore Gesù è il solo Sommo Sacerdote del Nuovo
Testamento, ma in Lui anche tutto il popolo santo di Dio è stato
costituito popolo sacerdotale. Tutti noi! Nondimeno, tra tutti i suoi
discepoli, il Signore Gesù vuole sceglierne alcuni in particolare,
perché esercitando pubblicamente nella Chiesa in suo nome l’officio
sacerdotale a favore di tutti gli uomini, continuassero la sua
personale missione di maestro, sacerdote e pastore.
Come,
infatti, per questo Egli era stato inviato dal Padre, così Egli inviò a
sua volta nel mondo prima gli Apostoli e poi i Vescovi e i loro
successori, ai quali infine furono dati come collaboratori i
presbiteri, che, ad essi uniti nel ministero sacerdotale, sono chiamati
al servizio del Popolo di Dio.
Loro
hanno riflettuto su questa loro vocazione, e adesso vengono per
ricevere l’ordine dei presbiteri. E il vescovo rischia – rischia! – e
sceglie loro, come il Padre ha rischiato per ognuno di noi.
Essi
saranno infatti configurati a Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, ossia
saranno consacrati come veri sacerdoti del Nuovo Testamento, e a questo
titolo, che li unisce nel sacerdozio al loro Vescovo, saranno
predicatori del Vangelo, Pastori del Popolo di Dio, e presiederanno le
azioni di culto, specialmente nella celebrazione del sacrificio del
Signore.
Quanto
a voi, che state per essere promossi all’ordine del presbiterato,
considerate che esercitando il ministero della Sacra Dottrina sarete
partecipi della missione di Cristo, unico Maestro. Dispensate a tutti
quella Parola di Dio, che voi stessi avete ricevuto con gioia. Leggete
e meditate assiduamente la Parola del Signore per credere ciò che avete
letto, insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete
insegnato.
E
questo sia il nutrimento del Popolo di Dio; che le vostre omelie non
siano noiose; che le vostre omelie arrivino proprio al cuore della
gente perché escono dal vostro cuore, perché quello che voi dite a loro
è quello che voi avete nel cuore. Così si dà la Parola di Dio e così la
vostra dottrina sarà gioia e sostegno ai fedeli di Cristo; il profumo
della vostra vita sarà la testimonianza, perché l’esempio edifica, ma
le parole senza esempio sono parole vuote, sono idee e non arrivano mai
al cuore e addirittura fanno male: non fanno bene!
...
video dell'omelia
testo integrale dell'omelia
video integrale
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
La
Quarta Domenica di Pasqua – questa -, detta “Domenica del Buon
Pastore”, ogni anno ci invita a riscoprire, con stupore sempre nuovo,
questa definizione che Gesù ha dato di sé stesso, rileggendola alla
luce della sua passione, morte e risurrezione. «Il buon pastore offre
la vita per le pecore» (Gv 10,11): queste parole si sono realizzate
pienamente quando Cristo, obbedendo liberamente alla volontà del Padre,
si è immolato sulla Croce. Allora diventa completamente chiaro che cosa
significa che Egli è “il buon pastore”: dà la vita, ha offerto la sua
vita in sacrificio per tutti noi: per te, per te, per te, per me, per
tutti! E per questo è il buon pastore!
Cristo
è il pastore vero, che realizza il modello più alto di amore per il
gregge: Egli dispone liberamente della propria vita, nessuno gliela
toglie (cfr v. 18), ma la dona a favore delle pecore (v. 17). In aperta
opposizione ai falsi pastori, Gesù si presenta come il vero e unico
pastore del popolo: il cattivo pastore pensa a sé stesso e sfrutta le
pecore; il pastore buono pensa alle pecore e dona sé stesso. A
differenza del mercenario, Cristo pastore è una guida premurosa che
partecipa alla vita del suo gregge, non ricerca altro interesse, non ha
altra ambizione che quella di guidare, nutrire e proteggere le sue
pecore. E tutto questo al prezzo più alto, quello del sacrificio della
propria vita.
Nella
figura di Gesù, pastore buono, noi contempliamo la Provvidenza di Dio,
la sua sollecitudine paterna per ciascuno di noi. Non ci lascia da
soli! ...
Ma
contemplare e ringraziare non basta. Occorre anche seguire il Buon
Pastore. In particolare, quanti hanno la missione di guide nella Chiesa
– sacerdoti, Vescovi, Papi – sono chiamati ad assumere non la mentalità
del manager ma quella del servo, a imitazione di Gesù che, spogliando
sé stesso, ci ha salvati con la sua misericordia. A questo stile di
vita pastorale, di buon pastore, sono chiamati anche i nuovi sacerdoti
della diocesi di Roma, che ho avuto la gioia di ordinare questa mattina
nella Basilica di San Pietro. E due di loro si
affacceranno per ringraziarvi per le vostre preghiere e per salutarvi…
[due sacerdoti neo-ordinati si affacciano accanto al Santo Padre]
Maria
Santissima ottenga per me, per i Vescovi e per i sacerdoti di tutto il
mondo la grazia di servire il popolo santo di Dio mediante la gioiosa
predicazione del Vangelo, la sentita celebrazione dei Sacramenti e la
paziente e mite guida pastorale. Dopo il Regina Coeli:
Cari fratelli e sorelle, desidero
assicurare la mia vicinanza alle popolazioni colpite da un forte
terremoto in Nepal e nei Paesi confinanti. Prego per le vittime, per i
feriti e per tutti coloro che soffrono a causa di questa calamità.
Abbiano il sostegno della solidarietà fraterna. E preghiamo la Madonna
perché sia loro vicino. “Ave Maria…”.
...Saluto
con affetto tutti i pellegrini provenienti da Roma, dall’Italia e da
vari Paesi, in particolare quelli venuti numerosi dalla Polonia in
occasione del primo anniversario della canonizzazione di Giovanni Paolo
II. Carissimi, risuoni sempre nei vostri cuori il suo richiamo: “Aprite
le porte a Cristo!”, che diceva con quella voce forte e santa che lui
aveva. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie e la Madonna vi
protegga. ... A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
video
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29 aprile 2015
Due
ospiti d’eccezione, per l’udienza di oggi. Appena arrivato in piazza,
alle 9.35 circa, il Papa ha indugiato sulla “papamobile” prima di
partire per il consueto giro intorno alla piazza, e poi girandosi verso
i fedeli - circa 20.000 quelli presenti oggi - ha fatto il segno “due”
con l’indice e medio della mano destra. A quel segnale, sono accorsi
due ragazzi, di cui uno down, vestiti
da chierichetti con il volto sorridente, e sono saliti sulla jeep
bianca scoperta per fare compagnia a Papa Francesco. Divertiti e
commossi, lo hanno accompagnato lungo tutto il percorso. Moltissimi
oggi gli studenti che affollano la piazza con i loro cappellini
colorati. Tra i partecipanti all’udienza, anche i partecipanti al
torneo calcistico delle università romane. Immancabili le soste per i
“selfie” richiesti dai fedeli e gli abbracci e i baci ai bimbi. Anche
il rito dello “scambio dello zucchetto” è stato rispettato. Prima di
salire a piedi sul sagrato, il Papa ha salutato i due chierichetti
benedicendoli con un segno di croce sulla fronte.
La Famiglia - 12. Matrimonio (I)
Cari fratelli e sorelle buongiorno!
La
nostra riflessione circa il disegno originario di Dio sulla coppia
uomo-donna, dopo aver considerato le due narrazioni del Libro della
Genesi, si rivolge ora direttamente a Gesù.
L’evangelista
Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, narra l’episodio delle nozze di
Cana, a cui erano presenti la Vergine Maria e Gesù, con i suoi primi
discepoli (cfr Gv 2,1-11). Gesù non solo partecipò a quel matrimonio,
ma “salvò la festa” con il miracolo del vino! Dunque, il primo dei suoi
segni prodigiosi, con cui Egli rivela la sua gloria, lo compì nel
contesto di un matrimonio, e fu un gesto di grande simpatia per quella
nascente famiglia, sollecitato dalla premura materna di Maria. Questo
ci fa ricordare il libro della Genesi, quando Dio finisce l’opera della
creazione e fa il suo capolavoro; il capolavoro è l’uomo e la donna. E
qui Gesù incomincia proprio i suoi miracoli con questo capolavoro, in
un matrimonio, in una festa di nozze: un uomo e una donna. Così Gesù ci
insegna che il capolavoro della società è la famiglia: l’uomo e la
donna che si amano! Questo è il capolavoro!
Dai tempi delle nozze di Cana, tante cose sono cambiate, ma quel “segno” di Cristo contiene un messaggio sempre valido.
Oggi
sembra non facile parlare del matrimonio come di una festa che si
rinnova nel tempo, nelle diverse stagioni dell’intera vita dei coniugi.
E’ un fatto che le persone che si sposano sono sempre di meno; questo è
un fatto: i giovani non vogliono sposarsi. In molti Paesi aumenta
invece il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei
figli. La difficoltà a restare assieme – sia come coppia, sia come
famiglia – porta a rompere i legami con sempre maggiore frequenza e
rapidità, e proprio i figli sono i primi a portarne le conseguenze. Ma
pensiamo che le prime vittime, le vittime più importanti, le vittime
che soffrono di più in una separazione sono i figli. Se sperimenti fin
da piccolo che il matrimonio è un legame “a tempo determinato”,
inconsciamente per te sarà così. In effetti, molti giovani sono portati
a rinunciare al progetto stesso di un legame irrevocabile e di una
famiglia duratura. Credo che dobbiamo riflettere con grande serietà sul
perché tanti giovani “non se la sentono” di sposarsi. C’è questa
cultura del provvisorio … tutto è provvisorio, sembra che non ci sia
qualcosa di definitivo.
Questa dei giovani che non vogliono sposarsi è una delle
preoccupazioni che emergono al giorno d’oggi: perché i giovani non si
sposano?; perché spesso preferiscono una convivenza, e tante volte “a
responsabilità limitata”?; perché molti – anche fra i battezzati –
hanno poca fiducia nel matrimonio e nella famiglia? E’ importante
cercare di capire, se vogliamo che i giovani possano trovare la strada
giusta da percorrere. Perché non hanno fiducia nella famiglia?
Le
difficoltà non sono solo di carattere economico, sebbene queste siano
davvero serie. Molti ritengono che il cambiamento avvenuto in questi
ultimi decenni sia stato messo in moto dall’emancipazione della donna.
Ma nemmeno questo argomento è valido, è una falsità, non è vero! E’ una
forma di maschilismo, che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la
brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: “Ma perché
hai mangiato il frutto dell’albero?”, e lui: “La donna me l’ha dato”. E
la colpa è della donna. Povera donna! Dobbiamo difendere le donne! In
realtà, quasi tutti gli uomini e le donne vorrebbero una sicurezza
affettiva stabile, un matrimonio solido e una famiglia felice. La
famiglia è in cima a tutti gli indici di gradimento fra i giovani; ma,
per paura di sbagliare, molti non vogliono neppure pensarci; pur
essendo cristiani, non pensano al matrimonio sacramentale, segno unico
e irripetibile dell’alleanza, che diventa testimonianza della fede.
Forse proprio questa paura di fallire è il più grande ostacolo ad
accogliere la parola di Cristo, che promette la sua grazia all’unione
coniugale e alla famiglia.
La
testimonianza più persuasiva della benedizione del matrimonio cristiano
è la vita buona degli sposi cristiani e della famiglia. Non c’è modo
migliore per dire la bellezza del sacramento! Il matrimonio consacrato
da Dio custodisce quel legame tra l’uomo e la donna che Dio ha
benedetto fin dalla creazione del mondo; ed è fonte di pace e di bene
per l’intera vita coniugale e familiare.
...
Per
questo, come cristiani, dobbiamo diventare più esigenti a tale
riguardo. Per esempio: sostenere con decisione il diritto all’uguale
retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne
devono guadagnare meno degli uomini? No! Hanno gli stessi diritti. La
disparità è un puro scandalo! Nello stesso tempo, riconoscere come
ricchezza sempre valida la maternità delle donne e la paternità degli
uomini, a beneficio soprattutto dei bambini. Ugualmente, la virtù
dell’ospitalità delle famiglie cristiane riveste oggi un’importanza
cruciale, specialmente nelle situazioni di povertà, di degrado, di
violenza familiare.
Cari
fratelli e sorelle, non abbiamo paura di invitare Gesù alla festa di
nozze, di invitarlo a casa nostra, perché sia con noi e custodisca la
famiglia. E non abbiamo paura di invitare anche la sua Madre Maria! I
cristiani, quando si sposano “nel Signore”, vengono trasformati in un
segno efficace dell’amore di Dio. I cristiani non si sposano solo per
se stessi: si sposano nel Signore in favore di tutta la comunità,
dell’intera società.
Di questa bella vocazione del matrimonio cristiano, parlerò anche nella prossima catechesi.
video della catechesi
Saluti:
...
Porgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. ...
Rivolgo
un pensiero speciale ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli.
Oggi celebriamo la festa di Santa Caterina da Siena, Patrona d’Italia e
d’Europa. E salutiamo con un applauso la nostra Patrona! La sua
esistenza faccia comprendere a voi, cari giovani, il significato della
vita vissuta per Dio; la sua fede incrollabile aiuti voi, cari
ammalati, a confidare nel Signore nei momenti di sconforto; e la sua
forza con i potenti indichi a voi, cari sposi novelli, i valori che
veramente contano nella vita familiare.
testo integrale
video integrale
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
24 aprile 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“Ricordiamo il nostro primo incontro con Gesù?”
Gesù
non dimentica mai il giorno in cui ci ha incontrato per la prima volta,
chiediamo a Dio la “grazia della memoria” per ricordarlo sempre. È
l’auspicio di fondo espresso da Papa Francesco all’omelia della Messa
del mattino celebrata nella cappella di Casa Santa Marta.
Un
incontro. È il modo scelto da Gesù per cambiare la vita degli altri.
Emblematico è quello con Paolo di Tarso, il persecutore anticristiano
che quando giunge a Damasco è ormai diventato un Apostolo. Papa
Francesco si sofferma sul celebre episodio proposto dalla liturgia
odierna e allarga lo sguardo alla miriade di incontri che costellano la
narrazione dei Vangeli.
Il primo incontro
Più
precisamente, Francesco considera il “primo incontro” con Gesù, quello
che “cambia la vita” di chi gli sta di fronte. Giovanni e Andrea, che
trascorrono con il Maestro “tutta la serata”, Simone che subito diventa
la “pietra” della nuova comunità, e poi la Samaritana, il lebbroso che
torna a ringraziare per essere stato risanato, la donna ammalata che
guarisce sfiorando la tunica di Cristo. Incontri decisivi che devono
indurre un cristiano – afferma il Papa – a non smarrire mai la memoria
del suo primo contatto con Gesù:
“Lui
mai dimentica, ma noi dimentichiamo l’incontro con Gesù. ... Questo è
il fondamento della fede: ho incontrato Gesù come Saulo oggi”.
La memoria di ogni giorno
Interroghiamoci
con sincerità, suggerisce Francesco, chiediamoci: “Quando tu mi hai
detto qualcosa che ha cambiato la mia vita o mi hai invitato a fare
quel passo avanti nella vita?”...
Non dimentichiamo il primo amore
E
non dimentichiamo neanche, conclude Papa Francesco, che Cristo intende
il “rapporto con noi” nel senso di una predilezione, un rapporto
d’amore “a tu per tu”:
“Pregare e chiedere la grazia della memoria. ‘Quando, Signore, è stato quell’incontro, quel primo amore?’.
Per non sentire quel rimprovero che il Signore fa nell’Apocalisse: ‘Ho
questo contro di te, che ti sei dimenticato del primo amore’“.
Francesco: ricordare sempre l'incontro con Gesù che ci ha cambiato la vita
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
28 aprile 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“non fate della vita cristiana un museo di ricordi”
La
Chiesa va avanti grazie alle sorprese dello Spirito Santo. E’ uno dei
passaggi dell’omelia di Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa
Santa Marta. Soffermandosi sulla predicazione del Vangelo ai pagani,
narrata negli Atti degli Apostoli, il Pontefice ha sottolineato che
anche oggi bisogna avere “coraggio apostolico” per non rendere “la vita
cristiana un museo di ricordi”.
I
discepoli di Gesù arrivati ad Antiochia iniziano a predicare non solo
agli ebrei, ma anche ai greci, ai pagani e un gran numero di loro
credette e si convertì al Signore. Papa Francesco ha preso spunto dal
passo degli Atti degli Apostoli, nella Prima Lettura, per sottolineare
quanto nella vita della Chiesa sia sempre fondamentale aprirsi alle
novità dello Spirito Santo. Molti, annota, erano all’epoca inquieti nel
sentire che il Vangelo fosse predicato anche ai non ebrei, ma quando
Barnaba giunge ad Antiochia è felice perché vede che queste conversioni
dei pagani sono opera di Dio.
Non avere paura del Dio delle sorprese
Del
resto, ha sottolineato Francesco, già nelle profezie c’era scritto che
il Signore sarebbe venuto a salvare tutti i popoli, come nel capitolo
60 di Isaia. E tuttavia, molti non comprendevano queste parole:
“Non
capivano. Non capivano che Dio è il Dio delle novità: ‘Io faccio tutto
nuovo’, ci dice. Che lo Spirito Santo è venuto proprio per questo, per
rinnovarci e continuamente fa questo lavoro di rinnovarci. Questo dà un
po’ di paura. Nella Storia della Chiesa possiamo vedere da questo
momento fino adesso quante paure verso le sorprese dello Spirito Santo. E’ il Dio delle sorprese”.
“Ma
– ha ripreso – ci sono novità e novità!” Alcune novità, ha ammesso, “si
vede che sono di Dio”, altre no. Come si può dunque distinguerle?
...
La Chiesa va avanti con le novità dello Spirito Santo
“L’andare
avanti della Chiesa – ha detto ancora – è opera dello Spirito Santo”,
che ci fa ascoltare la voce del Signore. “E come posso fare – si chiede
il Papa – per essere sicuro che quella voce che sento è la voce di
Gesù, che quello che sento che devo fare è fatto dallo Spirito Santo?
Pregare”
...
La vita cristiana non sia un museo di ricordi
Ma
fare come si è fatto sempre, ha ammonito, è un’alternativa “di morte”.
Ed ha esortato a “rischiare, con la preghiera, tanto, con l’umiltà, di
accettare quello che lo Spirito” ci chiede di “cambiare”: “questa è la
strada”.
“Il
Signore ci ha detto che se noi mangiamo il suo Corpo e beviamo il suo
Sangue, avremo vita. Adesso continuiamo questa celebrazione, con questa
parola: ‘Signore, Tu che sei qui con noi nell’Eucaristia, Tu che sarai
dentro di noi, dacci la grazia dello Spirito Santo. Dacci la grazia di
non avere paura quando lo Spirito, con sicurezza, mi dice di fare un
passo avanti’. E in questa Messa, chiedere questo coraggio, questo
coraggio apostolico di portare vita e non fare della nostra vita
cristiana un museo di ricordi”.
Francesco: senza lo Spirito non capiamo la verità, aprirsi a sue sorprese
video
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
30 aprile 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“l’identità cristiana è il servizio, non l’egoismo”
Il
cristiano è inserito in una storia di peccato e di grazia, sempre posto
davanti all’alternativa: servire o servirsi dei fratelli. E’ quanto ha
affermato Papa Francesco nella Messa del mattino presieduta a Casa
Santa Marta.
Il cristiano è uomo e donna di storia
“La
storia e il servizio”: nell’omelia Papa Francesco si sofferma su questi
“due tratti dell’identità del cristiano”. Innanzitutto, la storia. San
Paolo, San Pietro e i primi discepoli “non annunziavano un Gesù senza
storia: loro annunziavano Gesù nella storia del popolo, un popolo che
Dio ha fatto camminare da secoli per arrivare” alla maturità, “alla
pienezza dei tempi”. Dio entra nella storia e cammina col suo popolo:
...
Storia di grazia e di peccato
E’ una “storia di grazia, ma anche storia di peccato”:
...
Servire, non servirsi
Il secondo tratto dell’identità cristiano è il servizio: “Gesù lava i piedi ai discepoli invitandoci a fare come lui: servire:
“L’identità cristiana è il servizio, non l’egoismo.
‘Ma padre, tutti siamo egoisti’. Ah sì? E’ un peccato, è un’abitudine
dalla quale dobbiamo staccarci. Chiedere perdono, che il Signore ci
converta. Siamo chiamati al servizio. Essere cristiano non è
un’apparenza o anche una condotta sociale, non è un po’ truccarsi
l’anima, perché sia un po’ più bella. Essere cristiano è fare quello
che ha fatto Gesù: servire”.
Il
Papa esorta a porci questa domanda: “Nel mio cuore cosa faccio di più?
Mi faccio servire dagli altri, mi servo degli altri, della comunità,
della parrocchia, della mia famiglia, dei miei amici o servo, sono al
servizio di?”.
Francesco: fede è storia di peccato e di grazia, tra servirsi e servire
video
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