"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°17 del 2015

Aggiornamento della settimana

- dal 25 al 30 aprile 2015 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per l'8 maggio 2015

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


LECTIO DIVINA

 a cura di Fr. Egidio Palumbo




OMELIA 

  
   di P. Gregorio Battaglia
  
  di P. Aurelio Antista

 di P. Alberto Neglia


 PREGHIERA DEI FEDELI

 
N. B. La Lectio è temporaneamente sospesa



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 







Voi che credete, voi che sperate, correte su tutte le strade, le piazze a svelare il grande segreto...
Andate a dire ai quattro venti che la notte passa, che tutto ha un senso, che le guerre finiscono, che la storia ha uno sbocco, che l'amore alla fine vincerà l'oblio e la vita sconfiggerà la morte.
Voi che l'avete intuito per grazia continuate il cammino, spargete la vostra gioia, continuate a dire che la speranza non ha confini.

David Maria Turoldo
BUONA PASQUA!!!





I NOSTRI TEMPI





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70esimo anniversario della Liberazione - I CATTOLICI E LA RESISTENZA - Don Primo Mazzolari e non solo



I CATTOLICI E LA RESISTENZA 
Don Primo Mazzolari e non solo

Don Primo Mazzolari un prete “resistente” (molto vicino alla lotta della Resistenza antifascista) che ha fatto della testimonianza evangelica sul fronte della politica e del sociale la sua frontiera privilegiata.

Resistenza è "costruire l'uomo"
di Luigi Penna

"Scelta etica e di libertà contro un regime oppressore, obiezione di coscienza, azione “sul campo” per organizzare la Resistenza, mano tesa verso chi è nel pericolo, progettualità per un futuro democratico. Sono tutte strade che si incrociano nella vicenda partigiana di don Primo Mazzolari (1890-1959), che negli anni del fascismo e della guerra mondiale è parroco prima a Cicognara e poi a Bozzolo, in diocesi di Cremona.
Mazzolari è, a suo modo, un prete resistente, come ce ne furono tanti, accanto a migliaia di donne e uomini protagonisti della Resistenza, molti dei quali laici e sacerdoti provenienti dall’Azione cattolica. Il parroco-scrittore (autore, fra l’altro, del volume “Tu non uccidere”, recentemente ripubblicato, a sessant’anni dalla prima edizione, con una introduzione critica di Paolo Trionfini) in vista del 70° anniversario della Liberazione è stato recentemente ricordato nella “sua” Bozzolo come un attore della storia partigiana. ..."
Leggi tutto:
Resistenza è "costruire l'uomo" di Luigi Penna

"Come pecore in mezzo ai lupi"- Don Primo Mazzolari
Intervento di  don Virginio Colmegna,
 Presidente della fondazione Casa della Carità
GUARDA IL VIDEO
Al via la causa per beatificare don Mazzolari
"Coltivate la memoria di don Primo, imitate il suo amore e la sua fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Per tanti anni, con fede generosa e dedizione piena, fu guida e padre delle vostre anime. […]. C’è chi va dicendo che io non ho voluto bene a don Primo. Non è vero: gli ho voluto bene. Certo, sapete anche voi: non era sempre possibile condividere le sue posizioni: camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti" (Paolo VI) 

  Al via la causa per beatificare don Mazzolari

  L’influenza di don Mazzolari sulla Chiesa e la società bresciana di Anselmo Palini

I partigiani bianchi cattolici nella Resistenza

Nel Giorno della Liberazione segnaliamo un articolo sulla resistenza cattolica durante la Seconda Guerra Mondiale. Quasi ignorati, i Cattolici hanno avuto un ruolo importante nella liberazione dal nazifascismo

  I partigiani bianchi cattolici nella Resistenza

Documento: i cattolici nella resistenza 
"Resistenza cattolica"

  video

puntata integrale del 24.04.2015 
della trasmissione "Siamo noi" TV2000

  video



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Per il Nepal preghiere e... azioni concrete!!!


Per il Nepal preghiere e... azioni concrete!!!

Disperato appello delle organizzazioni umanitarie:
“manca di tutto, serve ogni aiuto”

Difronte alla grande calamità che ha colpito il Nepal la nostra preghiera deve trasformarsi in solidarietà concreta...

Alcune proposte:

CARITAS ITALIANA

QUI PER DONARE

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Anche la Conferenza Episcopale Italiana ha stanziato dei fondi in favore del nunzio apostolico in India e Nepal.

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UNICEF
UNICEF IN NEPAL: CLICCA QUI PER DONARE

...
 
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MEDICI SENZA FRONTIERE

MEDICI SENZA FRONTIERE IN NEPAL: CLICCA QUI PER DONARE

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SAVE THE CHILDREN

SAVE THE CHILDREN IN NEPAL: CLICCA QUI PER DONARE

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AGIRE E ALTRE ONG

AGIRE: CLICCA QUI PER DONARE 

Da quando è stata resa nota l'entità della tragedia, quattro Ong (Actionaid, CESVI,Oxfam, Sos Villaggi dei Bambini) aderenti al network di AGIRE si sono già mobilitate nel paese per valutare i bisogni più immediati: acqua, cibo, ripari per le famiglie senza tetto e interventi sanitari. Dalle ultime notizie che giungono nella sede italiani del network pare che i soccorsi siano già operativi nelle regioni di Kathmandu e Pokhara, dove l’’impatto del terremoto è stato peggiore.

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CROCE ROSSA

QUI PER DONARE

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Gli aiuti di Google, Facebook ed Apple
Come in occasione di altri terremoti (il primo fu quello di Haiti, nel 2010), Googlepartecipa alla ricerca di persone che potrebbero essere state coinvolte dal sisma in Nepal, con il servizio Person Finder , dove si può inserire il nome di una persona di cui si cercano informazioni o su cui si hanno informazioni.

Anche Facebook ha lanciato un servizio simile, che permette alle persone presenti nelle zona colpita dal terribile sisma di dare velocemente notizie di sé agli amici: «È un modo semplice per avvisare la famiglia e gli amici che stai bene - ha spiegato il cofondatore del social network, Mark Zuckerberg - Se ti trovi in una delle zone colpite dal terremoto, rispondi alla domanda e tutti le persone con cui sei in contatto avranno tue notizie». Ma Facebook è andato ancora oltre: gradualmente, tutti gli iscritti stanno vedendo nella parte superiore del News Feed (il Diario, in italiano) un pulsante che avvisa della possibilità di fare una donazione a International Medical Corps; inoltre, l’azienda ha fatto sapere che donerà un importo corrispondente a quello degli iscritti sino al raggiungimento di 2 milioni di dollari.

Non è finita, perché anche Apple e Viber si mobilitano per il Nepal: la compagnia di Cupertino ha lanciato una raccolta fondi su iTunes (da 5 a 200 dollari) a favore della Croce Rossa americana, che sta raccogliendo denaro e beni di prima necessità per la popolazione colpita dal sisma; Viber ha invece reso gratuite le chiamate internazionali dal Nepal e quelle dall’estero verso linee fisse e mobili nepalesi.


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Nepal, bambino estratto vivo dalle macerie Miracolo in Nepal: i soldati hanno estratto vivo dalle macerie un bambino di 4 mesi a Bhaktapur, nella Valle di Katmandu. La notizia è stata lanciata dal giornalista del Washington Post Anup Kaphle.

  Nepal, bambino estratto vivo dalle macerie


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L'ostilità verso l'altro è la notte delle coscienze di Enzo Bianchi


L'ostilità verso l'altro è la notte delle coscienze
di Enzo Bianchi

L’8 luglio 2013 a Lampedusa papa Francesco chiedeva: “Chi è responsabile del sangue di questi fratelli e queste sorelle in umanità? Abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna… la cultura del benessere ci rende insensibili alle grida altrui!”. Siamo diventati insensibili perché non vediamo l’essere umano che c’è dietro ogni vita spezzata, mentre bisognerebbe conoscere ciascuno di loro: il suo volto, le sue sofferenze, le angosce e le speranze, le persone che ama e che lasciato, quelle che porta nel cuore ovunque vada, quelle che lo custodiranno sempre nel ricordo. E invece no: solo numeri, che hanno peso solo se sono alti, sempre più alti, mentre va sempre più a fondo la dignità di chi non vuole vedere, di chi distoglie lo sguardo dagli occhi dei propri compagni di umanità. Bisognerebbe ascoltarli quando parlano di chi hanno lasciato, delle violenze patite, della solidarietà ma anche della diffidenza incontrata nel nostro paese, di cosa sperano di fare non “nella” vita ma “della” loro vita. Bisognerebbe poter chiamare ciascuno per nome, il suo nome, quello con cui lo ha sempre chiamato chi lo amava e lo ama, poter scrivere quel nome su una busta, una cartolina postale come facevano tanti italiani all’estero fino a pochi anni fa; bisognerebbe poter conoscere il nome e il volto che c’è oggi dietro un profilo virtuale. E invece no: tutti loro sono numeri che infastidiscono altri numeri, quelli delle statistiche del nostro benessere.

Sì, bisognerebbe davvero cambiare l’approccio al problema delle migrazioni e dei profughi, ma come farlo in un clima sociale e culturale che si è via via imbarbarito in questi ultimi venticinque anni? Abbiamo lasciato che il veleno dell’odio e dell’indifferenza verso l’altro inquinasse le falde dei nostri pozzi: uomini delle istituzioni che adottano il linguaggio delle bettole o delle promozioni televisive, personaggi pubblici che si vantano di “dire quello che pensano” senza minimamente pensare a quello che dicono e alle conseguenze che provocano, abitanti di terre e regioni che un tempo si vantavano di essere le più cattoliche svelano atteggiamenti di intolleranza antievangelica in misura più marcata di ogni altra zona. Anche nella chiesa italiana, che pur ha agito e agisce attraverso le sue istituzioni caritative con molta generosità e abnegazione verso i migranti, non manca chi dovrebbe interrogarsi sulle proprie responsabilità in questo processo di ammorbamento dell’aria nella convivenza civile: i tanti uomini e donne che in questi anni si sono fatti e continuano a farsi prossimo ai più deboli vengono dileggiati come “buonisti”, chi si impegna quotidianamente per la pace è additato come imbelle “pacifista”, chi denuncia i meccanismi perversi dell’idolo-mercato, fosse pure il papa, viene classificato come “comunista” o al massimo come “utopista”.

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  L'ostilità verso l'altro è la notte delle coscienze


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Giovanni Lo Porto... Quello che li aiutava a casa loro


Quello che li aiutava a casa loro
di Giorgio Bernardelli 

Tra tutte le parole su Giovanni Lo Porto è mancato l'unico esame di coscienza che ci chiama in causa sul serio: quello sul suo sguardo aperto al mondo

Le polemiche sugli americani dal grilletto facile? Fatto. Quelle sul premio Nobel per la pace con la passione per i droni? Pure. E poteva poi mancare lo scandalo di un'aula del parlamento italiano vergognosamente vuota al momento in cui il ministro degli Esteri riferisce sull'uccisione di un cooperante italiano in Pakistan? Non ci siamo fatti mancare nemmeno questo. E bene hanno fatto i media a dare voce alla dignità con cui i familiari di Giovanni Lo Porto hanno espresso tutto il loro sdegno.
C'è però un aspetto di questa vicenda che abbiamo svicolato, ed è il tema più generale della cooperazione allo sviluppo nel nostro Paese. Al di là di tanti altri risvolti ancora tutti da chiarire, infatti, questa morte è in qualche modo un simbolo potente dei passi indietro che l'Italia ha compiuto in questo campo; in Pakistan Lo Porto c'era andato per Welt Hunger Hilfe, una ong tedesca. Quasi a rappresentare una fuga dei cuori, oltre a quella dei cervelli.

L'Italia del «dobbiamo aiutarli a casa loro» è lo stesso Paese che per anni ha tagliato a mani basse nelle politiche pubbliche di sostegno alla cooperazione internazionale. E anche la recente inversione di tendenza - con l'approvazione qualche mese fa della legge di riforma di questo ambito - è ancora più un auspicio che un percorso consolidato (tanto per fare un raffronto: la Gran Bretagna recentemente ha fatto diventare una legge dello Stato la destinazione dello 0,7% del Pil alla cooperazione internazionale, quell'impegno che noi continuiamo a prendere solo a parole).

Il piano politico - però - non è il più rilevante in questo discorso; perché in Italia è soprattutto la cultura della cooperazione allo sviluppo ad aver fatto grandi passi indietro. Ed è un discorso che vale in maniera particolare per il mondo cattolico. C'è stato un tempo in cui eravamo particolarmente profetici in questo ambito; anni in cui erano i giovani delle nostre parrocchie i primi a scegliere questa strada. Alcuni di loro sono ancora là, ai quattro angoli del mondo, magari coi capelli bianchi. Altri si sono fermati solo qualche anno e poi sono tornati, portando nelle nostre comunità il respiro del mondo.

Ma oggi? Possiamo davvero dire che è ancora così? Di giovani che vorrebbero partire ce ne sono molti più di quanti pensiamo. Ma siamo altrettanto disposti a sostenerli in questo tipo di esperienze? Siamo ancora capaci di allargare lo sguardo al mondo? O invece - sotto sotto - pensiamo anche noi che uno che va a «nutrire il mondo» in Pakistan un po' «se la sta andando a cercare»?
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  Quello che li aiutava a casa loro


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La bella storia del poliziotto che salva la piccola Emanuela e vuole adottarla


La storia di Raffaele Santoro, poliziotto della compagnia di Casapesenna, fortuitamente intrecciatasi con quella della piccola Emanuela, la bimba abbandonata lo scorso sabato, nei pressi di un bidone della spazzatura a Villa Literno,  propone due stralci d’umanità profondamente diversi, due modi di percepire lo status di genitore ubicati ai poli estremi.
Due realtà opposte e contrapposte che vivono nell’ordinario esondare dei nostri giorni e che poco o nulla hanno in comune. Eppure, in questo caso, attraverso quell’embrionale ed indifeso vagito di vita, si sono susseguiti, passandosi, involontariamente, il testimone, consegnando all’opinione pubblica due profili agli antipodi e che tanto raccontano della nostra società.
Una madre che frettolosamente abbandona la sua bambina, infagottata in una busta per la spesa; un poliziotto che soccorre quel batuffolo di donna, praticandole manovre respiratorie per cercare di rianimarla prima dell’arrivo dei soccorsi, rimanendo completamente travolto dalla dolcezza della piccola Emanuela.
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  RAFFAELE SANTORO: STORIA DI UNA DIVISA CHE VESTE UN CUORE D’ORO

Sognano di portare a casa Emanuela, la neonata trovata sabato scorso sul ciglio di una strada a Villa Literno, come se fosse una loro figlia: Raffaele Santoro non nasconde il desiderio che condivide con la moglie Francesca e con Aldo, otto anni, ed è già pronto ad avviare la pratica per l’adozione.
«Quando l’ho vista è stato bellissimo, è come se l’avesse partorita mia moglie. Per noi è un dono di Dio» dice. Raffaele Santoro è il poliziotto del posto fisso di Casapesenna, in provincia di Caserta, che la mattina di sabato è giunto davanti al bar Classico, sulla provinciale che collega Villa Literno e Castel Volturno, e che ha soccorso la piccola praticandole il massaggio cardiaco, salvandole la vita. «Ho pensato subito che era mio figlio morto che mi stava aiutando – racconta –. Quando con la volante siamo arrivati sul posto la bambina era cianotica. Aveva in gola ancora il liquido amniotico. Ho iniziato subito a farle il massaggio cardiaco finché non ha ripreso a respirare. Lo facevo sempre a Nicola, quando era in preda a crisi respiratorie». Nicola è il suo primo figlio, morto tre anni fa, a dieci anni, per una rara malattia. «A casa c’è un vuoto incolmabile – confida Santoro – l’altro mio figlio appena ha sentito la storia di Emanuela mi ha detto: "papà devi portarla a casa"». 
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  Salvò la neonata: ora vuole adottarla


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Gettati in mare dai musulmani. Ma anche uno dei presunti assassini è cristiano. E gli altri arrestati si difendono: «Se ci fosse stata una rissa ci saremmo ribaltati». Tutti i dubbi sull'eccidio che ha scosso il mondo

 
Migranti, la rissa sul gommone: «Non è stata una strage religiosa»


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È l’8 aprile. Matteo Salvini è ospite a Mattino 5, contenitore mattutino della rete ammiraglia di Mediaset condotto da Federica Panicucci e Federico Novella. Nel corso della trasmissione va in onda l’intervista a una ragazza rom del campo di Castel Romano, che racconta di guadagnare fino a 1000 euro al giorno grazie a furti e rapine: “Se lavoro li faccio in un mese. Chissenefrega se rubiamo a una vecchietta, tanto lei puoi muore. Io mi prendo i soldi e sto a posto”. “Bisognerebbe radere al suolo i campi rom” attacca Matteo Salvini commentando il servizio, prima di scatenare le polemiche in rete con un post su Facebook.
Servizio Pubblico ha incontrato la ragazza protagonista di quel servizio che racconta alle nostre telecamere: “Siamo uscite dalla scuola a San Paolo, ci ha visto la giornalista e ci ha dato 20 euro per dire queste cose: che noi rubiamo 1000 euro al giorno, che la vecchietta deve morire.

  Giulia Cerino:   “Una giornalista di Mattino 5 mi ha pagato per dire che guadagno 1000 euro al giorno rubando”



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FEDE E
SPIRITUALITÀ




GESÙ VOLTO UMANO DI DIO
HOREB n. 70 - 1/2015



HOREB n. 70 - 1/2015

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI

Battezzati “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”, siamo immersi nel cuore di Dio comunione, coinvolti nel dinamismo trinitario e chiamati a “narrare” nel tempo la storia eterna dell'amore trinitario. Questa è la vocazione del cristiano. 

La narrazione biblica ci ricorda, ancora, che nell'amore trinitario c'è un'esigenza d'incarnazione, ed evidenzia che il dinamismo trinitario ha preso concretezza, spessore corposo e volto umano in Gesù di Nazareth. 

Il credente, allora, necessariamente deve fare riferimento alla figura di Gesù di Nazareth per assumerla come paradigma su cui declinare, sotto l’azione dello Spirito, la propria esistenza storica. 

Va tenuta presente tutta la vita di Gesù, È alla luce del suo vissuto, dalla nascita alla resurrezione, che va ridisegnata una seria prospettiva di cammino di fede. 

Ma in modo particolare va tenuta presente l'incarnazione di Gesù, essa ci dice che Dio per salvare l'uomo ha deciso di farsi uno di noi nel Figlio, ha lasciato la sua inaccessibilità, e si è posto in compagnia con ogni uomo e nella solidarietà più intima apre strada a ogni uomo (cf. Fil 2,6-11). 
Con l’incarnazione, Gesù manifesta nella sua umanità gli aspetti invisibili del Dio vivente e, come ci ricorda Paolo, «ci insegna … a vivere in questo mondo» (Tt 2,12). Ormai la mediazione umana di Gesù di Nazareth è determinante per conoscere ed esperimentare chi è Dio per noi e come, nel Figlio ci coinvolge a vivere in questo mondo. 

In questo senso, l’Incarnazione diventa la categoria interpretativa per dire la fede secondo il progetto di Dio che nel Figlio si rivela e ci salva. 

Dalla logica dell’incarnazione scaturisce, per ogni uomo, l’impegno a saper guardare con lucidità i frammenti di storia, come spazio in cui Dio costruisce il Regno, a saper crescere nella consapevolezza che il Dio in cui crediamo è un Dio che non si è rifiutato di attraversare anche le tragiche esperienze di oscurità e di solitudine che segnano la vita di ogni uomo e che l’evento dell’Incarnazione e della Croce è, in definitiva, lo spazio per il recupero della radicalità cristiana come annuncio di una forma storica di esistenza, caratterizzata dalla piena condivisione del destino umano per rendere trasparente l’amore gratuito e fedele di un Dio che ha dato totalmente se stesso per la vita degli uomini.
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  Editoriale (PDF)

  Sommario  (PDF)

E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)



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CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO La forza umanizzante del Vangelo - ITINERARIO DI FORMAZIONE PER LA VITA CRISTIANA Anno 2015




CRISTO SVELA L’UOMO ALL’UOMO
La forza umanizzante del Vangelo

ITINERARIO DI FORMAZIONE 
PER LA VITA CRISTIANA 
Anno 2015

Vicariato di Barcellona PG (ME)

Finalità: aiutare la formazione e favorire la comunione tra presbiteri, religiosi/se e cristiani laici.. 

Destinatari: tutti i cristiani e gli operatori pastorali.

  Locandina incontri (PDF)



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   L'annuncio del Vangelo non avviene...
  25 Aprile: l'accoglienza... (vignetta)
  La Resistenza non è finita...
  Nel Vangelo Gesù è chiamato il buon Pastore... (video)
Vicini nella preghiera
  NEPAL
  Il profumo della vostra vita...
  Papa Francesco ha appena detto... (video)
  Quanti hanno la missione di guide...
  La porta che è Gesù...
  Semplicemente questo ha detto Gesù...
  Se la fede ci fa essere credenti...
  Una cosa Gesù mi chiede...
  L'indifferenza è...
  Gesù ci insegna che il capolavoro...


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Segnaliamo il sito ufficiale 
  Giubileo della Misericordia


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Non andò a scuola, imparò da sola a leggere e scrivere anche se preferì dettare i suoi capolavori. A 16 anni entrò nell'ordine domenicano delle "Mantellate" e quando si diffuse la sua fama dava consigli spirituali a nobili, uomini politici ed ecclesiastici, compreso papa Gregorio XI, che invitò a lasciare Avignone e tornare a Roma. Nel 1970 è stata proclamata dottore della Chiesa da Paolo VI

  SANTA CATERINA, DA ANALFABETA A CONSIGLIERA DI PRINCIPI E PAPI

  Ovunque mi volga...


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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 19/2014-2015 (B) di Santino Coppolino




'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Gv 10,11-18

"Io sono venuto in questo mondo per un giudizio: affinché chi non vede, veda e coloro che vedono diventino ciechi"(9,39). 
A coloro che usurpano il ruolo di pastori del popolo, che definiscono se stessi "guide dei ciechi e luce di coloro che sono nelle tenebre" (Rm 2,19), Gesù, senza riguardo alcuno, dice di essere 'ladri e briganti', buoni soltanto a 'rubare, sgozzare e distruggere' (10,10). Non riconosce loro nessun ruolo divino e li definisce'mercenari', prezzolati che cercano solo il loro esclusivo interesse. 
Gesù annunzia che la loro pretesa di guidare il popolo è ormai alla fine e che è giunta la guida attesa: "Io-Sono il Pastore, quello Buono!" Non «un», ma «il» pastore, il pastore promesso (Ez 34,1ss), il Signore stesso che in Gesù si fa 'Pastore' (Sal 23).
L'aggettivo 'buono' (in greco 'kalos', lett. bello) non è riferito alla bontà di Gesù, per la quale l'evangelista utilizza il termine 'agathos' (7,12), ma al suo essere l'unico, il vero, il modello ideale di pastore. E' il Pastore legittimo, il solo che ha il diritto di chiamarsi tale, l'autentica guida delle pecore, perché prima ancora di essere pastore Gesù è'l'Agnello di Dio'. L'Agnello che 'depone la sua vita per le pecore', la cui carne è cibo di Vita Eterna, forza per il cammino del nuovo esodo per condurre a libertà il suo popolo, fuori da tutti gli 'ovili', religiosi o laici, che lo tengono schiavo. Gesù è'l'Agnello di Dio' che nel suo sangue versato offre a tutti, ebrei e pagani, credenti e non credenti, la liberazione definitiva dalla morte.
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La Chiesa è donna, è madre


Con un’affermazione netta papa Francesco non dice che la Chiesa è “anche” donna e “anche” madre, ma proprio che “è donna” e che “è madre”, punto, e che si dice “la” Chiesa e non “il” Chiesa. Che significa? Che conseguenze hanno queste affermazioni? Che direzione sul femminile papa Francesco sta indicando? Tornato da Rio de Janeiro aveva detto che non è stata fatta ancora una profonda teologia della donna, e nell’intervista rilasciata qualche settimana dopo a padre Antonio Spadaro aveva aggiunto che “è necessario ampliare gli spazi di una presenza femminile più incisiva nella Chiesa”, ma lui stesso, continuando il discorso, faceva capire sin da allora che quello delle donne non è solo un problema di spazi, perché “le donne stanno ponendo domande profonde che vanno affrontate”. Da allora sembra che il papa sia andato via via disegnando una specie di road map, con passaggi per gradi. Parlando con padre Spadaro chiedeva di “approfondire meglio la figura della donna nella Chiesa” e di “lavorare di più per fare una profonda teologia della donna”. Solo come passaggio successivo, dati questi presupposti, aggiungeva: “si potrà riflettere meglio sulla funzione della donna all’interno della Chiesa”, sapendo che “il genio femminile è necessario nei luoghi dove si prendono decisioni importanti”. Il problema delle donne nella Chiesa riguarda dunque la loro identità profonda, e solo successivamente ruolo, funzioni, spazi. E’ un discorso che il papa ha aperto e mai chiuso, pur riprendendolo in più occasioni, come una pennellata che via via si aggiunge a un quadro incompleto.
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A Manila, nell’incontro con i giovani universitari, ha detto parole preziose sul femminile. Non erano previste, e sono state la risposta al pianto di una ragazzina di 12 anni, poco più che una bambina. Doveva portare la sua testimonianza di ex ragazza di strada, ma non è riuscita a terminare l’intervento, sopraffatta dalle lacrime.
Papa Francesco, per il quale la realtà è più importante delle idee, anche delle belle idee che lui stesso aveva preparato in vista di quell’incontro, ha parlato a braccio, lasciando da parte l’inglese, per una lingua a lui più congeniale e familiare. Ha detto tra l’altro che «la donna sa vedere le cose con occhi diversi dagli uomini. La donna sa fare domande che noi uomini non riusciamo a capire. Fate attenzione: lei oggi ha fatto l’unica domanda che non ha risposta. E non le venivano le parole, ha dovuto dirlo con le lacrime».
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Come vedono le donne? In che cosa i loro occhi sono diversi da quelli degli uomini? In che senso il loro sguardo sulle stesse cose e sullo stesso mondo e sulla stessa Chiesa, e dentro la stessa Chiesa può dare una luce nuova, diversa, complementare, e quindi ha una novità da esprimere che riguarda tutti?
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  La Chiesa è donna, è madre


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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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SARA' PRIMAVERA? - OREUNDICI - IL QUADERNO DI APRILE 2015 - L'EDITORIALE di Mario De Maio - ALLA RADICE DEL CRISTIANESIMO come spogliarsi di tutte le ricchezze? di Arturo Paoli - 



OREUNDICI

IL QUADERNO DI APRILE 2015

SARA' PRIMAVERA?

L'EDITORIALE 
di Mario De Maio

Tutte le volte che arrivo a Roma in treno e mi affaccio sul piazzale della stazione Termini, il mio occhio va al grande fabbricato che una volta era la sede del Collegio Massimo dei Gesuiti, oggi sede delle Belle Arti. Continuando il mio tragitto sulle strade di Roma, noto tanti altri complessi una volta appartenenti a grandi comunità religiose e oggi trasformati in alberghi, centri congressi o sedi universitarie. Roma, papalina, è piena di stemmi e di icone di un’antica e diffusa grandezza: tutti questi segni sono la fotografia di un “cristianesimo in frantumi”? È questo il titolo di un’intervista a Michel De Certeau, gesuita, autore preferito da papa Francesco, datata quarantuno anni fa. Ne riporto qualche breve citazione ripromettendomi di ritornarci in futuro sui nostri Quaderni. «L’istituzione cristiana si sgretola come una casa disabitata, i credenti la abbandonano fuggendo dalla finestra, i riutilizzatori entrano da tutte le porte. Il luogo è attraversato da movimenti di ogni tipo, viene utilizzato per ogni scopo. Non definisce più un senso e non è più l’indicativo sociale di una fede. […] Un’intera popolazione di simboli si sposta... militanti dei grandi movimenti cristiani lasciano le istituzioni ecclesiali che vanno crollando e trovano una nuova casa per la loro militanza in cause politiche, sociali e culturali… si sviluppa così un fenomeno più radicale: sempre più cristiani sono tanto meno praticanti quanto più sono credenti. La loro stessa fede li allontana dalla pratica sacramentale o liturgica». De Certeau dice ancora: «L’istituzione ecclesiale vira verso l’amministrazione. Non sono sorpreso ma resto scandalizzato nel vedere i discorsi ufficiali assai più occupati dei funzionari, dell’istituzione, dello statuto dei preti o del mantenimento dei principi tradizionali,… piuttosto che della questione di Dio e dei suoi percorsi segreti nell’esistenza». 
La domanda che ci poniamo è: cos'è la fede oggi? Cos'è la carità? La radicalità evangelica non si articola più nelle strutture della chiesa. L’espressione delle convinzioni prende una nuova forma, quella dei piccoli gruppi, delle comunità in cui cresce il confronto e la relazione. In discussione non è Dio ma la chiesa. Importanti non sono le tradizioni ma la possibilità di offrire esperienze nuove, di cambiare, di vivere nuovi segni. 
A questi interrogativi questo quaderno tenta di dare delle risposte.
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  L'EDITORIALE di Mario De Maio

ALLA RADICE DEL CRISTIANESIMO 
come spogliarsi di tutte le ricchezze?
di Arturo Paoli

Una nebbia "lombarda" mi vieta la vista dei colli da questo punto remoto dello stato di Lara, nell'occidente venezuelano. Con difficoltà vedo, ai piedi della collina a punta su cui è costruito il mio rancho di fango, Julio che pungola i buoi recalcitranti che trascinano un aratro pesante nella terra, ammollata a fondo da tre giorni di pioggia incessante. Ma non si può perdere tempo: i “guajales”, i fusti di patate canadesi, si ammucchiano nel deposito comune e rischiano di marcire se non si seminano presto, o con la pioggia o con il sole. La nebbia rende la mia solitudine più solitaria e il silenzio più assoluto. Pedro, il giovane che divide con me la vita e il rancho, è nel campo ad aiutare questa semina frettolosa nelle brevi tregue che concede la pioggia. Pedro, un ventenne del popolo, che ha avuto da poco l’intuizione che Cristo può dare un sapore nuovo alla sua vita, è ora il mio interlocutore. Nelle ore di convivenza, devo rispondere alle sue domande, aiutandolo a muoversi nella nomenclatura cristiana: che cosa è la Messa – che cosa è l’Angelus – che vuol dire Papa – che cosa è la castità. Mi raccomando allo Spirito Santo che mi aiuti a non farlo cambiare di classe sociale e a non clericalizzarlo. Godo profondamente quando afferra la chitarra e canta con la forza del suo sangue tropicale, la sua fisionomia di uomo del piano: «Soy hermano de la espuma, de la garza, de la rosa y del sol» o quando lo vedo barcollare sotto il peso del “guajal” con quelli che affondano mani e gambe nella terra, la sua terra. Mi accorgo che sono io che mi rifaccio il vocabolario cristiano e mi libero di una cultura astratta. Costretto a riscoprire i valori cristiani da una esistenza senza lacche, senza rivestiture, vedo come a sprazzi la possibilità di essere finalmente povero. Ieri notte Pedro ha incontrato la parola “eretico” e mi ha chiesto che vuol dire; questo mi ha fatto toccare il fondo perché ho capito che dovevo ricorrere a una ideologia e introdurre Pedro in una cultura che non è sua, e ho misurato la mia assoluta impreparazione per essere troppo preparato. Ho avuto l’impressione che mi chiedesse di prenderlo per la mano, e io lo volevo, tutto il mio affetto lo esigeva, però avevo le mani occupate. Dove mettere tutte le cose, tutte le mie ricchezze? Quelle cose preziose che mi hanno affidato, per fiducia in me, ora m’impediscono di prendere per la mano uno che vive con me, e milioni di persone: questo popolo in mezzo a cui vivo, e che voglio assumere nello stile di vita, nella povertà del rancho, nel vitto, nel vestire… Ma in questo rancho dove filtra da irrimediabili buchi il vento gelido delle Ande, può vivere un fariseo, un ricco di quella ricchezza che Gesù non è riuscito a scrostare perché troppo carnificata? Il ricco è separato sempre dai suoi beni, può licenziarli se vuole; il fariseo è ricco nel suo essere. Non è uno che possiede beni, è il ricco. Sicuro, potrei spiegare perfettamente a Pedro chi è un eretico, chi è Lutero, Calvino, e la negazione dell’eucarestia e della verginità di Maria. Ma mi farebbe argine, come sempre, con una di quelle domande disarmanti: e che vuol dire la parola castità? […] 
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    ALLA RADICE DEL CRISTIANESIMO  come spogliarsi di tutte le ricchezze? di Arturo Paoli

Il futuro è aperto, 
non possediamo la verità, 
non possediamo Dio, 
abbiamo bisogno della verità degli altri. 
Occorre farsi provocare a un sovrappiù di umanità.


Pierre Claverie
(vescovo di Orano, ucciso il 1° luglio 1996)



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«Se non fosse per te» Al Brancaccio in scena le storie, il passato e il difficile presente degli ospiti dei centri di accoglienza - Videomessaggio di Papa Francesco


“Se non fosse per te”
 è lo spettacolo in programma per il 28 aprile, dedicato all’amore e alla possibilità di riscatto. Regia a cura di Carlo Del Giudice

Storie d’amore: verso una donna, verso i propri figli, ma anche per lo studio e i libri. Ancora, amore per Dio e per il prossimo, per i genitori. Per la vita. Sono gli ingredienti di “Se non fosse per te”, lo spettacolo proposto dagli ospiti dei centri di accoglienza della Caritas diocesana, in programma per martedì 28 aprile al Teatro Brancaccio (via Merulana 244), alle 20.30.

Dal 2006 la Caritas propone un laboratorio teatrale guidato dal regista Carlo Del Giudice, a cui partecipano gi ospiti dei diversi centri di accoglienza sparsi per la città. Persone «prive di molte cose – spiega Del Giudice – però colme di emozioni, sentimenti, sogni, idealità, potenzialità e risorse». Proprio per questo la scelta di quell’arte «profondamente umana» che è il teatro non è stata casuale: per il regista, «è il mezzo espressivo che più di altri riesce a mettere in luce la ricchezza interiore; contribuisce a riconoscere valore ad ogni persona che sale sul palcoscenico, addirittura la trasfigura fino a sublimarla nella sua essenza più profonda».

Sul palco del Brancaccio gli ospiti delle strutture Caritas porteranno quindi il loro vissuto, raccontando le “loro” storie d’amore. Il teatro però, avverte il regista, in qualche misura «rende “attori” anche coloro che assistono: ogni persona che siede in platea si sente invitata a un percorso di crescita e cambiamento, in uno scambio di umanità che si verifica tra attori e pubblico». La rappresentazione al Brancaccio quindi diventerà spazio di incontro, luogo di condivisione nel quale «gli attori sul palco, uomini e donne con storie difficili, hanno la possibilità di raccontare ed esprimere sé stessi ad altri uomini e donne che in quel sentire spesso si riconoscono». Ancora, “Se non fosse per te”, nelle parole del regista, è «il paradigma del riscatto per tutti – attori, pubblico e città – da una vita vissuta a metà; uno slancio verso una dimensione esistenziale autentica che ci spinge a essere più veri». (Fonte: ROMASETTE)

La povertà va in scena ma non è fiction. Sotto i riflettori, sulle assi del palcoscenico, si muove il senza fissa dimora, l’immigrato fa la sua battuta, con lui la donna che mangia alla mensa dove le offrono un pasto, altrimenti sarebbe digiuno.

Alla scuola dei poveri
Si recita, ma il copione è scritto dai drammi veri di questi attori di un solo giorno, che vogliono raccontare alla gente comune che anche tra i muri della miseria più nera l’amore può sempre aprire la porta del riscatto:

“Chi mai pensa che un senza dimora sia una persona da cui imparare? Chi pensa che possa essere un santo? Invece questa sera sarete voi a fare del palcoscenico un luogo da cui trasmetterci preziosi insegnamenti sull’amore, sul bisogno dell’altro, sulla solidarietà, su come nelle difficoltà si trova l’amore del Padre”.

"Voi non siete un peso"
Papa Francesco non c’è ma si capisce che vorrebbe esseri lì, seduto in mezzo al pubblico del Brancaccio, a vivere un’esperienza che ha pochi paragoni – Lui, Pastore universale, alla scuola della “carne di Cristo”, dove la forma scenica dà visibilità e forma estetica a tante storie, tutte declinazioni dell’amore: verso i genitori, verso una donna, verso i propri figli, verso Dio e il bene del prossimo. Sogni e sentimenti che diventano teatro senza perdere un filo di realismo, basta guardare i segni sul viso di chi recita, gente che da sempre occupa i primi posti nella platea del cuore del Papa:

“Voi per noi non siete un peso. Siete la ricchezza senza la quale i nostri tentativi di scoprire il volto del Signore sono vani. Pochi giorni dopo la mia elezione, ho ricevuto da voi una lettera di auguri e di offerta di preghiere. Ricordo di avervi immediatamente risposto dicendovi che vi porto nel cuore e che sono a vostra disposizione. Confermo quelle parole. In quell’occasione vi avevo chiesto di pregare per me. Rinnovo la richiesta. Ne ho veramente bisogno”.

Chiesa di Roma, maestra di "pietas"
A un tratto, il videomessaggio di Francesco è un elenco di romani con l’anima del Buon Samaritano – dal martire Lorenzo a don Luigi Di Liegro, fondatore della Caritas romana – e quindi un lungo grazie agli operatori e ai volontari Caritas, di Roma e d’Italia, che con il loro farsi prossimi scoprono – dice – “un mondo che chiede attenzione e solidarietà: uomini e donne che cercano affetto, relazione, dignità, e insieme ai quali – sottolinea Francesco – tutti possiamo sperimentare la carità imparando ad accogliere, ascoltare e a donarsi”:

“Quanto vorrei che Roma potesse brillare di ‘pìetas’ per i sofferenti, di accoglienza per chi fugge da guerra e morte, di disponibilità, di sorriso e di magnanimità per chi ha perduto la speranza. Quanto vorrei che la Chiesa di Roma si manifestasse sempre più madre attenta e premurosa verso i deboli. Tutti abbiamo debolezze, tutti ne abbiamo, ciascuno le proprie. Quanto vorrei che le comunità parrocchiali in preghiera, all’ingresso di un povero in chiesa, si inginocchiassero in venerazione allo stesso modo come quando entra il Signore!”. (Fonte: Radio Vaticana)

  Scarica il testo del messaggio in pdf

  video


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EXPO - La cifra investita nell'esposizione supera quella stanziata per iniziative di solidarietà, da Ebola all'alluvione di Genova, ai cristiani perseguitati in Iraq. L'Osservatore romano rimarca che l'edificio sarà "solo" di 360 metri quadri.
Fonti vicine a Bergoglio raccontano la sua irritazione.

   Expo, l'ira di papa Francesco sui tre milioni spesi per il padiglione vaticano


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L’importanza che papa Francesco attribuisce al dialogo all’interno della chiesa è emersa fin dal suo primo apparire dalla loggia di San Pietro: quell’invito a “camminare insieme, vescovo e popolo” e, più ancora, quel conferire persino alla benedizione papale una dimensione dialogica – con la richiesta di essere benedetto prima di benedire – hanno inaugurato uno stile che è stato poi mantenuto nella creazione del consiglio dei cardinali, nelle modalità di preparazione e svolgimento del sinodo, anzi, dei due sinodi dei vescovi sulla famiglia, nelle GMG a Rio come nelle visite pastorali alle parrocchie romane o alle varie chiese locali nel mondo.
"L'Isis colpirà Roma e il Vaticano"

  Enzo Bianchi:   Non credenti, così cambia il dialogo


Un'importante dichiarazione del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso sulla necessità per i cristiani di non lasciarsi irretire da una mentalità sbagliata che rischia di sconfinare in una vera islamofobia

  Roberto Catalano:   La possibilità del dialogo con i musulmani



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 FRANCESCO
 


    Angelus/Regina Cæli - Regina Coeli, 26 aprile 2015

    Udienza Generale - del 29 aprile 2015: La Famiglia - 12. Matrimonio (I)


   Discorso - Agli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale del Gabon, in Visita "ad Limina Apostolorum" (20 aprile 2015)

   Discorso - Agli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale di Namibia e Lesotho, in Visita "ad Limina Apostolorum" (24 aprile 2015)

   Discorso - Ai Membri della Fondazione Giovanni Paolo II (25 aprile 2015)

   Discorso - Agli Ecc.mi Presuli della Conferenza Episcopale del Beninn, in Visita "ad Limina Apostolorum" (27 aprile 2015)

   Discorso - Ai Membri della Commissione Internazionale anglicana-cattolica (30 aprile 2015)

   Discorso - Alla Comunità di vita cristiana (CVX) - Lega Missionaria Studenti d'Italia (30 aprile 2015)



   Misericordiae Vultus - Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia (11 aprile 2015)



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25/04/2015:

  Noi cristiani siamo chiamati a uscire...


28/04/2015:

  Ogni comunità cristiana...


30/04/2015:

  In mezzo a tanti problemi...



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La domenica di Papa Francesco: S. Messa con ordinazioni presbiterali e Regina Coeli (foto, testi e video)



 26 aprile 2015 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 52ª GIORNATA MONDIALE
DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

Cari fratelli e sorelle!

La quarta Domenica di Pasqua ci presenta l’icona del Buon Pastore che conosce le sue pecore, le chiama, le nutre e le conduce. In questa Domenica, da oltre 50 anni, viviamo la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Ogni volta essa ci richiama l’importanza di pregare perché, come disse Gesù ai suoi discepoli, «il signore della messe…mandi operai nella sua messe» (Lc10,2). Gesù esprime questo comando nel contesto di un invio missionario: ha chiamato, oltre ai dodici apostoli, altri settantadue discepoli e li invia a due a due per la missione (Lc 10,1-16). In effetti, se la Chiesa «è per sua natura missionaria» (Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Ad gentes, 2), la vocazione cristiana non può che nascere all’interno di un’esperienza di missione. Così, ascoltare e seguire la voce di Cristo Buon Pastore, lasciandosi attrarre e condurre da Lui e consacrando a Lui la propria vita, significa permettere che lo Spirito Santo ci introduca in questo dinamismo missionario, suscitando in noi il desiderio e il coraggio gioioso di offrire la nostra vita e di spenderla per la causa del Regno di Dio.
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  L’esodo, esperienza fondamentale della vocazione

MESSA DEL PAPA CON ORDINAZIONI SACERDOTALI

«L'esempio edifica, le parole senza esempio sono parole vuote sono idee, non arrivano mai al cuore, addirittura fanno male, non fanno bene...». Lo ha detto Papa Francesco nell'omelia della messa durante la quale ha ordinato 19 nuovi preti per la diocesi di Roma. Come già accaduto altre volte, il Papa non ha preparato un'omelia, ma ha parafrasato quella rituale prevista nell’edizione italiana del Pontificale Romano per l’ordinazione dei preti.

 Omelia 

Fratelli carissimi,

questi nostri figli sono stati chiamati all’ordine del presbiterato. Ci farà bene riflettere un po’ a quale ministero saranno elevati nella Chiesa. Come voi ben sapete il Signore Gesù è il solo Sommo Sacerdote del Nuovo Testamento, ma in Lui anche tutto il popolo santo di Dio è stato costituito popolo sacerdotale. Tutti noi! Nondimeno, tra tutti i suoi discepoli, il Signore Gesù vuole sceglierne alcuni in particolare, perché esercitando pubblicamente nella Chiesa in suo nome l’officio sacerdotale a favore di tutti gli uomini, continuassero la sua personale missione di maestro, sacerdote e pastore.

Come, infatti, per questo Egli era stato inviato dal Padre, così Egli inviò a sua volta nel mondo prima gli Apostoli e poi i Vescovi e i loro successori, ai quali infine furono dati come collaboratori i presbiteri, che, ad essi uniti nel ministero sacerdotale, sono chiamati al servizio del Popolo di Dio.

Loro hanno riflettuto su questa loro vocazione, e adesso vengono per ricevere l’ordine dei presbiteri. E il vescovo rischia – rischia! – e sceglie loro, come il Padre ha rischiato per ognuno di noi.

Essi saranno infatti configurati a Cristo Sommo ed Eterno Sacerdote, ossia saranno consacrati come veri sacerdoti del Nuovo Testamento, e a questo titolo, che li unisce nel sacerdozio al loro Vescovo, saranno predicatori del Vangelo, Pastori del Popolo di Dio, e presiederanno le azioni di culto, specialmente nella celebrazione del sacrificio del Signore.

Quanto a voi, che state per essere promossi all’ordine del presbiterato, considerate che esercitando il ministero della Sacra Dottrina sarete partecipi della missione di Cristo, unico Maestro. Dispensate a tutti quella Parola di Dio, che voi stessi avete ricevuto con gioia. Leggete e meditate assiduamente la Parola del Signore per credere ciò che avete letto, insegnare ciò che avete appreso nella fede, vivere ciò che avete insegnato.

E questo sia il nutrimento del Popolo di Dio; che le vostre omelie non siano noiose; che le vostre omelie arrivino proprio al cuore della gente perché escono dal vostro cuore, perché quello che voi dite a loro è quello che voi avete nel cuore. Così si dà la Parola di Dio e così la vostra dottrina sarà gioia e sostegno ai fedeli di Cristo; il profumo della vostra vita sarà la testimonianza, perché l’esempio edifica, ma le parole senza esempio sono parole vuote, sono idee e non arrivano mai al cuore e addirittura fanno male: non fanno bene!
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  video dell'omelia

  testo integrale dell'omelia

  video integrale

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La Quarta Domenica di Pasqua – questa -, detta “Domenica del Buon Pastore”, ogni anno ci invita a riscoprire, con stupore sempre nuovo, questa definizione che Gesù ha dato di sé stesso, rileggendola alla luce della sua passione, morte e risurrezione. «Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10,11): queste parole si sono realizzate pienamente quando Cristo, obbedendo liberamente alla volontà del Padre, si è immolato sulla Croce. Allora diventa completamente chiaro che cosa significa che Egli è “il buon pastore”: dà la vita, ha offerto la sua vita in sacrificio per tutti noi: per te, per te, per te, per me, per tutti! E per questo è il buon pastore!

Cristo è il pastore vero, che realizza il modello più alto di amore per il gregge: Egli dispone liberamente della propria vita, nessuno gliela toglie (cfr v. 18), ma la dona a favore delle pecore (v. 17). In aperta opposizione ai falsi pastori, Gesù si presenta come il vero e unico pastore del popolo: il cattivo pastore pensa a sé stesso e sfrutta le pecore; il pastore buono pensa alle pecore e dona sé stesso. A differenza del mercenario, Cristo pastore è una guida premurosa che partecipa alla vita del suo gregge, non ricerca altro interesse, non ha altra ambizione che quella di guidare, nutrire e proteggere le sue pecore. E tutto questo al prezzo più alto, quello del sacrificio della propria vita.

Nella figura di Gesù, pastore buono, noi contempliamo la Provvidenza di Dio, la sua sollecitudine paterna per ciascuno di noi. Non ci lascia da soli! 
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Ma contemplare e ringraziare non basta. Occorre anche seguire il Buon Pastore. In particolare, quanti hanno la missione di guide nella Chiesa – sacerdoti, Vescovi, Papi – sono chiamati ad assumere non la mentalità del manager ma quella del servo, a imitazione di Gesù che, spogliando sé stesso, ci ha salvati con la sua misericordia. A questo stile di vita pastorale, di buon pastore, sono chiamati anche i nuovi sacerdoti della diocesi di Roma, che ho avuto la gioia di ordinare questa mattina nella Basilica di San Pietro.
E due di loro si affacceranno per ringraziarvi per le vostre preghiere e per salutarvi… [due sacerdoti neo-ordinati si affacciano accanto al Santo Padre]

Maria Santissima ottenga per me, per i Vescovi e per i sacerdoti di tutto il mondo la grazia di servire il popolo santo di Dio mediante la gioiosa predicazione del Vangelo, la sentita celebrazione dei Sacramenti e la paziente e mite guida pastorale.

Dopo il Regina Coeli:

Cari fratelli e sorelle,
desidero assicurare la mia vicinanza alle popolazioni colpite da un forte terremoto in Nepal e nei Paesi confinanti. Prego per le vittime, per i feriti e per tutti coloro che soffrono a causa di questa calamità. Abbiano il sostegno della solidarietà fraterna. E preghiamo la Madonna perché sia loro vicino. “Ave Maria…”.

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Saluto con affetto tutti i pellegrini provenienti da Roma, dall’Italia e da vari Paesi, in particolare quelli venuti numerosi dalla Polonia in occasione del primo anniversario della canonizzazione di Giovanni Paolo II. Carissimi, risuoni sempre nei vostri cuori il suo richiamo:
“Aprite le porte a Cristo!”, che diceva con quella voce forte e santa che lui aveva. Il Signore benedica voi e le vostre famiglie e la Madonna vi protegga.
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A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  video


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Papa Francesco UDIENZA GENERALE 29 aprile 2015 - Foto, testo e video



 29 aprile 2015 

Due ospiti d’eccezione, per l’udienza di oggi. Appena arrivato in piazza, alle 9.35 circa, il Papa ha indugiato sulla “papamobile” prima di partire per il consueto giro intorno alla piazza, e poi girandosi verso i fedeli - circa 20.000 quelli presenti oggi - ha fatto il segno “due” con l’indice e medio della mano destra. A quel segnale, sono accorsi due ragazzi, di cui uno down, vestiti da chierichetti con il volto sorridente, e sono saliti sulla jeep bianca scoperta per fare compagnia a Papa Francesco. Divertiti e commossi, lo hanno accompagnato lungo tutto il percorso. Moltissimi oggi gli studenti che affollano la piazza con i loro cappellini colorati. Tra i partecipanti all’udienza, anche i partecipanti al torneo calcistico delle università romane. Immancabili le soste per i “selfie” richiesti dai fedeli e gli abbracci e i baci ai bimbi. Anche il rito dello “scambio dello zucchetto” è stato rispettato. Prima di salire a piedi sul sagrato, il Papa ha salutato i due chierichetti benedicendoli con un segno di croce sulla fronte.


La Famiglia - 12. Matrimonio (I)

Cari fratelli e sorelle buongiorno! 

La nostra riflessione circa il disegno originario di Dio sulla coppia uomo-donna, dopo aver considerato le due narrazioni del Libro della Genesi, si rivolge ora direttamente a Gesù.

L’evangelista Giovanni, all’inizio del suo Vangelo, narra l’episodio delle nozze di Cana, a cui erano presenti la Vergine Maria e Gesù, con i suoi primi discepoli (cfr Gv 2,1-11). Gesù non solo partecipò a quel matrimonio, ma “salvò la festa” con il miracolo del vino! Dunque, il primo dei suoi segni prodigiosi, con cui Egli rivela la sua gloria, lo compì nel contesto di un matrimonio, e fu un gesto di grande simpatia per quella nascente famiglia, sollecitato dalla premura materna di Maria. Questo ci fa ricordare il libro della Genesi, quando Dio finisce l’opera della creazione e fa il suo capolavoro; il capolavoro è l’uomo e la donna. E qui Gesù incomincia proprio i suoi miracoli con questo capolavoro, in un matrimonio, in una festa di nozze: un uomo e una donna. Così Gesù ci insegna che il capolavoro della società è la famiglia: l’uomo e la donna che si amano! Questo è il capolavoro!

Dai tempi delle nozze di Cana, tante cose sono cambiate, ma quel “segno” di Cristo contiene un messaggio sempre valido.

Oggi sembra non facile parlare del matrimonio come di una festa che si rinnova nel tempo, nelle diverse stagioni dell’intera vita dei coniugi. E’ un fatto che le persone che si sposano sono sempre di meno; questo è un fatto: i giovani non vogliono sposarsi. In molti Paesi aumenta invece il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei figli. La difficoltà a restare assieme – sia come coppia, sia come famiglia – porta a rompere i legami con sempre maggiore frequenza e rapidità, e proprio i figli sono i primi a portarne le conseguenze. Ma pensiamo che le prime vittime, le vittime più importanti, le vittime che soffrono di più in una separazione sono i figli. Se sperimenti fin da piccolo che il matrimonio è un legame “a tempo determinato”, inconsciamente per te sarà così. In effetti, molti giovani sono portati a rinunciare al progetto stesso di un legame irrevocabile e di una famiglia duratura. Credo che dobbiamo riflettere con grande serietà sul perché tanti giovani “non se la sentono” di sposarsi. C’è questa cultura del provvisorio … tutto è provvisorio, sembra che non ci sia qualcosa di definitivo.

Questa dei giovani che non vogliono sposarsi è una delle preoccupazioni che emergono al giorno d’oggi: perché i giovani non si sposano?; perché spesso preferiscono una convivenza, e tante volte “a responsabilità limitata”?; perché molti – anche fra i battezzati – hanno poca fiducia nel matrimonio e nella famiglia? E’ importante cercare di capire, se vogliamo che i giovani possano trovare la strada giusta da percorrere. Perché non hanno fiducia nella famiglia?

Le difficoltà non sono solo di carattere economico, sebbene queste siano davvero serie. Molti ritengono che il cambiamento avvenuto in questi ultimi decenni sia stato messo in moto dall’emancipazione della donna. Ma nemmeno questo argomento è valido, è una falsità, non è vero! E’ una forma di maschilismo, che sempre vuole dominare la donna. Facciamo la brutta figura che ha fatto Adamo, quando Dio gli ha detto: “Ma perché hai mangiato il frutto dell’albero?”, e lui: “La donna me l’ha dato”. E la colpa è della donna. Povera donna! Dobbiamo difendere le donne! In realtà, quasi tutti gli uomini e le donne vorrebbero una sicurezza affettiva stabile, un matrimonio solido e una famiglia felice. La famiglia è in cima a tutti gli indici di gradimento fra i giovani; ma, per paura di sbagliare, molti non vogliono neppure pensarci; pur essendo cristiani, non pensano al matrimonio sacramentale, segno unico e irripetibile dell’alleanza, che diventa testimonianza della fede. Forse proprio questa paura di fallire è il più grande ostacolo ad accogliere la parola di Cristo, che promette la sua grazia all’unione coniugale e alla famiglia.

La testimonianza più persuasiva della benedizione del matrimonio cristiano è la vita buona degli sposi cristiani e della famiglia. Non c’è modo migliore per dire la bellezza del sacramento! Il matrimonio consacrato da Dio custodisce quel legame tra l’uomo e la donna che Dio ha benedetto fin dalla creazione del mondo; ed è fonte di pace e di bene per l’intera vita coniugale e familiare. 

...

Per questo, come cristiani, dobbiamo diventare più esigenti a tale riguardo. Per esempio: sostenere con decisione il diritto all’uguale retribuzione per uguale lavoro; perché si dà per scontato che le donne devono guadagnare meno degli uomini? No! Hanno gli stessi diritti. La disparità è un puro scandalo! Nello stesso tempo, riconoscere come ricchezza sempre valida la maternità delle donne e la paternità degli uomini, a beneficio soprattutto dei bambini. Ugualmente, la virtù dell’ospitalità delle famiglie cristiane riveste oggi un’importanza cruciale, specialmente nelle situazioni di povertà, di degrado, di violenza familiare.

Cari fratelli e sorelle, non abbiamo paura di invitare Gesù alla festa di nozze, di invitarlo a casa nostra, perché sia con noi e custodisca la famiglia. E non abbiamo paura di invitare anche la sua Madre Maria! I cristiani, quando si sposano “nel Signore”, vengono trasformati in un segno efficace dell’amore di Dio. I cristiani non si sposano solo per se stessi: si sposano nel Signore in favore di tutta la comunità, dell’intera società.

Di questa bella vocazione del matrimonio cristiano, parlerò anche nella prossima catechesi.

  video della catechesi

Saluti:

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Porgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. ...

Rivolgo un pensiero speciale ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Oggi celebriamo la festa di Santa Caterina da Siena, Patrona d’Italia e d’Europa. E salutiamo con un applauso la nostra Patrona! La sua esistenza faccia comprendere a voi, cari giovani, il significato della vita vissuta per Dio; la sua fede incrollabile aiuti voi, cari ammalati, a confidare nel Signore nei momenti di sconforto; e la sua forza con i potenti indichi a voi, cari sposi novelli, i valori che veramente contano nella vita familiare.

 
testo integrale

  video integrale



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«Quando, Signore, è stato quell’incontro, quel primo amore?» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
24 aprile 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
Ricordiamo il nostro primo incontro con Gesù?

Gesù non dimentica mai il giorno in cui ci ha incontrato per la prima volta, chiediamo a Dio la “grazia della memoria” per ricordarlo sempre. È l’auspicio di fondo espresso da Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino celebrata nella cappella di Casa Santa Marta.

Un incontro. È il modo scelto da Gesù per cambiare la vita degli altri. Emblematico è quello con Paolo di Tarso, il persecutore anticristiano che quando giunge a Damasco è ormai diventato un Apostolo. Papa Francesco si sofferma sul celebre episodio proposto dalla liturgia odierna e allarga lo sguardo alla miriade di incontri che costellano la narrazione dei Vangeli.

Il primo incontro
Più precisamente, Francesco considera il “primo incontro” con Gesù, quello che “cambia la vita” di chi gli sta di fronte. Giovanni e Andrea, che trascorrono con il Maestro “tutta la serata”, Simone che subito diventa la “pietra” della nuova comunità, e poi la Samaritana, il lebbroso che torna a ringraziare per essere stato risanato, la donna ammalata che guarisce sfiorando la tunica di Cristo. Incontri decisivi che devono indurre un cristiano – afferma il Papa – a non smarrire mai la memoria del suo primo contatto con Gesù:

“Lui mai dimentica, ma noi dimentichiamo l’incontro con Gesù. ... Questo è il fondamento della fede: ho incontrato Gesù come Saulo oggi”.

La memoria di ogni giorno
Interroghiamoci con sincerità, suggerisce Francesco, chiediamoci: “Quando tu mi hai detto qualcosa che ha cambiato la mia vita o mi hai invitato a fare quel passo avanti nella vita?”...

Non dimentichiamo il primo amore
E non dimentichiamo neanche, conclude Papa Francesco, che Cristo intende il “rapporto con noi” nel senso di una predilezione, un rapporto d’amore “a tu per tu”:

“Pregare e chiedere la grazia della memoria. ‘Quando, Signore, è stato quell’incontro, quel primo amore?’. Per non sentire quel rimprovero che il Signore fa nell’Apocalisse: ‘Ho questo contro di te, che ti sei dimenticato del primo amore’“.

  Francesco: ricordare sempre l'incontro con Gesù che ci ha cambiato la vita

  video


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«Le sorprese dello Spirito Santo» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
28 aprile 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
“non fate della vita cristiana un museo di ricordi”

La Chiesa va avanti grazie alle sorprese dello Spirito Santo. E’ uno dei passaggi dell’omelia di Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Soffermandosi sulla predicazione del Vangelo ai pagani, narrata negli Atti degli Apostoli, il Pontefice ha sottolineato che anche oggi bisogna avere “coraggio apostolico” per non rendere “la vita cristiana un museo di ricordi”.

I discepoli di Gesù arrivati ad Antiochia iniziano a predicare non solo agli ebrei, ma anche ai greci, ai pagani e un gran numero di loro credette e si convertì al Signore. Papa Francesco ha preso spunto dal passo degli Atti degli Apostoli, nella Prima Lettura, per sottolineare quanto nella vita della Chiesa sia sempre fondamentale aprirsi alle novità dello Spirito Santo. Molti, annota, erano all’epoca inquieti nel sentire che il Vangelo fosse predicato anche ai non ebrei, ma quando Barnaba giunge ad Antiochia è felice perché vede che queste conversioni dei pagani sono opera di Dio.

Non avere paura del Dio delle sorprese
Del resto, ha sottolineato Francesco, già nelle profezie c’era scritto che il Signore sarebbe venuto a salvare tutti i popoli, come nel capitolo 60 di Isaia. E tuttavia, molti non comprendevano queste parole:

“Non capivano. Non capivano che Dio è il Dio delle novità: ‘Io faccio tutto nuovo’, ci dice. Che lo Spirito Santo è venuto proprio per questo, per rinnovarci e continuamente fa questo lavoro di rinnovarci. Questo dà un po’ di paura. Nella Storia della Chiesa possiamo vedere da questo momento fino adesso quante paure verso le sorprese dello Spirito Santo. E’ il Dio delle sorprese”.

“Ma – ha ripreso – ci sono novità e novità!” Alcune novità, ha ammesso, “si vede che sono di Dio”, altre no. Come si può dunque distinguerle? 
...

La Chiesa va avanti con le novità dello Spirito Santo
“L’andare avanti della Chiesa – ha detto ancora – è opera dello Spirito Santo”, che ci fa ascoltare la voce del Signore. “E come posso fare – si chiede il Papa – per essere sicuro che quella voce che sento è la voce di Gesù, che quello che sento che devo fare è fatto dallo Spirito Santo? Pregare”
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La vita cristiana non sia un museo di ricordi
Ma fare come si è fatto sempre, ha ammonito, è un’alternativa “di morte”. Ed ha esortato a “rischiare, con la preghiera, tanto, con l’umiltà, di accettare quello che lo Spirito” ci chiede di “cambiare”: “questa è la strada”.

“Il Signore ci ha detto che se noi mangiamo il suo Corpo e beviamo il suo Sangue, avremo vita. Adesso continuiamo questa celebrazione, con questa parola: ‘Signore, Tu che sei qui con noi nell’Eucaristia, Tu che sarai dentro di noi, dacci la grazia dello Spirito Santo. Dacci la grazia di non avere paura quando lo Spirito, con sicurezza, mi dice di fare un passo avanti’. E in questa Messa, chiedere questo coraggio, questo coraggio apostolico di portare vita e non fare della nostra vita cristiana un museo di ricordi”.

  Francesco: senza lo Spirito non capiamo la verità, aprirsi a sue sorprese

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«L’identità cristiana è il servizio, non l’egoismo» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
30 aprile 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
“l’identità cristiana è il servizio, non l’egoismo”

Il cristiano è inserito in una storia di peccato e di grazia, sempre posto davanti all’alternativa: servire o servirsi dei fratelli. E’ quanto ha affermato Papa Francesco nella Messa del mattino presieduta a Casa Santa Marta.

Il cristiano è uomo e donna di storia
“La storia e il servizio”: nell’omelia Papa Francesco si sofferma su questi “due tratti dell’identità del cristiano”. Innanzitutto, la storia. San Paolo, San Pietro e i primi discepoli “non annunziavano un Gesù senza storia: loro annunziavano Gesù nella storia del popolo, un popolo che Dio ha fatto camminare da secoli per arrivare” alla maturità, “alla pienezza dei tempi”. Dio entra nella storia e cammina col suo popolo:
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Storia di grazia e di peccato
E’ una “storia di grazia, ma anche storia di peccato”:
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Servire, non servirsi
Il secondo tratto dell’identità cristiano è il servizio: “Gesù lava i piedi ai discepoli invitandoci a fare come lui: servire:

L’identità cristiana è il servizio, non l’egoismo. ‘Ma padre, tutti siamo egoisti’. Ah sì? E’ un peccato, è un’abitudine dalla quale dobbiamo staccarci. Chiedere perdono, che il Signore ci converta. Siamo chiamati al servizio. Essere cristiano non è un’apparenza o anche una condotta sociale, non è un po’ truccarsi l’anima, perché sia un po’ più bella. Essere cristiano è fare quello che ha fatto Gesù: servire”.

Il Papa esorta a porci questa domanda: “Nel mio cuore cosa faccio di più? Mi faccio servire dagli altri, mi servo degli altri, della comunità, della parrocchia, della mia famiglia, dei miei amici o servo, sono al servizio di?”.

  Francesco: fede è storia di peccato e di grazia, tra servirsi e servire

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