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B. La Lectio è temporaneamente sospesa
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Articoli,
riflessioni e commenti proposti vogliono
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un contributo
alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.
Le posizioni espresse non sempre
rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione.
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VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA
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Rispondiamo con le nostre preghiere alla richiesta di Papa Francesco
Seguiamo Papa Francesco nel suo viaggio in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana e accompagniamolo con la nostra preghiera.
Il Papa ai giornalisti a bordo dell'aereo per il Kenya...
Prima dell'arrivo in Kenya, il Papa ha twittato per salutare tutta la popolazione keniota:
Tweet del 26/11/2015
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Il difficile viaggio di Francesco in Africa
di Luigi Sandri
È
un viaggio rischioso quello che Francesco compirà dal 25 al 30 novembre
in Africa dove, dopo il Kenya e l’Uganda, punterà sulla Repubblica
centroafricana, nella cui capitale, Bangui, vuole anticipare l’apertura
del Giubileo (prevista per l’8 dicembre) malgrado che l’intelligence
francese gli abbia sconsigliato una tappa in un paese ancora sconvolto
dalle conseguenze di una feroce guerra civile. Fin dall’inizio del
pontificato, nel marzo 2013, Bergoglio aveva detto che, oltre
naturalmente alla natia America latina, avrebbe desiderato visitare
Asia e Africa. Sempre sperando un giorno di toccare anche la Cina, in
Asia per ora ha raggiunto la Corea del Sud, lo Sri Lanka e le
Filippine; la prima volta nel continente nero sarà invece mercoledì, a
Nairobi.
...
Aprendo il Giubileo a Bangui, il papa vorrebbe lanciare un grido,
valido “erga omnes”, contro ogni spargimento di sangue, e a favore
della riconciliazione e della pace tra i seguaci di tutte le religioni.
(fonte: “Trentino” del 23 novembre 2015)
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Con
la sorveglianza dall’alto di un elicottero della polizia, il Pontefice
alle 7,40 è giunto a bordo della Ford Focus del Vaticano che si è
fermata in pista, a pochi metri dall’airbus A330-200 dell’Alitalia
“Giotto”, con cui raggiungerà Nairobi.
Papa
Francesco, sempre con la consueta borsa nera nella mano sinistra, è
stato accolto, tra gli altri, da mons. Reali, vescovo della diocesi di
Porto-Santa Rufina, nella cui giurisdizione si trova l’aeroporto di
Fiumicino e da altre autorità civili e militari, con le quali si è
intrattenuto cordialmente. Subito dopo il Pontefice, sorridente, è
salito di buona lena sulla scaletta e prima di entrare nell’airbus ha
salutato i presenti con un cenno della mano. Il volo è decollato alle
8,01.
"Buongiorno,
voglio salutarvi e ringraziarvi per la vostra presenza e il vostro
lavoro in questo viaggio. Vado con gioia a trovare kenyani, ugandesi e
i fratelli della Repubblica Centrafricana. Vi ringrazio per tutto
quello che farete perché questo viaggio dia i frutti migliori, che
siano spirituali o materiali". Lo ha detto Papa Francesco salutando
i settantaquattro giornalisti di diverse testate internazionali a bordo
dell'aereo. Dopo il consueto giro tra i giornalisti, durante il quale
ha scambiato qualche parola con ognuno, ha ripreso la parola e ha detto:"buon viaggio e a ritrovarci tutti al ritorno".
"Voglio andare in Centrafrica, se non ci riuscite datemi un paracadute".
Si sarebbe rivolto così, secondo quanto riporta l'Osservatore Romano,
Papa Francesco al comandante dell'aereo che lo ha portato a Nairobi, in
Kenya, e che lo accompagnerà anche nelle altre due tappe del suo
viaggio in Africa: Uganda e Repubblica Centrafricana.
Il Papa aveva già scherzato: "Sono più preoccupato per le zanzare che non per le persone". a un giornalista inglese che gli chiedeva se fosse preoccupato per il viaggio e per la sua incolumità.
il testo integrale
video
Prima dell'arrivo in Kenya, il Papa ha twittato per salutare tutta la popolazione keniota: Mungu abariki Kenya! Che Dio benedica il Kenya!
Danze
tradizionali, balli e canti moderni e tanti costumi colorati: così è
stato accolto a Nairobi Papa Francesco al suo arrivo alla prima tappa
del viaggio africano.
Al
suo arrivo alla State House di Nairobi per la cerimonia di benvenuto,
ai piedi della scala dell’aereo Papa Francesco è stato accolto dal
Presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta.
Tra i presenti al Benvenuto le massime Autorità
dello Stato, Vescovi del Kenya, gruppi di fedeli, cori e danzatori e un
gruppo di militari per il tradizionale Saluto di stato con 21 salve di
cannone.
Dopo
l'esecuzione degli inni, gli onori militari e la presentazione delle
rispettive Delegazioni, il Papa è entrato nel Palazzo Presidenziale per
i saluti ufficiali.
Firmato il Libro d'oro, Papa Francesco si recato nello studio del presidente per l'incontro privato.
Contemporaneamente
ha avuto luogo un incontro bilaterale tra le delegazioni vaticana e
keniota al quale erano presenti, da parte vaticana, il cardinale
segretario di Stato Pietro Parolin, i cardinali Filoni, Turkson e Njue
e gli arcivescovi Becciu, Balvo e Anyolo. Al termine del colloquio
privato, la famiglia del Presidente è stata ammessa nello Studio dove
ha luogo lo scambio dei doni.
Ad
accogliere Papa Francesco a Nairobi, in Kenya, nella strada che va
dall'aeroporto alla State House, centinaia di persone. Il traffico
sulle strade della capitale è rimasto bloccato al passaggio dell'auto
del pontefice e della sua scorta e gli abitanti hanno colto l'occasione
per radunarsi sul ciglio delle vie per attendere un saluto del Papa. Ai
bordi delle strade anche tanti maxi cartelloni dedicati proprio al
pontefice con delle sue foto giganti e la scritta: 'Karibu Pope
Francis', cioè 'Benvenuto Papa Francesco'.
video dell'arrivo a Nairobi
Poi 19 chilometri di strada che lo portano nel giardino dello State House di Nairobi per la Cerimonia di benvenuto.
Nel
suo discorso di benvenuto il presidente keniano ha detto: «Io ho
frequentato la scuola cattolica», e ha ricordato che la Chiesa è stata
ed è un «forte partner dello Stato per lo sviluppo sociale ed economico
del Paese». Kenyatta ha anche assicurato: «Vogliamo combattere il vizio
della corruzione e i profitti illegali che provengono dallo
sfruttamento dell'ambiente». E ha concluso chiedendo al Papa di pregare
per lui e per il Paese.
Dopo il discorso del presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, Bergoglio parla in inglese.
Circa
dieci minuti di discorso per ricordare che le autorità devono operare
per costruire una società più giusta, mostrando «una genuina
preoccupazione per i bisogni dei poveri, per le aspirazioni dei giovani
e per una giusta distribuzione delle risorse umane e naturali con le
quali il Creatore ha benedetto il vostro Paese». In questo il Papa
assicura anche l’impegno della comunità cattolica.
E poi conclude in swahili dicendo: «Mungu abariki Kenya!», «Dio benedica il Kenya».
il testo integrale del discorso
video integrale
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26 novembre 2015 Incontro ecumenico ed interreligioso
Papa Francesco ha iniziato la sua seconda giornata a Nairobi in Kenya, con l’incontro ecumenico ed interreligioso nella
nunziatura apostolica, Riuniti i Capi delle diverse confessioni
cristiane (anglicana, evangelica, metodista, pentecostale, African
Inland Church, etc) e delle altre religioni (tradizionale-animista e
musulmana) maggiormente presenti in Kenya, oltre a 7 personalità civili
particolarmente impegnate nella promozione del dialogo interreligioso. Dopo
la presentazione di S.E. Mons. Peter Kairo, Arcivescovo di Nyeri e
incaricato del dialogo interreligioso, e dopo gli indirizzi di saluto
del Rappresentante anglicano, l’Arcivescovo Eliud Wabukala, e del
Rappresentante musulmano, Prof. Abdulghafur El-Busaidy, il Santo Padre
Francesco pronuncia il discorso che riportiamo di seguito:
Cari amici,
sono
grato per la vostra presenza odierna e per l’opportunità di condividere
questi momenti di riflessione con voi. In modo particolare vorrei
ringraziare Mons. Kairo, l’Arcivescovo Wabukala e il Professor
El-Busaidy per le loro parole di benvenuto a nome vostro e delle
rispettive comunità. Quando vengo a visitare i cattolici di una Chiesa
locale, è sempre importante per me avere l’occasione d’incontrare i
leader di altre comunità cristiane e di altre tradizioni religiose. È
mia speranza che questo tempo trascorso insieme possa essere un segno
della stima della Chiesa nei confronti dei seguaci di tutte le
religioni e rafforzi i legami d’amicizia che già intercorrono tra noi.
A dire il vero, il nostro rapporto ci sta mettendo dinanzi a delle sfide; ci pone degli interrogativi. Tuttavia, il
dialogo ecumenico e interreligioso non è un lusso. Non è qualcosa di
aggiuntivo o di opzionale, ma è essenziale, è qualcosa di cui il nostro
mondo, ferito da conflitti e divisioni, ha sempre più bisogno.
In
effetti, le credenze religiose e la maniera di praticarle influenzano
ciò che siamo e la comprensione del mondo circostante. Esse sono per
noi fonte di illuminazione, saggezza e solidarietà e in tal modo
arricchiscono le società in cui viviamo. Prendendoci cura della
crescita spirituale delle nostre comunità, formando le menti e i cuori
alla verità e ai valori insegnati dalle nostre tradizioni religiose,
diventiamo una benedizione per le comunità nelle quali vive le nostra
gente. In una società democratica e pluralistica come questa, la
cooperazione tra i leader religiosi e le loro comunità diviene un
importante servizio al bene comune.
In
questa luce, e in un mondo sempre più interdipendente, si avverte con
crescente chiarezza la necessità della comprensione interreligiosa,
dell’amicizia e della collaborazione nel difendere la dignità conferita
da Dio ai singoli individui e ai popoli, e il loro diritto di vivere in
libertà e felicità. Promuovendo il rispetto di tale dignità e di tali
diritti, le
religioni interpretano un ruolo essenziale nel formare le coscienze,
nell’instillare nei giovani i profondi valori spirituali delle
rispettive tradizioni e nel preparare buoni cittadini, capaci di
infondere nella società civile onestà, integrità e una visione del
mondo che valorizzi la persona umana rispetto al potere e al guadagno
materiale.
Penso qui all’importanza della nostra comune convinzione secondo la quale il
Dio che noi cerchiamo di servire è un Dio di pace. Il suo santo Nome
non deve mai essere usato per giustificare l’odio e la violenza. So
che è vivo in voi il ricordo lasciato dai barbari attacchi al Westgate
Mall, al Garissa University College e a Mandera. Troppo spesso dei
giovani vengono resi estremisti in nome della religione per seminare
discordia e paura e per lacerare il tessuto stesso delle nostre
società. Quant’è importante che siamo riconosciuti come profeti di
pace, operatori di pace che invitano gli altri a vivere in pace,
armonia e rispetto reciproco! Possa l’Onnipotente toccare i cuori di
coloro che perpetrano questa violenza e concedere la sua pace alle
nostre famiglie e alle nostre comunità.
Cari
amici, quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della chiusura
del Concilio Vaticano II, nel quale la Chiesa Cattolica si è impegnata
nel dialogo ecumenico e interreligioso al servizio della comprensione e
dell’amicizia. Intendo riaffermare questo impegno, che nasce dalla
convinzione dell’universalità dell’amore di Dio e della salvezza che Egli offre a tutti.
Il mondo giustamente si attende che i credenti lavorino insieme con le
persone di buona volontà nell’affrontare i molti problemi che si
ripercuotono sulla famiglia umana. Nel guardare al futuro, preghiamo
affinché tutti gli uomini e le donne si considerino fratelli e sorelle,
pacificamente uniti nelle e attraverso le loro differenze. Preghiamo per la pace!
Vi
ringrazio per la vostra attenzione e chiedo a Dio Onnipotente di
concedere a voi e alle vostre comunità l’abbondanza delle sue
benedizioni.
video
Al termine dell’incontro, il Papa si è recato in auto all’Università di Nairobi.
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26 novembre 2015
Santa Messa nel Campus dell’Università di Nairobi
Dopo
aver incontrato nella Nunziatura di Nairobi, dove risiede, i leader
delle altre religiosi e confessioni cristiane, papa Francesco ha
celebrato la Messa nel campus universitario.
Canti,
suoni, balli, colori: perché in Africa la fede si esprime anche con il
linguaggio del corpo. A queste latitudini la gioia e la preghiera
trovano in queste manifestazioni la loro espressione più naturale. E
così il suono dei tamburi e il ritmo dato dai tradizionali kayamba —
grandi tavole di legno contenenti sassolini, fagioli e semi — è
divenuto la colonna sonora della seconda giornata trascorsa dal Papa in
Kenya. È stata una grande festa di popolo.
La
messa celebrata da Papa Francesco giovedì 26 novembre a Nairobi ha
raccolto una folla immensa di fedeli nel Campus dell’Università e nel
vicino Uhuru Park — quello dove vent’anni fa celebrò Giovanni Paolo II
— in cui erano stati allestiti i maxischermi. La gioia dei keniani e la
loro riconoscenza per aver potuto ospitare per primi il Pontefice in
Africa sono state coinvolgenti. Nonostante il tempo inclemente — ultimo
strascico della stagione delle piogge — sin dalle prime ore del mattino
si vedevano lunghe file di persone in cammino verso il luogo della
messa.
Il
prato era stato completamente trasformato in un denso strato di fango,
ma in tanti non sono voluti mancare all'appuntamento con il Papa.
Tra
canti e balli il pontefice è stato accolto gioiosamente nonostante le
condizioni climatiche sfavorevoli e Papa Francesco ha voluto ricambiare
l'affetto arrivando a bordo dell'auto scoperta anche sotto la pioggia, accolto dai canti in lingua swahili di un coro composto da elementi provenienti da tutte le parrocchie della capitale.
Il
rito, probabilmente il più ampio raduno di massa nel viaggio papale in
Kenya, è stato celebrato in inglese e lingue swahili, masai,
kiriborana, turkana, e animato da canti africani e della tradizione
latina, e da danze. Tutto il rito è stato contrassegnato dalla tipica
gestualità liturgica locale: la folla spesso accompagnava ritmicamente
a braccia alzate i canti, durante i quali un gruppo di bambine e
bambini, vestiti con i colori tradizionali del Kenya, danzavano ai
piedi dell’altare. Anche il lezionario, prima della liturgia della
parola, è stato portato nel presbiterio a ritmo di musica, adagiato su
una cesta che una ragazza danzante teneva in equilibrio sul capo.
Le lingue locali sono usate anche nelle preghiere dei fedeli, mentre la preghiera eucaristica è recitata in latino.
Bergoglio
ha celebrato sotto una struttura realizzata per questa occasione, una
specie di gazebo aperto sormontato da una tettoia che ricorda quella di
una chiesa.
Il
rito si è svolto nel Central Park, ma la folla seguiva anche nel vicino
Uhuru Park, grazie ai maxischermi. Presente anche il presidente del
Kenya, Uhuru Kenyatta, mentre il saluto al Papa è stato affidato
all'arcivescovo di Nairobi, cardinale John Njue.
Francesco
lo aveva detto durante la messa crismale del primo Giovedì Santo: i
pastori della Chiesa devono avere addosso «l'odore delle pecore». Cioè
devono essere capaci di guidare il proprio gregge ma anche stare in
mezzo ai fedeli che gli sono affidati.
Fin
da quel momento il vescovo Virgilio Pante, pastore di Maralar,
missionario della Consolata di origini bellunesi, ha avuto l'idea di
regalare al Papa la sua mitria confezionata con pelle di pecora.
Giovedì mattina, prima dell'inizio della Messa celebrata al Central
Park di fronte all'università di Nairobi davanti a circa un milione di
persone, il vescovo ha potuto donare l'originale copricapo liturgico al
Pontefice, che ha voluto indossarlo durante la celebrazione. Monsignor
Pante guida la diocesi nel territorio del Kenya dove vivono i pastori
nilo-hamitici.
"Mungu
abariki Kenya!", Dio benedica il Kenya. Papa Francesco ha concluso con
queste parole in swahili la sua prima omelia in Africa.
video dell'omelia
Ecco il testo:
La
parola di Dio parla alle profondità del nostro cuore. Oggi Dio ci dice
che gli apparteniamo. Egli ci ha fatti, noi siamo la sua famiglia e per
noi Lui sarà sempre presente. “Non temete – Egli ci dice –: io vi ho
scelti e prometto di darvi la mia benedizione” (cfrIs 44,2-3).
Abbiamo
ascoltato questa promessa nella prima Lettura. Il Signore ci dice che
farà sgorgare acqua nel deserto, in una terra assetata; Egli farà sì
che i figli del suo popolo fioriscano come erba e come salici
lussureggianti. Sappiamo che questa profezia si è adempiuta con
l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste. Ma vediamo anche che essa
si compie dovunque il Vangelo è predicato e nuovi popoli diventano
membra della famiglia di Dio, la Chiesa. Oggi ci rallegriamo perché si
è realizzata in questa terra. Mediante la predicazione del Vangelo,
tutti noi siamo diventati partecipi della grande famiglia cristiana.
La
profezia di Isaia ci invita a guardare alle nostre famiglie e a
renderci conto di quanto siano importanti nel piano di Dio. La società
del Kenya è stata a lungo benedetta con una solida vita familiare, con
un profondo rispetto per la saggezza degli anziani e con l’amore verso
i bambini. La salute di qualsiasi società dipende sempre dalla salute delle famiglie. Per
il bene loro e della comunità, la fede nella Parola di Dio ci chiama a
sostenere le famiglie nella loro missione all’interno della società, ad
accogliere i bambini come una benedizione per il nostro mondo e a
difendere la dignità di ogni uomo e di ogni donna, poiché tutti noi
siamo fratelli e sorelle nell’unica famiglia umana.
In
obbedienza alla Parola di Dio, siamo anche chiamati ad opporre
resistenza alle pratiche che favoriscono l’arroganza negli uomini,
feriscono o disprezzano le donne, non curano gli anziani e minacciano
la vita degli innocenti non ancora nati.Siamo chiamati a rispettarci e incoraggiarci a vicenda e a raggiungere tutti coloro che si trovano nel bisogno. Le
famiglie cristiane hanno questa missione speciale: irradiare l’amore di
Dio e riversare l’acqua vivificante del suo Spirito. Questo è
particolarmente importante oggi, perché assistiamo all’avanzata di
nuovi deserti, creati da una cultura dell’egoismo e dell’indifferenza
verso gli altri.
Qui, nel cuore di questa Università, dove le menti e i cuori delle nuove generazioni vengono formati, faccio
appello in modo speciale ai giovani della nazione. I grandi valori
della tradizione africana, la saggezza e la verità della Parola di Dio
e il generoso idealismo della vostra giovinezza vi guidino nell’impegno
di formare una società che sia sempre più giusta, inclusiva e
rispettosa della dignità umana. Vi stiano sempre a cuore le necessità
dei poveri; rigettate tutto ciò che conduce al pregiudizio e alla
discriminazione, perché queste cose – lo sappiamo – non sono di Dio.
Tutti
conosciamo bene la parabola di Gesù a proposito dell’uomo che costruì
la sua casa sulla sabbia invece che sulla roccia. Quando soffiarono i
venti, essa cadde e la sua rovina fu grande (cfr Mt 7,24-27). Dio è la
roccia sulla quale siamo chiamati a costruire. Egli ce lo dice nella
prima Lettura e ci chiede: «C’è forse un dio fuori di me?» (Is 44,8).
Quando
Gesù Risorto afferma, nel Vangelo di oggi: «A me è stato dato ogni
potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18), ci dice che Lui stesso, il
Figlio di Dio, è la roccia. Non c’è nessuno oltre a Lui. Unico
Salvatore dell’umanità, desidera attirare uomini e donne di ogni epoca
e luogo a Sé, così da poterli portare al Padre. Egli vuole che tutti
noi costruiamo la nostra vita sul saldo fondamento della sua parola.
Questo
è il compito che il Signore assegna a ciascuno di noi. Ci chiede di
essere discepoli missionari, uomini e donne che irradino la verità, la
bellezza e la potenza del Vangelo che trasforma la vita. Uomini e donne
che siano canali della grazia di Dio, che permettano alla sua
misericordia, benevolenza e verità di diventare gli elementi per
costruire una casa che rimanga salda. Una casa che sia un focolare,
dove fratelli e sorelle vivano finalmente in armonia e reciproco
rispetto, in obbedienza alla volontà del vero Dio, che ci ha mostrato,
in Gesù, la via verso quella libertà e quella pace a cui tutti i cuori
aspirano.
Gesù,
il Buon Pastore, la roccia sulla quale costruiamo le nostre vite, guidi
voi e le vostre famiglie sulla via del bene e della misericordia per
tutti i giorni della vostra vita. Egli benedica tutti gli abitanti del
Kenya con la sua pace.
«Siate forti nella fede! Non abbiate paura!». Perché voi appartenete al Signore.
Mungu awabariki! (Dio vi benedica!)
Mungu abariki Kenya! (Dio benedica il Kenya!)
video integrale
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26 novembre 2015
Incontro con il Clero, i Religiosi, le Religiose ed i Seminaristi
Nella
sequela di Gesù si entra “dalla porta”, “non dalla finestra”. Papa
Francesco è ricorso a questa immagine, parlando al clero e ai religiosi
del Kenya incontrati nella Saint Mary School di Nairobi, per
sottolineare quanto sia importante la vita consacrata. Quindi, ha
avvertito che non bisogna seguire Gesù per ambizione o interesse
personale ed ha ribadito che la Chiesa non è un’impresa e che tutti i
discepoli di Cristo sono chiamati a servire gli altri, non a servirsi
del prossimo.
L’intervento
del Papa, tutto a braccio in spagnolo, è stato preceduto dal saluto di
mons. Anthony Ireri Mukobo, presidente della Commissione per il clero e
i religiosi della Conferenza episcopale del Kenya e da due
testimonianze: di suor Michael Marie Rottinghous, presidente delle
religiose del Kenya e del reverendo Felix J. Phiri, presidente della
Conferenza dei Superiori del Kenya.
V. Tumisufu Yesu Kristu! (Sia lodato Gesù Cristo!)
R. [Milele na Milele. Amina] (Ora e sempre. Amen)
(In inglese)
Grazie
tante per la vostra presenza. Vorrei tanto parlarvi in inglese, ma il
mio inglese è povero… Io ho preso nota e vorrei dirvi tante cose, a
tutti voi, a ciascuno di voi… ma mi fa paura parlare e preferirei
parlare nella mia lingua madre… Mons. Miles è il traduttore. Grazie per
la vostra comprensione.
Quando veniva letta la lettera di san Paolo mi ha colpito questo: «Sono persuaso che colui ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6).
Il
Signore vi ha scelto tutti, ci ha scelto tutti. E Lui ha iniziato la
sua opera il giorno in cui ci ha guardato nel Battesimo, il giorno in
cui ci ha guardato dopo, quando ci ha detto “Se hai voglia vieni con
me”. E allora, ci siamo messi in fila e abbiamo cominciato il cammino.
Ma il cammino lo ha iniziato Lui, non noi! Non
siamo stati noi. Nel Vangelo leggiamo di una persona guarita che voleva
seguirlo lungo nel cammino e Gesù gli disse: “No”. Nella sequela di
Gesù Cristo – sia nel sacerdozio che nella vita consacrata – si entra
dalla porta! E la porta è Cristo! E’ Lui che chiama, è Lui che
comincia, è Lui che fa il lavoro. Ci sono alcuni che vogliono entrare
dalla finestra… Ma questo non serve. Per favore, se qualcuno ha qualche
compagno o qualche compagna che è entrato dalla finestra, abbracciatelo
e spiegategli che è meglio che vada via e che serva Dio in un altro
modo, perché non arriverà mai a termine un’opera che Gesù che non
avviato – Egli stesso – attraverso la porta.
E
questo ci deve portare ad una consapevolezza di essere persone scelte:
“Io sono stato guardato, sono stato scelto”. Mi colpisce l’inizio del
capitolo 16 di Ezechiele: “Eri figlia di stranieri, eri stata messa da
parte; ma sono passato e ti ho pulito e ti ho preso con me”. Questo è
il cammino! Questa è l’opera che il Signore ha cominciato quando ci ha
guardato!
Ci
sono alcuni che non sanno perché Dio li chiama, però sentono che Dio li
ha chiamati. Andate tranquilli, Dio vi farà capire perché vi ha
chiamati. Ci sono altri che vogliono seguire il Signore per qualche
interesse, per interesse. Ricordiamo la madre di Giacomo e Giovanni:
“Signore, ti chiedo, quando dividi la torta, di dare la fetta più
grande ai miei figli… Che uno stia alla tua destra e l’altro stia alla
tua sinistra”. E questa è la tentazione di seguire Gesù per ambizione: l’ambizione del denaro, l’ambizione del potere. Tutti
possiamo dire: “Quando io ho cominciato a seguire Gesù, non mi è
capitato questo. Ma ad altri è capitato, e a poco a poco te lo hanno
seminato nel cuore, come una zizzania.
Nella
vita della sequela di Gesù non c’è posto né per la propria ambizione,
né per le ricchezze, né per essere una persona importante nel mondo.
Gesù lo si segue fino al suo ultimo passo della sua vita terrena, la
Croce. Poi Lui pensa a risuscitarti, ma fino a quel punto devi arrivarci tu. E questo ve lo dico seriamente, perché la
Chiesa non è una impresa, non è una ONG. La Chiesa è un mistero: è il
mistero dello sguardo di Gesù su ognuno di noi che dice “Seguimi!”.
Quindi
che sia chiaro: chi chiama è Gesù; si entra dalla porta quando Gesù
chiama e non dalla finestra; e poi bisogna seguire la strada di Gesù.
E’
chiaro evidentemente che quando Gesù ci sceglie, non ci “canonizza”.
Continuiamo ad essere gli stessi peccatori… Io vi chiederei, per
favore, se c’è qui qualcuno – qualche sacerdote o qualche religiosa o
qualche religioso – che non si sente peccatore, alzi la mano… Siamo
tutti peccatori, io per primo e poi voi. Però ci porta avanti la
tenerezza e l’amore di Gesù.
“Colui
che ha iniziato una buona opera, la porterà a compimento”: questo ci
porta avanti, quello che ha iniziato l’amore di Gesù. Vi ricordate nel
Vangelo, quando l’Apostolo Giacomo ha pianto? Qualcuno di voi lo
ricorda o no? E quando ha pianto l’Apostolo Giovanni? No. E quando ha
pianto qualcun altro degli Apostoli? Uno soltanto – ci dice il Vangelo
- ha pianto: colui che si è reso conto di essere peccatore. Era così
peccatore che aveva tradito il suo Signore. E quando si rese conto di
questo, pianse… Poi Gesù lo ha fatto Papa… Chi lo capisce Gesù? E’ un
mistero!
Non
smettete mai di piangere. Quando a un sacerdote, a un religioso, a una
religiosa si seccano le lacrime, c’è qualcosa che non funziona.
Piangere per le proprie infedeltà, piangere per il dolore del mondo,
piangere per la gente che è scartata, per i vecchietti abbandonati, per
i bambini assassinati, per le cose che non capiamo; piangere quando ci
chiedono “perché?”. Nessuno di noi ha tutte le risposte ai “perché?”.
C’è
un autore russo che si domandava perché i bambini soffrono. E ogni
volta che io saluto un bambino che ha un cancro, un tumore o una
malattia rara – come si chiamano – mi chiedo perché quel bambino
soffra… E io non ho una risposta a questo. Soltanto guardo Gesù sulla
croce. Ci sono situazioni nella vita che ci portano soltanto a
piangere, guardando Gesù sulla croce. E questa è l’unica risposta a
certe ingiustizie, a certi dolori, a certe situazioni della vita.
San
Paolo diceva ai suoi discepoli: “Ricordatevi di Gesù Cristo.
Ricordatevi di Gesù Cristo crocifisso”. Quando un consacrato, una
consacrata, un sacerdote si dimentica di Cristo crocifisso, poveretto,
è caduto in un peccato molto brutto, un peccato che fa orrore a Dio,
che fa vomitare Dio: è il peccato della tiepidezza. Cari sacerdoti,
sorelle, fratelli, religiosi e religiose, state attenti a non cadere
nel peccato della tiepidezza... Cos’altro vi posso dire?
Vorrei darvi un messaggio che viene dal mio cuore per voi: che mai vi
allontaniate da Gesù. Questo vuol dire non smettere mai di pregare.
“Padre, però, qualche volta è così noioso pregare… Ci si stanca, si ci
addormentata…”. Va bene, dormite davanti al Signore: è un modo di
pregare. Ma restate lì, davanti a Lui. Pregate! Non lasciate la preghiera!
Se
un consacrato lascia la preghiera, l’anima si secca, si inaridisce come
quei rami secchi: sono brutti, hanno un aspetto brutto. L’anima di una
religiosa, di un religioso, di un sacerdote che non prega, è un’anima
brutta! Perdonatemi, ma è cosi…
Vi
lascio questa domanda: io tolgo tempo al sonno, tolgo tempo alla radio,
alla televisione, alle riveste, per pregare? O preferisco queste altre
cose? Quindi mettersi davanti a Colui che ha iniziato l’opera e che la
sta portando a compimento in ciascuno di noi… La preghiera.
Un’ultima
cosa che volevo dirvi - prima di dirvene un’altra… - è che tutti coloro
che si sono lasciati scegliere da Gesù, è per servire: per servire il
Popolo di Dio, per servire i più poveri, i più scartati, i più
emarginati dalla società, i bambini e gli anziani…; per servire anche
quelle persone che non hanno coscienza della superbia e del peccato che
loro stessi vivono; per servire Gesù. Lasciarsi scegliere da Gesù è lasciarsi scegliere per servire, e non per essere serviti.
Circa
un anno fa, più o meno, c’è stato un incontro di sacerdoti - in questo
caso le religiose si salvano! -. Durante questi Esercizi Spirituali,
ogni giorno, c’era un gruppo di sacerdoti che dovevano servire a
tavola. Alcuni di loro si sono lamentati: “No! Noi dobbiamo essere
serviti! Noi paghiamo, abbiamo pagato per essere serviti…”. Per favore,
mai questo nella Chiesa! Servire! Non servirsi degli altri, ma servire.
Questo
è quello che vi volevo dire, che ho sentito improvvisamente quando ho
ascoltato questa frase di San Paolo: “Colui che ha iniziato in voi
quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo
Gesù”.
Mi
diceva un cardinale, un cardinale anziano - in effetti aveva soltanto
un anno più di me! -, che quando va al cimitero, dove ci sono
missionari, missionarie, religiosi e religiose, che hanno dato la loro
vita, si domanda: “Perché questo non viene canonizzato domani?”; perché
hanno vissuto la loro vita servendo. E mi emoziona quando saluto, dopo
una Messa, un sacerdote, una religiosa, che mi dice: “Sono 30, 40 anni
che sto in questo ospedale di bambini autistici o che sono nelle
missioni dell’Amazzonia o che sto in questo luogo o in quest’altro…” Mi
tocca l’anima! Questa donna o quest’uomo ha capito che seguire Gesù è
servire gli altri e non servirsi degli altri.
Bene,
vi ringrazio molto. Però, che Papa maleducato che è questo… Ci ha dato
consigli, ci ha dato “bastonate” e non ci dice “grazie”!… Sì, l’ultima
cosa - la ciliegina sulla torta - voglio davvero ringraziarvi! Grazie
per aver il coraggio di seguire Gesù, grazie per ogni volta che vi
sentite peccatori, grazie per ogni carezza di tenerezza che date a
quelli che ne hanno bisogno, grazie per tutte le volte in cui avete
aiutato le persone a morire in pace. Grazie per dare speranza nella
vita. Grazie perché vi siete lasciati aiutare e correggere e perdonare
ogni giorno.
Vi chiedo, nel ringraziarvi, di non dimenticarvi di pregare per me, perché ne ho bisogno. Tante grazie!
video del discorso del Papa
Parole del Santo Padre al termine dell'incontro:
Vi ringrazio per il momento che
abbiamo passato insieme, però ora devo uscire, perché ci sono i bambini
malati di cancro e vorrei vederli e dare loro una carezza.
Ringrazio
molto voi seminaristi, che non ho nominato ma che siete compresi in
tutto quello che ho detto. E se qualcuno non ha il coraggio di andare
su questa strada, per tempo cerchi un altro lavoro, si sposi e faccia
una famiglia. Grazie.
video integrale
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La presenza del Papa e i suoi
gesti vanno sempre di pari passo con il messaggio rappresentato dalle
sue parole. Ma nel viaggio che Francesco inizia domani in Africa,
visitando Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana, il suo esserci
fisicamente in quei luoghi è ancora più importante di ciò che potrà
dire.
Andrea Tornielli: Francesco in Africa, un viaggio contro la paura
... Tre Stati africani a
maggioranza cristiana, attraversati da conflitti interni, dittature,
guerre civili interminabili e oggi nella morsa del terrorismo islamico.
È il cuore della culla dell’umanità, dove povertà ed emergenza
sanitaria hanno un radicamento endemico e mietono vittime ogni giorno.
È l’Africa della miseria, dei soldati bambini, degli stupri etnici,
della tragedia dell’Hiv, della tubercolosi e di Ebola. I temi al centro
del viaggio sono molti e delicati...
Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi: Papa Francesco, un pontefice che lascerà il segno
...
Piantare un albero allora diventa molto più che un simbolo di speranza.
È vita vera da salvaguardare e far crescere, è credito di prosperità
per i giovani, è scuola di bellezza da condividere. Soprattutto è un
richiamo all’amore di Dio per l’uomo, tanto grande da affidargli il
Creato come dono gratuito, così disarmato e incomprensibile da far
sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. E i semi, gli alberi, le
piante sono riflessi, sono immagini di quell’abbraccio con cui il Padre
di tutti vuole stringere a sé ogni creatura.
Ecco allora il cedro del Libano che non marcisce, ecco il qiqajon, che
regala ombra e riposo al ribelle Giona, ecco il sicomoro su cui si
arrampica Zaccheo per vedere Gesù. Ecco i piccoli germogli che ciascuno
di noi è chiamato a coltivare se vuole essere parte di un mondo che ha
confini enormemente più grandi dei tanti, nostri ridicoli egoismi.
Perché l’albero regala ombra e luce, è riparo per chi fugge dalle
guerre, è crocevia per chi si è perso, è frescura contro il caldo
opprimente della paura, è una scala verso il cielo per ogni uomo, oggi
come nella Bibbia e per sempre, mendicante d’infinito...
Riccardo Maccioni: L'albero piantato: il gesto del bene
Il viaggio all’Equatore completa la metamorfosi di Francesco, che cominciò l’8 luglio 2013 sullo scoglio di Lampedusa,
eletta seduta stante a perno di un compasso planetario. Quel giorno è
iniziata una rotazione dell’asse strategico del pontificato. Da
romano in africano. Da occidentale a meridionale. Dal Palazzo
Apostolico alle baraccopoli di Nairobi.
Dall’obolo di San Pietro al tesoro delle bidonville, depositarie
autentiche dei valori evangelici: “Qui mi sento a casa…Il cammino di
Gesù è iniziato in periferia, va dai poveri e con i poveri verso tutti”.
Piero Schiavazzi: Papa Francesco l'africano, la missione completa la metamorfosi di Bergoglio da Papa dell'Ovest a Papa del Sud
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Attacchi terroristici a Parigi
(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
La guerra è follia e bisogna fermarla!
di Giovanni Sarubbi
Lettera alle vittime delle guerre e ai loro familiari
Sei
morto, non importa come. La tua è stata sicuramente una morte orribile,
giunta inaspettata, senza preavviso, magari nel fiore degli anni o
quando eri semplicemente bambino o bambina e cercavi solo affetto.
Poi
la tua vita è stata strocata da una bomba sparata da un cannone o
piovuta dal cielo, da un colpo di fucile, una pugnalata, o del gas
asfissiante, o sei stato bruciato vivo da un lanciafiamme, o magari sei
stato vittima di una delle due bombe atomiche di Hiroshima o Nagasaki,
o dei campi di sterminio nazisti. In un attimo sei diventato/a un
nulla, magari di te non è rimasto neppure un corpo da seppellire, una
storia da raccontare. Hai potuto magari vedere il volto del soldato che
ti uccideva o di chi, se donna, ti ha prima stuprato e poi ucciso. O se
eri una bambina o un bambino pensavi di aver trovato un giocattolo
strano con cui divertiti e invece era una “mina antiuomo”, di quelle
fatte apposta per uccidere i bambini come te o per mutilarli
permanentemente. E probabilmente era una mina “made in Italy”, vanto
della maggiore industria del paese. Potrai così vantarti, nell'aldilà,
di essere stato ucciso con una mina di ”qualità italiana”. E se sei
stato solo mutilato, hai magari desiderato mille e mille volte essere
morto piuttosto che sopportare le sofferenze e i ricordi della tua
mutilazione.
Sei
morto/a perché qualcuno ha costruito l'arma che ti ha ucciso. Qualcuno
l'ha pensata, disegnata, progettata, per essere la più letale possibile
nel suo genere. Una società, e sono sempre grandi società, l'ha
prodotta assumendo operai e operaie affinché il lavoro fosse fatto nel
migliore dei modi. E per produrle hanno inquinato l'ambiente e poi
hanno distrutto pezzi di territorio per provarle. Qualcun altro l'ha
venduta. Qualcun altro, alla fine della catena, l'ha usata uccidendoti,
obbedendo ad un ordine che gli è stato dato da un'altra persona che lui
ha riconosciuto come suo capo supremo, in grado di imporgli di
commettere un delitto che le stesse leggi considerano il massimo reato
che un essere umano può commettere. Un atto che tutte le religioni
condannano ma che spesso viene fatto in nome e per conto di una
religione o di una interpretazione falsa e aberrante di una religione.
Nella storia dell'umanità si è sempre trovato qualche “capo religioso”
corrotto che ha venduto la sua autorità e ha usato il nome del suo dio
per incitare i propri fedeli alla guerra, cioè alla distruzione di
altri esseri umani e della Terra. L'origine di queste dottrine sono i
soldi che sono serviti a corrompere il capo religioso che le sostiene.
L'unico “dio” che questi religiosi conoscono è il “dio denaro”.
E tu sei stato ucciso dal “dio denaro”.
E
se sei stato ucciso da un Kamikaze, anche lui prima che essere
imbottito di esplosivo, è stato imbottito di ideologie generate e
diffuse da quel "dio denaro" che è il motore delle guerre.
Nel
nome di Gesù detto il Cristo, uomo pacifico che non si è difeso neppure
quando l'hanno arrestato e poi ucciso, sono state combattute decine e
decine di guerre. Lo stesso è stato fatto nel nome degli dei greci,
romani, egizi o del dio degli ebrei o di altri popoli. Ma in realtà il
dio era sempre lo stesso, “il dio denaro”.
E tu sei stato ucciso dal “dio denaro”.
...
La guerra è follia,
la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è
follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la
guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è
follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La
guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è
follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la
guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è
follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la
guerra è follia. …. vorrei poterlo ripetere milioni e milioni di volte, una per ogni vittima delle guerre che finora hanno insanguinato l'umanità. Solo
nel secolo scorso, che è stato il più sanguinario della storia
dell'umanità, le vittime hanno superato i cento dieci milioni di
persone. Questo secolo si avvia a diventare peggiore di quello
precedente per la quantità e per la potenza degli armamenti che già
esistono o che si preannunciano.
È la forza del “dio denaro”.
E tu sei stato ucciso dal “dio denaro”.
Ai familiari delle vittime
Il
vostro dolore è immenso. Non ci saranno mai parole adeguate a lenirlo.
Meno che mai potranno lenirlo le parole o le lacrime dei governanti che
sono responsabili della situazione di guerra nella quale ci troviamo.
...
Occorre
allora che ogni familiare di una vittima, ogni sopravvissuto alla
guerra, si trasformi in un militante sempre impegnato per la pace,
perché questo è l'unico modo per impedire che ci siano altre morti e
altre vittime innocenti e la distruzione della Madre Terra. Dobbiamo
prendere coscienza che “la guerra è follia”, lo diceva il Papa Buono
Giovanni XXIII, lo dice oggi Papa Francesco e dobbiamo tutti impegnarci
a fermare questa maledetta “terza guerra mondiale a pezzi” che sta
distruggendo milioni di vite e che potrebbe portare alla distruzione
dell'intera umanità.
La
guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia e bisogna
fermarla. Ripetiamolo continuamente, diciamolo a tutti, non spettiamo
mai di ripeterlo per farlo diventare realtà.
(fonte: Il dialogo)
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Ai bambini bisogna dire la
verità. E soprattutto non sottovalutare la loro capacità di comprendere
anche le cose più orrende e inquietanti. Non che siano più forti degli
adulti, ma la loro sensibilità può essere messa alla prova senza
conseguenze disastrose sul loro sviluppo. Mentre la menzogna e la
negazione rischiano di lasciare sequele e complessi. Cercare di
presentare al bambino un mondo roseo, mentire sulla gravità dei fatti
avvolgendoli nell’ovatta o in confezione regalo vuol dire rischiare di
isolarlo dalla vita, che è fatta di bellezza ma anche di violenza.
...
I traumi vissuti dalle
famiglie direttamente colpite dagli attentati del 13 novembre sono
devastanti per gli adulti come per i bimbi, che hanno bisogno di
spiegazioni e di consolazione. Il lutto è qualcosa di crudele, anche se
il tempo è un alleato. Ma la perdita di una persona cara scava
nell’esistenza un vuoto tremendo, indipendentemente dall’età. Il
bambino ha evidentemente bisogno di comprendere, attraverso parole
precise e scelte con attenzione...
La vita ai tempi del terrorismo spiegata ai bambini
Come spiegare il terrorismo ad un bambino? L'argomento è delicato e complesso, questo video documenta il momento in cui alcuni genitori hanno raccontato i terribili attacchi di Parigi ai loro figli cercando di esorcizzarne le paure.
video
Una bellissima testimonianza di come affrontare con i bambini il
problema della paura di questi giorni sta facendo il giro dei social ed
è quella che vi mostriamo in questo video in cui un giornalista di Le
Petit Journal intervista un bambino che il padre ha portato davanti al
Bataclan, a rendere omaggio ai morti negli attentati. E' un bimbo di
5-6 anni, origine asiatica inequivocabile e madrelingua francese. E i
suoi silenzi e le sue parole raccontano bene quanto l'eredità della
violenza si infili subdola nei pensieri dei bambini. Ma è a questo
punto che interviene il padre, e a microfono acceso, in un dialogo
onesto e meraviglioso, dà al bimbo le risposte che gli servono.
video
Come
rassicurare un bambino che ha visto in Tv l'orrore delle stragi di
Parigi e la follia del fanatismo che uccide e ci rende fragili. E come
insegnargli che domani a scuola non dovrà avere paura dei suoi compagni
stranieri. Le parole dello psicoterapeuta Alberto Pellai.
No,
figlio mio non so spiegarti perché a Parigi la follia fanatica di pochi
uomini ha spento la vita di centinaia di persone che stavano ascoltando
un concerto oppure che erano a cena al ristorante con gli amici. Hai
ragione quando dici che le immagini della Tv e le parole della radio ti
mettono tanta paura. E no, io non posso assicurarti che a noi non
succederà mai, che la nostra vita resterà indenne da tutto questo.
Però, io e te possiamo fare subito qualcosa per rendere il mondo un
posto bello in cui vivere. Possiamo abbracciarci, così i nostri cuori
che battono, l’uno contro l’altro, faranno capire alla nostra mente che
non siamo soli. Che io e te possiamo contare l’uno sull’altro quando
qualcosa ci spaventa. E sappi che io non sarò mai stanco di regalarti
la forza protettiva del mio abbraccio.
...
Perché
se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato è che chi è amato, impara
ad amare. Mentre chi odia, impara ad odiare. E allora, anche se
qualcuno ti verrà a dire che adesso c’è bisogno di vendetta, perché
nessuno ha il diritto di farci provare così tanto terrore e paura, tu
non crederci. Perché nel bisogno di vendetta si nasconde l’odio. E
l’odio non porterà mai alla pace. E alla giustizia.
...
Ecco,
figlio mio, non ti posso dare la certezza che a te e a me non succederà
mai qualcosa di brutto. Ma ti posso assicurare che io e te insieme
possiamo rendere questo mondo migliore. Con le nostre parole, i nostri
gesti, i nostri sguardi. E la nostra voglia di pace. Abbracciami forte
allora figlio mio. Prendi forza dal mio cuore che batte contro il tuo.
Impara che quando ci si abbraccia, quando ci si guarda negli occhi,
quando si alza lo sguardo al cielo per trovare la vera luce, il brutto
smette di essere tale, la paura perde consistenza e si contamina con il
coraggio dell’Amore. ...
«ABBRACCIAMI FORTE FIGLIO MIO. INSIEME NON AVREMO PAURA»
...
Vincere il terrorismo di oggi significa ripartire dai bambini.
Francesi, italiani, stranieri che siano, stanno adesso a scuola, nei
quartieri, magari negli oratori anche se islamici. Che facciamo?
Perderne uno potrebbe essere letale tra 10 o 20 anni. Non possiamo più
permettercelo. ... Se qualcuno usa ancora il nome di Dio per uccidere altri esseri umani significa che non per tutti il vero nome di Dio è la pace. Nel
1986 ci fu la preghiera ad Assisi delle religioni con Giovanni Paolo
II. Ora il Giubileo. La sfida è che dal cuore dell’Europa risuoni la
forza della preghiera che cambia i cuori. Il mondo migliore ci attende.
Ripartiamo dai bambini per battere il terrorismo
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Quando la morte è una lezione di umanità
Oggi
che il mondo si raggomitola su se stesso, che si chiude e inalbera una
corazza a difesa dei suoi valori e della sua gente, che blinda
frontiere e restringe passaggi, oggi c'è un uomo che a questo mondo dà
una lezione di umanità commovente. È un uomo normale, o almeno lo era
fino a 10 giorni fa: aveva un lavoro, una casa, una moglie, una figlia.
Al mattino si alzava, afferrava gli occhiali dal comodino, si beveva un
caffè, andava in ufficio, ci stava fino a sera poi, dopo un adeguato
numero di ore, compiva il percorso inverso e tornava a casa, si levava
gli occhiali e si addormentava nella rassicurante certezza della sua
tranquilla quotidianità. Una notte però quella sua pacifica routine è
stata scombinata, irrimediabilmente, da un gruppo di senza dio che in
nome di dio gli hanno ammazzato la figlia. Che aveva 28 anni, questa
figlia, ed era bella e anche buona: una di quelle che la gente te le
invidia. E ora che la gente pensa di non avere più nulla da invidiargli
lui, quest'uomo normale, si infila di nuovo gli occhiali e, senza
nemmeno aver bisogno di un pulpito e di un pubblico, mette insieme la
più grande lezione di umanità di cui io abbia memoria.
Alberto,
questo è il nome nome normale di un uomo inconsapevolmente eccezionale,
seppellirà sua figlia, e lo farà con dolore, rimpianto, angoscia e
(immagino) un senso di perdita che solo un genitore che lo ha provato
prima di lui, può comprendere. Ma lo farà senza quella rabbia e quel
folle terrore che leggo nelle dichiarazioni di chi al Bataclan ha
perduto solo l'idea di tranquillità in cui si cullava.
Nei
giorni in cui il mondo annuncia la Terza Guerra Mondiale e si prepara a
inondare di sangue i suoi quattro angoli, lui piano piano, senza alzare
la voce, senza versare una pubblica lacrima (che non so immaginare
quante ne stia versando nella violata tranquillità della sua casa)
spiega al mondo che la pace è possibile. Lo spiega a capi di Stato e
fanatici fiancheggiatori del terrore: quelli che tentano di
giustificare stragi e omicidi in nome di altre stragi e altri omicidi
patiti. Come se l'uomo non potesse vivere altrimenti che seguendo il
Vecchio Testamento e la sua sanguinaria legge dell'occhio per occhio.
Al
funerale civile, non laico - ci tiene a precisare - ogni preghiera,
ogni benedizione, ogni lacrima sarà accolta. Anche quelle di un Imam.
E, scusatemi, ma io mi alzo in piedi e abbasso gli occhi. Perché io
stessa, che vivo con la parola "pace" a fior di labbra, riconosco che,
davanti a uno strazio simile a quello che accompagna la nuova
quotidianità di quest'uomo, sarei furiosa.
...
Vorrei
che ogni politico che oggi si arma, di droni intelligenti o di parole
infuocate, si fermasse a riflettere, almeno un po', sul messaggio che
gli ha recapitato quest'uomo normale. Che non fa proclami, non si siede
in cattedra, eppure tiene una lezione indimenticabile sul potenziale
dell'umanità. Io lo ringrazio, con tutto il mio cuore, il signor
Alberto. Mi ha fatta sentire una pulce di ipocrisia e banalità. E sono
felice di sentirmi così piccola, così perfettibile, così misera: solo
in questo modo potrò migliorare me stessa e sperare, un giorno, di
avere nel cuore quello stesso rispetto per l'altro che fa di un uomo
normale un grande uomo.
(articolo di Deborah Dirani in LHUFFINGTON POST)
"Ringrazio
i rappresentanti delle religioni, cristiana, ebraica e musulmana
presenti in questa piazza e simbolo del cammino degli uomini, nel
momento in cui il fanatismo vorrebbe nobilitare il massacro con il
richiamo ai valori di una religione". Con queste parole, il papà di
Valeria Solesin, Alberto, ha tenuto a sottolineare la presenza delle
tre religioni ai funerali della figlia, uccisa a Parigi nell'attentato
al Bataclan (ansa)
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Vi
è un filo rosso che lega gli assurdi attentati di Parigi, la guerra
dell'Isis, il pensiero economico e la finanza. Per trovarlo occorre
farsi delle domande. Ecco quali.
Ugo Biggeri: Per fermare l'economia del terrore
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25 Novembre Giornata mondiale contro la violenza sulle donne
SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA
NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"
Un giorno l’anno per parlare in
tutto il mondo di violenza sulle donne è sicuramente poco, ma forse può
servire a... voltare pagina...
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Il 25 novembre, Giornata
internazionale per l'eliminazione della violenza contro le
donne, non è una data a caso. E' il ricordo di un brutale
assassinio, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana, ai tempi del
dittatore Trujillo. Tre sorelle, di cognome Mirabal, considerate
rivoluzionarie, furono torturate, massacrate, strangolate. Buttando i
loro corpi in un burrone venne simulato un incidente. Non sempre, non
ovunque, le cose sono cambiate da quel giorno: basti pensare alle
bambine dell'India che quasi ogni giorno vengono stuprate e uccise, ma
anche a casa nostra, dove la violenza contro le donne è spesso nascosta
in ambito domestico.
Enrica Di Battista: Giornata contro la violenza sulle donne LO SPECIALE ANSA
Il 25
novembre, Giornata internazionale contro la Violenza sulle
donne, è una data simbolo per far riflettere collettivamente sulla
gravità di un fenomeno che non accenna ad arrestarsi.
Francescapaola Iannacone: 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne
Un
giorno l’anno per parlare in tutto il mondo di violenza sulle donne
sarà anche poco, ma serve. Dal 1999 l’Onu ha proclamato il 25
novembreGiornata internazionale per l’eliminazione della violenza
contro le donne:
come per tutti gli appuntamenti mondiali sui grandi problemi sociali,
serve soprattutto a non dimenticare. Né le crudeltà inenarrabili che
Isis, Boko Haram e simili infliggono alle donne perché donne, né le
violenze che si consumano al riparo delle mura di casa, anche in tutti
i Paesi civili e in ogni ceto. Soltanto in Italia, sono 6 milioni
788 mila le donne che hanno subito, nel corso della propria vita, una
qualche forma di violenza.
Rosanna Biffi: FAR SENTIRE "LA VOCE DELLE DONNE"
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La gloria di Dio è...
La preghiera: forza dell'uomo...
Il potere di Gesù è...
... il regno di Cristo è...
Cristo Re di un regno di AMATI non armati...
Nel mio regno... (vignetta)
Bisogna essere poveri per...
In mezzo a tanti problemi...
Se imparo a vivere...
Ognuno di noi è tenuto...
Vedrete come fra poco...
La Parola di Dio...
San Paolo diceva ai suoi discepoli...
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26 novembre - Oggi mons. Luigi Bettazzi, già Vescovo di Ivrea e Padre Conciliare, compie 92 anni.
Auguri
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
S. Teresa d'Avila -
"Teresa e le sue sorelle: una comunità in cammino con Dio"
di Egidio Palumbo, ocarm
Incontro del 28.10.2015 inserito nell'ambito dei
I MERCOLEDÌ' DELLA SPIRITUALITÀ 2015
S. TERESA D’AVILA DONNA IN CAMMINO CON DIO
Nel V Centenario della nascita (1515-2015)
promossi dalla Fraternità Carmelitana di
Barcellona Pozzo di Gotto (ME)
Di
Teresa d’Avila vogliamo mettere in risalto l’esperienza del cammino,
espressa nella sua ricerca appassionata di Dio, nella sua
contemplazione dell’umanità di Cristo Amico e nell’amore di sororità in
Cristo, vissuto con le sue consorelle carmelitane.
1. Teresa, donna inquieta e pellegrina
Teresa
d'Avila è riconosciuta riformatrice del Carmelo e da parte dei
Carmelitani Scalzi è riconosciuta loro fondatrice, anche se non era sua
intenzione di fondare un nuovo Ordine Carmelitano (cf. Lettera 248,9).
Dopo 27 anni trascorsi nel Monastero dell'Incarnazione ad Avila, dove
entrò nel 1535, fondò nel 1562, sempre nella stessa città, il Monastero
di S. Giuseppe, il primo monastero della sua riforma. Alcuni anni più
tardi proseguì la sua riforma fondando altri 16 monasteri con lo stesso
stile di vita fraterno, povero e contemplativo che aveva assunto nel
monastero di S. Giuseppe ad Avila. Così tra il 1567 e il 1582 – periodo
che corrisponde agli anni 52-67 della sua vita – fondò i monasteri di
Medina del Campo, Malagón, Valladolid, Toledo, Pastrana, Salamanca,
Alba de Tormes, Segovia, Beas, Siviglia , Caravaca, Villaneueva,
Palencia, Soria, Granada e Burgos. Per compiere quest'opera di
fondazione, Teresa d'Avila viaggiò molto, camminando lungo le strade
della Spagna. Ella è stata, secondo il giudizio negativo del nunzio
mons. Filippo Sega, che lei stessa riferisce in una lettera (cf.
Lettera 248,3), una «fémina inquieta y andariega» («una donna inquieta
e vagabonda»). Ma tale giudizio, considerando anche il particolare
pregiudizio del nunzio, paradossalmente dice in positivo l’animo e lo
stile di Teresa: una donna inquieta, perché mai appagata dei risultati
ottenuti, mai adagiata sulle mete raggiunte; una donna, non vagabonda,
bensì in cammino, perché sempre in ricerca, sempre proiettata in
avanti, sempre guardando in avanti e oltre…
Dei
suoi viaggi Teresa ne parla nel libro delle Fondazioni, scritto negli
anni 1573-1582, dove narra che di solito viaggiava su un carro con
alcune sue consorelle e il cappellano; i viaggi erano a volte
tranquilli, ma molto spesso scomodi e faticosi. Così narra in
Fondazioni 24,5: «Ebbero subito inizio i preparativi del viaggio,
perché il caldo cominciava ad essere intenso. Il padre commissario
apostolico Graziano andò dal Nunzio, che l’aveva chiamato, e noi a
Siviglia, con i miei buoni compagni di viaggio, il padre Giuliano
d’Avila, Antonio Gaytán e un frate scalzo. Andavamo in carri ben
coperti, essendo questo, sempre, il nostro modo di viaggiare».
...
2. In cammino nella storia
Di fronte alla forte situazione
conflittuale, a volte anche violenta – “incendio” lo qualifica Teresa
(cf. Cammino 1,5; 3,1) −, suscitata dallo scisma tra cattolici e
protestanti, che lacera l'unità della Chiesa in occidente (cf. Cammino
1,3), Teresa, assieme alla sua comunità, assimilando la sapienza di
Dio, seppe dare una risposta che fu esistenziale e vocazionale. Così
affermò Paolo VI il 27 settembre 1970 nell'omelia in occasione del
riconoscimento di Teresa Dottore della Chiesa: «Ella per il suo amore
alla verità e la sua intimità con il Maestro, ebbe ad affrontare
amarezze e incomprensioni di ogni sorta e non sapeva dar pace al suo
spirito dinanzi alla rottura dell’unità […]. Questo suo sentire con la
Chiesa, provato nel dolore alla vista della dispersione delle forze, la
condusse a reagire con tutto il suo forte spirito castigliano
nell’ansia di edificare il regno di Dio; decise di penetrare nel mondo
che la circondava con una visione riformatrice per imprimergli un
senso, un’armonia, un’anima cristiana» [sottolineatura mia]. Le parole
di Paolo VI – in particolare queste ultime – sono illuminanti. Vediamo,
allora, come Teresa “ha penetrato nel mondo con una visione
riformatrice”.
....
video
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'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi
al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo
popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)
Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino
Vangelo: Gv 18,33-37
Dopo
che il potere religioso ha da tempo emesso la sua sentenza su Gesù,
quello politico ne sancisce la condanna a morte proclamando la sua
regalità: Gesù è re, e chi si fa re è reo di morte. La Sacra Scrittura
è da sempre critica nei confronti della monarchia (cfr. Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss);
il re è un uomo potente quasi come fosse un dio in terra, e desiderare
un re che domina su tutto e tutti significa rinunciare a Dio, il vero
re, che serve e libera il suo popolo. E' vero, Gesù è re ma la sua
regalità non è come quella di questo mondo. Egli è venuto al mondo non
per dominare ma per servire, non per opprimere ma per restituire
libertà all'uomo, non con la violenza e la forza delle armi ma con il
suo amore incondizionato. Contro di lui si sono coalizzati tutti i
poteri di questo mondo, quello religioso e quello politico, per
eliminarlo quasi fosse un corpo estraneo, ma proprio attraverso
l'offerta della sua vita il Padre ha manifestato al mondo il suo amore
e la sua gloria per la nostra salvezza.
...
Questo è il modo che Gesù ha di regnare sull'umanità intera: il
suo potere è lavare i piedi a noi suoi fratelli, la sua dignità è
essere in mezzo a noi come colui che serve. Questi sono i segni
visibili della sua divina regalità, che risplenderà in pienezza
illuminando il mondo dall'alto della croce e attirandoci tutti a sé.
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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni |
(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Il 16 novembre 1965 il Patto delle catacombe - Con la freschezza del Vangelo di Heinz Kulüke, Superiore generale della Società del Verbo Divino
La celebrazione dei
cinquant’anni del concilio Vaticano II e dell’Anno della vita
consacrata hanno aperto i nostri occhi su un importante evento che ebbe
luogo nelle catacombe di Domitilla il 16 novembre 1965. Negli ultimi
anni, infatti, vari gruppi ecclesiali, teologi e studiosi di diverse
parti del mondo sono tornati a diffondere il contenuto di un documento
noto come “il Patto delle catacombe”.
Pochi giorni prima della
chiusura del Vaticano II, quarantadue padri conciliari celebrarono
l’eucaristia nelle catacombe di Domitilla per chiedere a Dio la grazia
di «essere fedeli allo spirito di Gesù» ritornando ai propri impegni
pastorali nelle loro rispettive diocesi. Il documento consiste in una
esortazione rivolta ai «fratelli nell’episcopato» per condurre una
«vita di povertà» e a essere una Chiesa «serva e povera», conforme allo
spirito proposto da Papa Giovanni XXIII durante il concilio. Il gruppo
rappresentava altri ottantadue vescovi del cosiddetto gruppo “Chiesa
dei poveri” che si riunivano periodicamente, durante il concilio, nel
collegio belga a Roma. Li accompagnarono importanti teologi, tra cui
padre Yves Congar, il quale, al termine della prima sessione del
concilio, pubblicò il libro Per una Chiesa serva e povera.
...
Quasi cinquant’anni dopo,
Papa Francesco, un uomo che viene da un continente dove molti vescovi
hanno fatto sforzi enormi per applicare il concilio Vaticano II al
contesto di povertà, assume come programma del suo pontificato il tema
di «una Chiesa povera, una Chiesa per i poveri». Quelle parole del Papa
hanno incoraggiato diversi gruppi ad avviare le celebrazioni per i
cinquant’anni del Patto delle catacombe. (fonte: L'Osservatore Romano del 12/11/2015)
Che germoglino i semi delle Catacombe
di Enrico Peyretti
Cinquant'anni fa il Concilio
culminò, in un certo senso, non solo nella basilica di San Pietro, ma
nelle catacombe, dove furono posti buoni semi nascosti nel buon
terreno, per germogliare al tempo dovuto. Si ricordano sempre i
documenti approvati al termine del Concilio, dopo le ultime discussioni
decisive, ma si potrebbe anche vedere meglio, a distanza di tempo, la
consegna dei padri conciliari alla Chiesa dei poveri, Chiesa di tutti,
nell’impegno-appello, scritto nelle catacombe.
Quella quarantina di vescovi
che lo siglò riprendeva l'invito iniziale di papa Giovanni XXIII, nel
messaggio dell'11 settembre 1962, un mese prima dell'apertura del
Concilio: «Dovere di ogni uomo, dovere impellente del cristiano è di
considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui, e ben
vigilare perché l'amministrazione e la distribuzione dei beni creati
venga posta a vantaggio di tutti».
Non mi pare che, nel
messaggio finale del Concilio all'umanità, si ritrovi il tono e la
concretezza dell'impegno dei vescovi delle catacombe di Domitilla, né
nella parte diretta ai governanti né in quella diretta ai poveri.
...
Oggi, rileggere
quell'impegno di un piccolo numero di padri conciliari pone a tutta la
Chiesa, nella corresponsabilità indivisa, il compito di affrontare
quelle esigenze evangeliche nelle situazioni attuali: i grandi
movimenti migratori di persone umane uguali in dignità e diritti,
bisognose di accoglienza e convivenza; una necessaria «coraggiosa
rivoluzione culturale» (Laudato si’, 114) per una nuova economia dei
beni comuni, della «casa comune» dell'umanità, che è la nostra Terra
aggredita dall'economia rapace, causa di guerre; la piena trasparenza,
legalità e sobrietà (in qualche caso violate anche recentemente contro
la direttiva di papa Francesco) delle comunità cristiane e del centro
vaticano nella gestione e nell’uso del denaro; la forte necessità di
cancellare tra i popoli del mondo l'impressione inveterata che il
cristianesimo appartenga in modo essenziale alla parte ricca e
dominatrice dell'umanità; l'esigenza, in Italia, di una più equa
distribuzione dell'8 per mille. E via dicendo. Quei germogli sono
affidati oggi alla cura e al lavoro delle nostre mani.
(fonte: Adista Segni Nuovi n° 40 del 21/11/2015)
Leggi anche Patto delle Catacombe. Chiesa povera e dei poveri
Vedi anche i nostri post precedenti:- Rinnovato a Napoli il «patto delle Catacombe» - Vivere da poveri per i poveri.
- A 50 anni dal Concilio. Attualità del Vaticano II (quello vero)
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La rivoluzione cristiana comincia a mensa
«Gesù
amava la tavola come luogo di incontro con gli uomini, come occasione
di benedizione e ringraziamento a Dio... Tra le tante rivoluzioni fatte
da Gesù, c’è anche quella di aver rivoluzionato il modo di concepire il
cibo». Enzo Bianchi, fondatore e priore di Bose, introduce così il suo
nuovo libro «Spezzare il pane. Gesù a tavola e la sapienza del vivere»,
che esce oggi in libreria per Einaudi (pp. 106, euro 17) e di cui diamo
in questa pagina un saggio. «Non a caso proprio nel mangiare a tavola
Gesù ha consegnato il segno grande della comunione tra sé e i
discepoli, nel pane e nel vino ha voluto significare la sua vita spesa
e donata per gli amici. Sí, c’è un magistero di Gesú a tavola che
dobbiamo conoscere, per diventare piú umani, per scoprire o riscoprire
la sapienza del vivere e del convivere».
La
tavola, questo mobile sacro che un tempo regnava al centro delle grandi
cucine, la tavola di legno massiccio capace di accogliere una decina di
commensali (non un tavolino, confinato in un angolo di un
cuocivivande!) era eloquente di ciò che si voleva vivere insieme come
famiglia o come amici. La tavola, alla quale 'passiamo', non da soli ma
con altri, va abitata. A tavola si dovrebbe convergere per mangiare da
uomini, non da animali. Per questo la tavola e sempre stata percepita
come l’emblema dell’umanizzazione, il luogo per eccellenza in cui ci si
umanizza lungo tutta la vita, da quando da piccoli si e ammessi alla
tavola ancora sul seggiolone, fino alla vecchiaia.
...
Quando
vogliamo rallegrarci, fare festa, sentiamo il bisogno di celebrare la
vita con un pasto, invitando altri alla nostra tavola. Per la nascita
di un figlio o di una figlia, per segnare le tappe del loro crescere,
per festeggiare un traguardo da loro raggiunto, per celebrare l’amore,
per rallegrarsi con un amico ritrovato, si imbandisce la tavola e si fa
un banchetto. E più si vuole festeggiare, più il banchetto è
abbondante. Anche Gesú, quando voleva consegnare un’immagine eloquente
della vita del regno di Dio, dove non ci saranno più la morte né il
lutto né il pianto, ricorreva all’immagine della tavola e del
banchetto.
Un
tempo, per gente che pativa la fame, la tavola era un sogno; oggi, che
si può mangiare con abbondanza, dentro di noi non vi è spazio per
un’immagine più evocativa del banchetto, per esprimere una vita bella,
buona, felice, una vita piena. La tavola è l’anticamera dell’amore, un
luogo e un momento che non assomiglia a nessun altro, una realtà
affettiva e simbolica antica come l’umanità, la possibilità di una
comunicazione privilegiata e di una trasfigurazione del quotidiano.
Certo, ci vuole sapienza per vivere la tavola, ma la tavola e il cibo
hanno la capacità magisteriale di insegnarcela. Mettiamoci alla loro
scuola.
(fonte: Avvenire 24/11/2015)
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Bauman, la speranza della Buona notizia
di Lorenzo Fazzini
Zygmunt
Bauman fa 90 (anni). Il 19 novembre prossimo il sociologo polacco,
trapiantato in Gran Bretagna (nel 1971 l’Università di Leeds lo arruolò
come docente dopo che nella Polonia comunista gli venne impedito di
insegnare perché ebreo), compirà 90 primavere (i nostri auguri!). E non
smette di osservare la società contemporanea e di denunciarne derive e
storture. In questa intervista, rilancia la sua ammirazione per papa
Francesco, svela una sua passione giovanile per la figura di Cristo e
consegna ai giovani il testimone per costruire un mondo più giusto ed
equo.
Il
suo 90° compleanno ci ricorda che lei è una sorta di “secolo breve”
incarnato: la sua vita (è nato nel 1925) ci richiama (quasi) quel
1915-1989 dipinto da Eric Hobsbawm. Lei ha vissuto le grandi tragedie
del Novecento: nazismo, Shoah, Hiroshima, comunismo. Questi eventi le
hanno fatto perdere l’ottimismo verso il genere umano?
«Finché vivo spero:
questa è la massima che ho imparato da piccolo. E ancora credo, alla
fine di questo mio “secolo breve”, che finché spero vivo. Ma ammetto
che comunque in questo secolo siamo riusciti a lasciarci alle spalle
molti tipi di miseria umana, ma molti altri misfatti e catastrofi, se
non più, e non meno, tossici, minacciosi e creati dall’uomo li hanno
rimpiazzati, come le leggendarie teste dell’idra che rinascevano subito
dopo che ne veniva tagliata una. Non nego che avrei preferito finire la
mia vita in un mondo meno oscuro e meno ostile verso gli esseri umani
rispetto a quello in cui vivo e, penso, morirò».
Quindi ne deduco che lei non sia ottimista per il futuro...
«Nonostante sia un pessimista a breve termine, rimango ottimista sul lungo periodo.
Quando si tratta di lottare per un mondo più luminoso e più amichevole,
la frustrazione per quanto si ama e si spera non è un motivo per
abbandonare questo impegno. Ed essa – come mi ha insegnato la vita –
rimane impotente nel far vincere la rassegnazione fino a quando noi
volontariamente non lo permettiamo».
...
Il
suo recente apprezzamento per la figura e le parole di papa Francesco
hanno trovato vasta eco in Italia. Cosa vorrebbe chiedere o di cosa
vorrebbe parlare con il pontefice se lo potesse incontrare di persona?
«Papa Francesco non ha bisogno delle mie domande. Ogni giorno egli se ne esce con risposte a domande che io sto ancora cercando,
e con successo a metà, di articolare. In un altro dialogo con Stanislaw
Obirek (On the World and Ourselves, Polity 2015), il mio interlocutore
ha spiegato così il saggio richiamo degli appelli di Jorge Mario
Bergoglio: il papa
dimostra “una certa empatia per l’umana fragilità e il peccato, e
ancora di più, Francesco non eleva se stesso sopra di noi ma sta al
nostro fianco”. Poco prima del settembre 1939, ovvero l’inizio
della seconda guerra mondiale, lessi il libro di Emil Ludwig Figlio
dell’Uomo. La storia di un profeta. Un racconto che mi impressionò
moltissimo e sul quale mi ricordo di aver rimuginato per varie
settimane, durante il mio viaggio attraverso la Polonia in fiamme e
insanguinata. Ludwig, come ho sottolineato commentando la suggestione
sopracitata di Obirek, assegnava all’eroe di questo racconto un dono
che “ha spinto pescatori, artigiani, piccoli commercianti a riempire le
case di preghiera per ascoltarlo quando arrivava da Nazareth. Le
persone si accalcavano intorno a lui perché questo nazareno non portava
loro un’altra litania di prescrizioni o normative, né prometteva
tormenti infernali ai disobbedienti, ma annunciava la Buona notizia:
egli portava la speranza”».
Cosa accomuna dunque quel libro letto 70 anni fa e il papa attuale?
«L’eroe del racconto di Ludwig portava un nuovo modo di essere ascoltato. Io sento che è questa l’impressione che i discorsi di papa Francesco trasmettono, sebbene si focalizzino sulle radici terrene del male e della miseria umana nel nostro mondo».
(fonte: Avvenire)
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QUEL BAMBINO ABBANDONATO NEL PRESEPE
26/11/2015
In una chiesa di New York il custode ha trovato un neonato nella
mangiatoia del presepe proprio come fosse Gesù Bambino. Il piccolo sta
bene. La legge dello Stato permette di abbandonare neonati minori di 30
giorni ma solo se lasciati in mani sicure.
Il Bambin Gesù è arrivato in anticipo in una chiesa del Queens. Un
neonato è stato infatti posto, probabilmente dalla madre, proprio
nell'allestimento della natività dove il giorno di Natale viene messa
la statuina di Gesù Bambino. Il piccolo, scoperto con il suo cordone
ombelicale intatto, è stato trovato da un custode nella Chiesa che,
neanche a farlo apposta si chiama Holy Child Jesus (Santo Gesù
Bambino). Il parroco ha parlato di un "miracolo di Natale" e ha
aggiunto «La cosa bella è che questa donna ha scelto questa chiesa -
che dovrebbe essere una casa per chi ha bisogno – come casa per il suo
bambino».
...
Ha poi deciso di capire da dove
venisse quel pianto: «Ho seguito le grida. Mi sono diretto verso il
piccolo presepe che avevamo installato all'interno della chiesa. Non
potevo credere ai miei occhi. C’era un bambino, in buone condizioni di
salute, avvolto in un asciugamano posato nella mangiatoia tra le statue
di Maria e San Giuseppe». L’uomo ha poi così commentato: «Mi riempie di
gioia il fatto che chi lo ha abbandonato lo ha portato in un posto
sicuro e non lo ha lasciato morire».
...
Una
giovane coppia della parrocchia vorrebbe adottare Gesù Bambino, così è
stato chiamato il piccolo, e mantenere questo dono nella comunità.
(fonte: Famiglia Cristiana)
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NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"
"La Chiesa nel mondo deve seguire le orme del suo Signore, che era
povero Messia dei poveri" don Corrado Lorefice, nuovo arcivescovo di
Palermo.
Siamo profondamente grati a
Papa Francesco per la LAUDATO SI, e siamo consapevoli che con questo
testo ha dato fastidio ai poteri economici di questo sistema ... p.
Alex Zanotelli,missionario comboniano (Viareggio - 05/11/2015)
"Sono i poveri che ti danno il
coraggio di credere che quel Dio c'è ed proprio nel volto degli
impoveriti" p. Alex Zanotelli, missionario comboniano (26.11.2015
estratto da TV2000 "Il diario di Papa Francesco - Viaggio in Africa -
Kenya)
Preghiamo per l'unità della Chiesa
"...il caso Negri è uno dei casi in cui è chiaro che questa opposizione
a Papa Francesco si sta radicalizzando e perdendo quello che in
teologia si chiama sensus ecclesiae - un sentimento di realtà e
responsabilità verso la chiesa tutta. Lo si è visto al Sinodo dei
Vescovi dell'ottobre scorso: le iniziative non regolamentari dei
vescovi polacchi, la lettera (poi smentita da alcuni) dei tredici
cardinali al papa, la falsa notizia della malattia del papa non hanno
impedito a Francesco di portare in porto il Sinodo e il documento
finale approvato in tutti i suoi paragrafi dalla maggioranza
qualificata dei vescovi. L'opposizione a Francesco va sempre più spesso
in fuorigioco (per usare un termine calcistico). Jorge Mario Bergoglio
è teologicamente un centrista, e l'opposizione a Francesco mostra il
suo volto estremista e ideologico. ....
Uno dei tanti apporti dell'"effetto Francesco" è lo scompaginamento
degli allineamenti ideologici all'interno della chiesa e delle sue
divisioni. L'arcivescovo di Ferrara è uno di quei vescovi per cui il
cattolicesimo va compreso, annunciato e applicato in termini
ideologici. Non è un caso che monsignor Negri sia diventato l'emblema
del disagio tra le élite ideologizzate ascese a posti di responsabilità
nella chiesa cattolica che ora Francesco si trova a dover governare.
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25/11/2015:
26/11/2015:
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
22 novembre 2015
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
In
questa ultima domenica dell’anno liturgico, celebriamo la solennità di
Cristo Re. E il Vangelo di oggi ci fa contemplare Gesù mentre si
presenta a Pilato come re di un regno che «non è di questo mondo» (Gv
18,36). Questo non significa che Cristo sia re di un altro mondo, ma che è re in un altro modo,
eppure è re in questo mondo. Si tratta di una contrapposizione tra due
logiche. La logica mondana poggia sull’ambizione, sulla competizione,
combatte con le armi della paura, del ricatto e della manipolazione
delle coscienze. La logica del Vangelo, cioè la logica di Gesù, invece
si esprime nell’umiltà e nella gratuità, si afferma silenziosamente ma
efficacemente con la forza della verità. I regni di questo mondo a
volte si reggono su prepotenze, rivalità, oppressioni; il regno di
Cristo è un «regno di giustizia, di amore e di pace» (Prefazio).
Gesù
si è rivelato re quando? Nell’evento della Croce! Chi guarda la Croce
di Cristo non può non vedere la sorprendente gratuità dell’amore.
Qualcuno di voi può dire: “Ma, Padre, questo è stato un fallimento!”.
E’ proprio nel fallimento del peccato - il peccato è un fallimento -
nel fallimento delle ambizioni umane, lì c’è il trionfo della Croce,
c’è la gratuità dell’amore. Nel fallimento della Croce si vede l’amore,
questo amore che è gratuito, che Gesù ci dà. Parlare
di potenza e di forza, per il cristiano, significa fare riferimento
alla potenza della Croce e alla forza dell’amore di Gesù: un amore
che rimane saldo e integro, anche di fronte al rifiuto, e che appare
come il compimento di una vita spesa nella totale offerta di sé in
favore dell’umanità. Sul Calvario, i passanti e i capi deridono Gesù
inchiodato alla croce, e gli lanciano la sfida: «Salva te stesso
scendendo dalla croce!» (Mc 15,30). “Salva te stesso!”. Ma
paradossalmente la verità di Gesù è proprio quella che in tono di
scherno gli scagliano addosso i suoi avversari: «Non può salvare se
stesso!» (v. 31). Se Gesù fosse sceso dalla croce, avrebbe ceduto alla
tentazione del principe di questo mondo; invece Lui non può salvare se
stesso proprio per poter salvare gli altri, proprio perché ha dato la
sua vita per noi, per ognuno di noi. Dire: “Gesù ha dato la vita per il
mondo” è vero, ma è più bello dire: “Gesù ha dato la sua vita per me”.
E oggi in piazza, ognuno di noi, dica nel suo cuore: “Ha dato la sua
vita per me”, per poter salvare ognuno di noi dai nostri peccati.
E
questo chi lo ha capito? Lo ha capito bene uno dei due malfattori che
sono crocifissi con Lui, detto il “buon ladrone”, che Lo supplica:
«Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). Ma
questo era un malfattore, era un corrotto ed era lì condannato a morte
proprio per tutte le brutalità che aveva fatto nella sua vita. Ma ha
visto nell’atteggiamento di Gesù, nella mitezza di Gesù l’amore.E
questa è la forza del regno di Cristo: è l’amore. Per questo la
regalità di Gesù non ci opprime, ma ci libera dalle nostre debolezze e
miserie, incoraggiandoci a percorrere le strade del bene, della
riconciliazione e del perdono. Guardiamo la Croce di Gesù,
guardiamo il buon ladrone e diciamo tutti insieme quello che ha detto
il buon ladrone: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Tutti insieme: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Chiedere a Gesù, quando noi ci vediamo deboli, peccatori, sconfitti, di
guardarci e dire: “Tu sei lì. Non ti dimenticare di me!”.
Di
fronte alle tante lacerazioni nel mondo e alle troppe ferite nella
carne degli uomini, chiediamo alla Vergine Maria di sostenerci nel
nostro impegno di imitare Gesù, nostro re, rendendo presente il suo
regno con gesti di tenerezza, di comprensione e di misericordia.
Dopo l'Angelus:
...
Mercoledì
prossimo inizierò il viaggio in Africa, per visitare Kenya, Uganda e la
Repubblica Centrafricana. Chiedo a tutti voi di pregare per questo
viaggio, affinché sia per tutti questi cari fratelli, e anche per me,
un segno di vicinanza e d’amore. Chiediamo insieme alla Madonna di
benedire queste care terre, affinché ci sia in esse la pace e la
prosperità.
Recita Ave Maria
A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!
testo integrale
video integrale
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S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
23 novembre 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.
Papa Francesco:
“Chiesa non fedele a Cristo è tiepida e mediocre”
La
Chiesa è fedele se il suo unico tesoro e il suo unico interesse è Gesù,
ma è tiepida e mediocre se cerca la sua sicurezza nelle cose del mondo:
è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.
Unico tesoro della Chiesa è Gesù
Il
Vangelo del giorno ci parla della povera vedova che getta nel tesoro
del tempio due monetine mentre i ricchi fanno sfoggio delle loro grandi
offerte. Gesù afferma che “questa vedova così povera ha gettato più di
tutti”, perché gli altri hanno dato il loro superfluo, mentre lei,
nella sua miseria, ha dato “tutto quello che aveva per vivere”. Nella
Bibbia – commenta Papa Francesco – “la vedova è la donna sola, che non
ha il marito che la custodisca; la donna che deve arrangiarsi come può,
che vive della carità pubblica. La vedova di questo brano del Vangelo”
era “una vedova che aveva la sua speranza soltanto nel Signore”. “A me
piace vedere nelle vedove del Vangelo - afferma - l’immagine della
‘vedovanza’ della Chiesa che aspetta il ritorno di Gesù”:
“La
Chiesa è sposa di Gesù, ma il suo Signore se ne è andato e il suo unico
tesoro è il suo Signore. E la Chiesa, quando è fedele, lascia tutto in
attesa del suo Signore. Invece quando la Chiesa non è fedele o non è
tanto fedele o non ha tanta fede nell’amore del suo Signore cerca di
arrangiarsi anche con altre cose, con altre sicurezze, più dal mondo
che da Dio”.
Una Chiesa che piange e lotta per i suoi figli
“Le vedove del Vangelo – osserva Papa Francesco - ci dicono un bel messaggio di Gesù sulla Chiesa”:
“C’è
quella sola, unica, che usciva da Nain, con la bara di suo figlio:
piangeva, sola. Sì la gente tanto carina la accompagnava, ma il suo
cuore era solo! La Chiesa vedova che piange quando i suoi figli muoiono
alla vita di Gesù. C’è quell’altra che, per difendere i suoi figli, va
dal giudice iniquo: gli fa la vita impossibile, bussandogli alla porta
tutti i giorni, dicendo ‘fammi giustizia!’. Alla fine fa giustizia. E’
la Chiesa vedova che prega, intercede per i suoi figli. Ma il cuore
della Chiesa è sempre col suo Sposo, con Gesù. E’ lassù. Anche la
nostra anima – secondo i padri del deserto – assomiglia tanto alla
Chiesa. E quando la nostra anima, la nostra vita, è più vicina a Gesù
si allontana da tante cose mondane, cose che non servono, che non
aiutano e che allontanano da Gesù. Così è la nostra Chiesa che cerca il
suo Sposo, aspetta il suo Sposo, aspetta quell’incontro, che piange per
i suoi figli, lotta per i suoi figli, dà tutto quello che ha perché il
suo interesse è soltanto il suo Sposo”.
Chiesa fedele e Chiesa mediocre
La ‘vedovanza’ della Chiesa - spiega il Papa - si riferisce al fatto che la Chiesa sta aspettando Gesù: “può essere una Chiesa fedele a
questa attesa, attendendo con fiducia il ritorno del marito o una
Chiesa non fedele a questa ‘vedovanza’, ricercando sicurezza in altre
realtà… la Chiesa tiepida, la Chiesa mediocre, la Chiesa mondana”.
Pensiamo anche alle nostre anime, è la sua esortazione conclusiva: “Le
nostre anime cercano sicurezza soltanto nel Signore o cercano altre
sicurezze che non piacciano al Signore?”:
“In
questi ultimi giorni dell’Anno Liturgico ci farà bene domandarci sulla
nostra anima: se è come questa Chiesa che vuole Gesù, se la nostra
anima si rivolge al suo sposo e dice: ‘Vieni Signore Gesù! Vieni’. E
che lasciamo da parte tutte queste cose che non servono, non aiutano
alla fedeltà”.
(Radio Vaticana, servizio di Sergio Centofanti, Papa: Chiesa è fedele se il suo tesoro è Gesù e non le sicurezze del mondo)
video
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Le parole di Papa Francesco “aprono, abbracciano, facilitano. Aiutano a sollevare lo sguardo da se stessi”.
E’ quanto scrive il card. Pietro Parolin nella prefazione del volume
“Il Vocabolario di Papa Francesco”, curato dal salesiano Antonio
Carriero e pubblicato da “Elledici”, nelle librerie da questa
settimana. “L’unica vera strategia di comunicazione di Francesco –
prosegue il porporato – è l’adesione fiduciosa e serena al Vangelo”.
Per il card. Parolin, “il parlare di Bergoglio” è un sermo humilis
capace di parlare a tutti. Nel suo linguaggio, soggiunge, c’è “la
sapienza del porgere contenuti alti”, “facendo uso di un lessico e di
immagini che traggono la loro forza dalla vicinanza con la vita
quotidiana”. E annota che Francesco “mette l’interlocutore, chiunque
sia, in una condizione di parità e non di distanza”. Il volume che,
oltre alla prefazione del card. Parolin, propone anche due
introduzioni, del card. Gianfranco Ravasi e di padre Antonio Spadaro e
la postfazione di mons. Nunzio Galantino, raccoglie i contributi di 50
giornalisti e scrittori che hanno, ciascuno, esplorato e approfondito
uno dei “vocaboli viventi” di Papa Francesco.
Su come sia nata l’idea di realizzare questo volume, Alessandro Gisotti ha intervistato il curatore Antonio Carriero...
Pubblicato il “Vocabolario” di Francesco. Parolin: sue parole abbracciano
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1)
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newsletter è settimanale;
2) Il
servizio di "Lectio" a cura di fr. Egidio Palumbo alla pagina:
http://digilander.libero.it/tempo_perso_2/la_lectio_del_Vangelo_della_domenica.htm
3)
Il servizio omelia di P.
Gregorio on-line (mp3) alla pagina
http://digilander.libero.it/tempodipace/l_omelia_di_p_Gregorio.htm
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