"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°20 del 2015

Aggiornamento della settimana

- dal 21 al 27 novembre 2015 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 4 dicembre 2015

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


LECTIO DIVINA

 a cura di Fr. Egidio Palumbo




OMELIA 

  
   di P. Gregorio Battaglia
  
   di P. Aurelio Antista

 di P. Alberto Neglia


 PREGHIERA DEI FEDELI

 
N. B. La Lectio è temporaneamente sospesa



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 









I NOSTRI TEMPI



VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA


SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"


Rispondiamo con le nostre preghiere alla richiesta di Papa Francesco

  Chiedo a tutti...

Seguiamo Papa Francesco nel suo viaggio in Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana e accompagniamolo con la nostra preghiera.

  Mi raccomando, per favore...

 Il Papa ai giornalisti a bordo dell'aereo per il Kenya...

  Buongiorno, voglio salutarvi...

Prima dell'arrivo in Kenya, il Papa ha twittato per salutare tutta la popolazione keniota:

  Mungu abariki Kenya!...

Tweet del 26/11/2015

  La mia visita in Africa sia segno...




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  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)




Il difficile viaggio di Francesco in Africa


Il difficile viaggio di Francesco in Africa 
di Luigi Sandri


È un viaggio rischioso quello che Francesco compirà dal 25 al 30 novembre in Africa dove, dopo il Kenya e l’Uganda, punterà sulla Repubblica centroafricana, nella cui capitale, Bangui, vuole anticipare l’apertura del Giubileo (prevista per l’8 dicembre) malgrado che l’intelligence francese gli abbia sconsigliato una tappa in un paese ancora sconvolto dalle conseguenze di una feroce guerra civile. Fin dall’inizio del pontificato, nel marzo 2013, Bergoglio aveva detto che, oltre naturalmente alla natia America latina, avrebbe desiderato visitare Asia e Africa. Sempre sperando un giorno di toccare anche la Cina, in Asia per ora ha raggiunto la Corea del Sud, lo Sri Lanka e le Filippine; la prima volta nel continente nero sarà invece mercoledì, a Nairobi.
...
 Aprendo il Giubileo a Bangui, il papa vorrebbe lanciare un grido, valido “erga omnes”, contro ogni spargimento di sangue, e a favore della riconciliazione e della pace tra i seguaci di tutte le religioni.
(fonte: “Trentino” del 23 novembre 2015)


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PAPA FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA /1 (cronaca, foto, testi e video)


 25 novembre 2015

Con la sorveglianza dall’alto di un elicottero della polizia, il Pontefice alle 7,40 è giunto a bordo della Ford Focus del Vaticano che si è fermata in pista, a pochi metri dall’airbus A330-200 dell’Alitalia “Giotto”, con cui raggiungerà Nairobi. 
Papa Francesco, sempre con la consueta borsa nera nella mano sinistra, è stato accolto, tra gli altri, da mons. Reali, vescovo della diocesi di Porto-Santa Rufina, nella cui giurisdizione si trova l’aeroporto di Fiumicino e da altre autorità civili e militari, con le quali si è intrattenuto cordialmente. Subito dopo il Pontefice, sorridente, è salito di buona lena sulla scaletta e prima di entrare nell’airbus ha salutato i presenti con un cenno della mano. Il volo è decollato alle 8,01.
"Buongiorno, voglio salutarvi e ringraziarvi per la vostra presenza e il vostro lavoro in questo viaggio. Vado con gioia a trovare kenyani, ugandesi e i fratelli della Repubblica Centrafricana. Vi ringrazio per tutto quello che farete perché questo viaggio dia i frutti migliori, che siano spirituali o materiali". Lo ha detto Papa Francesco salutando i settantaquattro giornalisti di diverse testate internazionali a bordo dell'aereo. Dopo il consueto giro tra i giornalisti, durante il quale ha scambiato qualche parola con ognuno, ha ripreso la parola e ha detto:"buon viaggio e a ritrovarci tutti al ritorno".

"Voglio andare in Centrafrica, se non ci riuscite datemi un paracadute". Si sarebbe rivolto così, secondo quanto riporta l'Osservatore Romano, Papa Francesco al comandante dell'aereo che lo ha portato a Nairobi, in Kenya, e che lo accompagnerà anche nelle altre due tappe del suo viaggio in Africa: Uganda e Repubblica Centrafricana.
Il Papa aveva già scherzato: "Sono più preoccupato per le zanzare che non per le persone". a un giornalista inglese che gli chiedeva se fosse preoccupato per il viaggio e per la sua incolumità.

    il testo integrale

  video

Prima dell'arrivo in Kenya, il Papa ha twittato per salutare tutta la popolazione keniota: 
Mungu abariki Kenya! Che Dio benedica il Kenya!
Danze tradizionali, balli e canti moderni e tanti costumi colorati: così è stato accolto a Nairobi Papa Francesco al suo arrivo alla prima tappa del viaggio africano.
Al suo arrivo alla State House di Nairobi per la cerimonia di benvenuto, ai piedi della scala dell’aereo Papa Francesco è stato accolto dal Presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta.
 Tra i presenti al Benvenuto le massime Autorità dello Stato, Vescovi del Kenya, gruppi di fedeli, cori e danzatori e un gruppo di militari per il tradizionale Saluto di stato con 21 salve di cannone.

Dopo l'esecuzione degli inni, gli onori militari e la presentazione delle rispettive Delegazioni, il Papa è entrato nel Palazzo Presidenziale per i saluti ufficiali.
Firmato il Libro d'oro, Papa Francesco si recato nello studio del presidente per l'incontro privato.
Contemporaneamente ha avuto luogo un incontro bilaterale tra le delegazioni vaticana e keniota al quale erano presenti, da parte vaticana, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, i cardinali Filoni, Turkson e Njue e gli arcivescovi Becciu, Balvo e Anyolo. Al termine del colloquio privato, la famiglia del Presidente è stata ammessa nello Studio dove ha luogo lo scambio dei doni.
Ad accogliere Papa Francesco a Nairobi, in Kenya, nella strada che va dall'aeroporto alla State House, centinaia di persone. Il traffico sulle strade della capitale è rimasto bloccato al passaggio dell'auto del pontefice e della sua scorta e gli abitanti hanno colto l'occasione per radunarsi sul ciglio delle vie per attendere un saluto del Papa. Ai bordi delle strade anche tanti maxi cartelloni dedicati proprio al pontefice con delle sue foto giganti e la scritta: 'Karibu Pope Francis', cioè 'Benvenuto Papa Francesco'.

  video dell'arrivo a Nairobi

Poi 19 chilometri di strada che lo portano nel giardino dello State House di Nairobi per la Cerimonia di benvenuto. 
Nel suo discorso di benvenuto il presidente keniano ha detto: «Io ho frequentato la scuola cattolica», e ha ricordato che la Chiesa è stata ed è un «forte partner dello Stato per lo sviluppo sociale ed economico del Paese». Kenyatta ha anche assicurato: «Vogliamo combattere il vizio della corruzione e i profitti illegali che provengono dallo sfruttamento dell'ambiente». E ha concluso chiedendo al Papa di pregare per lui e per il Paese.

Dopo il discorso del presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, Bergoglio parla in inglese.
Circa dieci minuti di discorso per ricordare che le autorità devono operare per costruire una società più giusta, mostrando «una genuina preoccupazione per i bisogni dei poveri, per le aspirazioni dei giovani e per una giusta distribuzione delle risorse umane e naturali con le quali il Creatore ha benedetto il vostro Paese». In questo il Papa assicura anche l’impegno della comunità cattolica.
E poi conclude in swahili dicendo: «Mungu abariki Kenya!», «Dio benedica il Kenya».

    il testo integrale del discorso

  video integrale



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PAPA FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA /2 (cronaca, foto, testi e video)



 26 novembre 2015 
 Incontro ecumenico ed interreligioso 

Papa Francesco ha iniziato la sua seconda giornata a Nairobi in Kenya, con l’incontro ecumenico ed interreligioso nella nunziatura apostolica, Riuniti i Capi delle diverse confessioni cristiane (anglicana, evangelica, metodista, pentecostale, African Inland Church, etc) e delle altre religioni (tradizionale-animista e musulmana) maggiormente presenti in Kenya, oltre a 7 personalità civili particolarmente impegnate nella promozione del dialogo interreligioso.

Dopo la presentazione di S.E. Mons. Peter Kairo, Arcivescovo di Nyeri e incaricato del dialogo interreligioso, e dopo gli indirizzi di saluto del Rappresentante anglicano, l’Arcivescovo Eliud Wabukala, e del Rappresentante musulmano, Prof. Abdulghafur El-Busaidy, il Santo Padre Francesco pronuncia il discorso che riportiamo di seguito:

Cari amici,
sono grato per la vostra presenza odierna e per l’opportunità di condividere questi momenti di riflessione con voi. In modo particolare vorrei ringraziare Mons. Kairo, l’Arcivescovo Wabukala e il Professor El-Busaidy per le loro parole di benvenuto a nome vostro e delle rispettive comunità. Quando vengo a visitare i cattolici di una Chiesa locale, è sempre importante per me avere l’occasione d’incontrare i leader di altre comunità cristiane e di altre tradizioni religiose. È mia speranza che questo tempo trascorso insieme possa essere un segno della stima della Chiesa nei confronti dei seguaci di tutte le religioni e rafforzi i legami d’amicizia che già intercorrono tra noi.

A dire il vero, il nostro rapporto ci sta mettendo dinanzi a delle sfide; ci pone degli interrogativi. Tuttavia, il dialogo ecumenico e interreligioso non è un lusso. Non è qualcosa di aggiuntivo o di opzionale, ma è essenziale, è qualcosa di cui il nostro mondo, ferito da conflitti e divisioni, ha sempre più bisogno.

In effetti, le credenze religiose e la maniera di praticarle influenzano ciò che siamo e la comprensione del mondo circostante. Esse sono per noi fonte di illuminazione, saggezza e solidarietà e in tal modo arricchiscono le società in cui viviamo. Prendendoci cura della crescita spirituale delle nostre comunità, formando le menti e i cuori alla verità e ai valori insegnati dalle nostre tradizioni religiose, diventiamo una benedizione per le comunità nelle quali vive le nostra gente. In una società democratica e pluralistica come questa, la cooperazione tra i leader religiosi e le loro comunità diviene un importante servizio al bene comune.

In questa luce, e in un mondo sempre più interdipendente, si avverte con crescente chiarezza la necessità della comprensione interreligiosa, dell’amicizia e della collaborazione nel difendere la dignità conferita da Dio ai singoli individui e ai popoli, e il loro diritto di vivere in libertà e felicità. Promuovendo il rispetto di tale dignità e di tali diritti, le religioni interpretano un ruolo essenziale nel formare le coscienze, nell’instillare nei giovani i profondi valori spirituali delle rispettive tradizioni e nel preparare buoni cittadini, capaci di infondere nella società civile onestà, integrità e una visione del mondo che valorizzi la persona umana rispetto al potere e al guadagno materiale.

Penso qui all’importanza della nostra comune convinzione secondo la quale il Dio che noi cerchiamo di servire è un Dio di pace. Il suo santo Nome non deve mai essere usato per giustificare l’odio e la violenza. So che è vivo in voi il ricordo lasciato dai barbari attacchi al Westgate Mall, al Garissa University College e a Mandera. Troppo spesso dei giovani vengono resi estremisti in nome della religione per seminare discordia e paura e per lacerare il tessuto stesso delle nostre società. Quant’è importante che siamo riconosciuti come profeti di pace, operatori di pace che invitano gli altri a vivere in pace, armonia e rispetto reciproco! Possa l’Onnipotente toccare i cuori di coloro che perpetrano questa violenza e concedere la sua pace alle nostre famiglie e alle nostre comunità.

Cari amici, quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II, nel quale la Chiesa Cattolica si è impegnata nel dialogo ecumenico e interreligioso al servizio della comprensione e dell’amicizia. Intendo riaffermare questo impegno, che nasce dalla convinzione dell’universalità dell’amore di Dio e della salvezza che Egli offre a tutti. Il mondo giustamente si attende che i credenti lavorino insieme con le persone di buona volontà nell’affrontare i molti problemi che si ripercuotono sulla famiglia umana. Nel guardare al futuro, preghiamo affinché tutti gli uomini e le donne si considerino fratelli e sorelle, pacificamente uniti nelle e attraverso le loro differenze. Preghiamo per la pace!

Vi ringrazio per la vostra attenzione e chiedo a Dio Onnipotente di concedere a voi e alle vostre comunità l’abbondanza delle sue benedizioni.

  video

Al termine dell’incontro, il Papa si è recato in auto all’Università di Nairobi.


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PAPA FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA /3 (cronaca, foto, testi e video)


 26 novembre 2015 
 Santa Messa nel Campus dell’Università di Nairobi 

Dopo aver incontrato nella Nunziatura di Nairobi, dove risiede, i leader delle altre religiosi e confessioni cristiane, papa Francesco ha celebrato la Messa nel campus universitario. 

Canti, suoni, balli, colori: perché in Africa la fede si esprime anche con il linguaggio del corpo. A queste latitudini la gioia e la preghiera trovano in queste manifestazioni la loro espressione più naturale. E così il suono dei tamburi e il ritmo dato dai tradizionali kayamba — grandi tavole di legno contenenti sassolini, fagioli e semi — è divenuto la colonna sonora della seconda giornata trascorsa dal Papa in Kenya.
È stata una grande festa di popolo.

La messa celebrata da Papa Francesco giovedì 26 novembre a Nairobi ha raccolto una folla immensa di fedeli nel Campus dell’Università e nel vicino Uhuru Park — quello dove vent’anni fa celebrò Giovanni Paolo II — in cui erano stati allestiti i maxischermi. La gioia dei keniani e la loro riconoscenza per aver potuto ospitare per primi il Pontefice in Africa sono state coinvolgenti. Nonostante il tempo inclemente — ultimo strascico della stagione delle piogge — sin dalle prime ore del mattino si vedevano lunghe file di persone in cammino verso il luogo della messa.

Il prato era stato completamente trasformato in un denso strato di fango, ma in tanti non sono voluti mancare all'appuntamento con il Papa. 

Tra canti e balli il pontefice è stato accolto gioiosamente nonostante le condizioni climatiche sfavorevoli e Papa Francesco ha voluto ricambiare l'affetto arrivando a bordo dell'auto scoperta anche sotto la pioggia, accolto dai canti in lingua swahili di un coro composto da elementi provenienti da tutte le parrocchie della capitale.

Il rito, probabilmente il più ampio raduno di massa nel viaggio papale in Kenya, è stato celebrato in inglese e lingue swahili, masai, kiriborana, turkana, e animato da canti africani e della tradizione latina, e da danze. Tutto il rito è stato contrassegnato dalla tipica gestualità liturgica locale: la folla spesso accompagnava ritmicamente a braccia alzate i canti, durante i quali un gruppo di bambine e bambini, vestiti con i colori tradizionali del Kenya, danzavano ai piedi dell’altare. Anche il lezionario, prima della liturgia della parola, è stato portato nel presbiterio a ritmo di musica, adagiato su una cesta che una ragazza danzante teneva in equilibrio sul capo.

Le lingue locali sono usate anche nelle preghiere dei fedeli, mentre la preghiera eucaristica è recitata in latino. 

Bergoglio ha celebrato sotto una struttura realizzata per questa occasione, una specie di gazebo aperto sormontato da una tettoia che ricorda quella di una chiesa.

Il rito si è svolto nel Central Park, ma la folla seguiva anche nel vicino Uhuru Park, grazie ai maxischermi. Presente anche il presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, mentre il saluto al Papa è stato affidato all'arcivescovo di Nairobi, cardinale John Njue.

Francesco lo aveva detto durante la messa crismale del primo Giovedì Santo: i pastori della Chiesa devono avere addosso «l'odore delle pecore». Cioè devono essere capaci di guidare il proprio gregge ma anche stare in mezzo ai fedeli che gli sono affidati. 
Fin da quel momento il vescovo Virgilio Pante, pastore di Maralar, missionario della Consolata di origini bellunesi, ha avuto l'idea di regalare al Papa la sua mitria confezionata con pelle di pecora. Giovedì mattina, prima dell'inizio della Messa celebrata al Central Park di fronte all'università di Nairobi davanti a circa un milione di persone, il vescovo ha potuto donare l'originale copricapo liturgico al Pontefice, che ha voluto indossarlo durante la celebrazione. Monsignor Pante guida la diocesi nel territorio del Kenya dove vivono i pastori nilo-hamitici.

"Mungu abariki Kenya!", Dio benedica il Kenya. Papa Francesco ha concluso con queste parole in swahili la sua prima omelia in Africa.

  video dell'omelia

Ecco il testo:

La parola di Dio parla alle profondità del nostro cuore. Oggi Dio ci dice che gli apparteniamo. Egli ci ha fatti, noi siamo la sua famiglia e per noi Lui sarà sempre presente. “Non temete – Egli ci dice –: io vi ho scelti e prometto di darvi la mia benedizione” (cfrIs 44,2-3).

Abbiamo ascoltato questa promessa nella prima Lettura. Il Signore ci dice che farà sgorgare acqua nel deserto, in una terra assetata; Egli farà sì che i figli del suo popolo fioriscano come erba e come salici lussureggianti. Sappiamo che questa profezia si è adempiuta con l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste. Ma vediamo anche che essa si compie dovunque il Vangelo è predicato e nuovi popoli diventano membra della famiglia di Dio, la Chiesa. Oggi ci rallegriamo perché si è realizzata in questa terra. Mediante la predicazione del Vangelo, tutti noi siamo diventati partecipi della grande famiglia cristiana.

La profezia di Isaia ci invita a guardare alle nostre famiglie e a renderci conto di quanto siano importanti nel piano di Dio. La società del Kenya è stata a lungo benedetta con una solida vita familiare, con un profondo rispetto per la saggezza degli anziani e con l’amore verso i bambini. La salute di qualsiasi società dipende sempre dalla salute delle famiglie. Per il bene loro e della comunità, la fede nella Parola di Dio ci chiama a sostenere le famiglie nella loro missione all’interno della società, ad accogliere i bambini come una benedizione per il nostro mondo e a difendere la dignità di ogni uomo e di ogni donna, poiché tutti noi siamo fratelli e sorelle nell’unica famiglia umana.

In obbedienza alla Parola di Dio, siamo anche chiamati ad opporre resistenza alle pratiche che favoriscono l’arroganza negli uomini, feriscono o disprezzano le donne, non curano gli anziani e minacciano la vita degli innocenti non ancora nati.Siamo chiamati a rispettarci e incoraggiarci a vicenda e a raggiungere tutti coloro che si trovano nel bisogno. Le famiglie cristiane hanno questa missione speciale: irradiare l’amore di Dio e riversare l’acqua vivificante del suo Spirito. Questo è particolarmente importante oggi, perché assistiamo all’avanzata di nuovi deserti, creati da una cultura dell’egoismo e dell’indifferenza verso gli altri.

Qui, nel cuore di questa Università, dove le menti e i cuori delle nuove generazioni vengono formati, faccio appello in modo speciale ai giovani della nazione. I grandi valori della tradizione africana, la saggezza e la verità della Parola di Dio e il generoso idealismo della vostra giovinezza vi guidino nell’impegno di formare una società che sia sempre più giusta, inclusiva e rispettosa della dignità umana. Vi stiano sempre a cuore le necessità dei poveri; rigettate tutto ciò che conduce al pregiudizio e alla discriminazione, perché queste cose – lo sappiamo – non sono di Dio.

Tutti conosciamo bene la parabola di Gesù a proposito dell’uomo che costruì la sua casa sulla sabbia invece che sulla roccia. Quando soffiarono i venti, essa cadde e la sua rovina fu grande (cfr Mt 7,24-27). Dio è la roccia sulla quale siamo chiamati a costruire. Egli ce lo dice nella prima Lettura e ci chiede: «C’è forse un dio fuori di me?» (Is 44,8).

Quando Gesù Risorto afferma, nel Vangelo di oggi: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra» (Mt 28,18), ci dice che Lui stesso, il Figlio di Dio, è la roccia. Non c’è nessuno oltre a Lui. Unico Salvatore dell’umanità, desidera attirare uomini e donne di ogni epoca e luogo a Sé, così da poterli portare al Padre. Egli vuole che tutti noi costruiamo la nostra vita sul saldo fondamento della sua parola.

Questo è il compito che il Signore assegna a ciascuno di noi. Ci chiede di essere discepoli missionari, uomini e donne che irradino la verità, la bellezza e la potenza del Vangelo che trasforma la vita. Uomini e donne che siano canali della grazia di Dio, che permettano alla sua misericordia, benevolenza e verità di diventare gli elementi per costruire una casa che rimanga salda. Una casa che sia un focolare, dove fratelli e sorelle vivano finalmente in armonia e reciproco rispetto, in obbedienza alla volontà del vero Dio, che ci ha mostrato, in Gesù, la via verso quella libertà e quella pace a cui tutti i cuori aspirano.

Gesù, il Buon Pastore, la roccia sulla quale costruiamo le nostre vite, guidi voi e le vostre famiglie sulla via del bene e della misericordia per tutti i giorni della vostra vita. Egli benedica tutti gli abitanti del Kenya con la sua pace.

«Siate forti nella fede! Non abbiate paura!». Perché voi appartenete al Signore.

Mungu awabariki! (Dio vi benedica!)

Mungu abariki Kenya! (Dio benedica il Kenya!)


  video integrale


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 26 novembre 2015 
 Incontro con il Clero, i Religiosi, le Religiose ed i Seminaristi 

Nella sequela di Gesù si entra “dalla porta”, “non dalla finestra”. Papa Francesco è ricorso a questa immagine, parlando al clero e ai religiosi del Kenya incontrati nella Saint Mary School di Nairobi, per sottolineare quanto sia importante la vita consacrata. Quindi, ha avvertito che non bisogna seguire Gesù per ambizione o interesse personale ed ha ribadito che la Chiesa non è un’impresa e che tutti i discepoli di Cristo sono chiamati a servire gli altri, non a servirsi del prossimo.

L’intervento del Papa, tutto a braccio in spagnolo, è stato preceduto dal saluto di mons. Anthony Ireri Mukobo, presidente della Commissione per il clero e i religiosi della Conferenza episcopale del Kenya e da due testimonianze: di suor Michael Marie Rottinghous, presidente delle religiose del Kenya e del reverendo Felix J. Phiri, presidente della Conferenza dei Superiori del Kenya.

V. Tumisufu Yesu Kristu! (Sia lodato Gesù Cristo!)
R. [Milele na Milele. Amina] (Ora e sempre. Amen)

(In inglese)

Grazie tante per la vostra presenza. Vorrei tanto parlarvi in inglese, ma il mio inglese è povero… Io ho preso nota e vorrei dirvi tante cose, a tutti voi, a ciascuno di voi… ma mi fa paura parlare e preferirei parlare nella mia lingua madre… Mons. Miles è il traduttore. Grazie per la vostra comprensione.

Quando veniva letta la lettera di san Paolo mi ha colpito questo: «Sono persuaso che colui ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil 1,6).

Il Signore vi ha scelto tutti, ci ha scelto tutti. E Lui ha iniziato la sua opera il giorno in cui ci ha guardato nel Battesimo, il giorno in cui ci ha guardato dopo, quando ci ha detto “Se hai voglia vieni con me”. E allora, ci siamo messi in fila e abbiamo cominciato il cammino. Ma il cammino lo ha iniziato Lui, non noi! Non siamo stati noi. Nel Vangelo leggiamo di una persona guarita che voleva seguirlo lungo nel cammino e Gesù gli disse: “No”. Nella sequela di Gesù Cristo – sia nel sacerdozio che nella vita consacrata – si entra dalla porta! E la porta è Cristo! E’ Lui che chiama, è Lui che comincia, è Lui che fa il lavoro. Ci sono alcuni che vogliono entrare dalla finestra… Ma questo non serve. Per favore, se qualcuno ha qualche compagno o qualche compagna che è entrato dalla finestra, abbracciatelo e spiegategli che è meglio che vada via e che serva Dio in un altro modo, perché non arriverà mai a termine un’opera che Gesù che non avviato – Egli stesso – attraverso la porta.

E questo ci deve portare ad una consapevolezza di essere persone scelte: “Io sono stato guardato, sono stato scelto”. Mi colpisce l’inizio del capitolo 16 di Ezechiele: “Eri figlia di stranieri, eri stata messa da parte; ma sono passato e ti ho pulito e ti ho preso con me”. Questo è il cammino! Questa è l’opera che il Signore ha cominciato quando ci ha guardato!

Ci sono alcuni che non sanno perché Dio li chiama, però sentono che Dio li ha chiamati. Andate tranquilli, Dio vi farà capire perché vi ha chiamati. Ci sono altri che vogliono seguire il Signore per qualche interesse, per interesse. Ricordiamo la madre di Giacomo e Giovanni: “Signore, ti chiedo, quando dividi la torta, di dare la fetta più grande ai miei figli… Che uno stia alla tua destra e l’altro stia alla tua sinistra”. E questa è la tentazione di seguire Gesù per ambizione: l’ambizione del denaro, l’ambizione del potere. Tutti possiamo dire: “Quando io ho cominciato a seguire Gesù, non mi è capitato questo. Ma ad altri è capitato, e a poco a poco te lo hanno seminato nel cuore, come una zizzania.

Nella vita della sequela di Gesù non c’è posto né per la propria ambizione, né per le ricchezze, né per essere una persona importante nel mondo. Gesù lo si segue fino al suo ultimo passo della sua vita terrena, la Croce. Poi Lui pensa a risuscitarti, ma fino a quel punto devi arrivarci tu. E questo ve lo dico seriamente, perché la Chiesa non è una impresa, non è una ONG. La Chiesa è un mistero: è il mistero dello sguardo di Gesù su ognuno di noi che dice “Seguimi!”.

Quindi che sia chiaro: chi chiama è Gesù; si entra dalla porta quando Gesù chiama e non dalla finestra; e poi bisogna seguire la strada di Gesù.

E’ chiaro evidentemente che quando Gesù ci sceglie, non ci “canonizza”. Continuiamo ad essere gli stessi peccatori… Io vi chiederei, per favore, se c’è qui qualcuno – qualche sacerdote o qualche religiosa o qualche religioso – che non si sente peccatore, alzi la mano… Siamo tutti peccatori, io per primo e poi voi. Però ci porta avanti la tenerezza e l’amore di Gesù.

“Colui che ha iniziato una buona opera, la porterà a compimento”: questo ci porta avanti, quello che ha iniziato l’amore di Gesù. Vi ricordate nel Vangelo, quando l’Apostolo Giacomo ha pianto? Qualcuno di voi lo ricorda o no? E quando ha pianto l’Apostolo Giovanni? No. E quando ha pianto qualcun altro degli Apostoli? Uno soltanto – ci dice il Vangelo - ha pianto: colui che si è reso conto di essere peccatore. Era così peccatore che aveva tradito il suo Signore. E quando si rese conto di questo, pianse… Poi Gesù lo ha fatto Papa… Chi lo capisce Gesù? E’ un mistero!

Non smettete mai di piangere. Quando a un sacerdote, a un religioso, a una religiosa si seccano le lacrime, c’è qualcosa che non funziona. Piangere per le proprie infedeltà, piangere per il dolore del mondo, piangere per la gente che è scartata, per i vecchietti abbandonati, per i bambini assassinati, per le cose che non capiamo; piangere quando ci chiedono “perché?”. Nessuno di noi ha tutte le risposte ai “perché?”.

C’è un autore russo che si domandava perché i bambini soffrono. E ogni volta che io saluto un bambino che ha un cancro, un tumore o una malattia rara – come si chiamano – mi chiedo perché quel bambino soffra… E io non ho una risposta a questo. Soltanto guardo Gesù sulla croce. Ci sono situazioni nella vita che ci portano soltanto a piangere, guardando Gesù sulla croce. E questa è l’unica risposta a certe ingiustizie, a certi dolori, a certe situazioni della vita.

San Paolo diceva ai suoi discepoli: “Ricordatevi di Gesù Cristo. Ricordatevi di Gesù Cristo crocifisso”. Quando un consacrato, una consacrata, un sacerdote si dimentica di Cristo crocifisso, poveretto, è caduto in un peccato molto brutto, un peccato che fa orrore a Dio, che fa vomitare Dio: è il peccato della tiepidezza. Cari sacerdoti, sorelle, fratelli, religiosi e religiose, state attenti a non cadere nel peccato della tiepidezza...
Cos’altro vi posso dire? Vorrei darvi un messaggio che viene dal mio cuore per voi: che mai vi allontaniate da Gesù. Questo vuol dire non smettere mai di pregare. “Padre, però, qualche volta è così noioso pregare… Ci si stanca, si ci addormentata…”. Va bene, dormite davanti al Signore: è un modo di pregare. Ma restate lì, davanti a Lui. Pregate! Non lasciate la preghiera!

Se un consacrato lascia la preghiera, l’anima si secca, si inaridisce come quei rami secchi: sono brutti, hanno un aspetto brutto. L’anima di una religiosa, di un religioso, di un sacerdote che non prega, è un’anima brutta! Perdonatemi, ma è cosi…

Vi lascio questa domanda: io tolgo tempo al sonno, tolgo tempo alla radio, alla televisione, alle riveste, per pregare? O preferisco queste altre cose? Quindi mettersi davanti a Colui che ha iniziato l’opera e che la sta portando a compimento in ciascuno di noi… La preghiera.

Un’ultima cosa che volevo dirvi - prima di dirvene un’altra… - è che tutti coloro che si sono lasciati scegliere da Gesù, è per servire: per servire il Popolo di Dio, per servire i più poveri, i più scartati, i più emarginati dalla società, i bambini e gli anziani…; per servire anche quelle persone che non hanno coscienza della superbia e del peccato che loro stessi vivono; per servire Gesù. Lasciarsi scegliere da Gesù è lasciarsi scegliere per servire, e non per essere serviti.

Circa un anno fa, più o meno, c’è stato un incontro di sacerdoti - in questo caso le religiose si salvano! -. Durante questi Esercizi Spirituali, ogni giorno, c’era un gruppo di sacerdoti che dovevano servire a tavola. Alcuni di loro si sono lamentati: “No! Noi dobbiamo essere serviti! Noi paghiamo, abbiamo pagato per essere serviti…”. Per favore, mai questo nella Chiesa! Servire! Non servirsi degli altri, ma servire.

Questo è quello che vi volevo dire, che ho sentito improvvisamente quando ho ascoltato questa frase di San Paolo: “Colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù”.

Mi diceva un cardinale, un cardinale anziano - in effetti aveva soltanto un anno più di me! -, che quando va al cimitero, dove ci sono missionari, missionarie, religiosi e religiose, che hanno dato la loro vita, si domanda: “Perché questo non viene canonizzato domani?”; perché hanno vissuto la loro vita servendo. E mi emoziona quando saluto, dopo una Messa, un sacerdote, una religiosa, che mi dice: “Sono 30, 40 anni che sto in questo ospedale di bambini autistici o che sono nelle missioni dell’Amazzonia o che sto in questo luogo o in quest’altro…” Mi tocca l’anima! Questa donna o quest’uomo ha capito che seguire Gesù è servire gli altri e non servirsi degli altri.

Bene, vi ringrazio molto. Però, che Papa maleducato che è questo… Ci ha dato consigli, ci ha dato “bastonate” e non ci dice “grazie”!… Sì, l’ultima cosa - la ciliegina sulla torta - voglio davvero ringraziarvi! Grazie per aver il coraggio di seguire Gesù, grazie per ogni volta che vi sentite peccatori, grazie per ogni carezza di tenerezza che date a quelli che ne hanno bisogno, grazie per tutte le volte in cui avete aiutato le persone a morire in pace. Grazie per dare speranza nella vita. Grazie perché vi siete lasciati aiutare e correggere e perdonare ogni giorno.

Vi chiedo, nel ringraziarvi, di non dimenticarvi di pregare per me, perché ne ho bisogno. Tante grazie!

video del discorso del Papa

Parole del Santo Padre al termine dell'incontro:

Vi ringrazio per il momento che abbiamo passato insieme, però ora devo uscire, perché ci sono i bambini malati di cancro e vorrei vederli e dare loro una carezza.

Ringrazio molto voi seminaristi, che non ho nominato ma che siete compresi in tutto quello che ho detto. E se qualcuno non ha il coraggio di andare su questa strada, per tempo cerchi un altro lavoro, si sposi e faccia una famiglia. Grazie.

  video integrale


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La presenza del Papa e i suoi gesti vanno sempre di pari passo con il messaggio rappresentato dalle sue parole. Ma nel  viaggio che Francesco inizia domani in Africa, visitando Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana, il suo esserci fisicamente in quei luoghi è ancora più importante di ciò che potrà dire.

  Andrea Tornielli:  Francesco in Africa, un viaggio contro la paura

... Tre Stati africani a maggioranza cristiana, attraversati da conflitti interni, dittature, guerre civili interminabili e oggi nella morsa del terrorismo islamico. È il cuore della culla dell’umanità, dove povertà ed emergenza sanitaria hanno un radicamento endemico e mietono vittime ogni giorno. È l’Africa della miseria, dei soldati bambini, degli stupri etnici, della tragedia dell’Hiv, della tubercolosi e di Ebola. I temi al centro del viaggio sono molti e delicati...

 
Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi:  Papa Francesco, un pontefice che lascerà il segno

... Piantare un albero allora diventa molto più che un simbolo di speranza. È vita vera da salvaguardare e far crescere, è credito di prosperità per i giovani, è scuola di bellezza da condividere. Soprattutto è un richiamo all’amore di Dio per l’uomo, tanto grande da affidargli il Creato come dono gratuito, così disarmato e incomprensibile da far sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. E i semi, gli alberi, le piante sono riflessi, sono immagini di quell’abbraccio con cui il Padre di tutti vuole stringere a sé ogni creatura.
Ecco allora il cedro del Libano che non marcisce, ecco il qiqajon, che regala ombra e riposo al ribelle Giona, ecco il sicomoro su cui si arrampica Zaccheo per vedere Gesù. Ecco i piccoli germogli che ciascuno di noi è chiamato a coltivare se vuole essere parte di un mondo che ha confini enormemente più grandi dei tanti, nostri ridicoli egoismi. Perché l’albero regala ombra e luce, è riparo per chi fugge dalle guerre, è crocevia per chi si è perso, è frescura contro il caldo opprimente della paura, è una scala verso il cielo per ogni uomo, oggi come nella Bibbia e per sempre, mendicante d’infinito...

 
Riccardo Maccioni:  L'albero piantato: il gesto del bene

Il viaggio all’Equatore completa la metamorfosi di Francesco, che cominciò l’8 luglio 2013 sullo scoglio di Lampedusa, eletta seduta stante a perno di un compasso planetario. Quel giorno è iniziata una rotazione dell’asse strategico del pontificato. Da romano in africano. Da occidentale a meridionale. Dal Palazzo Apostolico alle baraccopoli di Nairobi. Dall’obolo di San Pietro al tesoro delle bidonville, depositarie autentiche dei valori evangelici: “Qui mi sento a casa…Il cammino di Gesù è iniziato in periferia, va dai poveri e con i poveri verso tutti”.

  Piero Schiavazzi:  Papa Francesco l'africano, la missione completa la metamorfosi di Bergoglio da Papa dell'Ovest a Papa del Sud



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Attacchi terroristici a Parigi


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La guerra è follia e bisogna fermarla! di Giovanni Sarubbi Lettera alle vittime delle guerre e ai loro familiari



La guerra è follia e bisogna fermarla!
di Giovanni Sarubbi

Lettera alle vittime delle guerre e ai loro familiari

Alle vittime

Sei morto, non importa come. La tua è stata sicuramente una morte orribile, giunta inaspettata, senza preavviso, magari nel fiore degli anni o quando eri semplicemente bambino o bambina e cercavi solo affetto.

Poi la tua vita è stata strocata da una bomba sparata da un cannone o piovuta dal cielo, da un colpo di fucile, una pugnalata, o del gas asfissiante, o sei stato bruciato vivo da un lanciafiamme, o magari sei stato vittima di una delle due bombe atomiche di Hiroshima o Nagasaki, o dei campi di sterminio nazisti. In un attimo sei diventato/a un nulla, magari di te non è rimasto neppure un corpo da seppellire, una storia da raccontare. Hai potuto magari vedere il volto del soldato che ti uccideva o di chi, se donna, ti ha prima stuprato e poi ucciso. O se eri una bambina o un bambino pensavi di aver trovato un giocattolo strano con cui divertiti e invece era una “mina antiuomo”, di quelle fatte apposta per uccidere i bambini come te o per mutilarli permanentemente. E probabilmente era una mina “made in Italy”, vanto della maggiore industria del paese. Potrai così vantarti, nell'aldilà, di essere stato ucciso con una mina di ”qualità italiana”. E se sei stato solo mutilato, hai magari desiderato mille e mille volte essere morto piuttosto che sopportare le sofferenze e i ricordi della tua mutilazione.

Sei morto/a perché qualcuno ha costruito l'arma che ti ha ucciso. Qualcuno l'ha pensata, disegnata, progettata, per essere la più letale possibile nel suo genere. Una società, e sono sempre grandi società, l'ha prodotta assumendo operai e operaie affinché il lavoro fosse fatto nel migliore dei modi. E per produrle hanno inquinato l'ambiente e poi hanno distrutto pezzi di territorio per provarle. Qualcun altro l'ha venduta. Qualcun altro, alla fine della catena, l'ha usata uccidendoti, obbedendo ad un ordine che gli è stato dato da un'altra persona che lui ha riconosciuto come suo capo supremo, in grado di imporgli di commettere un delitto che le stesse leggi considerano il massimo reato che un essere umano può commettere. Un atto che tutte le religioni condannano ma che spesso viene fatto in nome e per conto di una religione o di una interpretazione falsa e aberrante di una religione. Nella storia dell'umanità si è sempre trovato qualche “capo religioso” corrotto che ha venduto la sua autorità e ha usato il nome del suo dio per incitare i propri fedeli alla guerra, cioè alla distruzione di altri esseri umani e della Terra. L'origine di queste dottrine sono i soldi che sono serviti a corrompere il capo religioso che le sostiene. L'unico “dio” che questi religiosi conoscono è il “dio denaro”.

E tu sei stato ucciso dal “dio denaro”.

E se sei stato ucciso da un Kamikaze, anche lui prima che essere imbottito di esplosivo, è stato imbottito di ideologie generate e diffuse da quel "dio denaro" che è il motore delle guerre.

Nel nome di Gesù detto il Cristo, uomo pacifico che non si è difeso neppure quando l'hanno arrestato e poi ucciso, sono state combattute decine e decine di guerre. Lo stesso è stato fatto nel nome degli dei greci, romani, egizi o del dio degli ebrei o di altri popoli. Ma in realtà il dio era sempre lo stesso, “il dio denaro”.

E tu sei stato ucciso dal “dio denaro”.

...

La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia. …. vorrei poterlo ripetere milioni e milioni di volte, una per ogni vittima delle guerre che finora hanno insanguinato l'umanità. Solo nel secolo scorso, che è stato il più sanguinario della storia dell'umanità, le vittime hanno superato i cento dieci milioni di persone. Questo secolo si avvia a diventare peggiore di quello precedente per la quantità e per la potenza degli armamenti che già esistono o che si preannunciano.

È la forza del “dio denaro”.

E tu sei stato ucciso dal “dio denaro”.

Ai familiari delle vittime

Il vostro dolore è immenso. Non ci saranno mai parole adeguate a lenirlo. Meno che mai potranno lenirlo le parole o le lacrime dei governanti che sono responsabili della situazione di guerra nella quale ci troviamo.

...

Occorre allora che ogni familiare di una vittima, ogni sopravvissuto alla guerra, si trasformi in un militante sempre impegnato per la pace, perché questo è l'unico modo per impedire che ci siano altre morti e altre vittime innocenti e la distruzione della Madre Terra. Dobbiamo prendere coscienza che “la guerra è follia”, lo diceva il Papa Buono Giovanni XXIII, lo dice oggi Papa Francesco e dobbiamo tutti impegnarci a fermare questa maledetta “terza guerra mondiale a pezzi” che sta distruggendo milioni di vite e che potrebbe portare alla distruzione dell'intera umanità.

La guerra è follia, la guerra è follia, la guerra è follia e bisogna fermarla. Ripetiamolo continuamente, diciamolo a tutti, non spettiamo mai di ripeterlo per farlo diventare realtà.
(fonte: Il dialogo)



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Cosa fare perché i bambini non restino rinchiusi in un presente dominato dalla paura rispettandone sensibilità ed emozioni?



Ai bambini bisogna dire la verità. E soprattutto non sottovalutare la loro capacità di comprendere anche le cose più orrende e inquietanti. Non che siano più forti degli adulti, ma la loro sensibilità può essere messa alla prova senza conseguenze disastrose sul loro sviluppo. Mentre la menzogna e la negazione rischiano di lasciare sequele e complessi. Cercare di presentare al bambino un mondo roseo, mentire sulla gravità dei fatti avvolgendoli nell’ovatta o in confezione regalo vuol dire rischiare di isolarlo dalla vita, che è fatta di bellezza ma anche di violenza.
...
I traumi vissuti dalle famiglie direttamente colpite dagli attentati del 13 novembre sono devastanti per gli adulti come per i bimbi, che hanno bisogno di spiegazioni e di consolazione. Il lutto è qualcosa di crudele, anche se il tempo è un alleato. Ma la perdita di una persona cara scava nell’esistenza un vuoto tremendo, indipendentemente dall’età. Il bambino ha evidentemente bisogno di comprendere, attraverso parole precise e scelte con attenzione...

  La vita ai tempi del terrorismo spiegata ai bambini

Come spiegare il terrorismo ad un bambino? L'argomento è delicato e complesso, questo video documenta il momento in cui alcuni genitori hanno raccontato i terribili attacchi di Parigi ai loro figli cercando di esorcizzarne le paure. 

  video

Una bellissima testimonianza di come affrontare con i bambini il problema della paura di questi giorni sta facendo il giro dei social ed è quella che vi mostriamo in questo video in cui un giornalista di Le Petit Journal intervista un bambino che il padre ha portato davanti al Bataclan, a rendere omaggio ai morti negli attentati. E' un bimbo di 5-6 anni, origine asiatica inequivocabile e madrelingua francese. E i suoi silenzi e le sue parole raccontano bene quanto l'eredità della violenza si infili subdola nei pensieri dei bambini. Ma è a questo punto che interviene il padre, e a microfono acceso, in un dialogo onesto e meraviglioso, dà al bimbo le risposte che gli servono.

  video

Come rassicurare un bambino che ha visto in Tv l'orrore delle stragi di Parigi e la follia del fanatismo che uccide e ci rende fragili. E come insegnargli che domani a scuola non dovrà avere paura dei suoi compagni stranieri. Le parole dello psicoterapeuta Alberto Pellai.

No, figlio mio non so spiegarti perché a Parigi la follia fanatica di pochi uomini ha spento la vita di centinaia di persone che stavano ascoltando un concerto oppure che erano a cena al ristorante con gli amici. Hai ragione quando dici che le immagini della Tv e le parole della radio ti mettono tanta paura. E no, io non posso assicurarti che a noi non succederà mai, che la nostra vita resterà indenne da tutto questo. Però, io e te possiamo fare subito qualcosa per rendere il mondo un posto bello in cui vivere. Possiamo abbracciarci, così i nostri cuori che battono, l’uno contro l’altro, faranno capire alla nostra mente che non siamo soli. Che io e te possiamo contare l’uno sull’altro quando qualcosa ci spaventa. E sappi che io non sarò mai stanco di regalarti la forza protettiva del mio abbraccio. 
...
Perché se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato è che chi è amato, impara ad amare. Mentre chi odia, impara ad odiare. E allora, anche se qualcuno ti verrà a dire che adesso c’è bisogno di vendetta, perché nessuno ha il diritto di farci provare così tanto terrore e paura, tu non crederci. Perché nel bisogno di vendetta si nasconde l’odio. E l’odio non porterà mai alla pace. E alla giustizia.
...
Ecco, figlio mio, non ti posso dare la certezza che a te e a me non succederà mai qualcosa di brutto. Ma ti posso assicurare che io e te insieme possiamo rendere questo mondo migliore. Con le nostre parole, i nostri gesti, i nostri sguardi. E la nostra voglia di pace. Abbracciami forte allora figlio mio. Prendi forza dal mio cuore che batte contro il tuo. Impara che quando ci si abbraccia, quando ci si guarda negli occhi, quando si alza lo sguardo al cielo per trovare la vera luce, il brutto smette di essere tale, la paura perde consistenza e si contamina con il coraggio dell’Amore. ...

  «ABBRACCIAMI FORTE FIGLIO MIO. INSIEME NON AVREMO PAURA»

... Vincere il terrorismo di oggi significa ripartire dai bambini. Francesi, italiani, stranieri che siano, stanno adesso a scuola, nei quartieri, magari negli oratori anche se islamici. Che facciamo? Perderne uno potrebbe essere letale tra 10 o 20 anni. Non possiamo più permettercelo.
...
Se qualcuno usa ancora il nome di Dio per uccidere altri esseri umani significa che non per tutti il vero nome di Dio è la pace.
Nel 1986 ci fu la preghiera ad Assisi delle religioni con Giovanni Paolo II. Ora il Giubileo. La sfida è che dal cuore dell’Europa risuoni la forza della preghiera che cambia i cuori. Il mondo migliore ci attende.

  Ripartiamo dai bambini per battere il terrorismo


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Valeria Solesin - Quando la morte è una lezione di umanità


Quando la morte è una lezione di umanità

Oggi che il mondo si raggomitola su se stesso, che si chiude e inalbera una corazza a difesa dei suoi valori e della sua gente, che blinda frontiere e restringe passaggi, oggi c'è un uomo che a questo mondo dà una lezione di umanità commovente. È un uomo normale, o almeno lo era fino a 10 giorni fa: aveva un lavoro, una casa, una moglie, una figlia. Al mattino si alzava, afferrava gli occhiali dal comodino, si beveva un caffè, andava in ufficio, ci stava fino a sera poi, dopo un adeguato numero di ore, compiva il percorso inverso e tornava a casa, si levava gli occhiali e si addormentava nella rassicurante certezza della sua tranquilla quotidianità. Una notte però quella sua pacifica routine è stata scombinata, irrimediabilmente, da un gruppo di senza dio che in nome di dio gli hanno ammazzato la figlia. Che aveva 28 anni, questa figlia, ed era bella e anche buona: una di quelle che la gente te le invidia. E ora che la gente pensa di non avere più nulla da invidiargli lui, quest'uomo normale, si infila di nuovo gli occhiali e, senza nemmeno aver bisogno di un pulpito e di un pubblico, mette insieme la più grande lezione di umanità di cui io abbia memoria.

Alberto, questo è il nome nome normale di un uomo inconsapevolmente eccezionale, seppellirà sua figlia, e lo farà con dolore, rimpianto, angoscia e (immagino) un senso di perdita che solo un genitore che lo ha provato prima di lui, può comprendere. Ma lo farà senza quella rabbia e quel folle terrore che leggo nelle dichiarazioni di chi al Bataclan ha perduto solo l'idea di tranquillità in cui si cullava.

Nei giorni in cui il mondo annuncia la Terza Guerra Mondiale e si prepara a inondare di sangue i suoi quattro angoli, lui piano piano, senza alzare la voce, senza versare una pubblica lacrima (che non so immaginare quante ne stia versando nella violata tranquillità della sua casa) spiega al mondo che la pace è possibile. Lo spiega a capi di Stato e fanatici fiancheggiatori del terrore: quelli che tentano di giustificare stragi e omicidi in nome di altre stragi e altri omicidi patiti. Come se l'uomo non potesse vivere altrimenti che seguendo il Vecchio Testamento e la sua sanguinaria legge dell'occhio per occhio.

Al funerale civile, non laico - ci tiene a precisare - ogni preghiera, ogni benedizione, ogni lacrima sarà accolta. Anche quelle di un Imam. E, scusatemi, ma io mi alzo in piedi e abbasso gli occhi. Perché io stessa, che vivo con la parola "pace" a fior di labbra, riconosco che, davanti a uno strazio simile a quello che accompagna la nuova quotidianità di quest'uomo, sarei furiosa.

...

Vorrei che ogni politico che oggi si arma, di droni intelligenti o di parole infuocate, si fermasse a riflettere, almeno un po', sul messaggio che gli ha recapitato quest'uomo normale. Che non fa proclami, non si siede in cattedra, eppure tiene una lezione indimenticabile sul potenziale dell'umanità. Io lo ringrazio, con tutto il mio cuore, il signor Alberto. Mi ha fatta sentire una pulce di ipocrisia e banalità. E sono felice di sentirmi così piccola, così perfettibile, così misera: solo in questo modo potrò migliorare me stessa e sperare, un giorno, di avere nel cuore quello stesso rispetto per l'altro che fa di un uomo normale un grande uomo.
(articolo di Deborah Dirani in  LHUFFINGTON POST)

"Ringrazio i rappresentanti delle religioni, cristiana, ebraica e musulmana presenti in questa piazza e simbolo del cammino degli uomini, nel momento in cui il fanatismo vorrebbe nobilitare il massacro con il richiamo ai valori di una religione". Con queste parole, il papà di Valeria Solesin, Alberto, ha tenuto a sottolineare la presenza delle tre religioni ai funerali della figlia, uccisa a Parigi nell'attentato al Bataclan (ansa)


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Vi è un filo rosso che lega gli assurdi attentati di Parigi, la guerra dell'Isis, il pensiero economico e la finanza. Per trovarlo occorre farsi delle domande. Ecco quali.

  Ugo Biggeri:  Per fermare l'economia del terrore



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25 Novembre Giornata mondiale contro la violenza sulle donne


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Un giorno l’anno per parlare in tutto il mondo di violenza sulle donne è sicuramente poco, ma forse può servire a... voltare pagina...

  Per tutte le violenze consumate su di Lei...


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Il 25 novembre, Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, non è una data a caso. E' il ricordo di un brutale assassinio, avvenuto nel 1960 nella Repubblica Dominicana, ai tempi del dittatore Trujillo. Tre sorelle, di cognome Mirabal, considerate rivoluzionarie, furono torturate, massacrate, strangolate. Buttando i loro corpi in un burrone venne simulato un incidente. Non sempre, non ovunque, le cose sono cambiate da quel giorno: basti pensare alle bambine dell'India che quasi ogni giorno vengono stuprate e uccise, ma anche a casa nostra, dove la violenza contro le donne è spesso nascosta in ambito domestico.

 
Enrica Di Battista: Giornata contro la violenza sulle donne LO SPECIALE ANSA

Il 25 novembre, Giornata internazionale contro la Violenza sulle donne, è una data simbolo per far riflettere collettivamente sulla gravità di un fenomeno che non accenna ad arrestarsi. 

  Francescapaola Iannacone:  25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Un giorno l’anno per parlare in tutto il mondo di violenza sulle donne sarà anche poco, ma serve. Dal 1999 l’Onu ha proclamato il 25 novembreGiornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: come per tutti gli appuntamenti mondiali sui grandi problemi sociali, serve soprattutto a non dimenticare. Né le crudeltà inenarrabili che Isis, Boko Haram e simili infliggono alle donne perché donne, né le violenze che si consumano al riparo delle mura di casa, anche in tutti i Paesi civili e in ogni ceto. Soltanto in Italia, sono 6 milioni 788 mila le donne che hanno subito, nel corso della propria vita, una qualche forma di violenza.

  Rosanna Biffi: FAR SENTIRE "LA VOCE DELLE DONNE"



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FEDE E
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26 novembre - Oggi mons. Luigi Bettazzi, già Vescovo di Ivrea e Padre Conciliare, compie 92 anni.

 
Auguri


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S. Teresa d'Avila- "Teresa e le sue sorelle: una comunità in cammino con Dio" di Egidio Palumbo (VIDEO)




S. Teresa d'Avila -
 "Teresa e le sue sorelle: 
una comunità in cammino con Dio" 
di Egidio Palumbo, ocarm

Incontro del 28.10.2015 inserito nell'ambito dei
I MERCOLEDÌ' DELLA SPIRITUALITÀ 2015
S. TERESA D’AVILA DONNA IN CAMMINO CON DIO 
Nel V Centenario della nascita (1515-2015)
promossi dalla Fraternità Carmelitana di
Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

Di Teresa d’Avila vogliamo mettere in risalto l’esperienza del cammino, espressa nella sua ricerca appassionata di Dio, nella sua contemplazione dell’umanità di Cristo Amico e nell’amore di sororità in Cristo, vissuto con le sue consorelle carmelitane.
1. Teresa, donna inquieta e pellegrina 
Teresa d'Avila è riconosciuta riformatrice del Carmelo e da parte dei Carmelitani Scalzi è riconosciuta loro fondatrice, anche se non era sua intenzione di fondare un nuovo Ordine Carmelitano (cf. Lettera 248,9). Dopo 27 anni trascorsi nel Monastero dell'Incarnazione ad Avila, dove entrò nel 1535, fondò nel 1562, sempre nella stessa città, il Monastero di S. Giuseppe, il primo monastero della sua riforma. Alcuni anni più tardi proseguì la sua riforma fondando altri 16 monasteri con lo stesso stile di vita fraterno, povero e contemplativo che aveva assunto nel monastero di S. Giuseppe ad Avila. Così tra il 1567 e il 1582 – periodo che corrisponde agli anni 52-67 della sua vita – fondò i monasteri di Medina del Campo, Malagón, Valladolid, Toledo, Pastrana, Salamanca, Alba de Tormes, Segovia, Beas, Siviglia , Caravaca, Villaneueva, Palencia, Soria, Granada e Burgos. Per compiere quest'opera di fondazione, Teresa d'Avila viaggiò molto, camminando lungo le strade della Spagna. Ella è stata, secondo il giudizio negativo del nunzio mons. Filippo Sega, che lei stessa riferisce in una lettera (cf. Lettera 248,3), una «fémina inquieta y andariega» («una donna inquieta e vagabonda»). Ma tale giudizio, considerando anche il particolare pregiudizio del nunzio, paradossalmente dice in positivo l’animo e lo stile di Teresa: una donna inquieta, perché mai appagata dei risultati ottenuti, mai adagiata sulle mete raggiunte; una donna, non vagabonda, bensì in cammino, perché sempre in ricerca, sempre proiettata in avanti, sempre guardando in avanti e oltre…
Dei suoi viaggi Teresa ne parla nel libro delle Fondazioni, scritto negli anni 1573-1582, dove narra che di solito viaggiava su un carro con alcune sue consorelle e il cappellano; i viaggi erano a volte tranquilli, ma molto spesso scomodi e faticosi. Così narra in Fondazioni 24,5: «Ebbero subito inizio i preparativi del viaggio, perché il caldo cominciava ad essere intenso. Il padre commissario apostolico Graziano andò dal Nunzio, che l’aveva chiamato, e noi a Siviglia, con i miei buoni compagni di viaggio, il padre Giuliano d’Avila, Antonio Gaytán e un frate scalzo. Andavamo in carri ben coperti, essendo questo, sempre, il nostro modo di viaggiare».
...
2. In cammino nella storia
Di fronte alla forte situazione conflittuale, a volte anche violenta – “incendio” lo qualifica Teresa (cf. Cammino 1,5; 3,1) −, suscitata dallo scisma tra cattolici e protestanti, che lacera l'unità della Chiesa in occidente (cf. Cammino 1,3), Teresa, assieme alla sua comunità, assimilando la sapienza di Dio, seppe dare una risposta che fu esistenziale e vocazionale. Così affermò Paolo VI il 27 settembre 1970 nell'omelia in occasione del riconoscimento di Teresa Dottore della Chiesa: «Ella per il suo amore alla verità e la sua intimità con il Maestro, ebbe ad affrontare amarezze e incomprensioni di ogni sorta e non sapeva dar pace al suo spirito dinanzi alla rottura dell’unità […]. Questo suo sentire con la Chiesa, provato nel dolore alla vista della dispersione delle forze, la condusse a reagire con tutto il suo forte spirito castigliano nell’ansia di edificare il regno di Dio; decise di penetrare nel mondo che la circondava con una visione riformatrice per imprimergli un senso, un’armonia, un’anima cristiana» [sottolineatura mia]. Le parole di Paolo VI – in particolare queste ultime – sono illuminanti. Vediamo, allora, come Teresa “ha penetrato nel mondo con una visione riformatrice”.
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  video



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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 48/2014-2015 (B) di Santino Coppolino




'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  Gv 18,33-37

Dopo che il potere religioso ha da tempo emesso la sua sentenza su Gesù, quello politico ne sancisce la condanna a morte proclamando la sua regalità: Gesù è re, e chi si fa re è reo di morte. La Sacra Scrittura è da sempre critica nei confronti della monarchia (cfr. Gdc 9,8-15; 1Sam 8,1ss); il re è un uomo potente quasi come fosse un dio in terra, e desiderare un re che domina su tutto e tutti significa rinunciare a Dio, il vero re, che serve e libera il suo popolo. E' vero, Gesù è re ma la sua regalità non è come quella di questo mondo. Egli è venuto al mondo non per dominare ma per servire, non per opprimere ma per restituire libertà all'uomo, non con la violenza e la forza delle armi ma con il suo amore incondizionato. Contro di lui si sono coalizzati tutti i poteri di questo mondo, quello religioso e quello politico, per eliminarlo quasi fosse un corpo estraneo, ma proprio attraverso l'offerta della sua vita il Padre ha manifestato al mondo il suo amore e la sua gloria per la nostra salvezza.
...
 Questo è il modo che Gesù ha di regnare sull'umanità intera: il suo potere è lavare i piedi a noi suoi fratelli, la sua dignità è essere in mezzo a noi come colui che serve. Questi sono i segni visibili della sua divina regalità, che risplenderà in pienezza illuminando il mondo dall'alto della croce e attirandoci tutti a sé.



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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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Patto delle catacombe: 50 anni e non dimostrarli!!!



 Il 16 novembre 1965 il Patto delle catacombe - Con la freschezza del Vangelo
di Heinz Kulüke, Superiore generale della Società del Verbo Divino

La celebrazione dei cinquant’anni del concilio Vaticano II e dell’Anno della vita consacrata hanno aperto i nostri occhi su un importante evento che ebbe luogo nelle catacombe di Domitilla il 16 novembre 1965. Negli ultimi anni, infatti, vari gruppi ecclesiali, teologi e studiosi di diverse parti del mondo sono tornati a diffondere il contenuto di un documento noto come “il Patto delle catacombe”.

Pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, quarantadue padri conciliari celebrarono l’eucaristia nelle catacombe di Domitilla per chiedere a Dio la grazia di «essere fedeli allo spirito di Gesù» ritornando ai propri impegni pastorali nelle loro rispettive diocesi. Il documento consiste in una esortazione rivolta ai «fratelli nell’episcopato» per condurre una «vita di povertà» e a essere una Chiesa «serva e povera», conforme allo spirito proposto da Papa Giovanni XXIII durante il concilio. Il gruppo rappresentava altri ottantadue vescovi del cosiddetto gruppo “Chiesa dei poveri” che si riunivano periodicamente, durante il concilio, nel collegio belga a Roma. Li accompagnarono importanti teologi, tra cui padre Yves Congar, il quale, al termine della prima sessione del concilio, pubblicò il libro Per una Chiesa serva e povera.

...

Quasi cinquant’anni dopo, Papa Francesco, un uomo che viene da un continente dove molti vescovi hanno fatto sforzi enormi per applicare il concilio Vaticano II al contesto di povertà, assume come programma del suo pontificato il tema di «una Chiesa povera, una Chiesa per i poveri». Quelle parole del Papa hanno incoraggiato diversi gruppi ad avviare le celebrazioni per i cinquant’anni del Patto delle catacombe. 
(fonte: L'Osservatore Romano del 12/11/2015)

Che germoglino i semi delle Catacombe 
di Enrico Peyretti

Cinquant'anni fa il Concilio culminò, in un certo senso, non solo nella basilica di San Pietro, ma nelle catacombe, dove furono posti buoni semi nascosti nel buon terreno, per germogliare al tempo dovuto. Si ricordano sempre i documenti approvati al termine del Concilio, dopo le ultime discussioni decisive, ma si potrebbe anche vedere meglio, a distanza di tempo, la consegna dei padri conciliari alla Chiesa dei poveri, Chiesa di tutti, nell’impegno-appello, scritto nelle catacombe.

Quella quarantina di vescovi che lo siglò riprendeva l'invito iniziale di papa Giovanni XXIII, nel messaggio dell'11 settembre 1962, un mese prima dell'apertura del Concilio: «Dovere di ogni uomo, dovere impellente del cristiano è di considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui, e ben vigilare perché l'amministrazione e la distribuzione dei beni creati venga posta a vantaggio di tutti».

Non mi pare che, nel messaggio finale del Concilio all'umanità, si ritrovi il tono e la concretezza dell'impegno dei vescovi delle catacombe di Domitilla, né nella parte diretta ai governanti né in quella diretta ai poveri.

...

Oggi, rileggere quell'impegno di un piccolo numero di padri conciliari pone a tutta la Chiesa, nella corresponsabilità indivisa, il compito di affrontare quelle esigenze evangeliche nelle situazioni attuali: i grandi movimenti migratori di persone umane uguali in dignità e diritti, bisognose di accoglienza e convivenza; una necessaria «coraggiosa rivoluzione culturale» (Laudato si’, 114) per una nuova economia dei beni comuni, della «casa comune» dell'umanità, che è la nostra Terra aggredita dall'economia rapace, causa di guerre; la piena trasparenza, legalità e sobrietà (in qualche caso violate anche recentemente contro la direttiva di papa Francesco) delle comunità cristiane e del centro vaticano nella gestione e nell’uso del denaro; la forte necessità di cancellare tra i popoli del mondo l'impressione inveterata che il cristianesimo appartenga in modo essenziale alla parte ricca e dominatrice dell'umanità; l'esigenza, in Italia, di una più equa distribuzione dell'8 per mille. E via dicendo. Quei germogli sono affidati oggi alla cura e al lavoro delle nostre mani. 
(fonte: Adista Segni Nuovi n° 40 del 21/11/2015)

  Leggi anche Patto delle Catacombe. Chiesa povera e dei poveri

Vedi anche i nostri post precedenti:
  • Rinnovato a Napoli il «patto delle Catacombe» - Vivere da poveri per i poveri.
  • A 50 anni dal Concilio. Attualità del Vaticano II (quello vero)


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Il nuovo libro di Enzo Bianchi: «Spezzare il pane. Gesù a tavola e la sapienza del vivere»


La rivoluzione cristiana comincia a mensa

«Gesù amava la tavola come luogo di incontro con gli uomini, come occasione di benedizione e ringraziamento a Dio... Tra le tante rivoluzioni fatte da Gesù, c’è anche quella di aver rivoluzionato il modo di concepire il cibo». Enzo Bianchi, fondatore e priore di Bose, introduce così il suo nuovo libro «Spezzare il pane. Gesù a tavola e la sapienza del vivere», che esce oggi in libreria per Einaudi (pp. 106, euro 17) e di cui diamo in questa pagina un saggio. «Non a caso proprio nel mangiare a tavola Gesù ha consegnato il segno grande della comunione tra sé e i discepoli, nel pane e nel vino ha voluto significare la sua vita spesa e donata per gli amici. Sí, c’è un magistero di Gesú a tavola che dobbiamo conoscere, per diventare piú umani, per scoprire o riscoprire la sapienza del vivere e del convivere».

La tavola, questo mobile sacro che un tempo regnava al centro delle grandi cucine, la tavola di legno massiccio capace di accogliere una decina di commensali (non un tavolino, confinato in un angolo di un cuocivivande!) era eloquente di ciò che si voleva vivere insieme come famiglia o come amici. La tavola, alla quale 'passiamo', non da soli ma con altri, va abitata. A tavola si dovrebbe convergere per mangiare da uomini, non da animali. Per questo la tavola e sempre stata percepita come l’emblema dell’umanizzazione, il luogo per eccellenza in cui ci si umanizza lungo tutta la vita, da quando da piccoli si e ammessi alla tavola ancora sul seggiolone, fino alla vecchiaia. 

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Quando vogliamo rallegrarci, fare festa, sentiamo il bisogno di celebrare la vita con un pasto, invitando altri alla nostra tavola. Per la nascita di un figlio o di una figlia, per segnare le tappe del loro crescere, per festeggiare un traguardo da loro raggiunto, per celebrare l’amore, per rallegrarsi con un amico ritrovato, si imbandisce la tavola e si fa un banchetto. E più si vuole festeggiare, più il banchetto è abbondante. Anche Gesú, quando voleva consegnare un’immagine eloquente della vita del regno di Dio, dove non ci saranno più la morte né il lutto né il pianto, ricorreva all’immagine della tavola e del banchetto. 

Un tempo, per gente che pativa la fame, la tavola era un sogno; oggi, che si può mangiare con abbondanza, dentro di noi non vi è spazio per un’immagine più evocativa del banchetto, per esprimere una vita bella, buona, felice, una vita piena. La tavola è l’anticamera dell’amore, un luogo e un momento che non assomiglia a nessun altro, una realtà affettiva e simbolica antica come l’umanità, la possibilità di una comunicazione privilegiata e di una trasfigurazione del quotidiano. Certo, ci vuole sapienza per vivere la tavola, ma la tavola e il cibo hanno la capacità magisteriale di insegnarcela. Mettiamoci alla loro scuola. 
(fonte: Avvenire 24/11/2015)


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Bauman, la speranza della Buona notizia di Lorenzo Fazzini


Bauman, la speranza della Buona notizia
di Lorenzo Fazzini

Zygmunt Bauman fa 90 (anni). Il 19 novembre prossimo il sociologo polacco, trapiantato in Gran Bretagna (nel 1971 l’Università di Leeds lo arruolò come docente dopo che nella Polonia comunista gli venne impedito di insegnare perché ebreo), compirà 90 primavere (i nostri auguri!). E non smette di osservare la società contemporanea e di denunciarne derive e storture. In questa intervista, rilancia la sua ammirazione per papa Francesco, svela una sua passione giovanile per la figura di Cristo e consegna ai giovani il testimone per costruire un mondo più giusto ed equo. 

Il suo 90° compleanno ci ricorda che lei è una sorta di “secolo breve” incarnato: la sua vita (è nato nel 1925) ci richiama (quasi) quel 1915-1989 dipinto da Eric Hobsbawm. Lei ha vissuto le grandi tragedie del Novecento: nazismo, Shoah, Hiroshima, comunismo. Questi eventi le hanno fatto perdere l’ottimismo verso il genere umano? 
«Finché vivo spero: questa è la massima che ho imparato da piccolo. E ancora credo, alla fine di questo mio “secolo breve”, che finché spero vivo. Ma ammetto che comunque in questo secolo siamo riusciti a lasciarci alle spalle molti tipi di miseria umana, ma molti altri misfatti e catastrofi, se non più, e non meno, tossici, minacciosi e creati dall’uomo li hanno rimpiazzati, come le leggendarie teste dell’idra che rinascevano subito dopo che ne veniva tagliata una. Non nego che avrei preferito finire la mia vita in un mondo meno oscuro e meno ostile verso gli esseri umani rispetto a quello in cui vivo e, penso, morirò». 

Quindi ne deduco che lei non sia ottimista per il futuro... 
«Nonostante sia un pessimista a breve termine, rimango ottimista sul lungo periodo. Quando si tratta di lottare per un mondo più luminoso e più amichevole, la frustrazione per quanto si ama e si spera non è un motivo per abbandonare questo impegno. Ed essa – come mi ha insegnato la vita – rimane impotente nel far vincere la rassegnazione fino a quando noi volontariamente non lo permettiamo». 

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Il suo recente apprezzamento per la figura e le parole di papa Francesco hanno trovato vasta eco in Italia. Cosa vorrebbe chiedere o di cosa vorrebbe parlare con il pontefice se lo potesse incontrare di persona? 
«Papa Francesco non ha bisogno delle mie domande. Ogni giorno egli se ne esce con risposte a domande che io sto ancora cercando, e con successo a metà, di articolare. In un altro dialogo con Stanislaw Obirek (On the World and Ourselves, Polity 2015), il mio interlocutore ha spiegato così il saggio richiamo degli appelli di Jorge Mario Bergoglio: il papa dimostra “una certa empatia per l’umana fragilità e il peccato, e ancora di più, Francesco non eleva se stesso sopra di noi ma sta al nostro fianco”. Poco prima del settembre 1939, ovvero l’inizio della seconda guerra mondiale, lessi il libro di Emil Ludwig Figlio dell’Uomo. La storia di un profeta. Un racconto che mi impressionò moltissimo e sul quale mi ricordo di aver rimuginato per varie settimane, durante il mio viaggio attraverso la Polonia in fiamme e insanguinata. Ludwig, come ho sottolineato commentando la suggestione sopracitata di Obirek, assegnava all’eroe di questo racconto un dono che “ha spinto pescatori, artigiani, piccoli commercianti a riempire le case di preghiera per ascoltarlo quando arrivava da Nazareth. Le persone si accalcavano intorno a lui perché questo nazareno non portava loro un’altra litania di prescrizioni o normative, né prometteva tormenti infernali ai disobbedienti, ma annunciava la Buona notizia: egli portava la speranza”». 

Cosa accomuna dunque quel libro letto 70 anni fa e il papa attuale? 
«L’eroe del racconto di Ludwig portava un nuovo modo di essere ascoltato. Io sento che è questa l’impressione che i discorsi di papa Francesco trasmettono, sebbene si focalizzino sulle radici terrene del male e della miseria umana nel nostro mondo».
(fonte: Avvenire)


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QUEL BAMBINO ABBANDONATO NEL PRESEPE


QUEL BAMBINO ABBANDONATO NEL PRESEPE

26/11/2015 In una chiesa di New York il custode ha trovato un neonato nella mangiatoia del presepe proprio come fosse Gesù Bambino. Il piccolo sta bene. La legge dello Stato permette di abbandonare neonati minori di 30 giorni ma solo se lasciati in mani sicure.

Il Bambin Gesù è arrivato in anticipo in una chiesa del Queens. Un neonato è stato infatti posto, probabilmente dalla madre, proprio nell'allestimento della natività dove il giorno di Natale viene messa la statuina di Gesù Bambino. Il piccolo, scoperto con il suo cordone ombelicale intatto, è stato trovato da un custode nella Chiesa che, neanche a farlo apposta si chiama Holy Child Jesus (Santo Gesù Bambino). Il parroco ha parlato di un "miracolo di Natale" e ha aggiunto «La cosa bella è che questa donna ha scelto questa chiesa - che dovrebbe essere una casa per chi ha bisogno – come casa per il suo bambino».
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Ha poi deciso di capire da dove venisse quel pianto: «Ho seguito le grida. Mi sono diretto verso il piccolo presepe che avevamo installato all'interno della chiesa. Non potevo credere ai miei occhi. C’era un bambino, in buone condizioni di salute, avvolto in un asciugamano posato nella mangiatoia tra le statue di Maria e San Giuseppe». L’uomo ha poi così commentato: «Mi riempie di gioia il fatto che chi lo ha abbandonato lo ha portato in un posto sicuro e non lo ha lasciato morire».

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Una giovane coppia della parrocchia vorrebbe adottare Gesù Bambino, così è stato chiamato il piccolo, e mantenere questo dono nella comunità.
(fonte: Famiglia Cristiana)


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"La Chiesa nel mondo deve seguire le orme del suo Signore, che era povero Messia dei poveri" don Corrado Lorefice, nuovo arcivescovo di Palermo. 

  "Un giorno seguendo Lorefice", servizio "Il Settimanale" del TGRSICILIA del 21.11.2015

Siamo profondamente grati a Papa Francesco per la LAUDATO SI, e siamo consapevoli che con questo testo ha dato fastidio ai poteri economici di questo sistema ... p. Alex Zanotelli,missionario comboniano (Viareggio - 05/11/2015)

  Non solo corvi vaticani

"Sono i poveri che ti danno il coraggio di credere che quel Dio c'è ed proprio nel volto degli impoveriti" p. Alex Zanotelli, missionario comboniano (26.11.2015 estratto da TV2000 "Il diario di Papa Francesco - Viaggio in Africa - Kenya)

  In fondo devo tutto ai poveri...


Preghiamo per l'unità della Chiesa
"...il caso Negri è uno dei casi in cui è chiaro che questa opposizione a Papa Francesco si sta radicalizzando e perdendo quello che in teologia si chiama sensus ecclesiae - un sentimento di realtà e responsabilità verso la chiesa tutta. Lo si è visto al Sinodo dei Vescovi dell'ottobre scorso: le iniziative non regolamentari dei vescovi polacchi, la lettera (poi smentita da alcuni) dei tredici cardinali al papa, la falsa notizia della malattia del papa non hanno impedito a Francesco di portare in porto il Sinodo e il documento finale approvato in tutti i suoi paragrafi dalla maggioranza qualificata dei vescovi. L'opposizione a Francesco va sempre più spesso in fuorigioco (per usare un termine calcistico). Jorge Mario Bergoglio è teologicamente un centrista, e l'opposizione a Francesco mostra il suo volto estremista e ideologico. .... 
Uno dei tanti apporti dell'"effetto Francesco" è lo scompaginamento degli allineamenti ideologici all'interno della chiesa e delle sue divisioni. L'arcivescovo di Ferrara è uno di quei vescovi per cui il cattolicesimo va compreso, annunciato e applicato in termini ideologici. Non è un caso che monsignor Negri sia diventato l'emblema del disagio tra le élite ideologizzate ascese a posti di responsabilità nella chiesa cattolica che ora Francesco si trova a dover governare.

  Il caso di monsignor Negri e le opposizioni a papa Francesco



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 FRANCESCO
 




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25/11/2015:

  Mungu abariki Kenya!...


26/11/2015:

  La mia visita in Africa sia segno...


27/11/2015:

  Il mondo assiste a un movimento...



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"Cristo re in un altro modo"  Papa Francesco Angelus 22/11/2015 (testo e video)



 22 novembre 2015 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa ultima domenica dell’anno liturgico, celebriamo la solennità di Cristo Re. E il Vangelo di oggi ci fa contemplare Gesù mentre si presenta a Pilato come re di un regno che «non è di questo mondo» (Gv 18,36). Questo non significa che Cristo sia re di un altro mondo, ma che è re in un altro modo, eppure è re in questo mondo. Si tratta di una contrapposizione tra due logiche. La logica mondana poggia sull’ambizione, sulla competizione, combatte con le armi della paura, del ricatto e della manipolazione delle coscienze. La logica del Vangelo, cioè la logica di Gesù, invece si esprime nell’umiltà e nella gratuità, si afferma silenziosamente ma efficacemente con la forza della verità. I regni di questo mondo a volte si reggono su prepotenze, rivalità, oppressioni; il regno di Cristo è un «regno di giustizia, di amore e di pace» (Prefazio).

Gesù si è rivelato re quando? Nell’evento della Croce! Chi guarda la Croce di Cristo non può non vedere la sorprendente gratuità dell’amore. Qualcuno di voi può dire: “Ma, Padre, questo è stato un fallimento!”. E’ proprio nel fallimento del peccato - il peccato è un fallimento - nel fallimento delle ambizioni umane, lì c’è il trionfo della Croce, c’è la gratuità dell’amore. Nel fallimento della Croce si vede l’amore, questo amore che è gratuito, che Gesù ci dà. Parlare di potenza e di forza, per il cristiano, significa fare riferimento alla potenza della Croce e alla forza dell’amore di Gesù: un amore che rimane saldo e integro, anche di fronte al rifiuto, e che appare come il compimento di una vita spesa nella totale offerta di sé in favore dell’umanità. Sul Calvario, i passanti e i capi deridono Gesù inchiodato alla croce, e gli lanciano la sfida: «Salva te stesso scendendo dalla croce!» (Mc 15,30). “Salva te stesso!”. Ma paradossalmente la verità di Gesù è proprio quella che in tono di scherno gli scagliano addosso i suoi avversari: «Non può salvare se stesso!» (v. 31). Se Gesù fosse sceso dalla croce, avrebbe ceduto alla tentazione del principe di questo mondo; invece Lui non può salvare se stesso proprio per poter salvare gli altri, proprio perché ha dato la sua vita per noi, per ognuno di noi. Dire: “Gesù ha dato la vita per il mondo” è vero, ma è più bello dire: “Gesù ha dato la sua vita per me”. E oggi in piazza, ognuno di noi, dica nel suo cuore: “Ha dato la sua vita per me”, per poter salvare ognuno di noi dai nostri peccati.

E questo chi lo ha capito? Lo ha capito bene uno dei due malfattori che sono crocifissi con Lui, detto il “buon ladrone”, che Lo supplica: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). Ma questo era un malfattore, era un corrotto ed era lì condannato a morte proprio per tutte le brutalità che aveva fatto nella sua vita. Ma ha visto nell’atteggiamento di Gesù, nella mitezza di Gesù l’amore.E questa è la forza del regno di Cristo: è l’amore. Per questo la regalità di Gesù non ci opprime, ma ci libera dalle nostre debolezze e miserie, incoraggiandoci a percorrere le strade del bene, della riconciliazione e del perdono. Guardiamo la Croce di Gesù, guardiamo il buon ladrone e diciamo tutti insieme quello che ha detto il buon ladrone: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Tutti insieme: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Chiedere a Gesù, quando noi ci vediamo deboli, peccatori, sconfitti, di guardarci e dire: “Tu sei lì. Non ti dimenticare di me!”.

Di fronte alle tante lacerazioni nel mondo e alle troppe ferite nella carne degli uomini, chiediamo alla Vergine Maria di sostenerci nel nostro impegno di imitare Gesù, nostro re, rendendo presente il suo regno con gesti di tenerezza, di comprensione e di misericordia. 

Dopo l'Angelus:

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Mercoledì prossimo inizierò il viaggio in Africa, per visitare Kenya, Uganda e la Repubblica Centrafricana. Chiedo a tutti voi di pregare per questo viaggio, affinché sia per tutti questi cari fratelli, e anche per me, un segno di vicinanza e d’amore. Chiediamo insieme alla Madonna di benedire queste care terre, affinché ci sia in esse la pace e la prosperità.

Recita Ave Maria

A tutti auguro una buona domenica. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  testo integrale

  video integrale


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«La Chiesa fedele e la Chiesa tiepida, mediocre, mondana» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
23 novembre 2015
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
Chiesa non fedele a Cristo è tiepida e mediocre”

La Chiesa è fedele se il suo unico tesoro e il suo unico interesse è Gesù, ma è tiepida e mediocre se cerca la sua sicurezza nelle cose del mondo: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.

Unico tesoro della Chiesa è Gesù
Il Vangelo del giorno ci parla della povera vedova che getta nel tesoro del tempio due monetine mentre i ricchi fanno sfoggio delle loro grandi offerte. Gesù afferma che “questa vedova così povera ha gettato più di tutti”, perché gli altri hanno dato il loro superfluo, mentre lei, nella sua miseria, ha dato “tutto quello che aveva per vivere”. Nella Bibbia – commenta Papa Francesco – “la vedova è la donna sola, che non ha il marito che la custodisca; la donna che deve arrangiarsi come può, che vive della carità pubblica. La vedova di questo brano del Vangelo” era “una vedova che aveva la sua speranza soltanto nel Signore”. “A me piace vedere nelle vedove del Vangelo - afferma - l’immagine della ‘vedovanza’ della Chiesa che aspetta il ritorno di Gesù”:

“La Chiesa è sposa di Gesù, ma il suo Signore se ne è andato e il suo unico tesoro è il suo Signore. E la Chiesa, quando è fedele, lascia tutto in attesa del suo Signore. Invece quando la Chiesa non è fedele o non è tanto fedele o non ha tanta fede nell’amore del suo Signore cerca di arrangiarsi anche con altre cose, con altre sicurezze, più dal mondo che da Dio”.

Una Chiesa che piange e lotta per i suoi figli
“Le vedove del Vangelo – osserva Papa Francesco - ci dicono un bel messaggio di Gesù sulla Chiesa”:

“C’è quella sola, unica, che usciva da Nain, con la bara di suo figlio: piangeva, sola. Sì la gente tanto carina la accompagnava, ma il suo cuore era solo! La Chiesa vedova che piange quando i suoi figli muoiono alla vita di Gesù. C’è quell’altra che, per difendere i suoi figli, va dal giudice iniquo: gli fa la vita impossibile, bussandogli alla porta tutti i giorni, dicendo ‘fammi giustizia!’. Alla fine fa giustizia. E’ la Chiesa vedova che prega, intercede per i suoi figli. Ma il cuore della Chiesa è sempre col suo Sposo, con Gesù. E’ lassù. Anche la nostra anima – secondo i padri del deserto – assomiglia tanto alla Chiesa. E quando la nostra anima, la nostra vita, è più vicina a Gesù si allontana da tante cose mondane, cose che non servono, che non aiutano e che allontanano da Gesù. Così è la nostra Chiesa che cerca il suo Sposo, aspetta il suo Sposo, aspetta quell’incontro, che piange per i suoi figli, lotta per i suoi figli, dà tutto quello che ha perché il suo interesse è soltanto il suo Sposo”.

Chiesa fedele e Chiesa mediocre
La ‘vedovanza’ della Chiesa - spiega il Papa - si riferisce al fatto che la Chiesa sta aspettando Gesù: “può essere una Chiesa fedele a questa attesa, attendendo con fiducia il ritorno del marito o una Chiesa non fedele a questa ‘vedovanza’, ricercando sicurezza in altre realtà… la Chiesa tiepida, la Chiesa mediocre, la Chiesa mondana”. Pensiamo anche alle nostre anime, è la sua esortazione conclusiva: “Le nostre anime cercano sicurezza soltanto nel Signore o cercano altre sicurezze che non piacciano al Signore?”:

“In questi ultimi giorni dell’Anno Liturgico ci farà bene domandarci sulla nostra anima: se è come questa Chiesa che vuole Gesù, se la nostra anima si rivolge al suo sposo e dice: ‘Vieni Signore Gesù! Vieni’. E che lasciamo da parte tutte queste cose che non servono, non aiutano alla fedeltà”.
(Radio Vaticana, servizio di Sergio Centofanti, Papa: Chiesa è fedele se il suo tesoro è Gesù e non le sicurezze del mondo)
  video


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Pubblicato il “Vocabolario” di Francesco. Parolin: sue parole abbracciano


Le parole di Papa Francesco “aprono, abbracciano, facilitano. Aiutano a sollevare lo sguardo da se stessi”. E’ quanto scrive il card. Pietro Parolin nella prefazione del volume “Il Vocabolario di Papa Francesco”, curato dal salesiano Antonio Carriero e pubblicato da “Elledici”, nelle librerie da questa settimana. “L’unica vera strategia di comunicazione di Francesco – prosegue il porporato – è l’adesione fiduciosa e serena al Vangelo”. Per il card. Parolin, “il parlare di Bergoglio” è un sermo humilis capace di parlare a tutti. Nel suo linguaggio, soggiunge, c’è “la sapienza del porgere contenuti alti”, “facendo uso di un lessico e di immagini che traggono la loro forza dalla vicinanza con la vita quotidiana”. E annota che Francesco “mette l’interlocutore, chiunque sia, in una condizione di parità e non di distanza”. Il volume che, oltre alla prefazione del card. Parolin, propone anche due introduzioni, del card. Gianfranco Ravasi e di padre Antonio Spadaro e la postfazione di mons. Nunzio Galantino, raccoglie i contributi di 50 giornalisti e scrittori che hanno, ciascuno, esplorato e approfondito uno dei “vocaboli viventi” di Papa Francesco. 
Su come sia nata l’idea di realizzare questo volume, Alessandro Gisotti ha intervistato il curatore Antonio Carriero...

  Pubblicato il “Vocabolario” di Francesco. Parolin: sue parole abbracciano


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