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N.
B. La Lectio è temporaneamente sospesa
NOTA
Articoli,
riflessioni e commenti proposti vogliono
solo essere
un contributo
alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.
Le posizioni espresse non sempre
rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione.
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Buon cammino di Avvento!!!
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VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA FRANCESCO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA
SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA
NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"
Bangui
diventa la capitale spirituale del mondo, la capitale spirituale della
preghiera per la Misericordia del Padre. Tutti noi chiediamo pace,
misericordia, riconciliazione, perdono, amore. Queste le parole con cui
Papa Francesco ha salutato i fedeli presenti alla Santa Messa nella
Cattedrale di Bangui per l’apertura della Porta Santa e l’apertura
ufficiale del Giubielo della Misericordia
Papa
Francesco prima dell'apertura della Porta Santa a Bangui (Repubblica
Centrafricana) Prima Domenica di Avvento, 29 novembre 2015
(italiano) Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo. L’Anno
Santo della Misericordia viene in anticipo in questa Terra. (spagnolo)
Una terra che soffre da diversi anni la guerra e l’odio,
l’incomprensione, la mancanza di pace. Ma in questa terra sofferente ci
sono anche tutti i Paesi che stanno passando attraverso la croce della
guerra. (italiano) Bangui diviene la capitale spirituale della
preghiera per la misericordia del Padre. Tutti noi chiediamo pace,
misericordia, riconciliazione, perdono, amore. Per Bangui, per tutta la
Repubblica Centrafricana, per tutto il mondo, per i Paesi che soffrono
la guerra chiediamo la pace! E tutti insieme chiediamo amore e pace.
Tutti insieme! (in lingua sango) “Doyé Siriri!” [tutti ripetono: “Doyé
Siriri!”).
E adesso con questa preghiera incominciamo l’Anno Santo: qui, in questa capitale spirituale del mondo, oggi!
L’aereo
del Papa è atterrato a Ciampino alle 18.32. Il Santo Padre si sta
recando a pregare a Santa Maria Maggiore per ringraziare la Madonna
Salus populi romani.
Sull’aereo il Papa ha parlato con i giornalisti oltre un’ora. Ha
toccato diversi argomenti del Viaggio, ma ha parlato anche di grandi
eventi internazionali previsti nei prossimi mesi.
I GRANDI SEGNI DI PAPA FRANCESCO
Papa Francesco durante la Santa Messa con Sacerdoti, Religiosi,
Religiose, Catechisti e giovani per l'Apertura della Porta Santa nella
Cattedrale di Bangui, al momento dello scambio del segno della Pace,
scende dall'Altare per stringere la mano al rappresentante protestante
e a quello della religione musulmana - 29.11.2015
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
26 novembre 2015
VISITA AL GAZEBO DELLA COMUNITA' SANT'EGIDIO
Papa
Francesco ha incontrato nel pomeriggio a Nairobi, in un gazebo
allestito nel campo di calcio della St Mary’s School, la Comunità di
Sant’Egidio, impegnata da anni in diverse città del Kenya. All’incontro
erano presenti anche alcune donne, attiviste del Programma DREAM, e
numerosi bambini nati sani grazie alle cure del Programma che lotta
contro l’Aids e ha in cura oltre 11 mila persone in otto centri del
Paese. Papa Francesco ha voluto salutare personalmente tutti i bambini.
VISITA ALL'UFFICIO DELLE NAZIONI UNITE A NAIROBI (U.N.O.N.)
Il
Papa ha visitato il quartier generale dell'Onu a Nairobi (Unon), che
ospita gli uffici dei due programmi, l'Unep (per l'ambiente), e
l'UN-Habitat, per gli insediamenti umani. Papa Bergoglio è accolto dal
direttore generale dell'Unon, signora Sahle-Work Zewde, e dai direttori
esecutivi di Unep e Un-Habitat, Achim Steiner e Joan Clos.
Nel
parco dell'Unon il Papa ha piantato simbolicamente un albero mentre
nella sala delle conferenze, che può contenere circa tremila persone,
ha tenuto il suo discorso. «Mentre raggiungevo questa sala», ha detto
il Pontefice, «sono stato invitato a piantare un albero nel parco del
Centro delle Nazioni Unite. Ho voluto accettare questo gesto simbolico
e semplice, pieno di significato in molte culture. Piantare un albero
è, in primo luogo, un invito a continuare a lottare contro fenomeni
come la deforestazione e la desertificazione. Ci ricorda l’importanza
di tutelare e gestire in modo responsabile quei polmoni del pianeta
colmi di biodiversità come possiamo ben apprezzare in questo continente
con il bacino fluviale del Congo, luoghi essenziali per l’insieme del
pianeta e per il futuro dell’umanità».
Con
il suo lungo e articolato discorso (in spagnolo) al quartier generale
dell'Onu a Nairobi (UNON), infarcito di riferimenti all'enciclica
«Laudato si'» e alla situazione africana, Francesco ha in qualche modo
anticipato l'apertura di COP21, l'incontro di Parigi sui cambiamenti
climatici.
Desidero
ringraziare per il gentile invito e le parole di benvenuto la Signora
Sahle-Work Zewde, Direttore Generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite a
Nairobi, come pure il Signor Achim Steiner, Direttore Esecutivo del
Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, e il Signor Joan Clos,
Direttore Esecutivo di ONU-Habitat. Colgo l’occasione per salutare
tutto il personale e tutti coloro che collaborano con le istituzioni
qui presenti.
Mentre
raggiungevo questa sala, sono stato invitato a piantare un albero nel
parco del Centro delle Nazioni Unite. Ho voluto accettare questa gesto
simbolico e semplice, pieno di significato in molte culture.
Piantare
un albero è, in primo luogo, un invito a continuare a lottare contro
fenomeni come la deforestazione e la desertificazione. Ci ricorda
l’importanza di tutelare e gestire in modo responsabile quei «polmoni
del pianeta colmi di biodiversità [come possiamo ben apprezzare in
questo continente con] il bacino fluviale del Congo», luoghi essenziali
«per l’insieme del pianeta e per il futuro dell’umanità». Per questo, è
sempre apprezzato e incoraggiato «l’impegno di organismi internazionali
e di organizzazioni della società civile che sensibilizzano le
popolazioni e cooperano in modo critico, anche utilizzando legittimi
meccanismi di pressione, affinché ogni governo adempia il proprio e non
delegabile dovere di preservare l’ambiente e le risorse naturali del
proprio Paese, senza vendersi a ambigui interessi locali o
internazionali».
A sua volta, piantare
un albero ci provoca a continuare ad avere fiducia, a sperare e
soprattutto a impegnarci concretamente per trasformare tutte le
situazioni di ingiustizia e di degrado che oggi soffriamo.
Fra
pochi giorni inizierà a Parigi una riunione importante sul cambiamento
climatico, in cui la comunità internazionale in quanto tale affronterà
nuovamente questa problematica. Sarebbe triste e, oserei dire, perfino
catastrofico che gli interessi privati prevalessero sul bene comune e
arrivassero a manipolare le informazioni per proteggere i loro progetti.
In
questo contesto internazionale, nei quale si pone l’alternativa che non
possiamo ignorare, se cioè migliorare o distruggere l’ambiente, ogni
iniziativa intrapresa in tal senso, piccola o grande, individuale o
collettiva, per prendersi cura del creato, indica la strada sicura per
una «creatività generosa e dignitosa, che mostra il meglio dell’essere
umano».
...
È
necessario un dialogo sincero e aperto, con la collaborazione
responsabile di tutti: autorità politiche, comunità scientifica,
imprese e società civile. Non mancano esempi positivi che ci mostrano
come una vera collaborazione tra la politica, la scienza e l’economia è
in grado di ottenere risultati importanti.
Siamo
consapevoli, tuttavia, che «gli esseri umani, capaci di degradarsi fino
all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e
rigenerarsi». Questa presa di coscienza profonda ci porta a sperare
che, se l’umanità del periodo post-industriale potrebbe essere
ricordata come una delle più irresponsabili nella storia, «l’umanità
degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con
generosità le proprie gravi responsabilità».
A
tale scopo è necessario mettere l’economia e la politica al servizio
dei popoli dove «l’essere umano, in armonia con la natura, struttura
l’intero sistema di produzione e distribuzione affinché le capacità e
le esigenze di ciascuno trovino espressione adeguata nella dimensione
sociale». Non è un’utopia o una fantasia, al contrario è una
prospettiva realistica che pone la persona e la sua dignità come punto
di partenza e verso cui tutto deve tendere.
Il
cambio di rotta di cui abbiamo bisogno non è possibile realizzarlo
senza un impegno sostanziale nell’istruzione e nella formazione. Nulla
sarà possibile se le soluzioni politiche e tecniche non vengono
accompagnate da un processo educativo che promuova nuovi stili di vita.
Un nuovo stile culturale. Ciò richiede una formazione destinata a far
crescere nei bambini e nelle bambine, nelle donne e negli uomini, nei
giovani e negli adulti, l’assunzione di una cultura della cura: cura di
sé, cura degli altri, cura dell’ambiente, al posto della cultura del
degrado e dello scarto: scarto di sé, dell’altro, dell’ambiente.La
promozione della «coscienza di un’origine comune, di una mutua
appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza
di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita.
Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che
implicherà lunghi processi di rigenerazione» che abbiamo il tempo di
portare avanti.
Sono
molti i volti, le storie, le conseguenze evidenti in migliaia di
persone che la cultura del degrado e dello scarto ha portato a
sacrificare agli idoli del profitto e del consumo. Dobbiamo stare
attenti a un triste segno della «globalizzazione dell’indifferenza, che
ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, quasi fosse
normale», o peggio ancora, a rassegnarci alle forme estreme e
scandalose di “scarto” e di esclusione sociale, come sono le nuove
forme di schiavitù, il traffico delle persone, il lavoro forzato, la
prostituzione, il traffico di organi. «E’ tragico l’aumento dei
migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i
quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni
internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza
alcuna tutela normativa».Sono molte vite, molte storie, molti sogni
che naufragano nel nostro presente. Non possiamo rimanere indifferenti
davanti a questo. Non ne abbiamo il diritto.
Parallelamente
al degrado dell’ambiente, da tempo siamo testimoni di un rapido
processo di urbanizzazione, che purtroppo porta spesso a una «smisurata
e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili [e
…] inefficienti». E sono anche luoghi dove si diffondono preoccupanti
sintomi di una tragica rottura dei legami di integrazione e di
comunione sociale, che porta all’«aumento della violenza e il sorgere
di nuove forme di aggressività sociale, il narcotraffico e il consumo
crescente di droghe fra i più giovani, la perdita di identità», lo
sradicamento e l’anonimato sociale.
Voglio
esprimere il mio incoraggiamento a quanti, a livello locale e
internazionale, lavorano per assicurare che il processo di
urbanizzazione si converta in uno strumento efficace per lo sviluppo e
l’integrazione, al fine di assicurare a tutti, specialmente a coloro
che vivono in quartieri marginali, condizioni di vita dignitose,
garantendo i diritti fondamentali alla terra, alla casa e al lavoro. E’
necessario promuovere iniziative di pianificazione urbana e cura degli
spazi pubblici che vadano in questa direzione e prevedano la
partecipazione della gente del luogo, cercando di contrastare le
numerose disuguaglianze e le sacche di povertà urbana, non solo
economiche, ma anche e soprattutto sociali e ambientali. La prossima
Conferenza Habitat-III, in programma a Quito nel mese di ottobre 2016,
potrebbe essere un momento importante per individuare modi di
affrontare queste problematiche.
Fra
pochi giorni, questa città di Nairobi ospiterà la 10ª Conferenza
Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Nel 1967, di
fronte ad un mondo sempre più interdipendente, e anticipando di anni la
realtà attuale della globalizzazione, il mio predecessore Paolo VI
rifletteva su come le relazioni commerciali tra gli Stati potrebbero
essere un elemento fondamentale per lo sviluppo dei popoli o, al
contrario, causa di miseria e di esclusione. Pur
riconoscendo il molto lavoro fatto in questo settore, sembra che non si
sia ancora raggiunto un sistema commerciale internazionale equo e
completamente al servizio della lotta contro la povertà e l’esclusione.
Le relazioni commerciali tra gli Stati, parte essenziale delle
relazioni tra i popoli, possono servire sia a danneggiare l’ambiente
sia a recuperarlo e assicurarlo alle generazioni future.
Esprimo
il mio auspicio che le decisioni della prossima Conferenza di Nairobi
non siano un mero equilibrio di interessi contrapposti, ma un vero
servizio alla cura della casa comune e allo sviluppo integrale delle
persone, soprattutto dei più abbandonati.
...
L’Africa
offre al mondo una bellezza e una ricchezza naturale che ci porta a
lodare il Creatore. Questo patrimonio africano e di tutta l’umanità
subisce un costante rischio di distruzione causato da egoismi umani di
ogni tipo e dall’abuso di situazioni di povertà e di esclusione. Nel
contesto delle relazioni economiche tra gli Stati e i popoli non si può
omettere di parlare dei traffici illeciti che crescono in un contesto
di povertà e che, a loro volta, alimentano la povertà e l’esclusione. Il
commercio illegale di diamanti e pietre preziose, di metalli rari o di
alto valore strategico, di legname e materiale biologico, e di prodotti
di origine animale, come il caso del traffico di avorio e il
conseguente sterminio di elefanti, alimenta l’instabilità politica, la
criminalità organizzata e il terrorismo. Anche questa situazione è un
grido degli uomini e della terra che dev’essere ascoltato da parte
della comunità internazionale.
Nella
mia recente visita alla sede dell’ONU a New York, ho potuto esprimere
l’auspicio e la speranza che l’opera delle Nazioni Unite e di tutti i
processi multilaterali possa essere «pegno di un futuro sicuro e felice
per le generazioni future. Lo sarà se i rappresentanti degli Stati
sapranno mettere da parte interessi settoriali e ideologie e cercare
sinceramente il servizio del bene comune».
Rinnovo
ancora una volta l’impegno della Comunità Cattolica e il mio di
continuare a pregare e collaborare perché i frutti della cooperazione
regionale che si esprimono oggi in seno all’Unione Africana e nei molti
accordi africani di commercio, di cooperazione e di sviluppo, siano
vissuti con vigore e tenendo sempre conto del bene comune dei figli di
questa terra.
La benedizione dell’Altissimo sia su tutti e ciascuno di voi e sui vostri popoli. Grazie.
video del discorso del Papa (tr. in italiano)
il testo integrale
video integrale
Vedi anche:
- PAPA
FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA
CENTRAFRICANA /1 (cronaca, foto, testi e video) PARTENZA, SALUTO AI
GIORNALISTI, ARRIVO A NAIROBI
- PAPA
FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA
CENTRAFRICANA /2 (cronaca, foto, testi e video) INCONTRO ECUMENICO E
INTERRELIGIOSO
- PAPA
FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA
CENTRAFRICANA /3 (cronaca, foto, testi e video) Santa Messa nel Campus
dell'Università
- PAPA FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA /4 (cronaca, foto, testi e video) Incontro con il Clero, i Religiosi, le Religiose ed i Seminaristi
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27 novembre 2015
VISITA AL QUARTIERE POVERO DI KANGEMI
Papa
Francesco ha iniziato la sua terza e ultima giornata in Kenya - dopo
aver celebrato la Messa in privato nella nunziatura apostolica di
Nairobi - nel quartiere povero di Kangemi, una baraccopoli dove mancano
i servizi essenziali, nel cuore della capitale kenyana, circondata da
zone residenziali e situata in fondo a una piccola vallata che confina
con un'altra baraccopoli. Qui vivono oltre centomila persone senza una
rete di drenaggio delle acque nere e senza servizi, in abitazioni di
fortuna fabbricate con latta e legno.
La
popolazione di oltre 100mila abitanti è multietnica. Il Papa ha
percorso le stradine in terra battuta fino alla parrocchia cattolica di
san Giuseppe Lavoratore retta dai gesuiti che dirigono anche un
ambulatorio, un istituto tecnico superiore, un centro di assistenza
alle madri in difficoltà.
Il
Papa viene salutato da una residente dello slum in abiti tradizionali,
Pamela Akwede, che gli ricorda come il 60 per cento della popolazione
di Nairobi viva nelle baraccopoli le quali occupano solo il 5 per cento
dell'area totale della città. La gente qui «sopravvive con meno di un
dollaro al giorno. Ci sono stati focolai di colera, specialmente
all'inizio di quest'anno». Mentre suor Mary Killeen ricorda che serve
una maggiore presenza di religiosi nei quartieri poveri.
Francesco, che da arcivescovo di Buenos Aires aveva mandato molti preti a vivere nelle baraccopoli, è visibilmente felice.
Grazie per avermi accolto nel vostro quartiere. Grazie al Signor Arcivescovo Kivuva e a padre Pascal per le loro parole. In
realtà, mi sento a casa condividendo questo momento con fratelli e
sorelle che, non mi vergogno a dire, hanno un posto speciale nella mia
vita e nelle mie scelte. Sono qui perché voglio che sappiate che le
vostre gioie e speranze, le vostre angosce e i vostri dolori non mi
sono indifferenti. Conosco le difficoltà che incontrate giorno per
giorno! Come possiamo non denunciare le ingiustizie subite?
Ma
prima di tutto vorrei soffermarmi su un aspetto che i discorsi di
esclusione non riescono a riconoscere o sembrano ignorare. Voglio fare
riferimento alla saggezza dei quartieri popolari. Una saggezza che
scaturisce da «un’ostinata resistenza di ciò che è autentico», da
valori evangelici che la società del benessere, intorpidita dal consumo
sfrenato, sembrerebbe aver dimenticato. Voi siete in grado di tessere
«legami di appartenenza e di convivenza che trasformano l’affollamento
in un’esperienza comunitaria in cui si infrangono le pareti dell’io e
si superano le barriere dell’egoismo».
La
cultura dei quartieri popolari impregnati di questa particolare
saggezza, «ha caratteristiche molto positive, che sono un contributo al
tempo in cui viviamo, si esprime in valori come la solidarietà, dare la
propria vita per l’altro, preferire la nascita alla morte; dare una
sepoltura cristiana ai propri morti. Offrire un posto per i malati
nella propria casa, condividere il pane con l'affamato: “dove mangiano
10 mangiano in 12”; la pazienza e la forza d’animo di fronte alle
grandi avversità, ecc.». Valori che si fondano sul fatto che ogni essere umano è più importante del dio denaro. Grazie per averci ricordato che esiste un altro tipo di cultura possibile.
Vorrei
rivendicare in primo luogo questi valori che voi praticate, valori che
non si quotano in Borsa, valori con i quali non si specula né hanno
prezzo di mercato. Mi congratulo con voi, vi accompagno e voglio
che sappiate che il Signore non si dimentica mai di voi. Il cammino di
Gesù è iniziato in periferia, va dai poveri e con i poveri verso tutti.
Riconoscere
queste manifestazioni di vita buona che crescono ogni giorno tra voi,
non significa in alcun modo ignorare la terribile ingiustizia della
emarginazione urbana. Sono le ferite provocate dalle minoranze che
concentrano il potere, la ricchezza e sperperano egoisticamente mentre
la crescente maggioranza deve rifugiarsi in periferie abbandonate,
inquinate, scartate.
...
Questo
contesto di indifferenza e ostilità, di cui soffrono i quartieri
popolari, si aggrava quando la violenza si diffonde e le organizzazioni
criminali, al servizio di interessi economici o politici, utilizzano i
bambini e i giovani come “carne da cannone” per i loro affari
insanguinati. Conosco anche le sofferenze di donne che lottano
eroicamente per proteggere i loro figli e figlie da questi pericoli.
Chiedo a Dio che le autorità prendano insieme a voi la strada
dell’inclusione sociale, dell’istruzione, dello sport, dell’azione
comunitaria e della tutela delle famiglie, perché questa è l’unica
garanzia di una pace giusta, vera e duratura.
Queste
realtà che ho elencato non sono una combinazione casuale di problemi
isolati. Sono piuttosto una conseguenza di nuove forme di colonialismo,
che pretende che i paesi africani siano «pezzi di un meccanismo, parti
di un ingranaggio gigantesco». Non mancano di fatto, pressioni affinché
si adottino politiche di scarto come quella della riduzione della
natalità che pretende «legittimare l’attuale modello distributivo, in
cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione
che sarebbe impossibile generalizzare».
A
questo proposito, propongo di riprendere l’idea di una rispettosa
integrazione urbana. Né sradicamento, né paternalismo, né indifferenza,
né semplice contenimento. Abbiamo bisogno di città integrate e per
tutti. Abbiamo bisogno di andare oltre la mera declamazione di diritti
che, in pratica, non sono rispettati, e attuare azioni sistematiche che
migliorino l’habitat popolare e progettare nuove urbanizzazioni di
qualità per ospitare le generazioni future. Il
debito sociale, il debito ambientale con i poveri delle città si paga
concretizzando il sacro diritto alla terra, alla casa e al lavoro [le
tre “t”: tierra, techo, trabajo]. Questa non è filantropia, è un dovere
morale di tutti.
Faccio
appello a tutti i cristiani, in particolare ai Pastori, a rinnovare lo
slancio missionario, a prendere l’iniziativa contro tante ingiustizie,
a coinvolgersi nei problemi dei cittadini, ad accompagnarli nelle loro
lotte, a custodire i frutti del loro lavoro collettivo e a celebrare
insieme ogni piccola o grande vittoria. So che fate molto, ma vi chiedo
di ricordare che non è un compito in più, ma forse il più importante,
perché «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo».
Cari
cittadini, cari fratelli. Preghiamo, lavoriamo e impegniamoci insieme
perché ogni famiglia abbia una casa decente, abbia accesso all’acqua
potabile, abbia un bagno, abbia energia sicura per illuminare, per
cucinare, per migliorare le proprie abitazioni... perché ogni quartiere
abbia strade, piazze, scuole, ospedali, spazi sportivi, ricreativi e
artistici; perché i servizi essenziali arrivino ad ognuno di voi;
perché siano ascoltati i vostri appelli e il vostro grido che chiede
opportunità; perché tutti possiate godere della pace e della sicurezza
che meritate secondo la vostra infinita dignità umana.
Mungu awabariki! (Dio vi benedica!)
E vi chiedo, per favore, di non dimenticarvi di pregare per me.
video del discorso del Papa (tr. in italiano)
il testo integrale
video integrale
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27 novembre 2015
Incontro con i giovani nello Stadio Kasarani
Per
capire l’atmosfera che precedeva l’arrivo del Papa allo Stadio
Kasarani, dove si è svolto l’incontro con i giovani di Nairobi, bastava
osservare un unico fotogramma: un lungo trenino danzante capeggiato
addirittura dal presidente Uhuru Kenyatta, seguito dagli animatori e da
una quindicina di vescovi che non hanno resistito al ritmo della
musica. Canti, balli di gruppo, flash mob ed esecuzioni musicali, nel
tipico stile ‘effervescente’ della gioventù africana, ha caratterizzato
tutto l’evento ultima tappa della visita di Francesco in Kenya.
Gli
oltre 60mila giovani sono assiepati sugli spalti fin dalle prime ore
dell’alba. Per loro oggi è festa: le scuole sono chiuse e a lavoro ci
si è presi le ferie. L’attesa per il Successore di Pietro è troppo
forte. Francesco arriva puntuale intorno alle 8.30 e compie il consueto
giro in papamobile, mentre la gente urla, canta, fotografa, fa la
‘Ola’, agita braccia, bandiere e striscioni.
Il
Papa una volta sul palco rimane quasi a bocca aperta nel vedere
l’accoglienza riservatagli; poi benedice tre piante portate dai ragazzi
e riceve una placca indicante il numero di rosari recitati in questi
mesi secondo le sue intenzioni.
La
gioia dilagante si copre presto di un velo di commozione al momento
delle testimonianze di due giovani. Il primo è Manuel che racconta la
sua gioventù travagliata: rapito dai guerriglieri del nord, carcerato,
torturato, costretto ad assistere alla morte dei suoi amici. Poi c’è
Linette che esprime al Papa la sua preoccupazione per i casi di droga,
violenza e tribalismo che i giovani kenioti sono costretti a
subire. Testimonianze troppo forti da rispondere con un
testo pre-scritto: Bergoglio cestina infatti il discorso preparato e si
lancia in una lunga e appassionata allocuzione a braccio, in spagnolo,
in cui stigmatizza i mali di tribalismo e corruzione e lancia una
speranza per i giovani vittime di reclutamento, di disoccupazione o di
abbandono da parte delle loro stesse famiglie.
[in inglese] Grazie tante per il rosario che avete pregato per me: grazie, grazie tante!
Grazie
per la vostra presenza, per la vostra presenza entusiasta, qui! Grazie
a Linette e grazie a Manuel, per le vostre riflessioni.
[in spagnolo] Esiste una domanda alla base di tutte le domande che mi hanno rivolto Linette e Manuel: “Perché
succedono le divisioni, le lotte, la guerra, la morte, il fanatismo, la
distruzione fra i giovani? Perché c’è questo desiderio di
autodistruggerci? Nella prima pagina della Bibbia, dopo tutte quelle meraviglie che ha fatto Dio, un fratello uccide il proprio fratello. Lo
spirito del male ci porta alla distruzione; lo spirito del male ci
porta alla disunità, ci porta al tribalismo, alla corruzione, alla
dipendenza dalla droga… Ci porta alla distruzione attraverso il
fanatismo.
Manuel
mi chiedeva: “Cosa fare perché un fanatismo ideologico non ci rubi un
fratello, non ci rubi un amico?”. C’è una parola che può sembrare
scomoda, ma non la voglio evitare perché voi la avete usata prima di
me: l’avete usata quando mi avete portato i rosari, contando i rosari
che avete pregato per me; l’ha usata anche il Vescovo, quando vi ha
presentato, e ha detto che vi siete preparati a questa visita con la
preghiera. La prima
cosa che io risponderei è che un uomo perde il meglio del suo essere
umano, una donna perde il meglio della sua umanità, quando si dimentica
di pregare, perché si sente onnipotente, perché non sente il bisogno di
chiedere aiuto al Signore davanti a tante tragedie.
La
vita è piena di difficoltà, ma ci sono due modi di guardare alle
difficoltà: o le si guarda come qualcosa che ti blocca, che ti
distrugge, che ti tiene fermo, oppure le si guarda come una reale
opportunità. A voi scegliere. Per
me, una difficoltà è un cammino di distruzione, oppure è una
opportunità per superare la mia situazione, quella della mia famiglia,
della mia comunità, del mio Paese?
Ragazzi e ragazze, non viviamo in cielo, viviamo sulla terra. E la terra è piena di difficoltà. La
terra è piena non soltanto di difficoltà, ma anche di inviti a deviare
verso il male. Però c’è qualcosa che tutti voi giovani avete, che dura
per un certo tempo, un tempo più o meno lungo: la capacità di scegliere
quale cammino voglio scegliere, quale di queste due cose voglio
scegliere: farmi sconfiggere dalla difficoltà, oppure trasformare la
difficoltà in una opportunità, perché possa vincere io?
Alcune
delle difficoltà che voi avete menzionato sono delle vere sfide. E
quindi prima una domanda: voi volete superare queste sfide oppure
lasciarvi vincere dalle sfide? Voi siete come quegli sportivi che,
quando vengono qui a giocare nello stadio, volete vincere, o come
quelli che hanno già venduto la vittoria agli altri e si sono messi i
soldi in tasca? A voi la scelta!
Una sfida che ha menzionato Linette è quella del tribalismo. Il tribalismo distrugge una nazione;
il tribalismo vuol dire tenere le mani nascoste dietro la schiena e
avere una pietra in ciascuna mano per lanciarla contro l’altro. Il tribalismo si vince soltanto con l’orecchio, con il cuore e con la mano. Con
l’orecchio, ascoltando: qual è la tua cultura?, perché sei così?,
perché la tua tribù ha questa abitudine, questa usanza?, la tua tribù
si sente superiore o inferiore? Con il cuore: una volta che ho
ascoltato con le orecchie la risposta, apro il mio cuore; e poi tendo
la mano per continuare il dialogo. Se voi non dialogate e non vi
ascoltate fra di voi, allora ci sarà sempre il tribalismo, che è come
un tarlo che corrode la società. Ieri - per voi la facciamo oggi - è
stata dichiarata una giornata di preghiera e di riconciliazione. Io vi
voglio invitare adesso, tutti voi giovani, Linette e Manuel, a venire
qui, a prenderci tutti per mano; ci alziamo in piedi e ci prendiamo per
mano come segno contro il tribalismo. Tutti siamo un’unica nazione!
Siamo tutti un’unica nazione! Così deve essere il nostro cuore. Il
tribalismo non è soltanto alzare la mano oggi, questo è il desiderio,
ma è la decisione. Ma il tribalismo è un lavoro di tutti i giorni. Vincere
il tribalismo è un lavoro di tutti i giorni; è un lavoro dell’orecchio:
ascoltare l’altro; un lavoro del cuore: aprire il mio cuore all’altro;
un lavoro della mano: darsi la mano l’uno con l’altro… E adesso diamoci
la mano gli uni gli altri…. “No al tribalismo!”.
Sedetevi.
Un’altra domanda che ha fatto Linette è sulla corruzione. In fondo mi chiedeva: “Si
può giustificare la corruzione semplicemente per il fatto che tutti
stanno peccando, che tutti sono corrotti? Come possiamo essere
cristiani e combattere il male della corruzione?”.
Io
ricordo che nella mia patria, un giovane di 20-22 anni, voleva
dedicarsi alla politica; studiava, era entusiasta, andava da una parte
all’altra… Ha trovato lavoro in un ministero. Un giorno ha dovuto
decidere su quello che bisognava comprare; allora ha chiesto tre
preventivi, li ha studiati e ha scelto il più economico. Poi è andato
all’ufficio del capo perché lo firmasse. “Perché hai scelto questo?” -
“Perché bisogna scegliere il più conveniente per le finanze del Paese”
– “No, no! Bisogna scegliere quelli che ti danno di più da metterti in
tasca”, disse. Il giovane allora rispose al capo: “Io sono venuto a
fare politica per aiutare la patria, per farla crescere”. E il capo gli
rispose: “E io faccio politica per rubare!”. Questo è soltanto un
esempio. Ma questo non soltanto nella politica, ma in tutte le
istituzioni, compreso il Vaticano, ci sono casi di corruzione. La
corruzione è qualcosa che ci entra dentro. E’ come lo zucchero: è
dolce, ci piace, è facile… e poi? Finiamo male! Facciamo una brutta
fine! Con tanto zucchero facile, finiamo diabetici e anche il nostro
Paese diventa diabetico!
Ogni
volta che accettiamo una “bustarella”, una tangente, ogni volta che
accettiamo una “bustarella” e ce la mettiamo in tasca, distruggiamo il
nostro cuore, distruggiamo la nostra personalità e distruggiamo la
nostra patria. Per favore, non prendete gusto a questo “zucchero” che
si chiama corruzione. “Padre, però io vedo che ci sono molti che sono
corrotti, vedo tante persone che si vendono per un po’ di soldi, senza
preoccuparsi della vita degli altri...”. Come in tutte le cose, bisogna
cominciare: se non vuoi la corruzione nel tuo cuore, nella tua vita,
nella tua patria, comincia tu, adesso! Se non cominci tu, non comincerà
neanche il tuo vicino. La corruzione ci ruba anche la gioia, ci ruba la pace. La persona corrotta non vive in pace.
Una
volta - e questo è un fatto storico, che adesso vi racconto – nella mia
città è morto un uomo. Tutti sapevamo che era un grande corrotto.
Allora io ho chiesto alcuni giorni dopo: come è stato il funerale? E
una signora, che aveva molto senso dell’umorismo mi rispose: “Padre,
non riuscivano a chiudere la bara, la cassa, perché voleva portarsi via
tutto il denaro che aveva rubato”. Quello che voi rubate con la
corruzione, rimarrà qui e lo userà qualcun altro. Però rimarrà anche –
e questo teniamolo bene a mente – nel cuore di tanti uomini e donne che
sono rimasti feriti dal tuo esempio di corruzione. Rimarrà nella
mancanza del bene che avresti potuto fare e non hai fatto. Rimarrà nei
ragazzi malati, affamati, perché il denaro che era per loro, a causa
della tua corruzione, te lo sei goduto tu. Ragazzi e ragazze, la
corruzione non è un cammino di vita: è un cammino di morte!
C’era
anche una domanda su come usare i mezzi di comunicazione per divulgare
il messaggio di speranza di Cristo, e promuovere iniziative giuste
perché si veda la differenza.Il primo mezzo di comunicazione è la
parola, è il gesto, è il sorriso. Il primo gesto di comunicazione è la
vicinanza. Il primo gesto di comunicazione è cercare l’amicizia.Se
voi parlate bene tra di voi, se vi sorridete, se vi avvicinate come
fratelli; se voi state vicini gli uni agli altri, anche se appartenete
a tribù differenti; se voi siete vicini a quelli che hanno bisogno, a
quelli che sono poveri, a quelli abbandonati, agli anziani che nessuno
visita, se siete vicini a loro, questi gesti di comunicazione sono più
contagiosi di qualunque rete televisiva.
Fra
tutte queste domande ho detto qualcosa che spero vi possa aiutare. Ma
chiedete molto a Gesù, pregate il Signore, affinché vi dia la forza di
distruggere il tribalismo, di essere tutti fratelli; affinché vi dia il
coraggio di non lasciarvi corrompere, affinché vi dia il desiderio di
poter comunicare fra di voi come fratelli, con un sorriso, con una
buona parola, con un gesto di aiuto e con la vicinanza.
Anche
Manuel nella sua testimonianza ha fatto delle domande incisive. Mi
preoccupa la prima cosa che ha detto: “Cosa possiamo fare per fermare
il reclutamento dei nostri cari? Cosa possiamo fare per farli tornare?
Per rispondere a questo dobbiamo sapere perché un giovane, pieno di
speranze, si lasci reclutare oppure vada a cercare di essere reclutato:
si allontana dalla sua famiglia, dai suoi amici, dalla sua tribù, dalla
sua patria; si allontana dalla vita, perché impara ad uccidere… E
questa è una domanda che voi dovete rivolgere a tutte le autorità. Se
un giovane, se un ragazzo o una ragazza, se un uomo o una donna, non ha
lavoro, non può studiare, che può fare? Può delinquere, oppure cadere
in una forma di dipendenza, oppure suicidarsi… - in Europa, le
statistiche dei suicidi non vengono pubblicate -, oppure arruolarsi in
una attività che gli dia un fine nella vita, ingannandolo…
La prima cosa che dobbiamo fare per evitare che un giovane sia reclutato o che cerchi di farsi reclutare è istruzione e lavoro.
Se un giovane non ha lavoro, che futuro lo attende? Da lì viene l’idea
di lasciarsi reclutare. Se un giovane non ha possibilità di ricevere
una educazione, anche un’educazione di emergenza, di piccoli incarichi,
che cosa può fare? Lì c’è il pericolo! E’ un pericolo sociale, che va
al di là di noi, anche al di là del Paese, perché dipende da un sistema
internazionale, che è ingiusto, che ha al centro dell’economia non la
persona, ma il dio denaro. Che cosa posso fare per aiutarlo o per farlo
tornare? Prima di tuttopregare. Però con forza! Dio è più forte di ogni campagna di reclutamento. E poi? Parlargli con affetto, con tenerezza, con amore e con pazienza. Invitarlo a vedere una partita di calcio, invitarlo a fare una passeggiata, invitarlo a stare insieme nel gruppo. Non lasciarlo da solo. Questo è quello che mi viene in mente adesso.
Certamente
ci sono – è la tua seconda domanda – ci sono comportamenti che
danneggiano, comportamenti in cui si cercano felicità passeggere, ma
che finiscono poi per danneggiarvi. La domanda che mi hai fatto,
Manuel, è una domanda di un professore di teologia: “Come possiamo
capire che Dio è nostro Padre? Come possiamo vedere la mano di Dio
nelle tragedie della vita? Come possiamo trovare la pace di Dio?”. Questa domanda se la pongono gli uomini e le donne di tutto il mondo, in un modo o nell’altro. E non trovano una ragione. Ci sono domande, alle quali, per quanto ci si sforzi di rispondere, non si riesce a trovare una risposta. “Come posso vedere la mano di Dio in una tragedia della vita?”. C’è una sola risposta: no, non
c’è risposta. C’è una sola strada, guardare al Figlio di Dio. Dio lo ha
consegnato per salvare tutti noi. Dio stesso si è fatto tragedia. Dio
stesso si è lasciato distruggere sulla croce. E quando viene il momento
in cui non capite, quando siete disperati e quando il mondo vi cade
addosso, guardate la Croce! Lì c’è il fallimento di Dio; lì c’è la
distruzione di Dio. Ma lì c’è anche sfida alla nostra fede: la
speranza. Perché la storia non è finita in quel fallimento: c’è stata
la Risurrezione che ci ha rinnovato tutti.
Vi farò una confidenza… Avete fame? Sono le 12.00… No? Allora vi farò una confidenza. In tasca porto sempre due cose [le tira fuori dalla tasca e le mostra]:
un rosario, un rosario per pregare; e una cosa che sembra strana… Che
cos’è questo? Questa è la storia del fallimento di Dio, è una Via
Crucis, una piccola Via Crucis [mostra un astuccio che si apre e contiene delle piccole immagini]:
come Gesù ha sofferto da quando è stato condannato a morte, fino a
quando è stato sepolto… E con queste due cose, cerco di fare del mio
meglio. Ma grazie a queste due cose non perdo la speranza.
Un’ultima
domanda del “teologo” Manuel: “Che parole ha per i giovani che non
hanno vissuto l’amore nelle proprie famiglie? E’ possibile uscire da
questa esperienza?”. Ovunque ci sono ragazzi abbandonati, o perché sono
stati abbandonati alla nascita o perché la vita li ha abbandonati, la
famiglia, i genitori, e non sentono l’affetto della famiglia. Per
questo la famiglia è così importante. Difendete la famiglia! Difendetela sempre.
Ovunque ci sono non solo bambini abbandonati, ma anche anziani
abbandonati, che stanno lì senza che nessuno li visiti, senza nessuno
che voglia loro bene… Come si può uscire da questa esperienza negativa,
di abbandono, di mancanza di amore? C’è soltanto un rimedio per uscire
da queste esperienze: fare quello che io non ho ricevuto. Se
voi non avete ricevuto comprensione, siate comprensivi con gli altri;
se voi non avete ricevuto amore, amate gli altri; se voi avete sentito
il dolore della solitudine, avvicinatevi a quelli che sono soli. La
carne si cura con la carne! E Dio si è fatto Carne per curarci.
Facciamo anche noi lo stesso con gli altri.
Bene,
credo che - prima che l’arbitro fischi la fine – sia il momento di
concludere. Io vi ringrazio di cuore per essere venuti, per avermi
permesso di parlare nella mia lingua materna… Vi ringrazio per aver
pregato tanti Rosari per me. E, per favore, vi chiedo che preghiate per me, perché anche io ne ho bisogno, e molto! E
prima di andarcene, vi chiedo di metterci tutti in piedi e preghiamo
insieme il nostro Padre del Cielo, che ha un solo difetto: non può
smettere di essere Padre!
[Padre Nostro in inglese]
[Benedizione in inglese]
video del discorso ai giovani (tr. in italiano)
video integrale
Incontro con i Vescovi del Kenya
Finito
l’incontro con i giovani il Papa si è riunito in privato con i vescovi
del Kenia, una trentina di persone in un locale dello stadio, poi il
rientro in nunziatura da dove alle 14.30 ora di Nairobi, il Papa
riparte per andare all’aeroporto e volare verso l’Uganda.
Cerimonia di congedo all’Aeroporto Internazionale “Jomo Kenyatta” di Nairobi e partenza in aereo da Nairobi per Entebbe
video integrale
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27 novembre 2015 Arrivo in Uganda e incontro con le autorità
Alle
15.05 ora italiana Papa Francesco è arrivato a Entebbe, in Uganda, per
la seconda tappa della sua missione pastorale in Africa che lo ha già
visto visitare il Kenya. Ad attendere Papa Bergoglio
c'era una delegazione composta da personalità politiche e religiose,
guidata dal presidente Yoweri Museveni.
Museveni
ha diffuso su YouTube un messaggio di benvenuto per Papa Francesco.
"Possa la sua visita rafforzare il nostro amore per il prossimo....
benvenuto in Uganda Sua Santità Papa Francesco".
video
Ad
accoglierlo Francesco ha trovato, insieme alle autorità, cori
folkloristici, suonatori di tamburi e danzatori della tribù kiganda,
l'etnia dominante nel regno tradizionale del Buganda sul cui territorio
si trova Entebbe, una trentina di chilometri a sud della capitale
Kampala.
video
Francesco
ha visitato nella State House il presidente, che, per usare
un'espressione eufemistica del portavoce vaticano Federico Lombardi,
"sta governando il paese con mano ferma". Alle 18 (le 16 italiane)
l'incontro con autorità e corpo diplomatico nella sala delle conferenze
della State House.
Ecco il testo integrale del discorso del Santo Padre:
Signor Presidente,
Illustri membri del Governo,
Distinti membri del Corpo Diplomatico,
Cari fratelli Vescovi,
Signore e Signori,
Vi
ringrazio per il vostro cortese benvenuto, e sono lieto di essere in
Uganda. La mia visita al vostro Paese si prefigge innanzitutto di
commemorare il cinquantesimo anniverario della canonizzazione dei
Martiri Ugandesi, avvenuta ad opera del mio predecessore, il Papa Paolo
VI. Tuttavia spero che la mia presenza qui sia vista anche come un
segno di amicizia, di stima e di incoraggiamento per tutti gli abitanti
di questa grande Nazione.
I
martiri, sia cattolici che anglicani, sono autentici eroi nazionali.
Essi rendono testimonianza ai principi-guida espressi nel motto
ugandese: Per Dio e per il mio Paese. Essi ci ricordano l’importanza
che la fede, la rettitudine morale e l’impegno per il bene comune hanno
rappresentato e continuano a rappresentare nella vita culturale,
economica e politica di questo Paese. Essi inoltre ci ricordano,
nonostante le nostre diverse credenze religiose e convinzioni, che
tutti siamo chiamati a cercare la verità, a lavorare per la giustizia e
la riconciliazione, e a rispettarci, proteggerci ed aiutarci
reciprocamente come membri dell’unica famiglia umana. Questi alti
ideali sono particolarmente richiesti a uomini e donne come voi, che
avete il compito di assicurare con criteri di trasparenza il buon
governo, uno sviluppo umano integrale, un’ampia partecipazione alla
vita pubblica della Nazione, così come una saggia ed equa distribuzione
delle risorse, che il Creatore ha elargito in modo così ricco a queste
terre.
La
mia visita intende anche attirare l’attenzione verso l’Africa nel suo
insieme, sulla promessa che rappresenta, sulle sue speranze, le sue
lotte e le sue conquiste. Il mondo guarda all’Africa come al continente
della speranza. L’Uganda è stata veramente benedetta da Dio con
abbondanti risorse naturali, che siete chiamati ad amministrare come
custodi responsabili. Ma la Nazione è stata soprattutto benedetta
attraverso il suo popolo: le sue solide famiglie, i suoi giovani e i
suoi anziani. Sono ansioso di incontrarmi domani con i giovani, per i
quali avrò parole di incoraggiamento e di stimolo. Quanto è importante
che vengano loro offerte la speranza, la possibilità di ricevere
un’istruzione adeguata e un lavoro retribuito, e soprattutto
l’opportunità di partecipare pienamente alla vita della società! Voglio
però menzionare anche la benedizione che ricevete attraverso gli
anziani. Essi sono la memoria vivente di ogni popolo. La loro saggezza
ed esperienza dovrebbero sempre essere valorizzate come una bussola che
può consentire alla società di trovare la giusta direzione
nell’affrontare le sfide del tempo presente con integrità, saggezza e
lungimiranza.
Qui
nell’Africa Orientale, l’Uganda ha mostrato un impegno eccezionale
nell’accogliere i rifugiati, permettendo loro di ricostruire le loro
esistenze nella sicurezza e facendo loro percepire la dignità che
deriva dal guadagnarsi da vivere con un onesto lavoro. Il nostro mondo,
segnato da guerre, violenze e diverse forme di ingiustizia, è testimone
di un movimento migratorio di popoli senza precedenti. Il modo in cui
affrontiamo tale fenomeno è una prova della nostra umanità, del nostro
rispetto della dignità umana e, prima ancora, della nostra solidarietà
con i fratelli e le sorelle nel bisogno.
Sebbene
la mia visita sia breve, spero di incoraggiare i tanti silenziosi
sforzi compiuti per assistere i poveri, gli ammalati e le persone in
qualsiasi difficoltà. È in questi piccoli segni che possiamo vedere la
vera anima di un popolo. In molti modi il nostro mondo diventa più
solidale; tuttavia, nel medesimo tempo, assistiamo con preoccupazione
alla globalizzazione della “cultura dello scarto”, che ci rende ciechi
di fronte ai valori spirituali, indurisce i nostri cuori davanti alle
necessità dei poveri e priva i nostri giovani della speranza.
Desidero
incontrarvi e trascorrere questo tempo con voi, e prego che voi e tutto
l’amato popolo dell’Uganda siate sempre all’altezza dei valori che
hanno dato forma all’anima della vostra Nazione. Invoco su voi tutti
l’abbondanza delle benedizioni del Signore.
Mungu awabariki! (Dio vi benedica!)
video
video integrale
Il
percorso del corteo papale si è poi dipanato lungo strade gremite di
folla in festa, i lampioni addobbati con festoni neri, gialli e rossi,
i colori della bandiera nazionale: ma anche di soldati e poliziotti.
Incontro con catechisti e insegnanti Alle
19.15 (17.15) la visita a Munyonyo e il saluto ai catechisti e
insegnanti, prima di ritirarsi per il pernottamento nella sede della
nunziatura apostolica.
video del discorso del Papa (in italiano)
Ecco il testo integrale del discorso:
Cari catechisti ed insegnanti,
Cari amici,
Saluto tutti voi con affetto nel nome di Gesù Cristo, nostro Signore e Maestro.
“Maestro!”.
Che bel titolo è questo! Gesù è il nostro primo e più grande maestro.
San Paolo ci dice che Gesù ha dato alla sua Chiesa non solo apostoli e
pastori, ma anche maestri, per edificare l’intero Corpo nella fede e
nell’amore. Insieme ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, che sono
stati ordinati per predicare il Vangelo e prendersi cura del gregge del
Signore, voi, come catechisti, avete una parte di rilievo nel portare
la Buona Notizia ad ogni villaggio e casolare del vostro Paese. Voi
siete stati eletti per avere il ministero della catechesi.
Vorrei
prima di tutto ringraziarvi per i sacrifici che voi e le vostre
famiglie fate, e per lo zelo e la devozione con cui svolgete il vostro
importante compito. Voi insegnate quello che Gesù ha insegnato,
istruite gli adulti e aiutate i genitori a crescere i loro figli nella
fede e portate a tutti la gioia e la speranza della vita eterna.
Grazie, grazie per la vostra dedizione, per l’esempio che offrite, per
la vicinanza al popolo di Dio nella vita quotidiana e per i tanti modi
con cui piantate e coltivate i semi della fede in tutta questa vasta
terra! Grazie specialmente per il fatto di insegnare ai bambini e ai
giovani come pregare. Perché è molto importante, è un lavoro grande
quello di insegnare ai bambini a pregare.
So
che il vostro lavoro, benché gratificante, non è facile. Vi incoraggio
perciò a perseverare, e chiedo ai vostri Vescovi e sacerdoti di
aiutarvi con una formazione dottrinale, spirituale e pastorale in grado
di rendervi sempre più efficaci nella vostra azione. Anche quando il
compito appare gravoso, le risorse risultano troppo poche e gli
ostacoli troppo grandi, vi farà bene ricordare che il vostro è un
lavoro santo. E voglio sottolinearlo: il vostro è un lavoro santo. Lo
Spirito Santo è presente laddove il nome di Cristo viene proclamato.
Egli è in mezzo a noi ogni volta che eleviamo i cuori e le menti a Dio
nella preghiera. Egli vi darà la luce e la forza di cui avete bisogno!
Il messaggio che portate si radicherà tanto più profondamente nei cuori
delle persone quanto più voi sarete non solo dei maestri, ma anche dei
testimoni. E questa è un’altra cosa importante: voi dovete essere
maestri, ma questo non serve se voi non siete testimoni. Che il vostro
esempio faccia vedere a tutti la bellezza della preghiera, il potere
della misericordia e del perdono, la gioia di condividere l’Eucaristia
con tutti i fratelli e le sorelle.
La
comunità cristiana in Uganda è cresciuta grandemente grazie alla
testimonianza dei martiri. Essi hanno reso testimonianza alla verità
che rende liberi; furono disposti a versare il proprio sangue per
rimanere fedeli a ciò che sapevano essere buono, bello e vero. Siamo
oggi qui in Munyonyo, nel luogo dove il Re Mwanga decise di eliminare i
seguaci di Cristo. Egli non riuscì in questo intento, così come il Re
Erode non riuscì ad uccidere Gesù. La luce rifulse nelle tenebre e le
tenebre non hanno prevalso (cfr Gv1,5). Dopo aver visto la coraggiosa
testimonianza di sant’Andrea Kaggwa e dei suoi compagni, i cristiani in
Uganda divennero ancora più convinti delle promesse di Cristo.
Possa
sant’Andrea, vostro Patrono, e possano tutti i catechisti ugandesi
martiri ottenere per voi la grazia di essere saggi maestri, uomini e
donne le cui parole siano ricolme di grazia, di una convincente
testimonianza dello splendore della verità di Dio e della gioia del
Vangelo! Testimoni di santità. Andate senza paura in ogni città e
villaggio di questo Paese, senza paura, per diffondere il buon seme
della Parola di Dio, e abbiate fiducia nella sua promessa che tornerete
festosi, con covoni ricolmi di un abbondante raccolto. Chiedo a tutti
voi, catechisti, di pregare per me, e far pregare i bambini per me.
Omukama Abawe Omukisa! (Dio vi benedica!)
video
video integrale
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28 novembre 2015
Visita ai Santuari Anglicano e Cattolico dei Martiri di Namugongo
Nel
segno del martirio e dell’ecumenismo si è aperta la seconda giornata in
Uganda del Papa: prima dell'Eucaristia la visita al Santuario anglicano
di Namugongo dove il Papa in omaggio all’ecumenismo del sangue ha
svelato una targa commemorativa dei 23 martiri anglicani torturati e
uccisi alla fine dell’Ottocento.
Papa
Francesco ha il volto teso e impressionato quando entra nel santuario
dei martiri anglicani di Namugongo. A tempo record per la visita è
stato realizzato un padiglione con statue a grandezza naturale che
mostrano nel dettaglio che cosa capitò a quei cristiani alla fine
dell'Ottocento. Bergoglio ascolta in silenzio le spiegazioni
dell'arcivescovo anglicano e quindi si inginocchia a pregare in un
luogo dove il sangue dei cattolici e degli anglicani si è mischiato al
momento del martirio.
video
Poi
dopo l’abbraccio all’arcivescovo anglicano e la preghiera silenziosa il
trasferimento in papamobile al Santuario cattolico, distante appena 3
km, dove san Carlo Lwanga fu bruciato insieme ai suoi 21 giovani
compagni il 3 giugno 1886 dopo averli iniziati alla fede in piena
persecuzione anticristiana. Al sovrano Mwanda questi uomini non
nascosero la loro fede nel vero re Gesù Cristo e per questo furuno
trafitti con la spada e bruciati.
I
22 pilastri su cui poggia la chiesa in cui si è celebrata la Messa, la
cui forma ricorda la capanna tradizionale dell’etnia Baganda, ricordano
il sacrificio di questi 22 martiri cattolici. Il santuario consacrato
da Paolo VI nel 1969 è luogo centrale nella storia della Chiesa e del
Paese. E i 22 sono considerati i primi martiri riconosciuti
dell’”Africa nera”.
C'è
una grande folla variopinta ad accogliere Francesco. Nell'area del
santuario si sono radunate trecentomila persone. Molti hanno camminato
tutta la notte nel fango per partecipare alla messa che si svolge in un
grande anfiteatro. Ad aprire la processione d'ingresso sono due
sacerdoti che portano i reliquiari con i resti dei martiri di Namugongo.
SANTA MESSA PER I MARTIRI DELL'UGANDA
L'omelia di Papa Francesco
video
«Riceverete
la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete
testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai
confini della terra» (At 1,8).
Dall’età
apostolica fino ai nostri giorni, è sorto un grande numero di testimoni
a proclamare Gesù e a manifestare la potenza dello Spirito Santo. Oggi,
ricordiamo con gratitudine il sacrificio dei Martiri ugandesi, la cui
testimonianza d’amore per Cristo e la sua Chiesa ha giustamente
raggiunto “gli estremi confini della terra”. Ricordiamo anche i martiri
anglicani, la cui morte per Cristo dà testimonianza all’ecumenismo del
sangue. Tutti questi testimoni hanno coltivato il dono dello Spirito
Santo nella propria vita ed hanno dato liberamente testimonianza della
loro fede in Gesù Cristo, anche a costo della vita, e molti in così
giovane età.
Anche noi abbiamo ricevuto il dono dello Spirito, per
diventare figli e figlie di Dio, ma anche per dare testimonianza a Gesù
e farlo conoscere e amare in ogni luogo. Abbiamo ricevuto lo Spirito
quando siamo rinati nel Battesimo, e quando siamo stati rafforzati con
i suoi doni nella Confermazione. Ogni giorno siamo chiamati ad
approfondire la presenza dello Spirito Santo nella nostra vita, a
“ravvivare” il dono del suo amore divino in modo da essere a nostra
volta fonte di saggezza e di forza per gli altri.
Il
dono dello Spirito Santo è un dono che è dato per essere condiviso. Ci
unisce gli uni agli altri come credenti e membra vive del Corpo mistico
di Cristo. Non riceviamo il dono dello Spirito soltanto per noi stessi,
ma per edificarci gli uni gli altri nella fede, nella speranza e
nell’amore. Penso ai santi Joseph Mkasa e Charles Lwanga, che, dopo
essere stati istruiti nella fede dagli altri, hanno voluto trasmettere
il dono che avevano ricevuto. Essi lo fecero in tempi pericolosi. Non
solo la loro vita fu minacciata ma lo fu anche la vita dei ragazzi più
giovani affidati alle loro cure. Poiché essi avevano coltivato la
propria fede e avevano accresciuto l’amore per Dio, non ebbero timore
di portare Cristo agli altri, persino a costo della vita. La loro fede
divenne testimonianza; oggi, venerati come martiri, il loro esempio
continua ad ispirare tante persone nel mondo. Essi continuano a
proclamare Gesù Cristo e la potenza della Croce.
Se,
come i martiri, noi quotidianamente ravviviamo il dono dello Spirito
che abita nei nostri cuori, allora certamente diventeremo quei
discepoli missionari che Cristo ci chiama ad essere. Per le nostre
famiglie e i nostri amici certamente, ma anche per coloro che non
conosciamo, specialmente per quelli che potrebbero essere poco benevoli
e persino ostili nei nostri confronti. Questa apertura verso gli altri
incomincia nella famiglia, nelle nostre case, dove si impara la carità
e il perdono, e dove nell’amore dei nostri genitori si impara a
conoscere la misericordia e l’amore di Dio. Tale apertura si esprime
anche nella cura verso gli anziani e i poveri, le vedove e gli orfani.
La
testimonianza dei martiri mostra a tutti coloro che hanno ascoltato la
loro storia, allora e oggi, che i piaceri mondani e il potere terreno
non danno gioia e pace durature. Piuttosto, la fedeltà a Dio, l’onestà
e l’integrità della vita e la genuina preoccupazione per il bene degli
altri ci portano quella pace che il mondo non può offrire. Ciò non
diminuisce la nostra cura per questo mondo, come se guardassimo
soltanto alla vita futura. Al contrario, offre uno scopo alla vita in
questo mondo e ci aiuta a raggiungere i bisognosi, a cooperare con gli
altri per il bene comune e a costruire una società più giusta, che
promuova la dignità umana, senza escludere nessuno, che difenda la
vita, dono di Dio, e protegga le meraviglie della natura, il creato, la
nostra casa comune.
Cari
fratelli e sorelle, questa è l’eredità che avete ricevuto dai Martiri
ugandesi: vite contrassegnate dalla potenza dello Spirito Santo, vite
che testimoniano anche ora il potere trasformante del Vangelo di Gesù
Cristo. Non ci si appropria di questa eredità con un ricordo di
circostanza o conservandola in un museo come fosse un gioiello
prezioso. La onoriamo veramente, e onoriamo tutti i Santi, quando
piuttosto portiamo la loro testimonianza a Cristo nelle nostre case e
ai nostri vicini, sui posti di lavoro e nella società civile, sia che
rimaniamo nelle nostre case, sia che ci rechiamo fino al più remoto
angolo del mondo.
Possano
i Martiri ugandesi, insieme con Maria, Madre della Chiesa, intercedere
per noi, e possa lo Spirito Santo accendere in noi il fuoco dell’amore
divino!
Omukama Abawe Omukisa! (Dio vi benedica!)
Guarda il video integrale della Messa
video
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28 novembre 2015
Incontro con i giovani - Kololo Air Strip, Kampala
Ex
aeroporto di Kololo a Kampala, di fronte a 150 mila giovani ugandesi
che lo hanno atteso per ore sotto un sole cocente, cantando «We love
you!» e ballando. Francesco ascolta la testimonianza di Winnie
Nansumba, 24 anni, nata e vissuta con l’HIV, rimasta orfana a sette
anni.
Ascolta
le parole di Emmanuel Odokonyero rapito nel 2003 dall’Esercito di
resistenza del Signore (LRA), il gruppo ribelle di guerriglia di
matrice cristiana: ha visto i suoi compagni di seminario torturati e
uccisi, e ha trovato la forza di scappare.Testimonianze toccanti. E
ancora una volta mette da parte il discorso preparato e parla a braccio.
video (tr. in italiano)
(In inglese)
Buon pomeriggio! Buon pomeriggio! Grazie per la vostra presenza.
Parlerò nella mia madre lingua.
(in spagnolo)
Ho ascoltato con molto dolore nel cuore la testimonianza di Winnie e di Emmanuel. Mentre ascoltavo mi sono fatto una domanda: una esperienza negativa può servire a qualcosa nella vita? Sì! Tanto
Emmanuel quanto Winnie hanno vissuto esperienze negative. Winnie
pensava che non ci fosse futuro per lei; che la vita per lei fosse un
muro che le stava davanti.
Ma Gesù le ha fatto capire che nella vita si può fare un grande miracolo: trasformare una parete in un orizzonte, un orizzonte che mi apra il futuro. Davanti
ad una esperienza negativa - e molti, molti di quelli che siamo qui
abbiamo avuto esperienze negative – c’è sempre la possibilità di aprire
un orizzonte, di aprirlo con la forza di Gesù. Oggi Winnie ha
trasformato la sua depressione, la sua amarezza in speranza. E questa
non è magia: questa è opera di Gesù! Perché Gesù è il Signore. Gesù può
tutto. E Gesù ha sofferto l’esperienza più negativa della storia: è
stato insultato, è stato rifiutato ed è stato assassinato. E Gesù, per
la potenza di Dio, è risorto. Egli può fare in ognuno di noi la stessa
cosa, con ogni esperienza negativa. Perché Gesù è il Signore.
Io
immagino, e tutti insieme possiamo immaginare la sofferenza di
Emmanuel, quando vedeva che i suoi compagni venivano torturati, quando
vedeva che i suoi compagni venivano assassinati. Ma Emmanuel è stato
coraggioso. Si è fatto coraggio, perché sapeva che il giorno in cui
fosse fuggito, se lo avessero preso lo avrebbero ucciso. Lui ha
rischiato, ha avuto fiducia in Gesù ed è scappato. Ed oggi lo abbiamo
qui, dopo 14 anni, diplomato in scienze amministrative. Sempre si può! La nostra vita è come un seme: per vivere occorre morire;
e morire a volte fisicamente, come è successo ai compagni di Emmanuel.
Morire come sono morti Carlo Lwanga e i martiri dell’Uganda. Ma attraverso questa morte c’è una vita, una vita per tutti. Se io trasformo il negativo in positivo, sono un trionfatore. Però questo si può fare solamente con la grazia di Gesù. Siete sicuri di questo?...
Non sento niente…. Siete sicuri di questo? [giovani: Sì!] Siete disposti a trasformare nella vita tutte le cose negative in cose positive?[giovani: Sì!] Siete disposti trasformare l’odio in amore? [giovani: Sì!] Siete disposti a trasformare la guerra in pace? [giovani:
Sì] Siate consapevoli che siete un popolo di martiri. Nelle vostre vene
scorre il sangue dei martiri! E per questo avete la fede e la vita che
adesso avete [giovani: Sì!] E questa fede e questa vita è così bella,
che si chiama la “perla dell’Africa”.
Sembra
che il microfono non funzionava bene. Qualche volta, anche noi, non
funzioniamo bene… Sì o no? E quando non funzioniamo bene da chi
dobbiamo andare a chiedere che ci aiuti? Non vi sento… Più forte…
[giovani: Gesù!] Da Gesù!Gesù può cambiarti la vita. Gesù può
buttare giù i muri che hai davanti a te. Gesù può far sì che la tua
vita sia un servizio per gli altri.
Qualcuno
di voi potrebbe chiedermi: “E per questo, c’è una bacchetta magica?”.
Se voi credete che Gesù vi cambia la vita, chiedetegli aiuto. E questo
si chiama pregare. Avete capito bene? Pregare! Vi chiedo: voi pregate?
[giovani: Sì!] Davvero? [Sì!] Pregate Gesù, perché Lui è il Salvatore. Non smettete mai di pregare! La preghiera è l’arma più forte che ha un giovane. Gesù ci ama. Vi chiedo: “Gesù ama alcuni sì e altri no? [No!] Gesù ama tutti? [Sì!] Gesù vuole aiutare tutti? [Sì!] Allora aprite la porta del vostro cuore e lasciatelo entrare. Lasciar entrare Gesù nella mia vita. E
quando Gesù entra nella tua vita, ti aiuta a lottare, a lottare contro
tutti i problemi dei quali ha parlato Winnie, a lottare contro la
depressione, a lottare contro l’Aids e a chiedere aiuto per superare
queste situazioni, ma sempre lottare. Lottare con il mio desiderio e
lottare con la mia preghiera. Siete disposti a combattere? Siete
disposti a desiderare il meglio per voi? [Sì!] Siete disposti a
pregare, a chiedere a Gesù che vi aiuti nella lotta? [Sì!]
E
una terza cosa che vi voglio dire. Tutti noi siamo nella Chiesa,
apparteniamo alla Chiesa. Giusto? [Sì!] E la Chiesa ha una Madre. Come
si chiama? [Maria!] Non ho capito… [Maria!] Pregare la Madre! Quando un
bambino cade, si fa male, si mette a piangere e va a cercare la mamma. Quando
noi abbiamo un problema, la cosa migliore che possiamo fare è andare
dove c’è nostra Madre. E pregare Maria, nostra Madre. Siete
d’accordo? [Sì!] E voi, pregate la Madonna, la nostra Madre? [Sì!] E
voi qui [rivolgendosi a un gruppo di giovani], voi pregate Gesù e la
Madonna? [Sì!]
Tre cose. La prima: superare le difficoltà. La seconda: trasformare il negativo in positivo. La terza: preghiera. Preghiera
a Gesù che può tutto. Gesù, che entra nel nostro cuore e ci cambia la
vita. Gesù che è venuto per salvarmi e che ha dato la sua vita per me.
Pregate Gesù, perché Lui è l’unico Signore. E siccome nella Chiesa non
siamo orfani e abbiamo una Madre, pregate la nostra Madre. E come si
chiama la nostra Madre? [Maria!] Più forte! [Maria!]
Vi
ringrazio molto per avermi ascoltato. Vi ringrazio perché volete
cambiare il negativo in positivo. Perché volete combattere il male, con
Gesù al fianco. Soprattutto vi ringrazio perché avete voglia di non
smettere mai di pregare. E ora vi invito a pregare insieme la Madre
nostra, affinché ci protegga. Siamo d’accordo? [Sì!] Tutti insieme?
[Sì!]
(in inglese)
Ave Maria…
[Benedizione]
E, per favore, un’ultima richiesta: pregate per me. Pregate per me! Ne ho bisogno. Non vi dimenticate. Arrivederci!
Al termine dell’incontro una folla di giovani ha circondato la papamobile di Francesco «sequestrandolo» per qualche minuto.
video integrale
VISITA ALLA CASA DI CARITÀ DI NALUKOLONGO
«Oggi
vorrei rivolgere un appello a tutte le parrocchie e le comunità
presenti in Uganda – e nel resto dell’Africa – a non dimenticare i
poveri, a non dimenticare i p-o-v-e-r-i». Francesco scandisce
lentamente la parola. Il suo è un messaggio che va oltre i confini
della Casa della Carità di Nalukolongo, oltre i confini di Kampala,
oltre quelli dell'Uganda. È un messaggio destinato a tutta l'Africa. Un
invito ai cristiani a fare di più per i poveri e per gli scartati.
Sulla scia dell'esempio del cardinale Emmanuel Kiwanuka Nsubuga, primo
arcivescovo di Kampala, morto nel 1991 e sepolto in questa struttura
che aveva fondato. Era noto per le sue prese di posizioni pubbliche
contro le violazioni dei diritti umani durante gli anni del regime di
Idi Amin Dada.
Papa
Francesco ha salutato questo pomeriggio un gruppo di anziani insieme ai
giovani, loro amici, della Comunità di Sant’Egidio, durante la visita
alla Casa della Carità di Nalukolongo. Provenivano dallo slum di
Nakulabye, dove molte persone avanti negli anni vivono abbandonate,
spesso dalle loro stesse famiglie, e rese povere dalla carenza di ogni
sistema di welfare, a partire dalla pensione. Il Papa ha stretto la
mano a ognuno di loro.
video
Il testo del discorso del Papa
Cari amici,
vi
ringrazio per la vostra calorosa accoglienza. Ho tanto desiderato
visitare questa Casa della Carità, che il Cardinale Nsubuga fondò qui a
Nalukolongo. Questo luogo è sempre stato legato all’impegno della
Chiesa nei confronti dei poveri, dei disabili e dei malati. Qui, nei
primi tempi, dei bambini sono stati riscattati dalla schiavitù e delle
donne hanno ricevuto un’educazione religiosa. Saluto le Suore del Buon
Samaritano, che portano avanti questa eccellente opera e le ringrazio
per i loro anni di servizio silenzioso e gioioso nell’apostolato. E qui, qui
è presente Gesù, perché Lui ha detto che sempre sarà presente tra i
poveri, gli ammalati, i carcerati, i diseredati, quelli che soffrono.
Qui c’è Gesù.
Saluto
anche i rappresentanti di molti altri gruppi di apostolato, che si
prendono cura delle necessità dei nostri fratelli e delle nostre
sorelle in Uganda. Penso in particolare al grande e fruttuoso lavoro
fatto con le persone malate di AIDS. Soprattutto, saluto chi abita in
questa Casa e in altre come questa, e tutti coloro che beneficiano
delle opere della carità cristiana. Perché questa è proprio una casa!
Qui potete trovare affetto e premura; qui potete sentire la presenza di
Gesù nostro fratello, che ama ciascuno di noi con quell’amore che è
proprio di Dio.
Oggi, da questa Casa, vorrei rivolgere un appello a tutte
le parrocchie e le comunità presenti in Uganda – e nel resto
dell’Africa – a non dimenticare i poveri, a non dimenticare i poveri!
Il Vangelo ci impone di uscire verso le periferie della società e di
trovare Cristo nel sofferente e in chi è nel bisogno. Il Signore ci
dice, con parole inequivocabili, che ci giudicherà su questo! È triste
quando le nostre società permettono che gli anziani siano scartati o
dimenticati! È riprovevole quando i giovani vengono sfruttati
dall’attuale schiavitù del traffico di esseri umani! Se guardiamo
attentamente al mondo che ci circonda, pare che in molti luoghi si
stiano diffondendo l’egoismo e l’indifferenza. Quanti nostri fratelli e
sorelle sono vittime dell’odierna cultura dell’“usa e getta”, che
ingenera disprezzo soprattutto nei confronti dei bambini non nati, dei
giovani e degli anziani!
In
quanto cristiani, non possiamo semplicemente stare a guardare, stare a
guardare cosa succede, e non fare niente. Qualcosa deve cambiare! Le
nostre famiglie devono diventare segni ancora più evidenti dell’amore
paziente e misericordioso di Dio, non solo per i nostri figli e i
nostri anziani, ma per tutti coloro che si trovano nel bisogno. Le
nostre parrocchie non devono chiudere le porte e le orecchie al grido
dei poveri. Si
tratta della via maestra del discepolato cristiano. È in questo modo
che diamo testimonianza al Signore, che è venuto non per essere
servito, ma per servire. Così mostriamo che le persone contano più delle cose e che quello che siamo è più importante di ciò che possediamo. Infatti,
proprio in coloro che serviamo, Cristo rivela ogni giorno se stesso e
prepara l’accoglienza che speriamo di ricevere un giorno nel suo Regno
eterno.
Cari
amici, attraverso gesti semplici, attraverso atti semplici e devoti che
onorano Cristo nei suoi fratelli e sorelle più piccoli, facciamo
entrare la forza del suo amore nel mondo e lo cambiamo realmente.
Ancora una volta vi ringrazio per la vostra generosità e per la vostra
carità. Vi ricorderò sempre nelle mie preghiere e vi chiedo, per
favore, di pregare per me. Affido tutti voi alla tenera protezione di
Maria nostra Madre e vi do la mia benedizione.
Omukama Abakuume! [Dio vi protegga!]
video integrale
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28 novembre 2015 Incontro con Sacerdoti, Religiosi, Religiose e Seminaristi
Dopo
aver incontrato i Vescovi dell’Uganda nell’Arcivescovado Papa Francesco
si reca nella cattedrale di St. Mary per incontrare Sacerdoti,
Religiosi, Religiose e Seminaristi.
Francesco
ha ascoltato le parole di saluto di mons. John Baptist Kaggwa, vescovo
incaricato della formazione dei sacerdoti e dei religiosi, e le
testimonianze di un sacerdote e di una religiosa: tutti hanno fanno
cenno proprio al tributo dei martiri ugandesi, all’impegno degli oltre
1.500 preti diocesani e missionari, dei circa 7.000 componenti
l’Associazione dei religiosi d’Uganda, operativi in campo medico,
educativo, pastorale, sociale, dei più di mille seminaristi del
Paese.
Memoria,
fedeltà, preghiera è la triplice esortazione rivolta da Papa Francesco
ai sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi incontrati a Kampala,
nella cattedrale di St. Mary, alla vigilia della prima domenica di
Avvento che si celebrerà domani e dell’ormai imminente Giubileo della
misericordia. Francesco ha consegnato il discorso preparato in
precedenza e ha parlato in spagnolo, interamente a braccio.
Io lascerò al Vescovo incaricato della vita consacrata il messaggio che ho scritto per voi, perché sia pubblicato.
Mi scuso perché ritorno alla mia lingua materna, perché non so parlare bene l’inglese.
Tre cose vi voglio dire, questa sera.
La prima: nel Libro del Deuteronomio, Mosè ricorda al suo popolo: “Non
dimenticate”. E lo ripete nel libro varie volte: “Non dimenticate”. Non
dimenticate tutto ciò che Dio ha fatto per il popolo. La prima cosa che vi voglio dire, è che abbiate, che chiediate la grazia della memoria.Come
ho detto ai giovani, nel sangue dei cattolici ugandesi è mescolato il
sangue dei martiri. Non perdete la memoria di questo seme! Affinché in
questo modo continuiate a crescere. Il principale nemico della memoria
è l’oblio, ma non è il più pericoloso. Il nemico più pericoloso della
memoria è abituarsi a ereditare i beni dei nostri padri. La Chiesa in
Uganda non deve abituarsi mai al ricordo lontano dei suoi martiri.
Martire significa testimone. La Chiesa in Uganda, per essere fedele a
questa memoria, deve continuare ad essere testimone. Non deve vivere di
rendita. Le glorie passate sono state l’inizio, ma voi dovete costruire
le glorie future. E questo
è il compito che la Chiesa affida a voi: siate testimoni, come sono
stati testimoni i martiri che hanno dato la vita per il Vangelo.
Per essere testimoni – seconda parola che voglio dirvi – è necessaria la fedeltà.Fedeltà
alla memoria, fedeltà alla propria vocazione, fedeltà allo zelo
apostolico. Fedeltà significa seguire la via della santità. Fedeltà
significa fare quello che hanno fatto i testimoni precedenti: essere
missionari. Forse qui in Uganda ci sono diocesi che hanno molti
sacerdoti, e diocesi che ne hanno pochi. Fedeltà significa offrirsi al
vescovo per andare in un’altra diocesi che ha bisogno di missionari. E
questo non è facile. Fedeltà significa perseveranza nella vocazione. E
qui voglio ringraziare in modo speciale per l’esempio di fedeltà che mi
hanno dato le Suore della Casa della Carità: fedeltà ai poveri, ai
malati, ai più bisognosi, perché Cristo è lì. L’Uganda è stata irrigata
dal sangue dei martiri, dei testimoni. Oggi è necessario continuare a
irrigarla, e per questo: nuove sfide, nuove testimonianze, nuove
missioni. Altrimenti, perderete la grande ricchezza che avete, e la
“perla dell’Africa” finirà conservata in un museo. Perché il demonio
attacca così, poco a poco. Sto parlando non solo per i sacerdoti, ma
anche per i religiosi. Ma ai sacerdoti ho voluto dirlo in maniera
speciale rispetto al problema della missionarietà: che le diocesi con
molto clero si offrano a quelle che hanno meno clero. Così l’Uganda
continuerà ad essere missionaria.
Memoria, che significa fedeltà. E Fedeltà, che è possibile soltanto con la preghiera. Se
un religioso, una religiosa, un sacerdote smette di pregare o prega
poco, perché dice che ha molto lavoro, ha già incominciato a perdere la
memoria, e ha già incominciato a perdere la fedeltà. Preghiera, che significa anche umiliazione, l’umiliazione di andare regolarmente dal confessore, a dirgli i propri peccati. Non si può zoppicare con entrambe le gambe. Noi religiosi, religiose, sacerdoti non possiamo condurre una doppia vita. Se
sei peccatore, se sei peccatrice, chiedi perdono. Ma non tenere
nascosto quello che Dio non vuole; non tenere nascosta la mancanza di
fedeltà. Non chiudere nell’armadio la memoria.
Memoria, nuove sfide - fedeltà alla memoria - e preghiera. E
la preghiera incomincia sempre con il riconoscersi peccatori. Con
queste tre colonne la “perla dell’Africa” continuerà ad essere perla e
non soltanto una parola del dizionario. Che i martiri, che hanno dato
forza a questa Chiesa, vi aiutino ad andare avanti nella memoria, nella
fedeltà e nella preghiera.
E per favore, vi chiedo di non dimenticarvi di pregare per me. Grazie.
Adesso vi invito a pregare tutti insieme un’Ave Maria alla Vergine: “Ave Maria…”.
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29 novembre 2015 Partenza dall'Uganda e arrivo nella Repubblica Centrafricana
Cerimonia di congedo all’Aeroporto di Entebbe e partenza in aereo per Bangui nella Repubblica Centrafricana
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L’aereo
con a bordo il Santo Padre Francesco è atterrato all’aeroporto
internazionale M’poko di Bangui alle ore 10, dopo meno di tre ore di
volo. In aeroporto ha avuto luogo la cerimonia di benvenuto. Il Papa
è stato accolto dal Capo di Stato della Transizione della Repubblica
Centrafricana, Sig.ra Catherine Samba-Panza, e dal Nunzio Apostolico
S.E. Mons. Franco Coppola. Erano inoltre presenti alcune Autorità dello
Stato, i Vescovi del Paese e una rappresentanza di fedeli. Dopo
l’esecuzione degli inni e gli onori militari, sono state presentate le
rispettive Delegazioni. Quindi Papa Francesco e il Capo di Stato ad
interim si sono intrattenuti brevemente nel Salone Presidenziale
dell’aeroporto.
Dall’aeroporto
M’poko di Bangui il Santo Padre Francesco si è recato subito in visita
di cortesia al Capo di Stato della Transizione della Repubblica
Centrafricana, Sig.ra Catherine Samba-Panza. Al Suo arrivo al
Palazzo Presidenziale, dopo l’esecuzione degli inni e l’omaggio alla
bandiera, il Papa è stato accolto dal Capo di Stato che lo ha
accompagnato allo studio per l’incontro privato. Contemporaneamente si
è svolto l’incontro tra la Delegazione Vaticana e quella del Governo
del Centrafrica.
Al
termine del colloquio privato, la famiglia del Capo di Stato della
Transizione è stata ammessa per la presentazione al Santo Padre e lo
scambio dei doni. Incontro con la Classe Dirigente e con il Corpo Diplomatico nel Palazzo Presidenziale di Bangui
Il
presidente della Repubblica centrafricana Catherine Samba-Panza nel suo
lungo discorso ha chiesto “perdono” al Papa, giunto oggi in visita a
Bangui, per “tutto il male” commesso dai centrafricani. “A nome di
tutta la classe dirigente di questo paese, ma anche a nome di tutti
coloro che hanno contribuito in qualche modo alla sua discesa agli
inferi, confesso tutto il male che è stato fatto qui nel corso della
storia e chiedo perdono dal profondo del mio cuore – ha detto Samba
Panza nel suo discorso al Pontefice – Santo Padre abbiamo assolutamente
bisogno di questo perdono in occasione della vostra visita perché gli
ultimi sviluppi della crisi in atto nel nostro Paese sono apparsi degli
abomini commessi in nome della religione da parte di persone che si
definiscono credenti.Ma come si può essere credenti e distruggere i
luoghi di culto, uccidere il prossimo, stuprare, distruggere i beni
altrui e commettere violenze di ogni tipo?“.
Signora Capo di Stato della Transizione, Distinte Autorità, Membri del Corpo Diplomatico, Rappresentanti di organizzazioni internazionali, Cari fratelli Vescovi, Signore e Signori,
lieto
di essere qui in mezzo a voi, desidero innanzitutto manifestare il mio
vivo apprezzamento per la calorosa accoglienza che ho ricevuto e
ringrazio la Signora Capo di Stato della Transizione per il suo cortese
saluto di benvenuto. Sono toccato, Signora, da ciò che Lei mi ha appena
detto. Grazie di cuore per questa testimonianza così umana e così
cristiana. Da questo luogo, che in un certo senso è la casa di tutti i
Centrafricani, mi è gradito esprimere, attraverso di voi e attraverso
le altre Autorità del Paese qui presenti, il mio affetto e la mia
vicinanza spirituale a tutti i vostri concittadini...
il testo integrale del discorso alla Classe Dirigente e al Corpo Diplomatico
Decine
di migliaia di persone all’arrivo di Bergoglio erano ammassate lungo
Avenue des Martyrs, la strada che collega l’aeroporto di Bangui alla
piazza della Riconciliazione, per accogliere Papa Francesco.
Sventolando bandiere e gridando“Benvenuto al Papa”, la folla, fino ad
allora contenuta da un apparato di sicurezza impressionante, tra caschi
blu Onu e poliziotti locali dispiegati ovunque, ha poi invaso la strada
per seguire la papamobile.
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«Più
che le persone, mi fanno paura le zanzare»; «Io voglio andare. Se non
mi ci portate voi, datemi un paracadute». Sono solo un paio di battute,
colte “al volo” – è il caso di dirlo – sull’aereo che il 25 scorso
portava papa Francesco a Nairobi, capitale del Kenya e prima
tappa del viaggio di cinque giorni che lo sta vedendo impegnato nel
continente dalle risorse del suolo e del sottosuolo più ricche al
mondo e dalle popolazioni più miserabili della terra. Come tale
gigantesco, incrollabile, insostenibile paradosso sia possibile,
e come tutti lo accettiamo senza fiatare, è forse la spina
avvelenata che sta contagiando il mondo: che lo sta portando verso una
catena di guerre, di violenze e di disastri sia ecologici sia
sociali che potrebbe anche rivelarsi di proporzioni mai viste.
Perché dev’esser chiaro che questa è la posta in gioco.
E che, tra i grandi leaders mondiali, questo gesuita
italoargentino che al suo paese qualcuno accusa di essere «un gaucho
peronista irresponsabile» è l’unico ad affrontarla direttamente
e a chiamare le cose con il loro nome: come ha fatto
nell’enciclica Laudato si’. I rischi sono molti ed evidenti: per
lui, per chi gli sta vicino, per le folle che accorrono
a salutarlo. Lui lo sa bene...
Franco Cardini: Il viaggio del Papa in Africa e la sfida contro la povertà e il terrore
Moltissimi erano contrari al
viaggio del Papa in Centrafricae alla sua rischiosa esposizione a
Bangui. Avevano ragione: c’è stato un vero rischio per la sua persona.
I militari francesi avevano avvertito sull’impossibilità di controllare
le fazioni e le tante armi in mano alla gente. Papa Francesco però è
voluto andare a Bangui, rispettando il programma, anche la visita al
quartiere musulmano (che suscitava le maggiori perplessità). Ha avuto
un coraggio personale straordinario, rivelatore del senso profondo del
suo ministero. Ha mostrato l’audacia di chi vive quello che crede. Non
ha avuto paura di andare nella moschea centrale di Koudougou a
proclamare: «Tra cristiani e musulmani siamo fratelli». È anche una
lezione a noi europei spaventati del futuro, specie dopo gli attentati
di Parigi.
Andrea Riccardi: Il coraggio politico del viaggio africano di Papa Francesco
“Il
cuore del ministero di Papa Francesco è la richiesta di una Chiesa
povera per i poveri, che cammina con la gente. La tentazione del potere
per la Chiesa è enorme, anche la vita religiosa tende a
imborghesirsi, si tende a fare dei religiosi una piccola elite, in
Africa come in Europa”. Sono parole di padre Alex Zanotelli, uno
dei “profeti scomodi” della Chiesa Italiana, che ha commentato il
viaggio d Papa Francesco prima a TV 2000, l’emittente della Conferenza
Episcopale Italiana e poi ad A Sua Immagine, il programma di Rai Uno in
collaborazione con la stessa Cei....
FARODIROMA: Francesco e Renzi, due modi diversi di andare in Africa. L'analisi di padre Zanotelli
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(GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Abolire la guerra
unica speranza per l'umanità
di Gino Strada
"La
guerra non significava altro che l’uccisione di civili, morte,
distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra...
dobbiamo convincere milioni di persone che abolire la guerra è una
necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve
penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della
guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità."
Ecco
il discorso integrale pronunciato da Gino Strada, fondatore di
Emergency, dopo aver ricevuto il 30.11.2015 a Stoccolma dal Parlamento
svedese, il Premio Right Livelihood (Premio
Nobel alternativo) concepito per 'onorare e sostenere coloro che
offrono risposte pratiche ed esemplari alle maggiori sfide del nostro
tempo'. È la prima volta che il Premio viene dato a un cittadino
italiano.
Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari
conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho
operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o
missili. A Quetta, la città pakistana vicina al confine afgano, ho
incontrato per la prima volta le vittime delle mine antiuomo. Ho
operato molti bambini feriti dalle cosiddette 'mine giocattolo',
piccoli pappagalli verdi di plastica grandi come un pacchetto di
sigarette. Sparse nei campi, queste armi aspettano solo che un bambino
curioso le prenda e ci giochi per un po’, fino a quando esplodono: una
o due mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini senza braccia
e ciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e l’aver
visto tali atrocità mi ha cambiato la vita.
Mi
è occorso del tempo per accettare l’idea che una 'strategia di guerra'
possa includere prassi come quella di inserire, tra gli obiettivi, i
bambini e la mutilazione dei bambini del 'Paese nemico'. Armi
progettate non per uccidere, ma per infliggere orribili sofferenze a
bambini innocenti, ponendo a carico delle famiglie e della società un
terribile peso. Ancora oggi quei bambini sono per me il simbolo vivente
delle guerre contemporanee, una costante forma di terrorismo nei
confronti dei civili.
Alcuni
anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1.200
pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei
militari. Il 90% delle vittime erano civili, un terzo dei quali
bambini. È quindi questo 'il nemico'? Chi paga il prezzo della
guerra?
...
Vorrei
sottolineare ancora una volta che, nella maggior parte dei Paesi
sconvolti dalla violenza, coloro che pagano il prezzo più alto sono
uomini e donne come noi, nove volte su dieci. Non dobbiamo mai
dimenticarlo. Solo nel mese di novembre 2015, sono stati uccisi oltre
4mila civili in vari Paesi, tra cui Afghanistan, Egitto, Francia, Iraq,
Libia, Mali, Nigeria, Siria e Somalia. Molte più persone sono state
ferite e mutilate, o costrette a lasciare le loro case. In qualità di
testimone delle atrocità della guerra, ho potuto vedere come la scelta
della violenza abbia - nella maggior parte dei casi - portato con sé
solo un incremento della violenza e delle sofferenze. La guerra è un
atto di terrorismo e il terrorismo è un atto di guerra: il denominatore
è comune, l’uso della violenza.
Sessanta
anni dopo, ci troviamo ancora davanti al dilemma posto nel 1955 dai più
importanti scienziati del mondo nel cosiddetto Manifesto di
Russel-Einstein: «Metteremo fine al genere umano o l’umanità saprà
rinunciare alla guerra?». È possibile un mondo senza guerra per
garantire un futuro al genere umano? Molti potrebbero eccepire che le
guerre sono sempre esistite. È vero, ma ciò non dimostra che il ricorso
alla guerra sia inevitabile, né possiamo presumere che un mondo senza
guerra sia un traguardo impossibile da raggiungere. Il fatto che la
guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere
parte anche del nostro futuro. Come le malattie, anche la guerra deve
essere considerata un problema da risolvere e non un destino da
abbracciare o apprezzare.
Come
medico, potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime
l’umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi
compiuti dalla medicina sono inutili? Al contrario, è proprio il
persistere di questa devastante malattia che ci spinge a moltiplicare
gli sforzi per prevenirla e sconfiggerla. Concepire un mondo senza
guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far
fronte. È anche il più urgente. Gli scienziati atomici, con il loro
Orologio dell’apocalisse, stanno mettendo in guardia gli esseri umani:
«L’orologio ora si trova ad appena tre minuti dalla mezzanotte perché i
leader internazionali non stanno eseguendo il loro compito più
importante: assicurare e preservare la salute e la vita della civiltà
umana».
...
Ricevere
il Premio Right Livelihood Award incoraggia me personalmente ed
Emergency nel suo insieme a moltiplicare gli sforzi: prendersi cura
delle vittime e promuovere un movimento culturale per l’abolizione
della guerra. Approfitto di questa occasione per fare appello a voi
tutti, alla comunità dei colleghi vincitori del Premio, affinché uniamo
le forze a sostegno di questa iniziativa. Lavorare insieme per un mondo
senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni
future
Grazie.
video integrale del discorso
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L’eccellenza italiana. La tiriamo fuori con orgoglio, sempre, quando i tempi sono amari; e allora
ecco Dante, e Leonardo, e Michelangelo, e Fellini, Renzo Piano, anche Ferrari, anche Armani.
Nomi che sono la storia di un Paese, della sua gente in ogni tempo, delle sue capacità straordinarie.
Da oggi, però, vi prego di aggiungere un altro nome, sconosciuto a tutti tranne che ai bimbi d’un
piccolo villaggio nel fondo dell’Africa: si chiamava Rita Fossaceca, aveva 51 anni e faceva il
medico volontario a Mijomboni, un posto di misere capanne e di giorni stenti che sta alle spalle di
Malindi ma ha nulla a che fare con il turismo lustro della città. L’hanno ammazzata in una rapina...
Mimmo Candito: Una vita vera, che rende orgogliosi (pdf)
PER molti è stato come lanciare
il cuore oltre l'ostacolo, e scoprire poi che nulla sarebbe stato
uguale a prima. Per Lorenzo Ciullini e Martina Fanna ad esempio,
venticinque anni a testa, brillanti neo laureati in Medicina, uniti
nella vita, negli studi, e nella decisione ben salda di aiutare il
prossimo. Giovanissimi, appassionati, parte di quel multiforme esercito
di volontari di tutte le età che attraverso centinaia di ong, di onlus,
di associazioni, si mette ogni anno in viaggio verso per le periferie
del mondo. C'è chi resta un mese, chi tutta la vita. A volte in modo
organizzato, a volte in modo confuso, a volte rischiando la vita. Come
Rita Fossaceca, medico di Novara, uccisa mentre assisteva bimbi
disabili in un orfanotrofio di Watamu, in Kenya, dove tornava
alternando il suo lavoro in Italia alle cure degli "ultimi". Dietro di
lei un mondo, un esercito imperfetto di persone che vogliono fare.
Maria Novella De Luca: "Noi, cambiati dall'Africa". Storie di chi parte per aiutare gli altri
Lavorano nelle scuole del Guatemala o negli ospedali iracheni. Tra gli aspiranti medici del Sudan o
con i bimbi disabili di Varsavia. E in mille altre situazioni di crisi. Sono il meglio dell’export
italiano, volontari e cooperanti con la valigia, semplici cittadini o specialisti dell’aiuto a chi ha
bisogno. «Piccoli eroi che in giro per il mondo operano in silenzio, per il bene degli altri». Così li ha
definiti il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. L’ha fatto ieri, parlando della dottoressa molisana
Rita Fossaceca, uccisa sabato notte in Kenya
Stefano Rizzato: Chirurghi, maestre, ingegneri L'export italiano della bontà (pdf)
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Il cuore è...
La preghiera è...
Se voi non avete ricevuto comprensione...
Se ti accorgi che cose e avvenimenti...
I bambini hanno molto da insegnare...
Cos'è la misericordia...
Davanti ad ogni sofferenza umana...
E' sulla sabbia che costruisce...
Volete farmi felice?...
Il cieco desidera...
La luce è venuta nel mondo...
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Esther
Hillesum, detta Etty, scrittrice olandese di origine ebraica, vittima
della Shoah, è morta ad Auschwitz il 30 novembre 1943.
Se sopravviverò...
Una volta che si comincia a camminare...
Il 1º dicembre 1916 è morto
Charles Eugène de Foucauld, visconte di Pontbriand, in religione fratel
Carlo di Gesù, è stato un religioso francese, esploratore del deserto
del Sahara e studioso della lingua e della cultura dei Tuareg.
Padre Charles de Foucauld è stato beatificato da papa Benedetto XVI il
13 novembre 2005, durante la cerimonia, il pontefice ha dichiarato che
la sua vita è "un invito ad aspirare alla fraternità universale".
Padre mio, io mi abbandono a Te...
La massima perfezione...
Il mondo è...
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Nella storia della santità del
XX secolo Charles de Foucauld si è ritagliato un posto speciale come
esempio della sproporzione tra l’efficacia della grazia e i suoi
risultati visibili a occhio nudo, per così dire.
Andrea Galli: Charles de Foucauld: un chicco di grano nel deserto
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
S.TERESA D’AVILA
In Dio conosciamo noi stessi: il “Castello Interiore”
- prima parte -
Alberto Neglia, ocarm
Incontro del 04.11.2015 inserito nell'ambito dei
I MERCOLEDÌ' DELLA SPIRITUALITÀ 2015
S. TERESA D’AVILA DONNA IN CAMMINO CON DIO
Nel V Centenario della nascita (1515-2015)
promossi dalla Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)
Sotto il segno dell’efficienza
Si
ha l’impressione che l’esperienza umana oggi sia proposta e sia vissuta
sotto il segno dell’efficienza. All’interno di questo paradigma diventa
sempre più difficile per l’uomo fermarsi per stare con se stesso,
ognuno sente il bisogno di proiettarsi in un attivismo che gli dia
l’impressione di essere vivo, ed efficiente nella società.
Di
fronte a questa deriva che rischia di vanificare il senso profondo
della nostra vita credo che sia opportuno riflettere sulla necessità di
recuperare, una intensa vita interiore.
Ovviamente,
con vita interiore non alludiamo ad intimismo o a un gioco psicologico,
ma all’impegno a recuperare noi stessi come persone e di organizzare la
nostra vita e le nostra missione dal di dentro, cioè, da un consapevole
rapporto di amicizia con il Dio vivente che nel figlio suo Gesù ci
visita, ci fa crescere come figli e come fratelli e ci coinvolge a
stare nella storia con la sua stessa passione.
La vita interiore non si improvvisa
È
chiaro che la vita interiore non si improvvisa, né è un fatto
automatico. È frutto di una lotta prima di tutto con se stessi. Paolo
ce lo ricorda: «Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare
il bene, il male è accanto a me. Infatti secondo l’uomo interiore mi
compiaccio per la legge di Dio, ma vedo una legge diversa nelle mie
membra che osteggia la legge della mia mente» (Rom 7,21-23).
Lasciare
emergere l’uomo interiore, quindi, non è un dato di fatto, è un
cammino. Oggi si attivano tanti pellegrinaggi, ma il vero
pellegrinaggio è quello della conversione, quello verso l’intimo di sé
dove abita Dio. Il viaggio più lungo e più impegnativo è quello che
conduce ad «essere rafforzati dallo Spirito nell’uomo interiore» (Ef
3,16), che fa del nostro corpo il tempio dello Spirito (1Cor 6,19). Qui
vedo e gusto quanto è buono il Signore (Sal 34,9) e, dalla sua presenza
in me, più intima di quanto io possa esserlo a me stesso (intimior
intimo meo) (S. Agostino), ricevo il mio essere me stesso.
«Il
viaggio più lungo è il viaggio interiore», annotava Dag Hammarskjold,
anche se si tratta, in questo viaggio, di trovare un centro che non è
fuori di noi, ma in noi.
Ma
è anche il più impegnativo, richiede infatti il coraggio di sottrarsi
alle mode, di andare incontro all’impopolarità e di sapersi conciliare
con una certa solitudine e con i propri limiti.
In
questa riflessione ci lasceremo guidare da Teresa d’Avila che nei suoi
scritti evidenzia la necessità e il dinamismo di questo cammino.
Il
tema del cammino non solo è presente ma è dominante nell’esperienza e
negli Scritti di Teresa. Lei ha viaggiato a lungo per fondare e
visitare i 17 monasteri a cui ha dato vita. Una delle sue opere porta
come titolo Cammino di perfezione. E, all’interno di quest’opera Teresa
si consegna a Dio “Camminiamo insieme, Signore: verrò dovunque voi
andrete, e per qualunque luogo passerete passerò anch’io” (Cammino di
perfezione 26,6). È ovvio che l’andare va oltre il camminare per le vie
di Spagna, ma è un lasciarsi coinvolgere nel ritmo e nello spazio di
Dio. Alla fine della sua vita, dice che le mancava di percorrere
l`ultimo tratto di strada, quello tra terra e cielo, e, prima di
morire, esclama: «È ora, Sposo mio che ci vediamo. È tempo di
camminare» Teresa, quindi, è una “itinerante” e le è congeniale vedere
l’avventura spirituale come un cammino.
... Teresa
sta dicendo che ci sono vari “modi di essere”, cioè, di vivere la
propria esperienza umana e cristiana, per cui potremmo dire: il fuori
del castello è il luogo in cui la persona non vive la libertà del
proprio possesso; al contrario è soggetta al dominio di forze che le
sfuggono. Per Teresa essere fuori significa essere alienati, privi di
autenticità di vita, in modo superficiale, condizionati dalle
suggestioni immediate che lasciano nel vuoto e determinati dal banale
(cf. 1Pt 1,18) ...
video
Guarda anche il video degli incontri precedenti:
- S. Teresa d'Avila- "Teresa e le sue sorelle: una comunità in cammino con Dio" di Egidio Palumbo (VIDEO) - "Nella compagnia di un Dio Amico: itinerario biografico" di Aurelio Antista (VIDEO)
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'Un cuore che ascolta - lev shomea'
Concedi
al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo
popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)
Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino
Vangelo: Lc 21,25-28.34-36
Il
sole, la luna e le stelle sono immagini, simboli delle divinità pagane
e dei potenti di questo mondo di ogni epoca, idoli di morte attorno ai
quali ruota la vita e la storia degli uomini. Essi sono destinati a
crollare, a cadere rovinosamente davanti alla epifania del Figlio
dell'uomo e al suo amore crocifisso.
Vuoti, si frantumeranno in mille pezzi, come la statua di 'Dagon' davanti alla 'Cavod', alla gloria luminosa dell'Arca del Signore .
E mentre per tutti coloro che non credono questi sconvolgimenti saranno
causa di angoscia, di abbattimento e di terrore, per quanti invece
appartengono al Signore, per "coloro che vengono dalla grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole bianche nel sangue dell'Agnello"(Ap 7,14), è giunto il "kairòs",
il momento propizio, il tempo di rialzarsi e risollevare la testa, come
uomini liberi, come figli del Padre perché fratelli di colui che ci ha
riscattati a caro prezzo donando la sua vita e amandoci fino alla fine.
Attenti allora a non permettere che le melliflue menzogne dell'idolo
appesantiscano il nostro cuore.
...
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AVVENTO
Tempo per crescere nell'amore
Lo
sguardo corre oltre. Cerca il volto di una madre. Spera di intravedere
un Bimbo. Il muro che divide Betlemme da Gerusalemme non conosce
fessure, come i muri rabberciati dei contadini. È perfetto. Costringere
a chiudere gli occhi. Così si può disegnare l’Evento di Betlemme
guidati da un sogno. Nascerà
davvero quel Bambino promesso, di nome Gesù? Troverà almeno una grotta
per poter venire alla luce? Che nasca non vi è dubbio. Che gli uomini
siano preparati ad accoglierlo è una scommessa da tentare ogni anno. Sì,
si può addirittura confidare nella fragilità di un Bambino. Indifeso,
adagiato in una mangiatoia, avvolto da pochi stracci. Eppurequel
Bambino imprimerà alla storia un nuovo ritmo, un passo inatteso, il
passo dell’amore. Ecco l’Avvento è attesa di quel Bimbo divino, che Erode teme fino a ordinarne la morte, senza raggiungerlo perché un angelo avvisa Giuseppe di fuggire in Egitto.
L’Avvento
prepara a questa storia, a questo incontro con quel Bimbo che è a
contatto con Dio in maniera così intensa, impensabile e inimmaginabile
dalla mente umana, da essere egli stesso Figlio di Dio, dunque Dio
stesso. È il mistero, il fatto, che celebriamo a Natale. Una
impossibilità in termini umani, una pretesa così assoluta, oltre le
prospettive umane, se non l’avesse inventato Dio. Egli ha inviato suo
Figlio tra gli uomini per redimerli, cosicché essi stessi potessero
divenire figli dello stesso Padre.L’Avvento è questa attesa, questa certezza.Una
novità così grande, da essere sovrumana, occorre prepararla nel nostro
cuore. Come? Tenendo bene gli occhi aperti, non lasciandosi vincere dal
sonno della pigrizia, delle abitudini. A nessuno è concesso di dormire,
di lasciarsi andare. Sì,l’atteggiamento giusto del cristiano sta racchiuso in un verbo: vegliare.
Anzitutto significa riprendere in mano il proprio rapporto con Dio,
distogliendo un po’ l’animo dalle preoccupazioni quotidiane.Vegliare significa scrutare la propria esistenza, la propria vita. Dove stiamo andando? C’è ancora spazio per Dio? Per la preghiera? Vegliare significa attenzione e delicatezza verso la persona,
la moglie, il marito, i figli che vivono accanto a te. Ed è vegliare
trovare il tempo del dialogo, anche sulla fede, quale frutto di un
rinnovato dialogo con Dio. Dunque Avvento
è certezza che il nostro viaggio terreno ha una meta. È Cristo stesso,
che viene nel mondo di oggi non di ieri, che entra nella nostra terra
non da principe o sovrano ma da umile viandante. Vegliare
significa assumere quegli atteggiamenti e quelle scelte che orientano i
nostri giorni senza lasciarci conquistare dal qualunquismo che chiude
la porta del cuore alla sensibilità verso gli altri. Vegliare vuol dire
anche rifuggire dal timore di annunciare Gesù Cristo nel nostro
ambiente agli amici e a quanti lo hanno quasi dimenticato. È
l’esercizio quotidiano della fedeltà, della coerenza, della
compassione, del perdono.Vegliare è in sintesi un modo di
vivere nuovo. Perché c’è una luce che illumina noi e quello che sta
accadendo attorno a noi. Perché c’è una speranza, non riposta soltanto
nelle nostre forze ma nella forza di un Dio che vive tra noi.Nessuno permetta al mondo circostante, luccicante nei negozi, di rubarci il natale della fede.(fonte: SIR)
L'avvento
è il tempo liturgico che precede e prepara il Natale, in cui si ricorda
la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini. Contemporaneamente è
il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato
all'attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi. QUAL È L'ORIGINE STORICA?... QUAL È IL SIGNIFICATO TEOLOGICO?... QUANDO COMINCIA E COME È SCANDITO LITURGICAMENTE?... L’AVVENTO AMBROSIANO È DIVERSO DAL RITO ROMANO?...
AVVENTO, COS'È E QUALI SONO LE CELEBRAZIONI PIÙ IMPORTANTI “Il
Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore”: anche noi, come
i Tessalonicesi, siamo sorpresi, forse anche un po’ scossi, dalla
carica propositiva e piena di entusiasmo dell’Apostolo. Senza
nascondere i problemi, di cui parla in altre sezioni della lettera, san
Paolo colloca al centro del suo messaggio una parola che è insieme
annuncio evangelico e benedizione. Dio stesso è la fonte dell’amore e
della misericordia; Egli stesso ci innesta nel mistero della sua carità
e ci fa crescere in esso. Prima ancora che noi possiamo interrogarci
sui nostri doveri, sulle nostre responsabilità, avvertiamo la forza di
crescita che viene da Dio stesso. Lui dunque ci costituisce come
annunciatori della misericordia, nell’anno del Giubileo straordinario
indetto da papa Francesco, che proprio nel tempo di Avvento comincerà
nelle nostre Chiese particolari. ...
Così
siamo chiamati a vivere il nuovo anno liturgico, riscoprendo tutta la
forza del desiderio con cui l’umanità grida a Dio (tempo di Avvento), e
tutta la forza della carità con cui Dio si fa nostro fratello, perché
anche noi possiamo essere in comunione con lui (tempo di Natale). Invoco
su tutti voi e sulle vostre comunità la grazia, la misericordia e la
benedizione del Signore: Egli vi faccia “crescere e sovrabbondare
nell’amore”.
Il
Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nella misericordia (Sussidio
CEI per Avvento/Natale 2015) - Presentazione di mons. Nunzio Galantino
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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni |
(GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
MA DAI, NON AVER PAURA DEL PRESEPE
A
chi dimostra di temere il suo messaggio (accade ad esempio a Rozzano,
nel Milanese, dove - in nome di un politically correct assurdo - il
Natale si farà a gennaio), noi diciamo: per una volta provate ad
ascoltare.
Arriva
Natale e con le luci nelle strade e gli addobbi nei grandi magazzini
ritornano i presidi, gli insegnanti e i genitori illuminati che
cancellano presepe, Madonna, Giuseppe e soprattutto Gesù Bambino perché
potrebbero offendere chi non ci crede. Adesso è la volta di Rozzano e
del dirigente scolastico che rimanda a gennaio il Natale e lo chiama
Festa della luce e, anzi, per l’occasione fa il giro di ronda per
vedere se è rimasto qualche crocefisso nascosto, anche dopo la
decisione del Consiglio di istituto di rimuoverli.
Ma dai! Smettiamola con questo finto politically correct di quelli che si sentono sempre incaricati a parlare in nome di altri. ...
Ma dai! Smettiamola con questa finta attenzione agli altri e anche con il desiderio di mettersi in mostra parlando a loro nome. ...
Ma dai! Smettiamola con la paura di guardarla questa stalla che ogni tanto spunta tra mille alberi con le palline e anche di vederlo, il Piccolino ...
Invece,
sommessamente, proviamo a consigliare - ovviamente nel rispetto delle
sensibilità di tutti: almeno una volta, di nascosto dagli altri
combattenti del laicismo becero, magari in una chiesa deserta o nella
casa di chi insiste ancora, testardo e antiquato, a mettere in fila
pecore e pastori per identificarsi nell’attesa, provate
a guardarlo quel presepe, in silenzio, regalandovi qualche secondo
pulito dalla paura e dalla rimozione. Potrebbe accadere anche a voi,
dentro il vostro cuore, di sentirla, quella voce del neonato, che vi
tocca e vi assicura che anche la vostra di vita può diventare tutta
nuova.
(articolo di Renata Maderna su Famiglia Cristiana)
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«Non ho mai detto “rinunciamo
al presepe” e non ho fatto riferimento ad alcun luogo
specifico». Riferendosi all’intervista
di Reteveneta sulle tradizioni natalizie di ieri 30 novembre
2015, successivamente ripresa dalla stampa locale e nazionale, il
vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, dopo aver precisato
un’indebita attribuzione alle sue parole, coglie l’occasione per
ampliare e approfondire il suo pensiero, evitando semplificazioni.
Claudio Cipolla: Religioni e tradizioni per la pace
... Ora, in questo contesto,
quando la polemica diventa vuota e formale, possiamo trovare il
paradosso per cui un Presidente di Regione come Zaja, la cui
sensibilità verso lo straniero è proverbiale, diventi il “difensore del
presepe”, pretendendo di far passare il Vescovo di Padova come un
“nemico del popolo”.
La questione decisiva, in tutto questo, è ciò che da tempo chiamo “effetto presepe”. Vorrei provare a spiegarlo brevemente. ..
Andrea Grillo: Il passo avanti del Vescovo di Padova e l'effetto presepe
Varrebbe la pena che tutti
tenessero presenti, sempre, questi precedenti e queste argomentazioni.
Davvero inverosimile è oggi vedere nel crocifisso o nel Natale una
minaccia o un'arma contro chi professa altre religioni o ha determinate
convinzioni etico-filosofiche, e non piuttosto il segno umile, povero e
disarmato della nostra più profonda umanità: l'invito a cercare sempre
pace e giustizia, in spirito di dialogo e di mitezza. Ad essere più
buoni, cioè più umani. Davvero, non c'è da avere paura del Natale.
Renato Balduzzi: Laicità e dintorni. Ma chi ha davvero paura del presepe?
«Incarnazione e misericordia,
due fari convergenti che rendono chiaro il volto di Dio. Se questo è il
Natale, trovo pretestuosa e tristemente ideologica la scelta di chi,
per “rispettare” altre tradizioni o confessioni religiose, pensa di
cancellare il Natale o di camuffarlo scadendo nel ridicolo», scrive su
Vita pastorale il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio
Galantino.
Nunzio Galantino: "Cancellare il Natale?" scelta pretestuosa e ideologica
... Se sostenere i segni della
tradizione significa innescare battaglie, generare rabbia e odio,
innalzare muri certamente più politici che religiosi, da uomo e da
cattolico dico chiaramente che non ci sto. Che eco di messaggio
cristiano e di maturità può giungere ad un ragazzo che vede
accapigliarsi genitori, dirigenti scolastici, docenti, politici nel
presunto nome di colui che è segno supremo di amore?...
Marco Sanavio: Presepe sì, presepe no: Natale e polemiche, io prete non ci sto
Fabio Corazzina: Fare la politica vuol dire abitare nei territori, non utilizzarli per i propri comodi (video)
.... Natale 2015 è Betlemme
anno 0: stessa storia. Una famiglia povera, un bambino al freddo, due
genitori senza casa in terra straniera. Nessun potente. Solo i più
poveri intorno.
Questa scena non ci ricorda qualcosa? Qualcosa di visto al tg o nei
nostri condomini in questi giorni? Possibile non riuscire a vedere che
Natale è proprio la storia di tutti noi?
Forse a Lampedusa o nei centri di accoglienza o in molte famiglie
italiane il problema del presepe non se lo sono posto. Non perché non
abbiano le statuine o perché sono relativisti ma perché sono loro il
presepe. Dove c’è un povero, un bambino, è Natale. Non è imposizione
ideologica, è storia...
Mauro Leonardi: Rozzano e le polemiche sul presepe. Ma Natale siamo noi
... Tuttavia la
strumentalizzazione politica della religione non può rispondere davvero
alle domande che scorrono col sangue di Ankara, Beirut e Parigi. Non ci
mette in contatto con il mistero della fede, nostra e altrui; ci
allontana dalla profondità spirituale ed etica delle tradizioni
religiose, non ci aiuta a convivere. Per questo il politico che
strumentalizza la religione è un perdente. Chi ha un interesse
autentico per la fede, chi si preoccupa della realtà della scuola, chi
lavora ogni giorno per una società migliore, non si fa abbagliare dalla
doratura di una pepita falsa
Marco Ventura: Inquieti per le fedi altrui, insicuri della nostra. Ma chi ama i simboli religiosi non li sbandiera
Gli uomini di buona volontà, o perlomeno di volontà non pessima, si trovano, in questo momento,
stretti in una tenaglia. Per questo devono sentirsi duri come un sasso, non mollare mai, non cedere
allo spirito nefasto della Guerra Santa. Minoranza gentile, ma non silenziosa, tra maggioranze
urlanti, questo devono essere gli italiani non disponibili a nascondere Gesù Bambino e nemmeno a
lanciarlo contro il nemico.
Michele Serra: Non trasformate il presepe in una bandiera politica (pdf)
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(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)
Lo stile della fede
di Mauro Magatti
Papa
Francesco ha deciso di andare avanti. Nonostante che i rapporti della
sicurezza abbiamo segnalato più volte rischi realistici di attentati.
Una decisione coraggiosa. Una decisone di fede: perché Francesco non è
temerario. Non affronta il pericolo per il gusto della sfida. Ma
perché, come ha ripetuto mille volte, si sente nelle mani del Signore.
A cui affida la propria vita e l’alto servizio a cui è stato
chiamato.Una grande lezione di cui si accorgono soprattutto i giovani:
è dunque ancora possibile sperare a partire da una fede che fa,
letteralmente, camminare sulle acque, perché sostenuta da Dio.
Per
questo, Francesco è in Africa accompagnato dalla preghiera dei tanti
che sono in trepidazione per lui. E dal sostegno di tutti coloro che si
rendono conto di quanto sia preziosa la sua figura in un momento
storico così delicato; e di quanto sia importante il viaggio che sta
intraprendendo: il capo della cristianità che esce dal Palazzo
Apostolico di Roma e va in Africa per gettare un ponte laddove altri
stanno scavando fossati è un fatto storico straordinario. In un momento
dove tutti parlano, a volte in modo fin troppo disinvolto, di guerra e
dove si moltiplicano i focolai di tensione, Francesco "attraversa le
linee", chinandosi per dare la mano al popolo che soffre e spera.
...
A prima vista, mettere in relazione la Chiesa istituzione e lo stile
personale può apparire fuori luogo, quasi una pericolosa
estetizzazione. Ma non è così. Perché, come ha scritto in questi anni
un grande teologo gesuita, Cristoph Theobald, il «cristianesimo è uno
stile». Dove per stile non si intende un tratto superficiale, un modo
di presentazione del sé, quanto piuttosto la capacità di 'mettere in
forma' gli elementi della realtà in modo da orientarla verso ciò che è
essenziale. E che come tale riguarda ciascuno di noi.
Per
questo il cristianesimo di Francesco – che è prima di tutto
trasmissione della fede attraverso la testimonianza, cioè la
concretezza della vita – non è riducibile né ad un sistema dottrinale
né ad un apparato istituzionale. Che pure hanno la loro importanza. È
piuttosto fede che sa dare sapore all’esistenza – nel suo dialogo con
la ragione e la realtà: in una molteplicità di espressioni singolari e
plurali, concrete e universali, intersoggettive e istituzionali, in
grado di stabilire un nesso flessibile, ma riconoscibile, tra un
contenuto e le forme di vita delle persone e delle comunità. Ovunque,
nel mondo e nella storia.
(fonte: AVVENIRE 27 novembre 2015)
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Il nuovo libro di Rosario Giuè
Vescovi e potere mafioso
"Chi
ha gioito per le parole di Papa Francesco sulla mafia e la corruzione
non può che trovare interessante e utile questo libro di Rosario
Giuè"
(dalla prefazione di Luigi Ciotti)
La
questione del rapporto tra Chiesa cattolica e mafia è una ferita
aperta. E non è evitando di parlarne o minimizzandola che se ne può
guarire. La posta in gioco è la stessa credibilità della Chiesa
italiana nell’annuncio del Vangelo nel Paese. Per questo è necessario
indagare su quale è stato l’atteggiamento dell’Episcopato italiano, la
nostra massima istituzione ecclesiale, di fronte al potere mafioso, in
vista di una generosa testimonianza, come direbbe papa Francesco, di
«Chiesa in uscita».
Informazioni sull'autore Rosario
Giuè, prete palermitano, laurea in Scienze politiche all’Università di
Palermo e dottorato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana,
è stato parroco a Brancaccio. Collabora con «la Repubblica» e con la
rivista «Mosaico di Pace»
Guarda anche il link della casa editrice:
Il nuovo libro di Rosario Giuè -"Vescovi e potere mafioso"
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PORTE APERTE
Nella Casa don Puglisi di Modica,
don Corrado Lorefice
presiede una preghiera
per la pace e la giustizia
Nella
Casa don Puglisi di Modica, una delle "porte sante della misericordia"
in occasione del Giubileo, nei giorni in cui Papa Francesco visita
l'Africa, don Corrado Lorefice ha presieduto la Messa per la pace e la
giustizia, poi prolungata nell’Adorazione eucaristica e
nell’intercessione per tutte le situazioni di guerra che ci sono nel
mondo. Il Tg2000 dedica un servizio a questo momento di incontro e di
preghiera promosso dalla Caritas diocesana di Noto. A Modica, domenica
scorsa, nel saloncino del SS. Salvatore, in un quartiere che ospita
anche la moschea – hanno voluto porre un segno molto bello: quello
delle porte aperte. Anzitutto le porte dell’intelligenza: alcuni video
scelti molto bene, un intervento del giovane Pietro Segreto, la
testimonianza di don Corrado Lorefice che lo scorso febbraio è stato a
Damasco hanno anzitutto aperto le porte alla verità, al fatto che siamo
in presenza di una situazione complessa, di uno scontro interno al
mondo islamico, di una nostra presenza in Medio Oriente per interessi,
di un commercio di armi che vanno anche all’Isis e che non vogliamo
fermare … Insieme alle porte dell’intelligenza si sono aperte le porte
del cuore: nella lettera da Damasco della consacrata focolarina Lina
Morcos è risuonato il grido sull’insensatezza di questa violenza e la
trasmissione del dolore grande di tanti innocenti; nella commozione dei
presenti si è avvertito il desiderio di gesti di comunione e di impegno
per la pace
video IL SERVIZIO DI TG2000
Casa don Puglisi di Modica Una Porta Santa “ornata” dai sentimenti dei bambini Nella
diocesi di Noto, insieme alla Porta santa della cattedrale e a quelle
di chiese prescelte per ogni vicariato, ci saranno le Porte sante della
misericordia in alcuni luoghi della carità. Porte sante a tutti gli
effetti, con precise finalità tese ad effettivi “passaggi” di
rinnovamento: saranno porte per passare dall’indifferenza alla
misericordia, aiutati dalle testimonianza concrete di quanti operano
nei luoghi della carità e dalla possibilità di trovare in essi vie per
praticare le opere di misericordia corporale e spirituale ...
Casa don Puglisi di Modica - Una Porta Santa “ornata” dai sentimenti dei bambini
PALERMO - Sabato 5 dicembre 2015Ordinazione Episcopale e inizio del Ministero Pastorale di S.E.R. Mons. Corrado Lorefice - ore 16.00 Piazza Pretoria incontro con le Autorità e la Cittadinanza - ore 17.00 Chiesa Cattedrale Ordinazione Episcopale e inizio del Ministero Diretta streaming su www.diocesipa.it e Radio Spazio Noi In Blu"Un giorno seguendo Lorefice"
video
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Anche
nell'Iraq devastato dalla guerra si apriranno le porte sante del
Giubileo della Misericordia. A varcarle una comunità cristiana composta
in gran parte da sfollati. A Baghdad come ad Erbil. Nel capoluogo del
Kurdistan iracheno sono riparati oltre 120mila cristiani in fuga dai
terroristi dello Stato Islamico. Per loro una porta santa a forma di
tenda e tante iniziative di solidarietà. Con un pensiero rivolto "ai
nostri fratelli musulmani"
Nell’odierna
festa di Sant’Andrea, Patrono della Chiesa ortodossa, il Papa al
termine della Messa celebrata nel campo sportivo di Bangui ha rivolto
un augurio speciale al Patriarca ecumenico Bartolomeo, al quale ha
inviato anche un messaggio...
“Da qui dal cuore dell’Africa, vorrei rivolgermi al mio carissimo
fratello Bartolomeo Patriarca ecumenico. Gli faccio gli auguri di
felicità, di fraternità, e chiedo al Signore che benedica le nostre
Chiese sorelle... Il mondo oggi ha grande bisogno di riconciliazione
specie alla luce di cosi tanto sangue versato nei recenti attacchi
terroristici. Possiamo noi accompagnare le vittime con la nostra
preghiera e rinnovare il nostro impegno per una pace duratura
promuovendo il dialogo tra fedi religiose..."
GIUBILEO DELLA MISERICORDIA
PALERMO - Anche la Chiesa di Palermo, come tutte le altre diocesi del
mondo, si prepara a vivere il Giubileo della Misericordia e ha voluto
evidenziare al massimo il significato di questo appuntamento
straordinario voluto da Papa Francesco, scegliendo tra le porte sante
attraverso cui «trovare la via della conversione» anche un luogo
speciale: la Missione Speranza e Carità di Biagio Conte.
La porta da aprire e varcare sarà quella della chiesa in costruzione
nella sede di via Decollati, sulle rive del fiume Oreto, dove vengono
ospitati da anni ormai circa settecento persone che non hanno un tetto,
né una famiglia, soprattutto migranti e senza fissa dimora. Uomini soli
che nella Cittadella del povero hanno trovato pace e possibilità di
futuro.
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Nel cammino di avvicinamento al
Giubileo di misericordia era opportuno che fossimo rassicurati da una
autorità curiale sul fatto che le porte che si aprono per l’Anno santo
saranno subito richiuse e sprangate, con chiavistello a doppia mandata,
perché sia salvaguardata la giustizia stabilita dalla Chiesa, senza
cedere alle esitazioni della parola del Vangelo o agli approfondimenti
delle coscienze. No, la legge della Chiesa si propone come superiore al
Dio altissimo e invisibile e alla coscienza profonda e partecipe. E la
legge è immodificabile, senza possibilità di alterazione, perfettamente
coerente e unica vera garanzia di giustizia e di misericordia.
Il Card. Sarah dice che la comunione è solo per i perfetti: cattolici, in stato di grazia, non irregolari...
Andrea Grillo: Il card. Sarah si affretta a chiudere la porta santa. La comunione è
solo per cattolici in stato di grazia e in regola con le leggi canoniche
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28/11/2015:
29/11/2015:
30/11/2015:
01/12/2015:
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Verrà proiettato domani nell’Aula Paolo VI in Vaticano il film “Chiamatemi Francesco”
A questa eccezionale anteprima – informa un comunicato
dell’Elemosineria Apostolica – “il Santo Padre ha voluto invitare i
poveri, i senzatetto, i profughi, le persone più bisognose insieme ai
loro volontari, religiosi e laici, che operano quotidianamente nella
carità”. Pertanto, “tutti i 7.000 biglietti disponibili sono stati
riservati esclusivamente ai poveri e ai volontari e distribuiti
attraverso le parrocchie, le associazioni e le varie realtà caritative
della città di Roma e Provincia”.
Al termine della proiezione, una “cena al sacco” per i poveri...
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Esce al cinema il 3 dicembre il
film dedicato a Jorge Mario Bergoglio: "Chiamatemi Francesco" di
Daniele Luchetti. Il regista, non credente, ammette: "Dopo questo film
credo di più alla gente che crede"
Gigliola Alfaro: Chiamatemi Francesco - Lucchetti: "Il Papa un uomo coraggioso che ha realizzato il suo sogno"
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2 dicembre 2015
Poco
prima dell’udienza generale in Piazza San Pietro, Papa Francesco ha
benedetto la nuova “Autocappella”, utilizzata durante il servizio
pastorale della Missione Mariana del Rosario del Santuario di Pompei.
Per la prima volta, nella storia della Missione Mariana, un Pontefice
ha impartito la benedizione al mezzo che porta in tutte le diocesi del
mondo l’Immagine della Vergine di Pompei. Le Missioni organizzate dal
Santuario di Pompei, durante il tempo della loro celebrazione, portano
una copia dell’Icona della Vergine del Rosario di Pompei nelle diocesi
che ne fanno richiesta, per un tempo forte di preghiera ed
evangelizzazione.
«La
convivenza tra ricchezza e miseria è una vergogna per l’umanità». A
poche ore della conclusione del viaggio in Africa, dove ha potuto
toccare con mano le contraddizioni di questa terra di sofferenza e di
speranza, Papa Francesco è tornato a denunciare con forza lo scandalo
della povertà — uno scandalo che non è solo in Africa ma ovunque —
esortando gli uomini a vincere «la sfida globale della nostra epoca:
tutelare il creato riformando il modello di sviluppo perché sia equo,
inclusivo e sostenibile».
Nel
ripercorrere con i fedeli presenti in piazza San Pietro all’udienza
generale di mercoledì 2 dicembre, le tappe principali della visita in
Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana, quest’ultima nel cuore
geografico del continente, il Pontefice ha ricordato i momenti più
significativi vissuti a Nairobi, la più grande città dell’Africa
orientale, Kampala e Bangui, sottolineando in particolare l’importanza
dei missionari e dei giovani per la Chiesa locale.
Viaggio Apostolico in Africa
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nei
giorni scorsi ho compiuto il mio primo Viaggio apostolico in Africa. È
bella l’Africa! Rendo grazie al Signore per questo suo grande dono, che
mi ha permesso di visitare tre Paesi: dapprima il Kenia, poi l’Uganda e
infine la Repubblica Centrafricana. Esprimo nuovamente la mia
riconoscenza alle Autorità civili e ai Vescovi di queste Nazioni per
avermi accolto, e ringrazio tutti coloro che in tanti modi hanno
collaborato. Grazie di cuore!
Il
Kenia è un Paese che rappresenta bene la sfida globale della nostra
epoca: tutelare il creato riformando il modello di sviluppo perché sia
equo, inclusivo e sostenibile. Tutto questo trova riscontro in Nairobi,
la più grande città dell’Africa orientale, dove convivono ricchezza e
miseria: ma questo è uno scandalo! Non solo in Africa: anche qui,
dappertutto. La convivenza tra ricchezza e miseria è uno scandalo, è
una vergogna per l’umanità. A Nairobi ha sede proprio l’Ufficio delle Nazioni Unite per l’Ambiente, che ho visitato. In
Kenia ho incontrato le Autorità e i Diplomatici, e anche gli abitanti
di un quartiere popolare; ho incontrato i leader delle diverse
confessioni cristiane e delle altre religioni, i sacerdoti e i
consacrati, e ho incontrato i giovani, tanti giovani! In
ogni occasione ho incoraggiato a fare tesoro della grande ricchezza di
quel Paese: ricchezza naturale e spirituale, costituita dalle risorse
della terra, dalle nuove generazioni e dai valori che formano la
saggezza del popolo. In
questo contesto così drammaticamente attuale ho avuto la gioia di
portare la parola di speranza di Gesù: “Siate saldi nella fede, non
abbiate paura”. Questo era il motto della visita. Una parola che
viene vissuta ogni giorno da tante persone umili e semplici, con nobile
dignità; una parola testimoniata in modo tragico ed eroico dai giovani
dell’Università di Garissa, uccisi il 2 aprile scorso perché cristiani.
Il loro sangue è seme di pace e di fraternità per il Kenia, per
l’Africa e per il mondo intero.
Poi, in Uganda la mia visita è avvenuta nel segno dei Martiri di quel Paese, a 50 anni dalla loro storica canonizzazione, da parte del beato Paolo VI. Per questo il motto era: «Sarete miei testimoni» (At 1,8). Un
motto che presuppone le parole immediatamente precedenti: «Avrete forza
dallo Spirito Santo», perché è lo Spirito che anima il cuore e le mani
dei discepoli missionari. E tutta la visita in Uganda si è svolta nel
fervore della testimonianza animata dallo Spirito Santo.Testimonianza in senso esplicito è il servizio dei catechisti,
che ho ringraziato e incoraggiato per il loro impegno, che spesso
coinvolge anche le loro famiglie. Testimonianza è quella della carità,
che ho toccato con mano nella Casa di Nalukolongo,
ma che vede impegnate tante comunità e associazioni nel servizio ai più
poveri, ai disabili, ai malati. Testimonianza è quella dei giovani che,
malgrado le difficoltà, custodiscono il dono della speranza e cercano
di vivere secondo il Vangelo e non secondo il mondo, andando
contro-corrente. Testimoni sono i sacerdoti, i consacrati e le consacrate che
rinnovano giorno per giorno il loro “sì” totale a Cristo e si dedicano
con gioia al servizio del popolo santo di Dio. E c’è un altro gruppo di
testimoni, ma ne parlerò dopo. Tutta questa multiforme testimonianza,
animata dal medesimo Spirito Santo, è lievito per l’intera società,
come dimostra l’opera efficace compiuta in Uganda nella lotta all’AIDS
e nell’accoglienza dei rifugiati.
La
terza tappa del viaggio è stata nella Repubblica Centrafricana, nel
cuore geografico del continente: proprio, è il cuore dell’Africa.
Questa visita era in realtà la prima nella mia intenzione, perché quel
Paese sta cercando di uscire da un periodo molto difficile, di
conflitti violenti e tanta sofferenza nella popolazione. Per questo ho
voluto aprire proprio là, a Bangui, con una settimana di anticipo, la
prima Porta Santa del Giubileo della Misericordia, come segno di fede e
di speranza per quel popolo, e simbolicamente per tutte le popolazioni
africane le più bisognose di riscatto e di conforto. L’invito di Gesù ai discepoli: «Passiamo all’altra riva» (Lc8,22), era il motto per il Centrafrica. “Passare all’altra riva”,
in senso civile, significa lasciare alle spalle la guerra, le
divisioni, la miseria, e scegliere la pace, la riconciliazione, lo
sviluppo. Ma questo presuppone un “passaggio” che avviene nelle
coscienze, negli atteggiamenti e nelle intenzioni delle persone. E a
questo livello è decisivo l’apporto delle comunità religiose. Perciò ho incontrato le Comunità Evangeliche e quella musulmana, condividendo la preghiera e l’impegno per la pace. Con i sacerdoti e i consacrati, ma anche con i giovani, abbiamo condiviso la gioia di sentire che il Signore risorto è con noi sulla barca, ed è Lui che la guida all’altra riva. E
infine nell’ultima Messa, allo stadio di Bangui, nella festa
dell’apostolo Andrea, abbiamo rinnovato l’impegno a seguire Gesù,
nostra speranza, nostra pace, Volto della divina Misericordia.
Quell’ultima Messa è stata meravigliosa: era piena di giovani, uno
stadio di giovani! Ma più della metà della popolazione della Repubblica
Centrafricana sono minorenni, hanno meno di 18 anni: una promessa per
andare avanti!
Vorrei dire una parola sui missionari. Uomini e donne che hanno lasciato la patria, tutto… Da
giovani se ne sono andati là, conducendo una vita di tanto tanto
lavoro, alle volte dormendo sulla terra. A un certo momento ho trovato
a Bangui una suora, era italiana. Si vedeva che era anziana: “Quanti
anni ha?”, ho chiesto. “81” – “Ma, non tanto, due più di me”. - Questa
suora era là da quando aveva 23-24 anni: tutta la vita! E come lei,
tante. Era con una bambina. E la bambina, in italiano, le diceva:
“Nonna”. E la suora mi ha detto: “Ma io, proprio non sono di qua, del
Paese vicino, del Congo; ma sono venuta in canoa, con questa bambina”.
Così sono i missionari: coraggiosi. “E cosa fa lei, suora?” – “Ma, io
sono infermiera e poi ho studiato un po’ qui e sono diventata ostetrica
e ho fatto nascere 3.280 bambini”. Così mi ha detto. Tutta una vita per
la vita, per la vita degli altri. E come questa suora, ce ne sono
tante, tante: tante suore, tanti preti, tanti religiosi che bruciano la
vita per annunciare Gesù Cristo. E’ bello, vedere questo. E’ bello.
Io
vorrei dire una parola ai giovani. Ma, ce ne sono pochi, perché la
natalità è un lusso, sembra, in Europa: natalità zero, natalità 1%. Ma
mi rivolgo ai giovani: pensate cosa fate della vostra vita. Pensate a
questa suora e a tante come lei, che hanno dato la vita e tante sono
morte, là. La missionarietà, non è fare proselitismo:
mi diceva questa suora che le donne mussulmane vanno da loro perché
sanno che le suore sono infermiere brave che le curano bene, e non
fanno la catechesi per convertirle! Rendono testimonianza; poi a chi
vuole fanno la catechesi. Ma la testimonianza: questa è la grande missionarietà eroica della Chiesa. Annunciare Gesù Cristo con la propria vita! Io
mi rivolgo ai giovani: pensa a cosa vuoi fare tu della tua vita. È il
momento di pensare e chiedere al Signore che ti faccia sentire la sua
volontà. Ma non escludere, per favore, questa possibilità di diventare
missionario, per portare l’amore, l’umanità, la fede in altri Paesi.
Non per fare proselitismo: no. Quello lo fanno quanti cercano un’altra
cosa. La fede si predica prima con la testimonianza e poi con la parola. Lentamente.
Lodiamo
insieme il Signore per questo pellegrinaggio in terra d’Africa, e
lasciamoci guidare dalle sue parole-chiave: “Siate saldi nella fede,
non abbiate paura”; “Sarete miei testimoni”; “Passiamo all’altra riva”.
video della catechesi
Saluti:
...
Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana! ...
Domenica
scorsa abbiamo iniziato il Tempo di Avvento. Esorto tutti a vivere
questo tempo di preparazione alla nascita di Gesù, Volto del Padre
misericordioso, nel contesto straordinario del Giubileo, con spirito di
carità, maggiore attenzione a chi è nel bisogno, e con momenti di
preghiera personale e comunitaria.
Rivolgo
un saluto ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Il Dio della
pace vi stimoli, cari giovani, ad essere promotori di dialogo e
comprensione; aiuti voi, cari ammalati, a guardare alla croce di Cristo
per imparare ad affrontare con serenità la sofferenza; e favorisca in
voi, cari sposi novelli, la crescita della pace e dell’amore nella
vostra nuova famiglia.
testo integrale
video integrale
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Francesco in Africa e la sua sintonia con il mondo,
senza essere "mondano"
di Luis Badilla
Ovviamente
saranno molti e interessanti, e forse originali e stimolanti, i bilanci
che saranno fatti nelle prossime ore sulla straordinaria Visita di Papa
Francesco a tre Nazioni africane. Eventi e magistero offrono
sufficiente materiale per analisi e commenti approfonditi,
incominciando per dire che il Viaggio si è svolto senza nessun
incidente o pericolo spesso paventati con enfatica retorica e a volte
anche motivati da interessi poco chiari. Per quanto ci riguarda
vogliamo offrire una lettura immediata e semplice che salta sul primo
piano, subito, non appena si entra nel magistero africano di Francesco.
Il Santo Padre, senza essere mondano, cosa alla quale invita spesso i cristiani e l'intera Chiesa, ha
mostrato e dimostrato di essere in piena e totale sintonia con il
mondo, con le sue angosce, speranze, travagli e preoccupazioni. Molte
questioni centrali e di grande portata dell’attuale situazione del
mondo fanno parte dell'agenda del suo pontificato che l'8 dicembre
compierà 1.000 giorni. Francesco ancora una volta ha dimostrato di saper ascoltare il battito del cuore dell'umanità odierna. Se
fosse necessario offrire un'ulteriore prova di quanto diciamo
basterebbe leggere la conferenza stampa del Papa, ieri, rientrando
dall'Africa.
La
sua attenzione e la sua sollecitudine verso il mondo sono talmente
acute, profonde e lungimiranti che, in questi giorni, gradualmente,
mentre passava da un Paese a un altro, ha elencato - con analisi
puntuali e di grande corposità concettuale - tutte le grandi emergenze
dell'umanità, dei popoli, e soprattutto lo ha fatto in un modo
credibile. Questa
credibilità è la sua forza e, naturalmente, è un "qualcosa" più unico
che raro con i tempi che corrono. La gente, i popoli, le persone,
percepiscono subito questa credibilità e l’accettano con fiducia e
speranza.
Lui stesso si è definito "apostolo della speranza"
e i popoli africani lo hanno capito stringendosi a lui non solo per
proteggerlo ma, anzitutto, per sostenerlo e incoraggiarlo. A volte è
sembrato che questi popoli non solo pregano per lui ma vanno oltre:
accompagnano queste preghiere con una partecipazione totale quasi
sentendo che nel pontificato di Francesco è i gioco anche il destino
personale di ciascuno.
...
In
questa preghiera del Vescovo per il suo popolo e del popolo per il suo
Vescovo c’è il fondamento della sintonia di Francesco con il mondo e
con l’umanità. E ciò si è visto nelle recenti giornate africane di Francesco.
Postilla. Francesco,
ieri ha concluso la sua conversazione con i giornalisti sull’aereo
pronunciando un frase brevissima ma di una rilevanza enorme e non
scontata; frase che sicuramente a molti che ritengono che il Papa è
infallibile anche quando parla sull'andamento della borsa e sugli
allevamenti di polli, non piacerà.
Ha detto: «Rispondo quello che so e quello che non so non lo dico, non invento».
Ecco un altro fondamento della credibilità di Papa Francesco.
(fonte: Il sismografo 1/12/2015)
Vedi anche il nostro post precedente: PAPA
FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA
CENTRAFRICANA - Conferenza Stampa di Papa Francesco sul volo di ritorno
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«Noi stiamo con papa Francesco».
Nuovo appello della Chiesa di base a sostegno di Bergoglio
di Luca Kocci
«Noi
stiamo con Francesco, contro la corruzione nella Chiesa e nella
società, per un nuovo umanesimo». Comincia così l’appello a sostegno di
papa Francesco lanciato in queste ore da un gruppo di cristiani laici
di Treviso che si dicono «amareggiati per la corruzione fino ai vertici
delle strutture ecclesiastiche e sconcertati e stanchi degli attacchi
da tutte le parti, dentro e fuori la Chiesa alla persona di papa
Francesco».
Vogliamo
«esprimere vicinanza, condivisione, incoraggiamento e consolazione a
Francesco, sempre ammirati dalla sua fortezza, coerenza e coraggio»,
spiegano i promotori – che hanno incassato, fra gli altri, la firma di
don Albino Bizzotto, dei Beati i costruttori di pace –, e vogliamo
«sentirci partecipi e responsabili del suo stesso impegno per una
Chiesa a servizio di tutti i poveri e di tutta la Terra». Anche la
Chiesa, aggiungono, «in una parte delle sue istituzioni è
contrassegnata da una profonda decadenza, disgiunta dalla proposta del
Vangelo. Sconcertati, ma nel contempo fiduciosi nella scossa di
rinnovamento avviata da Francesco, abbiamo sentito forte la necessità
non solo di esprimere a lui il nostro pieno sostegno, ma anche di
invitare altri a partecipare con noi».
Questo
di Treviso è il secondo appello a sostegno di papa Francesco che parte
dalla Chiesa di base. Nel dicembre 2014, in seguito ad un articolo di
Vittorio Messori sul Corriere della Sera – molto critico nei confronti
di Bergoglio –, don Paolo Farinella ne lanciò un altro (“Fermiamo gli
attacchi a papa Francesco”) che ha raccolto quasi 20mila adesioni, fra
cui quelle del movimento Noi Siamo Chiesa e delle delle Comunità
cristiane di base di tutta Italia (v. Adista Notizie nn. 1, 2 e 4/15).
Ecco il testo dell’appello, che può essere sottoscritto qui.
«Siamo
ogni giorno testimoni di violenza, di rifiuto e di disumanità tra i
popoli. Anche la Chiesa Cattolica nelle sue strutture è sconvolta da
corruzione e scandali. In questo contesto noi – amanti della giustizia,
della libertà e della pace – sosteniamo Francesco, che, alla luce del
Vangelo, ogni giorno: vive ed annuncia con gioia la centralità della
persona umana, vicino agli scartati e ai sofferenti; promuove una
chiesa aperta a tutti, di dialogo, di tenerezza e di misericordia;
propone una nuova relazione di cura e di responsabilità verso il
creato; lotta con determinazione contro la corruzione per una chiesa
povera e di servizio. Il popolo di Dio – cioè il popolo tutto –
sostiene con convinzione e responsabilità Francesco nell'opera di
rinnovamento della Chiesa secondo il Vangelo».
*Immagine
di Raffaele Esposito, tratta dal sito Flickr, licenza, immagine
originale. La foto è stata ritagliata. Le utilizzazioni in difformità
dalla licenza potranno essere perseguite(fonte: Adista)
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«UN LIBRO COME FUOCO»
LETTERA DI PAPA FRANCESCO
AI GIOVANI
Offriamo
la versione italiana della prefazione scritta dal Pontefice per una
edizione della Bibbia destinata ai giovani, i quali hanno collaborato a
discutere e scriverne i commenti. Segue una breve presentazione
dell’opera.
Miei cari giovani amici,
se
voi vedeste la mia Bibbia, forse non ne sareste affatto colpiti.
Direste: «Cosa? Questa è la Bibbia del Papa? Un libro così vecchio,
così sciupato!». Potreste anche regalarmene una nuova, magari anche una
da 1.000 euro: no, non la vorrei. Amo la mia vecchia Bibbia, quella che
ha accompagnato metà della mia vita. Ha visto la mia gioia, è stata
bagnata dalle mie lacrime: è il mio inestimabile tesoro. Vivo di lei e
per niente al mondo la darei via.
La
Bibbia per i giovani, che avete appena aperto, mi piace molto: è così
vivace, così ricca di testimonianze di santi, di giovani, che fa venir
voglia di leggerla d’un fiato, dall’inizio fino all’ultima pagina. E
poi…? Poi la nascondete, sparisce sul ripiano di una libreria, magari
dietro, in terza fila, finendo per riempirsi di polvere. Finché un
giorno i vostri figli la venderanno al mercatino dell’usato. No: questo
non può essere!
...
Che
cosa tenete allora in mano? Un capolavoro letterario? Una raccolta di
antiche e belle storie? In tal caso, bisognerebbe dire ai molti
cristiani che si fanno incarcerare e torturare per la Bibbia: «Davvero
stolti e poco avveduti siete stati: è solo un’opera letteraria!». No, con la Parola di Dio la luce è venuta nel mondo e mai più sarà spenta.
Nella mia esortazione apostolica Evangelii gaudium ho scritto: «Noi non
cerchiamo brancolando nel buio, né dobbiamo attendere che Dio ci
rivolga la parola, perché realmente “Dio ha parlato, non è più il
grande sconosciuto, ma ha mostrato se stesso”. Accogliamo il sublime
tesoro della Parola rivelata» (n. 175).
Avete dunque tra le mani qualcosa di divino: un libro come fuoco, un libro nel quale Dio parla.
Perciò ricordatevi: la Bibbia non è fatta per essere messa su uno
scaffale, piuttosto è fatta per essere tenuta in mano, per essere letta
spesso, ogni giorno, sia da soli sia in compagnia. Del resto in
compagnia fate sport, andate a fare shopping; perché allora non leggere
insieme, in due, in tre o in quattro, la Bibbia? Magari all’aperto,
immersi nella natura, nel bosco, in riva al mare, la sera al lume di
una candela… farete un’esperienza potente e sconvolgente. O forse avete
paura di apparire ridicoli di fronte agli altri?
Leggete con attenzione. Non rimanete in superficie, come
si fa con un fumetto! La Parola di Dio non la si può semplicemente
scorrere con lo sguardo! Domandatevi piuttosto: «Cosa dice questo al
mio cuore? Attraverso queste parole, Dio mi sta parlando? Sta forse
suscitando il mio anelito, la mia sete profonda? Cosa devo fare?». Solo
così la Parola di Dio potrà dispiegare tutta la sua forza; solo così la
nostra vita potrà trasformarsi, diventando piena e bella.
Voglio confidarvi come leggo la mia vecchia Bibbia:
spesso la prendo, la leggo per un po’, poi la metto in disparte e mi
lascio guardare dal Signore. Non sono io a guardare Lui, ma Lui guarda
me: Dio è davvero lì, presente. Così mi lascio osservare da Lui e sento
— e non è certo sentimentalismo —, percepisco nel più profondo ciò che
il Signore mi dice.
A
volte non parla: e allora non sento niente, solo vuoto, vuoto, vuoto…
Ma, paziente, rimango là e lo attendo così, leggendo e pregando. Prego
seduto, perché mi fa male stare in ginocchio. Talvolta, pregando,
persino mi addormento, ma non fa niente: sono come un figlio vicino a
suo padre, e questo è ciò che conta.
Volete farmi felice? Leggete la Bibbia.
Vostro
Papa Francesco
* * *
Il
testo di Papa Francesco che La Civiltà Cattolica offre oggi ai suoi
lettori è stato scritto per essere la prefazione a una Bibbia per i
giovani, i quali hanno collaborato a discutere e scriverne i commenti ...
L’obiettivo
della nuova Bibbia per i giovani è quello di offrire un primo approccio
dinamico e attraente al testo biblico. Per questo sono stati
selezionati alcuni passi rilevanti dal punto di vista teologico e
spirituale, che siano accessibili ai lettori ai quali essa è destinata.
Per mostrare la ricchezza del canone biblico, si è scelto di presentare
almeno un brano tratto da ciascuno dei libri canonici. Mostrando la
bellezza e il fascino della Bibbia, il libro vuole accendere la
curiosità e suscitare l’interesse per una lettura integrale e
approfondita del testo biblico.
(fonte: La Civiltà Cattolica n° 3972 del 2015/12/26)
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C'è una grammatica dei gesti,
in Francesco, che trascende le stesse parole che pronuncia. Che le lega
insieme e le spiega più ancora dell’immediato, semplice lessico che il
Papa usa per renderle subito comprensibili e accessibili a tutti. E che
le trasforma in teologia. Dai più semplici, come il suo continuo
cercare gli occhi dei singoli che gli stanno davanti, fossero pure
milioni, a dirci che i suoi interlocutori non sono "i credenti", ma sei
proprio "tu che sto guardando ora" – tu, lui, ciascuno di quanti riesce
a incrociare con lo sguardo – fino a quelli più, apparentemente,
complessi da interpretare, ma che comunque, in qualche modo, finiscono
sempre per "arrivare", anche senza che magari ce ne se renda conto.
Ossia a legare, spiegare parole, e farne teologia.
Salvatore Mazza: Ognuno sia "porta": la grammatica dei gesti del Papa
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2) Il
servizio di "Lectio" a cura di fr. Egidio Palumbo alla pagina:
http://digilander.libero.it/tempo_perso_2/la_lectio_del_Vangelo_della_domenica.htm
3)
Il servizio omelia di P.
Gregorio on-line (mp3) alla pagina
http://digilander.libero.it/tempodipace/l_omelia_di_p_Gregorio.htm
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