"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°22 del 2015

Aggiornamento della settimana

- dal 5 all'11 dicembre 2015 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 18 dicembre 2015

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


LECTIO DIVINA

 a cura di Fr. Egidio Palumbo




OMELIA 

  
   di P. Gregorio Battaglia
  
   di P. Aurelio Antista

 di P. Alberto Neglia


PREGHIERA DEI FEDELI

 
N. B. La Lectio è temporaneamente sospesa



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 





Buon cammino di Avvento!!!

  Il tempo di Avvento ci infonde speranza...


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GIUBILEO DELLA MISERICORDIA


  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)



Misericordia un appello rivolto a tutti di Vito Mancuso



Misericordia 
un appello rivolto a tutti
Il Papa e l’Occidente ferito 
“avere cura dei poveri” 
non è esclusiva cristiana 
di Vito Mancuso

Le parole chiave sono due: giubileo e misericordia. La domanda invece è una sola: ci sono sensati motivi oggi perché una mente razionale faccia sua la prospettiva di vivere all’insegna del giubilo e della misericordia? Dicendo “oggi” non mi riferisco solo al clima di paura dentro cui siamo immersi ogni giorno di più; mi riferisco anche e soprattutto alla filosofia di vita che pervade la mente occidentale da qualche secolo a questa parte rendendola incapace di generare pace perché concepisce l’esistenza come “guerra di tutti contro tutti” (Hobbes), “lotta per la sopravvivenza” (Darwin), “volontà di potenza” (Nietzsche). Oggi si è perlopiù convinti che pensare in modo rigoroso conduca necessariamente al conflitto perché già la natura nella sua intima essenza è considerata come conflitto, mentre ogni prospettiva che invita all’armonia viene sentita come evasione e incapacità di cogliere la realtà. Dalla destra liberista alla sinistra neodarwinista il pensiero occidentale oggi si muove all’insegna del detto di Eraclito “il conflitto è padre di tutte le cose e di tutte è re” (fr. 14). Si dimentica però quanto il grande filosofo aggiungeva, cioè che “da elementi che discordano si ha la più bella armonia” (fr. 24) e che “armonia invisibile è migliore della visibile” (fr. 27) …

Il Giubileo straordinario della misericordia indetto da Francesco è una celebrazione di quell’armonia invisibile nominata da Eraclito e a cui tutti gli esseri umani, se aprono il cuore e la mente, possono partecipare.  
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Francesco fonda l’appello alla misericordia in prospettiva cristiana dicendo che “Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre”. Ma non si tratta di un’esclusiva cristiana. La Bibbia ebraica istituisce il giubileo nel Levitico e celebra la misericordia divina nei Salmi. L’islam apre ognuna delle 114 sure del Corano “nel nome di Dio clemente e misericordioso”. Il buddhismo insegna la misericordia mediante la dottrina delle quattro dimore divine: gentilezza amorevole verso tutti, compassione infinita verso i sofferenti, gioia compartecipe, equanimità. Tutte le religioni genuinamente interpretate hanno al centro l’ideale di pace e misericordia. 

Si tratta di una prospettiva cui può giungere anche la pura ragione. Guardare gli altri con occhi sinceri significa infatti praticare l’imperativo categorico kantiano: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo” (Fondazione della metafisica dei costumi, BA 67). La misericordia solidale non è buonismo dolciastro, è applicazione della legge etica fondamentale dell’umanità.
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Papa Francesco è una mente che pensa e un cuore che ama, e per questo le sue parole e i suoi gesti giungono come un balsamo sulle piaghe della sfiduciata mente occidentale. Egli invita a prendersi cura dei poveri: facendo così forse scopriremo che la vera povertà non riguarda le tasche, riguarda gli occhi e la loro incapacità di guardare gli altri in modo sincero. 

(Articolo pubblicato in Repubblica 2 dicembre 2015)


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Dove sono i leoni di Raniero La Valle



Dove sono i leoni
di Raniero La Valle

Il papa va a Bangui ad aprire l’anno santo della misericordia e siccome le grandi idee hanno bisogno di simboli concreti il papa, per significare l’ingresso in questo anno di misericordia, aprirà una porta. Ma per lo stupore di tutte le generazioni che si sono succedute dal giubileo di Bonifacio VIII ad oggi, la porta che aprirà non sarà la porta “santa” della basilica di san Pietro, ma la porta della cattedrale di Bangui, il posto, ai nostri appannati occhi occidentali, più povero, più derelitto e più pericoloso della terra.
Ma si tratta non solo di cominciare un anno di misericordia. Che ce ne facciamo di un anno solo in cui ritorni la pietà? Quello che il papa vuol fare, da quando ha messo piede sulla soglia di Pietro, è di aprire un’età della misericordia, cioè di prendere atto che un’epoca è finita e un’altra deve cominciare. Perché, come accadde dopo l’altra guerra mondiale e la Shoà, e Hiroshima e Nagasaki, abbiamo toccato con mano che senza misericordia il mondo non può continuare, anzi, come ha detto in termini laici papa Francesco all’assemblea generale dell’ONU, è compromesso “il diritto all’esistenza della stessa natura umana”. Il diritto!
Di fronte alla gravità di questo compito, si vede tutta la futilità di quelli che dicono che, per via del terrorismo, il papa dovrebbe rinunziare ad andare in Africa (“dove sono i leoni” come dicevano senza curarsi di riconoscere alcun altra identità le antiche carte geografiche europee) e addirittura dovrebbe revocare l’indizione del giubileo, per non dare altri grattacapi al povero Alfano.

Ma il papa, che ha come compito peculiare del suo ministero evangelico di “aprire la vista ai ciechi”, ci ha spiegato che il vero mostro che ci sfida, che è “maledetto”, non è il terrorismo, ma è la guerra. Il terrorismo è il figlio della guerra e non se ne può venire a capo finché la guerra non sia soppressa. La guerra si fa con le bombe, il terrorismo con le cinture esplosive. Non c’è più proporzione, c’è una totale asimmetria, le portaerei e i droni non possono farci niente. Possiamo nei bla bla televisivi o governativi fare affidamento sull’”intelligence”, ma si è già visto che è una bella illusione.
Questo vuol dire che per battere il terrorismo occorre di nuovo ripudiare quella guerra di cui, dal primo conflitto del Golfo in poi, l’Occidente si è riappropriato mettendola al servizio della sua idea del mercato globale, e che da allora ha provocato tormenti senza fine, ha distrutto popoli e ordinamenti, suscitato torture e vendette, inventato fondamentalismi e trasformato atei e non credenti in terroristi di Dio.
E che cosa è rimasto di tutte queste guerre?
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E se decideremo di smetterla con i bombardamenti e la guerra, potremo promuovere una vera operazione di polizia internazionale, non solo autorizzata, ma eseguita dall’ONU, e non sotto un comando nazionale, per ristabilire il diritto nelle terre devastate dall’ISIS e dunque ripristinare l’integrità territoriale dell’Iraq e della Siria, lasciando ai siriani di decidere cosa fare con Assad. Il papa aveva detto, già dopo Charlie Hebdo, tornando dalla Corea del Sud, che “l’aggressore ingiusto ha il diritto di essere fermato, perché non faccia del male”. Non è solo nostro dovere è suo diritto; e anche i giovani estremisti che vengono reclutati per andare in Siria a indottrinarsi e poi tornare in Europa a suicidarsi hanno il diritto di essere salvati da noi e di non avere alcuna Siria in cui andare a buttare la vita. Questo è ciò che richiede il diritto internazionale se finalmente si darà attuazione al capitolo VII della Carta dell’ONU, ed è la cosa più “nonviolenta” che si può fare per neutralizzare e battere l’ISIS.
(fonte: Il Manifesto)


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Il Giubileo e la sua grazia di Massimo Toschi



Il Giubileo e la sua grazia
di Massimo Toschi

Da Bangui a san Pietro, e poi in tutto il mondo, questo cammino di conversione è la risposta della Chiesa al tempo che stiamo vivendo, alla dominante culturale della guerra e della violenza

Il Giubileo arriva a Roma, a San Pietro, arriva nella Chiesa italiana, arriva nelle periferie di questa Chiesa e la chiama alla grande conversione. Una conversione che la aiuti a liberarsi delle sue ossessioni, in particolare quella del potere, che per decenni l’ha attraversata e che è figlia di quella cultura pelagiana che papa Francesco ha più volte criticato in modo lucido e severo.

La grazia di questo Giubileo sarà di prendere sul serio il grande discorso che il papa ha fatto a Firenze e che le sintesi dei cinque gruppi sorprendentemente ignorano, mostrando una cecità spirituale che lascia stupefatti.

Siamo chiamati a discernere il tempo della guerra e della violenza che oggi viviamo. Ecco, il Giubileo della misericordia è la risposta della Chiesa al tempo che stiamo vivendo, alla dominante culturale della guerra e della violenza, che sembra alimentare il cuore di molti.

Di fronte ai giacimenti di odio la Chiesa ha la medicina inesauribile della misericordia, come diceva papa Giovanni nel grande discorso di apertura del Concilio.

Se il concilio, al suo inizio, nel 1962, voleva rispondere alle cicatrici della tragedia della Seconda guerra mondiale e se papa Giovanni lo convocava per fare la pace nel tempo della guerra fredda, oggi papa Francesco, con la convocazione del Giubileo straordinario della misericordia, vuole reagire spiritualmente alla Terza guerra mondiale fatta a pezzi, come ha più volte definito questa stagione di conflitti, che ha il suo cuore nel Medio Oriente e nel Mediterraneo, e dall’Europa arriva all’Africa per giungere a toccare la grande Asia.

Rispetto a questo orizzonte, il convegno della Chiesa italiana ha mostrato una grande cecità, come dicevo, e una grande sottovalutazione di quello che accade nelle nostre città e periferie, ma soprattutto nella nostra storia. Le cinque parole si sono fermate alla retorica, ma non c’è stato un effettivo discernimento della storia, dei suoi processi, dei suoi conflitti.

Una Chiesa che rimane spettatrice di fronte alla sofferenza del mondo e delle sue vittime. Proprio su questo punto la predicazione del papa in Africa è stata fortissima. Ha ribadito con forza che «nella vita della sequela di Gesù non c’è posto per la propria ambizione, né per le ricchezze, né per essere una persona importante nel mondo… perché la Chiesa non è un’impresa, non è una ong. La Chiesa è un mistero: il mistero dello sguardo di Gesù su ognuno di noi, a cui dice “seguimi”».

Il papa chiede a tutta la Chiesa e a tutte le Chiese locali di essere mistero e non ong, e non un’impresa: ecco il grande passaggio dalla porta della purificazione e della misericordia che il Giubileo vuole donare a tutti i credenti e tutte le persone di buona volontà. Ecco, la Chiesa che è mistero, perché non ha né oro né argento, ma si piega su chi è ferito e violato.

Se, come dice il papa, la grazia del Giubileo è l’elemosina della pace, essa è ottenibile nella forza inerme del mistero e non nel calcolo del potere e dell’interesse.Siamo mendicanti di pace e possiamo entrare nel mistero della porta che è Gesù, la porta che è stata aperta tra i poveri e le vittime di Bangui e che continua ad essere aperta come porta della cella dei carcerati, porta della camera dei moribondi, porta insopportabile dei poveri dell’OPG.

Una porta privilegiata dei poveri, che Dio sceglie e preferisce sempre. Una porta speciale per donare e tutti l’elemosina della pace, di una pace che non è firmare un accordo o un documento, ma un incontro con l’altro nella tenerezza dell’amore dei nemici e del perdono, di cui papa Francesco ci chiede di essere artigiani e artisti.

Ecco il frutto del giubileo per la nostra Chiesa italiana: diventare artigiani del perdono e non giustificatori della violenza; diventare specialisti della riconciliazione e non alimentatori di conflitti; gli esperti della misericordia e non della durezza della legge, che si vuole sempre imporre sulle spalle degli altri.

La Chiesa italiana uscirà dalla cultura della paura, per vivere la mitezza e la gioia del Vangelo e dell’incontro, dove la dignità di ciascun credente starà nella mano del Signore, che raduna attorno a sé la folla dei poveri e dei pacifici. 

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(fonte: Città Nuova)

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«MISERICORDIA È COMPASSIONE, PRENDE IL CUORE E LE VISCERE»


A cinquant'anni esatti dalla fine del concilio Vaticano II, papa Francesco apre la Porta Santa di San Pietro. L'Anno Santo durerà fino al 20 novembre 2016. 
Il priore di Bose ci aiuta a capire il significato spirituale del Giubileo. E ci confida come lui stesso, in un momento difficile della sua vita, abbia sperimentato l’amore “scandaloso” di Dio.

Barba bianca e occhi chiari penetranti, Enzo Bianchi è come ti immagini dovessero essere gli antichi padri della Chiesa. Il suo volto è ormai noto anche al grande pubblico: il fondatore della Comunità di Bose è uno scrittore di successo e ospite richiesto (spesso invano) dalle più importanti trasmissioni televisive. Prima di ogni cosa, però, Enzo è un monaco che, da cinquant’anni, vive la sua scelta radicale di vita cristiana insieme ai fratelli e sorelle di Bose sulla Serra morenica di Ivrea, in Piemonte. A lui abbiamo chiesto di spiegare il senso spirituale dell’anno giubilare.

Misericordia è un termine che sembrava dimenticato e che ora è tornato familiare. Qual è il suo significato profondo?

«Letteralmente vuol dire “un cuore per i miseri”. Dunque è il sentimento di vicinanza a chi è in difficoltà, il lasciarsi toccare visceralmente da quelli che sono nella sofferenza. Per questo nella Bibbia la parola misericordia è soprattutto un sentimento materno, quello che la donna prova portando il figlio dentro il suo seno. Non a caso, mentre in latino la parola fa riferimento al cuore, in ebraico fa riferimento alle viscere. Non dimentichiamo, poi, che l’unico nome che Dio ci ha consegnato, fin dai tempi di Mosè, è “il misericordioso, il compassionevole”. Detto questo, però, la misericordia è un sentimento profondamente umano, prima ancora che religioso. Davanti alla sofferenza, ogni uomo e ogni donna sono presi alle viscere, provano una commozione che dice loro: questo non è giusto. E sentono il bisogno di fare qualcosa. Misericordia, dunque, è compassione, tenerezza, amore».

Quali sono, per i cristiani, le conseguenze di questo Dio di misericordia?

«Nel nostro Dio, la misericordia prevale quasi sulla giustizia. Ne è la sostanza. E quando Dio si mette in rapporto con l’uomo, il suo amore diventa misericordia in azione. Noi cristiani siamo coscienti di essere destinatari e beneficiari della misericordia divina. E di conseguenza siamo spinti ancora di più a dare concretezza a questo impulso molto umano che ci abita. Tanto è vero che Gesù ha potuto trasformare il comandamento dell’Antico Testamento “siate santi, perché Io sono santo”, in “siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro che è nei cieli”. Per questo la misericordia è il cuore della nostra fede».

Nel Vangelo, la misericordia di Gesù è anche motivo di scandalo…

«Sì, la misericordia scandalizza. È per questo che Gesù è stato messo in croce, non perché violava la Legge dell’Antico Testamento né la legge romana. Gesù era un ebreo molto osservante della Legge, però i suoi atteggiamenti di misericordia scandalizzavano: si sedeva a tavola con le prostitute e i peccatori, si fermava a dormire a casa loro. Nelle parabole, quando racconta l’amore di Dio, la reazione di molti – soprattutto degli uomini religiosi e di coloro che erano deputati a interpretare le Scritture – era: “Ma così è troppo”. Gesù nei peccatori come l’adultera o la prostituta non vede innanzitutto il peccato, ma la sofferenza e la capacità di amore. Non è la conversione dell’uomo che produce la misericordia di Dio, ma il contrario: la misericordia di Dio provoca la conversione dell’uomo. Questa verità di Gesù, rilanciata dal Papa, è motivo di scandalo e di turbamento ancora oggi. Pure nella Chiesa».

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   «MISERICORDIA È COMPASSIONE, PRENDE IL CUORE E LE VISCERE»




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  Attraversare oggi la Porta Santa...
  Entrare per quella Porta significa...
  Oggi ha varcato la Porta...

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Perché è il primo di un Papa latinoamericano... perché è la prima volta che si apre la Porta Santa di San Pietro a Giubileo iniziato, otto giorni prima, nella Repubblica Centroafricana... perché sono due i Papi, uno emerito e l’altro regnante, presenti nell’atrio della basilica vaticana... perché fa memoria della conclusione del Concilio ecumenico Vaticano II

  Fabio Zavattaro:  Straordinario questo Giubileo della Misericordia, perché…

Da quando lo ha annunciato, prima in modo assai estemporaneo e poi formalmente con la bolla d’indizione, Papa Francesco non ha mai proclamato: «Per l’Anno Santo, venite a Roma!». Al contrario, ha insistito nel sottolineare: «Per ritrovare il cammino della misericordia, venite in chiesa». E in modo assai sintetico, indicando più o meno le date del giubileo straordinario, ha lasciato libere le diocesi di stabilire il numero delle porte sante da aprire. Certamente una in tutte le cattedrali, in uno o più santuari di ogni territorio, nei “luoghi” significativi da individuare tra le opere di assistenza, le carceri, gli ospedali… Facendo un conto approssimativo (circa 4.000 diocesi e circoscrizioni ecclesiastiche, più almeno un santuario per diocesi, più almeno un “luogo” dedicato) si arriva facilmente a 10-12 mila porte sante aperte nelle prossime settimane. Insomma sino a novembre del 2016 l’intera Chiesa di Roma sarà, o almeno dovrebbe essere, un’immensa porta spalancata sul mondo, con la pacifica intenzione di abbracciare l’umanità intera.

 
Francesco Ruffini:  Il caso Giubileo e quel messaggio rivolto alla curia (pdf)

Quante porte sante si apriranno in questo mese di dicembre. Quante saranno davvero simbolo? Quante significheranno davvero lo spalancarsi del cuore di Dio sull'umanità più misera, imperdonabile?

  Fabio Colagrande:  Aprite quella porta

Dalla A alla Z: l'Anno Santo, i suoi riti e i suoi appuntamenti spiegati attraverso le parole chiave

 
Andrea Gualtierii:  B di biglietti, F di Francesco, I di indulgenza: l'alfabeto del Giubileo


... Quella di interiorizzare le ragioni di un percorso di fede è anche la chiave in cui va letto il Giubileo della misericordia che Francesco ha indetto esattamente a «sette settimane di anni» dalla chiusura del Vaticano II. A tutti gli effetti un giubileo del Concilio, di cui riafferma il carattere di evento della storia della salvezza...

 
Giacomo Galeazzi:   L’antico “giro delle sette chiese” e i cento luoghi dell’Anno Santo


“Attraversare oggi la Porta Santa - ci ha detto Francesco l'otto dicembre - significa 'impegnarsi a fare nostra la misericordia del buon samaritano'. Siamo chiamati perciò a cambiare la nostra vita radicalmente con dei gesti concreti, sulla strada su cui ci troviamo, da Gerusalemme a Gerico, e nessuno si può tirare indietro. Nessuno può ignorare l'invito del Papa a riscoprire la tenerezza, a guardare i poveri negli occhi e a toccarli con le nostre mani, senza pregiudizi".

  Fabio Colagrande:   Giubileo: perché i poveri siano davvero i 'privilegiati'

"Dare un segnale di unità in questo momento storico di paura e di confusione”. Izzedine Elzir spiega così la presenza di una delegazione delle comunità islamiche in Italia in piazza San Pietro alla apertura del Giubileo della misericordia. Anche gli ebrei si uniscono alle parole del Pontefice. "E’ importante in questo momento storico avere fiducia nella bontà dell’uomo"

  M: Chiara Biagioni:   Musulmani ed ebrei: il Giubileo apra le porte del nostro cuore alla fiducia nell’altro

Ecco un riepilogo non esaustivo su cosa è in programma in alcune delle principali città italiane.

  AVVENIRE:   Una mappa delle Porte Sante in Italia


Il cardinale Mauro Piacenza, capo della Penitenzieria apostolica, massimo esperto in materia, spiega come vivere il Giubileo. Nel segno del ritorno a Dio e della ritrovata concordia con chi ci vive accanto.

  Saverio Gaeta:   PECCATI E PERDONO: L'INDULGENZA, COS'È E COME SI OTTIENE


Anche in Cina le comunità cattoliche, dopo essersi a lungo preparate, stanno vivendo intensamente l’apertura dell’Anno Santo straordinario della Misericordia, in comunione con la Chiesa universale e con Papa Francesco che lo ha indetto

  FIDES:   Anche in Cina si spalancano tante “Porte della Misericordia”


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I NOSTRI TEMPI





  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)


Nuova strage degli innocenti: MILLE bambini morti nel Mediterraneo nel 2015



La strage è infinita, e continua ad essere dei più piccoli, perché il mare ha restituito altri corpi di bambini. Le ultime vittime sono di un naufragio della notte scorsa: cinque i piccoli morti nell’affondamento di una imbarcazione nell’Egeo a largo dell’isola di Farmakonissi, in totale 11 i morti e una decina di dispersi. Ieri il mare aveva ucciso altri sei bambini, tra loro un neonato, al largo della costa turca di Cesme. Non si conosce il numero esatto di persone a bordo del natante rovesciatosi, soltanto in otto sono stati salvati, tutti afgani. 
Nelle stesse sempre a Cesme, sulla spiaggia, veniva ritrovato il corpicino di Sajida, 5 anni, bimba siriana morta in un naufragio di qualche giorno prima, sempre sulla stessa rotta, quella tra Turchia e Grecia, quest’anno attraversata da oltre 750mila persone, di cui un quarto minori. E mentre Ankara, d’accordo con l’Unione europea, continua a rafforzare i controlli alle frontiere per bloccare i migranti pronti a imbarcarsi, per l’Italia è in arrivo una procedura d’infrazione da parte della Commissione Ue per il mancato rispetto delle regole su Eurodac, il sistema europeo di raccolta delle impronte digitali dei migranti. Intanto, i ministri dell’interno di Francia e Germania, in una lettera alla commissione europea si sono detti fermamente convinti che il flusso di migranti in arrivo in Europa debba essere ridotto. (fonte: Radio Vaticana)

Sei bambini sono morti ieri mattina su un gommone naufragato tra la città costiera turca di Cesme e l’isola greca di Chios. Il più piccolo era ancora in fasce e il più grande aveva 12 anni, così dice, seccamente, il dispaccio della guardia costiera turca che ha recuperato i loro corpi nelle buste nere che siamo stati abituati a vedere in naufragi simili a Lampedusa. Ma c’è qualcosa di strano in questa «tragedia dell’immigrazione» apparentemente uguale a tante altre che i dispacci non dicono. Altri 11 morti si contano alle Canarie, provenieti dal Sahara.

Il tratto di mare tra Cesme e Chios è di poco più di un miglio, 20 minuti di viaggio con il traghetto Erturk Lines per un costo medio di una famiglia di vacanzieri europei con auto al seguito di appena cento euro. Il dispaccio dell’agenzia di Stato turca Anadolu riferisce che sul gommone pieno di migranti all’improvviso hanno ceduto le doghe di legno di rinforzo del fondo del gommone, si sono spezzate, forse per il peso eccessivo o perché il gommone aveva imbarcato acqua appesantendosi ulteriormente.
Ma anche così ciò che non torna è che non ci sia stato un tempestivo intervento della guardia costiera o dell’unità di Frontex che proprio ieri mattina, dal Portogallo, ha iniziato a pattugliare quel tratto di mare fino all’isola più a nord di Lesbo.

È di appena due giorni fa la denuncia dell’ong internazionale Human Right Watch sulle incursioni di uomini vestiti di nero, mascherati in voltocon passamontagna e armati che «a bordo di motoscafi veloci dalla costa turca attaccano i barconi di rifugiati e migranti che cercano di raggiungere le isole greche dell’Egeo». Human Right Watch ha raccolto nove testimonianze tra i migranti dei barconi affondati in questo modo e tornati in Turchia, nella città di Izmir. Dicono che gli uomini neri mascherati si rivolgevano ai migranti in inglese — «Stop, stop», intimavano ai guidatori -, prendevano a manganellate i padri e le madri che imploravano pietà almeno per i loro figli e speronavano le imbarcazioni sovraccariche di persone, mandandole a picco. Bill Frelick, direttore del settore Rifugiati di Human Right Watch si chiede come è possibile che le unità di Frontex non intervengano e come può l’Unione europea far finata di niente di fronte a queste denunce invece di impegnarsi a far luce sulla vicenda.

In base ai dati dell’Unicef un migrante su cinque che quest’anno ha cercato di attraversare il Mediterraneo per raggiungere la ricca Europa è un bambino. Ma quando si va al conteggio dei morti, la percentuale sale a un terzo: dei 3.563 naufraghi accertati di quest’anno nel Mediterraneo, mille erano bambini e minori. 
Mille Aylan Kurdi, il bambino di quattro anni la cui foto, riverso sulla spiaggia di un’isola greca, ha commosso il mondo intero. In quel pezzo di mare prima di questa ultima strage, altri 185 Aylan erano affogati nello stesso modo. 
...

  L’Egeo cimitero di bambini




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La strage degli innocenti continua... ma servirà almeno a farci riflettere per cambiare?


LA STRAGE MARITTIMA DEGLI INNOCENTI
BAMBIN-GESÙ CHE SI CHIAMANO AYLAN 
di Giuliana Martirani

Chissà che Aylan annegato sulla spiaggia di Bodrum, o Zeid, preso a calci da una giornalista “folle” o la piccola baby-profuga siriana che, sull'autostrada Istanbul-Edirne, gattona dinnanzi ai militari in tenuta da guerra con scudi antisommossa e che invece invita all’umano e al sorriso anche il soldato; o le centinaia di bambini accolti dalla culla mediterranea in un definitivo atto di misericordia; chissà che questi bambini teneri e dolci, icona delle tanti morti nel Mediterraneo e sui confini europei, non ci facciano ripensare di nuovo al fatto che siamo invecchiati, anzi morti, dentro più ancora che fuori, come persone, popoli, gruppi, comunità. 
E ci facciano riflettere su tutte le nostre innocenze perdute:
• Con noi stessi a causa del nostro orgoglio e di essere chissà chi
• Con il prossimo a causa del complesso di superiorità 
• Con la natura per il complesso di sottomissione 
• Con i popoli del mondo per il nostro complesso di dominio.
E chissà che non ci facciano di nuovo venir la voglia di RINASCERE come persone, e di rinascere anche come città, così ingiuriosamente sommerse non solo dai rifiuti ma anche dai rifiutati: senza fissa dimora, rom, stranieri, clandestini... scarti e rifiutati!
E non solo quelli RIFIUTATI dalle nostre città ma anche quelli rifiutati dalle nazioni, (dimentiche dei loro ‘sfollati’ d’un tempo) i cacciati via dai nostri respingimenti in mezzo al mare o alle frontiere, dinanzi a nuovi muri, come quello di Berlino d’un tempo e quello d’Israele contro la Palestina e degli Usa contro il Messico, e quello dell’Ungheria, della Slovenia, e quelli africani… di ora, e che si fa finta di non vedere e si rimuove, così, ciò che è vergogna per tutti a causa della nostra in-nocenza distrutta di umani, di fratelli, di cristiani.
E chissà che questi bambini teneri e dolci non ci facciano fare un dirottamento totale per vedere Dio: dalla cima del monte, dove abbiamo voluto relegarlo e raggiungerlo, al profondo della grotta, icona del rifugio precario, in cui milioni di individui si riparano e dove Lui sta, sua dimora regale e reale.
La presunzione dell’ascesi dell’uomo verso Dio, il suo infantile salire sui monti per vederlo, il suo tendere la corda al cielo per arrampicarsi verso di Lui, la pretesa superba dell’uomo che suppone di andare lui verso Dio con infinite preghiere ripetute e biascicate, distrattamente e stancamente, oppure con pratiche di perfezione inflitte a se stessi e agli altri, in uno spasimo di superbia e di orgoglio; oppure con atti di bontà indiretta: buoni solo per raggiungere suppostamente Dio e non buoni per amore; tutto ciò crolla totalmente con la realtà di bambini, nascite e grotte, da secoli ribadite liturgicamente e da secoli ripetute esistenzialmente

Alla grotta bisogna arrivarci: dall’alto dei monti dove noi, come lontane figurine presepiali, siamo infinitamente piccoli che neanche si riesce a vederci, dobbiamo scendere fino alla grotta...


Alla grotta bisogna arrivarci: dall’alto dei monti, dove la nostra identità e statura è infinitamente piccola che neanche si riesce a vederci, appena accennati come esseri, così impegnati come siamo ad esistere e a farci strada, oppure a scalare presuntuosamente la strada verso il cielo...

Alla grotta bisogna arrivarci: dall’alto dei monti, dobbiamo scendere fino all’incontro con il dolore e la povertà che c’è nella grotta: due ragazzi che hanno detto sì alla vita senza aver casa, lavoro e senza neanche essere in regola con le tradizioni, gente che crede ancora nei miracoli e nel miracolo della vita, nelle parole dette da Dio e nei sogni che le rivelano...

Alla grotta bisogna arrivarci: dall’alto dei monti, dobbiamo scendere... camminando camminando, per giungere fino alle viscere della terra, alle sue grotte, ai suoi anfratti, siamo costretti a vederla la vita di quelli che si arrabattano nei mille mestieri e nelle mille miserie quotidiane: dobbiamo arrivare al bambino attraverso il mercato, le case, le osterie, percorrendo i sentieri normali e quelli tortuosi degli umani e del loro esistere: a Dio attraversando la vita di Maria … attraverso gli uomini e le donne del tempo che si sta vivendo.

Alla grotta bisogna arrivarci: dall’alto dei monti, dobbiamo scendere fino all’incontro con il dolore e la povertà che c’è nella grotta: CON FEDE SPERANZA E CARITA’

Con la fede che solo il progetto di Giustizia e di Pace di Dio funzionerà davvero.
Con la speranza di chi sa essere avvistatore di futuro, esploratore del nuovo, e di chi sa scrutare gli orizzonti appena accennati perché sa accorgersi dei germogli di novità che stanno appena appena spuntando, perché non sta orgogliosamente con il naso all’insù gloriando se stesso nel suo complesso di superiorità.
Con l’amore verso il più piccolo e l’ultimo, dinanzi a cui va a inchinarsi perché “cingendogli il collo possa rialzarsi”.

Chinandosi su Aylan annegato sulla spiaggia di Bodrum.
O su Zeid, per rimetterlo in piedi dopo essere stato preso a calci dalla giornalista “folle”.
O chinandosi sulla piccola baby-profuga siriana che gattona e dopo aver invitato all’umano e al sorriso il soldato, lo vede semmai abbandonare scudo e armi per prenderla in braccio, schioccarle un bacio e portarsela a casa con tutta la sua famiglia, in uno slancio di umanità ritrovata.

    LA STRAGE MARITTIMA DEGLI INNOCENTI

  Il link per leggere il libro di Giuliana Martirani MISERICORDIANDO DALL'INDIFFERENZA AD UN UMANESIMO MISERICORDIOSO (Prefazione di Giancarlo Bregantini e presentazione di Elisabetta Piquè)



La morte di 700 bambini in mare nell’ultimo anno fa pensare alla “strage degli innocenti. Quando leggiamo le pagine del Vangelo restiamo interdetti su come Erode abbia potuto fare una cosa simile” ma “oggi ci accorgiamo che gli stiamo facendo concorrenza”.
Lo ha detto l’arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas, il card. Francesco Montenegro, in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000, sottolineando che è “una strage che dovrebbe farci riflettere. Sono migliaia i morti che continuiamo a contare senza reagire”.
“La morte di 700 minori – ha proseguito il card. Montenegro - non ci fa pensare, ma se dovessero scomparire 700 bambinelli dai nostri presepi questo diventerebbe motivo d’indagine. Gesù è presente nei fratelli più piccoli: dovremmo essere capaci di riconoscere Gesù in questi bambini che muoiono nel mare se vogliamo fare il presepe”...

  video



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... Finché ogni morto non sarà nel nostro cuore una persona umana unica e irripetibile di cui non possiamo più avere la compagnia, non dovremo arrenderci. Anche così la guerra, ogni guerra potrà essere evitata: se i siriani e gli iracheni capissero che per noi il morto di Raqqa o di Aleppo vale tanto quanto un morto a Bodrum o a Parigi, ecco che l’uguaglianza umana potrà mutare in sentimenti di fraternità. E la fraternità scaccia la guerra. Lo sappiamo, non è facile; ma dobbiamo mantenere il diritto di piangere ogni morto.

  Michele Zanzucchi:  700 bimbi morti nel Mediterraneo nel 2015


 ... Chiudiamo gli occhi per qualche minuto e torniamo a immaginarci con la nostra famiglia su un barcone. Poi riapriamoli, i nostri occhi, per non chiuderli più sul dramma di chi – per sfuggire alla morte – è costretto ad affrontarla con i bambini in braccio.

 
Francesco Riccardi:  Quei 700 bimbi hanno tutti un nome



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10 dicembre - Giornata internazionale dei diritti umani: “Diritti Umani e Dignità dei Popoli che Vivono nella Povertà”



10 dicembre - Giornata internazionale dei diritti umani: 
“Diritti Umani e Dignità dei Popoli 
che Vivono nella Povertà” 

Ogni anno il 10 dicembre si svolge la “Giornata internazionale dei diritti umani” in memoria della storica firma della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, avvenuta a Parigi il 10 dicembre del 1948 da parte di tutte le nazioni appartenenti all'Onu.
Tra i diritti inalienabili, oltre diritto alla vita, all’autoderminazione e alla libertà individuale c’è anche il diritto a un’esistenza dignitosa


Il mondo è ancora nelle nostre mani.
Io ci credo, crediamoci insieme!
di Ernesto Oliviero

I poveri sono i miei maestri e non faccio retorica. Incontrandoli, ho capito molte sfumature della vita, ma ho imparato anche che ogni ideale, ogni ragionamento, deve incarnarsi in situazioni concrete. Questo vale anche quando parliamo di diritti umani. Io penso che dovremmo impegnarci tutti a costruire un mondo dove "banalmente" nessuno muoia più di fame, ogni bambino possa essere curato, non ci siano più analfabeti, ogni persona possa avere un lavoro. Un mondo in cui venga riconosciuto a tutti il diritto di credere e di non credere, in cui vengano abolite una volta per tutte parole come "nemico", "infedele", "diverso". 

Non è un'utopia! Nel mio piccolo ho visto che è possibile! Sì, il mondo si può cambiare, ma servono scelte concrete, ad ogni livello. A livello personale, c'è bisogno di giovani, adulti e anziani pronti a dire i sì e i no che contano nella vita, senza compromessi, senza mezze misure. A livello più generale invece, non abbiamo bisogno di parole o di ricette complicate, ma di Stati di Diritto. La chiave della pace non è semplicemente l'assenza della guerra. Nel medio e lungo periodo dovremmo tutti entrare nella conversione. 

Cosa vuol dire? Faccio alcuni esempi. Finché costruiremo armi non andremo da nessuna parte perché le armi sono costruite per essere usate. Fino a quando non investiremo seriamente in scuola ed educazione, non asciugheremo il brodo di coltura dell’estremismo. Allora, è importante impegnarci nel dialogo, per la difesa dei diritti, ma nella concretezza delle scelte. Con gli anni ho capito che alla pace, a un minimo di convivenza si arriva partendo da un quadro di regole comuni, di diritti sì, ma soprattutto di doveri.

Viviamo in uno dei momenti più complicati della storia, ma il mondo è ancora nelle nostre mani. 
Io ci credo, crediamoci insieme!

Ernesto Olivero

MESSAGGIO ANNUALE 
DEL SEGRETARIO DELL'ONU
Ban Ki-Moon

Tra atrocità su vasta scala e abusi diffusi in tutto il mondo, la Giornata per i diritti umani dovrebbe chiamare a un’azione coordinata globale per promuovere principi immutabili che ci siamo collettivamente impeganti a sostenere. 
In un anno che segna il 70° anniversario delle Nazioni Unite, possiamo ispirarci alla storia dei moderni movimenti sui diritti umani, che sono emersi dalla Seconda guerra mondiale.
All’epoca, il Presidente americano Franklin D. Roosevelt indicò quattro libertà fondamentali inerenti a tutti sin dalla nascita: la libertà di espressione, la libertà di culto, la libertà dal bisogno e dalla paura. Sua moglie, Eleanor Roosevelt, unì le proprie forze alle Nazioni Unite con quelle di molti difensori dei diritti umani ovunque nel mondo periscrivere questi principi nella Dichiarazione Universale dei diritti umani.
Le sfide straordinare di oggi possono essere viste – e affrontate – attraverso le lenti di queste quattro libertà.
Primo: la libertà di espressione, negata a milioni di persone e costantemente minacciata. Dobbiamo difendere, preservare e estendere le pratiche democratiche e lo spazio per la società civile. Ciò è essenziale per una stabilità duratura. 
Secondo: la libertà di culto. In tutto il mondo, i terroristi hanno preso in ostaggio la religione, tradendone lo spirito e uccidendo nel suo nome. Altri colpiscono le minoranze religiose e ne sfruttano la paura per calcoli politici. In risposta a questo, occorre promuovere il rispetto della diversità basato sull’uguaglianza fondamentale di tutte le persone e sul diritto alla libertà di religione.
Terzo: la libertà dal bisogno, che manca ancora a buona parte dell’umanità. I leader del mondo hanno adottato a settembre l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile con l’obiettivo di porre fine alla povertà e dare a tutte le persone l’opportunità di vivere con dignità in un pianeta pacifico e sano. Ora va fatto tutto il possibile per realizzare questa visione.
Quarto: la libertà dalla paura. Milioni di rifugiati e di sfollati sono la conseguenza tragica dell’incapacità di rispettare questa libertà
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  Messaggio integrale segretario dell'ONU

Leggi anche:
  • -  Svizzera: appello ecumenico per Giornata internazionale diritti umani 
  • - Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo



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«Fiat lux: illuminare la nostra casa comune»



«Fiat lux: illuminare la nostra casa comune»

La facciata e la Cupola della Basilica di San Pietro sono state illuminate da proiezioni di opere di artisti che sintetizzano le culture dei 5 continenti: candele, incantevoli paesaggi marini ed animali per rappresentare la bellezza e la tenerezza della natura. Ma raccontano anche l’esperienza di popoli indigeni e espressioni artistiche che testimoniano la speranza degli uomini.
Immagini ispirate al cambiamento climatico, alla dignità umana e alle creature presenti sulla terra, temi contenuti nell’Enciclica Laudato sì di Papa Francesco.
Le stesse immagini sono state proiettate in contemporanea anche alla Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima in corso a Parigi. La proiezione è stata seguita in diretta televisiva attraverso numerosi network e in streaming via internet.

La prima giornata del Giubileo della Misericordia si è conclusa, con “Fiat Lux”, una proiezione architettonica dedicata alla casa comune e alla dignità umana. La facciata e la Cupola della Basilica di San Pietro illuminate da immagini e video sul rapporto tra uomo e pianeta.
I suoni, le immagini e i colori: lo sbocciare dei fiori, lo scrosciare dell’acqua, gli animali e i popoli. Poi le grandi città, le baraccopoli, i villaggi più lontani. In Piazza San Pietro tantissimi i fedeli con il naso e gli smartphone all’insù, verso la facciata della Basilica, scenario privilegiato che riflette immagini ispirate alla dignità umana, alla natura e ai cambiamenti climatici. L’emozione della gente di fronte alla proiezione
...

"Fiat Lux" questo il nome dell’evento, uno spettacolo realizzato in partnership e a scopo benefico da 5 tra società, fondazioni e organizzazioni con il patrocinio della Banca Mondiale.


  La bellezza del creato illumina la Basilica di San Pietro

  video




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FEDE E
SPIRITUALITÀ



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   La vostra felicità è...
  O Signore prendi questo cuore di pietra e...
  Più si fa buio intorno a noi...
  La parola di Dio venne...
per sorridere...
  Uffa... nessuno vuole più ascoltare... (vignetta)
  Una fede che non si fa carico...
  La salvezza è offerta ad ogni uomo...
  Se ci guardiamo intorno, troviamo...
  Maria, madre di Gesù, dammi...
  Lasciamoci accarezzare da Dio...
  La festa dell'Immacolata diventa...
  La Vergine Maria è la "via" che Dio...
  Venite a me...
  Una cosa Gesù mi chiede...
  C'è bisogno di autentici testimoni...
  Se la fede ci fa essere...
  E' necessaria l'infelicità...



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Il 10 dicembre è la festa della Madonna di Loreto.

 
La festa della Madonna di Loreto (video)


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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 2/2015-2016 (C) di Santino Coppolino




'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Lc 3,1-6

L'evangelista Luca introduce la figura di Giovanni Battista presentandoci prima di tutto i vertici del potere politico e religioso in terra di Israele.
...

La Parola di Dio evita accuratamente il palazzi del potere e dell'istituzione religiosa"perché essi sono refrattari alle sue dinamiche, perché Dio è amore e dove c'è il potere che domina e schiaccia la vita delle persone, la Parola del Signore non può essere riconosciuta e accolta" (A. Maggi).
Giovanni invece è l'uomo dell'ascolto e dell'attesa, l'ascolto di una Parola che a lui si rivela e si comunica nella durezza di una vita vissuta nell'essenzialità estrema del deserto. L'esistenza di Giovanni è tutta volta ad una promessa che ancora non vede realizzata, tutta protesa ad un futuro che non gli viene rivelato ma che ha il volto e il cuore del suo Signore. Attraverso la figura del Battista, Luca desidera condurre la sua comunità, e noi, a preparare la via del ritorno dall'esilio della schiavitù del peccato verso la patria della libertà dei figli di Dio. Egli ancora ci invita ad accogliere "oggi" il Signore Gesù, il Veniente, per ricevere da lui la nostra vera identità di uomini, amati e salvati da Dio.



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Natale, venire alla luce



Natale, venire alla luce 
di Sergio Paronetto

È giusto difendere pubblicamente il Natale. Le feste religiose possono essere tutte vissute e raccontate in un clima di scambio di esperienze.

La laicità è inclusiva, espressione delle identità (in dialogo). È giusto esporre pubblicamente il presepio (o il crocifisso). Ma i militanti di alcuni partiti lo usano per scopi ristretti, contrari al loro significato. A Rozzano hanno manifestato gridando col presepe in mano. Un’esibizione esterna, estranea alle dinamiche della scuola e del paese. E non si può pensare di affondare i barconi di disperati, gridando contro l’islam o invocando guerre, tenendo il presepe in mano. Non si può usarlo come rivendicazione escludente o come argine identitario.

Il presepe racconta una storia di povertà (abissale), di accoglienza (mancata) e di vita (gioiosa).

Ci dice che ...

È la rivoluzione di una combattiva tenerezza.
(fonte: Mosaico dei giorni)

Per riflettere...

Per sorridere...


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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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PAPA FRANCESCO VIAGGIO APOSTOLICO IN KENYA, UGANDA E NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA /12 (cronaca, foto, testi e video) - Visita al campo profughi, alle Comunità Evangeliche e all'ospedale pediatrico


 29 novembre 2015 

 VISITA AL CAMPO PROFUGHI DI SAINT SAUVEUR 

Dopo la visita alle autorità del Paese, Francesco ha voluto passare a visitare uno dei campi profughi della capitale centrafricana, quello allestito nella parrocchia di St. Saveur a Bangui, che ospita quasi mille persone. Quella degli sfollati è una delle grandi emergenze che si vivono in Repubblica Centrafricana. A causa della guerra civile sono infatti oltre 440 mila gli sfollati all’interno del Paese mentre oltre 450 mila si sono rifugiati negli Stati vicini. 
E’ stata una giornata veramente memorabile per gli sfollati di questa parrocchia. Sono tutti, infatti raccolti – circa 800 persone – in un terreno che si trova intorno ad una parrocchia di Bangui, la capitale. Gli adulti avevano vestiti colorati e l’associazione delle donne sfollate ha ballato al suono dei tamburi. Soprattutto i bambini, molto sorridenti - malgrado la loro povertà e malgrado il calore - molto numerosi anche, tenevano in mano dei pezzi di tessuto bianco sui quali c’erano scritte a mano delle parole come “verità”, “pace”, “perdono”, “giustizia”, “amore”, parole che Papa Francesco ha letto attentamente.

Molto toccato da questa accoglienza grandiosa. Il Papa è stato salutato dai tre sacerdoti della parrocchia con attorno dei bambini, degli scout. Si è fermato a stringere le mani, ha accarezzato i bambini, ha salutato i portatori di handicap, e poi ha preso il microfono in mano e si è espresso in italiano, tradotto in sango, la lingua che unisce questa popolazione, formata da 80 etnie. Il Papa ha detto: 
Saluto tutti voi che siete qui.

Vi dico che ho letto quello che i bambini avevano scritto [su cartelli]: “pace”, “perdono”, “unità” e tante cose… “amore”. Noi dobbiamo lavorare e pregare e fare di tutto per la pace. Ma la pace senza amore, senza amicizia, senza tolleranza, senza perdono, non è possibile. Ognuno di noi deve fare qualcosa. Io vi auguro, a voi e a tutti i centrafricani, la pace, una grande pace fra voi. Che voi possiate vivere in pace qualunque sia l’etnia, la cultura, la religione, lo stato sociale. Ma tutti in pace! Tutti! Perché tutti siamo fratelli. Mi piacerebbe che tutti dicessimo insieme: “Tutti siamo fratelli”. [La gente ripete: “Tutti siamo fratelli”] Un’altra volta! [“Tutti siamo fratelli”]. E per questo, perché tutti siamo fratelli, vogliamo la pace.

E vi darò la benedizione del Signore. Il Signore vi benedica: nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. E pregate per me! Pregate per me, avete sentito? [“Sì!”]

La gioia era incredibile. Qui la gente è proprio gioiosa, malgrado i suoi problemi. Fino all’ultimo momento non credeva che il Papa sarebbe potuto venire. Pensava che all’ultimo sarebbe successo qualcosa, che avrebbe impedito il suo arrivo. Per loro, dunque, è stato un momento straordinario. Il Papa sembrava molto toccato da questa accoglienza, anche perché nel tragitto dall’aeroporto aveva già visto una folla innumerevole, uscita per le strade, malgrado le misure di sicurezza.

Questa parrocchia accoglie questi sfollati come tante altre parrocchie della capitale. Qui sono stati fatti miracoli per pulire in pochissime ore questo luogo che simboleggia la sofferenza che ha questo Paese diseredato. Gli sfollati sono fuggiti da violenze, vessazioni di ogni genere. La maggioranza ha perso tutto, le loro case sono state incendiate e oggi vivo
no sotto tende offerte dall’Alto Commissariato per i Rifugiati, che resistono male al clima, alle forti piogge equatoriali e al sole. E per proteggere il Papa dal sole, intenso a questa latitudine, hanno preparato un tetto in legno, sormontato da una tenda. C’era un vaso di fiori poggiato su una piccola tavola, una decorazione molto semplice: l’immagine di questo Paese, privato di tutto, eccetto della sua fede solida. Per fare dei tappeti, dei tessuti dai colori molto vivaci sono stati poggiati sul suolo di terra battuta, che si trasforma spesso in un terreno fangoso e contribuisce alla diffusione del paludismo, che è un vero problema in questo Paese.

   video

 Incontro con le Comunità Evangeliche 

Dopo l'incontro con i Vescovi nel pomeriggio nella sede della FATEB (Facoltà di teologia evangelica di Bangui) l'incontro con le Comunità Evangeliche.

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di avere l’occasione di incontrarvi in questa Facoltà di Teologia Evangelica. Ringrazio il Decano della Facoltà e il Presidente dell’Alleanza degli Evangelici in Centrafrica per le loro gentili parole di benvenuto. Saluto ciascuno di voi e attraverso di voi anche tutti i membri delle vostre comunità, in un profondo sentimento di amore fraterno. Noi siamo tutti qui al servizio del medesimo Signore risorto, che ci raduna oggi; e, per il comune Battesimo che abbiamo ricevuto, siamo inviati ad annunciare la gioia del Vangelo agli uomini e alle donne di questo caro Paese del Centrafrica.

Da troppo tempo il vostro popolo è segnato dalle prove e dalla violenza che causano tante sofferenze. Ciò rende l’annuncio evangelico ancora più necessario e urgente. Perché è la carne di Cristo stesso che soffre, che soffre nelle sue membra predilette: i poveri del suo popolo, i malati, gli anziani e gli abbandonati, i bambini che non hanno più i genitori o che sono lasciati a se stessi, senza guida e senza educazione. Sono anche tutti coloro che la violenza e l’odio hanno ferito nell’anima o nel corpo; coloro che la guerra ha privato di tutto, del lavoro, della casa, delle persone care.

Dio non fa differenze tra coloro che soffrono. Ho chiamato spesso questo l’ecumenismo del sangue. Tutte le nostre comunità soffrono indistintamente per l’ingiustizia e l’odio cieco che il demonio scatena; e vorrei in questa circostanza esprimere la mia vicinanza e la mia sollecitudine verso il Pastore Nicolas, la cui casa è stata recentemente saccheggiata e incendiata, come pure la sede della sua comunità. In questo contesto difficile, il Signore non cessa di inviarci a manifestare a tutti la sua tenerezza, la sua compassione e la sua misericordia. Tale comune sofferenza e tale comune missione sono un’occasione provvidenziale per farci progredire insieme sulla via dell’unità; e ne sono anche un mezzo spirituale indispensabile. Come il Padre rifiuterebbe la grazia dell’unità, benché ancora imperfetta, ai suoi figli che soffrono insieme e che, in diverse circostanze, si dedicano insieme al servizio dei fratelli?

Cari fratelli, la divisione dei cristiani è uno scandalo, perché è anzitutto contraria alla volontà del Signore. Essa è anche uno scandalo davanti a tanto odio e tanta violenza che lacerano l’umanità, davanti a tante contraddizioni che si innalzano di fronte al Vangelo di Cristo. Perciò, apprezzando lo spirito di mutuo rispetto e collaborazione che esiste tra i cristiani del vostro Paese, vi incoraggio a proseguire su questa via in un servizio comune della carità. E’ una testimonianza resa a Cristo, che costruisce l’unità.

Possiate, sempre più e con coraggio, aggiungere alla perseveranza e alla carità, il servizio della preghiera e della riflessione in comune, nella ricerca di una migliore conoscenza reciproca, di una maggiore fiducia e di una maggiore amicizia, in vista della piena comunione di cui conserviamo la ferma speranza.

Vi assicuro che la mia preghiera vi accompagna in questo cammino fraterno di servizio, di riconciliazione e di misericordia, un cammino lungo ma pieno di gioia e di speranza.

Chiedo al Signore Gesù che benedica tutti voi, benedica le vostre comunità, benedica anche la nostra Chiesa. E vi chiedo a voi di pregare per me. Merci beaucoup.

 Visita all'ospedale pediatrico 

Prima di arrivare nella cattedrale per l’apertura della Porta Santa del Giubileo, il Papa ha fatto una breve sosta in un ospedale pediatrico di Bangui e ha portato in dono per i piccoli malati alcuni scatoloni di medicine messe a disposizione dall'ospedale "Bambin Gesu'" di Roma. La sosta non era prevista nel programma ufficiale. Il Pontefice ha accarezzato e baciato alcuni piccoli pazienti che lo hanno accolto con grande commozione

Vedi anche:
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"Che ci faccio qui? È da un po' di giorni che me lo chiedo...però ci sono e ci voglio essere. Qui la città oggi converge. La città che ora è la mia, la riconosco nella sua natura di grande capitale europea, nella sua originaria culla di civiltà, spazio umano contaminato da culture diverse. Io che approdo qui sento l'esigenza di ricordare a tutti noi la vocazione di pace e unità. L'esigenza di ricordare la sua natura di ponte tra le culture. In questa storia millenaria, dobbiamo essere costruttori di pace. Non vi nascondo che la bellezza di Palermo appare spesso ferita, a causa di violenze e soprusi. Sono qui per farmi carico di tutto questo. Una Sicilia che sia la terra della festa, della memoria viva degli anziani, dei bambini...". Queste le parole del nuovo arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice in Piazza Pretoria. 5/12/2015

  Che ci faccio qui?...

Con la motivazione di aver promosso la pace «nel modo fondamentale», cioè onorando e sottolineando «l’inviolabilità della dignità umana», l’11 Dicembre del 1979 Madre Teresa di Calcutta ricevette il Nobel per la pace. In quell’occasione, questa straordinaria santa contemporanea, di cui è quasi universalmente nota l’instancabile opera di soccorso ai poveri, ai malati, ai moribondi, pronunciò un discorso di grande valore che, in alcuni passaggi, spiazzò molti dei presenti...

  Ricordando il discorso di Madre Teresa per l'assegnazione del premio Nobel per la pace...


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Certamente 25 milioni di followers sono un numero molto grande, che impressiona. Ma il dato che dovrebbe far riflettere di più è la volontà di condividere le parole del Papa. E in questo – devo dire – è un leader mondiale, cioè le cose che il Papa dice vengono ritrasmesse, vengono quindi condivise all’interno delle Reti Sociali, che poi sono spesso reti di amicizia. Non solo, tra l’altro, le parole del Papa: vediamo che c’è una grande condivisione delle immagini, quindi dei gesti che il Papa compie. Questo mondo di condivisione digitale è entrato potentemente dentro la Chiesa e ha un significato molto bello.

  Alessandro Gisotti:  P. Spadaro: vivere il Giubileo anche sui Social Network

Con un rescritto Francesco abolisce tutte le norme precedenti, compreso il motu proprio di Pio XI - citato esplicitamente - che istituiva i tribunali regionali in Italia. La Rota Romana dovrà giudicare le cause «secondo la gratuità evangelica, cioè con patrocinio ex officio»

  Andrea Tornielli:  Il Papa: la riforma nullità matrimoniali è per tutti, il giudizio gratis


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Intervista con il Rabbino David Rosen - direttore internazionale degli Affari Interreligiosi dell’American Jewish Committee e, fra le altre cariche, membro della commissione per le relazioni interreligiose del Gran Rabbinato di Israele e suo rappresentante nel Consiglio delle Istituzioni Religiose di Terra Santa – che iripercorre la storia delle relazioni fra ebrei e cattolici nel 50° anniversario della Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate

  ROSSOPORPORA:  IL RABBINO CAPO DI SEGNI E IL CARDINALE KOCH SULLA 'NOSTRA AETATE'

Intervista al Rabbino Capo di Roma e ampi stralci della relazione del card. Kurt Koch tenuta all’Urbaniana per il  Convegno sui 50 anni della Dichiarazione conciliare ‘Nostra Aetate’, promosso dall’Ambasciata di Israele presso la Santa Sede e dalla Commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo – L’importante conferenza-stampa vaticana di giovedì 10 dicembre


  Elena Dini:  IL RABBINO Ebrei e cattolici, Rosen: ogni relazione negativa può trasformarsi


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 FRANCESCO
 




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Vogliamo dire GRAZIE al Signore per questi primi 1000 giorni di Papa Francesco e vogliamo assicurare al nostro amato Papa Francesco che continueremo a pregare per lui, affinché possa sempre più lasciarsi guidare con docilità dallo Spirito Santo mostrando a tutto il mondo la misericordia di Dio.

  Grazie!!!


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8/12/2015:

  Che il Giubileo della Misericordia...



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"Vi invito ad aprire il cuore alla misericordia"
"... vi abbraccio e vi auguro un Santo Natale, pieno di speranza, e con tante carezze del Signore."

  Papa Francesco in collegamento con Assisi: "Vi invito ad aprire il cuore alla misericordia" (video)


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"Un invito pressante ad aprire il cuore e accogliere la salvezza che Dio ci offre incessantemente" Papa Francesco Angelus 6/12/2015 (testo e video)



 6 dicembre 2015 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa seconda domenica di Avvento, la liturgia ci pone alla scuola di Giovanni il Battista, che predicava «un battesimo di conversione per il perdono dei peccati» (Lc 3,3). E noi forse ci domandiamo: “Perché dovremmo convertirci? La conversione riguarda chi da ateo diventa credente, da peccatore si fa giusto, ma noi non abbiamo bisogno, noi siamo già cristiani! Quindi siamo a posto”. E questo non è vero. Così pensando, non ci rendiamo conto che è proprio da questa presunzione – che siamo cristiani, tutti buoni, che siamo a posto – che dobbiamo convertirci: dalla supposizione che, tutto sommato, va bene così e non abbiamo bisogno di alcuna conversione. Ma proviamo a domandarci: è proprio vero che nelle varie situazioni e circostanze della vita abbiamo in noi gli stessi sentimenti di Gesù? E’ vero che sentiamo come sente Gesù? Per esempio, quando subiamo qualche torto o qualche affronto, riusciamo a reagire senza animosità e a perdonare di cuore chi ci chiede scusa? Quanto difficile è perdonare! Quanto difficile! “Me la pagherai!”: questa parola viene da dentro! Quando siamo chiamati a condividere gioie o dolori, sappiamo sinceramente piangere con chi piange e gioire con chi gioisce? Quando dobbiamo esprimere la nostra fede, sappiamo farlo con coraggio e semplicità, senza vergognarci del Vangelo? E così possiamo farci tante domande. Non siamo a posto, sempre dobbiamo convertirci, avere i sentimenti che aveva Gesù.

La voce del Battista grida ancora negli odierni deserti dell’umanità, che sono – quali sono i deserti di oggi? - le menti chiuse e i cuori duri, e ci provoca a domandarci se effettivamente stiamo percorrendo la strada giusta, vivendo una vita secondo il Vangelo. Oggi come allora, egli ci ammonisce con le parole del profeta Isaia: «Preparate la via del Signore!» (v. 4). È un invito pressante ad aprire il cuore e accogliere la salvezza che Dio ci offre incessantemente, quasi con testardaggine, perché ci vuole tutti liberi dalla schiavitù del peccato. Ma il testo del profeta dilata quella voce, preannunciando che «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio» (v. 6). E la salvezza è offerta ad ogni uomo e ad ogni popolo, nessuno escluso, a ognuno di noi. Nessuno di noi può dire: “Io sono santo, io sono perfetto, io già sono salvato”. No. Sempre dobbiamo accogliere questa offerta della salvezza. E per questo l’Anno della Misericordia: per andare più avanti in questa strada della salvezza, quella strada che ci ha insegnato Gesù. Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati per mezzo di Gesù Cristo, l’unico mediatore (cfr 1 Tm 2,4-6).
Pertanto ognuno di noi è chiamato a far conoscere Gesù a quanti ancora non lo conoscono. Ma questo non è fare proselitismo. No, è aprire una porta.
...
Ci aiuti la Vergine Maria, che è Madre e sa come farlo, ad abbattere le barriere e gli ostacoli che impediscono la nostra conversione, cioè il nostro cammino incontro al Signore. Lui solo, Gesù solo può dare compimento a tutte le speranze dell’uomo!

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

Seguo con viva attenzione i lavori della Conferenza sul clima in corso a Parigi, e mi torna alla mente una domanda che ho posto nell’Enciclica Laudato si’: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?». Per il bene della casa comune, di tutti noi e delle future generazioni, a Parigi ogni sforzo dovrebbe essere rivolto ad attenuare gli impatti dei cambiamenti climatici e, nello stesso tempo, a contrastare la povertà e far fiorire la dignità umana. Le due scelte vanno insieme: fermare i cambiamenti climatici e contrastare la povertà perché fiorisca la dignità umana. Preghiamo perché lo Spirito Santo illumini quanti sono chiamati a prendere decisioni così importanti e dia loro il coraggio di tenere sempre come criterio di scelta il maggior bene per l’intera famiglia umana.

Domani ricorre il cinquantesimo anniversario di un memorabile evento tra cattolici e ortodossi. Il 7 dicembre 1965, vigilia della conclusione del Concilio Vaticano II, con una Dichiarazione comune del Papa Paolo VI e del Patriarca Ecumenico Atenagora, venivano cancellate dalla memoria le sentenze di scomunica scambiate tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli nel 1054. E’ davvero provvidenziale che quello storico gesto di riconciliazione, che ha creato le condizioni per un nuovo dialogo tra ortodossi e cattolici nell’amore e nella verità, sia ricordato proprio all’inizio del Giubileo della Misericordia. Non c’è autentico cammino verso l’unità senza richiesta di perdono a Dio e tra di noi per il peccato della divisione. Ricordiamo nella nostra preghiera il caro Patriarca Ecumenico Bartolomeo e gli altri Capi delle Chiese Ortodosse, e chiediamo al Signore che le relazioni tra cattolici e ortodossi siano sempre ispirate dall’amore fraterno.
...

A tutti auguro una buona domenica e una buona preparazione per l’inizio dell’Anno della Misericordia. Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

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L'Immacolata di Papa Francesco / 1 - Santa Messa e apertura della Porta Santa (foto, testi e video)



  8 dicembre 2015 

Al via oggi il Giubileo della misericordia. Sono stati aperti all’alba i varchi d’accesso all’area ‘blindata’ di San Pietro; alle 9 la messa al termine della quale papa Francesco aprirà la Porta santa, poi l’angelus e nel pomeriggio l’omaggio di Bergoglio alla statua dell’Immacolata a piazza di Spagna. Dalle 7 alle 19 no-fly zone in un raggio di 10 km; 
Nonostante una Roma insolitamente “militarizzata”, in campo 2.000 uomini delle forze dell’ordine e 900 vigili urbani, piazza san Pietro, già alle 8.30, ha visto stamattina lunghe file di fedeli in attesa ordinata di entrare per partecipare alla solenne celebrazione di apertura della Porta Santa, con la quale il Papa inaugurerà ufficialmente l’Anno Santo straordinario dedicato alla misericordia. Al centro prenotazione di via della Conciliazione 7, già da ieri erano affluite 100mila prenotazioni. Tutti i fedeli in fila – dai varchi di via della Conciliazione, via di Porta Angelica e largo del Sant’Uffizio – hanno aspettato pazientemente di essere perquisiti dai poliziotti. 

Prima della celebrazione, la lettura di brani del Concilio e la recita corale del Rosario.

Alle 9.25, ha fatto il suo ingresso sul sagrato la lunga processione di cardinali, vescovi, sacerdoti che hanno preceduto di pochi minuti l’arrivo del Papa. Dopo aver raggiunto l’altare al centro del sagrato, accompagnato dai canti del Coro della Cappella Sistina, e aver proceduto all’incensazione, Papa Francesco si è diretto al centro del sagrato, e alle 9.30 in punto ha dato inizio alla Messa per l’Apertura della porta Santa, che segue lo schema liturgico della Festa dell’Immacolata.

Omelia

Tra poco avrò la gioia di aprire la Porta Santa della Misericordia. Compiamo questo gesto - come ho fatto a Bangui - tanto semplice quanto fortemente simbolico, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, e che pone in primo piano il primato della grazia. Ciò che ritorna più volte in queste Letture, infatti, rimanda a quell’espressione che l’angelo Gabriele rivolse a una giovane ragazza, sorpresa e turbata, indicando il mistero che l’avrebbe avvolta: «Rallegrati, piena di grazia» (Lc 1,28).

La Vergine Maria è chiamata anzitutto a gioire per quanto il Signore ha compiuto in lei. La grazia di Dio l’ha avvolta, rendendola degna di diventare madre di Cristo. Quando Gabriele entra nella sua casa, anche il mistero più profondo, che va oltre ogni capacità della ragione, diventa per lei motivo di gioia, motivo di fede, motivo di abbandono alla parola che le viene rivelata. La pienezza della grazia è in grado di trasformare il cuore, e lo rende capace di compiere un atto talmente grande da cambiare la storia dell’umanità.

La festa dell’Immacolata Concezione esprime la grandezza dell’amore di Dio. Egli non solo è Colui che perdona il peccato, ma in Maria giunge fino a prevenire la colpa originaria, che ogni uomo porta con sé entrando in questo mondo. E’ l’amore di Dio che previene, che anticipa e che salva. L’inizio della storia di peccato nel giardino dell’Eden si risolve nel progetto di un amore che salva. Le parole della Genesi riportano all’esperienza quotidiana che scopriamo nella nostra esistenza personale. C’è sempre la tentazione della disobbedienza, che si esprime nel voler progettare la nostra vita indipendentemente dalla volontà di Dio. E’ questa l’inimicizia che attenta continuamente la vita degli uomini per contrapporli al disegno di Dio. Eppure, anche la storia del peccato è comprensibile solo alla luce dell’amore che perdona. Il peccato si capisce soltanto sotto questa luce. Se tutto rimanesse relegato al peccato saremmo i più disperati tra le creature, mentre la promessa della vittoria dell’amore di Cristo rinchiude tutto nella misericordia del Padre. La parola di Dio che abbiamo ascoltato non lascia dubbi in proposito. La Vergine Immacolata è dinanzi a noi testimone privilegiata di questa promessa e del suo compimento.

Questo Anno Straordinario è anch’esso dono di grazia. Entrare per quella Porta significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie e ad ognuno va incontro personalmente. E’ Lui che ci cerca! E’ Lui che ci viene incontro! Sarà un Anno in cui crescere nella convinzione della misericordia. Quanto torto viene fatto a Dio e alla sua grazia quando si afferma anzitutto che i peccati sono puniti dal suo giudizio, senza anteporre invece che sono perdonati dalla sua misericordia (cfr Agostino, De praedestinatione sanctorum 12, 24)! Sì, è proprio così. Dobbiamo anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia. 

Attraversare la Porta Santa, dunque, ci faccia sentire partecipi di questo mistero di amore, di tenerezza. Abbandoniamo ogni forma di paura e di timore, perché non si addice a chi è amato; viviamo, piuttosto, la gioia dell’incontro con la grazia che tutto trasforma.

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Oggi, qui a Roma e in tutte le diocesi del mondo, varcando la Porta Santa vogliamo anche ricordare un’altra porta che, cinquant’anni fa, i Padri del Concilio Vaticano II spalancarono verso il mondo. Questa scadenza non può essere ricordata solo per la ricchezza dei documenti prodotti, che fino ai nostri giorni permettono di verificare il grande progresso compiuto nella fede. In primo luogo, però, il Concilio è stato un incontro. Un vero incontro tra la Chiesa e gli uomini del nostro tempo. Un incontro segnato dalla forza dello Spirito che spingeva la sua Chiesa ad uscire dalle secche che per molti anni l’avevano rinchiusa in se stessa, per riprendere con entusiasmo il cammino missionario. Era la ripresa di un percorso per andare incontro ad ogni uomo là dove vive: nella sua città, nella sua casa, nel luogo di lavoro… dovunque c’è una persona, là la Chiesa è chiamata a raggiungerla per portare la gioia del Vangelo e portare la misericordia e il perdono di Dio. Una spinta missionaria, dunque, che dopo questi decenni riprendiamo con la stessa forza e lo stesso entusiasmo. Il Giubileo ci provoca a questa apertura e ci obbliga a non trascurare lo spirito emerso dal Vaticano II, quello del Samaritano, come ricordò il beato Paolo VI a conclusione del Concilio. Attraversare oggi la Porta Santa ci impegni a fare nostra la misericordia del buon samaritano.

  video dell'omelia

Al termine dei riti di comunione ha inizio il rito per l'apertura della Porta Santa con le parole pronunciate dal diacono. “Chiamati dalla fede in Gesù, nostro Salvatore, che abbiamo rinnovato nella celebrazione eucaristica, custoditi dalla Beata Vergine Maria Immacolata, inauguriamo il Giubileo Straordinario della Misericordia. Si apre davanti a noi la Porta Santa: è Cristo stesso che, attraverso il ministero della Chiesa, ci introduce nel consolante mistero dell’amore di Dio, amore senza misura che abbraccia l’umanità intera...”

Nell’atrio della basilica vaticana è avvenuto l’abbraccio fraterno tra Papa Francesco e Papa Benedetto poco prima che quest’ultimo compisse l’atto di inizio ufficiale del Giubileo.

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ANNO SANTO DELLA MISERICORDIA:
APERTURA DELLA PORTA SANTA

“O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, donaci di vivere un anno di grazia, tempo propizio per amare te e i fratelli nella gioia del Vangelo”. Sono le prime parole della preghiera pronunciata davanti alla Porta Santa. “Continua a effondere su di Dio il tuo Spirito – ha proseguito Francesco – affinché non ci stanchiamo di rivolgere con fiducia lo sguardo a colui che abbiamo trafitto, il tuo Figlio fatto uomo, volto splendente della tua infinita misericordia, rifugio sicuro per tutti noi peccatori, bisognosi di perdono e di pace, della verità che libera e salva...”.

Subito dopo Papa Francesco, come secondo pellegrino dell’Anno giubilare della Misericordia, ha varcato la soglia della stessa Porta il Papa emerito Benedetto XVI. Dopo di lui,i vescovi, il clero, i diaconi e tutto il popolo di Dio.

  video integrale


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L'Immacolata di Papa Francesco / 2 - Angelus e omaggio all'Immacolata (foto, testi e video)


 8 dicembre 2015 


Angelus 

L’Angelus ha fatto seguito alla Messa e al rito di apertura della Porta Santa.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e buona festa!

Oggi, la festa dell’Immacolata ci fa contemplare la Madonna che, per singolare privilegio, è stata preservata dal peccato originale fin dal suo concepimento. Pur vivendo nel mondo segnato dal peccato, non ne viene toccata: Maria è nostra sorella nella sofferenza, ma non nel male e nel peccato. Anzi, il male in lei è stato sconfitto prima ancora di sfiorarla, perché Dio l’ha ricolmata di grazia (cfr Lc 1,28).L’Immacolata Concezione significa che Maria è la prima salvata dall’infinita misericordia del Padre, quale primizia della salvezza che Dio vuole donare ad ogni uomo e donna, in Cristo. Per questo l’Immacolata è diventata icona sublime della misericordia divina che ha vinto sul peccato. E noi, oggi, all’inizio del Giubileo della Misericordia, vogliamo guardare a questa icona con amore fiducioso e contemplarla in tutto il suo splendore, imitandone la fede.

Nel concepimento immacolato di Maria siamo invitati a riconoscere l’aurora del mondo nuovo, trasformato dall’opera salvifica del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. L’aurora della nuova creazione attuata dalla divina misericordia.Per questo la Vergine Maria, mai contagiata dal peccato e sempre ricolma di Dio, è madre di una umanità nuova. E’ madre del mondo ricreato.

Celebrare questa festa comporta due cose. Primo: accogliere pienamente Dio e la sua grazia misericordiosa nella nostra vita. Secondo: diventare a nostra volta artefici di misericordia mediante un cammino evangelico. La festa dell’Immacolata diventa allora la festa di tutti noi se, con i nostri “sì” quotidiani, riusciamo a vincere il nostro egoismo e a rendere più lieta la vita dei nostri fratelli, a donare loro speranza, asciugando qualche lacrima e donando un po’ di gioia. Ad imitazione di Maria, siamo chiamati a diventare portatori di Cristo e testimoni del suo amore, guardando anzitutto a quelli che sono i privilegiati agli occhi di Gesù. Sono coloro che Lui stesso ci ha indicato: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25, 35-36).
L’odierna festa dell’Immacolata Concezione ha uno specifico messaggio da comunicarci: ci ricorda che nella nostra vita tutto è dono, tutto è misericordia.La Vergine Santa, primizia dei salvati, modello della Chiesa, sposa santa e immacolata, amata dal Signore, ci aiuti a riscoprire sempre più la misericordia divina come distintivo del cristiano. Non si può capire un cristiano vero che non sia misericordioso, come non si può capire Dio senza la sua misericordia. Essa è la parola-sintesi del Vangelo: misericordia. E’ il tratto fondamentale del volto di Cristo: quel volto che noi riconosciamo nei diversi aspetti della sua esistenza: quando va incontro a tutti, quando guarisce gli ammalati, quando siede a tavola con i peccatori, e soprattutto quando, inchiodato sulla croce, perdona; lì noi vediamo il volto della misericordia divina. Non abbiamo paura: lasciamoci abbracciare dalla misericordia di Dio che ci aspetta e perdona tutto. Nulla è più dolce della sua misericordia. Lasciamoci accarezzare da Dio: è tanto buono, il Signore, e perdona tutto.
Per intercessione di Maria Immacolata, la misericordia prenda possesso dei nostri cuori e trasformi tutta la nostra vita.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

vi saluto tutti con affetto, specialmente le famiglie, i gruppi parrocchiali e le associazioni. Un pensiero speciale va ai soci dell’Azione Cattolica Italiana che oggi rinnovano l’adesione all’Associazione: vi auguro un buon cammino di formazione e di servizio, sempre animato dalla preghiera.

Oggi pomeriggio mi recherò in Piazza di Spagna, per pregare ai piedi del monumento all’Immacolata. E poi andrò a Santa Maria Maggiore. Vi chiedo di unirvi spiritualmente a me in questo pellegrinaggio, che è un atto di devozione filiale a Maria, Madre di Misericordia. A Lei affiderò la Chiesa e l’intera umanità, e in modo particolare la città di Roma.

Oggi ha varcato la Porta della Misericordia anche Papa Benedetto. Inviamo da qui un saluto, tutti, a Papa Benedetto!
A tutti auguro una buona festa e un Anno Santo ricco di frutti, con la guida e l’intercessione della nostra Madre. Un Anno Santo pieno di misericordia, per voi e, da voi, per gli altri. 
Per favore, chiedete questo al Signore anche per me, che ne ho tanto bisogno! 
Buon pranzo e arrivederci.

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 Omaggio all'Immacolata 

Come da tradizione nel pomeriggio, papa Francesco in piazza di Spagna gremita di fedeli ha pronunciato una preghiera alla Vergine, associandosi all'omaggio del popolo e della diocesi di Roma alla Immacolata. Alla lettura della preghiera hanno assistito il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, il cardinale vicario Agostino Vallini, il cerimoniere pontificio Guido Marini, il sostituto alla Segreteria di Stato mons. Angelo Becciu. Presenti anche malati e disabili, oltre 100 quelli accompagnati dall’Unitalsi. La preghiera si è conclusa con la benedizione del Pontefice. 
Tutta la cerimonia si è svolta tra imponenti misure di sicurezza.

«Vergine Maria, in questo giorno di festa per la tua Immacolata Concezione, vengo a presentarti l'omaggio di fede e d'amore del popolo santo di Dio che vive in questa Città e Diocesi. Vengo a nome delle famiglie, con le loro gioie e fatiche; dei bambini e dei giovani, aperti alla vita; degli anziani, carichi di anni e di esperienza; in modo particolare vengo a te da parte degli ammalati, dei carcerati, di chi sente più duro il cammino.
Come Pastore vengo anche a nome di quanti sono arrivati da terre lontane in cerca di pace e di lavoro.
Sotto il tuo manto c'è posto per tutti, perché tu sei la Madre della Misericordia. Il tuo cuore è pieno di tenerezza verso tutti i tuoi figli: la tenerezza di Dio, che da te ha preso carne ed è diventato nostro fratello, Gesù, Salvatore di ogni uomo e di ogni donna.
Guardando te, Madre nostra Immacolata, riconosciamo la vittoria della divina Misericordia sul peccato e su tutte le sue conseguenze; e si riaccende in noi la speranza in un vita migliore, libera da schiavitù, rancori e paure. Oggi, qui, nel cuore di Roma, sentiamo la tua voce di madre che chiama tutti a mettersi in cammino verso quella Porta, che rappresenta Cristo. Tu dici a tutti: 'Venite, avvicinatevi fiduciosi; entrate e ricevete il dono della Misericordia; non abbiate paura, non abbiate vergogna: il Padre vi aspetta a braccia aperte per darvi il suo perdono e accogliervi nella sua casa. Venite tutti alla sorgente della pace e della gioia.
Ti ringraziamo, Madre Immacolata, perché in questo cammino di riconciliazione tu non ci fai andare da soli, ma ci accompagni, ci stai vicino e ci sostieni in ogni difficoltà. Che tu sia benedetta, ora e sempre Madre. Amen».

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Al termine Papa Francesco si è soffermato a salutare tutti i disabili scambiando con loro calorosi saluti, battute scherzose, abbracci e benedizioni. 

  video integrale

Come annunciato oggi dopo la recita dell’Angelus, Francesco si è quindi recato alla Basilica di Santa Maria Maggiore – ventinovesima volta dall’inizio del suo pontificato – per soffermarsi in preghiera davanti all’immagine della Salus Populi Romani e affidarle “la Chiesa e l’intera umanità, e in modo particolare la città di Roma”.

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«Perché un Giubileo della Misericordia? La Chiesa ha bisogno di questo momento straordinario» Papa Francesco Udienza Generale 9/12/2015 (foto, testo e video)



 9 dicembre 2015 

Papa Francesco è arrivato in piazza puntuale come sempre, alle 9.30, per la prima udienza dopo l’apertura ufficiale dell’Anno Santo della misericordia, in questa stessa piazza, dove ad attenderlo ci sono circa 9mila persone. Sorridente e rilassato, nonostante la giornata bella ma impegnativa della Festa dell’Immacolata, Francesco ha iniziato il suo giro intorno al colonnato salutando, abbracciando e accarezzando, come d’abitudine, prima di tutto i bambini. 
A metà percorso, la “papamobile” bianca si è fermata per una sosta abbastanza prolungata, durante la quale il Papa ha conversato con i fedeli e ha fatto più volte il gesto dell’ok con il pollice della mano destra alzato. 

Nel tratto che percorre a piedi, per arrivare al centro del sagrato, Papa Francesco ha ricevuto in dono una rosa bianca a gambo lungo, che è andato a deporre sotto l’icona della Madonna sul palco papale, posta alla destra del colonnato, guardando la basilica.
Perché un Giubileo della Misericordia

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Ieri ho aperto qui, nella Basilica di San Pietro, la Porta Santa del Giubileo della Misericordia, dopo averla aperta già nella Cattedrale di Bangui, in Centrafrica. Oggi vorrei riflettere insieme a voi sul significato di questo Anno Santo, rispondendo alla domanda: perché un Giubileo della Misericordia? Cosa significa questo?

La Chiesa ha bisogno di questo momento straordinario. Non dico: è buono per la Chiesa questo momento straordinario. Dico: la Chiesa ha bisogno di questo momento straordinario. Nella nostra epoca di profondi cambiamenti, la Chiesa è chiamata ad offrire il suo contributo peculiare, rendendo visibili i segni della presenza e della vicinanza di Dio. E il Giubileo è un tempo favorevole per tutti noi, perché contemplando la Divina Misericordia, che supera ogni limite umano e risplende sull’oscurità del peccato, possiamo diventare testimoni più convinti ed efficaci.

Volgere lo sguardo a Dio, Padre misericordioso, e ai fratelli bisognosi di misericordia, significa puntare l’attenzione sul contenuto essenziale del Vangelo: Gesù, la Misericordia fatta carne, che rende visibile ai nostri occhi il grande mistero dell’Amore trinitario di Dio. Celebrare un Giubileo della Misericordia equivale a mettere di nuovo al centro della nostra vita personale e delle nostre comunità lo specifico della fede cristiana, cioè Gesù Cristo, il Dio misericordioso.

Un Anno Santo, dunque, per vivere la misericordia. Sì, cari fratelli e sorelle, questo Anno Santo ci è offerto per sperimentare nella nostra vita il tocco dolce e soave del perdono di Dio, la sua presenza accanto a noi e la sua vicinanza soprattutto nei momenti di maggiore bisogno.

Questo Giubileo, insomma, è un momento privilegiato perché la Chiesa impari a scegliere unicamente “ciò che a Dio piace di più”. E, che cosa è che “a Dio piace di più”? Perdonare i suoi figli, aver misericordia di loro, affinché anch’essi possano a loro volta perdonare i fratelli, risplendendo come fiaccole della misericordia di Dio nel mondo. Questo è quello che a Dio piace di più. Sant’Ambrogio in un libro di teologia che aveva scritto su Adamo, prende la storia della creazione del mondo e dice che Dio ogni giorno, dopo aver fatto una cosa - la luna, il sole o gli animali – dice: “E Dio vide che questo era buono”. Ma quando ha fatto l’uomo e la donna, la Bibbia dice: “Vide che questo era molto buono”. Sant’Ambrogio si domanda: “Ma perché dice “molto buono”? Perché Dio è tanto contento dopo la creazione dell’uomo e della donna?”. Perché alla fine aveva qualcuno da perdonare. È bello questo: la gioia di Dio è perdonare, l’essere di Dio è misericordia. Per questo in quest’anno dobbiamo aprire i cuori, perché questo amore, questa gioia di Dio ci riempia tutti di questa misericordia. Il Giubileo sarà un “tempo favorevole” per la Chiesa se impareremo a scegliere “ciò che a Dio piace di più”, senza cedere alla tentazione di pensare che ci sia qualcos’altro che è più importante o prioritario. Niente è più importante di scegliere “ciò che a Dio piace di più”, cioè la sua misericordia, il suo amore, la sua tenerezza, il suo abbraccio, le sue carezze!

Anche la necessaria opera di rinnovamento delle istituzioni e delle strutture della Chiesa è un mezzo che deve condurci a fare l’esperienza viva e vivificante della misericordia di Dio che, sola, può garantire alla Chiesa di essere quella città posta sopra un monte che non può rimanere nascosta. Risplende soltanto una Chiesa misericordiosa! Se dovessimo, anche solo per un momento, dimenticare che la misericordia è “quello che a Dio piace di più”, ogni nostro sforzo sarebbe vano, perché diventeremmo schiavi delle nostre istituzioni e delle nostre strutture, per quanto rinnovate possano essere. Ma saremmo sempre schiavi.

«Sentire forte in noi la gioia di essere stati ritrovati da Gesù, che come Buon Pastore è venuto a cercarci perché ci eravamo smarriti»: questo è l’obiettivo che la Chiesa si pone in questo Anno Santo. Così rafforzeremo in noi la certezza che la misericordia può contribuire realmente all’edificazione di un mondo più umano. Specialmente in questi nostri tempi, in cui il perdono è un ospite raro negli ambiti della vita umana, il richiamo alla misericordia si fa più urgente, e questo in ogni luogo: nella società, nelle istituzioni, nel lavoro e anche nella famiglia.

Certo, qualcuno potrebbe obiettare: “Ma, Padre, la Chiesa, in questo Anno, non dovrebbe fare qualcosa di più? È giusto contemplare la misericordia di Dio, ma ci sono molti bisogni urgenti!”. È vero, c’è molto da fare, e io per primo non mi stanco di ricordarlo. Però bisogna tenere conto che, alla radice dell’oblio della misericordia, c’è sempre l’amor proprio. Nel mondo, questo prende la forma della ricerca esclusiva dei propri interessi, di piaceri e onori uniti al voler accumulare ricchezze, mentre nella vita dei cristiani si traveste spesso di ipocrisia e di mondanità. Tutte queste cose sono contrarie alla misericordia. I moti dell’amor proprio, che rendono straniera la misericordia nel mondo, sono talmente tanti e numerosi che spesso non siamo più neppure in grado di riconoscerli come limiti e come peccato. Ecco perché è necessario riconoscere di essere peccatori, per rafforzare in noi la certezza della misericordia divina. “Signore, io sono un peccatore; Signore, io sono una peccatrice: vieni con la tua misericordia”. Questa è una preghiera bellissima. È una preghiera facile da dire tutti i giorni: “Signore, io sono un peccatore; Signore, io sono una peccatrice: vieni con la tua misericordia”.

Cari fratelli e sorelle, mi auguro che, in questo Anno Santo, ognuno di noi faccia esperienza della misericordia di Dio, per essere testimoni di “ciò che a Lui piace di più”. È da ingenui credere che questo possa cambiare il mondo? Sì, umanamente parlando è da folli, ma «ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1,25).

  video della catechesi

Saluti:

...

Un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana! ...

Ieri, nella Solennità dell’Immacolata Concezione, abbiamo iniziato il Giubileo della Misericordia. La Vergine Maria interceda per noi, perché quest’Anno Santo sia ricco di copiosi frutti e, facendo tutti esperienza della cura di Dio per noi, guidi il nostro agire secondo le opere di misericordia corporali e spirituali, che tutti siamo chiamati a vivere.

Rivolgo un saluto ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. La Madre di Gesù vi insegni, cari giovani, ad accogliere nel vostro cuore la nascita del Salvatore; aiuti voi, cari ammalati, ad affidarvi sempre alle braccia della Divina Provvidenza; e conceda a voi, cari sposi novelli, di fare della misericordia il criterio della vostra vita sponsale.

  testo integrale

  video integrale



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«Le carezze di Dio» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
10 dicembre 2015 
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 



Papa Francesco:
“Dio è innamorato della nostra piccolezza”

Un papà o una mamma che dice al suo bambino: “Non avere paura, ci sono io” e lo coccola con una carezza. È questa la condizione privilegiata dell’uomo: piccolo, debole, ma rassicurato, sostenuto e perdonato da un Dio che è innamorato di lui. All’inizio del cammino giubilare Papa Francesco — nella messa celebrata a Santa Marta giovedì 10 dicembre con la partecipazione dei cardinali consiglieri — ha trovato nella liturgia del giorno l’occasione per tornare a parlare della misericordia del Padre.


La meditazione ha preso le mosse dal salmo responsoriale nel quale è stato ripetuto: «Il Signore è misericordioso e grande nell’amore». È, ha detto il Pontefice, «una confessione di fede» nella quale il cristiano riconosce che Dio «è misericordia e lui grande, ma grande nell’amare». Un’affermazione solo apparentemente semplice perché «capire la misericordia di Dio è un mistero, è un cammino che si deve fare durante tutta la vita».

Per aiutare a entrare meglio in questo mistero, il Papa ha citato la lettura tratta dal libro del profeta Isaia (41, 13-20), nella quale si trova un monologo di Dio che si rivolge al suo popolo. E si legge come egli avesse «detto al suo popolo che lo aveva scelto non perché fosse grande o potente», ma «perché era il più piccolo di tutti, il più miserabile di tutti». Dio, ha spiegato Francesco, si è proprio «innamorato di questa miseria», di questa «piccolezza».

È un testo dal quale emerge chiaramente questo amore: «un amore tenero, un amore come quello del papà o della mamma», quando si rivolgono al bambino «che la notte si sveglia spaventato da un sogno». Con la stessa premura Dio parla al suo popolo e gli dice: «Io ti tengo per la destra, stai tranquillo, non temere». E, utilizzando delle immagini per descrivere la sua condizione di piccolezza, continua: «Vermiciattolo di Giacobbe, larva d’Israele, io vengo in tuo aiuto, tuo redentore è il santo d’Israele, non temere».

Non temere. Su queste parole il Papa si è soffermato per tornare all’esempio della vita familiare: «Tutti noi conosciamo le carezze dei papà e delle mamme, quando i bambini sono inquieti per lo spavento». Anche loro dicono: «Non temere, io sono qui». A ognuno di noi il Signore ricorda teneramente: «Mi sono innamorato della tua piccolezza, del tuo niente» e ci ripete: «Non temere i tuoi peccati, io ti voglio tanto bene, io sono qui per perdonarti». Questa, in sintesi, ha spiegato il Pontefice, «è la misericordia di Dio».

...

Noi uomini, ha continuato il Pontefice, «siamo tanto nervosi» e «quando una cosa non va bene, strepitiamo, siamo impazienti». Invece Dio ci consola: «Stai tranquillo, ne hai fatta una grossa, sì, ma stai tranquillo; non temere, io ti perdono». E così ci accoglie in tutto, anche con i nostri errori, i nostri peccati. Proprio questo significa quanto si ripete nel salmo: «Il Signore è misericordioso e grande nell’amore». Così, ha sintetizzato il Papa, «noi siamo piccoli. Lui ci ha dato tutto. Ci chiede soltanto le nostre miserie, le nostre piccolezze, i nostri peccati, per abbracciarci, per accarezzarci».

Ricordando, infine la preghiera recitata all’inizio della messa («Risveglia Signore la fede del tuo popolo»), Francesco ha concluso invitando tutti a chiedere al Signore «di risvegliare in ognuno di noi e in tutto il popolo la fede in questa paternità, in questa misericordia, nel suo cuore». E anche a domandargli «che questa fede nella sua paternità e la sua misericordia» ci renda «un po’ più misericordiosi nei confronti degli altri». 
(fonte: L'Osservatore Romano)

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