"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°4 del 2016

Aggiornamento della settimana

- dal 23 al 29 gennaio 2016 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 5 febbraio 2016

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


PREGHIERA DEI FEDELI

 



OMELIA 

  
     di P. Gregorio Battaglia
   di P. Aurelio Antista
di P. Alberto Neglia


 

 



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 






 


I NOSTRI TEMPI



27 gennaio: IL GIORNO DELLA MEMORIA


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... Ricordare per non dimenticare che la follia umana ci soffia ogni giorno sul collo l'alito della morte. Ricordare con Moni Ovadia:
"La shoah viene spesso usata, soprattutto lo sterminio degli ebrei, come riconoscimento di un orrore guardando solo a ieri e non a oggi. Non si può andare nel lager di Auschwitz a fare il viso contrito con lo zucchetto, poi tornare a casa propria e discriminare i rom, fare morire sulle coste quattordicimila essere umani che chiamiamo clandestini; abbiamo creato un crimine come quello dei nazisti. Allora ecco che la shoah diventa il luogo della falsa coscienza... L'unico modo per fare della shoah un valore di ammaestramento è combattere contro le ingiustizie di oggi. Ci sono milioni di esseri umani, bambini e bambine, sbranati dalla violenza... A cosa serve tanta retorica sulla shoah se questo non porta ad impegnarci per i diritti, contro i privilegi, per la salvaguardia della sacralità dell'essere umano. Ci sono tanti furfanti che usano la shoah per farsi belli, chi oggi scatena una guerra, di qualsiasi tipo (non ci sono guerre umanitarie, è un ossimoro osceno), chi scatena una guerra oggi è un criminale di guerra... Qualsiasi tipo di contrasto al terrorismo, ad esempio, avrebbe potuto essere fatto in altri cento modi, non con una guerra in cui i terroristi prosperano e i civili vengono fatti a pezzi"
Servizio TBS

 
video: Moni Ovadia sulla giornata della memoria

  Se non si impara dalla storia...

  27 gennaio giorno della memoria...

Nel Giorno della memoria, ricorrenza internazionale in ricordo delle vittime dell’Olocausto.
Riproponiamo la poesia "Se questo è un uomo" di Primo Levi, poesia che funge da introduzione al romanzo omonimo ed è ispirata all'antica preghiera dello Shemà Israel.

  Se questo è un uomo... di Primo Levi

Nei lager nazisti insieme agli ebrei furono uccisi 500.000 zingari deportati da tutta Europa. Le barbarie compiute su di loro sono pari a quelle inferte al popolo ebraico. Proprio nel Giorno della Memoria questa tragedia, insieme a quella della Shoah, deve essere ricordata per non dimenticare...

  Nel Giorno della Memoria... ricordiamo la parola "Porrajmos" lo sterminio dimenticato di Rom e Sinti

 Due poesie per ricordare...

  Giornata memoria: ricordare e non lasciar dimenticare



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27 Gennaio Giorno della Memoria: «ARBEIT MACHT FREI» di Santino Coppolino


«ARBEIT MACHT FREI»

Già da diversi anni il 27 Gennaio il nostro Paese fa memoria della Shoàh, lo Yom ha-Zikkaron - il Giorno della Memoria, data questa in cui le Forze Armate Alleate liberarono il campo di sterminio di Oswiecim (in tedesco Auschwitz) dai nazisti. Oltre quel cancello sopra il quale era la scritta: «ARBEIT MACHT FREI» (Il lavoro rende liberi) agli occhi dei liberatori si presentò l'inferno. In quel momento il mondo vide per la prima volta quello che era accaduto, lo sterminio in tutta la sua terrificante realtà.

Il Giorno della Memoria è un riconoscimento di questa immane tragedia, uno sguardo oltre il filo spinato del campo di stermino affinché tutti possiamo meditare "che questo è stato" (Primo Levi).

Shoàh è una parola ebraica che significa «Catastrofe, Distruzione», essa è stata il frutto di un progetto di eliminazione di massa senza precedenti nella storia dell'umanità. Lo sterminio degli ebrei non ha avuto ragioni di espansioni territoriali o politiche, è stato deciso solo sulla base del fatto che il popolo ebraico non meritava di vivere.

«E' una forma di razzismo radicale che vuole rendere il mondo "Judenfrei", "ripulito" dagli ebrei» (Elena Loewenthal).

Mai, a memoria d'uomo, era stato programmato a tavolino, con totale freddezza e determinazione, il massacro di un intero popolo, la Shoàh non è stata soltanto un atto di ferocia inaudita, ma soprattutto un sistema "scientifico" di morte.

Il Giorno della Memoria allora non vuole essere tanto un omaggio alle vittime, un riconoscimento del loro dolore, della loro sofferenza, ma una presa collettiva di coscienza del fatto che l'uomo è stato capace di fare tutto questo.
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"Il senso della memoria" di Enzo Bianchi



Il senso della memoria
di 
Enzo Bianchi

“Ricordati di non scordare”, cantava Battisti a inizi anni settanta. E la pubblicità del film “Memento” gli faceva eco trent’anni dopo: “Ricordati di non dimenticare!”. Frasi paradossali, ma che ben rendono l’idea del significato e dell’importanza della “Giornata della memoria”. L’uno dopo l’altro scompaiono i testimoni-vittime della tragedia della shoah: figli, parenti, amici raccolgono le ultime briciole di racconto di un vissuto impossibile da narrare e da essere accolto come credibile; libri, monumenti, pellicole cercano di fissare una verità che vorremmo tutti rimuovere. E intanto, a furia di rimuovere e di schedare, perdiamo la nostra facoltà di memoria: “Archiviare significa dimenticare”, ammonisce Enzensberger.

Allora il senso e la portata della giornata della memoria va rinnovata ogni anno, non solo e non tanto per trasmettere il testimone alle nuove generazioni, ma prima ancora come terapia per una società malata di amnesia, una società afflitta da Alzheimer collettivo, in preda all’incapacità di conservare memoria di ciò che è stato e, quindi, di discernere ciò che accade e di intuire ciò che avverrà. A livello culturale le nostre difese immunologiche non sanno più come far tesoro, né individualmente né collettivamente, di quelle che chiamavamo le “lezioni della storia”: il linguaggio stesso è superato. Così, per esempio, un paese che per oltre un secolo ha visto decine di milioni di suoi cittadini emigrare nei cinque continenti alla ricerca di un lavoro e di una vita degna di questo nome, nello spazio di un paio di generazioni si ritrova a percepire l’immigrazione come un morbo da combattere e i migranti come minacce capaci di destare le più irrazionali paure.

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Non so quanto siamo consapevoli che si registra un raffreddamento di convinzioni verso ogni forma di “commemorazione”: chi ricorda appare a molti una persona paralizzate sul suo passato che non ha saputo rottamare. Così anche questa giornata odierna rischia di essere ascritta tra le cose che si devono fare ma senza abitarle, senza cioè che ci interpellino in profondità, senza che suscitino in ciascuno di noi responsabilità. Per la mia generazione, andare a visitare i campi di sterminio in gennaio – come feci recandomi con la scuola a Dachau a diciassette anni – era una scoperta che scuoteva fino alle fondamenta la nostra umanità. Oggi rischia di essere un’esperienza tra tante, abituati come siamo alla “conoscenza” delle notizie e degli orrori perpetrati nel mondo intero. In verità, se non ci si ricorda ciò che avvenne nell’epifania del male che colpì gli ebrei, non si è più capaci nemmeno di provare orrore per ciò che può di nuovo accadere.

Ma bisogna anche vigilare per non trasformare il “dovere” della memoria in un’ossessione paralizzante: ricordare le offese e i torti subiti – come persona, come gruppo sociale, etnico o religioso, oppure come membro dell’unica umanità condivisa – non deve servire a riattizzarli, ad alimentare sentimenti di vendetta uguale e contraria, a ridare loro vitalità. Al contrario, la memoria del male serve a farcelo assumere come atto nelle possibilità di ogni essere umano – e quindi anche di me stesso – e a considerarlo vincibile solo attraverso un preciso, ostinato, intelligente lavoro quotidiano fatto di pensieri e azioni radicalmente “altri”. È questo innanzitutto il compito dell’indispensabile “purificazione della memoria”: non un cinico cancellare i misfatti, non una oltraggiosa equiparazione di vittime e carnefici, ma la faticosa accettazione che l’interrogativo postoci emblematicamente da Primo Levi – “se questo è un uomo” – contiene in sé l’ancor più tragica costatazione che “questo è stato fatto da un uomo”.

A quelli che continuano a ripetere “Dov’era Dio?” – e oggi lo fanno senza aver patito nulla, per semplice vezzo letterario – io chiedo di porsi una domanda ancor più seria: “Dov’era l’uomo?”. Sì, dov’era l’umanità? Perché ha taciuto quando sapeva? Perché è stata testimone e per anni ha attenuato o cercato di nascondere quanto accaduto? La memoria è essenziale all’umanizzazione: dove regna la dimenticanza, regna la barbarie.

La memoria diventa allora il luogo dell’indispensabile discernimento, l’esercizio in cui il passato, anche se amaro, diventa nutrimento per il futuro. Discernimento ancor più cogente in un tempo come il nostro in cui si assiste all’incepparsi stesso della trasmissione – non solo di valori, ma degli eventi che tali valori hanno suscitato – all’enfasi posta sull’oggi o su un futuro concepito dagli uni come irraggiungibile miraggio e dagli altri come l’ossessivo aggrapparsi all’attimo presente. Ci si scorda delle radici, si rimuove il travaglio del passato, si rottama l’oscuro lavorio di generazioni o il tragico annientamento di popoli e così ci si priva del fondamentale strumento per discernere ciò che dell’oggi merita di avere un futuro. La memoria infatti non è la meccanica riesumazione di un evento passato che in esso ci rinchiude: al contrario, quando facciamo memoria noi richiamiamo l’evento accaduto ieri, lo invochiamo nel suo permanere oggi, lo sentiamo portatore di senso per il domani. In questa accezione la memoria apre al futuro e nel contempo attesta una fedeltà a eventi e verità, a un intrecciarsi di vicende che assume lo spessore di “storia”. Se fare memoria è questo operare un discernimento sul già avvenuto per alimentare l’attesa del non ancora realizzato, possiamo a ragione far nostre le parole intelligenti e sorprendenti del filosofo ebreo francese Marc-Alain Ouaknin, che così parafrasa il quarto comandamento: “Onora tuo padre e tua madre, cioè: Ricordati del tuo futuro!”.

  Il senso della memoria



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L'OLOCAUSTO 71 ANNI DOPO - Intervista a Hedy Epstein, arrestata nella città americana durante le manifestazioni antirazziste. Ebrea tedesca, sfuggì ai lager, dove però morirono i genitori. "Fino al 1956 ho sperato di poterli ritrovare. Poi scoprii la verità. E penso che ai nostri giorni ci sono ovunque persone discriminate e segregate. E penso a ciò che accade in Medio Oriente"

  Gianni Rosini:  Giorno della Memoria 2016, Hedy: scampata alla Shoah e eroina di Ferguson. “Oggi ghetti in molti Stati. Anche in Italia. E a Gaza”

Ricordare la Shoah non è esercizio riservato agli ebrei. È una ricorrenza universale per evitare che il peggio si ripeta

  Michele Zanzucchi:  La memoria, perché può accadere di nuovo

«La Shoah è una specie di buco nel cosmo». Dai luoghi dell’abominio, tramite gli scritti dei testimoni, sorge una domanda che si è fatta universale. La stessa che sperimentiamo tutti quando attraverso le vicissitudini della vita ci troviamo di fronte al non senso cercando la strada per reagire al male

  Michele Genisio:  Giorno della Memoria: il volto oscuro di Dio

Il 27 gennaio - giorno dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz - si celebra la Giorno della memoria. Tanto lavoro si è fatto in questi anni ma tanto ancora resta da fare. Un sondaggio Swg rivela che gli italiani ritengono importante celebrare il 27 gennaio, ma il 22% ne ritiene esaurito il significato ("non serve più a nulla") e 1 italiano su 6 ne colloca la rilevanza solo all'interno della comunità ebraica

  M. Chiara Biagioni:  Giorno della memoria. Ruth Dureghello: “Sempre attuale per sconfiggere oggi chi uccide in nome di Dio”


Un brano tratto da "Oltre la disperazione" l’ultimo lavoro di Aharon Appelfeld, uno dei più celebri scrittori israeliani, testimone e narratore della Shoah, in cui spiega il dramma dei sopravvissuti ai campi di sterminio: incompresi, ma anche incapaci di convivere con le difficoltà a elaborare il ricordo.

  Aharon Appelfeld:  Appelfeld: quella MEMORIA così difficile da raccontare

Auschwitz raccontato dalla nipote. Il libro di Alberto Mieli ed Ester Mieli, 'Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa' è la biografia di Alberto scritta da sua nipote Ester. Alberto, oggi novantenne, è uno dei pochi ebrei italiani deportati dai nazisti a essere ancora in vita. A 16 anni venne portato ad Auschwitz. Un libro testimonianza ricco di racconti inediti, che ha la prefazione di padre Federico Lombardi (che pubblichiamo per intero) e la postfazione del rabbino capo Riccardo Di Segni.

  Federico Lombardi:  Ester Mieli: dalla Shoah un seme di speranza

Il decorso del tempo e la cancellazione delle tracce dello sterminio rischiano di far trascurare i sintomi premonitori di altri stermini; se Auschwitz è stata il cimitero dell’Europa di ieri, il Mediterraneo sta diventando il cimitero dell’Europa di oggi e di domani. Per questo il Giorno della Memoria del passato deve restare; ma deve diventare — effettivamente, non soltanto a parole — anche il giorno dell’impegno per il presente e per il futuro.

  Giovanni Maria Flick:  Shoah , memoria di ieri e impegno per il futuro (pdf)


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Kenya - Morto Salah Farah, l'insegnante musulmano che difese cristiani - Testimone della convivenza pacifica. ‪#‎HeroSalah



Kenya - Morto Salah Farah,  
l'insegnante musulmano che difese cristiani

Sui social volano l’hashtag #HeroSalah e le parole di un connazionale, tal Musa Mikaya: «Mia moglie è incinta, sono cristiano, se nascerà un bimbo si chiamerà Salah Farah. Non m’importa cosa voglia dire quel nome, l’ultimo che lo ha portato mi ha convinto che significhi “amore per l’umanità

Si chiamava Salah Farah e il suo nome non dirà molto al mondo che sa invece bene come si chiamano i terroristi, da Coulibaly a Mohammed Emwazi, in arte Jihadi John. Salah Farah, 4 figli e una moglie incinta, è l’insegnante kenyota che il 21 dicembre scorso fece da scudo ai cristiani a bordo del suo stesso pullman diretto a Mandera quando i killer di al Shabaab provarono a separarli dai passeggeri musulmani per giustiziare a sangue freddo gli infedeli. 
Salah Farah è morto il 20 gennaio all’ospedale di Nairobi dove era ricoverato dal giorno dell’attentato. Sebbene ferito gravemente ha continuato fino all’ultimo a raccontare ai giornalisti cosa fosse accaduto quel lunedì, quando altri come lui hanno rifiutato la selezione esiziale: «Ci hanno detto se sei un musulmano sei al sicuro. C’erano alcuni che lo non erano e si nascondevano. Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci in pace. Siamo fratelli, cristiani e musulmani devono aiutarsi reciprocamente».

Salah Farah testimone della convivenza pacifica
Tonio Dell'Olio
Siccome il bene non fa notizia, vogliamo dar voce a Salah Farah che è morto lunedì scorso in Kenya a causa delle ferite riportate nell’imboscata tesa dai fanatici di al-Shabaab il 21 dicembre ad un autobus. Su quel mezzo, insieme a Salah Farah, vicepreside di una scuola di Mandera e padre di quattro figli con un altro in arrivo, c’erano diversi passeggeri che erano stati fatti scendere e a cui era stato chiesto di dividersi tra cristiani e musulmani con l’intento dichiarato di uccidere poi i cristiani. Salah Farah aveva prontamente chiesto a tutti i passeggeri di non obbedire a quell’ordine. Spaventati poi dal sopraggiungere di un altro automezzo, i criminali hanno sparato poche raffiche ferendo proprio Farah e uccidendo un ragazzo e si sono dati alla fuga. Prima di morire, Salah Farah ha fatto in tempo a rilasciare qualche intervista: “Ci hanno detto se sei un musulmano sei al sicuro. C’erano alcuni che non lo erano e si nascondevano. Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci in pace. Siamo fratelli, cristiani e musulmani devono aiutarsi reciprocamente”. Eppure quest’uomo non aveva letto un altro Corano e pregato un altro Dio. Solo che ci sono musulmani e musulmani, cristiani e cristiani. L’insegnamento di quest’uomo suggellato col sacrificio della vita insegni almeno a noi l’importanza della convivenza pacifica.
(Fonte: Mosaico dei giorni)

  VIDEO Servizio TG2000
 


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L’odissea delle donne africane tra guerre, stupri e disperazione di Cornelia I. Toelgyes


31 ottobre 2014: a Tabit, un remoto villaggio del nord Darfour, oltre duecento donne vengono stuprate dall’esercito sudanese. 
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La violenza subita dalle donne di Tabit non è un fatto isolato. Succede quasi ogni giorno, in qualsiasi parte del mondo dove ci sono guerre o conflitti interni.

La donna ancora oggi è considerata come parte integrante del bottino, un oggetto che si usa, per poi gettarlo via.

Non è necessario allontanarsi di molto per vedere cosa succede nel Sud Sudan, il più giovane Stato del pianeta, che ha raggiunto l’indipendenza dal Sudan solo nel 2011. Dal 15 dicembre 2013 vi si combatte una crudele guerra civile, una lotta di potere tra il presidente Salva Kiir (etnia dinka) e il suo ex-vice Riek Machar (etnia nuer). Hanno ridotto gran parte della popolazione alla fame, alla disperazione e il peso maggiore, il dolore più grande, grava sulle donne.

Anna, nuer, confessa di essere dovuta scappare dal suo villaggio. “Una mattina sono arrivati i soldati governativi. Hanno cacciato via i nostri uomini; poi hanno iniziato a picchiarci, a bruciare le nostre case. Hanno stuprato mia figlia davanti ai miei occhi. Ora viviamo nel campo dell’ONU, ma le donne non possono uscire dal campo. Le rapiscono, le prendono, abusano di loro. Dopo uno stupro di massa, non si riesce più a stare in piedi, è come una lenta agonia, una sofferenza atroce. I soldati non usano armi da fuoco con noi donne, ma ci lasciano mezze morte, buttate per terra, soffocate dal dolore e con l’anima a pezzi. Se fossimo morte durante la fuga, forse sarebbe stato meglio”.

“#BringBackOurGirls”, l’hashtag che ha invaso le bacheche dei social network per alcune settimane poco meno di due anni fa, è scomparso da tempo. Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2014 sono state rapite 276 studentesse in un collegio a Chibok, nel nord-est della Nigeria, patria dei famigerati settari jihadisti Boko Haram. La maggior parte delle ragazze sono ancora in mano ai loro aguzzini, poche sono riuscite a scappare, ancora meno sono state liberate. Le studentesse sono state portate via nel mezzo della notte dai loro dormitori. Ragazze intelligenti, che sognavano un futuro e avevano riposto la loro fiducia nello studio. Ed è proprio questa la loro “grave colpa”.

Infatti, Boko Haram, tradotto liberamente dalla lingua Haus,a significa: “L’educazione occidentale è peccato”.

Proviamo solo a immaginare cosa succede alle giovani donne e alle ragazze in mano ai militanti jihadisti: stupri di massa, costrette a sposare i loro aguzzini, e, come gli uomini, sono costrette a convertirsi all’islam e, dopo un breve, ma intenso addestramento, sono obbligate a partecipare alle incursioni dei terroristi ed ammazzare la propria gente, familiari compresi, nei loro villaggi.

Nella Repubblica centrafricana si consuma un conflitto interno dalla primavera del 2013. Una guerra di “religione” tra musulmani (ex-Séléka) e cristiani e animisti (anti-balaka). La sofferenza di questo popolo è passato quasi inosservato dai media, salvo un piccolo flash a fine novembre in occasione della visita di papa Bergoglio, che ha voluto aprire la Porta Santa della cattedrale di Bangui, la capitale del Paese.

Terribili le violenze che si sono consumate nella ex-colonia francese. Accuse forti sono state rivolte anche al contingente di pace dei caschi blu, che, secondo testimonianze attendibili, avrebbero abusato di bambini e violentato ragazze minorenni, in cambio di un tozzo di pane e qualche soldo.

Un’altra arma micidiale è la fame: lasciare buona parte di una popolazione con poco o niente cibo, uccide più di una pallottola. Il fucile può sbagliare il bersaglio, si rischia di “sopravvivere”, la fame no, quella non aspetta, uccide.

Mousa di tre anni e Mohammed di cinque sono morti di fame nella città di Bodo, che dista un centinaio di chilometri da Bangui. Gli anti-balaka hanno vietato di vendere cibo ai musulmani. La mamma dei due bimbi non ha nemmeno la forza di piangere. A malapena si regge in piedi dalla debolezza.

Sono proprio le guerre, i conflitti, l’oppressione che spingono molte donne a lasciare il proprio Paese, gli affetti più cari e tentare la fuga verso l’Occidente, pur sapendo che questo viaggio non sarà proprio una passeggiata. Spesso sole, attraversano mezzo Continente per raggiungere le coste libiche . Durante il lungo cammino sono preda facile dei trafficanti o di gruppi armati. Sono esposte a mille pericoli: la loro unica forza è la speranza di trovare un briciolo di libertà altrove, per loro, per i figli.

Tutte queste donne portano cicatrici devastanti nell’anima. Il loro dolore è nascosto nel profondo del loro cuore. Non c’è tempo per piangere, bisogna continuare a vivere, far crescere i figli, amarli teneramente malgrado tutto, anche se sono il frutto delle violenze subite.

  L’odissea delle donne africane tra guerre, stupri e disperazione


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DEI NOSTRI O DEI LORO? di Marco Aime



DEI NOSTRI O DEI LORO? 
di Marco Aime

E poi difendono il presepe, si fanno paladini della cristianità, ne difendono i valori: quelli che vorrebbero affondare i barconi pieni di disperati che scappano da guerra e fame; quelli che fanno titoli di giornale per cui non esistono aggettivi, ma solo abissi disgusto; quelli che continuano a parlare di “noi” e di “loro”, riducendo a due pronomi il caleidoscopio della diversità umana; quelli che dicono ipocritamente “aiutiamoli a casa loro” e poi non lo fanno; quelli che fanno leggi razziste, che condannano un individuo per quello che è e non per quello che fa; quelli che non riescono a provare pietà neppure davanti alla morte (degli altri); quelli che vogliono bombardare; quelli che vogliono fare la guerra, ma ci mandano gli altri; quelli che vorrebbero rendere merce ogni gesto umano; quelli per cui l’unico valore è quello del profitto; quelli che avvelenano il cielo e la terra; quelli per cui accogliere è uno sbaglio; quelli per cui non c’è posto per tutti. E poi dicono di difendere le “nostre tradizioni”.

Molti dei nostri nonni, erano più poveri di noi, vivevano di poco e di niente, spesso faticavano a riempire il piatto di tutta la famiglia. Qualcuno era costretto a migrare. Eppure, se arrivava un viandante, un piatto per lui c’era sempre e un posto per dormire nel fienile o nella stalla.

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Dove sono oggi quel vaso, quel sorso d’acqua? Quel fienile? Qualcuno l’ha conservato. Una donna di Lampedusa ha detto: «Noi tutti qui abbiamo un maglione a testa, non di più. Gli altri li abbiamo dati a quei poveri ragazzi, perché dall’altra parte del mare le loro madri avrebbero fatto lo stesso con i nostri figli».

Che lezione di civiltà, dà una madre come tante, di una piccola, piccolissima isola che a due passi dall’Africa, mostra il volto più bello dell’Europa, quello più profondo, quello più dimenticato. E forse non è un caso se ancora oggi, in Sicilia, si entra in un bar chiedendo un bicchiere d’acqua, quell’acqua non vi viene fatta pagare. E non vi chiedono se sei dei nostri o dei loro.
(fonte: Nigrizia - Gennaio)


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"I nuovi ostaggi" di Chiara Saraceno


I nuovi ostaggi 
di Chiara Saraceno

Mentre ci si avvia al Family day succedono cose davvero strane e in palese contrasto con la difesa dei diritti dei bambini e proprio da parte di esponenti di un partito che è tra i sostenitori più entusiasti del Family day e delle sue parole d’ordine: “Salviamo i nostri figli” e “I bambini hanno diritto ad avere un padre e una madre”. 
La sindaca leghista di San Germano Vercellese ha deciso che i figli di genitori che non pagano, pur potendolo, le imposte comunali e le rette per la mensa non verranno più ammessi non solo alla mensa e ai centri estivi, ma persino ai parchi giochi, con buona pace del diritto (anche) al gioco solennemente sancito dalla Dichiarazione internazionale dei diritti del fanciullo. Non è chiaro come verrà fatto osservare il divieto: forse obbligando i bambini a portare un segno distintivo ben in vista, in modo da essere immediatamente identificati ed espulsi non appena si avvicinano agli scivoli e alle altalene? 
Un altro sindaco leghista, quello di Corsico, alza ulteriormente il tiro. Dopo aver escluso dalla refezione scolastica i bambini dei genitori in debito con l’amministrazione, ora minaccia di non lasciarli iscrivere alle scuole comunali (nidi e materne, immagino). 
I bambini diventano così, a tutti gli effetti, ostaggi delle amministrazioni, utilizzati per fare pressione sui genitori.
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Non rientra, tuttavia, tra questi mezzi rivalersi sui figli per punire i genitori. I figli non sono pure appendici dei genitori. Sono soggetti con diritti propri (maggiori, mi verrebbe da dire, proprio perché più vulnerabili degli adulti). Se si vuole, si deve punire gli adulti dopo aver esperito tutte le procedure di moral suasion e conciliazione, si possono pignorare le auto o altri beni non essenziali, rivalersi su una quota dello stipendio o altro ancora, ma senza intaccare i diritti fondamentali dei bambini, tra cui il diritto all’istruzione, alla salute, al gioco. 
Invece, troppo spesso i bambini, specie i più svantaggiati, sono considerati pure appendici dei genitori, senza diritti propri, che si tratti di punire, appunto, i genitori, o di mettere a punto politiche di contrasto alla povertà o di concedere il diritto d’asilo o al ricongiungimento famigliare. 
Ci si può intenerire per un giorno per un bambino che studia sotto un lampione o che, annegato, viene lasciato dal mare sul bagnasciuga con il vestitino in ordine. Ma la normalità è diversa. 
Il quotidiano sacrificio di bambini che si consuma ai nostri e altrui confini, così come la povertà dei minori che vivono in Italia, non mobilitano neppure una frazione delle energie e dei “valori” che si investono per “difendere i nostri figli” dalla minaccia della genitorialità omosessuale. I bambini degli “altri” – che siano figli di persone omosessuali, di piccoli evasori, o di migranti - hanno diritti diversi dai “nostri” e, se utile per punire i genitori, possono anche essere presi in ostaggio.
(fonte: La Repubblica del 29/01/2016)

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Abbandonati a se stessi, in piena campagna, senza poter raggiungere i luoghi dove far valere la loro richiesta di accoglienza e di asilo. È quanto avviene ai migranti che raggiungono la terraferma agrigentina con già in tasca un provvedimento di respingimento a cui adempiere in sette giorni. 
La denuncia parte dalla Caritas diocesana che ha aiutato un gruppo di uomini arrivati sulle coste di Lampedusa, in seguito trasferiti a Porto Empedocle e ritrovati, poi, lungo i binari della stazione di Aragona Caldare, nell’entroterra, mentre cercavano di raggiungere Agrigento per presentare alla prefettura le loro domande di protezione. 

  Chiara Ippolito:  Migranti espulsi e abbandonati dalle istituzioni

La riunione dei ministri degli Interni dei Ventotto nella città olandese si è chiusa con un nulla di fatto. L'emergenza-profughi viene aggirata dai Paesi del Nord - che chiedono la sospensione della libera circolazione interna - e scaricata su quelli mediterranei e balcanici. Il piano della Commissione Juncker resta disatteso. Mentre l'integrazione politica cede il passo ai nazionalismi

  Gianni Borsa:  Ue e migranti: lo stop a Schengen taglia la strada all'Europa comune

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... Un gesto d’impulso ha violato il regolamento di polizia ma ha cambiato le regole del gioco, rompendo lo schema scontato della contrapposizione per inserire una variabile intuitiva. È emblematico che sia successo a Genova, la città del G8. Sorprende meno che a compierlo sia stata una donna.

  Il Buongiorno di Gramellini: Metterci la faccia



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FEDE E
SPIRITUALITÀ



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   Dio è il Dio delle sorprese...
  Peccato non poter fare un blog... (vignetta)
  Tu sei la pienezza del nostro oggi...
  Nessuno è perduto...
  Partono i discepoli a due a due...
  Cari amici e amiche, il Signore chiama anche oggi!...
  Nella parabola del seminatore...
  Dio non odia il buio...
  Il cristiano dovrebbe essere una persona luminosa...
  La vita non è che...
  Come un granello di senape...
  Rivisitare il nostro immaginario...
  La corruzione è un cancro...


24 gennaio memoria liturgica di San Francesco di Sales Patrono dei Giornalisti e degli Operatori dei media

 
Bisogna combattere il male col bene...
Quando si avvicina il 24 gennaio, giorno in cui la Chiesa fa memoria di Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici, la domanda che nasce è sempre la solita: “Come mai è stato scelto proprio questo Santo?”...
  IL PROTETTORE DEI GIORNALISTI...

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  "Sulla via di Damasco" di Antonio Savone

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Memoria liturgica di San Tommaso d'Aquino, detto anche Doctor Angelicus, Doctor Communis, teologo e filosofo italiano. Pio V, nel 1567, lo proclamò Dottore della Chiesa, e Leone XIII, il 4 agosto 1880, patrono delle scuole e università cattoliche.
Rappresenta uno dei principali pilastri teologici della Chiesa cattolica.
Una fondamentale sua caratteristica è la capacità di leggere in modo sia sempre rispettoso sia sempre nuovo anche questioni della filosofia classica, con riferimenti a maestri come Socrate, Platone, Aristotele, ma anche ai loro commentatori successivi, sia tardoantichi sia ebrei sia musulmani. La luce della fede, collocata nel giusto rapporto con quella della ragione, nonché la profonda conoscenza della Bibbia e dei Padri della Chiesa ne fanno un maestro anche per i tempi di oggi.

  Tu non possiedi la verità...
  Chi ha fede vede...
  L'Eucarestia è la più grande...



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TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015



TERESA D'AVILA, 
DONNA IN CAMMINO

HOREB n. 72 - 3/2015

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI

EDITORIALE

 Spesso si ritiene che i mistici siano persone privilegiate che percorrono un cammino diverso rispetto ai cristiani comuni. E, invece, se ci accostiamo ai loro scritti e al loro vissuto, ci rendiamo conto che sono persone come noi che, però, si sono lasciate conquistare dallo sguardo di Dio, e, piano piano, hanno consentito a Lui di farsi presente nel frammento della loro vita, e così si sono ritrovate nella storia, nel quotidiano a vivere gli eventi con la stessa passione di Dio.

Fra questi mistici, c’è certamente la carmelitana S. Teresa d’Avila di cui quest’anno ricorre il quinto centenario della nascita (1515-2015). Teresa, nei suoi Scritti, ci racconta che anche lei era una creatura come noi, impastata di carne, di ossa e di peccato. Evidenzia anche, però, che attraverso una faticosa esperienza di ascolto e di preghiera le è stato concesso di percorrere un “cammino”, il più impegnativo della vita, che le ha consentito di passare da una esistenza superficiale e alienata in banalità, a una relazione sempre più viva e amicale con Dio. Questa relazione vitale con Dio, ci racconta Teresa, le ha aperto gli occhi facendole conoscere le proprie fragilità, ma soprattutto l’ha fatta crescere nella consapevolezza di essere, comunque, figlia amata di Dio e della Chiesa. Grazie a questa presa di coscienza, in lei è maturata una più profonda umanità, una maggiore libertà, e una grande generosità.

Ci dice, ancora, Teresa che l’incontro con Dio, “coltivato” attraverso la contemplazione del volto umano di Gesù, anziché estraniarla dal mondo, ha deposto nella sua vita l’ansia e il tormento per i propri fratelli e per la Chiesa, nella quale si è sentita inserita in modo vitale e con una missione particolare da compiere. Così, in un’epoca in cui le donne non avevano voce nella Chiesa e nella società e per lo più restavano relegate nella cerchia familiare, Teresa, visitata dallo sguardo di Dio, con coraggio, e sfidando le maglie dell’Inquisizione, si è fatta promotrice di un processo di rinnovamento nella chiesa, richiamandola, col suo vissuto e con i suoi scritti, a lasciare una logica di potere e a seguire la via tracciata dal Signore Gesù. 

È in questa prospettiva che riproponiamo l’esperienza di Teresa d’Avila, esperienza che riteniamo propositiva e profetica per la chiesa e per l’uomo di oggi.

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   Editoriale  (PDF)

   Sommario  (PDF)


E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it


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RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3) I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016 - Il calendario degli incontri



RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3)
 


I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016
promossi dalla
Fraternità Carmelitana di
 Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

Dal 27 Gennaio al 9 Marzo 
presso la sala del convento
dalle h. 20.00 alle h. 21.00


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Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016: "il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia" (videomessaggio)



Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016:
"il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia"

«Tra fedi diverse, abbiamo una sola certezza: siamo tutti figli di Dio». 
Lo dice il Pontefice nel breve testo diffuso ieri in undici lingue Promossa dall'«Apostolato della preghiera» l'iniziativa sarà ripetuta da Francesco ogni mese dell' Anno Santo «Molti pensano in modo diverso, sentono in modo diverso, cercano Dio o trovano Dio in modi diversi. In questa moltitudine, in questa ampia gamma di religioni, c' è una sola certezza per noi: siamo tutti figli di Dio». Così dice il Papa in un videomessaggio diffuso ieri in spagnolo e sottotitolato in dieci lingue, una breve riflessione sull'importanza del dialogo interreligioso. 
Quest' anno, infatti, Francesco presenterà ogni mese un' intenzione di preghiera rivolta alla Chiesa universale e lo farà in un breve filmato prodotto dall'agenzia di comunicazione argentina "La Machi". 
Nel primo della serie, il Pontefice, ripreso mentre parla avvolto da una luce morbida seduto a una scrivania, ricorda che «la maggior parte delle persone sulla terra si dichiara credente. E questo dovrebbe portare a un dialogo tra le religioni. Non dobbiamo smettere di pregare per questo e collaborare con chi la pensa diversamente. Confido in voi per diffondere la mia petizione di questo mese: perché il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia. Confido nella vostra preghiera»
A inframmezzare queste parole sono le immagini di un musulmano, un ebreo, un sacerdote cattolico, una donna buddista, più altre che ritraggono Bergoglio con rappresentanti di diverse religioni o confessioni cristiane. L' iniziativa è promossa dall'Apostolato della preghiera, che fa capo alla Compagnia di Gesù e ha alle spalle una storia lunga e gloriosa...
(testo tratto dall'articolo «Il dialogo tra religioni porti pace e giustizia». In un video l' invito del Papa alla preghiera di Andrea Galli su Avvenire)

     VIDEO

CREDO NELL'AMORE!!!



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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 8/2015-2016 (C) di Santino Coppolino




'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Lc 1,1-4; 4,14-21

Nella disprezzata "Galilea dei gentili" regione malfamata, ed a Nazareth covo di terroristi e di ribelli all'occupazione di Roma ("Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono ? "Gv 1,46), Gesù da' inizio al suo ministero pubblico inaugurando il giubileo definitivo, "l'anno di misericordia del Signore". Nella sinagoga di Nazareth, il villaggio che lo ha visto crescere e dove è da tutti conosciuto, Gesù annuncia che è giunto il "kairòs", il tempo propizio in cui Dio si china sui suoi figli. Egli proclama, attribuendo a se stesso le parole della profezia di Isaia che per i poveri, i prigionieri, i ciechi e gli oppressi le sofferenze sono finalmente terminate. Tutte le promesse dell' Antica Alleanza "sono, in Lui, divenute "sì""(2Cor 1,20). La Parola del Padre, 'il Libro della Vita' prima incomprensibile, sigillato e incompiuto, ora nel Figlio Gesù trova la sua piena  realizzazione. Il rotolo del profeta è finalmente nelle mani di colui che solo "può prenderlo e aprirne i sigilli"(Ap 5,9).
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“MISERICORDIOSO” È IL NOME DEL NOSTRO DIO - a cura di fr. Egidio Palumbo, ocarm. (VIDEO INTEGRALE)



“MISERICORDIOSO” 
È IL NOME DEL NOSTRO DIO 
a cura di fr. Egidio Palumbo, ocarm. 
(VIDEO INTEGRALE)


ABITARE LA MISERICORDIA

ITINERARIO DI FORMAZIONE
 PER LA VITA CRISTIANA 
Anno 2016 
promosso dal 
Vicariato "San Sebastiano" 
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) 

25 GENNAIO 2016

I. LA NOSTRA SITUAZIONE ODIERNA
Scrive papa Francesco, nella Bolla “Misericordiae Vultus” di indizione dell’Anno Giubilare della Misericordia, che «ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti» (n. 3). Quali sono oggi questi “momenti”, qual è oggi la situazione che chiede ai cristiani di diventare segno profetico della misericordia di Dio in questo mondo? Contestualizziamo nel nostro oggi la nostra riflessione sul Dio Misericordioso, offrendo un quadro molto sintetico della situazione del nostro tempo. Oggi siamo immersi in una visione così disumanizzante della vita, che sta forgiando le nostre convinzioni e condizionando i nostri comportamenti, il nostro stile di vita e le nostre scelte
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Il giubileo è un “grande anno sabbatico”. E non è un caso che Gesù compie la maggior parte di tali azioni proprio nel giorno di sabato, nel sabato fatto da Dio per la salvezza dell’uomo. E non è un caso che proprio per questo Gesù viene accusato e rimproverato da una parte degli scribi e dei farisei (non da tutti costoro!), assieme al fatto di frequentare i peccatori. Gesù stigmatizza lo stile di vita di questi uomini religiosi (Lc 16,14-15), i quali si ritengono giusti davanti agli uomini, vale a dire – tentazione tipica delle persone religiose di ogni epoca – ritengono di meritarsi l’amore e la misericordia di Dio. Invece Dio conosce il loro cuore ed è abominevole ai suoi occhi questa loro presunzione, perché l’amore e la misericordia sono dono gratuito di Dio, non un qualcosa di dovuto e di meritato, non un qualcosa che si riceve per meriti acquisiti o si compra con offerte di denaro. Coloro che accolgono il dono dell’amore e della misericordia di Dio – nella consapevolezza di non meritarlo – si lasciano da Dio smontare la propria esistenza pezzo per pezzo, e poi se la lasciano sempre da Lui ricomporre e convertire secondo la misura dell’evangelo, e poi ancora con umiltà affrontano la fatica quotidiana di impostare uno stile di vita alternativo che sappia narrare – come ha fatto Gesù – la misericordia di Dio
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   video


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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2,9) - VI GIORNO Ascolta questo sogno


La Settimana 
di preghiera per l’unità dei cristiani 
e per tutto l’anno 2016

Chiamati per annunziare a tutti 
le opere meravigliose di Dio
(cfr 1 Pietro 2, 9)

Congiuntamente preparati e pubblicati da
Pontifício Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani 
Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese

LETTURE BIBLICHE E COMMENTO
PER OGNI GIORNO DELLA SETTIMANA

VI GIORNO  Ascolta questo sogno
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Commento
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Domande per la riflessione personale
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Preghiera
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Vedi anche il post precedente:
Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2, 9) - SUGGERIMENTI PER L’ORGANIZZAZIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI - CELEBRAZIONE ECUMENICA DELLA PAROLA DI DIO


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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2,9) - VII GIORNO Ospitalità per la preghiera


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Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 18-25 gennaio 2016 Chiamati per annunziare a tutti le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2,9) - VIII GIORNO Cuori che ardono per l'unità

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Papa Francesco a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: Chiediamo anzitutto perdono per il peccato delle nostre divisioni, che sono una ferita aperta nel Corpo di Cristo. (foto, testo e video)


 25 gennaio 2016 

Papa Francesco ha presieduto, presso la basilica di San Paolo fuori le Mura, la celebrazione ecumenica dei Secondi Vespri nella solennità della conversione di San Paolo, a conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.

Il rito è iniziato con un gesto molto importante: il Pontefice è passato attraverso la porta santa della Basilica accanto al metropolita Ghennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico e all'arcivescovo David Moxon, rappresentante personale a Roma dell'arcivescovo di Canterbury, seguito poi dagli altri rappresentanti delle Chiese e Comunità ecclesiali di Roma «per ricordare - ha aggiunto - che l'unica porta che ci conduce alla salvezza è Gesù Cristo nostro Signore, il volto misericordioso del Padre».

La celebrazione si è aperta con l’Inno dell’Anno Santo della Misericordia “Misericordes sicut Pater” e la preghiera dinanzi alla tomba dell'apostolo Paolo.

Le letture sono state tratte dalla I Lettera di San Paolo ai Corinzi e dalla Lettera di Pietro, da cui è tratto anche il tema della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani.
Durante le intercessioni si è pregato anche per i “cristiani vittime di persecuzione” perché possano sperimentare “la solidarietà di tutti gli uomini e soprattutto dei loro fratelli nella fede”.

L'omelia di Papa Francesco

«Io sono il più piccolo tra gli apostoli […] perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana» (1 Cor 15,9-10). L’apostolo Paolo così riassume il significato della sua conversione. Essa, avvenuta dopo il folgorante incontro con Gesù Risorto (cfr 1 Cor 9,1) sulla strada da Gerusalemme a Damasco, non è prima di tutto un cambiamento morale, ma un’esperienza trasformante della grazia di Cristo, e al tempo stesso la chiamata ad una nuova missione, quella di annunciare a tutti quel Gesù che prima perseguitava perseguitando i suoi discepoli. In quel momento, infatti, Paolo comprende che tra il Cristo vivente in eterno e i suoi seguaci esiste un’unione reale e trascendente: Gesù vive ed è presente in loro ed essi vivono in Lui. La vocazione ad essere apostolo si fonda non sui meriti umani di Paolo, che si considera “infimo” e “indegno”, ma sulla bontà infinita di Dio, che lo ha scelto e gli ha affidato il ministero.

Una simile comprensione di quanto accaduto sulla via di Damasco è testimoniata da san Paolo anche nella Prima Lettera a Timoteo: «Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù» (1,12-14). La sovrabbondante misericordia di Dio è la ragione unica sulla quale si fonda il ministero di Paolo, ed è allo stesso tempo ciò che l’Apostolo deve annunciare a tutti.

L’esperienza di san Paolo è simile a quella delle comunità alle quali l’apostolo Pietro indirizza la sua Prima Lettera. San Pietro si rivolge ai membri di comunità piccole e fragili, esposte alla minaccia della persecuzione, e applica ad essi i titoli gloriosi attribuiti al popolo santo di Dio: «stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2,9). Per quei primi cristiani, come oggi per tutti noi battezzati, è motivo di conforto e di costante stupore sapere di essere stati scelti per far parte del disegno di salvezza di Dio, attuato in Gesù Cristo e nella Chiesa. “Perché, Signore, proprio me?”; “perché proprio noi?”. Attingiamo qui il mistero della misericordia e della scelta di Dio: il Padre ama tutti e vuole salvare tutti, e per questo chiama alcuni, “conquistandoli” con la sua grazia, perché attraverso di loro il suo amore possa raggiungere tutti. La missione dell’intero popolo di Dio è di annunciare le opere meravigliose del Signore, prima fra tutte il Mistero pasquale di Cristo, per mezzo del quale siamo passati dalle tenebre del peccato e della morte allo splendore della sua vita, nuova ed eterna (cfr 1 Pt 2,10).

Alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, e che ci ha guidato durante questa Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, possiamo davvero dire che tutti noi credenti in Cristo siamo “chiamati ad annunciare le opere meravigliose di Dio” (cfr 1 Pt2,9). Al di là delle differenze che ancora ci separano, riconosciamo con gioia che all’origine della vita cristiana c’è sempre una chiamata il cui autore è Dio stesso. Possiamo progredire sulla strada della piena comunione visibile tra i cristiani non solo quando ci avviciniamo gli uni agli altri, ma soprattutto nella misura in cui ci convertiamo al Signore, che per sua grazia ci sceglie e ci chiama ad essere suoi discepoli. E convertirsi significa lasciare che il Signore viva ed operi in noi. Per questo motivo, quando insieme i cristiani di diverse Chiese ascoltano la Parola di Dio e cercano di metterla in pratica, compiono davvero passi importanti verso l’unità. E non è solo la chiamata che ci unisce; ci accomuna anche la stessa missione: annunciare a tutti le opere meravigliose di Dio. Come san Paolo, e come i fedeli a cui scrive san Pietro, anche noi non possiamo non annunciare l’amore misericordioso che ci ha conquistati e che ci ha trasformati. Mentre siamo in cammino verso la piena comunione tra noi, possiamo già sviluppare molteplici forme di collaborazione, andare insieme e collaborare per favorire la diffusione del Vangelo. E camminando e lavorando insieme, ci rendiamo conto che siamo già uniti nel nome del Signore. L’unità si fa in cammino.

In questo Anno giubilare straordinario della Misericordia, teniamo ben presente che non può esserci autentica ricerca dell’unità dei cristiani senza un pieno affidarsi alla misericordia del Padre. Chiediamo anzitutto perdono per il peccato delle nostre divisioni, che sono una ferita aperta nel Corpo di Cristo. Come Vescovo di Roma e Pastore della Chiesa Cattolica, voglio invocare misericordia e perdono per i comportamenti non evangelici tenuti da parte di cattolici nei confronti di cristiani di altre Chiese. Allo stesso tempo, invito tutti i fratelli e le sorelle cattolici a perdonare se, oggi o in passato, hanno subito offese da altri cristiani. Non possiamo cancellare ciò che è stato, ma non vogliamo permettere che il peso delle colpe passate continui ad inquinare i nostri rapporti. La misericordia di Dio rinnoverà le nostre relazioni.

In questo clima di intensa preghiera, saluto fraternamente Sua Eminenza il Metropolita Gennadios, rappresentante del Patriarcato ecumenico, Sua Grazia David Moxon, rappresentante personale a Roma dell’Arcivescovo di Canterbury, e tutti i rappresentanti delle diverse Chiese e Comunità ecclesiali di Roma, qui convenuti questa sera. Con loro siamo passati attraverso la Porta Santa di questa Basilica, per ricordare che l’unica porta che ci conduce alla salvezza è Gesù Cristo nostro Signore, il volto misericordioso del Padre. Rivolgo un cordiale saluto anche ai giovani ortodossi e ortodossi orientali che studiano qui a Roma con il sostegno del Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese Ortodosse, che opera presso il Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, nonché agli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey, in visita qui a Roma per approfondire la loro conoscenza della Chiesa Cattolica.

Cari fratelli e sorelle, uniamoci oggi alla preghiera che Gesù Cristo ha rivolto al Padre: «siano una sola cosa […] perché il mondo creda» (Gv 17,21). L’unità è dono della misericordia di Dio Padre. Qui davanti alla tomba di san Paolo, apostolo e martire, custodita in questa splendida Basilica, sentiamo che la nostra umile richiesta è sostenuta dall’intercessione della moltitudine dei martiri cristiani di ieri e di oggi. Essi hanno risposto con generosità alla chiamata del Signore, hanno dato fedele testimonianza, con la loro vita, delle opere meravigliose che Dio ha compiuto per noi, e sperimentano già la piena comunione alla presenza di Dio Padre. Sostenuti dal loro esempio – questo esempio che fa proprio l’ecumenismo del sangue - e confortati dalla loro intercessione, rivolgiamo a Dio la nostra umile preghiera.

   video dell'omelia

   video integrale




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"Misericordia io voglio e non sacrifici" (Mt 9,13). Le opere di misericordia nel cammino giubilare - Papa Francesco - Messaggio per la quaresima 2016 (Testo e video presentazione)


MESSAGGIO DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
PER LA QUARESIMA 2016

"Misericordia io voglio e non sacrifici" (Mt 9,13).
Le opere di misericordia nel cammino giubilare

1. Maria, icona di una Chiesa che evangelizza perché evangelizzata

Nella Bolla d’indizione del Giubileo ho rivolto l’invito affinché «la Quaresima di quest’anno giubilare sia vissuta più intensamente come momento forte per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio» (Misericordiae Vultus, 17). Con il richiamo all’ascolto della Parola di Dio ed all’iniziativa «24 ore per il Signore» ho voluto sottolineare il primato dell’ascolto orante della Parola, in specie quella profetica. La misericordia di Dio è infatti un annuncio al mondo: ma di tale annuncio ogni cristiano è chiamato a fare esperienza in prima persona. E’ per questo che nel tempo della Quaresima invierò i Missionari della Misericordia perché siano per tutti un segno concreto della vicinanza e del perdono di Dio.

Per aver accolto la Buona Notizia a lei rivolta dall’arcangelo Gabriele, Maria, nel Magnificat, canta profeticamente la misericordia con cui Dio l’ha prescelta. La Vergine di Nazaret, promessa sposa di Giuseppe, diventa così l’icona perfetta della Chiesa che evangelizza perché è stata ed è continuamente evangelizzata per opera dello Spirito Santo, che ha fecondato il suo grembo verginale. Nella tradizione profetica, la misericordia ha infatti strettamente a che fare, già a livello etimologico, proprio con le viscere materne (rahamim) e anche con una bontà generosa, fedele e compassionevole (hesed), che si esercita all’interno delle relazioni coniugali e parentali.


2. L’alleanza di Dio con gli uomini: una storia di misericordia

Il mistero della misericordia divina si svela nel corso della storia dell’alleanza tra Dio e il suo popolo Israele. Dio, infatti, si mostra sempre ricco di misericordia, pronto in ogni circostanza a riversare sul suo popolo una tenerezza e una compassione viscerali, soprattutto nei momenti più drammatici quando l’infedeltà spezza il legame del Patto e l’alleanza richiede di essere ratificata in modo più stabile nella giustizia e nella verità. Siamo qui di fronte ad un vero e proprio dramma d’amore, nel quale Dio gioca il ruolo di padre e di marito tradito, mentre Israele gioca quello di figlio/figlia e di sposa infedeli. Sono proprio le immagini familiari – come nel caso di Osea (cfr Os 1-2) – ad esprimere fino a che punto Dio voglia legarsi al suo popolo.

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3. Le opere di misericordia


La misericordia di Dio trasforma il cuore dell’uomo e gli fa sperimentare un amore fedele e così lo rende a sua volta capace di misericordia. È un miracolo sempre nuovo che la misericordia divina si possa irradiare nella vita di ciascuno di noi, motivandoci all’amore del prossimo e animando quelle che la tradizione della Chiesa chiama le opere di misericordia corporale e spirituale. Esse ci ricordano che la nostra fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito e sui quali saremo giudicati: nutrirlo, visitarlo, confortarlo, educarlo. Perciò ho auspicato «che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporali e spirituali. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina» (ibid., 15). Nel povero, infatti, la carne di Cristo «diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga... per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura» (ibid.). Inaudito e scandaloso mistero del prolungarsi nella storia della sofferenza dell’Agnello Innocente, roveto ardente di amore gratuito davanti al quale ci si può come Mosè solo togliere i sandali (cfr Es 3,5); ancor più quando il povero è il fratello o la sorella in Cristo che soffrono a causa della loro fede.
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Per tutti, la Quaresima di questo Anno Giubilare è dunque un tempo favorevole per poter finalmente uscire dalla propria alienazione esistenziale grazie all’ascolto della Parola e alle opere di misericordia. Se mediante quelle corporali tocchiamo la carne del Cristo nei fratelli e sorelle bisognosi di essere nutriti, vestiti, alloggiati, visitati, quelle spirituali – consigliare, insegnare, perdonare, ammonire, pregare – toccano più direttamente il nostro essere peccatori. Le opere corporali e quelle spirituali non vanno perciò mai separate. È infatti proprio toccando nel misero la carne di Gesù crocifisso che il peccatore può ricevere in dono la consapevolezza di essere egli stesso un povero mendicante. Attraverso questa strada anche i “superbi”, i “potenti” e i “ricchi” di cui parla il Magnificat hanno la possibilità di accorgersi di essere immeritatamente amati dal Crocifisso, morto e risorto anche per loro. Solo in questo amore c’è la risposta a quella sete di felicità e di amore infiniti che l’uomo si illude di poter colmare mediante gli idoli del sapere, del potere e del possedere. Ma resta sempre il pericolo che, a causa di una sempre più ermetica chiusura a Cristo, che nel povero continua a bussare alla porta del loro cuore, i superbi, i ricchi ed i potenti finiscano per condannarsi da sé a sprofondare in quell’eterno abisso di solitudine che è l’inferno. Ecco perciò nuovamente risuonare per loro, come per tutti noi, le accorate parole di Abramo: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro» (Lc 16,29). Quest’ascolto operoso ci preparerà nel modo migliore a festeggiare la definitiva vittoria sul peccato e sulla morte dello Sposo ormai risorto, che desidera purificare la sua promessa Sposa, nell’attesa della sua venuta.

Non perdiamo questo tempo di Quaresima favorevole alla conversione! Lo chiediamo per l’intercessione materna della Vergine Maria, che per prima, di fronte alla grandezza della misericordia divina a lei donata gratuitamente, ha riconosciuto la propria piccolezza (cfr Lc 1,48), riconoscendosi come l’umile serva del Signore (cfr Lc 1,38).


Dal Vaticano, 4 ottobre 2015
Festa di San Francesco d’Assisi
Francesco


Alle ore 11.30 di questa mattina (26 gennaio 2016), nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2016 sul tema: “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9,13). Le opere di misericordia nel cammino giubilare.

Sono intervenuti l’Em.mo Card. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento e Membro del Pontificio Consiglio “Cor Unum”; Mons. Giampietro Dal Toso, Segretario del Pontificio Consiglio “Cor Unum” e Mons. Segundo Tejado Muñoz, Sotto-Segretario del medesimo Pontificio Consiglio.

  video



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SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"



Papa Francesco sarà in Svezia il prossimo 31 ottobre: prenderà parte ad una cerimonia congiunta in programma a Lund fra la Chiesa Cattolica e la Federazione Luterana Mondiale, per commemorare il 500.mo anniversario della Riforma, che cade nel 2017.

  Il 31 ottobre il Papa in Svezia per commemorare i 500 anni della Riforma



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Un evento interreligioso che si ispira all’incontro che Papa Giovanni Paolo II volle ad Assisi nel 1986, si è svolto nei giorni scorsi in Olanda, a Utrecht, dove si è parlato, meditato e pregato insieme per la pace. Le comunità di fede presenti nei Paesi Bassi, infatti, si sono date appuntamento per un momento di preghiera, ciascuna nel proprio luogo di culto, per poi confluire tutte insieme fraternamente in un incontro finale presso il centro “TivoliVredenburg”, alla presenza della principessa Beatrice.

 
L'OSSERVATORE ROMANO:   Marcia a Utrecht di cristiani, buddisti, ebrei e musulmani. Dall'Olanda un messaggio comune

Dopo cinquant'anni di discussioni e di polemiche gli Ortodossi si sono messi d'accordo. La mediazione di Bartolomeo e le resistenze dei russi. Storia di una scelta epocale come fu per i cattolici il Vaticano II.

  Alberto Bobbio:   Ortodossi, finalmente il Concilio: a giugno a Creta



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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


  (GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)


La comunicazione non scomunica. 5 punti del MESSAGGIO di ‪#‎PapaFrancesco‬ per la 50a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI di Antonio Spadaro



La comunicazione non scomunica. 
5 punti del MESSAGGIO di #PapaFrancesco per la 50a Giornata Mondiale delle COMUNICAZIONI
di Antonio Spadaro

Col suo Messaggio per la 50° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali Papa Francesco ha voluto connettere il tema della «Comunicazione» a quello della «Misericordia». L’accostamento non è scontato. Che cosa significare comunicare in maniera misericordiosa? Come si fa a comunicare la misericordia?

Segnalo di seguito 5 punti a mio avviso centrali nel Messaggio del Papa.

1) La comunicazione è «credibile» se è «affidabile»

L’assunto di base di questo Messaggio è che tutto ciò che facciamo è comunicazione. L’amore è comunicazione: quando è vero amore non può isolarsi. Se fosse isolato, sarebbe una forma spiritualista di egoismo. Dunque proprio nel modo in cui cerchiamo di vivere con tutto il nostro essere ciò che stiamo comunicando, contribuiremo a restituire credibilità alla comunicazione umana. Q
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2) La comunicazione della Chiesa non è «esclusiva»

Francesco comincia subito a parlare della comunicazione ecclesiale. E dice che essa deve essere inclusiva, da Madre, capace di «toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino». Dobbiamo comunicare da figli di Dio con altri figli di Dio, senza distinzione di credo, idea, visione del mondo.
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3) La comunicazione non scomunica

«La comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società», scrive il Papa. E «Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli». Persino quando «deve condannare con fermezza il male, cerca di non spezzare mai la relazione e la comunicazione». La comunicazione, proprio perché stimola la creatività, deve sempre creare ponti, favorire l’accessibilità, arricchire la società.
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4) La misericordia è politica

«Vorrei, dunque, invitare tutte le persone di buona volontà a riscoprire il potere della misericordia di sanare le relazioni lacerate e di riportare la pace e l’armonia», scrive Papa Francesco, sottolineando che «questo vale anche per i rapporti tra i popoli». Dunque «è auspicabile che anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia, che nulla dà mai per perduto». Ecco il senso della «diplomazia della misericordia» per Francesco: non considerare mai nulla perduto nella relazione tra popoli e nazioni. A questo deve servire la comunicazione politica, dunque.
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5) La rete costruisce cittadinanza

Se la comunicazione ha una rilevanza politica, essa ha anche un peso sempre più forte nel sentirsi cittadini, nel costruire la cittadinanza. Riconoscendo la rete come luogo di una «comunicazione pienamente umana», il Papa afferma che «anche in rete si costruisce una vera cittadinanza. L’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale, ha la sua dignità che va rispettata. La rete può essere ben utilizzata per far crescere una società sana e aperta alla condivisione».
Il «potere della comunicazione» è la «prossimità». La prossimità innesca una tensione bipolare di avvicinamento e allontanamento e, al suo interno, presenta un’opposizione qualitativa: avvicinarsi bene e avvicinarsi male. Ecco il compito di chi oggi è impegnato nella comunicazione: «In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità».

(fonte: CyberTeologia)

La Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, l’unica giornata mondiale stabilita dal Concilio Vaticano II (“ Inter Mirifica ”, 1963), viene celebrata in molti paesi, su raccomandazione dei vescovi del mondo, la Domenica che precede la Pentecoste (nel 2016, l’8 maggio).
Il Messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali viene tradizionalmente pubblicato in occasione della ricorrenza di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti (24 gennaio).

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“Misericordia e verità si incontreranno”, questo il titolo della conferenza tenuta a Roma nella Basilica di Santa Maria in Montesanto da mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione e coordinatore del Giubileo della Misericordia. L’appuntamento, in prossimità della memoria liturgica di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti, apre il ciclo di incontri per gli operatori della comunicazione sociale e gli artisti, al quale interverranno anche il cardinale Gianfranco Ravasi (25 febbraio), padre Raniero Cantalamessa (18 marzo), Enzo Bianchi (7 aprile) e mons. Dario Edoardo Viganò (19 maggio). Mons. Fisichella sottolinea che “la verità è il poter fidarsi di una persona, la verità è fedeltà”. Ma in che modo è possibile coniugare verità, misericordia e comunicazione? Glielo ha chiesto Eugenio Murrali

  RADIO VATICANA:  Fisichella ai giornalisti: fate sapere dove serve misericordia

Come ogni anno, da lungo tempo ormai, leggo e rileggo il messaggio del Papa per la Giornata delle Comunicazioni sociali. L’ho fatto anche venerdì scorso. Non solo lo rileggo. Lo viviseziono. Lo sottolineo. Lo evidenzio. Metto di fianco dei titoletti. Mi annoto appunti. Cerco di scavare in profondità per tentare di cogliere il nocciolo di quanto il Santo Padre propone a noi operatori nei mass media. D’altronde, ne va della nostra professione, e perché no, anche della nostra vocazione.

 
Francesco Zanotti:  Ascolto, umiltà, prossimità e cuore Io, giornalista, e le parole del Papa


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"Il giubileo della misericordia e l’ossessione della piazza" di Massimo Toschi



Sorprende che all’inizio dell’anno giubilare il primo gesto di molti vescovi e cristiani del nostro Paese non sia la penitenza e la conversione,  ma il desiderio della piazza.
"Il giubileo della misericordia e l’ossessione della piazza"

di Massimo Toschi

Sorprende che all’inizio dell’anno giubilare il primo gesto di molti vescovi e cristiani del nostro Paese non sia la penitenza e la conversione, ma il desiderio della piazza. Quasi che la piazza possa sostituire l’annuncio, che ha la sua sede propria lungo la via della croce, là dove incontriamo tante famiglie di poveri e di sofferenti, tante ragazze di strada e tanti migranti, tanti disabili e tanti abbandonati. Potremmo dire i segni del Messia che viene.
In realtà, quando i cristiani sono andati in piazza (ci ricordiamo il family day di nove anni fa) hanno mostrato una grande apparente forza, ma hanno perso, perché hanno sostituito al vangelo l’attrazione per il potere. Dunque innanzi tutto dobbiamo chiedere perdono, in ginocchio, per una stagione nella quale al vangelo sono stati sostituiti i “principi non negoziabili”, con risultati drammatici non solo per la comunità ecclesiale, ma per l’intera società italiana. La crisi che stiamo attraversando è figlia di quella stagione. Le famiglie e le loro ferite sono state usate da una Chiesa distratta dal vangelo e attratta dalla politica.
Questa è stata la vera sconfitta dei cristiani (vescovi, preti, parrocchie, movimenti e associazioni, cristiani comuni). Abbiamo preferito alla misericordia il razionalismo delle parole astratte. Abbiamo preferito stare nei palazzi della politica, piuttosto che lungo le strade del dolore, fino alla via crucis della nostra storia.
Papa Francesco, con il discorso alla Chiesa italiana, e con l’apertura del giubileo, ha chiesto ai cristiani del nostro Paese, di rendere attuale la forza spirituale del concilio, che ci chiama tutti, (vescovi, preti e cristiani comuni), a vivere la parola della misericordia, che genera la sapienza della prassi, la lettura dei segno dei tempi, una carità condivisa e senza limiti, e infine una coscienza formata dalla verità crocifissa.
Così scrive papa Francesco nella Evangelii gaudium: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita, sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti».
Nel giorno del Family day, nove anni fa, a Stoccarda Romano Prodi, ancora presidente del consiglio, al convegno dei movimenti cristiani europei diceva con grande forza: «Una politica pubblica per le famiglie non deve dividere, ma unire. Non si può spezzare la società in nome della famiglia: la grande famiglia dell’Europa ha bisogno di famiglie che generino la cultura della comunione e della speranza, che sappiano ospitare la diversità, che siano feconde perché capaci di consegnare ai figli il seme del futuro e le cose belle del domani. Questo domanda politiche coraggiose senza le quali il tessuto profondo dell’Europa rischia di perdersi. Non facciamo della famiglia una declamazione, ma una politica che sappia costruire nuovi e più solidi rapporti umani».
Allora Prodi fu sconfitto, ma le sue parole non hanno perso valore. Ancora oggi valgono, pur in un contesto confuso e astuto, in cui ognuno cerca il proprio interesse politico e la propria rivincita.
I cristiani corrono un rischio in più: il rischio del Circo Massimo, dunque il rischio del censimento, del numero e della conta. Riattualizzare il family day è voltarsi indietro, come la moglie di Lot, guardare a un modello che ha già fallito nel passato, che pietrifica e uccide oggi sapienza e cultura.
Il giubileo della misericordia ci indica un altro orizzonte e un’altra prospettiva: avere un cuore povero e per questo aperto ai miseri. Questo porta, dice il papa, al dialogo, che è ascolto e incontro dell’altro e non negozio, che è «cercare di ricavare la propria fetta della torta comune».
Dunque una chiesa con volto di mamma, che si piega sui suoi figli più sofferenti. Questa non è la retorica della politica, ma la nostra fede, che i cristiani, tutti i cristiani sono chiamati a testimoniare da disarmati, senza esibire forza, ma vivendo e annunciando la debolezza di Dio.
Rimane la tentazione pelagiana di vescovi e di cristiani che cercano piccoli vantaggi personali, che papa Francesco così descrive: «(la tentazione pelagiana) spinge la Chiesa a non essere umile, disinteressata e beata. E lo fa con l’apparenza di un bene. Il pelagianesimo ci porta ad avere fiducia nelle strutture, nelle organizzazioni, nelle pianificazioni perfette, perché astratte. Spesso ci porta pure ad assumere uno stile di controllo, di durezza e di normatività. La norma dà al pelagiano la sicurezza di sentirsi superiore, di avere un orientamento preciso. In questo trova la sua forza, non nella leggerezza del soffio dello Spirito. Davanti ai mali e ai problemi della Chiesa è inutile cercare soluzioni in conservatorismi e fondamentalismi, nella restaurazione di condotte e forme superate, che neppure culturalmente hanno capacità di essere significative». 
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  Il giubileo della misericordia e l’ossessione della piazza di Masssimo Toschi



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"La discussione sulle unioni civili avrebbe bisogno di limpidezza e di rispetto reciproco, invece d'essere posseduta da convenienze politiche, forzature ideologiche, intolleranze religiose". Così Stefano Rodotà inizia il suo articolo su Repubblica a proposito del dibattito in atto.
Penso di fare un servizio ai lettori di Huffington Post, nel riportare un "inedito" di Ernesto Balducci. Si tratta di una Conferenza che tenne all'Isolotto nel Marzo del 1974, in occasione del referendum sul divorzio. Ho cercato di alleggerire il testo omettendone alcuni passi. Mi si perdoni la lunghezza ma i temi affrontati e gli stereotipi di un certo "cattolicesimo" che vengono puntualmente contestati meritano anche più che un po' del nostro tempo!

  Aldo Antonelli:  La famiglia cristiana non esiste, neanche nel Vangelo

L’atteggiamento soft di papa Francesco ha giovato alla formazione di una sensibilità diversa – o ha favorito la libertà di esprimerla –, c’è stato un cambio di passo, ma un cambio di direzione è ancora di là da venire. Su molte questioni, stile e linguaggio si sono modificati, ma la sostanza è rimasta la stessa.

  Luca Kocci:  Dai dogmi alla morale, le due chiese nell’era Bergoglio

... Nelle parole dei Vescovi è stato riaffermato l’impegno a continuare una pastorale di prossimità a chi è nella fatica, oltre all’incoraggiamento perché non venga meno la fiducia. Nel solco dell’eredità spirituale del Convegno ecclesiale di Firenze – e, in particolare, del discorso del Santo Padre e dell’esperienza sinodale – il confronto ha aiutato a mettere a fuoco alcune priorità in vista di un’agenda condivisa: famiglia, scuola e poveri, terreno di quella missionarietà che trova nell’educazione la propria finalità...

  CEI:  Famiglia, misura di civiltà (comunicato finale)

Tornare indietro per andare avanti. Rivisitare il passato per cogliere i segni del presente. Questa la modalità attraverso cui Lucetta Scaraffia e Giulia Galeotti (di nuovo insieme dopo “Papa Francesco e le donne”), con coraggio e passione, affrontano in un libro-intervista la questione femminile vista dall’interno dell’istituzione ecclesiastica.

  Antonella Lumini:  Un libro di Giulia Galeotti e Lucetta Scaraffia- Ricreare il ponte fra donne e Chiesa


In ogni società esistono valori sacri, principi sui quali si basano le fondamenta della collettività. Per valore sacro s’intende un ideale così im­portante da essere superiore al bene stesso dell’uomo, e per difenderlo si può arrivare a sacrificare la propria vita o a togliere quella di quanti vi si oppongono. I valori sacri, indiscutibili e non negoziabili, sui quali da sempre ci si è basati, sono Dio-Patria-Famiglia. Quel che accomuna questi tre valori è il potere: quello esercitato da Dio, attraverso l’istituzione religiosa sulle coscienze dei credenti, quello dello Stato, sulla vita delle persone e infine il potere indiscusso del capo famiglia sulla moglie e sui figli. Poi è venuto Gesù, e ha smascherato questi valori sacri rivelandoli come ostili al disegno del Padre sull’umanità...

  Alberto Maggi:  “Dio, patria, famiglia”, quei valori “sacri” smascherati da Gesù

... Nello stesso tempo però rispetto alla discussione in corso, il ruolo dei laici cattolici è quello di essere il “partito della famiglia”, o di un’idea di famiglia, come se si trattasse di una competizione tra gruppi, oppure è quello di operare per il bene comune, cioè a favore di tutti? E il bene comune è certamente quello delle famiglie fondate sul matrimonio, ma riguarda anche i divorziati, i conviventi e le coppie omosessuali: avere chiara questa prospettiva, mantenendo il senso delle differenze, significa riconoscere e “dire bene” del positivo che c’è in ogni autentico legame caratterizzato da affetto, fedeltà, impegno e stabilità.
Una certa parte del cattolicesimo italiano e specialmente di quello da cui proviene l’iniziativa del Family Day, pare invece resistere a questa logica di “bene-dizione”, che anche in Italia chiede di essere tradotta in “buona-dizione” attraverso scelte politiche e legislative ponderate e sagge; una questione di “stile”, come il recente Convegno ecclesiale di Firenze ha mostrato, piuttosto che di “piazza”...

  Paolo Tassinari:  A proposito del Family day

... Francesco non cede di una virgola sul magistero della Chiesa su matrimonio e famiglia. Ciononostante, sul piano pastorale, il Papa non ne vuole sapere di «vescovi piloti» e di una Chiesa italiana «ossessionata dal potere, anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale».
SE NE è accorto fin troppo bene il presidente della Cei, Bagnasco, che, all'indomani del suo endorsement al nuovo Family Day in programma domani dopo l'ultimo del 2015  – «una manifestazione condivisibile e assolutamente necessaria» –, si è visto negare da Francesco la consueta udienza privata che precede di qualche giorno la prolusione in apertura del Consiglio permamente dei vescovi...

  Giovanni Panettiere:  Family Day, il Papa e la prudenza dei vescovi

... Del resto, in questa occasione abbiamo trovato ulteriore conferma di quello che già sospettavamo: Francesco non ha cambiato, come egli stesso ha detto più volte, nemmeno una riga della dottrina sociale della Chiesa cattolica. Quello che egli ha fatto, questo lo diciamo noi, è semmai di spostare l’accento dai temi dell’etica individuale a quelli dell’impegno sociale. Ma come i primi erano già presenti, seppure in forma attenuata, nel magistero di Giovanni Paolo II e di Ratzinger (che non hanno mai amato, e l’hanno detto tante volte, né il capitalismo né il consumismo sfrenato), così i secondi non mancano nel magistero di Bergoglio, seppure in forma sinora meno marcata. Cambia l’accento, il dosaggio se volete, ma non certo la sostanza...

 
Marco Marzano:  Family day, la doppia partita (fratricida)



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 FRANCESCO
 

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28/01/2016:

  Come cristiani non possiamo...




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PAPA FRANCESCO: "Vi raccomando anche, in maniera speciale, la capacità di dialogo e di incontro. Dialogare non è negoziare. Negoziare è cercare di ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è questo che intendo. Ma è cercare il bene comune per tutti. (VIDEO)

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Essere cristiano ed essere missionario “è la stessa cosa” - Papa Francesco, Angelus del 24.01.2016



Essere cristiano ed essere missionario
“è la stessa cosa”
Papa Francesco 

Angelus 
del 24.01.2016

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel Vangelo di oggi, l'evangelista Luca prima di presentare il discorso programmatico di Gesù a Nazaret, ne riassume brevemente l'attività evangelizzatrice. E’ un'attività che Egli compie con la potenza dello Spirito Santo: la sua parola è originale, perché rivela il senso delle Scritture; è una parola autorevole, perché comanda persino agli spiriti impuri e questi obbediscono (cfr Mc 1,27). Gesù è diverso dai maestri del suo tempo: per esempio, non ha aperto una scuola per lo studio della Legge, ma va in giro a predicare e insegna dappertutto: nelle sinagoghe, per le strade, nelle case, sempre in giro! Gesù è diverso anche da Giovanni Battista, il quale proclama il giudizio imminente di Dio, mentre Gesù annuncia il suo perdono di Padre.

Ed ora immaginiamo di entrare anche noi nella sinagoga di Nazaret, il villaggio dove Gesù è cresciuto fino a circa trent'anni. Ciò che vi accade è un avvenimento importante, che delinea la missione di Gesù. Egli si alza per leggere la Sacra Scrittura. Apre il rotolo del profeta Isaia e prende il passo dove è scritto: “lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (Lc 4,18). Poi, dopo un momento di silenzio pieno di attesa da parte di tutti, dice, tra lo stupore generale: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato” (v. 21).

Evangelizzare i poveri: questa è la missione di Gesù, secondo quanto Lui dice; questa è anche la missione della Chiesa, e di ogni battezzato nella Chiesa. Essere cristiano ed essere missionario è la stessa cosa. Annunciare il Vangelo, con la parola e, prima ancora, con la vita, è la finalità principale della comunità cristiana e di ogni suo membro. Si nota qui che Gesù indirizza la Buona Novella a tutti, senza escludere nessuno, anzi privilegiando i più lontani, i sofferenti, gli ammalati, gli scartati della società.

Domandiamoci: che cosa significa evangelizzare i poveri? Significa anzitutto avvicinarli, significa avere la gioia di servirli, di liberarli dalla loro oppressione, e tutto questo nel nome e con lo Spirito di Cristo, perché è Lui il Vangelo di Dio, è Lui la Misericordia di Dio, è Lui la liberazione di Dio, è Lui chi si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà. Il testo di lsaia, rafforzato da piccoli adattamenti introdotti da Gesù, indica che l'annuncio messianico del Regno di Dio venuto in mezzo a noi si rivolge in modo preferenziale agli emarginati, ai prigionieri, agli oppressi.

Probabilmente al tempo di Gesù queste persone non erano al centro della comunità di fede. Possiamo domandarci: oggi, nelle nostre comunità parrocchiali, nelle associazioni, nei movimenti, siamo fedeli al programma di Cristo? L'evangelizzazione dei poveri, portare loro il lieto annuncio, è la priorità? Attenzione: non si tratta solo di fare assistenza sociale, tanto meno attività politica. Si tratta di offrire la forza del Vangelo di Dio, che converte i cuori, risana le ferite, trasforma i rapporti umani e sociali secondo la logica dell'amore. I poveri, infatti, sono al centro del Vangelo.

La Vergine Maria, Madre degli evangelizzatori, ci aiuti a sentire fortemente la fame e la sete del Vangelo che c’è nel mondo, specialmente nel cuore e nella carne dei poveri. E ottenga ad ognuno di noi e ad ogni comunità cristiana di testimoniare concretamente la misericordia, la grande misericordia che Cristo ci ha donato.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

saluto con affetto tutti voi, venuti da diverse parrocchie d'Italia e di altri Paesi, come pure le associazioni e le famiglie.

In particolare, saluto gli studenti di Zafra e i fedeli di Cervellò (sono spagnoli); i partecipanti al convegno promosso dalla "Comunità mondiale per la meditazione cristiana"; e i gruppi di fedeli venuti dall'Arcidiocesi di Bari-Bitonto, da Tarcento, Marostica, Prato, Abbiategrasso e Pero-Cerchiate.

A tutti auguro buona domenica e per favore non dimenticatevi di pregare per me! Buon pranzo e arrivederci!

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«Dio non è indifferente non distoglie mai lo sguardo dal dolore umano» Papa Francesco Udienza Generale 27/01/2016 (Foto, testo e video)


 27 gennaio 2016 

Proteggendosi dal freddo con il cappotto, ma senza la sciarpa, Papa Francesco ha compiuto nuovamente oggi il suo giro in jeep tra i novemila fedeli presenti in piazza San Pietro. L'Udienza Generale è tornata infatti all'aperto dopo due appuntamenti al coperto. 
Il Papa ha proseguito le sue catechesi sulla misericordia. 

Dio ascolta il grido e fa alleanza

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nella Sacra Scrittura, la misericordia di Dio è presente lungo tutta la storia del popolo d’Israele.

Con la sua misericordia, il Signore accompagna il cammino dei Patriarchi, dona loro dei figli malgrado la condizione di sterilità, li conduce per sentieri di grazia e di riconciliazione, come dimostra la storia di Giuseppe e dei suoi fratelli (cfr Gen 37-50). E penso ai tanti fratelli che sono allontanati in una famiglia e non si parlano. Ma quest’Anno della Misericordia è una buona occasione per ritrovarsi, abbracciarsi e perdonarsi e dimenticare le cose brutte. Ma, come sappiamo, in Egitto la vita per il popolo si fa dura. Ed è proprio quando gli Israeliti stanno per soccombere, che il Signore interviene e opera la salvezza.

Si legge nel Libro dell’Esodo: «Dopo molto tempo il re d’Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne prese cura» (2,23-25). La misericordia non può rimanere indifferente davanti alla sofferenza degli oppressi, al grido di chi è sottoposto a violenza, ridotto in schiavitù, condannato a morte. E’ una dolorosa realtà che affligge ogni epoca, compresa la nostra, e che fa sentire spesso impotenti, tentati di indurire il cuore e pensare ad altro. Dio invece «non è indifferente» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2016, 1), non distoglie mai lo sguardo dal dolore umano. Il Dio di misericordia risponde e si prende cura dei poveri, di coloro che gridano la loro disperazione. Dio ascolta e interviene per salvare, suscitando uomini capaci di sentire il gemito della sofferenza e di operare in favore degli oppressi.

È così che comincia la storia di Mosè come mediatore di liberazione per il popolo. Egli affronta il Faraone per convincerlo a lasciare partire Israele; e poi guiderà il popolo, attraverso il Mar Rosso e il deserto, verso la libertà. Mosè, che la misericordia divina ha salvato appena nato dalla morte nelle acque del Nilo, si fa mediatore di quella stessa misericordia, permettendo al popolo di nascere alla libertà salvato dalle acque del Mar Rosso. E anche noi in quest’Anno della Misericordia possiamo fare questo lavoro di essere mediatori di misericordia con le opere di misericordia per avvicinare, per dare sollievo, per fare unità. Tante cose buone si possono fare.

La misericordia di Dio agisce sempre per salvare. È tutto il contrario dell’opera di quelli che agiscono sempre per uccidere: ad esempio quelli che fanno le guerre. Il Signore, mediante il suo servo Mosè, guida Israele nel deserto come fosse un figlio, lo educa alla fede e fa alleanza con lui, creando un legame d’amore fortissimo, come quello del padre con il figlio e dello sposo con la sposa.

A tanto giunge la misericordia divina. Dio propone un rapporto d’amore particolare, esclusivo, privilegiato. Quando dà istruzioni a Mosè riguardo all’alleanza, dice: «Se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli; mia infatti è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,5-6).

Certo, Dio possiede già tutta la terra perché l’ha creata; ma il popolo diventa per Lui un possesso diverso, speciale: la sua personale “riserva di oro e argento” come quella che il re Davide affermava di aver donato per la costruzione del Tempio.

Ebbene, tali noi diventiamo per Dio accogliendo la sua alleanza e lasciandoci salvare da Lui. La misericordia del Signore rende l’uomo prezioso, come una ricchezza personale che Gli appartiene, che Egli custodisce e in cui si compiace.

Sono queste le meraviglie della misericordia divina, che giunge a pieno compimento nel Signore Gesù, in quella “nuova ed eterna alleanza” consumata nel suo sangue, che con il perdono distrugge il nostro peccato e ci rende definitivamente figli di Dio (cfr 1 Gv3,1), gioielli preziosi nelle mani del Padre buono e misericordioso. E se noi siamo figli di Dio e abbiamo la possibilità di aver questa eredità - quella della bontà e della misericordia - in confronto con gli altri, chiediamo al Signore che in quest’Anno della Misericordia anche noi facciamo cose di misericordia; apriamo il nostro cuore per arrivare a tutti con le opere di misericordia, l’eredità misericordiosa che Dio Padre ha avuto con noi.

   video della catechesi

Saluti:

...

AVVISO 

Il Pontificio Consiglio Cor Unum, in occasione del Giubileo della Misericordia, ha promosso una giornata di ritiro spirituale per le persone e i gruppi impegnati nel servizio della carità. La giornata, da tenersi nelle singole diocesi durante la prossima Quaresima, sarà occasione per riflettere sulla chiamata ad essere misericordiosi come il Padre. Invito ad accogliere questa proposta, utilizzando le indicazioni e i sussidi preparati da Cor Unum.

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. ...
Saluto gli artisti e operatori del circo e li ringrazio per la loro gradita esibizione; voi siete fautori di bellezza, voi fate la bellezza e la bellezza fa bene all’anima. La bellezza ci avvicina a Dio, ma dietro questo spettacolo di bellezza, quante ore di allenamento ci sono! Andate avanti, continuate, grazie. 
...
Il Giubileo Straordinario, con il passaggio dalla Porta Santa, ci inviti ad uscire dall’egoismo – tutti abbiamo qualcosa di egoismo - Dobbiamo uscire da questo. Dobbiamo uscire dall’egoismo e promuovere in ciascuno l’esercizio delle opere di misericordia verso i fratelli.

Un pensiero speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani ricorre la memoria liturgica di San Tommaso d’Aquino, patrono delle scuole cattoliche. Il suo esempio spinga voi, cari giovani, a vedere in Gesù misericordioso l’unico maestro di vita; la sua intercessione ottenga per voi, cari ammalati, la serenità e la pace presenti nel mistero della croce; e la sua dottrina sia un incoraggiamento per voi, cari sposi novelli, ad affidarvi alla sapienza del cuore per adempiere la vostra missione.

   testo integrale

   video integrale

Al termine dell'udienza generale in piazza San Pietro alcuni acrobati circensi si sono esibiti in evoluzioni e giocolerie per il Papa con vestiti e trucchi multicolore. Tra i fedeli in piazza stamattina erano presenti anche 100 dirigenti e operatori di diversi circhi romani. "Saluto gli artisti del circo e vi ringrazio per la gradita esibizione - ha commentato il Santo Padre -. Voi fate la bellezza e la bellezza ci avvicina a Dio. Chissà quante ore di preparazione ci sono per questo spettacolo. Andate avanti".



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«Con l’accoglienza “ci giochiamo tutto”. Un’accoglienza affettuosa, festosa, cordiale, e paziente» - Papa Francesco agli operatori di pellegrinaggi



GIUBILEO DEGLI OPERATORI DI PELLEGRINAGGI E RETTORI DI SANTUARI

Aula Paolo VI
Giovedì, 21 gennaio 2016

   video
  
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Accolgo cordialmente tutti voi, operatori dei pellegrinaggi ai santuari. Andare pellegrini ai santuari è una delle espressioni più eloquenti della fede del popolo di Dio, e manifesta la pietà di generazioni di persone, che con semplicità hanno creduto e si sono affidate all’intercessione della Vergine Maria e dei Santi. Questa religiosità popolare è una genuina forma di evangelizzazione, che ha bisogno di essere sempre promossa e valorizzata, senza minimizzare la sua importanza. E’ curioso: il beato Paolo VI, nella Evangellii nuntiandi, parla della religiosità popolare, ma dice che è meglio chiamarla “pietà popolare”; e poi, l’Episcopato latinoamericano nel Documento di Aparecida fa un passo in più e parla di “spiritualità popolare”. Tutti e tre i concetti sono validi, ma insieme. Nei santuari, infatti, la nostra gente vive la sua profonda spiritualità, quella pietà che da secoli ha plasmato la fede con devozioni semplici, ma molto significative. Pensiamo a come si fa intensa, in alcuni di questi luoghi, la preghiera a Cristo Crocifisso, o quella del Rosario, o la Via Crucis…

Sarebbe un errore ritenere che chi va in pellegrinaggio viva una spiritualità non personale ma “di massa”. In realtà, il pellegrino porta con sé la propria storia, la propria fede, luci e ombre della propria vita. Ognuno porta nel cuore un desiderio speciale e una preghiera particolare. Chi entra nel santuario sente subito di trovarsi a casa sua, accolto, compreso, e sostenuto. Mi piace molto la figura biblica di Anna, la madre del profeta Samuele. Lei, nel tempio di Silo, col cuore gonfio di tristezza pregava il Signore per avere un figlio. Il sacerdote Eli invece pensava che fosse ubriaca e voleva cacciarla fuori (cfr 1 Sam 1,12-14). Anna rappresenta bene tante persone che si possono incontrare nei nostri santuari. Gli occhi fissi sul Crocifisso o sull’immagine della Madonna, una preghiera fatta con le lacrime agli occhi, colma di fiducia. Il santuario è realmente uno spazio privilegiato per incontrare il Signore e toccare con mano la sua misericordia. Confessare in un santuario, è fare esperienza di toccare con mano la misericordia di Dio.

È per questo che la parola-chiave che desidero sottolineare oggi insieme con voi è accoglienza: accogliere i pellegrini. Con l’accoglienza, per così dire, “ci giochiamo tutto”. Un’accoglienza affettuosa, festosa, cordiale, e paziente. Ci vuole anche pazienza! I Vangeli ci presentano Gesù sempre accogliente verso coloro che si accostano a Lui, specialmente i malati, i peccatori, gli emarginati. E ricordiamo quella sua espressione: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40). Gesù ha parlato dell’accoglienza, ma soprattutto l’ha praticata. Quando ci viene detto che i peccatori – ad esempio Matteo, o Zaccheo – accoglievano Gesù nella loro casa e alla loro mensa, è perché anzitutto essi si erano sentiti accolti da Gesù, e questo aveva cambiato la loro vita. E’ interessante che il Libro degli Atti degli Apostoli si conclude con la scena di san Paolo che, qui a Roma, «accoglieva tutti quelli che venivano da lui» (At 28,30). La sua casa, dove abitava come prigioniero, era il luogo dove annunciava il Vangelo.L’accoglienza è davvero determinante per l’evangelizzazione. A volte, basta semplicemente una parola, un sorriso, per far sentire una persona accolta e benvoluta.
Il pellegrino che arriva al santuario è spesso stanco, affamato, assetato… E tante volte questa condizione fisica rispecchia anche quella interiore. Perciò, questa persona ha bisogno di essere accolta bene sia sul piano materiale sia su quello spirituale. È importante che il pellegrino che varca la soglia del santuario si senta trattato più che come un ospite, come un familiare. Deve sentirsi a casa sua, atteso, amato e guardato con occhi di misericordia. Chiunque sia, giovane o anziano, ricco o povero, malato e tribolato oppure turista curioso, possa trovare l’accoglienza dovuta, perché in ognuno c’è un cuore che cerca Dio, a volte senza rendersene pienamente conto. Facciamo in modo che ogni pellegrino abbia la gioia di sentirsi finalmente compreso e amato. In questo modo, tornando a casa proverà nostalgia per quanto ha sperimentato e avrà il desiderio di ritornare, ma soprattutto vorrà continuare il cammino di fede nella sua vita ordinaria.

Un’accoglienza del tutto particolare è quella che offrono i ministri del perdono di Dio. Il santuario è la casa del perdono, dove ognuno si incontra con la tenerezza del Padre che ha misericordia di tutti, nessuno escluso. Chi si accosta al confessionale lo fa perché è pentito, è pentito del proprio peccato. Sente il bisogno di accostarsi lì. Percepisce chiaramente che Dio non lo condanna, ma lo accoglie e lo abbraccia, come il padre del figlio prodigo, per restituirgli la dignità filiale (cfr Lc 15,20-24). I sacerdoti che svolgono un ministero nei santuari devono avere il cuore impregnato di misericordia; il loro atteggiamento dev’essere quello di un padre.

Cari fratelli e sorelle, viviamo con fede e con gioia questo Giubileo: viviamolo come un unico grande pellegrinaggio. Voi, in modo speciale, vivete il vostro servizio come un’opera di misericordia corporale e spirituale. Vi assicuro per questo la mia preghiera, per intercessione di Maria nostra Madre. E voi, per favore, con la vostra preghiera, accompagnate anche me nel mio pellegrinaggio. Grazie.

   video integrale


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"Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione" Papa Francesco


"Non può esserci confusione
 tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione"

Papa Francesco

Discorso in occasione dell'inaugurazione
dell 'anno giudiziario del tribunale della Rota romana
Sala Clementina
Venerdì, 22 gennaio 2016

"... La Chiesa, infatti, può mostrare l’indefettibile amore misericordioso di Dio verso le famiglie, in particolare quelle ferite dal peccato e dalle prove della vita, e insieme proclamare l’irrinunciabile verità del matrimonio secondo il disegno di Dio. Questo servizio è affidato primariamente al Papa e ai Vescovi.
Nel percorso sinodale sul tema della famiglia, che il Signore ci ha concesso di realizzare nei due anni scorsi, abbiamo potuto compiere, in spirito e stile di effettiva collegialità, un approfondito discernimento sapienziale, grazie al quale la Chiesa ha – tra l’altro – indicato al mondo che non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione.La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo, appartiene al “sogno” di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità.
...
L’urgenza pastorale, che coinvolge tutte le strutture della Chiesa, spinge a convergere verso un comune intento ordinato alla preparazione adeguata al matrimonio, in una sorta di nuovo catecumenato - sottolineo questo: in una sorta di nuovo catecumenato - tanto auspicato da alcuni Padri Sinodali
Cari fratelli, il tempo che viviamo è molto impegnativo sia per le famiglie, sia per noi pastori che siamo chiamati ad accompagnarle. Con questa consapevolezza vi auguro buon lavoro per il nuovo anno che il Signore ci dona. Vi assicuro la mia preghiera e conto anch’io sulla vostra. La Madonna e san Giuseppe ottengano alla Chiesa di crescere nello spirito di famiglia e alle famiglie di sentirsi sempre più parte viva e attiva del popolo di Dio. Grazie."

   Discorso integrale

   video Servizio TG2000

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«Il cuore cristiano è aperto, sempre» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - 28.01.2016 (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
28 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Il cristiano è un testimone dal cuore magnanimo 

Il tema della testimonianza, intesa come elemento fondante della vita del cristiano, è stato al centro della riflessione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta nella mattina di giovedì 28 gennaio. Ma cosa deve caratterizzare questa testimonianza? La risposta il Pontefice l’ha tratta direttamente dal Vangelo del giorno, riprendendo il brano di Marco (4, 21-25) immediatamente successivo alla «parabola del seme». Dopo aver parlato «del seme che riesce a dare frutto» e di quello che, invece, cadendo «in terra non buona non può dare frutto», Gesù «ci parla della lampada» che non viene posta sotto il moggio ma sopra al candelabro. Essa — ha spiegato — «è luce e il Vangelo di Giovanni ci dice che il mistero di Dio è luce e che la luce venne al mondo e le tenebre non la accolsero». Una luce, ha aggiunto, che non può essere nascosta, ma serve «per illuminare».


Ecco, quindi, «uno dei tratti del cristiano, che ha ricevuto la luce nel battesimo e deve darla». Il cristiano, ha detto il Papa, «è un testimone». E proprio la parola «testimonianza» racchiude «una delle peculiarità degli atteggiamenti cristiani». Infatti: «un cristiano che porta questa luce, deve farla vedere perché lui è un testimone». E se un un cristiano «preferisce non far vedere la luce di Dio e preferisce le proprie tenebre», allora «gli manca qualcosa e non è un cristiano completo». Una parte di lui è occupata, le tenebre «gli entrano nel cuore, perché ha paura della luce» e lui preferisce «gli idoli». Ma il cristiano «è un testimone», testimone «di Gesù Cristo, luce di Dio. E deve mettere quella luce sul candelabro della sua vita».

Nel brano evangelico proposto dalla liturgia si parla anche «della misura» e si legge: «Con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più». È questa, ha detto Francesco, «l’altra peculiarità, l’altro atteggiamento» tipico del cristiano. Si fa riferimento, infatti, alla magnanimità: «un altro tratto del cristiano è la magnanimità, perché è figlio di un padre magnanimo, dall’animo grande».

Anche quando dice: «Date e vi sarà dato», la misura di cui parla Gesù, ha spiegato il Papa, è «piena, buona, traboccante». Allo stesso modo «il cuore cristiano è magnanimo. È aperto, sempre». Non è, quindi, «un cuore che si chiude nel proprio egoismo». Non è un cuore che si pone dei limiti, che «conta: fino a qui, fino a qua». E ha continuato: «Quando tu entri in questa luce di Gesù, quando tu entri nell’amicizia di Gesù, quando ti lasci guidare dallo Spirito Santo, il cuore diventa aperto, magnanimo». Si innesca, a quel punto, una dinamica particolare: Il cristiano, «non guadagna: perde». Ma, in realtà, ha concluso il Pontefice, «perde per guadagnare un’altra cosa, e con questa “sconfitta” di interessi, guadagna Gesù, guadagna diventando testimone di Gesù».

Per calare nel concreto la sua riflessione, Francesco si è a questo punto rivolto a un gruppo di sacerdoti che celebravano il giubileo d’oro della loro ordinazione: «cinquanta anni sulla strada della luce e della testimonianza» e «cercando di essere migliori, cercando di portare la luce sul candelabro»; una luce che, è l’esperienza di tutti, a «volte cade», ma che sempre è bene cercare di riproporre «generosamente, cioè con il cuore magnanimo». E, nel ringraziare i sacerdoti per quanto hanno fatto «nella Chiesa, per la Chiesa e per Gesù», e augurando loro la «gioia grande di avere seminato bene, di avere illuminato bene e di avere aperto le braccia per ricevere tutti con magnanimità», il Papa ha anche detto loro: «Soltanto Dio e la vostra memoria sanno quanta gente avete ricevuto con magnanimità, con bontà di padri, di fratelli» e «a quanta gente che aveva il cuore un po’ oscuro avete dato luce, la luce di Gesù». Perché, ha concluso tirando le fila del ragionamento, «nella memoria di un popolo» rimangono «il seme, la luce della testimonianza, e la magnanimità dell’amore che accoglie».

(fonte: L'Osservatore Romano)

  video



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«Peccatori sì, corrotti mai» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
29 gennaio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:

Siamo peccatori, non diventiamo corrotti

Preghiamo Dio perché la debolezza che ci induce a peccare non si trasformi mai in corruzione. A questo tema tante volte affrontato, Papa Francesco ha dedicato l’omelia della Messa del mattino, celebrata in Casa Santa Marta. Il Papa ha narrato la storia biblica di Davide e Betsabea, sottolineando come il demonio induca i corrotti a non sentire, diversamente da altri peccatori, il bisogno del perdono di Dio.

Si può peccare in tanti modi e per tutto si può chiedere sinceramente a Dio perdono e senza alcun dubbio sapere che quel perdono sarà ottenuto. Il problema nasce con i corrotti. La cosa pessima di un corrotto, torna a ripetere ancora una volta Papa Francesco, è che “un corrotto non ha bisogno di chiedere perdono”, perché gli basta il potere su cui poggia la sua corruzione.

Dio non mi serve
È il comportamento che il re Davide assume quando si innamora di Betsabea, moglie di un suo ufficiale, Uria, che sta combattendo lontano. Il Papa ripercorre, citando anche i passi omessi per brevità, la vicenda narrata dalla Bibbia. Dopo aver sedotto la donna e aver saputo che è incinta, Davide architetta un piano per coprire l’adulterio. Richiama dal fronte Uria e gli offre di andare a casa a riposarsi. Uria, uomo leale, non se la sente di andare a stare da sua moglie mentre i suoi uomini muoiono in battaglia. Allora, Davide ritenta stavolta facendolo ubriacare, ma neanche questa mossa funziona:

“Questo ha messo un po’ in difficoltà Davide, ma lui disse: ‘Ma no, io ce la faccio…’. E ha fatto una lettera, come abbiamo sentito: ‘Ponete Uria a capitano, sul fronte della battaglia più dura, poi ritiratevi da lui, perché resti colpito e muoia'. La condanna a morte. Quest’uomo, fedele - fedele alla legge, fedele al suo popolo, fedele al suo re – porta con sé la condanna a morte”.

La “sicurezza” della corruzione
“Davide è santo ma anche peccatore”. Cade nella lussuria eppure, considera Francesco, Dio gli voleva “tanto bene”. Tuttavia, osserva, “il grande, il nobile Davide” si sente così “sicuro – “perché il regno era forte” – che dopo aver commesso adulterio muove tutte le leve a sua disposizione pur di sistemare la cosa, sia pure in modo menzognero, fino a ordire e ordinare l’assassinio di un uomo leale, facendolo passare per una disgrazia di guerra:

“Questo è un momento nella vita di Davide che ci fa vedere un momento per il quale tutti noi possiamo andare nella nostra vita: è il passaggio dal peccato alla corruzione. Qui Davide incomincia, fa il primo passo verso la corruzione. Ha il potere, ha la forza. E per questo la corruzione è un peccato più facile per tutti noi che abbiamo qualche potere, sia potere ecclesiastico, religioso, economico, politico… Perché il diavolo ci fa sentire sicuri: ‘Ce la faccio io’”.

“Peccatori sì, corrotti mai”
La corruzione – dalla quale poi per grazia di Dio Davide si riscatterà – ha intaccato il cuore di quel “ragazzo coraggioso” che aveva affrontato il filisteo con la fionda e cinque pietre. “Io vorrei oggi sottolineare solo questo”, conclude Francesco: c’è “un momento dove l’abitudine del peccato o un momento dove la nostra situazione è tanto sicura e siamo ben visti e abbiamo tanto potere” che il peccato smette “di essere peccato” e diventa “corruzione”:

"Il Signore sempre perdona. Ma una delle cose più brutte che ha la corruzione è che il corrotto non ha bisogno di chiedere perdono, non se la sente... Facciamo oggi una preghiera per la Chiesa, incominciando da noi, per il Papa, per i vescovi, per i sacerdoti, per i consacrati, per i fedeli laici: ‘Ma, Signore, salvaci, salvaci dalla corruzione. Peccatori sì, Signore, siamo tutti, ma corrotti mai!’. Chiediamo questa grazia”.
(fonte: Radio Vaticana)

  video


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      http://digilander.libero.it/tempo_perso_2/la_lectio_del_Vangelo_della_domenica.htm

 

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            http://digilander.libero.it/tempodipace/l_omelia_di_p_Gregorio.htm