"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°13 del 2016

Aggiornamento della settimana

- dal 2 all'8 aprile 2016 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 15 aprile 2016

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


PREGHIERA DEI FEDELI



OMELIA 


 

 



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 






La Resurrezione apre orizzonti nuovi:
l'annuncio che il Cristo Risorto non ci lascia soli
ed è, malgrado le tante situazione difficili, sempre con noi in ogni momento,
doni a tutti speranza e forza.
 


Buona Pasqua!



I NOSTRI TEMPI


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2 aprile 2016 - IX Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo
Una giornata di sensibilizzazione promossa dall’Onu  http://www.un.org/en/events/autismday/
(Video creato e Montato da: Silvia Pastorelli per Spazio Asperger ONLUS)
Il punto di vista di Gianluca Nicoletti:

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BULLISMO -“Mi chiamo Giancarlo Catino e credo nell’amicizia”- 
Paola Cortellesi con Marco Mengoni eMatteo Valentini - 
La Cortellesi racconta la storia di questo studente vittima di bullismo durante tutto il suo percorso scolastico, fatto di insulti, offese e violenza fisica. 
Dalla trasmissione "Laura E Paola" del 01/04/2016

 
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... E se si può comprendere che un editore, allo scopo di profitto, non si faccia scrupoli a pubblicare testi di questo genere, altro conto è quello di uno spazio come quello televisivo - a maggior ragione se alimentato in quanto pubblico da un canone - che dovrebbe fornire un'informazione che aiuti la crescita culturale del paese, che non offenda la sensibilità degli italiani onesti e soprattutto la dignità e il dolore delle famiglie di persone che per il bene comune hanno sacrificato la vita». Luigi Ciotti

 
NOTA LUIGI CIOTTI SU PRESENZA SALVATORE RIINA A "PORTA A PORTA"

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Nuzio Galantino, segretario generale della Cei, in un'intervista rilasciata a Tv2000 ha preso posizione rispetto alla puntata di Porta a Porta, sulla Rai, in cui è intervenuto il figlio del boss mafioso Totò Riina.
“Mi sono rifiutato assolutamente di vedere la trasmissione”, ha detto il vescovo, “e qualora venissi invitato a ‘Porta a Porta’ non andrò per non sedere sulla stessa poltrona. Non ci andrò mai lì dentro. Non sono stato chiamato e spero che non mi chiamino mai. Non si possono fare queste cose per dare spettacolo”. 

 
AVVENIRE:   Galantino: «Sulla mafia non si fa spettacolo»

L’indignazione degli italiani per l’intervista di Bruno Vespa a Salvatore Riina corre sul web e sugli scaffali. A Catania, infatti, è apparso ieri su una vetrina il cartello "In questa libreria non si ordina, né si vende il libro di Salvatore Riina". L’iniziativa è di due sorelle, Angelina a Maria Carmela Sciacca, che da cinque anni (a luglio) sono proprietarie della libreria indipendente 'Vicolo stretto' nel centro storico del capoluogo etneo.

  Gianni Santamaria:   Riina da Vespa, web in rivolta: boom di post

Il fratello del magistrato assassinato da Cosa nostra il 19 luglio 1992 interviene per commentare la presenza del figlio di Riina a Porta a porta. «In quanto a noi familiari delle vittime di mafia eventi di questo tipo significano ancora una volta una riapertura delle nostre ferite», scrive. «Ci siamo abituati, ma mai rassegnati. La nostra RESISTENZA continuerà fino all'ultimo giorno della nostra vita».

  Salvatore Borsellino:   L’INDIGNAZIONE DI SALVATORE BORSELLINO

Da parte di Vespa, dice don Tonio Dell’Olio, è stata una prova di forza in Rai. Ma la presenza del figlio di Riina a Porta a porta è stata soprattutto «una ferita ulteriore alle tante persone cui sono stati sottratti gli affetti più cari e un’offesa alla memoria di chi si è trovato a pagare il prezzo più alto».

  Tonio Dell'Olio:   «CHI È IMPEGNATO NELL’ANTIMAFIA RIFIUTI DI ANDARE DA VESPA»



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La verità su Giulio Regeni e le altre 533 vittime ... la forza delle mamme e il potere che perderà




Paola Regeni, la madre di Giulio, in conferenza stampa al Senato.

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«Quello che è successo a Giulio non è un caso isolato», ha denunciato la madre, Paola Regeni. Lo ripetono gli attivisti egiziani sin dal ritrovamento del suo cadavere con chiari segni di tortura, mentre il governo del Cairo nega che pratiche simili vengano commesse sistematicamente dai suoi apparati. La verità su Giulio non è ancora emersa. Ma la sua morte ha portato l’attenzione sul fenomeno delle sparizioni forzate. «Nel diritto internazionale riguardano persone arrestate da agenti dello Stato o in borghese e portate in centri di detenzione ufficiali e non, tenute incommunicado e senza comparire di fronte a un giudice», spiega Riccardo Noury di Amnesty.

Il Corriere della Sera ha deciso di pubblicare online i nomi degli egiziani vittime di sparizioni forzate dall’agosto 2015 ad oggi, in base ai dati finora diffusi da due Ong: la Commissione Egiziana per i Diritti e le Libertà, diretta dall’ex ricercatore di Amnesty Mohamed Lotfy e il Centro El Nadim della psichiatra Aida Seif Al Dawla. Il totale è di 533 casi. Molti sono accusati di appartenere alla Fratellanza Musulmana o di essere dissidenti laici, ma non solo. Dopo settimane o mesi, alcune vittime riappaiono con segni di tortura e maltrattamenti. Ma di 396 scomparsi non si sa ancora nulla.

   533 sparizioni forzate in Egitto negli ultimi otto mesi

Le mamme dei «desaparecidos» e il potere che perderà

La morte violenta di Giulio Regeni è oggetto di contesa tra governo italiano e governo egiziano, e (parere personale) finora non era chiaro chi dei due avrebbe vinto. Non dico “chi avesse ragione”, ma “chi avrebbe vinto”. Perché pareva (pare ancora, e sempre di più) che a volere la morte di Giulio fosse un regime, che salda in sé il potere politico, il potere giudiziario, il potere poliziesco e il potere militare. Puoi avere ragione, tu padre o madre di un figlio ucciso, ma quando lotti contro questi poteri coalizzati avrai difficoltà a farla prevalere. 

Una madre contro un regime, da quando in qua vince? Un regime contro una madre, da quando in qua perde? Ora però i rapporti di forza cambiano: non è più “una” madre, ma sono “tante” madri a denunciare la scomparsa dei loro figli, in modalità coincidenti o concordanti, secondo fasi ripetitive: rapimento, sequestro, scomparsa per sempre o ricomparsa dopo giorni del cadavere con segni di tortura. Il governo contro il quale lotta la madre di Giulio Regeni non deve più spiegare la morte di Giulio, ma di alcune centinaia o un migliaio e mezzo di ragazzi come Giulio. Vedo circolare l’elenco di questi ragazzi, le loro facce, la loro biografia, la loro morte violenta.
...

C’è stata una lunga trafila di leggi, condanne, assoluzioni e ricondanne, ma adesso la verità la sappiamo. Se fosse stata la lotta del potere contro una madre, la madre avrebbe perso, e del caso sapremmo poco o nulla. Ma è stata la lotta del potere contro “le madri”, e le madri non potevano perdere. In Egitto pare (per ora diciamo soltanto “pare”) che siamo a questa svolta. A noi interessa Giulio, perché Giulio è nostro figlio. Sulla morte di Giulio ci hanno mentito infinite volte, troppe. Ma ora scopriamo, notizia di ieri, che i ragazzi morti come Giulio in Egitto sono almeno 533 negli ultimi otto mesi. Le chiamano “sparizioni forzate”. 

La madre di Giulio (mi scusi, signora, anch’io l’ammiro) da sola non ha la forza di mettere in crisi il governo dell’Egitto. Guardavo la foto del capo del governo e, fino a ieri, mi dicevo: “Può cavarsela”. Ma oggi apprendo che alla madre di Giulio si uniscono le madri di tanti altri scomparsi. C’è un movimento di madri in Egitto, che si cercano. Guardo la foto del governatore che loro accusano, immagino i potenti che stan con lui, e gli dico: “Perderete”. Perché all’inizio questa tragedia chiedeva “un” atto di giustizia, adesso ne chiede mille o duemila. Se non fai giustizia perché è difficile, più la rimandi, più diventa difficile rimandarla ancora. Finché diventa impossibile.

   Giulio e gli altri: la forza delle madri
 
Questo è il messaggio della mamma di Khaled_Said‬, una vittima delle tortura nelle carceri egiziane (al tempo di Mubarak), diretto alla mamma di ‎Giulio_Regeni‬. Un ponte di solidarietà tra le società civili in Egitto e Italia.
Video in arabo, sottotitolato in italiano e francese.

   video


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Signora Regeni, io e altre centinaia di mamme egiziane ti diciamo che i nostri cuori sono con te, ti esprimiamo le nostre condoglianze e siamo al tuo fianco, le nostre mani stringono le tue... E’ tutto quello che possiamo fare, ti diciamo che la causa di tuo figlio è la nostra e ti diciamo anche che la causa dei nostri figli è nelle tue mani. La scoperta della verità nella causa di Giulio riporterà a noi i nostri figli e i nostri diritti. E ti diciamo anche che i nostri cuori si calmeranno soltanto quando tu e la tua famiglia otterrete giustizia.

 
Madre di Amr Ibrahim Metwalli: «Cara mamma di Giulio, io ti ammiro: tu hai rivisto tuo figlio»


L’orribile morte di Giulio Regeni, il dottorando italiano torturato e assassinato mentre si trovava in Egitto per fare ricerca sul sindacato, ci impone di osservare più da vicino i saperi prodotti da queste persone sullo sfondo di rapporti storici, politici e sociali spesso tesi da un capo all’altro del Mediterraneo.

  Amro Ali:   Giulio Regeni e gli italiani in Egitto che denunciano il regime


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Nella guerra siriana non ci sono vincitori, stiamo perdendo tutti.
Il conflitto in Siria iniziato cinque anni fa, è un dramma di interessi, trattative, alleanze provvisorie, scontri sanguinosi, tra pedine armate in un gioco di guerra e di potere.
Ad oggi si contano più di 270 mila morti, tra questi moltissimi bambini; almeno la metà della popolazione è stata costretta a lasciare la propria casa, tanti ad abbandonare il paese.
I bambini che sono rimasti in Siria convivono quotidianamente con la morte e con la distruzione e hanno urgente bisogno di ricevere aiuti umanitari, in quella che è la più grande crisi umanitaria dalla seconda guerra mondiale.

  BAMBINI CITTADINI:   SIRIA: IL PAESE DELLA GUERRA



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Un esempio dell'Italia che ci piace: a Riace l’accoglienza si è trasformata in risorsa economica e speranza di futuro per tutti




La prestigiosa rivista “Forbes” lo ha inserito tra i 50 personaggi più influenti al mondo. Ed il bello è che è l’unico italiano di questa “top 50”. Si chiama Domenico Lucano, e da tre mandati è sindaco di Riace, paesino calabrese di poco più di duemila abitanti che deve la sua notorietà al ritrovamento dei celebri bronzi. Molti dei suoi concittadini non però calabresi: arrivano dall'Afghanistan, dal Senegal, dal Mali, dalla Palestina, dall’Iraq. Per questo è finito fianco a fianco con Angela Merkel, papa Francesco e l'ad di Apple, Tim Cook. I redattori lo hanno premiato per le soluzioni che ha dato ai problemi dell’integrazione. Lucano infatti ha ripopolato un antico borgo abitato ormai solo da gente anziana con i giovani immigrati provenienti dalle zone calde del pianeta. Ha dato loro vecchi ruderi riadattati, ha offerto percorsi di formazione e possibilità di lavoro nel campo dell’artigianato, della tessitura locale, della ristorazione e dei bed&breakfast. Insomma: ha dato un futuro a Riace, incoraggiato anche dall’allora vescovo di Locri Bregantini. 

Persino Wim Wenders ha girato in questi luoghi il bellissimo film “Il Volo” dedicato all’integrazione tra un ragazzo afghano e uno di Riace, con la partecipazione di Ben Gazzarra, l’attore preferito di Wenders. “Qui non ci sono centri d'accoglienza, qui ai migranti diamo una casa vera", dice orgoglioso Lucano, che nella sua giovinezza ha fatto l’emigrato a Torino, prima di ritornare nei suoi luoghi natii. Hanno riaperto laboratori di ceramica e tessitura, alcuni bar, panetterie e persino la scuola elementare. Ci voleva poco, forse, a ben vedere quella di ripopolare con immigrati i luoghi da cui sono partiti gli immigrati è l’uovo di Colombo, ma nessuno aveva avuto le sue intuizioni e il suo coraggio. Nessuno, a quanto pare, nel mondo.
(fonte: Famiglia Cristiana)

Dal mare sono venuti quei due gioielli d’arte portati nell’antichità da altri migranti, i greci. E quelle due statue di bronzo hanno trasformato un paesino semisconosciuto della Locride nella Riace conosciuta in tutto il mondo. «Sempre dal mare sbarcarono sulla nostra spiaggia, nel 1998, trecento kurdi arrivati fin qui a bordo di un veliero sgangherato, e ancora oggi dal mare arrivano altri stranieri in cerca d’un posto in cui vivere senza timore d’essere uccisi. L’accoglienza è nel nostro Dna. È la loro ma anche la nostra speranza e la nostra ricchezza. Non è forse un segno che il nostro paese abbandonato dagli emigranti calabresi ricominci a vivere grazie ad altri emigranti?» 
Domenico Lucano, detto Mimmo, riassume così il suo progetto amministrativo, la sua “filosofia” di sindaco di Riace. Una filosofia che sta facendo rinascere un borgo in agonia.
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   BENVENUTI A RIACE, DOVE LO STRANIERO È DI CASA

Migrazione, il modello Riace

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Niente più deserto, niente tende, niente più sabbia sulla faccia. La patria ora ha il volto delle case di pietra e degli agrumeti di Riace. È così per un gruppo di rifugiati iracheni di origine palestinese, in prevalenza famiglie, che hanno trovato un nuovo alloggio in questo comune celebre per i suoi bronzi. È l’altra faccia della Calabria xenofoba della guerriglia di Rosarno. Riace è il paese dell’accoglienza. La scorsa settimana, un terzo gruppo di profughi ha raggiunto questo paesino di 1.600 abitanti che pare un presepe tra i monti, anche se è a due passi dal mare, dissanguato dall’emigrazione e dalla crisi demografica, per insediarsi in case vuote da decenni.
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   L’ALTRA CALABRIA. UNA REGIONE DIVISA TRA ACCOGLIENZA E XENOFOBIA

Migranti, sindaco Riace: 
“Sono la ragione della mia esistenza”

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“Incoraggiamo le nostre comunità cristiane in Europa a continuare a sostenere il benessere dei rom e a lavorare attivamente per porre fine a discorsi di odio e all’esclusione sociale. Dobbiamo camminare insieme”. Lo affermano in una nota congiunta, alla vigilia della Giornata internazionale dei rom (8 aprile), i segretari generali della Conferenza delle Chiese europee (Cec) e del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee).

  ZENIT: Vescovi europei: “Discriminare i rom è vergognoso”


Caro papa Francesco, siamo un gruppetto di laici, religiosi e sacerdoti che si è formato attraverso l’amicizia con rom e sinti: una lunga amicizia fatta di frequentazioni e di vita vissuta dentro i campi.
A vario titolo siamo stati un’espressione dell’UNPReS (Ufficio Nazionale Pastorale Rom e Sinti) della Migrantes, fino a quando, per una riforma infelice, non solo si è demandato alle diocesi la responsabilità pastorale, il che è più che giusto, ma si è abolito l’Ufficio nazionale che sensibilizzava e richiamava l’attenzione su questo ambito e che aveva il compito di preparare specificamente gli operatori pastorali e far sorgere una pastorale specifica e coordinata a livello nazionale.

 
ADISTA:   Lettera aperta al papa. Quello che i rom possono insegnare alla Chiesa


L'8 aprile è la giornata internazionale dei gitani. Fino all’11, a Esztergom, un incontro organizzato dal Comité catholique international pour les tsiganes (Ccit). Tra accoglienza e razzismo, tra solidarietà e discriminazioni: il tutto nell'Anno Santo della misericordia. Le riflessioni del cardinale Veglio e di monsignor Perego (Migrantes)

  Raffaele Iaria:   ROM E SINTI, L'EUROPA AL BIVIO: SE NE DISCUTE IN UNGHERIA



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FEDE E
SPIRITUALITÀ



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   L'annuncio del Vangelo...
  La pace è un dono che...
  Il Vangelo è il libro della misericordia di Dio...
  Il "sì" di Maria alla volontà di Dio...
  La Chiesa è Chiesa soltanto se...
  Dio ci giudica...
  Io credo, io spero, io amo...
  Di fronte alla sofferenza, alla solitudine...



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Il 2 aprile 2005 San Giovanni Paolo II tornava alla Casa del Padre

  L'amore non è una cosa che si può insegnare...
  Lasciate che Cristo dimori nel vostro cuore...
  Non abbiate paura!...


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Che succede nella Diocesi di Messina?
Nomina dell’Amministratore Apostolico “sede vacante” dell’arcidiocesi metropolitana di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela (Italia)
Il Papa ha nominato nuovo Amministratore Apostolico sede vacante dell’arcidiocesi metropolitana di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela (Italia) S.E. Mons. Luigi Benigno Papa, O.F.M. Cap., Arcivescovo metropolita emerito di Taranto.

  Il messaggio del nuovo Amm. Ap. Ai fedeli dell’Arcidiocesi di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela

  L'annuncio dell'Am. Ap. uscente video

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Il 4 aprile del 1968 Martin Luther King veniva ucciso a Memphis.

  Io ho un sogno...
  Se avremo aiutato una sola persona a sperare...
  Sì, è vero, io stesso sono vittima di sogni svaniti...


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Il 2 aprile 2005 tornava alla Casa del Padre Karol Wojtyla, il Papa della Divina Misericordia



Sotto l’occhio attento dei media di tutto il mondo, Giovanni Paolo II si spense alle 21.37 del 2 aprile 2005 nel Palazzo Apostolico della Città del Vaticano. 
Mons. Leonardo Sandri, sostituto alla Segreteria di Stato, annunciò così la morte: “Carissimi fratelli e sorelle, alle 21,37, il nostro amatissimo Santo Padre Giovanni Paolo II è tornato alla Casa del Padre, preghiamo per lui”, fu cantata la Salve Regina e le campane della Basilica di san Pietro hanno suonato a lutto.

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Ricorre oggi l’11.mo anniversario della morte di San Giovanni Paolo II. Significativamente, quest’anno la ricorrenza cade nella vigilia della Festa della Divina Misericordia, istituita da Karol Wojtyla, proprio come avvenne per la sua morte, il 2 aprile del 2005. Sul legame tra Giovanni Paolo II e la Misericordia, cuore del Giubileo voluto da Papa Francesco, Alessandro Gisotti ha intervistato il cardinale Angelo Comastri, vicario generale del Papa per la Città del Vaticano.

R. – Vorrei partire da un episodio accaduto pochi giorni prima della partenza per il Cielo di Giovanni Paolo II. Era il 30 marzo del 2005, era mercoledì, l’ultimo della sua vita. Tutti sapevamo che il Papa si era aggravato e quindi eravamo un po’ in apprensione, stavamo tutti pregando per questo motivo. Verso mezzogiorno mi avvisano: “Si è aperta la finestra dell’appartamento!”. Io chiaramente uscii dal mio ufficio, corsi in Piazza San Pietro e a mezzogiorno vidi che il Papa si affacciò. Non riuscì a dire una parola; alzò solamente la mano destra e tracciò un grande Segno di Croce che fu il suo testamento, il suo saluto alla Chiesa, il saluto al mondo. Ho saputo dopo cosa accadde quella mattina. Appena svegliato Giovanni Paolo II ha sussurrato - perché parlava soltanto in maniera afona, appena percettibile - a suor Tobiana e a don Stanislao Dziwisz: “Oggi è mercoledì”. Ma non hanno dato peso alle parole. Passato un po’ di tempo, ha detto di nuovo: “Oggi è mercoledì”. Ancora una volta hanno ignorato le parole del Papa. Alle 10 ha detto con un tono un po’ autoritario: “Oggi è mercoledì e io mi alzo!”. Evidentemente si sono spaventati di fronte a questa decisione del Papa e hanno tentato di dissuaderlo. Il Papa in modo irremovibile ha detto: “Oggi è mercoledì ed io mi alzo perché la gente viene e io non voglio deluderla”. Stava morendo e pensava agli altri. Quando morì erano i primi Vespri della Festa della Divina Misericordia. Si potrebbe pensare laicamente si trattasse di una coincidenza, ma le coincidenze non esistono: era una delicatezza della Divina Misericordia! Il Papa che tanto aveva parlato e tanto si era speso per far conoscere questo volto bello di Dio, il volto misericordioso, veniva accolto nella Comunione dei Santi proprio nel giorno della Divina Misericordia che lui aveva voluto.

D. - In che modo secondo lei si esprimeva al meglio l’essere testimone di Misericordia in Giovanni Paolo II?

R. - La testimonianza della Misericordia di Giovanni Paolo II mi piace sintetizzarla in due lampade: quella del perdono, fino all’eroismo, e quella dell’annuncio della verità, perché perdono e verità sono due lampade che vengono dalla Misericordia. 
La lampada del perdono: pensate che subito dopo l’attentato, quando il Papa era in un lago di sangue, appena ha ripreso un pochino la conoscenza le prime parole che ha detto sono state: “Perdono il fratello che mi ha sparato”. Chiamare in quel momento “fratello” Alì Aĝca richiede un bel coraggio, una bella fede, una bella testimonianza. Ma non solo. Quando il Papa si è ripreso non ha organizzato proteste, scioperi, vendette … soltanto preghiera; preghiera e perdono. Qui si vede il volto bello del cattolicesimo. 
Ma c’è un’altra lampada: quella della verità. Giovanni Paolo II ha fatto brillare questa lampada con tre Encicliche meravigliose ma anche con tantissimi discorsi. L’Enciclica Vertitas Splendor, l’Enciclica Evangelium Vitae e Fides et ratio. Giovanni Paolo II ha gridato la verità perché la verità è un servizio di Misericordia! Perché il peccato è male e fa male! E non dimentichiamo che Gesù, il misericordioso, Colui che ha detto: “Io sono venuto per i peccatori …”, ha aggiunto anche: “… affinché si convertano”. Giovanni Paolo II ha avuto il coraggio di tenere accese entrambe le lampade: quella del perdono, perché Dio è sempre pronto a perdonare, come ripete molto spesso Papa Francesco, “Dio è sempre pronto a perdonare! Però attenti, il perdono di Dio ci entra dentro quando il cuore si apre”.

D. - L’uomo e il mondo contemporaneo hanno tanto bisogno della Misericordia, scriveva San Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia, la sua seconda Enciclica del 1980, dopo la Redemptor hominis. Perché secondo lei ritorna questa esigenza urgente di Misericordia, negli ultimi Pontefici in particolare?

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Nel libro Lasciatemi andare il cardinale Angelo Comastri ricorda la morte di Karol Wojtyla, le sensazioni provate in quei giorni e il grande afflusso di fedeli che arrivò a San Pietro per salutare un padre che aveva ricondotto molti alla fede

  Angelo Comastri:   GIOVANNI PAOLO II ALLE PORTE DEL PARADISO




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Esce il 6 aprile in Francia il libro Tibhirine, l’héritage (a cura di Christophe Henning, Paris, Bayard, 2016, pagine 180, euro 14,90), una raccolta di testimonianze di diverse personalità sui frutti del messaggio di pace e di convivenza tra cristianesimo e islam dei sette monaci trappisti, sequestrati e uccisi in Algeria nel 1996. Del libro pubblichiamo, in una nostra traduzione, la prefazione di Papa Francesco che porta la data del 2 gennaio 2016 e la postfazione di François Cheng.

 
L'OSSERVATORE ROMANO:    Un segno sulla montagna Prefazione di Papa Francesco al libro «Tibhirine l’héritage»



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Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Aprile 2016: "Grazie piccolo agricoltore..." (videomessaggio)



Intenzione di preghiera 
di Papa Francesco 
per il mese di Aprile 2016

Gli agricoltori, il loro duro lavoro per la terra che è “dono di Dio” e il giusto compenso che essi dovrebbero ricevere. Questi i temi al centro del videomessaggio di Papa Francesco sulle intenzioni di aprile dell’Apostolato di preghiera.

"Grazie piccolo agricoltore. Il tuo contributo è essenziale per tutta l'umanità. Come persona, figlio di Dio, meriti una vita degna. Però... mi domando: come vengono retribuiti i tuoi sforzi?

La terra è un dono di Dio. Non è giusto utilizzarla per favorire solo pochi, privando la maggior parte dei loro diritti e benefici. 

Mi farebbe piacere che tu ne tenga conto e che unisca la tua voce alla mia in questa intenzione: che i piccoli agricoltori ricevano il giusto compenso per il loro prezioso lavoro".

     VIDEO

Vedi anche i nostri post precedenti:
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016: "il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia" (videomessaggio)
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Febbraio 2016: "la cura del creato" (videomessaggio)
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Marzo 2016: "sostegno alle famiglie in difficoltà" (videomessaggio)


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TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015



TERESA D'AVILA, 
DONNA IN CAMMINO

HOREB n. 72 - 3/2015

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI

   Editoriale  (PDF)

   Sommario  (PDF)

E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it


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'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Gv 20,19-31   

I discepoli hanno ricevuto l'annuncio che il sepolcro è vuoto, ma non hanno ancora fatto esperienza del Crocifisso Risorto. Sono ancora preda della paura della morte e non riescono a venirne fuori. Il Cenacolo, luogo dove il Signore Gesù spezza sé stesso, comunica il suo Spirito e invia ai fratelli, è diventato la loro tomba. "Il sepolcro di Gesù è aperto e vuoto, la nostra casa invece è sprangata ed è divenuta un luogo di morte, come il nostro cuore"(cit.). La realtà in cui si trovano i discepoli di Gesù nel cenacolo è la realtà di sempre e di tutti i discepoli di ogni tempo: è il luogo in cui incontriamo il Signore che non ci lascia mai soli. Egli non ci salva dalla morte - non ha salvato nemmeno sé stesso - ma nella morte, nella quale ci troviamo immersi. Le porte sprangate, le nostre chiusure, non possono fermare il Signore della Vita: alla sua Presenza la tomba delle nostre paure si spalanca allo splendore della vita e al dono della gioia. Il suo stare  "in piedi, in mezzo" al nostro cuore, nel cuore della sua Chiesa, è il segno della sua vittoria sulla morte. Incontrare lui significa risorgere insieme a lui, il Vivente, sempre presente fra i suoi nel segno della Parola che lo racconta, nel Pane spezzato, memoriale della sua passione, e nella carne sofferente e piagata dei Poveri, Sacramento vivente e Santo della sua Presenza fra gli uomini. Le mani forate e il fianco squarciato sono i segni particolari che lo identificano, le stigmate della sua 'Charitas Sine Modo', del suo amore senza misura per ogni fratello. Gesù è il Tempio nuovo dal cui fianco sgorga una sorgente, un fiume d'acqua viva che risana (Ez 47,1-12), che fa di tutti coloro che sono in esso immersi delle creature nuove, riplasmate a sua immagine.  Prorompe allora il grido di gioia di ogni credente, come il grido di una donna quando da' alla luce un figlio, come l'acuto vagito di un bambino dopo il primo respiro.

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Un uomo di nome Giobbe/14 - 
Nel cielo della fede anche le nubi
aiutano a sentire Dio


L’altra mano dell’Onnipotente
di Luigino Bruni

L’ordine sacro, separando mediante il sacrificio espiatorio l’infezione della colpa, che sempre accompagna l’uomo, dalle sue catastrofiche conseguenze, rende possibile l’idea di una colpa che non è male reale, malattia della vita, ma imputazione morale. La colpa diventa allora un disperato artificio, una gabbia per poter far coesistere l’Onnipotente clemente e misericordioso con il dolore. (Sergio Quinzio, Un commento alla Bibbia)

La felicità e il dolore di una civiltà dipendono molto dalla sua idea di Dio. Questo vale per chi crede ma anche per chi non crede, perché ogni generazione ha un suo ateismo profondamente legato alla sua ideologia dominante. Credere in un Dio all’altezza della parte migliore dell’umano, è un grande atto di amore anche per chi in Dio non ci crede. La fede buona e onesta è un bene pubblico, perché essere atei o non credenti in un dio reso banale dalle nostre ideologie, rende meno umani tutti. Nello sviluppo del suo poema all’interno del Libro di Giobbe, Elihu approfondisce il discorso sul valore salvifico della sofferenza. E pur seguendo una linea teologica che non convince né Giobbe né noi, ci suggerisce comunque nuove domande: “Ma se vi è un angelo sopra di lui, un mediatore solo fra mille, che mostri all'uomo il suo dovere, che abbia pietà di lui e implori: ‘Scampalo dallo scendere nella fossa, io gli ho trovato un riscatto’, allora la sua carne sarà più florida che in gioventù, ed egli tornerà ai giorni della sua adolescenza” (33,19-26). Il monoteismo biblico è una realtà tutt’altro che semplice e lineare. Assieme alla grande parola sull’unicità di Dio del Sinai, antidoto per l’eterna tentazione idolatrica, scavando nelle scritture ritroviamo viva e feconda anche una falda che ci dona un Dio con una pluralità di volti. Anche Giobbe, nei momenti più drammatici del suo processo, ha invocato un Dio diverso da quello che gli presentava la fede del suo tempo e che lui stesso aveva conosciuto in gioventù. Giobbe cerca continuamente e con tenacia un Dio oltre Dio, un ‘Goel’, un fideiussore, capace di garantire e difendere la sua innocenza e di riconoscere la sua giustizia nei confronti di quel Dio che lo stava uccidendo ingiustamente.
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L’operazione etica compiuta da Giobbe, di portata rivoluzionaria, è consistita allora nel dimostrare l’innocenza della vittima del male, una rivoluzione di cui noi lettori moderni abbiamo perso il significato più profondo (le nostre fedi e le nostre non-fedi sono troppo diverse e lontane). Arrivati a questo punto del suo libro, dobbiamo però riconoscere anche qualcosa che potrebbe sorprenderci: neanche Giobbe si è liberato completamente dalla teologia retributiva, perché nella sua cultura questa liberazione avrebbe significato semplicemente l’ateismo, o rendere la religione irrilevante. Giobbe, infatti, accusando Dio di ingiustizia nei suoi confronti e nei confronti delle vittime, continua a salvare la cornice culturale della visione retributiva o economica della religione e della vita. E dentro l’orizzonte della fede retributiva, neanche lui (che è quello che più ha tentato di mettere in crisi questa teoria religiosa), riesce a riconoscere una duplice innocenza: quella del giusto sventurato e quella di Dio. Giobbe ha allora preferito querelare Dio piuttosto che perdere la fede nel Dio che stava querelando.
Solo la scoperta di un Dio fragile avrebbe potuto salvare la sua innocenza insieme alla sua fede in un Dio innocente. Soltanto un Dio che diventa anche lui vittima del male del mondo poteva affermare la propria giustizia e quella dei poveri giusti. Forse in quella sua attesa di un Elohim diverso che attraversa l’intero libro e permarrà anche dopo la risposta di Dio, c’era in Giobbe la domanda di un Dio ancora sconosciuto capace di accettare la propria impotenza nei confronti del male del mondo. Insieme alla propria innocenza avrebbe dovuto ammettere un Dio debole, un Onnipotente impotente di fronte al male e al dolore.
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Noi siamo capaci di soffrire per le ingiustizie e le cattiverie degli altri, e gioiamo per l’amore e la bellezza attorno a noi, anche quando non ne traiamo alcun danno o vantaggio personali. È questa compassione umana il primo luogo dove possiamo scoprire la compassione di Dio. L’antropologia è il primo banco di prova di ogni teologia che non voglia essere ideologia-idolatria. Se Dio non vuole essere un motore immobile né un idolo, deve soffrire per il male da noi compiuto, deve rallegrarsi per la nostra giustizia, deve morire con noi sulle nostre croci. Se noi lo sappiamo fare – quanti padri e madri si inchiodano sui legni dei figli?! – deve saperlo fare anche Dio. La logica retributiva non è scomparsa dalla terra. La ritroviamo forte e centrale nella ‘religione’ del nostro capitalismo globale. Il suo nuovo nome è meritocrazia, ma gli effetti e la funzione sono gli stessi delle antiche teologie economiche: trovare un meccanismo astratto (mai concreto) che riesca a garantire, allo stesso tempo, l’ordine logico del sistema e rassicurare la coscienza dei suoi ‘teologi’. Così, di fronte agli scarti e alle vittime del Mercato, il circuito ‘morale’ si chiude riconoscendo la mancanza di qualche merito nei vinti, nei perdenti (loosers), nei ‘non-smart’, che si ritrovano sempre più scartati e incolpati per la loro sventura. Al termine del monologo di Elihu, il libro di Giobbe non ci riporta nessuna risposta né di Giobbe né degli amici. Giobbe continua a restare muto, a chiamare un altro Dio. Un Dio che né Elihu, né Giobbe, né l’autore del dramma conoscono ancora - e forse neanche noi. Ma questo Dio nuovo verrà? E perché tarda così tanto a venire, mentre il povero continua a morire innocente?

   L’altra mano dell’Onnipotente di Luigino Bruni   (PDF)

Leggi anche i post già pubblicati:
  • - Un uomo di nome Giobbe/13 - Il vero senso della sofferenza
  • - Un uomo di nome Giobbe/12 - L'attesa dell'innocente
  • - Un uomo di nome Giobbe/11 - La miniera della sapienza
  • - Un uomo di nome Giobbe/10 - Fedeli al Dio del non ancora 
  • - Un uomo di nome Giobbe/9 - Il veleno della falsa misericordia
  • - Un uomo di nome Giobbe/8 - La rivoluzione dell’ascolto
  • - Un uomo di nome Giobbe/7 - La parola che vince la morte
  • - Un uomo di nome Giobbe /6 - La memoria viva della terra
  • - Un uomo di nome Giobbe /5 - Attenti ai ruffiani di Dio
  • - Un uomo di nome Giobbe /4 - La responsabilità di Dio
  • - Un uomo di nome Giobbe /3 - L’arca del duro canto
  • - Un uomo di nome Giobbe /2 - La risposta dell’intoccabile
  • - Un uomo di nome Giobbe / 1 - Nudo è il dialogo con Dio
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"La Fede e il nostro rischio di vivere più vivi e più felici" di p. Ermes Ronchi - II DOMENICA di PASQUA - anno C (VIDEO)



La Fede e il nostro rischio di vivere più vivi e più felici
di p. Ermes Ronchi

Commento
II DOMENICA di PASQUA
- anno C -

San Gregorio Magno scrive: "A noi giovò di più l'incredulità di Tommaso che la fede degli Apostoli." Vediamo come: 
Il Vangelo racconta che erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per paura dei Giudei e la prima volta Tommaso non era con loro. Gli altri sono chiusi, Tommaso no, lui va e viene, entra ed esce, in una comunità che è rinchiusa su se stessa gli manca l'aria.
Tommaso è un coraggioso anche verso i suoi amici. Abbiamo visto il Signore, qui, quando tu non c'eri, gli dicono. E lui: se non vedo con i miei occhi non credo.
Tommaso ha la libertà di dissentire, vuole salvare la sua coscienza e la sua intelligenza.
Se Cristo è risorto come fate a restare chiusi qui? 
Una comunità che ha paura, arroccata sulla difensiva, ripiegata su se stessa non può essere testimone di uno che ha vinto la morte.
Tommaso, prezioso nostro compagno di viaggio, e come lui sono preziosi tutti quelli, dentro e fuori la chiesa, che hanno questa mentalità concreta, realistica, grazie a tutti quelli che vogliono vedere, vogliono toccare, che non si accontentano del sentito dire, vogliono una fede che si incida nel cuore.
Tommaso mostra quale grande educatore fosse Gesù Cristo, maestro di umanità, l'aveva formato alla libertà interiore, al soffio dello spirito, all'indipendenza, gli farà anche un piccolo rimprovero, ma dolcemente come si fa con gli amici.
Che bello se anche nella Chiesa fossimo in questo modo educati più alla consapevolezza che  non all'obbedienza, più all'approfondimento della fede, alla libertà di pensiero e di ricerca perché Dio supera infinitamente ogni nostro pensiero su di Lui, Dio non è ciò che diciamo di Lui, Egli è oltre ci innalza, ci illumina, ci allarga, ci libera.
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Beati quelli che non hanno visto eppure hanno creduto. Beati! grazie a tutti quelli che credono senza bisogno di segni. Beati! che vuol dire stanno in piedi, per una vita verticale anche se è notte, anche se hanno mille dubbi, come Tommaso. 
A quanti credono Dio regala gioia, beatitudine che non significa una vita più facile, ma una vita intensa e appassionata, ferita e luminosa, piagata e guaritrice.
La fede, credetemi o credete a Tommaso e a quanti l'hanno provato è il nostro rischio di essere più vivi e più felici, il nostro rischio di vivere meglio. 

   video


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Con occhi risorti - Così piaghe e crisi diventano benedizioni di Luigino Bruni


Con occhi risorti
Così piaghe e crisi diventano benedizioni
C’è molta resurrezione nell’economia, 
nelle imprese, nel mondo del lavoro.
di Luigino Bruni

Resurrezione è una grande parola della terra. La vita che rinasce dalla morte è la prima legge della natura, delle piante e dei fiori, che riempiono di colori e di bellezza il mondo perché ci dicono che la vita è più grande della morte che la nutre. Le donne e gli uomini rinascono molte volte nel corso dell’esistenza, ritrovandosi risorti dopo lutti, abbandoni, depressioni, malattie che li avevano prima crocifissi. Qualche volta siamo risorti resuscitando qualcun altro dal suo sepolcro, e sono state queste le resurrezioni più belle e vere. Se la resurrezione non fosse stata una parola umana, amica e di casa, quelle donne e quegli uomini di Galilea non sarebbero stati capaci di intuire qualcosa del mistero, unico, che si era compiuto tra la croce e il giorno dopo il sabato. Se resurrezione è parola umana, allora è anche una parola dell’economia. C’è molta resurrezione nell’economia, nelle imprese, nel mondo del lavoro. La possiamo vedere tutte le mattine, anche in questi tempi di crisi, soprattutto in questi tempi di crisi. Ma dobbiamo imparare a vederla, riconoscerla, guardando il mondo con “occhi di resurrezione”. Non è facile vedere e riconoscere i risorti e le risurrezioni, per molte ragioni, ma soprattutto perché nei corpi dei risorti ci sono le stigmate della passione. E le ferite nostre e degli altri ci fanno paura, fuggiamo da esse e non riusciamo a viverle come l’inizio della resurrezione e il sacramento che l’accompagna sempre. E cercando la resurrezione nell’assenza delle piaghe e del dolore, non la troviamo, o magari la confondiamo con il successo. Non vediamo la resurrezione perché pensiamo che sia l’anti-croce o l’opposto della passione, e non il suo compimento. Fuggiamo dai crocifissi e dagli abbondonati, e non incontriamo i risorti che si trovano soltanto lì. La resurrezione comincia sulla croce, e i suoi segni sono per sempre. Il Cristo risorto è la resurrezione del suo corpo ferito. La novità di questa resurrezione sta anche nella sua corporeità. Il corpo risorto non è però un ritorno al corpo del giovedì, la resurrezione non è un evento che cancella i segni della flagellazione e della Via Crucis. Il Cristo appare con le sue piaghe, la luce della resurrezione non aveva eliminato le stigmate del venerdì santo. La gloria del risorto non è allora la gloria dell’eroe antico: la sua è una gloria ferita, umile, debole. I risorti che appaiono senza piaghe sono fantasmi, illusioni, sogni, o ideologie, e quindi la loro luce è finta. Le nostre resurrezioni iniziano mentre gridano gli abbandoni sulle croci. E se non impariamo a gridare, non impariamo neanche a risorgere. Non capiamo la logica delle beatitudini se non la guardiamo dalla prospettiva di un risorto con le stigmate. Le piaghe che restano dopo la resurrezione sono un elemento fondamentale per capire l’economia della salvezza, ma anche la salvezza dell’economia. Se le ferite restano nei corpi risorti, allora non esiste una economia dei crocifissi e una economia dei risorti. La croce e la resurrezione sono dentro la stessa economia, dentro la stessa vita. Per trovare le vere resurrezioni nella nostra società ed economia, dovremmo allora andarle a cercare dove nessuno le cerca più. Tra le tante imprese che stanno nascendo dagli immigrati e dalle loro ferite, nelle molte cooperative che fioriscono dentro le carceri, tra quei giovani che decidono di non lasciare la loro terra e imparano umilmente gli antichi saperi delle mani, in mezzo a quei lavoratori che non si arrendono di fronte alle molte ragioni della proprietà e del mercato e fanno risorgere la loro azienda.
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CI SONO STRUTTURE DI PECCATO PURE DENTRO LA CHIESA - prof. Giuseppe Savagnone
Nella Chiesa ci sono delle impostazioni culturali, degli atteggiamenti,delle mentalità che rendono inadeguata la realtà ecclesiale ... I parroci non sono capaci di fare un lavoro cooperativo ..in seminario studiano per diventare ognuno vescovo della propria parrocchia ..

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La via della bellezza - prof. Giuseppe Savagnone
Educare le persone a percepire la bellezza... Bisogna che la bellezza illumini!!

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LUIGI BETTAZZI: "Per me il Concilio Vaticano II è una grande luce, la forza della mia vita e il mio apostolato", spiega il vescovo emerito di Ivrea, che esprime tutta la sua soddisfazione nel vedere i principi conciliari rilanciati con forza da Papa Francesco.
Bologna - Cittadinanza onoraria a Monsignor Luigi Bettazzi „Cittadinanza onoraria a Monsignor Luigi Bettazzi
(Video, estratto dal TGR Emilia-Romagna de 05/04/2016 ore 14.00)

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 È sicuramente uno dei versanti più vitali e fecondi della ricerca teologica, ma, ancora oggi, il paradigma di genere fa molta fatica ad affermarsi: se, infatti, la categoria di genere appare sempre più come uno strumento di riferimento obbligato per tutta la teologia, implicando una trasformazione trasversale in direzione di un completo e radicale superamento del patriarcalismo, è un fatto che le concezioni maschili e patriarcali della Divinità dominano ancora praticamente incontrastate, spesso e volentieri anche all'interno della Teologia della Liberazione.


  Claudia Fanti:   Cambiare il linguaggio sulla Divinità. La sfida della teologia femminista





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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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Papa Francesco sarà a Lesbo, venerdì 15 aprile, assieme al Patriarca Ecumenico Bartolomeo, per portare un forte messaggio di solidarietà ai profughi, sensibilizzare la comunità internazionale e chiedere la fine di tutti i conflitti nell'area del mediterraneo. ...

  Papa Francesco andrà a Lesbo per incontrare i migranti

Comunicato ufficiale della Sala Stampa: Visita del Santo Padre Francesco a Lesvos (Grecia)
Accogliendo gli inviti di Sua Santità Bartolomeo, Patriarca Ecumenico di Costantinopoli e del Presidente della Repubblica di Grecia, Sua Santità Francesco si recherà a Lesvos sabato 16 aprile 2016.
Nell’isola, il Santo Padre, Sua Santità Bartolomeo e Sua Beatitudine Hieronimus II, Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, incontreranno i profughi lì ospitati.

  Visita del Santo Padre Francesco a Lesvos


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La visita che Papa Francesco e il Patriarca Bartolomeo compieranno all'isola di Lesbo il prossimo venerdì 15 aprile - in attesa di una conferma ufficiale da parte vaticana - è fuori dubbio l'evento "politico" più rilevante e dirompente nell'ambito della crisi migratoria che colpisce l'Europa da alcuni anni. È vero che si tratta di un viaggio squisitamente religioso e pastorale, nonché ecumenico, ma a nessuno può sfuggire la sua enorme portata politica di fronte ai tentennamenti dell'Europa che, solo negli ultimi mesi, si sono tradotti in decisioni poi smentite, piani burocratici inattuabili, litigi tra governi per concludere infine in trattative che sembrano di natura commerciale con la Turchia.

  Luis Badilla:   Francesco e Bartolomeo a Lesbo: un potente messaggio di umanità e fratellanza ma anche un monito per l'Europa

Il Papa che andrà il 16 aprile a Lesbo sembra dire all’Europa qualcosa di semplice: la direzione presa con il vertice Ue-Turchia, il respingimento di profughi e migranti dalla Grecia alla Turchia nell’operazione “uno a uno”, non va nella direzione giusta per un Continente che si vuole terra del diritto e della accoglienza. E, essendo Francesco uomo che preferisce i fatti alle parole, ha deciso di andare, subito e di persona a Lesbo, in uno di quei campi profughi che sono diventati di fatto delle prigioni. Forse nessun viaggio papale è mai stato organizzato con tanta rapidità. Francesco, evidentemente, aveva fretta.

  Marina Corradi:   Il Papa e la barriera dell'indifferenza



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In attesa della nuova Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia”



Antivigilia di Laetitia: 
la fretta della curiosità e 
la pazienza della complessità
di 
Andrea Grillo
*Andrea Grillo (Savona 1961) Insegna dal 1994 Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione a Roma, presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo e Liturgia a Padova, presso l’Abbazia di Santa Giustina.

Tra gli aspetti più singolari di questa “attesa” della nuova Esortazione Apostolica “sull’amore nella famiglia” vi è un tensione molto particolare tra due esigenze opposte:

a) da un lato, forse a causa di recenti incidenti con alcuni giornalisti, non vi è mai stato un “silenzio” tanto alto su un testo di prossima pubblicazione. Chi la conosce non ne parla e chi vorrebbe o dovrebbe parlarne non ne sa nulla.

b) d’altro canto ci sono alcuni elementi certi del testo – la lunghezza e lo “stil novo” – che consiglierebbero una lettura pacata e meditata. Sembra proprio che Amoris Laetitia non si possa leggere “di corsa”: né materialmente, perché è un documento molto lungo, né stilisticamente, perché sembra che sia scritto in una stile “diverso” – come già abbiamo visto per Evangelii Gaudium.

E allora? La combinazione di questi due fattori potrebbe rendere i primi giorni dopo la pubblicazione particolarmente complessi e confusi.

Mi permetto di suggerire tre piccoli rimedi, per diminuire la confusione:

a) sconsiglio di leggere il documento solo parzialmente: proprio la lunghezza potrebbe quasi imporre una lettura solo parziale e rapsodica, ma bisogna resistere. Solo nella sua integralità si comprenderà veramente ogni parte e il tutto;

b) sconsiglio di leggere solo le risposte ai problemi più scottanti, ma consiglio di integrare queste importanti e attese risposte nelle proposte di vita cristiana, nell’approccio globale alla fede e al mondo, come delineazione di una “stile cristiano” rinnovato e convertito;

c) consiglio di leggere la “letizia dell’amore” con “amore per la letizia”. Già sono circolate, in questi ultimi giorni, previsioni e profezie ispirate alla tristezza, alla sventura, al disincanto, alla sfiducia, alla rassegnazione. Prima ancora di leggere c’è chi dice – non importa se con speranza o con timore: “Non ci sarà niente di nuovo”.

Non può esserci mai niente di nuovo se non ci si aspetta nulla. Senza speranza è sia il disperato sia il presuntuoso. Senza amore per la gioia, non potremo mai vedere la gioia dell’amore. Così se un Cardinale di oltre Oceano dice: “Il documento parlerà di matrimonio, non di divorzio”, pur dicendo una cosa ovvia, sembra volersi difendere dal testo e dalla storia, ma potrebbe restare sorpreso dal leggere, proprio nel vangelo, che Gesù non è venuto per i sani, ma per i malati. Strani paradossi ci riserva la nostra fede nel Kyrios. Per comprenderli occorre unire alla impazienza della curiosità la pacatezza della complessità.
(fonte: M m-u-n-e-r-a rivista europea di cultura link diretto all'articolo)



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La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. - ESORTAZIONE APOSTOLICA POSTSINODALE "AMORIS LAETITIA" (testo integrale e video presentazione)


ESORTAZIONE APOSTOLICA
POSTSINODALE
AMORIS LAETITIA
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE PERSONE CONSACRATE
AGLI SPOSI CRISTIANI
E A TUTTI I FEDELI LAICI
SULL’AMORE NELLA FAMIGLIA

L'Esortazione Apostolica post-sinodale “Amoris laetitia”, sull’amore nella famiglia, il cui testo è stato redatto da Papa Francesco al termine dei due Sinodi sulla Famiglia del 2014 e del 2015, è stata presentata oggi nella Sala Stampa Vaticana alle 11.30. 
Sono intervenuti il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei Vescovi, il cardinale Cristoph Schönborn e i coniugi Miano.

   video della presentazione

La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. Come hanno indicato i Padri sinodali, malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, «il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa». Come risposta a questa aspirazione «l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia».
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   il testo integrale AMORIS LAETITIA

Misericordia e integrazione: questo il nucleo dell’Esortazione apostolica post-sinodale “Amoris Laetitia – La gioia dell’amore”, siglata da Papa Francesco il 19 marzo e diffusa oggi. Suddiviso in nove capitoli, il documento è dedicato all’amore nella famiglia. In particolare, il Pontefice sottolinea l’importanza e la bellezza della famiglia basata sul matrimonio indissolubile tra uomo e donna, ma guarda anche, con realismo, alle fragilità che vivono alcune persone, come i divorziati risposati, ed incoraggia i pastori al discernimento. In un chirografo che accompagna l’Esortazione inviata ai Vescovi, il Papa sottolinea che “Amoris Laetitia” è “per il bene di il bene di tutte le famiglie e di tutte le persone, giovani e anziane” ed invoca la protezione della Santa Famiglia di Nazareth. L’Esortazione raccoglie i risultati dei due Sinodi sulla famiglia, svoltisi nel 2014 e nel 2015.
...
   Amoris Laetitia. Papa: misericordia e integrazione per tutte le famiglie

Vedi anche il nostro post precedente:
   videoIn attesa della nuova Esortazione Apostolica “Amoris Laetitia”


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Sarebbe ingenuo attendersi da questo testo delle svolte radicali e improvvise, dal giorno alla notte, sulle questioni più sensibili (come l'accesso dei divorziati risposati all'eucarestia) specialmente dato il fatto che Francesco governa la chiesa insieme ad un episcopato mondiale plasmato da 35 anni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma è legittimo attendersi su alcune questioni delle aperture significative che farebbero seguito e darebbero sostanza ai molti discorsi di Francesco sul ruolo della legge nella chiesa e sulla cattolicità inclusiva della chiesa. 

 
Massimo Faggioli:   Amoris Laetitia, il documento di papa Francesco su amore, matrimonio e famiglia

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La missione cambia. Da attività per Istituti religiosi “specializzati” si riaffaccia ora alla vita ordinaria di tutta la Chiesa; non è più tanto e solo ad gentes, in territori lontani tra i pagani, ma intra gentes, cioè tra i popoli convertiti da secoli. La modernità, prima, e la post-modernità, ora, con la conseguente secolarizzazione rendono necessario riproporre l’Evangelo anche tra i popoli di cosiddetta “antica evangelizzazione”...
Una chiesa dinamica, fedele alle origini, con una spiritualità cristocentrica, una chiesa sinodale, che valorizzi tutto il popolo di Dio, un rinnovamento e un governo della pastorale che manifestino sensibilità ecclesiale, uno stato di missione permanente. Occorre che tutti ci facciamo ponti per l'incontro tra Dio e il mondo

  Franco Ferrari:    MISSIONE IN ITALIA  LE ATTESE DEL VESCOVO DI ROMA


Anticipazione Opera Poetica
La fiducia illimitata nella potenza della ragione e della parola che l’esprime è uno dei tratti caratteristici della mentalità illuministica della modernità: al culmine dell’esercizio del pensiero, superati gli oscurantismi del passato, la luce della ragione avrebbe realizzato il suo trionfo nella perfetta corrispondenza dell’ideale e del reale. .

  Bruno Forte:   La ragione, la poesia e l'amore divino (pdf)

Pubblichiamo un estratto dal saggio dello storico Andrea Riccardi «Periferie. Crisi e novità per la Chiesa» (Jaca Book), che esce giovedì 7 aprile. Un viaggio nelle realtà marginali che si richiama agli appelli di Papa Francesco.

 
Andrea Riccardi:    Esce il libro di Andrea Riccardi Oggi Gesù abita nelle periferie


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Mentre l’Italia sta per fare il più grande investimento della storia sulla banda larga, suor Rosetta Calì ha pubblicato un libro per la riscoperta dei valori nella rete.

  Giuseppe Adernò:    Nell'era del Web alla ricerca dei valori


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 FRANCESCO
 


 Il 5 aprile i follower dei nove account Twitter di Papa Francesco hanno raggiunto quota 28 milioni. Sparsi ai quattro angoli del globo i follower di @Pontifexin 9 lingue diverse (italiano, inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, latino, polacco, arabo) sono passati da 27 a 28 milioni in 48 giorni

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02/04/2016:

  Diventare misericordiosi significa...

03/04/2016:

  Misericordia: è la via che...

04/04/2016:

  La fede cristiana è un dono che...

05/04/2016:

  Il Signore ci chiede  di essere uomini e donne...

06/04/2016:

  Il Giubileo è un intero anno...

07/04/2016:

  Vi incoraggio a dare testimonianza...


08/04/2016:

  La gioia dell'amore...

  La famiglia è il luogo dove i genitori...

  La Parola di Dio è una compagna di viaggio...

  La famiglia è un bene...

  Il bene della famiglia è...


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... Tra poco il desiderio di Lizzy sarà esaudito infatti al termine dell’Udienza generale in piazza San Pietro grazie all’impegno dell’Unitalsi di Roma che si è messa subito a disposizione della famiglia Myers e che, attraverso i suoi volontari, accompagnerà Lizzy, insieme ai genitori e alla sorellina Kayla all’Udienza del Santo Padre. E sarà esaudito grazie anche alla Turkish Airlines che ha fatto dono dei biglietti aerei per la Capitale, e dell’Appia Antica Resort che ha offerto ospitalità... 
Alle 12.15, a margine della visita a Casa Bernadette dell’Unitalsi di Roma, i genitori saranno disponibili ad incontrare i giornalisti e raccontare l’emozione che la figlia ha vissuto e che nessuna malattia potrà rubarle.

  Lizzy Myers, la bimba di 6 anni che vuole incontrare il Papa prima di diventare cieca


Questa mattina il Papa al termine dell'udienza generale ha salutato Lizzy, la bimba dell'Ohio che ha sei anni ed è destinata a diventare cieca e sorda per una rara malattia genetica. Papa Francesco ha avvicinato Lizzy (Elisabeth) Myers, ha posato la mano sui suoi occhi e ha scambiato qualche parola con lei e con i suoi familiari. La piccola, affetta dalla sindrome di Usher di tipo 2, che priva progressivamente di vista e udito, ha così coronato il suo sogno di vedere Roma e incontrare papa Francesco.

  Foto

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La festa della Divina Misericordia - Veglia di preghiera - Papa Francesco: "Che bello sarebbe come 'monumento' di quest’Anno della Misericordia in ogni diocesi un’opera strutturale di misericordia"



La Chiesa celebra il 3 aprile la festa della Divina Misericordia, nella seconda domenica di Pasqua, voluta da San Giovanni Paolo II. 
Due gli appuntamenti che Papa Francesco dedica a questa festa e a quanti aderiscono alla spiritualità della Divina Misericordia: una veglia di preghiera la sera del sabato alle 18 in Piazza San Pietro e domenica mattina la Messa alle 10, sempre in Piazza San Pietro. 

 Veglia di preghiera 
 sabato 2 marzo 2016 

Papa Francesco è arrivato con dieci minuti di anticipo in piazza san Pietro per la Veglia con quanti aderiscono alla spiritualità della Divina Misericordia e prendono parte in questi giorni a Roma alle celebrazioni per il loro Giubileo. Invece che alle 18 come previsto dal programma, il Papa ha fatto il suo ingresso percorrendo a piedi il tratto del sagrato che lo separa dalla sua postazione una decina di minuti prima. Accolto da migliaia di persone provenienti da tutte le parti del mondo, che hanno intonato l’inno del Giubileo – Misericordes sicut patres – Francesco ha sostato in raccoglimento per qualche minuto in piedi e poi ha dato inizio alla Veglia, che si articola in cinque momenti e alterna la lettura di brani biblici, ma anche passi dall’enciclica “Dives in misericordia” e brani tratti dagli scritti di suor Faustina Kowalska.

Ecco l'Omelia di Papa Francesco:

Condividiamo con gioia e riconoscenza questo momento di preghiera che ci introduce nella Domenica della Misericordia, tanto desiderata da san Giovanni Paolo II – undici anni fa, come oggi, nel 2005 se n’è andato –; e voleva questo per dare compimento a una richiesta di santa Faustina. Le testimonianze che sono state offerte – e di cui ringraziamo – e le letture che abbiamo ascoltato aprono squarci di luce e di speranza per entrare nel grande oceano della misericordia di Dio. Quanti sono i volti della sua misericordia, con cui Lui ci viene incontro? Sono veramente tanti; è impossibile descriverli tutti, perché la misericordia di Dio è un continuo crescendo. Dio non si stanca mai di esprimerla e noi non dovremmo mai abituarci a riceverla, ricercarla, desiderarla! E’ qualcosa di sempre nuovo che provoca stupore e meraviglia nel vedere la grande fantasia creatrice di Dio quando ci viene incontro con il suo amore.

Dio si è rivelato manifestando più volte il suo nome, e questo nome è “misericordioso” (cfr Es 34,6). Come è grande e infinita la natura di Dio, così grande e infinita è la sua misericordia, a tal punto che appare un’impresa ardua poterla descrivere in tutti i suoi aspetti. Scorrendo le pagine della Sacra Scrittura, troviamo che la misericordia è anzitutto la vicinanza di Dio al suo popolo. Una vicinanza che si esprime e si manifesta principalmente come aiuto e protezione. E’ la vicinanza di un padre e di una madre che si rispecchia in una bella immagine del profeta Osea. Dice così: «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia, mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (11,4). L’abbraccio di un papà e di una mamma con il loro bambino. E’ molto espressiva questa immagine: Dio prende ciascuno di noi e ci solleva fino alla sua guancia. Quanta tenerezza contiene e quanto amore esprime! Tenerezza: parola quasi dimenticata e di cui il mondo di oggi – tutti noi – abbiamo bisogno. Ho pensato a questa parola del profeta quando ho visto il logo del Giubileo. Gesù non solo porta sulle sue spalle l’umanità, ma la sua guancia stretta con quella di Adamo, a tal punto che i due volti sembrano fondersi in uno.

Noi non abbiamo un Dio che non sappia comprendere e compatire le nostre debolezze (cfr Eb 4,15). Al contrario! Proprio in forza della sua misericordia Dio si è fatto uno di noi: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto, in tutto simile a noi fuorché il peccato» (Gaudium et spes, 22). In Gesù, quindi, non solo possiamo toccare con mano la misericordia del Padre, ma siamo spinti a diventare noi stessi strumento della misericordia. Può essere facile parlare di misericordia, mentre è più impegnativo diventarne concretamente dei testimoni. E’ questo un percorso che dura tutta la vita e non dovrebbe conoscere alcuna sosta. Gesù ci ha detto che dobbiamo essere “misericordiosi come il Padre” (cfr Lc 6,36). E questo prende tutta la vita!

Quanti volti, dunque, ha la misericordia di Dio! Essa ci viene fatta conoscere comevicinanza e tenerezza, ma in forza di questo anche come compassione e condivisione, come consolazione e perdono. Chi più ne riceve, più è chiamato a offrirla, a condividerla; non può essere tenuta nascosta né trattenuta solo per se stessi. E’ qualcosa che brucia il cuore e lo provoca ad amare, riconoscendo il volto di Gesù Cristo soprattutto in chi è più lontano, debole, solo, confuso ed emarginato. La misericordia non sta ferma: va alla ricerca della pecora perduta, e quando la ritrova esprime una gioia contagiosa. La misericordia sa guardare negli occhi ogni persona; ognuna è preziosa per lei, perché ognuna è unica. Quanto dolore nel cuore sentiamo quando sentiamo dire: “Questa gente… questa gente, questo poveracci, buttiamoli fuori, lasciamoli dormire sulle strade…”. Questo è da Gesù?

Cari fratelli e sorelle, la misericordia non può mai lasciarci tranquilli. E’ l’amore di Cristo che ci “inquieta” fino a quando non abbiamo raggiunto l’obiettivo; che ci spinge ad abbracciare e stringere a noi, a coinvolgere quanti hanno bisogno di misericordia per permettere che tutti siano riconciliati con il Padre (cfr 2 Cor 5,14-20). Non dobbiamo avere timore, è un amore che ci raggiunge e coinvolge a tal punto da andare oltre noi stessi, per permetterci di riconoscere il suo volto in quello dei fratelli. Lasciamoci condurre docilmente da questo amore e diventeremo misericordiosi come il Padre.

Abbiamo ascoltato il Vangelo: Tommaso era un testardo. Non aveva creduto. E ha trovato la fede proprio quando ha toccato le piaghe del Signore. Una fede che non è capace di mettersi nelle piaghe del Signore, non è fede! Una fede che non è capace di essere misericordiosa, come sono segno di misericordia le piaghe del Signore, non è fede: è idea, è ideologia. La nostra fede è incarnata in un Dio che si è fatto carne, che si è fatto peccato, che è stato piagato per noi. Ma se noi vogliamo credere sul serio e avere la fede, dobbiamo avvicinarci e toccare quella piaga, accarezzare quella piaga e anche abbassare la testa e lasciare che gli altri accarezzino le nostre piaghe.

E’ bene allora che sia lo Spirito Santo a guidare i nostri passi: Lui è l’Amore, Lui è la Misericordia che si comunica nei nostri cuori. Non poniamo ostacoli alla sua azione vivificante, ma seguiamolo docilmente sui sentieri che Lui ci indica.Rimaniamo con il cuore aperto, perché lo Spirito possa trasformarlo; e così, perdonati, riconciliati, immersi nelle piaghe del Signore, diventiamo testimoni della gioia che scaturisce dall’aver incontrato il Signore Risorto, vivo in mezzo a noi.

[Benedizione]

L’altro giorno, parlando con i dirigenti di una associazione di aiuto, di carità, è uscita questa idea, e ho pensato: “La dirò in piazza, sabato”. Che bello sarebbe che come un ricordo, diciamo, un “monumento” di quest’Anno della Misericordia, ci fosse in ogni diocesi un’opera strutturale di misericordia: un ospedale, una casa per anziani, per bambini abbandonati, una scuola dove non ci fosse, una casa per recuperare i tossicodipendenti… Tante cose che si possono fare… Sarebbe bello che ogni diocesi pensasse: cosa posso lasciare come ricordo vivente, come opera di misericordia vivente, come piaga di Gesù vivente per questo Anno della Misericordia? Pensiamoci e parliamone con i Vescovi. Grazie.

  video dell'omelia

  video integrale



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La festa della Divina Misericordia - Messa e Regina Coeli - Papa Francesco: "Cristo desidera spalancare le porte chiuse del cuore"


Non è una domenica come le altre. Il Pontefice celebra messa in una piazza San Pietro gremita di fedeli (tra le 40 e le 50mila presenze) in occasione della Festa della Divina Misericordia istituita da San Giovanni Paolo II su ispirazione di Santa Faustina Kowalska. Un abbraccio di fede e condivisione sul sagrato della Basilica Vaticana, in occasione del «Giubileo delle persone che aderiscono alla spiritualità della Divina Misericordia» secondo il messaggio della santa polacca. Dopo 11 anni la Festa della Divina Misericordia cade nelle stesse date del 2005, quando Karol Wojtyla si spense ai primi vespri della ricorrenza liturgica, la sera di sabato 2 aprile, come ha ricordato con commozione ieri sera Jorge Mario Bergoglio alla veglia di preghiera. 

Arrivano diritte al cuore dei fedeli le parole di Francesco nell’omelia di questa Festa che unisce come un filo rosso i pontificati di Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio.


Ecco l'Omelia:

«Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro» (Gv 20,30). Il Vangelo è il libro della misericordia di Dio, da leggere e rileggere, perché quanto Gesù ha detto e compiuto è espressione della misericordia del Padre. Non tutto, però, è stato scritto; il Vangelo della misericordia rimane un libro aperto, dove continuare a scrivere i segni dei discepoli di Cristo, gesti concreti di amore, che sono la testimonianza migliore della misericordia. Siamo tutti chiamati a diventare scrittori viventi del Vangelo, portatori della Buona Notizia a ogni uomo e donna di oggi. Lo possiamo fare mettendo in pratica le opere di misericordia corporale e spirituale, che sono lo stile di vita del cristiano. 
Mediante questi gesti semplici e forti, a volte perfino invisibili, possiamo visitare quanti sono nel bisogno, portando la tenerezza e la consolazione di Dio. Si prosegue così quello che ha compiuto Gesù nel giorno di Pasqua, quando ha riversato nei cuori dei discepoli impauriti la misericordia del Padre, effondendo su di loro lo Spirito Santo che perdona i peccati e dona la gioia.

Tuttavia, nel racconto che abbiamo ascoltato emerge un contrasto evidente: da una parte, c’è il timore dei discepoli, che chiudono le porte di casa; dall’altra, c’è la missione da parte di Gesù, che li invia nel mondo a portare l’annuncio del perdono. Può esserci anche in noi questo contrasto, una lotta interiore tra la chiusura del cuore e la chiamata dell’amore ad aprire le porte chiuse e uscire da noi stessi.Cristo, che per amore è entrato attraverso le porte chiuse del peccato, della morte e degli inferi, desidera entrare anche da ciascuno per spalancare le porte chiuse del cuore. Egli, che con la risurrezione ha vinto la paura e il timore che ci imprigionano, vuole spalancare le nostre porte chiuse e inviarci. La strada che il Maestro risorto ci indica è a senso unico, procede in una sola direzione: uscire da noi stessi, uscire per testimoniare la forza risanatrice dell’amore che ci ha conquistati. Vediamo davanti a noi un’umanità spesso ferita e timorosa, che porta le cicatrici del dolore e dell’incertezza. Di fronte al grido sofferto di misericordia e di pace, sentiamo oggi rivolto a ciascuno di noi l’invito fiducioso di Gesù: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (v. 21).

Ogni infermità può trovare nella misericordia di Dio un soccorso efficace. La sua misericordia, infatti, non si ferma a distanza: desidera venire incontro a tutte le povertà e liberare dalle tante forme di schiavitù che affliggono il nostro mondo. Vuole raggiungere le ferite di ciascuno, per medicarle. Essere apostoli di misericordia significa toccare e accarezzare le sue piaghe, presenti anche oggi nel corpo e nell’anima di tanti suoi fratelli e sorelle. Curando queste piaghe professiamo Gesù, lo rendiamo presente e vivo; permettiamo ad altri, che toccano con mano la sua misericordia, di riconoscerlo «Signore e Dio» (cfr v. 28), come fece l’apostolo Tommaso. È questa la missione che ci viene affidata. Tante persone chiedono di essere ascoltate e comprese. Il Vangelo della misericordia, da annunciare e scrivere nella vita, cerca persone con il cuore paziente e aperto,“buoni samaritani” che conoscono la compassione e il silenzio dinanzi al mistero del fratello e della sorella; domanda servi generosi e gioiosi, che amano gratuitamente senza pretendere nulla in cambio.

«Pace a voi!» (v. 21): è il saluto che Cristo porta ai suoi discepoli; è la stessa pace, che attendono gli uomini del nostro tempo. Non è una pace negoziata, non è la sospensione di qualcosa che non va: è la sua pace, la pace che proviene dal cuore del Risorto, la pace che ha vinto il peccato, la morte e la paura. È la pace che non divide, ma unisce; è la pace che non lascia soli, ma ci fa sentire accolti e amati; è la pace che permane nel dolore e fa fiorire la speranza. Questa pace, come nel giorno di Pasqua, nasce e rinasce sempre dal perdono di Dio, che toglie l’inquietudine dal cuore. Essere portatrice della sua pace: questa è la missione affidata alla Chiesa il giorno di Pasqua. Siamo nati in Cristo come strumenti di riconciliazione, per portare a tutti il perdono del Padre, per rivelare il suo volto di solo amore nei segni della misericordia.

Nel Salmo responsoriale è stato proclamato: «Il suo amore è per sempre» (117/118,2). È vero, la misericordia di Dio è eterna; non finisce, non si esaurisce, non si arrende di fronte alle chiusure, e non si stanca mai. In questo “per sempre” troviamo sostegno nei momenti di prova e di debolezza, perché siamo certi che Dio non ci abbandona: Egli rimane con noi per sempre. Ringraziamo per questo suo amore così grande, che ci è impossibile comprendere: è tanto grande! Chiediamo la grazia di non stancarci mai di attingere la misericordia del Padre e di portarla nel mondo: chiediamo di essere noi stessi misericordiosi, per diffondere ovunque la forza del Vangelo, per scrivere quelle pagine del Vangelo che l’apostolo Giovanni non ha scritto.

  video dell'omelia

Al termine della Santa Messa la recita del Regina Coeli

In questo giorno, che è come il cuore dell’Anno Santo della Misericordia, il mio pensiero va a tutte le popolazioni che più hanno sete di riconciliazione e di pace. Penso, in particolare, qui in Europa, al dramma di chi patisce le conseguenze della violenza in Ucraina: di quanti rimangono nelle terre sconvolte dalle ostilità che hanno causato già varie migliaia di morti, e di quanti – più di un milione – sono stati spinti a lasciarle dalla grave situazione che perdura. Ad essere coinvolti sono soprattutto anziani e bambini. Oltre ad accompagnarli con il mio costante pensiero e con la mia preghiera, ho sentito di decidere di promuovere un sostegno umanitario in loro favore. A tale scopo, avrà luogo una speciale colletta in tutte le chiese cattoliche d’Europa domenica 24 aprile prossimo. Invito i fedeli ad unirsi a questa iniziativa con un generoso contributo. Questo gesto di carità, oltre ad alleviare le sofferenze materiali, vuole esprimere la vicinanza e la solidarietà mia personale e dell’intera Chiesa. Auspico vivamente che esso possa aiutare a promuovere senza ulteriori indugi la pace e il rispetto del diritto in quella terra tanto provata.

E mentre preghiamo per la pace, ricordiamo che domani ricorre la Giornata Mondiale contro le mine antiuomo. Troppe persone continuano ad essere uccise o mutilate da queste terribili armi, e uomini e donne coraggiosi rischiano la vita per bonificare i terreni minati. Rinnoviamo, per favore, l’impegno per un mondo senza mine!

Infine, rivolgo il mio saluto a tutti voi che avete partecipato a questa celebrazione, in particolare ai gruppi che coltivano la spiritualità della Divina Misericordia.

Tutti insieme ci rivolgiamo in preghiera alla nostra Madre.


  video del Regina Coeli

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«Sì, il Vangelo è davvero il “Vangelo della Misericordia”, perché Gesù è la Misericordia!» Papa Francesco Udienza Generale 06/04/2016 (Foto, testo e video)


 6 aprile 2016 

Puntuale come sempre, Papa Francesco ha fatto anche oggi il suo ingresso in piazza San Pietro alle 9.30, per l’appuntamento del mercoledì con i fedeli, a cui stanno partecipando circa 25mila persone. In una giornata romana dal clima primaverile, Francesco è stato accolto dalla “ola” delle migliaia di persone presenti, che hanno sventolato bandiere variopinte, fazzoletti e palloncini multicolori, muniti di cellulari e tablet per gli immancabili “selfie” d’occasione. Ad attenderlo sul sagrato, per l’ultimo tratto che come di consueto percorre a piedi fino alla postazione centrale, un gruppo di figuranti in sgargianti costumi medievali che hanno fatto rullare i tamburi, dopo aver scandito con la loro ritmica tutto il tragitto della jeep bianca scoperta lungo i settori abbracciati dal colonnato del Bernini. Prima, però, il Papa si è letteralmente gettato sui fedeli che dietro la prima transenna centrale – guardando il palco – lo acclamavano a gran voce, stringendo mani e accarezzando ancora altri bambini, oltre a quelli già baciati e accarezzati fino a quel momento.

Il Vangelo della Misericordia

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo aver riflettuto sulla misericordia di Dio nell’Antico Testamento, oggi iniziamo a meditare su come Gesù stesso l’ha portata al suo pieno compimento. Una misericordia che Egli ha espresso, realizzato e comunicato sempre, in ogni momento della sua vita terrena. Incontrando le folle, annunciando il Vangelo, guarendo gli ammalati, avvicinandosi agli ultimi, perdonando i peccatori, Gesù rende visibile un amore aperto a tutti: nessuno escluso! Aperto a tutti senza confini. Un amore puro, gratuito, assoluto. Un amore che raggiunge il suo culmine nel Sacrificio della croce. Sì, il Vangelo è davvero il “Vangelo della Misericordia”, perché Gesù è la Misericordia!

Tutti e quattro i Vangeli attestano che Gesù, prima di intraprendere il suo ministero, volle ricevere il battesimo da Giovanni Battista(Mt 3,13-17; Mc 1,9-11; Lc 3,21-22; Gv 1,29-34). Questo avvenimento imprime un orientamento decisivo a tutta la missione di Cristo. Infatti, Egli non si è presentato al mondo nello splendore del tempio: poteva farlo. Non si è fatto annunciare da squilli di trombe: poteva farlo. E neppure è venuto nelle vesti di un giudice: poteva farlo. Invece, dopo trent’anni di vita nascosta a Nazaret, Gesù si è recato al fiume Giordano, insieme a tanta gente del suo popolo, e si è messo in fila con i peccatori. Non ha avuto vergogna: era lì con tutti, con i peccatori, per farsi battezzare. Dunque, fin dall’inizio del suo ministero, Egli si è manifestato come Messia che si fa carico della condizione umana, mosso dalla solidarietà e dalla compassione. Come Lui stesso afferma nella sinagoga di Nazaret identificandosi con la profezia di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). Tutto quanto Gesù ha compiuto dopo il battesimo è stato la realizzazione del programma iniziale: portare a tutti l’amore di Dio che salva. Gesù non ha portato l’odio, non ha portato l’inimicizia: ci ha portato l’amore! Un amore grande, un cuore aperto per tutti, per tutti noi! Un amore che salva!

Lui si è fatto prossimo agli ultimi, comunicando loro la misericordia di Dio che è perdono, gioia e vita nuova. Gesù, il Figlio inviato dal Padre, è realmente l’inizio del tempo della misericordia per tutta l’umanità! Quanti erano presenti sulla riva del Giordano non capirono subito la portata del gesto di Gesù. Lo stesso Giovanni Battista si stupì della sua decisione (cfr Mt 3,14). Ma il Padre celeste no! Egli fece udire la sua voce dall’alto: «Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te mi sono compiaciuto» (Mc 1,11). In tal modo il Padre conferma la via che il Figlio ha intrapreso come Messia, mentre scende su di Lui come una colomba lo Spirito Santo. Così il cuore di Gesù batte, per così dire, all’unisono con il cuore del Padre e dello Spirito, mostrando a tutti gli uomini che la salvezza è frutto della misericordia di Dio.

Possiamo contemplare ancora più chiaramente il grande mistero di questo amore volgendo lo sguardo a Gesù crocifisso. Mentre sta per morire innocente per noi peccatori, Egli supplica il Padre: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). E’ sulla croce che Gesù presenta alla misericordia del Padre il peccato del mondo: il peccato di tutti, i miei peccati, i tuoi peccati, i vostri peccati. E lì, sulla croce, Lui li presenta al Padre. E con il peccato del mondo tutti i nostri peccati vengono cancellati. Nulla e nessuno rimane escluso da questa preghiera sacrificale di Gesù. Ciò significa che non dobbiamo temere di riconoscerci e confessarci peccatori. Quante volte noi diciamo: “Ma, questo è un peccatore, ha fatto quello e quello...”, e giudichiamo gli altri. E tu? Ognuno di noi dovrebbe domandarsi: “Sì, quello è un peccatore. E io?”. Tutti siamo peccatori, ma tutti siamo perdonati: tutti abbiamo la possibilità di ricevere questo perdono che è la misericordia di Dio. Non dobbiamo temere, dunque, di riconoscerci peccatori, confessarci peccatori, perché ogni peccato è stato portato dal Figlio sulla Croce. E quando noi lo confessiamo pentiti affidandoci a Lui, siamo certi di essere perdonati.Il sacramento della Riconciliazione rende attuale per ognuno la forza del perdono che scaturisce dalla Croce e rinnova nella nostra vita la grazia della misericordia che Gesù ci ha acquistato! Non dobbiamo temere le nostre miserie: ognuno di noi ha le proprie. La potenza d’amore del Crocifisso non conosce ostacoli e non si esaurisce mai. E questa misericordia cancella le nostre miserie.

Carissimi, in questo Anno Giubilare chiediamo a Dio la grazia di fare esperienza della potenza del Vangelo: Vangelo della misericordia che trasforma, che fa entrare nel cuore di Dio, che ci rende capaci di perdonare e guardare il mondo con più bontà. Se accogliamo il Vangelo del Crocifisso Risorto, tutta la nostra vita è plasmata dalla forza del suo amore che rinnova.

  video della catechesi

Saluti:

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APPELLO

Oggi ricorre la Terza Giornata Mondiale dello Sport per la Pace e lo Sviluppo, indetta dalle Nazioni Unite. Lo sport è un linguaggio universale, che avvicina i popoli e può contribuire a far incontrare le persone e superare i conflitti. Perciò incoraggio a vivere la dimensione sportiva come palestra di virtù nella crescita integrale degli individui e delle comunità.

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Porgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. 
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In questo Giubileo Straordinario invito a riscoprire l’esigenza delle opere di misericordia corporali e spirituali come un’opportunità per alimentare la nostra fede.

Un particolare pensiero porgo ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Guardate al modello della Vergine Maria per vivere questo Tempo Pasquale in ascolto della Parola di Dio e con la pratica della carità, vivendo con gioia l’appartenenza alla Chiesa, la famiglia dei discepoli missionari del Cristo Risorto.

  testo integrale

  video integrale

Un incontro particolare per Papa Francesco al termine dell'udienza generale in piazza San Pietro. Il Pontefice, infatti, ha salutato Lizzy (Elisabeth) Myers, la bimba dell'Ohio che ha sei anni ed è destinata a diventare cieca e sorda per una rara malattia genetica. Papa Francesco ha avvicinato la piccola, ha posato la mano sui suoi occhi e ha scambiato qualche parola con lei e con i suoi familiari. 

Lizzy, affetta dallasindrome di Usher di tipo 2 che priva progressivamente di vista e udito, ha così coronato il suo sogno di vedere Roma e incontrare il Pontefice, insieme a Steve e Christine Myers, i suoi genitori, e la sorellina Kayla Mamma e papà avevano stilato per lei negli ultimi mesi una "lista di cose assolutamente da vedere", ma mai avrebbero pensato che essa potesse comprendere un viaggio a Roma, al di là delle loro possibilità economiche. E invece il sogno è diventato realtà grazie alla generosità del direttore generale della Turkish Airlines che, commosso dal destino di Lizzy, ha regalato alla famiglia Myers dei biglietti di andata e ritorno per qualsiasi destinazione nel mondo. La scelta dei genitori della bambina (la mamma è di origini italiane ed entrambi sono cattolici) è andata proprio a Roma. E la piccola vi ha aggiunto il desiderio di poter vedere almeno una volta il Pontefice. Ecco, quindi, che l'intera famiglia Myers è arrivata in Vaticano per l'incontro con papa Bergoglio

  video


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Siamo uomini e donne del sì? - Papa Francesco S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
4 aprile 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
Siamo uomini e donne del sì?

«Sì»: per il cristiano non c’è altra risposta alla chiamata di Dio. E soprattutto non ci deve essere mai l’atteggiamento di chi fa finta di non capire e si gira dall’altra parte. È proprio nella solennità del’Annunciazione del Signore, lunedì mattina 4 aprile, che il Papa ha invitato a vivere una vera e propria «festa del sì», celebrando la messa nella cappella della Casa Santa Marta.

E un «sì» convinto stamani lo hanno pronunciato i sacerdoti che hanno concelebrato con Francesco nel giorno del loro cinquantesimo anniversario di ordinazione. E anche le religiose vincenziane che lavorano a Santa Marta che hanno rinnovato i voti. «È tutta una storia che finisce e incomincia in questa solennità che oggi celebriamo: la storia dell’uomo, quando esce dal paradiso» ha voluto subito far notare il Papa all’inizio dell’omelia. Dopo il peccato, infatti, il Signore comanda all’uomo di camminare e riempire la terra: «Sii fecondo e vai avanti». Ma «il Signore era attento a quello che faceva l’uomo». Tanto che «alcune volte, quando l’uomo sbagliò, Lui punì l’uomo: pensiamo a Babele o al diluvio».

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«Oggi — ha spiegato — il Vangelo ci dice la fine di questa catena di “sì” e l’inizio di un altro “sì” che incomincia a crescere: il “sì” di Maria». Proprio «questo “sì” fa che Dio — ha affermato il Pontefice — non solo guardi come va l’uomo, non solo cammini con il suo popolo, ma che si faccia uno di noi e prenda la nostra carne». Infatti «il “sì” di Maria apre la porta al “sì” di Gesù: “Io vengo per fare la tua volontà”». E «questo “sì” che va con Gesù durante tutta la vita, fino alla croce: “Allontana da me questo calice, Padre, ma sia fatta la tua volontà”». È «in Gesù Cristo che, come dice Paolo ai corinzi, vi è il “sì” di Dio: Lui è il “sì”».

«È una bella giornata — ha rimarcato il Papa — per ringraziare il Signore di averci insegnato questa strada del “sì”, ma anche per pensare alla nostra vita». Oltrettutto «alcuni di voi — ha detto rivolgendosi direttamente ai sacerdoti presenti alla messa — celebrano il cinquantesimo di sacerdozio: bella giornata per pensare ai “sì” della vostra vita». Ma «tutti noi, durante ogni giorno, dobbiamo dire “sì” o “no”, e pensare se sempre diciamo “sì” o tante volte ci nascondiamo, con la testa bassa, come Adamo e Eva, per non dire “no”» facendo finta di non capire «quello che Dio chiede».

«Oggi è la festa del “sì”» ha rilanciato Francesco. Infatti «nel “sì” di Maria c’è il “sì” di tutta la storia della salvezza e incomincia lì l’ultimo “sì” dell’uomo e di Dio: lì Dio ricrea, come all’inizio con un “sì” ha fatto il mondo e l’uomo, quella bella creazione: con questo “sì” io vengo per fare la tua volontà e più meravigliosamente ricrea il mondo, ricrea tutti noi». È «il “sì” di Dio che ci santifica, che ci fa andare avanti in Gesù Cristo». Ecco perchè oggi è la giornata giusta «per ringraziare il Signore e per domandarci: io sono uomo o donna del “sì” o sono uomo o donna del “no”? O sono uomo o donna che guardo un po’ dall’altra parte, per non rispondere?».

Il Papa ha quindi espresso la speranza «che il Signore ci dia la grazia di entrare in questa strada di uomini e donne che hanno saputo dire il “sì”». E dopo aver avuto un pensiero per i sacerdoti, Francesco ha concluso rivolgendosi alle religiose della comunità di Santa Marta: «In questo momento, in silenzio, le suore che sono in questa Casa rinnoveranno i voti: lo fanno ogni anno, perché San Vincenzo era intelligente e sapeva che la missione che affidava loro era molto difficile, e per questo ha voluto che ogni anno rinnovassero i voti. Noi in silenzio accompagniamo la rinnovazione».
(Fonte: L'Osservatore Romano)

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«I segni dell'armonia: generostà e coraggio» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
5 Aprile 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
La Chiesa ricerchi l’armonia e non la tranquillità

Per vivere in armonia e nel sostegno reciproco la comunità cristiana deve rinascere dallo Spirito Santo. E ci sono due segni per capire di essere sulla strada giusta: il disinteresse verso il denaro e il coraggio di testimoniare Cristo risorto. Lo ha affermato Papa Francesco nella messa celebrata martedì mattina, 5 aprile, nella cappella della Casa Santa Marta. Un’indicazione accompagnata dall’avvertenza di non confondere la vera armonia con una tranquillità negoziata o ipocrita.

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Francesco ha fatto notare che essi «vivevano in armonia e l’armonia soltanto la può dare lo Spirito Santo». Infatti «noi possiamo fare accordi, una certa pace, ma l’armonia è una grazia interiore che soltanto può farla lo Spirito Santo». Dunque queste prime «comunità vivevano in armonia»: e lo si capisce da due segni che contraddistinguono l’armonia, ha spiegato il Papa.
Il primo segno è che «nessuno vive nel bisogno, cioè tutto è in comune». Il senso autentico lo spiega proprio il passo tratto dagli Atti degli apostoli: «Avevano un solo cuore, una sola anima e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Nessuno infatti tra loro era bisognoso». Del resto, ha affermato Francesco, «la vera armonia dello Spirito Santo ha un rapporto molto forte con il denaro: il denaro è nemico dell’armonia, il denaro è egoista». E «per questo il segno che dà è che tutti davano il loro, perché non ci fossero i bisognosi».
In particolare negli Atti si «fa l’esempio di Giuseppe, soprannominato dagli apostoli Bàrnaba, che significa “figlio dell’esortazione”, un levìta originario di Cipro, padrone di un campo». Ebbene, Giuseppe vendette il suo campo «e consegnò il ricavato deponendolo ai piedi degli apostoli». In una parola, questa è la vera «armonia» che, dunque, «ha un rapporto con lo spirito di povertà, che è la prima delle beatitudini». Ben diverso, invece, è «il caso di quella coppia, Anania e Saffira: vendono il campo e danno tutto, dicono di dare tutto agli apostoli, ma sottraggono di nascosto per farsi un conto a parte, per loro». Una storia che viene narrata sempre negli Atti degli apostoli (5, 1-11). Ma — ha ricordato Francesco — «il Signore punisce con la morte questi due, perché Gesù chiaramente ha detto che non si può servire Dio e il denaro: sono due padroni, il cui servizio è irriconciliabile».
Però, ha messo in guardia il Pontefice, «l’armonia, che solo lo Spirito Santo può creare, non va confusa con la tranquillità». Tanto che «una comunità può essere molto tranquilla, andare bene» ma non essere in armonia. «Una volta — ha confidato il Papa — ho sentito dire da un vescovo una cosa saggia: “Nella diocesi c’è tranquillità. Ma se tu tocchi questo problema o questo problema o questo problema, subito scoppia la guerra”». Ma questa — ha osservato — è piuttosto «una armonia negoziata e non è quella dello Spirito: è un’armonia, diciamo, ipocrita, come quella di Anania e Saffira con quello che hanno fatto». Invece «l’armonia dello Spirito Santo ci dà questa generosità di non avere niente di proprio, fin quando ci sia un bisognoso».
C’è poi un secondo atteggiamento suscitato dall’armonia dello Spirito Santo. E Francesco lo ha presentato rilanciando le parole degli Atti: «Con grande forza, gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù, e tutti godevano di grande favore». In sintesi, il secondo segno dell’armonia vera è «il coraggio». E così «quando c’è armonia nella Chiesa, nella comunità, c’è il coraggio: il coraggio di dare testimonianza del Signore risorto».
In questa prospettiva il Pontefice ha suggerito di «leggere e rileggere questo passo degli Atti degli apostoli: il capitolo quarto, dal versetto 32 in avanti». E la ragione è presto detta: «Perché è quello che Gesù aveva chiesto al Padre nell’ultima cena: che siano “uno”, che ci fosse l’armonia tra loro». E «quando arriva il dono del Padre, che è lo Spirito Santo, lui è capace di stabilire questa armonia». Ecco perché, ha concluso il Papa, «ci farà bene leggere questo brano, oggi, e vedere le cose che si dicono e come ciascuno di noi possa aiutare la sua famiglia, il suo quartiere, la sua città, i compagni di lavoro, di scuola, tutti quelli che gli sono vicini, per creare questa armonia che si fa nel nome del Signore Gesù risorto e che è una grazia dello Spirito Santo».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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«Di che cosa ha bisogno oggi la Chiesa? dei santi di tutti i giorni, quelli della vita ordinaria» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
7 aprile 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
I testimoni del Risorto sono il sangue vivo della Chiesa

La Chiesa «ha bisogno di testimoni», di martiri, di cristiani «coerenti» che «vivono la loro vita sul serio». La riflessione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta, giovedì 7 aprile, si è soffermata sulla linfa vitale della Chiesa, su quel «sangue vivo» che la porta avanti giorno per giorno: la testimonianza.


Una meditazione che ha preso le mosse dalla liturgia del giorno, in particolare dalla prima lettura, tratta dagli Atti degli apostoli (5, 27-33), nella quale viene presentato «un brano di quella lunga storia» che ha inizio quando Giovanni e Pietro, guariscono «lo storpio che era alla porta bella del tempio». Tutti, ha ricordato il Pontefice, «avevano visto questa guarigione», e nessuno poteva negare l’eccezionalità del fatto, perché «tutti conoscevano quell’uomo che aveva quarant’anni». Eppure i capi, i sacerdoti, arrabbiati, proibirono agli apostoli «di insegnare, di predicare nel nome di Gesù». Anzi, rimproverandoli, non usavano mai il nome di Gesù, piuttosto dicevano: «quell’uomo». E affermavano: «Avete riempito Gerusalemme del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di quest’uomo». Erano messi in difficoltà da una realtà che «era davanti a tutti. Tutti conoscevano quello storpio da anni e adesso lo vedevano ballare di gioia, lodando Dio, perché era stato guarito».

...

Una tale comprensione viene anche dal Vangelo. A questo riguardo il Papa ha richiamato il brano in cui Gesù parla con il discepolo andato da lui nella notte e afferma che chi è mandato da Dio «dice le parole di Dio, senza misura. Egli dà lo Spirito. E chi viene dal cielo attesta ciò che ha visto e udito». È, del resto, la testimonianza stessa di Gesù: «Lui attesta quello che ha visto e udito con lo Spirito che dà ai suoi discepoli». E questo, ha spiegato il Papa, «è il coraggio cristiano, questa è la testimonianza».

Una testimonianza, ha voluto ricordare il Pontefice, che ritroviamo nei «nostri martiri oggi, tanti, cacciati via dalla loro terra, sfollati, sgozzati, perseguitati». Essi «hanno quel coraggio di confessare Gesù proprio fino al momento della morte». Ma è anche la testimonianza «di quei cristiani che vivono la loro vita sul serio e dicono: “Io non posso fare questo, io non posso fare male ad un altro; io non posso truffare; io non posso condurre una vita a metà, io devo dare la mia testimonianza”». Tutto si riconduce a un unico concetto: la testimonianza è dire quello che nella fede «si è visto e udito, cioè Gesù risorto», con lo Spirito Santo «ricevuto come dono».

Quante volte, ha aggiunto Francesco, «in momenti difficili della storia» si è sentito dire: «Oggi la patria ha bisogno di eroi». Analogamente ci si può chiedere: «Di che cosa ha bisogno oggi la Chiesa?». La risposta è immediata: «di testimoni, di martiri», cioè dei «santi di tutti i giorni, quelli della vita ordinaria» portata avanti «con la coerenza», ma anche di coloro che hanno il coraggio di essere «testimoni fino alla fine, fino alla morte». Tutti «sono il sangue vivo della Chiesa». Sono loro, ha continuato il Papa, «quelli che portano la Chiesa avanti, i testimoni; quelli che attestano che Gesù è risorto, che Gesù è vivo, e lo attestano con la coerenza di vita e con lo Spirito Santo che hanno ricevuto in dono».

Concludendo il Pontefice ha invitato a pregare perché «il Signore ci dia, a tutti noi, questo coraggio e soprattutto la fedeltà allo Spirito Santo che ci è dato in dono».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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