"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°8 del 2016

Aggiornamento della settimana

- dal 27 febbraio al 4 marzo 2016 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per l'11 marzo 2016

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


PREGHIERA DEI FEDELI



OMELIA 

  
     di P. Gregorio Battaglia
   di P. Aurelio Antista
  di P. Alberto Neglia


 

 



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 





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Profonda tristezza...

  Yemen, uccise 4 suore di Madre Teresa


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"Il giorno in più" di Tonio Dell'Olio



Il giorno in più
Tonio Dell'Olio

Un anno che ci regala un giorno in più ci riconcilia con il tempo. Ci dice che il tempo non ci appartiene totalmente, ma che possiamo tentare di addomesticarlo. 
Un giorno in più è l'elogio dello spreco e forse anche del dono. 

Un giorno che non sia necessariamente il 29 febbraio nella cadenza dei quattro anni, ma il giorno che decidi di regalare alla tua fantasia, alla creatività di cui mente, anima e cuore hanno bisogno ...

Forse per questo la scienza dei calendari ha sposato quella dell'anima. Ma che non sia un giorno di recupero. Solo di dono. 
Un dono da donare. O da donarti.
(fonte testo: Mosaico dei Giorni 29/02/2016
immagini: staff Quelli della Via)



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"La disumanità dei muri d'Europa" di Furio Colombo



La disumanità dei muri d'Europa
di Furio Colombo

Secondo la vulgata comune, sono due i gruppi umani che attraversano il mondo per migliaia di chilometri, affrontando le prove dell’aggressione armata, del banditismo, del mare senza mezzi per traversarlo, delle barriere di filo spinato, di muri costruiti apposta per fermarli, di treni fermi, di marce a piedi che durano settimane, di frontiere chiuse, mentre mancano del tutto luoghi di sosta, di minima assistenza, di soccorso ai bambini. 
Il primo gruppo è composto di persone (quasi sempre uomini soli) in cerca di un lavoro e di una vita migliore. 
Il secondo gruppo, un corteo senza fine di intere famiglie con molti bambini, sta cercando di fuggire dalle guerre che diventano di giorno e di notte sempre più violente senza che alcuno stato di guerra sia stato dichiarato o alcuna ragione sia stata detta dall’aggressore all’aggredito e – meno che mai – all’opinione pubblica. 
La stessa vulgata comune vuole che il primo gruppo debba essere subito cacciato (molti amano dire “a calci in culo” come se l’immigrazione per povertà non fosse il più antico mestiere del mondo, spiazzando la fama della prostituzione). Il secondo (chi fugge da una guerra) va invece accolto e assistito secondo le buone regole della civiltà. 
La sequenza di eventi ha voluto che il primo gruppo sia drasticamente diminuito, perché sono aumentate le guerre o sono caduti in stato di guerra e violenza incontrollata luoghi che prima erano solo poveri (la frase è assurda, ma è l'unico modo di spiegare perché sono comparsi sempre di più donne e bambini nei gruppi classificati “poveri”e non “rifugiati”). E il secondo gruppo sia cresciuto e stia crescendo a dismisura perché, oltre a moltiplicarsi, le guerre stanno diventando più selvagge, più vaste, più spietate e rendono la fuga non una opzione, ma una necessità inevitabile e urgente. 
Di fronte a questo fenomeno, la miseria morale del mondo agiato, unito a una incredibile assenza di capacità di governo, crea una situazione che nessun narratore di fantascienza o di fantapolitica avrebbe inventato, e nessun editore o produttore avrebbe accettato per eccesso di crudeltà ma anche di cecità umana e di mancanza di realismo. 
Chiudere l'Europa. È ciò che sta accadendo e che viene prima annunciato come se fosse una minaccia possibile, poi prefigurato e infine deciso, almeno da alcuni governi, e accettato da tutti nell’ultima riunione austriaca di ribelli al soccorso. 
Ciò che accade è il colmo dell’assurdo.
...

A uno a uno, piccoli protagonisti della Storia che si dicono parte dell’Unione europea, chiudono le frontiere, uno a uno o a gruppi in modo che nessuno passi. In questo modo ognuno crea una tragedia all’altro e tutti le creano ai popoli in fuga dalle guerre che i Paesi che si sentono collocati in un grado superiore della storia, non hanno impedito, hanno fermato e infine hanno cominciato a prendervi parte con notevole forza distruttiva e l’uso di continui spaventosi bombardamenti a cui tutti cercano di prendere parte e che cacciano dalle loro case persone (i sopravvissuti) che nessuno dei portatori di guerra vuole neppure in un campo profughi. 
Non era mai accaduto prima un simile disastro umano affrontato con tanta disumanità. E non si distingue tra i leader uno che abbia la forza e il coraggio di denunciare l'orrore di ciò che sta accadendo.
(fonte del testo: “il Fatto Quotidiano” del 28 febbraio 2016
immagini a cura dello staff di Quelli della Via)



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Immagini che dicono più di tante parole... ma è proprio questa l'Europa che vogliamo?


Guardate la foto qui sopra.

Un figlio consola il padre. Piange, il padre, probabilmente perché ha sempre sperato di poter garantire la dignità, almeno. Almeno la dignità. Dando per scontato che la sopravvivenza sia il risultato minimo per un genitore. Sia con la guerra, la tempesta, il sole, il caldo, lo scirocco, le pallottole, le malattie ogni genitore nel mondo, qualsiasi legge e qualsiasi religione, qualsiasi genitore ha il dovere di preservare i propri figli, è un bisogno che sente connaturato com il respiro, la sete e il sangue. Qui il padre cede il posto alla disperazione, che non è altro che l’esaurirsi della produzione della speranza, e si arrende, chiedendo scusa al suo dio, se ne ha uno e con qualsiasi nome lo chiami. Questa foto è la sindone di una sconfitta collettiva.

Il figlio, lui, ha uno sguardo preoccupato ma nemmeno troppo. I bambini hanno una bilancia tutta loro dei dolori, delle gioie e delle sconfitte e spesso ci insegnano a noi adulti a non prendersi mai troppo sul serio, a non disabituarsi a vedere la bellezza intorno. Quel bambino sta pensando probabilmente che niente di così terribile può succedere finché suo padre è lì. E lui con lui, e anche qualcosa da mangiare.
...
   Qui, dove i figli consolano i padri

Di nuovo tensione, paura e scene che non sono degne dell’Europa. La tensione al confine greco-macedone è esplosa oggi (29/02/2016) quando i rifugiati e migranti bloccati dal proseguire il loro cammino verso nord e fermi da giorni al freddo hanno tentato di forzare il blocco. Le foto qui sotto raccontano quel che è successo più delle parole. (fonte: Left)

E ancora foto dal web degli sgomberi di profughi in questi giorni...

Vedi anche il post:
   "La disumanità dei muri d'Europa" di Furio Colombo




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«Militarizziamo le frontiere, utilizziamo la Nato, blocchiamo i rifugiati, per fare cosa? Per riportarli dove? Indietro da dove scappano? L’unica cosa da fare è lasciarli entrare. Tutti. Quando qualcuno bussa alla vostra porta, nel bel mezzo della notte, qualcuno a cui hanno sparato, che è bagnato, stanco, ha fame, ha dei bambini, non è possibile fare il calcolo costo-benefici se aprire o meno quella porta.Quella porta si apre e basta! È il nostro dovere, insieme a quello delle Nazioni unite.L’Europa è abbastanza grande e abbastanza ricca per farli entrare. Poi, ci preoccuperemo di come fare. Ma prima li facciamo entrare, gli diamo da vestire, da mangiare, ci assicuriamo che non muoiano, che non anneghino e poi troveremo un modo per integrarli. Sono fiero di quello che stanno facendo i Greci».
 
  Ilaria Bonaccorsi:   Tutta la vita dalla parte di chi sfonda i muri

Tutte le misure antimmigrazione adottare dai Paesi Europei dall’inizio dell’anno. Tantissime le misure restrittive da inizio anno che cercano di arginare l'afflusso di richiedenti asilo.
Nei primi due mesi del 2016, oltre 110.000 migranti sono arrivati ​​in Europa, secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni.
Tutte le misure adottate.

  Leonardo Cavaliere:   Le 10 misure antimmigrazione adottate dai Paesi Europei dall' inizio del 2016



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FEDE E
SPIRITUALITÀ



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   Il perdono è...
  Che occasione oggi...
  La pazienza è...
"Dio si mostra sempre ricco di misericordia, pronto in ogni circostanza a riversare sul suo popolo una tenerezza e una compassione viscerali, soprattutto nei momenti più drammatici […]. Siamo qui di fronte ad un vero e proprio dramma d’amore” (Papa Francesco,Messaggio Quaresima 2016)
  ... è più forte di me! (vignetta)
  Il Signore ci salva...
  Ogni azione...
  Gesù non si ferma mai...
  Le mie mani chiuse come pugni...
  ... Ama e fa' ciò che vuoi...
Shahbaz Bhatti, ministro per le Minoranze del Pakistan fu assassinato il 2 marzo 2011 a Islamabad 
Vedi anche il post "Ricordando Shahbaz Bhatti"
  Voglio che la mia vita...
  Rendetevi conto che è bene...
  La legge consiste...
  Che io veda di nuovo...


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... Ecco la parabola ci comunica la pienezza della paternità e maternità di Dio. Per questo la tradizione cristiana definisce questa pagina lucana “un piccolo vangelo nel vangelo”.
Ma di questa parabola è opportuno sottolineare anche un altro aspetto. Essa ci narra del cammino di conversione del credente visto sia dalla parte di Dio Padre/Madre, sia dalla parte di noi suoi figli credenti.
La prospettiva non è la stessa...
Ripubblichiamo la Lectio del brano del Vangelo proposto oggi dalla liturgia (Lc 15,1-3.11-32) a cura di fr. Egidio Palumbo

  Volgere lo sguardo verso il Padre per diventare, come Lui, compassionevoli e misericordiosi di fr. Egidio Palumbo

Ogniqualvolta Gesù tenta di liberare le persone subito appaiono coloro che sono contro questo processo di liberazione.
E’ quanto emerge nel capitolo 13 di Luca - è un episodio che ha soltanto questo evangelista – i primi 9 versetti.
Scrive l’evangelista: “In quello stesso tempo”. Quale tempo? Gesù aveva detto alla folla: “Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” Gesù cerca di emancipare il popolo dall’influsso e dalla dottrina degli scribi, dei farisei. Sono le autorità religiose che determinano quello che la gente deve credere e come deve credere, cosa deve praticare.
Allora Gesù invita le persone a crescere, ad essere persone mature, che ragionano con la propria testa e camminano con le proprie gambe. Questo è inammissibile per il potere religioso che deve sempre sottomettere le persone, trattandole come in maniera infantile. Ed ecco la reazione.

  LA BUONA NOTIZIA E' PER TUTTI - p. Alberto Maggi (video)


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Ripubblichiamo queste 2 immagini per ricordare il saluto ai Cardinali e quello a tutti i fedeli da Castel Gandolfo di Papa Benedetto XVI nell'ultimo giorno di pontificato il 28/02/2013.

  Prima di salutarvi...
  Non sono più Pontefice...

Riproponiamo anche il nostro Speciale "Benedetto XVI rinuncia al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro"

  Benedetto XVI rinuncia al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro

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Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Febbraio 2016: "la cura del creato" (videomessaggio)



Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Febbraio 2016:

"la cura del creato"

Dal mese scorso Papa Francesco affida ad un suo videomessaggio le tradizionali intenzioni di preghiera per il mese. 
“Il Video del Papa” è un’iniziativa globale sostenuta dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa (Apostolato della Preghiera) per collaborare alla diffusione delle intenzioni mensili del Santo Padre sulle sfide dell’umanità.

L’intenzione di febbraio è la cura del creato.

Un invito a prenderci «cura della creazione, perché l’abbiamo ricevuta come dono da coltivare e proteggere per le generazioni future» è contenuto nel videomessaggio di Papa Francesco a commento della sua intenzione universale di preghiera per il mese di febbraio. 

Letto in spagnolo e tradotto in dieci lingue, il messaggio pontificio è stato diffuso sul sito internet dell’Apostolato della preghiera (www.apmej.org).

«Credenti e non credenti — spiega Francesco mentre scorrono immagini della bellezza del creato che stridono con altre di inquinamento ambientale — siamo tutti d’accordo che la terra è un patrimonio comune, i cui frutti dovrebbero essere beneficio di tutti». Tuttavia, fa notare il Papa, oggi «la relazione tra la povertà e la fragilità del pianeta richiede un altro modo di gestire l’economia e il progresso, immaginando un nuovo stile di vita».

Ecco perché, è la naturale conseguenza, «abbiamo bisogno di una conversione che ci unisca tutti» e di essere «liberi dalla schiavitù del consumismo» per poterci prendere insieme — conclude il Pontefice — «cura della nostra casa comune».

     VIDEO

Ecco il testo:

Credenti e non credenti siamo tutti d’accordo che la terra è un patrimonio comune, i cui frutti dovrebbero essere beneficio di tutti.
Eppure, cosa sta accadendo nel mondo in cui viviamo?
La relazione tra la povertà e la fragilità del pianeta richiede un altro modo di gestire l’economia e il progresso, immaginando un nuovo stile di vita.
Perchè abbiamo bisogno di una conversione che ci unisca tutti.
Liberi dalla schiavitù del consumismo.
Questo mese ti rivolgo una richiesta speciale:
Che ci prendiamo cura della creazione, perchè l’abbiamo ricevuta come un dono da coltivare e proteggere per le generazioni future.



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Il Mercoledì delle Ceneri di Papa Francesco audiomessaggio per la Quaresima (testo e video)


​ Mercoledì delle Ceneri 
 10 febbraio 2016 

Papa Francesco ha inaugurato nel Mercoledì delle Ceneri, l`iniziativa "KeepLent", promossa e organizzata dal Servizio per la Pastorale Giovanile della Prelatura di Pompei (Italia) per annunciare il Vangelo quaresimale attraverso i social network.

L’applicazione utilizzata da Pompei sarà Telegram, servizio di messaggistica istantanea. 

La modalità per iscriversi è la seguente: bisogna scaricare l’app Telegram sul proprio smartphone; cercare il canale @PGPompei e unirsi. Ogni mattina, gli iscritti riceveranno un messaggio con un versetto del Vangelo del giorno, accompagnato da una nota audio di commento, della durata di circa un minuto e 30 secondi. 

La riflessione sarà di volta in volta a cura di sacerdoti, catechisti, educatori di Azione Cattolica, insegnanti di religione, responsabili di movimenti e associazioni, membri dell’èquipe di Pastorale Giovanile e del gruppo scout Agesci.

   video

Cari ragazzi,
Gesù disse ai suoi discepoli "State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro" ... "Quando fai l'elemosina non suonare la tromba davanti a te" ... "Il Padre tuo, che vede nel segreto ti ricompenserà".

La parola di Dio ci da il giusto orientamento per vivere bene la Quaresima.
...

Il nostro atteggiamento in questa Quaresima sia dunque di vivere nel segreto dove il Padre ci vede, ci ama, ci aspetta.
Certo, anche le cose esteriori sono importanti, ma dobbiamo sempre scegliere e viverle alla presenza di Dio.

Facciamo nella preghiera, nella mortificazione, e nella carità fraterna quello che possiamo, umilmente, davanti a Dio. Così saremo degni della ricompensa di Dio Padre.

Buona Quaresima, la Madonna di Pompei vi accompagni e, per favore, pregate per me



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TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015



TERESA D'AVILA, 
DONNA IN CAMMINO

HOREB n. 72 - 3/2015

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI

EDITORIALE

 Spesso si ritiene che i mistici siano persone privilegiate che percorrono un cammino diverso rispetto ai cristiani comuni. E, invece, se ci accostiamo ai loro scritti e al loro vissuto, ci rendiamo conto che sono persone come noi che, però, si sono lasciate conquistare dallo sguardo di Dio, e, piano piano, hanno consentito a Lui di farsi presente nel frammento della loro vita, e così si sono ritrovate nella storia, nel quotidiano a vivere gli eventi con la stessa passione di Dio.

Fra questi mistici, c’è certamente la carmelitana S. Teresa d’Avila di cui quest’anno ricorre il quinto centenario della nascita (1515-2015). Teresa, nei suoi Scritti, ci racconta che anche lei era una creatura come noi, impastata di carne, di ossa e di peccato. Evidenzia anche, però, che attraverso una faticosa esperienza di ascolto e di preghiera le è stato concesso di percorrere un “cammino”, il più impegnativo della vita, che le ha consentito di passare da una esistenza superficiale e alienata in banalità, a una relazione sempre più viva e amicale con Dio. Questa relazione vitale con Dio, ci racconta Teresa, le ha aperto gli occhi facendole conoscere le proprie fragilità, ma soprattutto l’ha fatta crescere nella consapevolezza di essere, comunque, figlia amata di Dio e della Chiesa. Grazie a questa presa di coscienza, in lei è maturata una più profonda umanità, una maggiore libertà, e una grande generosità.

Ci dice, ancora, Teresa che l’incontro con Dio, “coltivato” attraverso la contemplazione del volto umano di Gesù, anziché estraniarla dal mondo, ha deposto nella sua vita l’ansia e il tormento per i propri fratelli e per la Chiesa, nella quale si è sentita inserita in modo vitale e con una missione particolare da compiere. Così, in un’epoca in cui le donne non avevano voce nella Chiesa e nella società e per lo più restavano relegate nella cerchia familiare, Teresa, visitata dallo sguardo di Dio, con coraggio, e sfidando le maglie dell’Inquisizione, si è fatta promotrice di un processo di rinnovamento nella chiesa, richiamandola, col suo vissuto e con i suoi scritti, a lasciare una logica di potere e a seguire la via tracciata dal Signore Gesù. 

È in questa prospettiva che riproponiamo l’esperienza di Teresa d’Avila, esperienza che riteniamo propositiva e profetica per la chiesa e per l’uomo di oggi.

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   Editoriale  (PDF)

   Sommario  (PDF)


E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it


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RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3) I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016 - Il calendario degli incontri



RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3)
 


I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016
promossi dalla
Fraternità Carmelitana di
 Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

Dal 27 Gennaio al 9 Marzo 
presso la sala del convento
dalle h. 20.00 alle h. 21.00


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'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo:  Lc 13,1-9

Il cuore del capitolo 13 del Vangelo di Luca è costituito dalla parabole del Regno che aiutano i credenti a vivere la propria storia di salvezza alla luce di quella di Gesù. Queste però sono comprese fra due episodi, uno all'inizio del capitolo l'altro alla fine, che hanno come tema comune la morte. Certo Gesù non si riferisce alla morte fisiologica, a quella naturale, alla morte "de la quale nullu homo vivente può scampare", come canta S. Francesco nelle sue celebri Laudes Creaturarum. Gesù intende parlare di quella morte la cui causa diretta sono le scelte di vita proposte dal divisore nelle tentazioni e durante tutta la sua vita; le scelte di potere, di ricchezza e di orgoglio che egli ha fermamente rifiutato, anche sulla croce, come mezzi per l'edificazione del Regno. Solo nell'ascolto obbediente della Parola del Padre, solo ponendo in atto le dinamiche di vita che da Essa scaturiscono, la comunità dei credenti avrà la possibilità di produrre i dolci frutti sperati. Nel caso contrario essa sarà solo apparenza, fogliame utile solo a mascherare il vuoto del suo cuore, fico che rende improduttivo il terreno, buono soltanto per essere tagliato. Ma Dio non taglia il fico, non agisce come si attendeva il Battista (3,9) perché Egli ama l'uomo e fa di tutto perché possa pienamente rispondere al suo amore. E' questo il senso profondo della storia dell'umanità, "l'anno della pazienza e della misericordia di Dio, una dilatazione della salvezza e del giudizio, ancora sempre per un anno, da allora fino ad ora e fino alla fine" (cit.). E il tempo ancora non è giunto al termine perché, come canta il salmo 136, la tenerezza del Signore Dio per ogni suo figlio non avrà mai fine.
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Dal 1927, il primo venerdì di marzo si celebra la Giornata mondiale della preghiera, iniziativa ecumenica nata e sostenuta da donne di diverse confessioni cristiane. “Chi accoglie un bambino accoglie me” è il tema dell’edizione 2016 che coinciderà con l’inizio della “24 ore per il Signore”. La sera del 4 marzo si pregherà ecumenicamente a Mosca, nella chiesa luterana di Pietro e Paolo. In Austria secondo katholisch.at sono previste iniziative di preghiera in oltre 400 comunità, su iniziativa di organizzazioni cristiane femminili. Anche la Svizzera ecumenica si è mobilitata con un altrettanto nutrito elenco di appuntamenti. Così pure nel Regno Unito, in Francia e in ognuno dei 170 Paesi nel mondo che aderiscono all’iniziativa.
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 In ogni celebrazione si raccoglieranno fondi, ma saranno le singole realtà a decidere a quale progetto di solidarietà destinarli. È infatti uno dei principi guida di questa iniziativa il “partecipare a iniziative responsabili”, a partire dall’uso creativo dei propri talenti personali, in uno spirito di “sorellanza ecumenica” che sia “inclusivo” e “attento al contesto multi-religioso”, come spiegano le Linee guida stese nel 2012 per garantire l’unità nella differenza delle diverse realtà che partecipano all’iniziativa.
(fonte: Sir)

Per la prossima Giornata mondiale di preghiera giunge da Cuba un appassionato invito a spalancare il cuore alla fraternità, alla condivisione, all’incontro, a partire da chi è più fragile e povero. E chi è più debole e indifeso di un bambino? Chi accoglie un bambino accoglie me: questo il tema che venerdì 4 marzo sarà celebrato in più di centosettanta nazioni grazie all’impegno di numerosi comitati femminili interconfessionali locali, nazionali, internazionali, tutti in rete fra di loro. 

Il logo della Giornata, opera di Ruth Mariet Trueba Castro, raffigura la mano di una donna bianca che stringe con tenerezza quella di un bimbo dalla pelle scura. Entrambi si avviano con fiducia su una strada, abbracciati da una luce intensa.
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La Giornata mondiale di preghiera, una delle più antiche iniziative in ambito ecumenico, affonda le sue radici nel lontano 1887, in un’America segnata dagli strascichi della guerra di secessione e da tanti drammi sociali collegati all’impetuoso aumento della popolazione. Fin dalle origini, coerentemente col motto «Informarsi per pregare, pregare per agire», la Giornata ha avuto lo scopo di sensibilizzare le partecipanti ai problemi del momento, per intraprendere concrete iniziative di solidarietà con cuori resi dalla preghiera più attenti e sensibili alle sofferenze del prossimo, e con sguardi divenuti più solleciti e misericordiosi.
(Donatella Coalova per L'Osservatore Romano)


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Un uomo di nome Giobbe/12 - 
Nostalgia di futuro, 
dove cielo di Dio e
orizzonte umano coincidono

L'attesa dell'innocente

di Luigino Bruni

Io ti sbircio / come una scacchiera / di battaglia navale / non so ancora dove / mi affonderai"/ segnerai una fenditura / con la biro nera / degli occhi / e mi porterai in salvo / su una terra consegnata. 

Chandra Livia Candiani 

Le grida delle vittime aumentano la loro forza quando sono ripetute. Nel suo discorso finale Giobbe continua a ripetere le sue domande e le sue grida, difende per l’ennesima volta la sua innocenza, lancia ancora una volta il suo urlo verso il cielo: il povero non è povero perché è colpevole. Un uomo può essere povero, sventurato e innocente. E se è innocente, qualcuno deve aiutarlo a rialzarsi. Dio per primo, se vuole essere diverso dagli idoli. Il vero delitto di cui si sono spesso macchiate anche le religioni è uccidere i poveri convincendoli che sono colpevoli e che hanno meritato le loro condizioni sventurate; e così noi siamo giustificati nella nostra indifferenza, alla quale cerchiamo di associare anche Dio. Girando per Nairobi (da dove sto scrivendo queste righe) l’urlo di Giobbe è assordante; le nostre mancate risposte mascherate dalle ideologie riecheggiano ovunque. Solo in compagnia di Giobbe si può camminare nelle "periferie del capitalismo" sregolato sperando di restare un po’ giusti. Riconoscerlo lungo le strade, accostarsi alle sue ferite, e tentare almeno di fare silenzio per ascoltare fino in fondo il suo grido.
...
Se la Bibbia ci ha voluto mostrare un Dio che non risponde a Giobbe, è possibile trovare una verità nel Dio che non risponde quando dovrebbe farlo. Se guardiamo bene il mondo scopriamo che Dio continua a non rispondere a Giobbe che grida. È questo Dio muto quello che i poveri della terra conoscono. Allora, forse, se vogliamo sperare di incontrare veramente lo spirito di Dio nel mondo, e non restare catturati da qualche idolo fuori e dentro le religioni, dobbiamo scoprirlo dentro le grida senza risposta, dobbiamo cercarlo dove non c’è. Le ultime parole di Giobbe contengono poi un immenso ‘giuramento di innocenza’ (‘se ho fatto questo delitto, mi colga questo male’ …). Giobbe lo aveva già pronunciato (27,1-7), ma ora diventa più solenne, finale, estremo. Un ultimo giuramento che contiene una perla, uno dei messaggi più grandi e rivoluzionari di tutto il libro e di tutti i libri. Nelle sue ultime parole scopriamo in che cosa consista veramente per Giobbe l'innocenza: “Se il mio cuore si lasciò sedurre da una donna altri si corichino con mia moglie… Se ho rifiutato ai poveri quanto desideravano, se ho lasciato languire gli occhi della vedova, se da solo ho mangiato il mio tozzo di pane, senza che ne mangiasse anche l'orfano … mi si stacchi la scapola dalla spalla e si rompa al gomito il mio braccio … Se ho riposto la mia speranza nell'oro e all'oro fino ho detto: «Tu sei la mia fiducia» … Se, vedendo il sole risplendere e la luna avanzare smagliante, si è lasciato sedurre in segreto il mio cuore e con la mano alla bocca ho mandato un bacio ...” (31,5-10;16-28). Maltrattare e non soccorrere i poveri, l’adulterio, e le molte forme di idolatria (ricchezza e astri): sono questi i reati e i delitti più gravi per Giobbe, per tutti. 
Ma ad un certo punto Giobbe aggiunge qualcosa che a prima vista ci lascia molto perplessi, stupiti, turbati. Sembra che Giobbe alla fine della sua arringa pronunci una ammissione di colpevolezza: “Non ho nascosto come uomo la mia colpa, tenendo celato nel mio petto il mio delitto” (31,33-34). Proprio nell’ultimo atto della sua difesa, a pochi passi dal traguardo si arrende, e seguendo i consigli degli amici ammette di essere colpevole, nega la sua innocenza che era stata il solo bene che aveva salvato nel tracollo totale. È questo il senso di queste parole? No. Giobbe qui ci sta dicendo qualcosa di diverso e molto importante, come sua ultima parola, come un testamento. Riconoscendo la colpa Giobbe conclude i suoi discorsi allargando il territorio dell’innocenza umana fino a comprendervi anche il peccato. L’uomo giusto non è chi non pecca e non compie delitti, perché peccare è parte della condizione umana. Giobbe ha sempre negato la teologia economica degli amici che associavano la sua condizione di sventurato al suo peccato. ..
Anche Giobbe ha peccato. Si possono commettere peccati e delitti restando giusti se non si esce dalla verità su di sé e dalla verità sulla vita. È la menzogna il grande e unico peccato contro il Dio di Giobbe, il peccato di chi sa di sbagliare e tiene ‘celata nel petto la colpa’, perché ammettendola e riconoscendola pubblicamente dimostrerebbe la volontà di conversione, e resterebbe giusto. Ci sono persone ingiuste e non innocenti che ricevono lodi pubbliche e onorificenze civili, e le carceri sono piene di giusti come Giobbe. Dio, se non è un idolo, non è libero di non perdonare il peccato dei giusti. Allora con le sue ultime parole Giobbe ci sta dicendo qualcosa di decisivo per ogni esperienza di fede: anche il peccatore può restare innocente. E se anche il peccatore resta dentro il territorio dell’innocenza, allora ci si può sempre risollevare dopo ogni caduta: innocenti si può tornare. Giobbe lo sa, perché crede e spera solo in questo Dio.
È con questa innocenza sincera, vera, onesta, che Giobbe termina il racconto della sua storia. Ha svolto il suo compito, ha terminato la sua missione. Ha combattuto una buona battaglia. Ha conservato la fede nell’uomo, in Elohim, nella propria dignità, nel proprio onore, nell’innocenza dell’uomo, di ogni uomo. E lo ha fatto per noi, continua a farlo per noi, per includere nel regno degli innocenti anche i peccatori che continuano ad essere giusti.
....
Nelle prove della vita, anche in quelle grandi e tremende, la cosa importante, la sola cosa veramente importante, è arrivare fino alla fine della notte, non smettere di attendere un altro Dio, e giungere a questo incontro decisivo a testa alta. Non tutte le attese di Dio avvengono a testa alta, perché per tenere la testa alta e poter guardare Elohim negli occhi quando arriverà occorre vivere le prove della vita come Giobbe, non accontentandosi di un dio minore e di un uomo peggiore per salvarsi. Giobbe giungendo come un principe alla fine della sua difesa ha continuato ad allargare l’orizzonte dell’umano buono fino a farlo coincidere, sulla linea dell’orizzonte, con il cielo buono del suo Dio.

   L'attesa dell'innocente di Luigino Bruni  (PDF)

Leggi anche i post già pubblicati:
  • Un uomo di nome Giobbe/11 - La miniera della sapienza di Luigino Bruni
  • Un uomo di nome Giobbe/10 - Fedeli al Dio del non ancora  di nome
  • Giobbe/9 - Il veleno della falsa misericordia
  • Un uomo di nome Giobbe/8 - La rivoluzione dell’ascolto
  • Un uomo di nome Giobbe/7 - La parola che vince la morte
  • Un uomo di nome Giobbe /6 - La memoria viva della terra
  • Un uomo di nome Giobbe /5 - Attenti ai ruffiani di Dio
  • Un uomo di nome Giobbe /4 - La responsabilità di Dio
  • Un uomo di nome Giobbe /3 - L’arca del duro canto
  • Un uomo di nome Giobbe /2 - La risposta dell’intoccabile
  • Un uomo di nome Giobbe / 1 - Nudo è il dialogo con Dio


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Perché non dare la parola a donne e uomini laici?
A tre condizioni
Enzo Bianchi

Nella Chiesa del tempo post-conciliare, da quando Papa Giovanni con il suo discernimento profetico individuò tra i «segni dei tempi» l’ingresso della donna nella vita pubblica, più volte sentiamo voci che si levano per chiedere una più grande valorizzazione della donna nella Chiesa, una sua maggior partecipazione alle diverse istituzioni che la reggono e la organizzano, un riconoscimento a lei di tutte le facoltà che in quanto battezzata possiede di diritto.

C’è una strada decisiva per la valorizzazione della donna nella Chiesa, una possibilità che riguarda più in generale i fedeli, uomini e donne, possibilità già esperita e praticata nella storia della Chiesa e di fatto presente, nonostante l’attuale disciplina, in molte Chiese locali: la presa della parola nell’assemblea liturgica da parte di fedeli, uomini o donne. Essa rischia però di avvenire in modo selvaggio o, peggio ancora, in modo simulato, così che si finisce per chiamare con altri nomi — come “risonanze” o “proposizioni” — quelle prese della parola che devono semplicemente essere chiamate omelie. Il tema è delicato, ma ritengo sia urgente affrontarlo, seppur brevemente in questa sede: certamente per i fedeli laici in generale, ma soprattutto per le donne, ciò costituirebbe infatti un mutamento fondamentale nella forma di partecipazione alla vita ecclesiale.

Innanzitutto va riconosciuto che in questi ultimi decenni vi è la consapevolezza che tutti i battezzati sono consacrati per la missione e che l’annuncio del Vangelo è una responsabilità che li investe tutti: non a caso i predicatori laici sono ben presenti e numerosi nella missione. Si tratta perciò di un ministero della parola un tempo riservato solo ai chierici, oggi invece presente in tutte le componenti della Chiesa. Sono gli attuali testi liturgici ad attestare che i battezzati sono chiamati da Dio «perché annuncino con gioia il Vangelo di Cristo nel mondo intero» (Rito del battesimo, Preghiera e invocazione sull’acqua) e «diventino partecipi della missione di Cristo, profetica, sacerdotale e regale» (Liturgia della benedizione degli oli, Benedizione del crisma). Questa maturazione in parte è avvenuta nel popolo di Dio, che oggi è capace di accogliere anche la predicazione a opera di laici.

Dalla storia sappiamo che la predicazione ai laici è stata autorizzata pure in ambito liturgico e che nel medioevo anche alcune donne ricevettero dal Papa o dal vescovo questa autorizzazione.
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Si tratta di pochi esempi, che dicono però un vissuto secolare nella Chiesa romana, interrotto a causa della paura di eresie, diffuse proprio da predicatori del Vangelo. Certamente per poter svolgere il ministero della predicazione si riteneva necessaria l’autorizzazione da parte della Chiesa, ovvero il conferimento della licentia praedicandi, perché l’ignoranza di alcuni predicatori o il “carismatismo” di altri portava spesso all’eresia, alla confusione e non all’edificazione della Chiesa. È significativo che Innocenzo III, per esempio, accogliesse la richiesta della predicazione da parte di Francesco e dei suoi primi compagni (1210), chiedendo loro in cambio la tonsura. In ogni caso Francesco, senza ricevere l’ordine (né diaconato né presbiterato), predicò pubblicamente, sempre con l’approvazione romana, nonostante la contrarietà di alcuni vescovi locali, e anche dopo il divieto di Gregorio IX venne mantenuta la possibilità di un accesso dei laici alla predicazione. Si raccomandava che queste omelie fossero di carattere morale ed esortativo e non dottrinale o teologico, ma di fatto furono autorizzate, e donne predicatrici, da Maria d’Oignies, la beghina di Liegi (1177-1213), a Caterina Paluzzi (1573-1645), incaricata della predicazione nei monasteri femminili dal cardinale Paolo Sfrondati, non mancarono mai.

E oggi? Nel post-concilio la Conferenza episcopale tedesca chiese a Paolo VI nel 1973 il mandatum praedicandi per alcuni laici impegnati nella pastorale (tra cui non poche donne) e la Santa Sede concesse loro il permesso ad experimentum per otto anni. Allo stesso modo, il Direttorio per le messe dei fanciulli (1973) permette che l’omelia sia tenuta da laici preparati, anche donne. Sono aperture di cui si dovrebbe fare tesoro. Sarebbe comunque importante che, senza mutare nulla della dottrina tradizionale, si desse la possibilità a laici, uomini e donne, di prendere la parola nell’assemblea liturgica, ad alcune precise condizioni.

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La concessione della facoltà di predicare, a queste condizioni, consentirebbe alle comunità religiose femminili di non ascoltare sempre e solo l’omelia del cappellano loro assegnato. E le comunità cristiane potrebbero ascoltare la predicazione fatta da donne (con accenti diversi, dunque) e da uomini non solo ordinati.

Non dimentichiamo che Gesù ha predicato nelle sinagoghe di Nazareth e di altre città senza essere né un sacerdote né un rabbino ordinato, ma lo ha fatto per carisma profetico e perché incaricato dai capi delle diverse sinagoghe. E non dimentichiamo neppure che, quando un vescovo voleva impedire al laico Origene di predicare, gli altri vescovi replicarono: «Dove c’è qualcuno capace di essere veramente utile ai fratelli nella predicazione, sia dai vescovi chiamato a predicare al popolo» (Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica vi, 19, 18).
(fonte: L'Osservatore Romano)



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"Le opere di misericordia spirituale. Una rilettura per il nostro tempo" sac. Antonio Alfieri (VIDEO INTEGRALE)


ITINERARIO DI FORMAZIONE
PER LA VITA CRISTIANA
Anno 2016
promosso dal
Vicariato "San Sebastiano"
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

ABITARE LA MISERICORDIA
29 FEBBRAIO 2016

Premessa 
Nel considerare le sette opere di misericordia spirituale e nel tentare una loro attualizzazione per i nostri giorni, non possiamo e non dobbiamo dimenticare il percorso comune fatto in questo itinerario di formazione cristiana, che qui viene dato per acquisito. Allo stesso tempo non verranno affrontate questioni antropologiche. E in una continuità di cammino che queste brevi riflessioni sono sviluppate. Scrive papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima di questo Anno Giubilare di non separare mai le opere di misericordia corporale da quelle spirituali (n. 3). Possiamo dire che esse sono i due volti di un’unica moneta. 

I. INTRODUZIONE AL TEMA: NELLA PROSPETTIVA DELLA PRATICA DELL’AMORE È tuttavia opportuno, aggiungere alcuni altri riferimenti basilari ed essenziali nella trattazione del nostro tema. «“È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua onnipotenza”. Le parole di san Tommaso D’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza divina» (PAPA FRANCESCO, Misericordiae Vultus, n. 6), affermazione che ritorna nella preghiera di Colletta della XXVI Domenica del Tempo Ordinario e nel Prefazio della prima Preghiera Eucaristica della Riconciliazione. Chi vive e pratica le opere di misericordia non è quindi un debole, ma una persona di spirito.

«…la misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati a
ad essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri» (PAPA FRANCESCO, Misericordiae Vultus, n. 9)
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   video



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La Chiesa avrà presto due nuovi Santi, due nuovi Beati e otto nuovi Venerabili Servi di Dio.
Papa Francesco ha ricevuto ieri pomeriggio il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, autorizzando il dicastero a promulgare i relativi decreti.

  Saranno Santi Elisabetta della Trinità e Emanuele Gonzalez Garcìa

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Dieci domande per prepararsi alla Pasqua. Sono le «nude domande del Vangelo» che padre Ermes Ronchi, dell’ordine dei servi di Maria, presenterà a Papa Francesco e ai membri della Curia romana durante gli esercizi spirituali in programma dal 6 all’11 marzo nella Casa Divin Maestro di Ariccia.

  L'Osservatore Romano:   Dal 6 all’11 marzo ad Ariccia Esercizi spirituali per il Papa e la Curia romana



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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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... In chiesa, dall'inizio della Quaresima, è comparso ben in vista (come da foto) un tavolo, con tanto di tovaglia a quadretti.
Impossibile non vederlo. Ma è ciò che si legge, avvicinandosi, sui due cartelli appoggiati sopra che fa la differenza. Il primo indica il senso:«il tavolo della provvidenza; il secondo - diciamo così - il "modo d'uso": "Se hai bisogno prendi, altrimenti porta".
Dieci parole in tutto che stanno facendo la differenza...

  Il tavolo della Provvidenza che non resta mai vuoto


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LA CHIESA NON HA BISOGNO DI SOLDI SPORCHI,
HA BISOGNO DI CUORI APERTI ALLA MISERICORDIA DI DIO
"Penso ad alcuni benefattori della Chiesa che vengono con un'offerta frutto del sangue di tanta gente sfruttata, maltrattata, schiavizzata, col lavoro malpagato. Io dirò a questa gente: per favore, portati indietro il tuo assegno, brucialo! Il popolo di Dio, cioè la Chiesa, non ha bisogno di soldi sporchi, ha bisogno di cuori aperti alla Misericordia di Dio..." (Papa Francesco, estratto udienza generale del 2 marzo 2016 )

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Un altro pensiero di Papa Francesco per i più bisognosi: a San Pietro, dopo barberia e docce, da oggi un poliambulatorio medico.



Apre oggi 29 febbraio 2016) nei pressi del colonnato di San Pietro l'ambulatorio gratuito voluto dal Papa per senza fissa dimora e bisognosi. La nuova struttura è ubicata accanto ai locali dove Papa Francesco lo scorso anno ha fatto installare servizi docce e barberia, dove operano barbieri e parrucchieri volontari. L'ambulatorio che aprirà oggi sarà gestito dai medici dell'associazione Medicina solidale onlus. "Siamo grati a Papa Francesco per avere voluto, ancora una volta, dare un segno concreto di misericordia in piazza San Pietro alle persone senza fissa dimora o in difficoltà - dichiara in una nota Lucia Ercoli, direttrice dell'associazione - I nostri medici insieme a quelli del Policlinico di Tor Vergata hanno accettato con grande passione questa nuova sfida che unisce idealmente il lavoro fatto in questi anni nelle periferie con il cuore della cristianità".
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(fonte: Avvenire)


Comunicato Stampa di Medicina Sociale
Medicina Solidale apre a Piazza San Pietro

E’ con immensa gioia che ci apprestiamo ad aprire un ambulatorio solidale a Piazza San Pietro a servizio dei poveri assistiti dall’Elemosineria Apostolica.

Trema il cuore davanti a questo impegno che ci colloca nel cuore della Cristianità, vicino alla Tomba di Pietro e alla Cattedra del Suo Successore.

E’ una chiamata che piega le gambe e ci inginocchia davanti al mistero di Cristo che attraverso i suoi successori ci chiama a seguirlo ancora di più, senza riserve, senza misure, senza paura.
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Vedi anche il nostro post precedente: (all'interno del post altri link)

   Le "carezze" pasquali di Papa Francesco



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Totale solidarietà alle suore di clausura minacciate da "Forza Nuova". Le suore del Carmelo di Santa Maria della Vita al convento di Sogliano al Rubicone.



Totale solidarietà alle suore di clausura minacciate da "Forza Nuova".
 Le suore del Carmelo di Santa Maria della Vita sono disponibili  
ad accogliere 6 profughi  presso il loro convento di Sogliano al Rubicone, 
seguendo l’appello di Papa Francesco ‘Una famiglia in ogni parrocchia’. 

Un 'blitz' notturno con manifesti affissi sui portoni del convento del Carmelo di Santa Maria della Vita, a Sogliano al Rubicone, e un numero telefonico "al quale segnalare per tempo i nuovi arrivi". Forza Nuova contesta così l'arrivo, atteso nei prossimi giorni, di sei profughi nel convento sito nel centro storico della cittadina del Cesenate e dove vivono sei suore di clausura.
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   Fn,manifesto contro migranti in convento

Forza Nuova, formazione di estrema destra,minaccia i cattolici che accolgono i profughi. Con un blitz notturno alcuni manifesti sono stati affissi affissi sui portoni del convento del Carmelo di Santa Maria della Vita, a Sogliano al Rubicone. Vi si legge, tra l'altro: "Chi ospita clandestini è un traditore! Nessuna tolleranza per i nemici della Patria". 
Un chiaro avviso. A cui è aggiunto un numero telefonico "al quale segnalare per tempo i nuovi arrivi". Non mafiosi, rapinatori, sfruttatori del lavoro nero, evasori fiscali, stupratori o assassini. No, secondo Forza nuova, il vero pericolo per cui occorre trasformarsi in patriottici delatori sono i poveracci e chi li aiuta, dando loro da mangiare e un tetto.
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   Forza Nuova minaccia chi accoglie profughi

In seguito all'articolo pubblicato da Avvenire Roberto Fiore per conto di Forza Nuova scrive al Direttore e Marco Tarquinio risponde...

Il direttore risponde
Forza Nuova prova a smentire le immorali minacce alle suore

Signor direttore,
nell’articolo di "Avvenire" del 7 febbraio, a firma di Paolo Guiducci, dal titolo «Forza Nuova contro le suore di clausura» si scrive che questo Movimento avrebbe minacciato le suore di clausura di Sogliano al Rubicone. Il fatto che un movimento apertamente cattolico come Forza Nuova possa minacciare delle suore di clausura è, oltre che un’affermazione paradossale, una ridicola menzogna. La nostra tenace opposizione, che in questa occasione è stata evidenziata con l’esposizione di uno striscione, è diretta, non verso donne che hanno consacrato la propria vita alla preghiera, ma verso associazioni come la Caritas che, dimentiche delle sofferenze di tante famiglie italiane, sembrano oramai aver indirizzato la loro attenzione a quella attività di consistente lucro da noi ribattezzata "business dei rifugiati". Grande simpatia per le suore di clausura che di questa anomalia morale di cui la Caritas è protagonista non possono e certo non vorranno sapere nulla.
Roberto Fiore - Forza Nuova

Non ho titoli per giudicare la fede altrui. Quindi, signor Fiore, prendo atto del suo definirsi portavoce di un «movimento apertamente cattolico». Ma assieme ai miei colleghi e collaboratori ho occhi per vedere e per leggere, e ho testa per valutare ciò che si afferma e si fa. Come già in autunno, i suoi amici di «movimento» hanno rifatto capolino in modo odioso e minaccioso, sia alzando uno striscione davanti al Carmelo di Santa Maria della Vita sia affiggendo manifesti sulle porte dello stesso convento di Sogliano al Rubicone. Hanno cioè organizzato una intimidatoria polemica contro l’accoglienza in terra di Romagna di piccoli gruppi di profughi richiedenti asilo in Italia, condita da accuse di «tradimento» e da invettive contro i «nemici della patria». Altro che menzogna! Questa è la verità amara dell’attacco politico che Forza Nuova ha deciso di condurre contro una casa di suore di clausura, le quali - raccogliendo un espresso invito del Papa - sono tornate ad aprire ai poveri l’astanteria del proprio convento e, visto che per scelta di vita non possono lasciare la clausura, hanno ovviamente chiesto la collaborazione della Caritas per gestire la situazione. Caritas che peraltro - mi sembra strano doverlo spiegare a una persona che si professa cattolica - non è una «associazione» qualunque, ma un organismo pastorale della Cei, è cioè un ente di servizio nato 45 anni fa per iniziativa dalla Chiesa italiana, ed è infatti presieduto da un vescovo, attualmente quello di Agrigento, Francesco Montenegro, che papa Francesco ha voluto anche cardinale. La Caritas (che partecipa con più di 160 organismi fratelli a Caritas Internationalis) sul nostro territorio nazionale, attraverso una rete di sacerdoti e volontari che collega tutte le diocesi, assiste ogni giorno, in diversi modi, milioni di cittadini italiani e stranieri e soccorre centinaia di migliaia di persone che vivono nel disagio e nella solitudine. Oltre a questo, promuove campagne e organizza interventi nel Terzo Mondo. Cioè in quelle terre dalle quali le persone non sarebbero costrette a fuggire se fosse regola la logica di solidarietà e di pace nella giustizia, nella libertà e attraverso lo sviluppo che viene perseguita dalla Chiesa cattolica e che la Caritas è impegnata a realizzare. Certo, la Chiesa non è una Ong - come ricorda sempre il Papa - ma sa "fare bene il bene" e non dimentica che «la fede senza le opere è morta» (Gc 2, 26). Perciò, signor Fiore, l’unica «anomalia morale» che trovo in questa storia sta nelle parole che lei e i suoi amici avete scagliato, nella voluta dissimulazione dell’aggressione pianificata contro donne consacrate a Dio e generosamente attente ai fratelli più bisognosi e nella iniqua caricatura che lei fa del servizio reso dalla Caritas italiana ai poveri. Che, comunque, sono tutti uguali, come tutti uguali - pur con le nostre preziose diversità - siamo davanti a Dio Padre e nella dignità della nostra comune umanità. Sono, comunque, contento di rispondere alla sua lettera, perché essa mi offre la possibilità di dire un pubblico "grazie" alle sorelle carmelitane di Santa Maria della Vita che vivono separate dal mondo, ma sono e restano presenti in modo esemplare, davvero pieno e totale.

Vedi anche:

L’arrivo di sei richiedenti asilo nel centro storico di Sogliano, in particolare nel convento delle suore di clausura fa alzare le barricate della Lega Nord.“
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   Profughi nel convento delle suore a Sogliano, la Lega alza le barricate



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 FRANCESCO
 

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04/03/2016:

  Apriamo il nostro cuore...


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La pazienza del Signore - Papa Francesco Angelus 28/02/2016 (testo e video)



 28 febbraio 2016 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ogni giorno, purtroppo, le cronache riportano notizie brutte: omicidi, incidenti, catastrofi…. Nel brano evangelico di oggi, Gesù accenna a due fatti tragici che a quel tempo avevano suscitato molto scalpore: una repressione cruenta compiuta dai soldati romani all’interno del tempio; e il crollo della torre di Siloe, a Gerusalemme, che aveva causato diciotto vittime (cfr Lc 13,1-5).

Gesù conosce la mentalità superstiziosa dei suoi ascoltatori e sa che essi interpretano quel tipo di avvenimenti in modo sbagliato. Infatti pensano che, se quegli uomini sono morti così crudelmente, è segno che Dio li ha castigati per qualche colpa grave che avevano commesso; come dire: “se lo meritavano”. E invece il fatto di essere stati risparmiati dalla disgrazia equivaleva a sentirsi “a posto”. Loro “se lo meritavano”; io sono “a posto”.

Gesù rifiuta nettamente questa visione, perché Dio non permette le tragedie per punire le colpe, e afferma che quelle povere vittime non erano affatto peggiori degli altri. Piuttosto, Egli invita a ricavare da questi fatti dolorosi un ammonimento che riguarda tutti, perché tutti siamo peccatori; dice infatti a coloro che lo avevano interpellato: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (v. 3).

Anche oggi, di fronte a certe disgrazie e ad eventi luttuosi, può venirci la tentazione di “scaricare” la responsabilità sulle vittime, o addirittura su Dio stesso. Ma il Vangelo ci invita a riflettere: che idea di Dio ci siamo fatti? Siamo proprio convinti che Dio sia così, o quella non è piuttosto una nostra proiezione, un dio fatto “a nostra immagine e somiglianza”? Gesù, al contrario, ci chiama a cambiare il cuore, a fare una radicale inversione nel cammino della nostra vita, abbandonando i compromessi con il male – e questo lo facciamo tutti, i compromessi con il male - le ipocrisie – io credo che quasi tutti ne abbiamo almeno un pezzetto di ipocrisia -, per imboccare decisamente la strada del Vangelo. Ma ecco di nuovo la tentazione di giustificarci: “Ma da che cosa dovremmo convertirci? Non siamo tutto sommato brava gente?”. Quante volte abbiamo pensato questo: “Ma, tutto sommato io sono uno bravo, sono una brava – non è così? – non siamo dei credenti, anche abbastanza praticanti?”. E noi crediamo che così siamo giustificati.

Purtroppo, ciascuno di noi assomiglia molto a un albero che, per anni, ha dato molteplici prove della sua sterilità. Ma, per nostra fortuna, Gesù è simile a quel contadino che, con una pazienza senza limiti, ottiene ancora una proroga per il fico infecondo: «Lascialo ancora quest’anno – dice al padrone – […] Vedremo se porterà frutto per l’avvenire» (v. 9). Un “anno” di grazia: il tempo del ministero di Cristo, il tempo della Chiesa prima del suo ritorno glorioso, il tempo della nostra vita, scandito da un certo numero di Quaresime, che ci vengono offerte come occasioni di ravvedimento e di salvezza, il tempo di un Anno Giubilare della Misericordia. L’invincibile pazienza di Gesù! Avete pensato, voi, alla pazienza di Dio? Avete pensato anche alla sua irriducibile preoccupazione per i peccatori, come dovrebbero provocarci all’impazienza nei confronti di noi stessi! Non è mai troppo tardi per convertirsi, mai! Fino all’ultimo momento: la pazienza di Dio che ci aspetta. Ricordate quella piccola storia di santa Teresa di Gesù Bambino, quando pregava per quell’uomo condannato a morte, un criminale, che non voleva ricevere il conforto della Chiesa, respingeva il sacerdote, non voleva: voleva morire così. E lei pregava, nel convento. E quanto quell’uomo era lì, proprio al momento di essere ucciso, si rivolge al sacerdote, prende il Crocifisso e lo bacia. La pazienza di Dio! E fa lo stesso anche con noi, con tutti noi! Quante volte – noi non lo sappiamo, lo sapremo in Cielo –, quante volte noi siamo lì, lì… [sul punto di cadere] e il Signore ci salva: ci salva perché ha una grande pazienza per noi. E questa è la sua misericordia. Mai è tardi per convertirci, ma è urgente, è ora! Incominciamo oggi.

La Vergine Maria ci sostenga, perché possiamo aprire il cuore alla grazia di Dio, alla sua misericordia; e ci aiuti a non giudicare mai gli altri, ma a lasciarci provocare dalle disgrazie quotidiane per fare un serio esame di coscienza e ravvederci.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

la mia preghiera, e anche la vostra, ha sempre presente il dramma dei profughi che fuggono da guerre e altre situazioni disumane. In particolare, la Grecia e gli altri Paesi che sono in prima linea stanno prestando ad essi un generoso soccorso, che necessita della collaborazione di tutte le nazioni. Una risposta corale può essere efficace e distribuire equamente i pesi. Per questo occorre puntare con decisione e senza riserve sui negoziati. In pari tempo, ho accolto con speranza la notizia circa la cessazione delle ostilità in Siria, e invito tutti a pregare affinché questo spiraglio possa dare sollievo alla popolazione sofferente, favorendo i necessari aiuti umanitari, e apra la strada al dialogo e alla pace tanto desiderata.

Voglio inoltre assicurare la mia vicinanza al popolo delle Isole Fiji, duramente colpito da un devastante ciclone. Prego per le vittime e per quanti sono impegnati nel prestare soccorso.

Rivolgo un cordiale saluto a tutti voi pellegrini di Roma, dell’Italia e di diversi Paesi.

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A tutti auguro una buona domenica. Non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  il testo integrale

  video




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«Dio lascia aperta sempre la porta alla speranza.» Papa Francesco Udienza Generale 02/03/2016 (Foto, testo e video)


 2 febbraio 2016 

Il Papa, giunto in piazza San Pietro poco prima delle 9.40, ha iniziato il giro sulla “papamobile” con due ospiti a bordo: due bambini, un maschio e una femmina, che divertiti e seduti composti hanno condiviso con Francesco un’esperienza insolita e straordinaria che certamente ricorderanno. All’inizio del giro, il Papa ha salutato i 650 allievi del corso di formazione per Vigili del Fuoco, che lo hanno accolto schierati ordinatamente in fila con le loro divise. Per ricambiare l’affetto della folla, che lo ha acclamato a più riprese a gran voce sventolando striscioni e bandiere, il Papa ha fatto più volte il gesto di “Ok” con la mano. Protagonisti come sempre i bambini, salutati e accarezzati durante i rallentamenti e le soste della jeep bianca scoperta. Rispondendo al cortese invito del Papa, i due bambini sono scesi dalla “papamobile” subito prima di Francesco, che come di consueto ha percorso a piedi il tratto del sagrato che conduce alla postazione papale sotto il baldacchino.

  video del saluto ai fedeli

Tra i presenti all'udienza generale con il Papa, in piazza San Pietro, c'era anche Placido Domingo con la bandiera spagnola. «Mi piacerebbe un giorno», scrive l'Osservatore Romano, «cantare per Francesco, oltretutto è un Papa che parla la mia stessa lingua, come ho già fatto per Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI». Domingo è arrivato all'udienza insieme con la moglie (sono sposati da cinquant'anni), i figli e i nipoti «proprio per vivere, come famiglia, l'esperienza di stare con il Papa»

Misericordia e correzione

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Parlando della misericordia divina, abbiamo più volte evocato la figura del padre di famiglia, che ama i suoi figli, li aiuta, se ne prende cura, li perdona. E come padre, li educa e li corregge quando sbagliano, favorendo la loro crescita nel bene.

È così che viene presentato Dio nel primo capitolo del profeta Isaia, in cui il Signore, come padre affettuoso ma anche attento e severo, si rivolge ad Israele accusandolo di infedeltà e corruzione, per riportarlo sulla via della giustizia. Inizia così il nostro testo:

«Udite, o cieli, ascolta, o terra,
così parla il Signore:
“Ho allevato e fatto crescere figli,
ma essi si sono ribellati contro di me.
Il bue conosce il suo proprietario
e l’asino la greppia del suo padrone,
ma Israele non conosce,
il mio popolo non comprende”» (1,2-3).

Dio, mediante il profeta, parla al popolo con l’amarezza di un padre deluso: ha fatto crescere i suoi figli, ed ora loro si sono ribellati contro di Lui. Persino gli animali sono fedeli al loro padrone e riconoscono la mano che li nutre; il popolo invece non riconosce più Dio, si rifiuta di comprendere. Pur ferito, Dio lascia parlare l’amore, e si appella alla coscienza di questi figli degeneri perché si ravvedano e si lascino di nuovo amare. Questo è quello che fa Dio! Ci viene incontro perché noi ci lasciamo amare da Lui dal nostro Dio.

La relazione padre-figlio, a cui spesso i profeti fanno riferimento per parlare del rapporto di alleanza tra Dio e il suo popolo, si è snaturata. La missione educativa dei genitori mira a farli crescere nella libertà, a renderli responsabili, capaci di compiere opere di bene per sé e per gli altri. Invece, a causa del peccato, la libertà diventa pretesa di autonomia, pretesa di orgoglio, e l’orgoglio porta alla contrapposizione e all’illusione di autosufficienza.

Ecco allora che Dio richiama il suo popolo: “Avete sbagliato strada”. Affettuosamente e amaramente dice il “mio” popolo. Dio mai rinnega noi; noi siamo il suo popolo, il più cattivo degli uomini, la più cattiva delle donne, i più cattivi dei popoli sono suoi figli. E questo è Dio: mai, mai rinnega noi! Dice sempre: “Figlio, vieni”. E questo è l’amore di nostro Padre; questa la misericordia di Dio. Avere un padre così ci dà speranza, ci dà fiducia. Questa appartenenza dovrebbe essere vissuta nella fiducia e nell’obbedienza, con la consapevolezza che tutto è dono che viene dall’amore del Padre. E invece, ecco la vanità, la stoltezza e l’idolatria.

Perciò ora il profeta si rivolge direttamente a questo popolo con parole severe per aiutarlo a capire la gravità della sua colpa:

«Guai, gente peccatrice, […] figli corrotti!
Hanno abbandonato il Signore,
hanno disprezzato il Santo d’Israele,
si sono voltati indietro» (v. 4).

La conseguenza del peccato è uno stato di sofferenza, di cui subisce le conseguenze anche il paese, devastato e reso come un deserto, al punto che Sion – cioè Gerusalemme - diventa inabitabile. Dove c’è rifiuto di Dio, della sua paternità, non c’è più vita possibile, l’esistenza perde le sue radici, tutto appare pervertito e annientato. Tuttavia, anche questo momento doloroso è in vista della salvezza. La prova è data perché il popolo possa sperimentare l’amarezza di chi abbandona Dio, e quindi confrontarsi con il vuoto desolante di una scelta di morte. La sofferenza, conseguenza inevitabile di una decisione autodistruttiva, deve far riflettere il peccatore per aprirlo alla conversione e al perdono.

E questo è il cammino della misericordia divina: Dio non ci tratta secondo le nostre colpe (cfr Sal 103,10). La punizione diventa lo strumento per provocare a riflettere. Si comprende così che Dio perdona il suo popolo, fa grazia e non distrugge tutto, ma lascia aperta sempre la porta alla speranza. La salvezza implica la decisione di ascoltare e lasciarsi convertire, ma rimane sempre dono gratuito. Il Signore, quindi, nella sua misericordia, indica una strada che non è quella dei sacrifici rituali, ma piuttosto della giustizia. Il culto viene criticato non perché inutile in se stesso, ma perché, invece di esprimere la conversione, pretende di sostituirla; e diventa così ricerca della propria giustizia, creando l’ingannevole convinzione che siano i sacrifici a salvare, non la misericordia divina che perdona il peccato. Per capirla bene: quando uno è ammalato va dal medico; quando uno si sente peccatore va dal Signore. Ma se invece di andare dal medico, va dallo stregone non guarisce. Tante volte non andiamo dal Signore, ma preferiamo andare per strade sbagliate, cercando al di fuori di Lui una giustificazione, una giustizia, una pace. Dio, dice il profeta Isaia, non gradisce il sangue di tori e di agnelli (v. 11), soprattutto se l’offerta è fatta con mani sporche del sangue dei fratelli (v. 15). Ma io penso alcuni benefattori della Chiesa che vengono con l’offerta - “Prenda per la Chiesa questa offerta”- è frutto del sangue di tanta gente sfruttata, maltrattata, schiavizzata con il lavoro malpagato! Io dirò a questa gente: “Per favore, portati indietro il tuo assegno, brucialo”. Il popolo di Dio, cioè la Chiesa, non ha bisogno di soldi sporchi, ha bisogno di cuori aperti alla misericordia di Dio. È necessario avvicinarsi a Dio con mani purificate, evitando il male e praticando il bene e la giustizia. Che bello come finisce il profeta:

«Cessate di fare il male
imparate a fare il bene,
cercate la giustizia,
soccorrete l’oppresso,
rendete giustizia all’orfano,
difendete la causa della vedova» (vv. 16-17).

Pensate ai tanti profughi che sbarcano in Europa e non sanno dove andare. Allora, dice il Signore, i peccati, anche se fossero scarlatti, diventeranno bianchi come la neve, e candidi come la lana, e il popolo potrà nutrirsi dei beni della terra e vivere nella pace (v. 19).

È questo il miracolo del perdono che Dio; il perdono che Dio come Padre, vuole donare al suo popolo. La misericordia di Dio è offerta a tutti, e queste parole del profeta valgono anche oggi per tutti noi, chiamati a vivere come figli di Dio.

  video della catechesi

Saluti

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Rivolgo un cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. ...
A tutti auguro che la Quaresima di questo Giubileo della misericordia favorisca in tutti un riavvicinamento a Dio e un costante esercizio delle opere di misericordia materiali e spirituali.

Saluto i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Dopodomani sarà il Primo Venerdì del Mese, dedicato alla devozione al Cuore di Gesù. Cari giovani, trascorrete il giorno in cui si fa memoria della morte di Gesù con particolare intensità spirituale; cari ammalati, guardate la croce di Cristo come sostegno nella vostra sofferenza; cari sposi novelli, esercitate nella vostra casa coniugale il digiuno dalle opere del male e la pratica delle virtù.

 
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«La salvezza viene soltanto dal piccolo» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
29 febbraio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
La salvezza non va cercata nel potere, ma nella Croce

La salvezza di Dio non viene dalle cose grandi, dal potere o dai soldi, dalle cordate clericali o politiche, ma dalle cose piccole e semplici che, alle volte, suscitano persino sdegno. È la meditazione proposta da Francesco durante la messa celebrata lunedì mattina, 29 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«La Chiesa ci prepara alla Pasqua e oggi ci fa riflettere sulla salvezza: come noi pensiamo che sia la salvezza, quella salvezza che tutti noi vogliamo» ha affermato Francesco. E proprio la storia «della malattia di Naamàn», narrata dal secondo libro dei Re (5, 1-15), «ci avvicina al fatto della morte: e dopo?». Infatti «quando c’è la malattia, sempre ci rimanda a quel pensiero: la salvezza». Ma, si è chiesto il Pontefice, «come viene questa salvezza? Qual è la strada per la salvezza? Qual è la rivelazione di Dio a noi cristiani sulla salvezza?».

Per il Papa «la parola chiave per capire il messaggio di oggi della Chiesa è sdegno».
...

«Ma perché questo sdegno?» è la questione posta dal Pontefice. «Perché — ha sottolineato — nel nostro immaginario la salvezza deve venire da qualcosa di grande, da qualcosa di maestoso: ci salvano solo i potenti, quelli che hanno forza, che hanno soldi, che hanno potere, questi possono salvarci». Invece «il piano di Dio è un altro». E così «si sdegnano perché non possono capire che la salvezza viene soltanto dal piccolo, dalla semplicità delle cose di Dio». E «quando Gesù fa la proposta della via di salvezza, mai parla di cose grandi», solo «di cose piccole».

In questa prospettiva Francesco ha suggerito di rileggere le beatitudini evangeliche — «Tu sarai salvo se farai questo» — e il capitolo 25 di Matteo. Sono «i due pilastri del Vangelo: “Vieni, vieni con me perché hai fatto questo”». E si tratta di «cose semplici: tu non hai cercato la salvezza o la tua speranza nel potere, nelle cordate, nei negoziati, no; hai fatto semplicemente questo». Ma proprio «questo sdegna tanti».

«Come preparazione alla Pasqua — ha proposto il Papa — io vi invito, anche io lo farò io, a leggere le beatitudini e a leggere Matteo 25, e pensare e vedere se qualcosa di questo mi sdegna, mi toglie la pace». Perché «lo sdegno è un lusso che possono permettersi soltanto i vanitosi, gli orgogliosi».

Proprio «alla fine delle beatitudini — ha spiegato Francesco — Gesù dice una parola» forte: «Beato colui che non si scandalizza di me», cioè «che non ha sdegno di questo, che non sente sdegno». E riflettendo sulle ragioni di queste parole, il Papa ha ripetuto che «ci farà bene prendere un po’ di tempo — oggi, domani — e leggere le beatitudini, leggere Matteo e stare attenti a cosa succede nel nostro cuore: se c’è qualcosa di sdegno». E «chiedere la grazia al Signore di capire che l’unica via della salvezza è la pazzia della croce, cioè l’annientamento del Figlio di Dio, del farsi piccolo». Nella liturgia di oggi, ha concluso, «il piccolo» è appunto «rappresentato dal bagno nel Giordano e dal piccolo villaggio di Nazareth».
(fonte: L'Osservatore Romano)

  video



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«Quando Dio perdona dimentica» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
1 marzo 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Se non sei capace di perdonare, come potrà Dio perdonarti?


È la misericordia l’«asse» della liturgia di martedì 1° marzo. È la «parola più ripetuta» e su questa si è soffermata la riflessione di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta.

In tutta la liturgia della parola risuona questo concetto. Nel salmo responsoriale si ripete: «Ricordati, Signore, della tua misericordia». Ed è, ha spiegato il Pontefice, come «dire: “Ma, ricordati del tuo nome, Signore: il tuo nome è misericordia!”».

Anche nella prima lettura, tratta dal libro del profeta Daniele (3, 25.34-43), la richiesta di misericordia è al centro del racconto. Si legge infatti della «preghiera di Azaria, uno di quei ragazzi che erano nel forno perché non volevano adorare l’idolo d’oro»: questi «chiede misericordia, per lui e per il popolo; chiede a Dio il perdono». Non «un perdono superficiale», non un semplice togliere una macchia «come fa quello della tintoria quando portiamo un vestito». La richiesta, ha sottolineato Papa Francesco, è di un «perdono del cuore» che, quando viene da Dio, «sempre è misericordia».

Azaria «chiede umilmente: “Per amore del tuo nome, ricordati di Abramo, di Isacco, di Giacobbe”». Il ragazzo, cioè, «fa memoria, a Dio, di tutte le sue promesse», ma riconosce il bisogno di perdono: «siamo diventati più piccoli, ora non abbiamo niente, né principe né profeta né olocausto a causa dei nostri peccati».

Entra qui, ha detto Francesco, la seconda parola chiave della meditazione odierna: «perdono». La dinamica è la seguente: «mi rivolgo a Dio ricordandogli la sua misericordia e gli chiedo perdono», ma «il perdono come lo dà Dio».

Qui il Pontefice ha approfondito una caratteristica di questo perdono di Dio, la cui perfezione è tanto incomprensibile a noi uomini da arrivare al punto che egli si “dimentica” dei nostri peccati. «Quando Dio perdona — ha detto il Papa — il suo perdono è così grande che è come se “dimenticasse”». Così «una volta che siamo in pace con Dio per la sua misericordia» se chiedessimo al Signore: «Ma, ti ricordi quella brutta cosa che ho fatto?», la risposta potrebbe essere: «Quale? Non ricordo...».

...

Anche nel passo liturgico del Vangelo di Matteo (18, 21-25) si affronta lo stesso argomento. Qui il protagonista è Pietro, il quale «aveva sentito tante volte parlare il Signore del perdono, della misericordia». L’apostolo, evidentemente, nella sua semplicità — «non aveva fatto tanti studi, non era un laureato: era un pescatore» — non aveva compreso in pieno il significato di quelle parole. Perciò «si avvicinò a Gesù e gli disse: “Ma, dimmi, Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Ti sembra, fino a sette volte?”». Sette volte: forse gli sembrava di essere stato addirittura «generoso». Ma «Gesù lo ferma e dice: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”».

Per spiegarsi meglio, Gesù racconta la parabola del re «che vuole regolare i conti con i suoi servi». A costui, si legge nella Scrittura, venne presentato «uno che gli doveva diecimila talenti», una quantità enorme per la quale, «secondo la legge di quei tempi», sarebbe stato costretto a vendersi «tutto, anche la moglie, i figli e i campi». A questo punto, ha detto il Papa riprendendo il racconto evangelico, il debitore «incominciò a piangere, a chiedere misericordia, perdono», finché «il padrone ebbe “compassione”».

«Compassione», ha spiegato il Pontefice, è un’altra parola che si accosta facilmente al concetto di misericordia. Quando nei Vangeli si parla di Gesù e quando si descrive il suo incontro con un malato, si legge infatti che egli «ebbe “compassione” di lui».

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Concludendo la sua meditazione il Papa si è soffermato sulle nostre difficoltà quotidiane: «Non è facile, perdonare; non è facile» ha riconosciuto, ricordando come in tante famiglie ci siano «fratelli che litigano per l’eredità dei genitori e non si salutano mai nella vita; tante coppie che litigano e cresce, cresce l’odio e quella famiglia finisce distrutta». Queste persone «non sono capaci di perdonare. E questo è il male».

La Quaresima allora, ha auspicato Francesco, «ci prepari il cuore per ricevere il perdono di Dio. Ma riceverlo e poi fare lo stesso con gli altri: perdonare di cuore». Avere, cioè, un atteggiamento che ci porti a dire «Forse non mi saluti mai, ma nel mio cuore io ti ho perdonato».

È questa la maniera migliore, ha concluso, per avvicinarci «a questa cosa tanto grande, di Dio, che è la misericordia». Infatti «perdonando apriamo il nostro cuore perché la misericordia di Dio entri e ci perdoni, a noi». E tutti noi abbiamo motivi per chiedere il perdono di Dio: «Perdoniamo e saremo perdonati».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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«Chiediamo la grazia che il nostro cuore non si indurisca, che sia aperto alla misericordia di Dio» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)

 

S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
3 marzo 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Riconoscersi peccatori per rimanere fedeli a Dio

Riconoscersi peccatori ed essere capaci di chiedere perdono è il primo passo per rispondere con chiarezza, senza intavolare negoziati, alla domanda diretta che Gesù rivolge a ciascuno di noi: «sei con me o contro di me?». L’invito ad aprirsi incondizionatamente alla misericordia di Dio è stato rilanciato dal Papa durante la messa celebrata giovedì mattina, 3 marzo, nella cappella della Casa Santa Marta.


All’inizio della prima lettura, ha fatto notare subito Francesco, il profeta Geremia (7, 23-28) «ci ricorda il patto di Dio col suo popolo: “Ascoltate la mia voce e io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici”». È «un patto di fedeltà». E «ambedue le letture — ha proseguito — ci raccontano un’altra storia: questo patto è caduto e oggi la Chiesa ci fa riflettere sulla, possiamo chiamarla così, storia di una fedeltà fallita». In realtà «Dio rimane sempre fedele, perché non può rinnegare se stesso» invece il popolo inanella infedeltà «una dietro l’altra: è infedele, è rimasto infedele!».

...

Però «quando il cuore è duro questo non si capisce» ha spiegato Francesco. Infatti «la misericordia di Dio si capisce soltanto se tu sei capace di aprire il tuo cuore, perché possa entrare». E «questo va avanti, va avanti: il cuore si indurisce e vediamo la stessa storia» nel passo del Vangelo di Luca (11, 14-23) proposto oggi dalla liturgia. «C’era quella gente che aveva studiato le Scritture, i dottori della legge che sapevano la teologia, ma erano tanto tanto chiusi. La folla era stupita: lo stupore! Perché la folla seguiva Gesù. Qualcuno dirà: “Ma lo seguiva per essere guarito, lo seguiva per questo”».

La realtà, ha fatto presente Francesco, era che la gente «aveva fede in Gesù! Aveva il cuore aperto: imperfetto, peccatore, ma il cuore aperto». Invece «questi teologi avevano una atteggiamento chiuso». E «cercavano sempre una spiegazione per non capire il messaggio di Gesù». Tanto che in questo caso specifico, come racconta Luca, dicono: «Ma no, questo caccia i demoni in nome del capo dei demoni». E così cercavano sempre altri pretesti, continua il brano evangelico, «per metterlo alla prova: gli domandavano un segno del cielo». Il problema di fondo, ha rimarcato il Papa, era il loro essere «sempre chiusi». E così «era Gesù che doveva giustificare quello che faceva».

«Questa è la storia, la storia di questa fedeltà fallita, — ha detto Francesco — la storia dei cuori chiusi, dei cuori che non lasciano entrare la misericordia di Dio, che hanno dimenticato la parola “perdono” — “Perdonami Signore!” — semplicemente perché non si sentono peccatori: si sentono giudici degli altri». Ed è «una lunga storia di secoli».

...

Prima di proseguire la celebrazione, il Pontefice ha invitato a chiedere «al Signore la grazia della fedeltà». Con la consapevolezza che «il primo passo per andare su questa strada della fedeltà è sentirsi peccatore». Difatti «se tu non ti senti peccatore, hai incominciato male». Dunque, ha concluso Francesco, «chiediamo la grazia che il nostro cuore non si indurisca, che sia aperto alla misericordia di Dio, e la grazia della fedeltà». E anche «quando ci troviamo noi» a essere «infedeli, la grazia di chiedere perdono».
(fonte: L'Osservatore Romano)

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