"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°7 del 2016

Aggiornamento della settimana

- dal 20 al 26 febbraio 2016 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 4 marzo 2016

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


PREGHIERA DEI FEDELI



OMELIA 

  
     di P. Gregorio Battaglia
   di P. Aurelio Antista
di P. Alberto Neglia


 

 



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 












I NOSTRI TEMPI

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Quel bambino, con quel sorriso largo e innocente, con quegli occhioni vivi e ancora carichi di umanità, ci insegna infine quanto valga la vita.

   DAMMI IL 5 BAMBINO, ORA INIZIA LA TUA NUOVA VITA


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È atterrata all’aeroporto di Fiumicino lo scorso 3 febbraio la prima famiglia siriana in fuga dalla guerra e giunta in Italia grazie ai Corridoi umanitari di Mediterranean Hope, il progetto pilota promosso dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e dalla Comunità di Sant’Egidio – dunque con una significativa valenza ecumenica – che consentirà l’arrivo in sicurezza, grazie al rilascio di visti per motivi umanitari, e l’accoglienza nel nostro Paese di un migliaio di profughi stanziati in Libano, Marocco ed Etiopia.
«Il progetto reagisce all’immobilismo delle politiche europee in materia di tutela e accoglienza dei richiedenti asilo», spiega ad Adista Paolo Naso, responsabile relazioni internazionali di Mediterranean Hope. «La situazione attuale, infatti, è tale per cui i potenziali rifugiati possono trovare accoglienza solo se rischiano la vita attraversando il Mediterraneo con i barconi. Giudicando questo meccanismo irrazionale e immorale, ci siamo chiesti se nella legislazione vigente vi fosse qualche “maglia” che potesse essere usata ed allargata per aprire una strada diversa. L’abbiamo trovata in un articolo del regolamento di Schengen che consente a qualsiasi Paese dell’Unione europea di rilasciare dei visti di ingresso per “protezione umanitaria”, una norma mai applicata ma abbastanza flessibile da consentire l’apertura di “canali umanitari” riservati a richiedenti asilo, soggetti vulnerabili, donne sole, minori non accompagnati, vittime di tratta».
 
  Luca Kocci:   Corridoi umanitari: dalle Chiese la risposta che l’Europa non trova. Intervista a Paolo Naso

Il 29 febbraio è atteso all'aeroporto di Fiumicino il primo gruppo di profughi dal Libano, grazie al progetto ecumenico dei “corridoi umanitari”.  93 persone in tutto, di cui 41 minori. Tra loro c'è anche Dia, un bimbo di 8 anni che ha perso una gamba sotto i colpi di un mortaio ad Homs. Sarà accolto dalla Fondazione Zanardi a Bologna dove gli verrà costruita una protesi

  Maria Chiara Biagioni:   Corridoi umanitari: un ponte sicuro sopra il mare. In arrivo a Roma 93 profughi da Siria e Iraq

L'Alto commissario dell'Onu per i rifugiati: "Nessuna guerra è abbastanza lontana da non riguardarci, i muri rischiano di isolare interi paesi"

  Vladimiro Polchi:   Filippo Grandi: "L'Europa sta perdendo se stessa, i bambini affogati nell'Egeo uno scandalo che riguarda tutti"

... quattro sacerdoti - don Emanuele Personeni, don Gianluca De Ciantis, don Andrea Testa, don Alessandro Nava; parrocchie di Ambivere, Mapello e Valtrighe - hanno tirato su il gazebo dopo aver vergato una lettera che è un duro atto d'accusa: contro l'indifferenza, il potere politico e economico, l'espansionismo e lo sfruttamento dell'Occidente che ha ridotto in condizioni di disperazione i popoli svantaggiati, oggi in fuga verso i nostri Paesi. Ambivere, dunque. Scrivono i religiosi: "In Quaresima abiteremo una tenda. Un po' di cibo. Acqua da bere. Un bagno per lavarci. Un materasso per dormire. È più di quanto molti esseri umani possono permettersi. Naturalmente non sarà facile. Abituati ad avere più del necessario, il necessario sembrerà insufficiente"...

  Paolo Berizzi:   Quei preti nella tenda: “Noi come i migranti”. Ma il paese li ignora


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Preferì impegnarsi non nella polemica politica immediata, ma nel costume, in modo da poter parlare anche di grandi sistemi, come quando si trovò a fare i conti con una delle più gravi colpe che secondo lui minacciavano l’essere umano, la stupidità. Ma in molte delle sue opere si sentiva fortemente il grande richiamo della metafisica, della religione intesa come riflessione sul sacro e anche sulle sue derive superstiziose e reazionarie.

 
Marco Testi:   Addio a Umberto Eco, il semiologo che cercò il segno dell’esistenza

Vittorio Messori intervistò Umberto Eco nel 1982 per le pagine del mensile Jesus. Con il grande studioso, che da giovane, fu dirigente nazionale di Azione Cattolica, parla del successo de Il nome della Rosa il celebre romanzo "teologico": ogni verità si confonde con il suo opposto, la virtù equivale al vizio, Dio si dissolve nel Caos.

  Vittorio Messori:   QUANDO MESSORI INTERVISTÒ ECO: «DIO? È UN FILOSOFO NON UN INGEGNERE»

Intervista al cardinale Ravasi: «Ho conosciuto Umberto Eco quando sono venuto a Milano, alla Biblioteca Ambrosiana, che fu il nostro primo “ponte” data la sua nota bibliofilia. E poi siamo diventati amici, sempre in maniera riservata». Il cardinale Gianfranco Ravasi, oggi presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, ricorda quelle visite dello scrittore allo scrigno librario milanese, vera tesoro per chi, come Umberto Eco, a sua volta possedeva una raccolta – «davvero impressionante», puntualizza Ravasi – di testi antichi.

  Edoardo Castagna:   Ravasi: «Eco, tra i codici dell'Ambrosiana la sua passione per la Bibbia»



Il dialogo epistolare tra il cardinale Carlo Maria Martini e Umberto Eco

  Carlo Maria Martini Umberto Eco:   IN COSA CREDE CHI NON CREDE? PDF



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FEDE E
SPIRITUALITÀ



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   Gesù inaugura un rapporto con Dio...
... può bastare? !!!
  Non abbiamo niente in comune... (vignetta)
  Dobbiamo sempre portare quella carezza di Dio...
  Con Pietro, Giacomo e Giovanni saliamo...
  Abolire la pena di morte...
  A Pietro, nel primo conclave della storia...
  Come Pietro, modello del credente, anch'io...
  Siamo chiamati ad essere i collaboratori...
  Se la fede ci fa essere credenti...
  Non è un'eresia pratica...
  Chi vuol essere grande...
  Se si perde la dimensione del servizio...
  Aspiriamo tutti ardentemente al cielo...
  Chiediamo al Signore di vedere sempre i Lazzari...
  Una cosa Gesù mi chiede...
  Sì, è vero, io stesso sono vittima di sogni svaniti...
  Un gesto... un sorriso...
  Non perdete il fascino di sognare...


Sono il musicista inglese Peter Philips con Assumpsit Jesus e il Vangelo della Trasfigurazione ad accompagnarci nel nostro viaggio verso la Pasqua "in parole e musica"

 
Peter Philips: Assumpsit Jesus (video)

Gesù è venuto a liberarci da un modo di vivere la religione che diventa pesante! 
Siamo chiamati a suscitare voglia e appetito nel mondo per una vita nuova... E «la nostra fede non è altro che accoglienza di questa vita nuova». Con la certezza che «dietro una Chiesa brava non s’incamminerà mai nessuno, ci faranno solo un applauso e basta».... Ad attirare sarà piuttosto «una Chiesa bella che dentro di sé, i suoi gesti, i suoi sguardi, le sue parole, fa emergere il Figlio e ancor di più il Padre». Sempre «mossi dallo Spirito Santo che è la vita come comunione». Solo così, ha fatto notare, «l’uomo diventa luogo della vita come comunione e come misericordia, luogo della Chiesa, luogo della ecclesialità».
(padre Marko Ivan Rupnik, gesuita e direttore del Centro Aletti, meditazione della celebrazione dell’Ora Media, in Aula Paolo VI, con cui è iniziato il Giubileo della Curia Romana, il giorno in cui la Chiesa festeggia la solennità della Cattedra di San Pietro - 22.02.2016

  video

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Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Febbraio 2016: "la cura del creato" (videomessaggio)



Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Febbraio 2016:

"la cura del creato"

Dal mese scorso Papa Francesco affida ad un suo videomessaggio le tradizionali intenzioni di preghiera per il mese. 
“Il Video del Papa” è un’iniziativa globale sostenuta dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa (Apostolato della Preghiera) per collaborare alla diffusione delle intenzioni mensili del Santo Padre sulle sfide dell’umanità.

L’intenzione di febbraio è la cura del creato.

Un invito a prenderci «cura della creazione, perché l’abbiamo ricevuta come dono da coltivare e proteggere per le generazioni future» è contenuto nel videomessaggio di Papa Francesco a commento della sua intenzione universale di preghiera per il mese di febbraio. 

Letto in spagnolo e tradotto in dieci lingue, il messaggio pontificio è stato diffuso sul sito internet dell’Apostolato della preghiera (www.apmej.org).

«Credenti e non credenti — spiega Francesco mentre scorrono immagini della bellezza del creato che stridono con altre di inquinamento ambientale — siamo tutti d’accordo che la terra è un patrimonio comune, i cui frutti dovrebbero essere beneficio di tutti». Tuttavia, fa notare il Papa, oggi «la relazione tra la povertà e la fragilità del pianeta richiede un altro modo di gestire l’economia e il progresso, immaginando un nuovo stile di vita».

Ecco perché, è la naturale conseguenza, «abbiamo bisogno di una conversione che ci unisca tutti» e di essere «liberi dalla schiavitù del consumismo» per poterci prendere insieme — conclude il Pontefice — «cura della nostra casa comune».

     VIDEO

Ecco il testo:

Credenti e non credenti siamo tutti d’accordo che la terra è un patrimonio comune, i cui frutti dovrebbero essere beneficio di tutti.
Eppure, cosa sta accadendo nel mondo in cui viviamo?
La relazione tra la povertà e la fragilità del pianeta richiede un altro modo di gestire l’economia e il progresso, immaginando un nuovo stile di vita.
Perchè abbiamo bisogno di una conversione che ci unisca tutti.
Liberi dalla schiavitù del consumismo.
Questo mese ti rivolgo una richiesta speciale:
Che ci prendiamo cura della creazione, perchè l’abbiamo ricevuta come un dono da coltivare e proteggere per le generazioni future.



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Il Mercoledì delle Ceneri di Papa Francesco audiomessaggio per la Quaresima (testo e video)


​ Mercoledì delle Ceneri 
 10 febbraio 2016 

Papa Francesco ha inaugurato nel Mercoledì delle Ceneri, l`iniziativa "KeepLent", promossa e organizzata dal Servizio per la Pastorale Giovanile della Prelatura di Pompei (Italia) per annunciare il Vangelo quaresimale attraverso i social network.

L’applicazione utilizzata da Pompei sarà Telegram, servizio di messaggistica istantanea. 

La modalità per iscriversi è la seguente: bisogna scaricare l’app Telegram sul proprio smartphone; cercare il canale @PGPompei e unirsi. Ogni mattina, gli iscritti riceveranno un messaggio con un versetto del Vangelo del giorno, accompagnato da una nota audio di commento, della durata di circa un minuto e 30 secondi. 

La riflessione sarà di volta in volta a cura di sacerdoti, catechisti, educatori di Azione Cattolica, insegnanti di religione, responsabili di movimenti e associazioni, membri dell’èquipe di Pastorale Giovanile e del gruppo scout Agesci.

   video

Cari ragazzi,
Gesù disse ai suoi discepoli "State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro" ... "Quando fai l'elemosina non suonare la tromba davanti a te" ... "Il Padre tuo, che vede nel segreto ti ricompenserà".

La parola di Dio ci da il giusto orientamento per vivere bene la Quaresima.
...

Il nostro atteggiamento in questa Quaresima sia dunque di vivere nel segreto dove il Padre ci vede, ci ama, ci aspetta.
Certo, anche le cose esteriori sono importanti, ma dobbiamo sempre scegliere e viverle alla presenza di Dio.

Facciamo nella preghiera, nella mortificazione, e nella carità fraterna quello che possiamo, umilmente, davanti a Dio. Così saremo degni della ricompensa di Dio Padre.

Buona Quaresima, la Madonna di Pompei vi accompagni e, per favore, pregate per me



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TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015



TERESA D'AVILA, 
DONNA IN CAMMINO

HOREB n. 72 - 3/2015

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI

EDITORIALE

 Spesso si ritiene che i mistici siano persone privilegiate che percorrono un cammino diverso rispetto ai cristiani comuni. E, invece, se ci accostiamo ai loro scritti e al loro vissuto, ci rendiamo conto che sono persone come noi che, però, si sono lasciate conquistare dallo sguardo di Dio, e, piano piano, hanno consentito a Lui di farsi presente nel frammento della loro vita, e così si sono ritrovate nella storia, nel quotidiano a vivere gli eventi con la stessa passione di Dio.

Fra questi mistici, c’è certamente la carmelitana S. Teresa d’Avila di cui quest’anno ricorre il quinto centenario della nascita (1515-2015). Teresa, nei suoi Scritti, ci racconta che anche lei era una creatura come noi, impastata di carne, di ossa e di peccato. Evidenzia anche, però, che attraverso una faticosa esperienza di ascolto e di preghiera le è stato concesso di percorrere un “cammino”, il più impegnativo della vita, che le ha consentito di passare da una esistenza superficiale e alienata in banalità, a una relazione sempre più viva e amicale con Dio. Questa relazione vitale con Dio, ci racconta Teresa, le ha aperto gli occhi facendole conoscere le proprie fragilità, ma soprattutto l’ha fatta crescere nella consapevolezza di essere, comunque, figlia amata di Dio e della Chiesa. Grazie a questa presa di coscienza, in lei è maturata una più profonda umanità, una maggiore libertà, e una grande generosità.

Ci dice, ancora, Teresa che l’incontro con Dio, “coltivato” attraverso la contemplazione del volto umano di Gesù, anziché estraniarla dal mondo, ha deposto nella sua vita l’ansia e il tormento per i propri fratelli e per la Chiesa, nella quale si è sentita inserita in modo vitale e con una missione particolare da compiere. Così, in un’epoca in cui le donne non avevano voce nella Chiesa e nella società e per lo più restavano relegate nella cerchia familiare, Teresa, visitata dallo sguardo di Dio, con coraggio, e sfidando le maglie dell’Inquisizione, si è fatta promotrice di un processo di rinnovamento nella chiesa, richiamandola, col suo vissuto e con i suoi scritti, a lasciare una logica di potere e a seguire la via tracciata dal Signore Gesù. 

È in questa prospettiva che riproponiamo l’esperienza di Teresa d’Avila, esperienza che riteniamo propositiva e profetica per la chiesa e per l’uomo di oggi.

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   Editoriale  (PDF)

   Sommario  (PDF)


E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it


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RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3) I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016 - Il calendario degli incontri



RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3)
 


I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016
promossi dalla
Fraternità Carmelitana di
 Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

Dal 27 Gennaio al 9 Marzo 
presso la sala del convento
dalle h. 20.00 alle h. 21.00


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"Un cuore che ascolta - lev shomea" - n. 12/2015-2016 (C) di Santino Coppolino




'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Lc 9,28-36

"Ora avvenne circa otto giorni dopo queste parole... ". L'episodio della Trasfigurazione viene situato da Luca "circa otto giorni dopo" il primo annuncio della passione, morte e resurrezione di Gesù, e ad esso è strettamente collegato. Esso ci mostra il senso vero della croce, non come termine ultimo della vita ma come mistero d'amore di Dio per l'uomo. E' l'ottavo giorno, il giorno della Resurrezione, il giorno in cui i due discepoli di Emmaus fanno esperienza del Risorto, è il giorno del Signore, il 'dies dominica' , principio e fine di tutta la Storia della Salvezza, 'fons et culmen' della vita della Chiesa. Esso è "l'oggi eterno del cielo che si apre sull'oggi terreno della Chiesa universale" (cit.) che è rappresentata sul monte da Pietro, Giacomo e Giovanni. E' il giorno in cui la comunità, nonostante ancora non comprende (9,33), contempla la Gloria del Padre nel volto trasfigurato di Gesù, venendo avvolta e adombrata, come Maria (1,35), dalla 'Nube della Shekinà', dalla 'Presenza' di un Dio che non uccide più coloro che gli si approssimano, ma li vivifica e li rende fecondi. E' il giorno di un nuovo "Shemà!"
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Gesù, volto della misericordia del Padre: il suo stile di vita, i suoi gesti“ p. Aurelio Antista, ocarm ( VIDEO INTEGRALE)


Gesù, volto della misericordia del Padre: 
il suo stile di vita, i suoi gesti“ 
p. Aurelio Antista,ocarm
(VIDEO INTEGRALE)

ITINERARIO DI FORMAZIONE
PER LA VITA CRISTIANA
Anno 2016

promosso dal
Vicariato "San Sebastiano"
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

ABITARE LA MISERICORDIA

8 FEBBRAIO 2016

L’evangelista Giovanni conclude l’inno del Prologo con una affermazione solenne: “Dio, nessuno lo ha mai visto. Il Figlio unigenito, che è Dio, ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (1,18). Quindi: se cerchiamo “notizie di prima mano” su Dio, il Padre, se siamo interessati a conoscere e a fare esperienza del suo mistero e del modo di relazionarsi a noi, dobbiamo contemplare il volto di Gesù, il Figlio; dobbiamo non solo ascoltare e accogliere il suo insegnamento, ma ancor prima, dobbiamo osservare i suoi gesti, i suoi atteggiamenti, il suo stile di vita. 

Nel contesto dell’Ultima Cena, quindi “alla sera” della sua esistenza terrena, prima di affrontare la Passione, Gesù –quasi rivisitando con uno sguardo d’insieme tutta la vita- così prega: “Padre, tu mi hai amato prima della creazione del mondo. E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore col quale mi hai amato, sia in essi e io in loro” (Gv 17,24.26).

Di questo flusso vitale d’amore che dal Padre, attraverso il Figlio, trabocca sull’umanità, i vangeli mettono in risalto, ripetutamente, la dimensione della misericordia, perché “il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).

Gesù di Nazareth, quindi, è davvero l’Icona della misericordia del Padre, con la vita e con l’insegnamento.

Io intendo richiamare e commentare brevemente, alcuni testi del vangelo da cui emerge la misericordia e l’agire compassionevole di Gesù.
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 Così è l’amore misericordioso che Gesù incarna e rende visibile nei suoi gesti e nelle sue parole. Questo amore gratuito, un amore “a perdere”, porta frutti abbondanti.
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   video integrale


Guarda anche i video già pubblicati degli incontri del 2016:
  • “Eterna è la sua misericordia” (Sal 136): entrare nella storia con il “ritmo” di Dio (p. Alberto Neglia, ocarm) VIDEO INTEGRALE
  • - “MISERICORDIOSO” È IL NOME DEL NOSTRO DIO - a cura di fr. Egidio Palumbo, ocarm. (VIDEO INTEGRALE)


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L’accoglienza in Gesù e nei suoi seguaci come sguardo d’amore verso l’altro di Giovanni Mazzillo


L’accoglienza in Gesù e nei suoi seguaci
 come sguardo d’amore verso l’altro
 don Giovanni Mazzillo, teologo

Messina 28 gennaio 2016, 
Biblioteca provinciale 
Frati Minori Cappuccini

1) Benevolenza ed accoglienza di Dio 
Mi piace partire da un testo ascoltato a Natale. È di San Paolo a Tito: «Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (Tt 2,11-14). La grazia, la charis, cioè l’amore immeritato e tuttavia elargito, l’amore che è tenerezza ed eleos, sguardo d’amore di Dio, tutto ciò, e proprio in tale forma, si è palesato (epéfanē). È la radice dell’accoglienza, così come lo è della “misericordia”, che altro non è che “ospitalità” innanzi tutto nel proprio cuore e dentro la soglia della propria coscienza, di colui che non si deve considerare “hostis”, nemico, o meglio forestiero, ma hospes, anche se, paradossalmente, tale termine sembra imparentato originariamente con la stessa radice1 . Tale accoglienza nasce da uno sguardo di benevolenza, di benignità, di hesed, in quanto amore fedele2 e di rahamim, in quanto attaccamento viscerale, materno, di Dio verso i suoi figli3 , anche verso gli stranieri e persino verso i peccatori. Pertanto sguardo di hamal, amore e compassione solidale con cui Dio ci solleva e ci prende con sé4 . I diversi e complementari aspetti di quanto detto sono raccolti nel greco del Nuovo Testamento, come già nella traduzione dei LXX, nel termine éleos, più comunemente in relazione con la “misericordia”. Noi cristiani lo apprendiamo soprattutto da Gesù, che ci “evangelizza”, offrendoci la bella notizia, che la misericordia è benevolenza ed accoglienza. Lo è verso i peccatori, gli esclusi e gli emarginati, ed è una delle tre cose più gravi della legge. Mt 23,23-24: 23: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull'anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia [krisis], la misericordia [eleos] e la fedeltà [pistis]. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle»: t¦ barÚtera toà nÒmou, t¾n kr…sin kaˆ tÕ œleoj kaˆ t¾n p…stin. Eleos, pertanto, con la krisis, strumento di discernimento e con la pistis, cioè la fede. L’accoglienza, infatti, è la modalità attraverso cui Gesù esprime il suo amore, veicolato anche attraverso i suoi sguardi. Lo vediamo già dai primi capitoli del Vangelo di Marco, che narrano l’approccio liberante di Gesù alle persone solitamente tenute lontane anche dal semplice contatto: gli indemoniati, le donne malate, i lebbrosi, i paralitici (Mc 1,23-28; 1,29-34; 1,40-44; 2,3-12). La misericordia di Gesù, che accoglie e crea nuove possibilità di vita, è ben visibile nella chiamata di Levi, figlio di Alfeo, che organizza in suo onore un banchetto, al quale siedono «molti pubblicani e peccatori». Alla reazione di scandalo dei farisei Gesù reagisce descrivendo nei fatti l’accoglienza di Dio verso i bisognosi di perdono, assimilati ai malati bisognosi del medico: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (la forma verbale kalšsai, chiamare, esprime persino qualcosa di più dell’accoglienza). L’accoglienza in quanto tale è espressa testualmente nei Vangeli laddove Gesù invita ad accogliere (dšcomai dechomai5 ) i bambini. Infatti «preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: "Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato"» (Mc 9,36-37).
... le nostre comunità cristiane devono prendere coscienza della centralità dell’accoglienza nell’insegnamento di Gesù e nella prassi dei primi cristiani. Devono pertanto convertirsi dal peccato della xenofobia, che se altrove arriva alla distruzione del diverso, dei diversi, fino al genocidio, da noi mai come oggi, si ammanta e imbelletta sotto belle parole, come la difesa della propria identità, la salvaguardia del cristianesimo ecc. Ma assume anche la forma della paupero-fobia, dimenticando che proprio i poveri sono destinatari e protagonisti del Vangelo e prima ancora del Regno di Dio . Occorre riconciliarsi con coloro che costituiscono un problema sociale e che sono una sfida ecclesiale: i poveri, o meglio gli “impoveriti”, cioè coloro che la società rende poveri, diminuendo di fatto la loro dignità, i loro diritti e il primo diritto di ciascun essere umano, che è il diritto alla felicità. In questa riconciliazione con gli “impoveriti” della terra e della società si pratica la vera accoglienza di Dio e di Gesù, riprendendo nel cuore, nelle idee e nella progettazione del futuro, la declamata, ma di fatto trascurata, rivoluzione dell’amore, vera e propria rivoluzione antropologica, recuperando la rivoluzione evangelica e sociale di Gesù e dei primi cristiani. Una rivoluzione nonviolenta, ma che affiora sempre più come storicamente attendibile nella vita di Gesù e dei primi cristiani. Infatti essa muoveva dall’intento di “costruire” una comunità di discepoli tale da rinnovare le 12 tribù d’Israele, con il proposito di annunciare la venuta del Regno di Dio come mondo nuovo e modo nuovo di essere e di vivere. In esso gli oppressi e gli “impoveriti”, gli schiavi, le donne e gli stranieri assunsero l’importanza dei portatori di una inedita e innovativa socializzazione, mentre le strutture vissute da molti in maniera sacrale, quali il tempio, la legge, la centralità di Gerusalemme, venivano relativizzati, a vantaggio delle persone riscoperte come templi viventi di Dio. Tutto ciò dovette farsi strada anche contro gli ordini delle autorità religiose e civili del tempo, che se cercarono di bloccare quest’ultima e definitiva rivelazione del Dio biblico, non ci riuscirono a motivo di quell’accoglienza del nuovo e del diverso, dell’altro e degli altri popoli che la caratterizzava. Sicché l’annuncio del Vangelo e dell’accoglienza da parte di Dio di Gesù, uno sconfitto morto tra i tormenti sulla croce, fino alla sua glorificazione, fu e deve restare il cuore di un annuncio per buona parte ancora da realizzare, ma che tuttavia deve essere portato ad ogni creatura

   L’accoglienza in Gesù e nei suoi seguaci come sguardo d’amore verso l’altro don Giovanni Mazzillo  (PDF)


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"Non si tratta di ‘aggiustare’ l’uomo, ma di farlo rinascere, di farlo risorgere!", meditazione di padre Rupnik - 22 febbraio 2016



"Non si tratta di ‘aggiustare’ l’uomo, 
ma di farlo rinascere, di farlo risorgere!"

Gesù è venuto a liberarci da un modo di vivere la religione che diventa pesante! 
padre Marko Ivan Rupnik ,
gesuita e direttore del Centro Aletti


Meditazione della celebrazione dell’Ora Media,
  Giubileo della Curia Romana nel giorno in cui la Chiesa festeggia la solennità della Cattedra di San Pietro

Vaticano, Aula Paolo VI
22.02.2016

"Dobbiamo liberarci dall’idea di «perfezione dell’individuo», perché il cristianesimo non può promettere a una persona la perfezione ideale, ma la vita eterna in comunione del corpo di Cristo."
...

Gesù è venuto a liberarci da un modo di vivere la religione che diventa pesante!
Siamo chiamati a suscitare voglia e appetito nel mondo per una vita nuova... E «la nostra fede non è altro che accoglienza di questa vita nuova». Con la certezza che «dietro una Chiesa brava non s’incamminerà mai nessuno, ci faranno solo un applauso e basta».... Ad attirare sarà piuttosto «una Chiesa bella che dentro di sé, i suoi gesti, i suoi sguardi, le sue parole, fa emergere il Figlio e ancor di più il Padre». Sempre «mossi dallo Spirito Santo che è la vita come comunione». Solo così, ha fatto notare, «l’uomo diventa luogo della vita come comunione e come misericordia, luogo della Chiesa, luogo della ecclesialità».
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La Chiesa può portare al mondo una trasfigurazione della società, perché rivela al mondo di essere includente, di essere una Chiesa che include l’altro e lo coinvolge”. ... “Il cristianesimo non può essere inteso come sostituzione della religione pagana. Sarebbe un errore tragico. Non si tratta di ‘aggiustare’ l’uomo, ma di farlo rinascere, di farlo risorgere”. ...“La nostra fede è un’accoglienza di una vita: è questo il compito della Chiesa, manifestare a quale grandezza, a quale bontà siamo destinati e far vedere al mondo ciò che Dio fa quando scorre attraverso l’umanità”
E il giubileo della Curia è un’occasione propizia, secondo Rupnik, anche per mettere in guardia dalla tentazione «tremenda di acquisire un carattere un po’ parastatale», finendo per mettere «nel cuore la funzione, la struttura, l’istituzione, l’individuo che è in funzione di qualcosa». Ma «l’individuo non può rivelare altro che se stesso». E sarebbe scandaloso «far vedere al mondo che viviamo il cristianesimo come realtà individuale». Dobbiamo invece liberarci, ha esortato Rupnik, dall’idea di «perfezione dell’individuo», perché «il cristianesimo non può promettere a una persona la perfezione ideale, ma la vita eterna in comunione del corpo di Cristo».

   video


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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni

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Milano intitola una via a Carlo Maria Martini: per Pisapia 'un sogno che si avvera' per Scola 'un segno'



Da oggi i milanesi potranno chiamarla via cardinale Carlo Maria Martini: all'arcivescovo di Milano scomparso nel 2012 è stata intitolata via dell'Arcivescovado, strada a lato del Duomo. 
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La targa è stata scoperta dal sindaco Giuliano Pisapia, dal cardinale e arcivescovo della città Angelo Scola e dal nipote di Martini. Il sindaco nel suo discorso ha detto che è stato portato «a compimento quello che i milanesi e non solo, i credenti e non solo, volevano da tempo: ricordare un grande uomo» e tra i messaggi lasciati dal cardinale alla città, Pisapia ha sottolineato quello della «capacità di ascoltare senza giudicare». 
Dedicare via dell'Arcivescovado al cardinal Martini è «un segno per la chiesa ambrosiana, per la città tutta e il territorio ambrosiano che sono certo avrà eco in Italia e non solo», ha affermato Scola dal palco.
«È una strada che in 22 anni ha attraversato tante volte», ha ricordato anche la sorella del cardinale scomparso, Marisa Martini. 
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Il dramma dei migranti e l'accoglienza da parte della città di Milano sono stati temi toccati dal sindaco Giuliano Pisapia nel discorso della cerimonia di intitolazione di via dell'Arcivescovado al cardinale Carlo Maria Martini. 
«Oggi la sua voce si alzerebbe roca per il disagio, il dolore di vedere che c'è ancora chi vuole alzare i muri quando si dovrebbero costruire ponti», ha detto Pisapia parlando del cardinal Martini e ricordando il richiamo al dovere «irrinunciabile» della solidarietà. «Milano è stata capace di unire» e «capace di essere se stessa», ha affermato ancora il sindaco definendo quella dell'accoglienza dei profughi una «sfida immensa e bellissima che abbiamo vinto».

   Martini e muri

   video

   Milano rende omaggio al cardinale Martini: gli dedica una via accanto al Duomo

A Milano la via dell’Arcivescovado è diventata la via Carlo Maria Martini. Sono proprio contento. Mi tornano alla mente le tante volte in cui l’ho percorsa per andare a trovare il cardinale. Ero sempre un po’ emozionato, specie se l’appuntamento era stato fissato per un’intervista, ma ero anche pieno di gioia intellettuale e morale. Che cosa voglio dire? Sapevo che l’incontro con l’arcivescovo sarebbe stato un utilissimo esercizio di ginnastica mentale e che ne avrei ricavato consolazione. Qualunque fosse l’argomento affrontato, Martini era in grado di mostrarlo da una prospettiva nuova, mai scontata. Ma la sua non era la lezione del professore che, dall’alto di una cattedra, ti annichilisce con la sua sapienza. Era piuttosto la mano tesa dell’amico che ti aiuta a vedere le cose in modo diverso, senza lasciarti prendere dallo sconforto ma, al contrario, con tanta fiducia.
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Ecco perché, percorrendo la via dell’Arcivescovado, ero contento, come adesso sono contento che sia diventata via Carlo Maria Martini. E penso che anche il cardinale lo sia. Non certo perché amasse essere celebrato, ma perché era affezionato a Milano e alla sua gente, una città che, persino nei momenti più bui, per lui è sempre stata ciò che Milano veramente è: non un luogo in cui arroccarsi e incarognirsi, ma una vera terra di mezzo, laboratorio di fraternità, luogo ideale per incontrare rispettosamente le diversità e metterle in dialogo.

   Una via per il cardinale nella Terra di mezzo di Aldo Maria Valli

Per approfondire la figura del Cardinale Martini vedi il nostro Speciale:

   Carlo Maria Martini PROFETA DEI NOSTRI TEMPI



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SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"


Devo dare concretezza alla misericordia di Dio. Come? di p. Pippo Insana
La proposta di Gesù, chiara e concreta: “Ero affamato e non mi hai dato da mangiare; via da me non ti conosco”, significa: o ti impegni a darmi da mangiare o smettila di chiamarti cristiano. Non accetto, non mi interessano le tue catechesi, l’itinerario catecumenale, le tue messe, le tue devozioni, i tuoi voti……
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Questo è il nostro peccato: Dio sempre misericordioso soffre per i bisogni essenziali dei nostri fratelli, sente il loro grido, come a Mosè ci invia ad aiutarli; ma noi trovando pretesti, non ci rendiamo strumenti validi di misericordia, non ci siamo impegnati ad essere veri operatori di misericordia: Dobbiamo cambiare modo di essere Chiesa; dobbiamo diventare Profeti, oggi; non possiamo passare dritti e oltre come il levita e il sacerdote, ma fermarci, abbassarci, dare il nostro tempo, fasciare le ferite, farcene pienamente carico; dobbiamo sentire con Dio il grido dei sofferenti; dobbiamo, come Mosè, sposare la causa del fratello sofferente, bisognoso, fargli sentire la Misericordia del Padre che è eterna; dobbiamo realizzare l’ “OGGI” del Padre di Misericordia’. A noi che abbiamo i conti in rosso nei confronti del Padre e di Cristo che viene a giudicarci sulla nostra mancata misericordia (amore viscerale nei confronti dei miseri), se continuiamo a vivere una fede senza misericordia, saremo scomunicati “Via lontano da me, maledetti nel fuoco eterno”, il Padre misericordioso ci dice CONVERTITEVI: Su, venite, discutiamo Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto,
diventeranno bianchi come neve”
Alla riflessione individuale, trovo interessante che nelle Comunità Parrocchiali nascesse il Laboratorio in cui sull’invito del Padre che ci invita al Pentimento, a cominciare daccapo “discutiamo” per dare attuazione OGGi alla Misericordia del Padre, convertirci (cambiare direzione, modi di fare).
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(p. Pippo Insana - ESTRATTO VIDEO dell'incontro del 22 febbraio 2016 - LE OPERE DI MISERICORDIA CORPORALE.Una rilettura per il nostro tempo - Barcellona P.G.)

  video


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Tra reato e peccato esiste un rapporto di inclusione ed esclusione reciproca: non ogni peccato costituisce reato ma certamente ogni reato è un peccato, anche se oggi questa consapevolezza appare indebolita. Come dire che sfera morale e giuridica vanno distinte ma non sono del tutto separate perché se la tutela del bene (della persona umana, della vita, dell’ambiente) appartiene ad un interesse e ad un principio pubblico fondamentale, risponde anzitutto ad un principio di consapevolezza e responsabilità morale. Negli ultimi anni, di fronte al rischio di catastrofe ecologica sembra essersi rafforzata la sensibilità ambientale

  Giovanna Pasqualin Traversa:   Il degrado ambientale tra reato e peccato. Chi si preoccupa per il rischio di “catastrofe antropologica”?

... l’impresa italiana ha voluto consacrare una giornata di studio e di testimonianza nel tentativo di risvegliare e rinvigorire l’impegno comune ad opporsi a questa turbolenza che agita il nostro pianeta sempre più globalizzato eppure altrettanto frazionato. Gli imperativi per edificare un ethos comune che affronti questo orizzonte complesso e complicato sono quelli di sempre ma devono essere declinati con nuovi accenti, liberandoli dagli stereotipi vagamente moraleggianti: la giustizia, la libertà, la dignità della persona, la solidarietà, la conoscenza e l’istruzione, la responsabilità e i diritti individuali e sociali, il lavoro, la fede autentica e la morale. Queste e altre parole di vita sono state annodate sotto un denominatore comune che ha dato il titolo al convegno, il fare insieme...

  Gianfranco Ravasi:   Fare impresa per creare valori

... È un'iniziativa inedita, un incontro importante, quello tra la Chiesa e l'organizzazione degli imprenditori italiani: nasce nel segno del dialogo, del confronto sincero tra posizioni diverse in cerca di convergenze e sintesi comuni, guarda con impegno condiviso allo sviluppo non solo economico, ma anche e soprattutto umano e sociale, prova a coniugare l'importanza del "fare" (l'intraprendenza, il lavoro, la costruzione di qualcosa che non c'era) caro agli imprenditori con i valori dell'"insieme": la solidarietà, la comunità, l'inclusione. Con quest'incontro (cui partecipano economisti, imprenditori, esponenti vaticani, intellettuali sensibili ai temi dell'etica e dell'economia) si va oltre l'abituale confronto tra Chiesa e imprenditori cattolici per cercare di inserire l'impresa in quanto tale dentro un universo di significati positivi...

  Antonio Calabrò:   Dal valore ai valori: l'inedito incontro tra la Chiesa di Francesco e gli imprenditori italiani



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Viaggio in Messico
(12/18 febbraio 2016)




  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)


Papa Francesco: Viaggio in Messico (12-18 FEBBRAIO 2016) / 8 - Messa con i sacerdoti, religiose, religiosi, consacrati e seminaristi - Visita alla cattedrale di Morelia (cronaca, foto testi e video)


VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO 
IN MESSICO
(12-18 FEBBRAIO 2016)

 16 febbraio 2016 

 Messa con i sacerdoti, religiose, religiosi, consacrati e seminaristi 

Quinto giorno di Papa Francesco in Messico: dopo la tappa nel Chiapas, all’estremo Sud del Messico dove ha avuto luogo l’incontro con le famiglie e la Messa celebrata nelle lingue degli indios, Papa Francesco è a Morelia, nello Stato del Michoacán nel Messico centrale, uno dei nuovi epicentri della narcoviolenza: “Quest’ultima è arrivata - ha spiegato Lucia Capuzzi, inviata di Avvenire in Messico in un’intervista al Sismografo - a livelli tali che la popolazione si è organizzata in armi per difendersi. Le cosiddette ‘autodifese’ – con tutte le sue ambiguità – dimostra il grado di esasperazione degli abitanti”.

Stando ai dati riportati dall’Osservatore Romano, negli ultimi 15 anni cinque sacerdoti sono stati uccisi e solo nel 2014 più di un migliaio di omicidi hanno insaguinato la città. Oggi ad attendere Papa Francesco ci sarà anche l’arcivesco di Morelia, il cardinale Alberto Suárez Inda che ha lanciato numerosi appelli alla pacificazione e alla rinuncia dei desideri di vendetta e di morte «che — ha ammonito in diverse circostanze — non producono nulla, solo la distruzione».

Nello stadio "Venustiano Carranza", il Papa ha celebrato la Messa con i sacerdoti, religiose, religiosi, consacrati e seminaristi. Anche qui tanta gente e tanta gioia ad accoglierlo.

   video dell'omelia

C’è un detto tra di noi che dice così: “Dimmi come preghi e ti dirò come vivi, dimmi come vivi e ti dirò come preghi”; perché, mostrandomi come preghi, imparerò a scoprire il Dio vivente, e mostrandomi come vivi, imparerò a credere nel Dio che preghi, perché la nostra vita parla della preghiera e la preghiera parla della nostra vita. A pregare si impara, come impariamo a camminare, a parlare, ad ascoltare. La scuola della preghiera è la scuola della vita e la scuola della vita è il luogo in cui facciamo scuola di preghiera.

San Paolo, al suo discepolo prediletto Timoteo, quando gli insegnava o lo esortava a vivere la fede, diceva: “Ricordati di tua madre e di tua nonna”. E i seminaristi, quando entravano nel Seminario, molte volte mi chiedevano: “Padre, io però vorrei fare una preghiera più profonda, più mentale…”. “Guarda – rispondevo - continua a pregare come ti hanno insegnato a casa tua. E poi, a poco a poco, la tua preghiera crescerà, così come la tua vita è cresciuta”. A pregare si impara, come nella vita.

Gesù ha voluto introdurre i suoi nel mistero della Vita, nel mistero della Sua vita. Mostrò loro mangiando, dormendo, sanando, predicando, pregando che cosa significa essere Figlio di Dio. Li invitò a condividere la sua vita, la sua intimità e, mentre stavano con Lui, fece loro toccare nella sua carne la vita del Padre. Fa loro sperimentare nel suo sguardo, nel suo camminare, la forza, la novità di dire: “Padre nostro”. In Gesù questa espressione - “Padre nostro” - non ha il “retrogusto” della routine o della ripetizione. Al contrario ha il sapore della vita, dell’esperienza dell’autenticità. Egli ha saputo vivere pregando e pregare vivendo, dicendo: Padre nostro.

E ci ha invitato a fare lo stesso. La nostra prima chiamata è quella a fare esperienza di questo amore misericordioso del Padre nella nostra vita, nella nostra storia. La sua prima chiamata è introdurci in questa nuova dinamica dell’amore, della filiazione. La nostra prima chiamata è quella ad imparare a dire “Padre nostro”, come Paolo insiste: “Abbà”.

“Guai a me se non evangelizzassi!”, dice Paolo, guai a me! Perché evangelizzare – prosegue – non è una gloria ma una necessità (1 Cor 9,16).

Ci ha invitato a partecipare alla Sua vita, alla vita divina: guai a noi, consacrati, consacrate, sacerdoti, seminaristi, vescovi, guai a noi se non la condividiamo, guai a noi se non siamo testimoni di quello che abbiamo visto e udito, guai a noi. Non siamo né vogliamo essere dei funzionari del divino, non siamo né desideriamo mai essere impiegati dell’impresa di Dio, perché siamo invitati a partecipare alla sua vita, siamo invitati a introdurci nel suo cuore, un cuore che prega e vive dicendo: Padre nostro. E cos’è la missione se non dire con la nostra vita - dal principio alla fine, come il nostro fratello Vescovo che è morto questa notte - cos’è la missione se non dire con la nostra vita: Padre nostro?

A questo Padre nostro noi ci rivolgiamo pregando con insistenza tutti i giorni. E che cosa gli diciamo in una delle invocazioni? Non lasciarci cadere in tentazione. Gesù stesso lo fece. Egli pregò perché noi suoi discepoli – di ieri e di oggi – non cadessimo in tentazione.Quale può essere una delle tentazioni che ci possono assalire? Quale può essere una delle tentazioni che sorge non solo dal contemplare la realtà ma nel viverla? Che tentazione ci può venire da ambienti dominati molte volte dalla violenza, dalla corruzione, dal traffico di droghe, dal disprezzo per la dignità della persona, dall’indifferenza davanti alla sofferenza e alla precarietà? Che tentazione potremmo avere noi sempre nuovamente, noi chiamati alla vita consacrata, al presbiterato, all’episcopato, che tentazione potremmo avere di fronte a tutto questo, di fronte a questa realtà che sembra essere diventata un sistema inamovibile?

Credo che potremmo riassumerla con una sola parola: rassegnazione. E di fronte a questa realtà ci può vincere una delle armi preferite del demonio: la rassegnazione. “E che ci possiamo fare? La vita è così!”. Una rassegnazione che ci paralizza, una rassegnazione che ci impedisce non solo di camminare, ma anche di tracciare una via; una rassegnazione che non soltanto ci spaventa, ma che ci trincera nelle nostre “sacrestie” e apparenti sicurezze; una rassegnazione che non soltanto ci impedisce di annunciare, ma che ci impedisce di lodare: ci toglie l’allegria, la gioia della lode. Una rassegnazione che non solo ci impedisce di progettare, ma che ci frena nel rischiare e trasformare le cose.

Per questo, Padre Nostro, non lasciarci cadere nella tentazione.
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Padre, papà, tata, abbà…

Questa è la preghiera, questa l’espressione alla quale Gesù ci ha invitati. Padre, papà, abbà, non lasciarci cadere nella tentazione della rassegnazione, non lasciarci cadere nella tentazione dell’accidia, non lasciarci cadere nella tentazione della perdita della memoria, non lasciarci cadere nella tentazione di dimenticarci dei nostri predecessori che ci hanno insegnato con la loro vita a dire: Padre Nostro.

   il testo integrale

   video integrale


 Visita alla cattedrale di Morelia 

Erano circa 600 i bambini del catechismo che hanno accolto ieri il Santo Padre nella cattedrale di Morelia, dove il Papa si è recato per una breve visita dopo il pranzo nella Curia. 

Nella basilica, Francesco ha portato un omaggio floreale alla Madonna e all'immagine del piccolo José Luis Sánchez del Río, martire della guerra cristera, e ha salutato Lupita, la giovane miracolata dal futuro santo, accompagnata dalla mamma.

Rivolgendosi poi ai bimbi festanti, il Pontefice, intervenendo a braccio dall’altare, li ha ringraziati per la visita e l’accoglienza. 
Uscendo dalla cattedrale, Francesco si è lasciato andare a saluti affettuosi ai ragazzi assiepati in entrambi i lati. 

A conclusione del breve incontro, un coro ha sorpreso il Papa regalandogli una canzone composta dagli stessi bambini. 

   le parole del Santo Padre ai ragazzi del catechismo e al coro

In ultimo, il sindaco di Morelia, Jesús Martínez Alfonso Alcázar, ha donato le chiavi della città al Pontefice

   video

Vedi il nostro precedente post: (all'interno il link a quelli precedenti)

   Papa Francesco: Viaggio in Messico (12-18 FEBBRAIO 2016) / 7 - Incontro con le Famiglie nello Stadio a Tuxtla Gutiérrez (cronaca, foto testi e video)


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Papa Francesco: Viaggio in Messico (12-18 FEBBRAIO 2016) / 9 - Incontro con i giovani (cronaca, foto testi e video)
 

16 febbraio 2016
 Incontro con i giovani 

Il Papa è entrato nello stadio “José Maria Morelos y Pavón” con una macchinetta elettrica. I giovani urlanti, un tifo da stadio, una gioia straripante, quasi 40.000 dentro lo stadio, circa 50.000 fuori negli spazi con i maxischermi. Canti, fazzoletti e bandiere al vento in un clima di festa, giovani entusiasti in un pomeriggio di sole.

In Messico i giovani sono circa 30 milioni su una popolazione di 125 milioni. Il Papa ha invitato sul palco due ragazze down e le ha abbracciate: un incontro commovente. I giovani gridavano il suo nome, altri con abiti tradizionali portavano dei doni al Pontefice che li ha abbracciati e benedetti, e regalato loro dei rosari.

Quattro ragazzi hanno poi preso la parola, chiedendo al Papa cosa fare per recuperare il sogno di avere una famiglia. “Vogliamo sognare formare una famiglia e vivere una vita misericordiosa” ha detto una giovane messicana. E un altro: “Vogliamo essere messaggeri di pace, vogliamo portare una cultura di uguaglianza e rispetto”.
Un altro giovane ha parlato delle difficoltà, della violenza, del narcotraffico che segna il loro territorio, come pure delle poche opportunità di lavoro, di padri e madri che non possono piangere neanche i loro figli, ed ha chiesto al Papa come si fa ad essere testimoni di Pace. Infine un quarto giovane ha chiesto a Francesco di poter continuare ad avere “l’incanto” di vedere e ascoltare coloro che hanno più bisogno. “Noi giovani vogliamo impegnarci a vincere la tiepidezza ed il conformismo”, ha aggiunto, chiedendo al Santo Padre di parlare di Gesù, l’unica vera fonte di speranza.

Molti tra i presenti erano commossi, non si sa se per la gioia o per l’intensità emotiva dell’incontro. Papa Francesco ha iniziato parlare con lo stadio che è diventato subito silenzioso. Tutti erano attenti per ascoltare il Pontefice.

Le parole del Santo Padre

Buonasera! A voi, giovani del Messico che siete qui, che state guardando per televisione, che state ascoltando… E voglio mandare un saluto e una benedizione alle migliaia di giovani della diocesi di Guadalajara che sono riuniti nella Piazza San Giovanni Paolo II per seguire quello che sta succedendo qui; e come loro tanti altri, ma mi hanno informato che là erano migliaia e migliaia riuniti in ascolto. E così siamo due “stadi”: la Giovanni Paolo di Guadalajara e noi qui, e poi tanti altri da tutte le parti.

Già conoscevo le vostre attese, perché mi avevano fatto arrivare la bozza di quello che più o meno avreste detto… - è vero! Perché dovrei dirvi una bugia? – Però mentre parlavate prendevo nota di alcune cose che mi sembravano importanti per non lasciarle in sospeso…

Vi dico che, quando sono arrivato in questa terra, sono stato accolto con un caloroso benvenuto, e ho potuto constatare immediatamente una cosa che sapevo da tempo: la vitalità, l’allegria, lo spirito festoso del Popolo messicano. Adesso, dopo avervi ascoltato, ma specialmente dopo avervi visto, constato nuovamente un’altra certezza, una cosa che ho detto al Presidente della Nazione nel mio primo saluto. Uno dei tesori più grandi di questa terra messicana ha il volto giovane, sono i suoi giovani. Sì, siete voi la ricchezza di questa terra. Attenzione: non ho detto la speranza di questa terra, ho detto: la ricchezza.

La montagna può contenere minerali preziosi che possono servire per il progresso dell’umanità: è la sua ricchezza, però quella ricchezza bisogna trasformarla in speranza con il lavoro, come fanno i minatori quando estraggono quei minerali. Voi siete la ricchezza, bisogna trasformarla in speranza. E Daniela alla fine ha posto una sfida, e ci ha dato anche la traccia, sulla speranza, ma tutti quelli che hanno parlato, quando sottolineavano le difficoltà, le situazioni, affermavano una verità molto grande, cioè che tutti possiamo vivere ma non possiamo vivere senza speranza. Sentire il domani. Non si può sentire il domani se prima uno non riesce ad avere stima di sé, se non riesce a sentire che la sua vita, le sue mani, la sua storia hanno un valore. Sentire quello che Alberto diceva: “Con le mie mani, con il mio cuore e con la mia mente posso costruire speranza; se io non sento questo, la speranza non potrà entrare nel mio cuore”.

La speranza nasce quando si può sperimentare che non tutto è perduto. E per questo è necessario l’esercizio di incominciare “da casa”, da se stessi. Non tutto è perduto. Io non sono perduto. Io valgo, io valgo molto. Vi chiedo silenzio adesso; ciascuno risponda nel suo cuore: E’ vero che non tutto è perduto? Io sono perduto, sono perduta? Io valgo? Valgo poco? Valgo molto? La principale minaccia alla speranza sono i discorsi che ti svalutano, come se ti succhiassero il valore, e finisci come a terra – non è vero? – come avvizzito, con il cuore triste… discorsi che ti fanno sentire di seconda classe, se non di quarta. La principale minaccia alla speranza è quando senti che a nessuno importa di te o che sei lasciato in disparte. Questa è la grande difficoltà per la speranza: quando in una famiglia o in una società o in una scuola o in un gruppo di amici ti fanno sentire che gli importa di te. E questo è duro, è doloroso, però succede – o non succede? Sì o no? [“Si”]. Succede! Questo uccide, questo ci annienta, e questo apre la porta a tanto dolore. Ma c’è anche un’altra importante minaccia alla speranza – alla speranza che quella ricchezza, che siete voi, cresca e dia il suo frutto – ed è farti credere che cominci a valere quando ti mascheri di vestiti, marche, dell’ultimo grido della moda, o quando diventi prestigioso, importante perché hai denaro, ma in fondo il tuo cuore non crede che tu sia degno di affetto, degno di amore, e questo il cuore lo intuisce. La speranza è imbavagliata da quello che ti fanno credere, non te la lasciano emergere. La principale minaccia è quando uno sente che i soldi gli servono per comprare tutto, compreso l’affetto degli altri. La principale minaccia è credere che perché hai una bella macchina sei felice. Ma è vero che se hai una bella macchina sei felice?

Voi siete la ricchezza del Messico, voi siete la ricchezza della Chiesa. Permettetemi di dirvi un’espressione della mia terra: no les estoy “sobando el lomo” – non vi sto “lisciando il pelo”, non vi sto adulando! E capisco che molte volte diventa difficile sentirsi la ricchezza quando ci troviamo continuamente esposti alla perdita di amici e di familiari nelle mani del narcotraffico, delle droghe, di organizzazioni criminali che seminano il terrore. E’ difficile sentirsi la ricchezza di una nazione quando non si hanno opportunità di lavoro dignitoso – Alberto, lo hai detto chiaramente –,possibilità di studio e di preparazione, quando non si vedono riconosciuti i diritti e questo poi finisce per spingere a situazioni limite. E’ difficile sentirsi la ricchezza di un luogo quando, per il fatto che sono giovani, li si usa per scopi meschini seducendoli con promesse che alla fine nono sono reali, sono bolle di sapone. Ed è difficile sentirsi ricchi così. La ricchezza ce l’avete dentro, la speranza ce l’avete dentro, però non è facile, per tutto questo che vi sto dicendo, e che voi stessi avete detto: mancano opportunità di lavoro e di studio – l’hanno detto Roberto e Alberto. Eppure, malgrado tutto questo, non mi stanco di ripeterlo: voi siete la ricchezza del Messico.

Roberto, tu hai detto una frase che voglio conservare. Hai detto che hai perso qualcosa. E non hai detto: Ho perso il cellulare, ho perso il portafogli con i soldi, ho perso il treno perché sono arrivato tardi… Hai detto: Abbiamo perso il fascino di godere dell’incontro”. Abbiamo perso il fascino di camminare insieme; abbiamo perso il fascino di sognare insieme. E perché questa ricchezza, mossa dalla speranza, vada avanti, bisogna camminare insieme, bisogna incontrarsi, bisogna sognare! Non perdete il fascino di sognare! Osate sognare! Sognare, che non è lo stesso di essere dormiglioni, questo no!

E non pensate che vi dica questo – che voi siete la ricchezza del Messico, e che questa ricchezza con la speranza va avanti – perché sono buono, o perché sono un esperto, no, cari amici, non è così. Vi dico questo, e ne sono convinto, sapete perché? Perché come voi credo in Gesù Cristo. E penso che Daniela è stata molto forte quando ci ha parlato di questo. Io credo in Gesù Cristo, e perciò vi dico questo. E’ Lui che rinnova continuamente in me la speranza, è Lui che rinnova continuamente il mio sguardo. E’ Lui che risveglia in me, in ognuno di noi il fascino di godere, il fascino di sognare, il fascino di lavorare insieme. E’ Lui che continuamente mi invita a convertire il cuore. Sì, amici miei, vi dico questo perché in Gesù io ho incontrato Colui che è capace di accendere il meglio di me stesso. Ed è grazie a Lui che possiamo fare strada, è grazie a Lui che ogni volta possiamo ricominciare da capo, è grazie a Lui che possiamo dire: non è vero che l’unico modo di vivere, di essere giovani è lasciare la vita nelle mani del narcotraffico o di tutti quelli che la sola cosa che stanno facendo è seminare distruzione e morte. Questo non è vero e lo diciamo grazie a Gesù. Ed è anche grazie a Gesù, a Gesù Cristo il Signore che possiamo dire che non è vero che l’unico modo di vivere per i giovani qui è la povertà e l’emarginazione; emarginazione dalle opportunità, emarginazione dagli spazi, emarginazione da formazione ed educazione, emarginazione dalla speranza. E’ Gesù Cristo Colui che smentisce tutti i tentativi di rendervi inutili, o meri mercenari di ambizioni altrui. Sono le ambizioni altrui che vi emarginano, per usarvi in tutte quelle cose che ho detto, che sapete, e che finiscono nella distruzione. E l’unico che mi può tenere ben forte per la mano è Gesù Cristo. Egli fa sì che questa ricchezza si trasformi in speranza.

Mi avete chiesto una parola di speranza: quella che ho da dirvi, quella che è alla base di tutto, si chiama Gesù Cristo. Quando tutto sembra pesante, quando sembra che ci caschi il mondo addosso, abbracciate la sua croce, abbracciate Lui e, per favore, non staccatevi mai dalla sua mano, anche se vi sta portando avanti trascinandovi; e se una volta cadete, lasciatevi rialzare da Lui. Gli alpini hanno una canzone molto bella, che a me piace ripetere ai giovani, una canzone che cantano mentre salgono:“Nell’arte di ascendere, il successo non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto”. Questa è l’arte. E chi è l’unico che ti può afferrare per la mano perché tu non rimanga caduto? Gesù Cristo, solo Lui. Gesù Cristo che, a volte, ti manda un fratello perché ti parli e ti aiuti. Non nascondere la tua mano quando sei caduto. Non dirgli: Non guardarmi che sto infangato o infangata. Non guardarmi, che ormai non c’è più rimedio. Solamente lasciati afferrare la mano, e afferra quella mano, e la ricchezza che hai dentro, sporca, infangata, data per perduta, comincerà, attraverso la speranza, a dare il suo frutto. Ma sempre con la mano stretta a quella di Gesù Cristo. Questa è la strada. Non dimenticate: “Nell’arte di ascendere, il successo non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto”. Non permettetevi di rimanere caduti! Mai! D’accordo? E se vedete un amico o un’amica che ha fatto uno scivolone nella vita ed è caduto, vai e offri la tua mano; ma offrila con dignità: mettiti accanto a lui, accanto a lei, ascolta… Non dire: ti do la ricetta! Non, da amico, con calma, dagli forza con le tue parole, con il tuo ascolto: quella medicina che si sta dimenticando: l’“ascoltoterapia”. Lascialo parlare, lascia che ti racconti, e allora, a poco a poco, ti allungherà la mano, e tu lo aiuterai nel nome di Gesù Cristo. Ma se vai di colpo, e cominci a fargli la predica, e dai e dai, alla fine, poveretto, lo lasci peggio di come stava… E’ chiaro? Non staccatevi mai dalla mano di Gesù Cristo, non allontanatevi mai da Lui. E se vi allontanate, rialzatevi e andate avanti: Lui capisce cosa sono queste cose. Perché insieme a Gesù Cristo è possibile vivere pienamente, insieme a Lui è possibile credere che vale la pena vivere; che vale la pena dare il meglio di sé, essere fermento, sale e luce tra gli amici, nel quartiere, nella comunità, nella famiglia – dopo, Rosario, parlerò un po’ di quello che tu hai detto sulla famiglia.

Per questo, cari amici, da parte di Gesù vi chiedo di non lasciarvi escludere, non lasciarvi disprezzare, non lasciarvi trattare come merce. Gesù ci ha dato un consiglio per questo, per non lasciarci escludere, per non lasciarci disprezzare, per non lasciarci trattare come una merce: «Siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe» (Mt 10,16). Le due virtù insieme. Ai giovani la vivacità non manca; a volte, manca loro la prudenza, per non essere ingenui. Entrambe le cose: prudenti ma semplici, buoni. Certo, per questa strada forse non avrete la macchina ultimo modello, non avrete il portafoglio pieno di soldi, ma avrete qualcosa che nessuno potrà togliervi, cioè l’esperienza di sentirsi amati, abbracciati e accompagnati. E’ il fascino di godere dell’incontro, il fascino di sognare nell’incontro con tutti. E’ l’esperienza di sentirsi famiglia, di sentirsi comunità. E’ l’esperienza di poter guardare il mondo in faccia, a testa alta! Senza la macchina, senza i soldi, ma a testa alta! La dignità!

Tre parole che adesso ripetiamo: ricchezza, perché ci è stata data; speranza, perché vogliamo aprirci alla speranza; dignità. Ripetiamo: ricchezza, speranza e dignità [ripetono]. La ricchezza che Dio ha dato a voi: voi siete la ricchezza del Messico; la speranza che vi dà Gesù Cristo; la dignità che vi dà il non lasciarvi “lisciare il pelo”, ed essere merce per il borsellino di altri.

Oggi il Signore continua a chiamarvi, continua a convocarvi, come fece con l’indio Juan Diego. Vi invita a costruire un santuario. Un santuario che non è un luogo fisico, bensì una comunità, un santuario chiamato parrocchia, un santuario chiamato Nazione. La comunità, la famiglia, il sentirci cittadini è uno dei principali antidoti contro tutto ciò che ci minaccia, perché ci fa sentire parte di questa grande famiglia di Dio. Non per rifugiarci, per chiuderci, per scappare dai pericoli della vita e dalle sfide; anzi, per uscire ad invitare altri, per uscire ad annunciare a tutti che essere giovani in Messico è la più grande ricchezza e pertanto non può essere sacrificata. E perché la ricchezza è capace di avere speranza e ci dà dignità. Un’altra volta le tre parole: ricchezza, speranza e dignità. Ma quella ricchezza che Dio ci ha dato e che dobbiamo far crescere.

Gesù, Colui che ci dà la speranza, mai ci inviterebbe ad essere sicari, ma ci chiama discepoli, ci chiama amici. Gesù mai ci manderebbe a morire, ma tutto in Lui è invito alla vita. Una vita in famiglia, una vita in comunità; una famiglia e una comunità a favore della società. E qui, Rosario, riprendo quello che tu hai detto, una cosa molto bella: “Nella famiglia si impara la vicinanza”. Si impara la solidarietà, si impara a condividere, a discernere, a portare avanti i problemi gli uni degli altri, a litigare e a mettersi d’accordo, a discutere e ad abbracciarsi e a baciarsi. La famiglia è la prima scuola della nazione, e nella famiglia c’è quella ricchezza che voi avete. La famiglia è quella che custodisce questa ricchezza, nella famiglia potete trovare speranza, perché c’è Gesù, e nella famiglia potete avere dignità. Mai, mai mettete da parte la famiglia! La famiglia è la pietra angolare della costruzione di una grande nazione. Voi siete ricchezza, avete speranza e sognate… – anche Rosario ha parlato di sognare –: voi sognate di avere una famiglia? [“Sì”].

Cari fratelli, voi siete la ricchezza di questo Paese, e quando dubitate di questo, guardate Gesù Cristo, che è la speranza, Colui che smentisce tutti i tentativi di rendervi inutili, o meri mercenari di ambizioni altrui.

Vi ringrazio per questo incontro, e vi chiedo di pregare per me. Grazie!

 
video del discorso

[Alla fine dell’incontro:]

Vi invito a pregare insieme nostra Madre di Guadalupe, e a chiederle che ci renda consapevoli della ricchezza che Dio ci ha dato; che faccia crescere in noi, nel nostro cuore, la speranza in Gesù Cristo; e che camminiamo nella vita con dignità di cristiani.
[Recita dell’Ave Maria e Benedizione]

E per favore non dimenticatevi di pregare per me! Grazie.

Grande l’entusiasmo dei ragazzi che hanno cantato assieme al pontefice "Vive Jesus, el Senor”, facendo volare in aria migliaia di palloncini, sventolando bandiere e fazzoletti, e realizzando splendide coreografie. Verso la fine della cerimonia su una delle curve è apparso un mega striscione con disegnato una colomba.

   video

Un entusiasmo troppo travolgente... un giovane cercando di trattenerlo stava infatti per far cadere il Santo Padre che si è ritrovato praticamente addosso ad un ragazzo disabile di quelli in prima fila che stava salutando... "Non essere egoista!", così Papa Francesco ha rimproverato il ragazzo ...

   video

Un saluto dall'aereo per Città del Messico

   video integrale



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 FRANCESCO
 

SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"



Papa Francesco per i “venerdì della misericordia” si è recato al Centro Solidarietà don Mario Picchi

  Francesco a sorpresa fa visita ai tossicodipendenti



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  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)


Misericordia e impegno - Papa Francesco Udienza Giubilare 30/01/2016 (foto, testo e video)



 20 febbraio 2016 

Cinquantamila i pellegrini che questa mattina hanno riempito piazza San Pietro per seguire l’udienza che Papa Francesco tiene un sabato al mese per incontrare i fedeli che giungono a Roma per il Giubileo della misericordia.
Dopo una mattinata di pioggia, a Roma questa mattina splende il sole e il Papa – ritornato solo due giorni fa dal suo viaggio in Messico – ha potuto salutare i pellegrini sulla papamobile, sfilando come sempre per la piazza.
Bergoglio “ha accolto con generosità di venire incontro alle numerose richieste di pellegrini che desiderano incontrarlo”, ha spiegato monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Per questo un sabato al mese, secondo il calendario ufficiale, vi sarà un’udienza speciale oltre le classiche udienze di ogni mercoledì.
  video del saluto ai fedeli

Misericordia e impegno

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il Giubileo della Misericordia è una vera opportunità per entrare in profondità all’interno del mistero della bontà e dell’amore di Dio. In questo tempo di Quaresima, la Chiesa ci invita a conoscere sempre di più il Signore Gesù, e a vivere in maniera coerente la fede con uno stile di vita che esprima la misericordia del Padre. E’ un impegno che siamo chiamati ad assumere per offrire a quanti incontriamo il segno concreto della vicinanza di Dio. La mia vita, il mio atteggiamento, il modo di andare per la vita deve essere proprio un segno concreto del fatto che Dio è vicino a noi. Piccoli gesti di amore, di tenerezza, di cura, che fanno pensare che il Signore è con noi, è vicino a noi. E così si apre la porta della misericordia.

Oggi vorrei soffermarmi brevemente a riflettere con voi sul tema di questa parola che ho detto: il tema dell’impegno. Che cos’è un impegno? E cosa significa impegnarsi?Quando mi impegno, vuol dire che assumo una responsabilità, un compito verso qualcuno; e significa anche lo stile, l’atteggiamento di fedeltà e di dedizione, di attenzione particolare con cui porto avanti questo compito. Ogni giorno ci è chiesto di mettere impegno nelle cose che facciamo: nella preghiera, nel lavoro, nello studio, ma anche nello sport, nelle attività libere… Impegnarsi, insomma, vuol dire mettere la nostra buona volontà e le nostre forze per migliorare la vita.

E anche Dio si è impegnato con noi. Il suo primo impegno è stato quello di creare il mondo, e nonostante i nostri attentati per rovinarlo – e sono tanti -, Egli si impegna a mantenerlo vivo. Ma il suo impegno più grande è stato quello di donarci Gesù. Questo è il grande impegno di Dio! Sì, Gesù è proprio l’impegno estremo che Dio ha assunto nei nostri confronti. Lo ricorda anche san Paolo quando scrive che Dio «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi» (Rm 8,32). E, in forza di questo, insieme a Gesù il Padre ci donerà ogni cosa di cui abbiamo bisogno.

E come si è manifestato questo impegno di Dio per noi? E’ molto semplice verificarlo nel Vangelo. In Gesù, Dio si è impegnato in maniera completa per restituire speranza ai poveri, a quanti erano privi di dignità, agli stranieri, agli ammalati, ai prigionieri, e ai peccatori che accoglieva con bontà. In tutto questo, Gesù era espressione vivente della misericordia del Padre. E vorrei accennare questo: Gesù accoglieva con bontà i peccatori. Se noi pensiamo in modo umano, il peccatore sarebbe un nemico di Gesù, un nemico di Dio, ma Lui si avvicinava a loro con bontà, li amava e cambiava loro il cuore. Tutti noi siamo peccatori: tutti! Tutti abbiamo davanti a Dio qualche colpa. Ma non dobbiamo avere sfiducia: Lui si avvicina proprio per darci il conforto, la misericordia, il perdono. E’ questo l’impegno di Dio e per questo ha mandato Gesù: per avvicinarsi a noi, a tutti noi e aprire la porta del suo amore, del suo cuore, della sua misericordia. E questo è molto bello. Molto bello!

A partire dall’amore misericordioso con il quale Gesù ha espresso l’impegno di Dio,anche noi possiamo e dobbiamo corrispondere al suo amore con il nostro impegno. E questo soprattutto nelle situazioni di maggiore bisogno, dove c’è più sete di speranza. Penso – per esempio - al nostro impegno con le persone abbandonate, con quanti portano handicap molto pesanti, con i malati più gravi, con i moribondi, con quanti non sono in grado di esprimere riconoscenza… In tutte queste realtà noi portiamo la misericordia di Dio attraverso un impegno di vita, che è testimonianza della nostra fede in Cristo. Dobbiamo sempre portare quella carezza di Dio - perché Dio ci ha accarezzati con la sua misericordia - portarla agli altri, a quelli che hanno bisogno, a quelli che hanno una sofferenza nel cuore o sono tristi: avvicinarsi con quella carezza di Dio, che è la stessa che Lui ha dato a noi.

Che questo Giubileo possa aiutare la nostra mentre e il nostro cuore a toccare con mano l’impegno di Dio per ciascuno di noi, e grazie a questo trasformare la nostra vita in un impegno di misericordia per tutti.

  video della catechesi

Saluti:

...

Porgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. 
...
Il Giubileo della misericordia sia per tutti un’opportunità per riscoprire l’importanza della fede e per diffondere nella quotidianità la bellezza dell’amore di Dio per ogni uomo.

Rivolgo un pensiero speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Lunedì prossimo sarà la festa della Cattedra dell’Apostolo Pietro, giorno di speciale comunione dei credenti con il Successore di San Pietro e con la Santa Sede. Tale ricorrenza, in questo Anno Santo, sarà anche giornata giubilare per la Curia Romana, che opera quotidianamente a servizio del popolo cristiano. Vi esorto a perseverare nella preghiera a favore del mio universale Ministero e vi ringrazio per il vostro impegno nell’edificazione quotidiana della comunità ecclesiale.

  testo integrale

  video integrale



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Misericordina plus la “medicina spirituale” regalata da Papa Francesco all'Angelus - 21 febbraio 2016 (foto, testo e video)



 21 febbraio 2016 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La seconda domenica di Quaresima ci presenta il Vangelo della Trasfigurazione di Gesù.

Il viaggio apostolico che ho compiuto nei giorni scorsi in Messico è stata un’esperienza di trasfigurazione. Come mai? Perché il Signore ci ha mostrato la luce della sua gloria attraverso il corpo della sua Chiesa, del suo Popolo santo che vive in quella terra. Un corpo tante volte ferito, un Popolo tante volte oppresso, disprezzato, violato nella sua dignità. In effetti, i diversi incontri vissuti in Messico sono stati pieni di luce: la luce della fede che trasfigura i volti e rischiara il cammino.

Il “baricentro” spirituale del pellegrinaggio è stato il Santuario della Madonna di Guadalupe. Rimanere in silenzio davanti all’immagine della Madre era ciò che prima di tutto mi proponevo. E ringrazio Dio che me lo ha concesso. Ho contemplato, e mi sono lasciato guardare da Colei che porta impressi nei suoi occhi gli sguardi di tutti i suoi figli, e raccoglie i dolori per le violenze, i rapimenti, le uccisioni, i soprusi a danno di tanta povera gente, di tante donne. Guadalupe è il Santuario mariano più frequentato al mondo. Da tutta l’America vanno a pregare là dove la Virgen Morenita si mostrò all’indio san Juan Diego, dando inizio all’evangelizzazione del continente e alla sua nuova civiltà, frutto dell’incontro tra diverse culture.

E questa è proprio l’eredità che il Signore ha consegnato al Messico: custodire la ricchezza della diversità e, nello stesso tempo, manifestare l’armonia della fede comune, una fede schietta e robusta, accompagnata da una grande carica di vitalità e di umanità. Come i miei Predecessori, anch’io sono andato a confermare la fede del popolo messicano, ma contemporaneamente ad esserne confermato; ho raccolto a piene mani questo dono perché vada a beneficio della Chiesa universale.

Un esempio luminoso di quanto sto dicendo è dato dalle famiglie: le famiglie messicane mi hanno accolto con gioia come messaggero di Cristo, Pastore della Chiesa; ma a loro volta mi hanno donato delle testimonianze limpide e forti, testimonianze di fede vissuta, di fede che trasfigura la vita, e questo a edificazione di tutte le famiglie cristiane del mondo. E lo stesso si può dire per i giovani, per i consacrati, per i sacerdoti, per i lavoratori, per i carcerati.

Perciò rendo grazie al Signore e alla Vergine di Guadalupe per il dono di questo pellegrinaggio. Inoltre, ringrazio il Presidente del Messico e le altre Autorità civili per la calorosa accoglienza; ringrazio vivamente i miei fratelli nell’Episcopato, e tutte le persone che in tanti modi hanno collaborato.

Una lode speciale eleviamo alla Santissima Trinità per aver voluto che, in questa occasione, avvenisse a Cuba l’incontro tra il Papa e il Patriarca di Mosca e di tutta la Russia, il caro fratello Kirill; un incontro tanto desiderato pure dai miei Predecessori. Anche questo evento è una luce profetica di Risurrezione, di cui oggi il mondo ha più che mai bisogno. La Santa Madre di Dio continui a guidarci nel cammino dell’unità. Preghiamo la Madonna di Kazan’, di cui il Patriarca Kirill mi ha regalato un’icona.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

domani avrà luogo a Roma un convegno internazionale dal titolo “Per un mondo senza la pena di morte”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. Auspico che il simposio possa dare rinnovato impulso all’impegno per l’abolizione della pena capitale. Un segno di speranza è costituito dallo sviluppo, nell’opinione pubblica, di una sempre più diffusa contrarietà alla pena di morte anche solo come strumento di legittima difesa sociale. In effetti, le società moderne hanno la possibilità di reprimere efficacemente il crimine senza togliere definitivamente a colui che l’ha commesso la possibilità di redimersi. Il problema va inquadrato nell’ottica di una giustizia penale che sia sempre più conforme alla dignità dell’uomo e al disegno di Dio sull’uomo e sulla società e anche a una giustizia penale aperta alla speranza del reinserimento nella società. Il comandamento «non uccidere» ha valore assoluto e riguarda sia l’innocente che il colpevole.

Il Giubileo straordinario della Misericordia è un’occasione propizia per promuovere nel mondo forme sempre più mature di rispetto della vita e della dignità di ogni persona. Anche il criminale mantiene l’inviolabile diritto alla vita, dono di Dio. Faccio appello alla coscienza dei governanti, affinché si giunga ad un consenso internazionale per l’abolizione della pena di morte. E propongo a quanti tra loro sono cattolici di compiere un gesto coraggioso ed esemplare: che nessuna condanna venga eseguita in questo Anno Santo della Misericordia.
Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono chiamati oggi ad operare non solo per l’abolizione della pena di morte, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà.

* * *

Rivolgo un cordiale saluto alle famiglie, ai gruppi parrocchiali, alle associazioni e a tutti i pellegrini di Roma, dell’Italia e di diversi Paesi.

Saluto i fedeli di Sevilla, Cádiz, Ceuta (Spagna) e quelli di Trieste, Corato, Torino. Un pensiero particolare rivolgo alla Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata dal Servo di Dio Don Oreste Benzi, che venerdì prossimo promuoverà per le strade del centro di Roma una “Via crucis” di solidarietà e di preghiera per le donne vittime della tratta.

La Quaresima è un tempo propizio per compiere un cammino di conversione che ha come centro la misericordia. Perciò, oggi, ho pensato di regalare a voi che siete qui in piazza una “medicina spirituale” chiamata Misericordina. Già una volta l’abbiamo fatto, ma questa è di migliore qualità: è la Misericordina plus. 
Una scatolina che contiene la corona del Rosario e l’immaginetta di Gesù Misericordioso. Ora la distribuiranno i volontari, tra i quali ci sono poveri, senzatetto, profughi e anche religiosi. Accogliete questo dono come un aiuto spirituale per diffondere, specialmente in questo Anno della Misericordia, l’amore, il perdono e la fraternità. 
Auguro a tutti una buona domenica. Per favore, non dimenticate di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

  video

  COS'È LA MISERICORDINA



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"La fedeltà che ci è richiesta è quella di agire secondo il cuore di Cristo" Papa Francesco 22/02/2016 Giubileo della Curia Romana (cronaca, foto, testi e video)


Il Papa alle 8 ha fatto il suo ingresso nel corridoio centrale dell’Aula Paolo VI, gremita di persone – non solo cardinali, vescovi, sacerdoti e religiosi, ma anche il personale laico degli Uffici di Curia – che lo aspettavano festosi. 

Alle 8.30, si è tenuta la meditazione della celebrazione dell’Ora Media del gesuita Marko Rupnik, direttore del Centro Aletti e creatore del logo del Giubileo della misericordia, il quale ha voluto mettere in guardia dai rischi che «ogni Curia» potrebbe incontrare nel suo lavoro quotidiano.
Il Papa è rimasto ad ascoltare fra gli altri cardinali, in prima fila.

Alle 9.15 è partita la processione che dall’esterno dell’Aula, scendendo i gradini e passando attraverso il Braccio di Carlo Magno, si è diretta verso la Porta Santa per entrare da lì in basilica, luogo della celebrazione eucaristica presieduta dal Papa a partire dalle 10.30. 
Francesco, mentre i religiosi e i laici aprivano la processione, ha aspettato seduto, poi insieme a monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, e a mons. Georg Ganswein, prefetto della Casa Pontificia, si è unito alla processione, 
L'immagine che più colpisce forse è quella del Papa che, in terza fila, come un pellegrino qualunque, segue la Croce in legno con il logo dell’Anno Santo, circondato dalle migliaia di dipendenti della Curia Romana, del Governatorato e degli organismi collegati della Santa Sede. 

A piedi il Pontefice, inserito nel gruppo, ha attraversato la Porta Santa a testa bassa e segnandosi con il segno della croce.
Anche stavolta il messaggio più forte ai porporati vaticani, papa Francesco lo manda con un gesto. Sorprendendo gli addetti alla sicurezza il pontefice si mette in coda per attraversare la Porta Santa. E infrangendo il protocollo, non lo fa in testa al corteo dove ha lasciato che a sfilare fossero i cardinali e gli arcivescovi secondo l'ordine gerarchico ecclesiastico: Bergoglio si confonde tra i dipendenti dei dicasteri vaticani come un pellegrino qualsiasi, con il suo zucchetto e il cappotto bianco come unico segno distintivo.
Talari e mozzette, cravatte e cappotti. Le une accanto agli altri in processione sotto la Porta Santa, poi ancora vicine durante la Messa in Basilica. Sono le “divise” di chi presta servizio nella Curia Romana e in tutti i dicasteri e istituzioni collegate alla Santa Sede. Divise di sacerdoti e di laici, diverse nella foggia ma unite dalla “stoffa” dell’unica domanda che investe, spiega Papa Francesco, chi è al servizio del Papa e della Chiesa. La domanda di Gesù ai suoi più intimi: “Voi chi dite che io sia?”.

 
video dell'omelia

Segue il testo integrale dell'omelia.

La festa liturgica della Cattedra di san Pietro ci vede raccolti per celebrare il Giubileo della Misericordia come comunità di servizio della Curia Romana, del Governatorato e delle Istituzioni collegate con la Santa Sede. Abbiamo attraversato la Porta Santa e siamo giunti alla tomba dell’Apostolo Pietro per fare la nostra professione di fede; e oggi la Parola di Dio illumina in modo speciale i nostri gesti.

In questo momento, ad ognuno di noi il Signore Gesù ripete la sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15). Una domanda chiara e diretta, di fronte alla quale non è possibile sfuggire o rimanere neutrali, né rimandare la risposta o delegarla a qualcun altro. Ma in essa non c’è nulla di inquisitorio, anzi, è piena di amore! L’amore del nostro unico Maestro, che oggi ci chiama a rinnovare la fede in Lui, riconoscendolo quale Figlio di Dio e Signore della nostra vita. E il primo chiamato a rinnovare la sua professione di fede è il Successore di Pietro, che porta con sé la responsabilità di confermare i fratelli (cfr Lc 22,32).

Lasciamo che la grazia plasmi di nuovo il nostro cuore per credere, e apra la nostra bocca per compiere la professione di fede e ottenere la salvezza (cfr Rm 10,10).Facciamo nostre, dunque, le parole di Pietro: «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente» (Mt16,16). Il nostro pensiero e il nostro sguardo siano fissi su Gesù Cristo, inizio e fine di ogni azione della Chiesa. Lui è il fondamento e nessuno ne può porre uno diverso (1 Cor 3,11). Lui è la “pietra” su cui dobbiamo costruire. Lo ricorda con parole espressive sant’Agostino quando scrive che la Chiesa, pur agitata e scossa per le vicende della storia, «non crolla, perché è fondata sulla pietra, da cui Pietro deriva il suo nome. Non è la pietra che trae il suo nome da Pietro, ma è Pietro che lo trae dalla pietra; così come non è il nome Cristo che deriva da cristiano, ma il nome cristiano che deriva da Cristo. […] La pietra è Cristo, sul fondamento del quale anche Pietro è stato edificato» (In Joh 124, 5: PL 35, 1972).

Da questa professione di fede deriva per ciascuno di noi il compito di corrispondere alla chiamata di Dio. Ai Pastori, anzitutto, viene richiesto di avere come modello Dio stesso che si prende cura del suo gregge. Il profeta Ezechiele ha descritto il modo di agire di Dio: Egli va in cerca della pecora perduta, riconduce all’ovile quella smarrita, fascia quella ferita e cura quella malata (34,16). Un comportamento che è segno dell’amore che non conosce confini. È una dedizione fedele, costante, incondizionata, perché a tutti i più deboli possa giungere la sua misericordia. E, tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la profezia di Ezechiele prende le mosse dalla constatazione delle mancanze dei pastori d’Israele. Pertanto fa bene anche a noi, chiamati ad essere Pastori nella Chiesa, lasciare che il volto di Dio Buon Pastore ci illumini, ci purifichi, ci trasformi e ci restituisca pienamente rinnovati alla nostra missione. Che anche nei nostri ambienti di lavoro possiamo sentire, coltivare e praticare un forte senso pastorale, anzitutto verso le persone che incontriamo tutti i giorni. Che nessuno si senta trascurato o maltrattato, ma ognuno possa sperimentare, prima di tutto qui, la cura premurosa del Buon Pastore.

Siamo chiamati ad essere i collaboratori di Dio in un’impresa così fondamentale e unica come quella di testimoniare con la nostra esistenza la forza della grazia che trasforma e la potenza dello Spirito che rinnova. Lasciamo che il Signore ci liberi da ogni tentazione che allontana dall’essenziale della nostra missione, e riscopriamo la bellezza di professare la fede nel Signore Gesù. La fedeltà al ministero bene si coniuga con la misericordia di cui vogliamo fare esperienza. Nella Sacra Scrittura, d’altronde, fedeltà e misericordia sono un binomio inseparabile. Dove c’è l’una, là si trova anche l’altra, e proprio nella loro reciprocità e complementarietà si può vedere la presenza stessa del Buon Pastore. La fedeltà che ci è richiesta è quella di agire secondo il cuore di Cristo. Come abbiamo ascoltato dalle parole dell’apostolo Pietro, dobbiamo pascere il gregge con “animo generoso” e diventare un “modello” per tutti. In questo modo, «quando apparirà il Pastore supremo» potremo ricevere la «corona della gloria che non appassisce» (1 Pt 5,14).

   video integrale


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«Apri il tuo cuore alla misericordia!» Papa Francesco Udienza Generale 27/01/2016 (Foto, testo e video)


 24 febbraio 2016 

Tra le 20mila persone presenti oggi in piazza San Pietro, tornata ormai ai grandi numeri dopo il calo seguito agli attentati di Parigi, c’è anche un gruppo di maratoneti provenienti dal Mozambico: quindici in tutto, ma significativi della presenza africana agli appuntamenti del mercoledì con il Papa, che ha registrato tra le presenze dallo stesso Continente anche un piccolo gruppo di pellegrini del Gabon. Moltissime le bandiere variopinte che svettano oggi sotto il sole di un cielo terso: tra queste, quelle con la scritta “Brasil” verde in campo giallo e quelle dell’Argentina, biancoazzurre, una delle quali è stata anche gettata dai fedeli sulla jeep scoperta del Papa, arrivato puntuale come sempre alle 9.30 e accolto prima di tutto dai bambini che la solerte gendarmeria vaticana gli ha consegnato per essere baciati e accarezzati.

Misericordia e Potere

Cari fratelli e sorelle, buongiorno.

Proseguiamo le catechesi sulla misericordia nella Sacra Scrittura. In diversi passi si parla dei potenti, dei re, degli uomini che stanno “in alto”, e anche della loro arroganza e dei loro soprusi.La ricchezza e il potere sono realtà che possono essere buone e utili al bene comune, se messe al servizio dei poveri e di tutti, con giustizia e carità. Ma quando, come troppo spesso avviene, vengono vissute come privilegio, con egoismo e prepotenza, si trasformano in strumenti di corruzione e morte. È quanto accade nell’episodio della vigna di Nabot, descritto nel Primo Libro dei Re, al capitolo 21, su cui oggi ci soffermiamo.

In questo testo si racconta che il re d’Israele, Acab, vuole comprare la vigna di un uomo di nome Nabot, perché questa vigna confina con il palazzo reale. La proposta sembra legittima, persino generosa, ma in Israele le proprietà terriere erano considerate quasi inalienabili. Infatti il libro del Levitico prescrive: «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti» (Lv 25,23). La terra è sacra, perché è un dono del Signore, che come tale va custodito e conservato, in quanto segno della benedizione divina che passa di generazione in generazione e garanzia di dignità per tutti. Si comprende allora la risposta negativa di Nabot al re: «Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri» (1 Re 21,3).

Il re Acab reagisce a questo rifiuto con amarezza e sdegno. Si sente offeso - lui è il re, il potente -, sminuito nella sua autorità di sovrano, e frustrato nella possibilità di soddisfare il suo desiderio di possesso. Vedendolo così abbattuto, sua moglie Gezabele, una regina pagana che aveva incrementato i culti idolatrici e faceva uccidere i profeti del Signore (cfr 1 Re 18,4), - non era brutta, era cattiva! - decide di intervenire. Le parole con cui si rivolge al re sono molto significative. Sentite la cattiveria che è dietro questa donna: «Tu eserciti così la potestà regale su Israele? Alzati, mangia e il tuo cuore gioisca. Te la farò avere io la vigna di Nabot di Izreel» (v. 7). Ella pone l’accento sul prestigio e sul potere del re, che, secondo il suo modo di vedere, viene messo in discussione dal rifiuto di Nabot. Un potere che lei invece considera assoluto, e per il quale ogni desiderio del re potente diventa un ordine. Il grande Sant’Ambrogio ha scritto un piccolo libro su questo episodio. Si chiama “Nabot”. Ci farà bene leggerlo in questo tempo di Quaresima. È molto bello, è molto concreto.

Gesù, ricordando queste cose, ci dice: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dominano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo» (Mt 20,25-27). Se si perde la dimensione del servizio, il potere si trasforma in arroganza e diventa dominio e sopraffazione. 
E’ proprio ciò che accade nell’episodio della vigna di Nabot. Gezabele, la regina, in modo spregiudicato, decide di eliminare Nabot e mette in opera il suo piano. Si serve delle apparenze menzognere di una legalità perversa: spedisce, a nome del re, delle lettere agli anziani e ai notabili della città ordinando che dei falsi testimoni accusino pubblicamente Nabot di avere maledetto Dio e il re, un crimine da punire con la morte. Così, morto Nabot, il re può impadronirsi della sua vigna. 
E questa non è una storia di altri tempi, è anche storia d’oggi, dei potenti che per avere più soldi sfruttano i poveri, sfruttano la gente. È la storia della tratta delle persone, del lavoro schiavo, della povera gente che lavora in nero e con il salario minimo per arricchire i potenti. È la storia dei politici corrotti che vogliono più e più e più! Per questo dicevo che ci farà bene leggere quel libro di Sant’Ambrogio su Nabot, perché è un libro di attualità.

Ecco dove porta l’esercizio di un’autorità senza rispetto per la vita, senza giustizia, senza misericordia. Ed ecco a cosa porta la sete di potere: diventa cupidigia che vuole possedere tutto. Un testo del profeta Isaia è particolarmente illuminante al riguardo. In esso, il Signore mette in guardia contro l’avidità i ricchi latifondisti che vogliono possedere sempre più case e terreni. E dice il profeta Isaia:

«Guai a voi, che aggiungete casa a casa
e unite campo a campo,
finché non vi sia più spazio,
e così restate soli 
ad abitare nel paese» (Is 5,8).

E il profeta Isaia non era comunista! Dio, però, è più grande della malvagità e dei giochi sporchi fatti dagli esseri umani. Nella sua misericordia invia il profeta Elia per aiutare Acab a convertirsi. Adesso voltiamo pagina, e come segue la storia? Dio vede questo crimine e bussa anche al cuore di Acab e il re, messo davanti al suo peccato, capisce, si umilia e chiede perdono. Che bello sarebbe se i potenti sfruttatori di oggi facessero lo stesso! Il Signore accetta il suo pentimento; tuttavia, un innocente è stato ucciso, e la colpa commessa avrà inevitabili conseguenze. Il male compiuto infatti lascia le sue tracce dolorose, e la storia degli uomini ne porta le ferite.

La misericordia mostra anche in questo caso la via maestra che deve essere perseguita. La misericordia può guarire le ferite e può cambiare la storia. Apri il tuo cuore alla misericordia! La misericordia divina è più forte del peccato degli uomini. È più forte, questo è l’esempio di Acab! Noi ne conosciamo il potere, quando ricordiamo la venuta dell’Innocente Figlio di Dio che si è fatto uomo per distruggere il male con il suo perdono. Gesù Cristo è il vero re, ma il suo potere è completamente diverso. Il suo trono è la croce. Lui non è un re che uccide, ma al contrario dà la vita. Il suo andare verso tutti, soprattutto i più deboli, sconfigge la solitudine e il destino di morte a cui conduce il peccato. Gesù Cristo con la sua vicinanza e tenerezza porta i peccatori nello spazio della grazia e del perdono. E questa è la misericordia di Dio
.
  video della catechesi

Saluti:

...

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Sono lieto di salutare i Vescovi amici del Movimento dei Focolari, riuniti per l’annuale convegno, esortandoli a tenere sempre vivo nel ministero apostolico il carisma dell’unità, in comunione con il Successore di Pietro. ...

Auspico che tutti, in questo Anno Santo della misericordia, vivano ogni forma di potere come servizio per Dio e per i fratelli, con i criteri dell’amore alla giustizia e del servizio al bene comune.

Saluto infine i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. La Quaresima è un tempo favorevole per intensificare la vita spirituale: la pratica del digiuno vi sia di aiuto, cari giovani, per acquisire maggiore padronanza su voi stessi; la preghiera sia per voi, cari ammalati, il mezzo per affidare a Dio le vostre sofferenze e sentirlo sempre vicino; le opere di misericordia, infine, aiutino voi, cari sposi novelli, a vivere la vostra esistenza coniugale aprendola alle necessità dei fratelli.

  Testo integrale

  video integrale



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«Tra il fare e il dire» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)



S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
23 febbraio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Il Signore ci insegni la strada del fare

Non serve a nulla autoproclamarsi cristiani, perché «Dio è concreto» ed è per «il fare», non certo per «la religione del dire». È un richiamo all’essenzialità della vita cristiana quello proposto dal Papa — con tanto di invito all’esame di coscienza sulle beatitudini e in particolare sulla propria testimonianza in famiglia — nella messa celebrata martedì mattina, 23 febbraio, nella cappella della Casa Santa Marta.

«La liturgia della parola oggi ci introduce nella dialettica evangelica fra il fare e il dire» ha subito osservato Francesco, riferendosi al passo del libro del profeta Isaia (1, 10. 16-20). «Il Signore chiama il suo popolo a fare: “Venite, discutiamo”. Discutiamo e “cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova"». Insomma «fate, fate cose», perché «Dio è concreto».


Lo stesso Gesù, del resto, ha detto: «Non quelli che mi dicono: “Signore, Signore” entreranno nel regno dei cieli: ma quelli che hanno fatto!». Dunque «non quelli che dicono» e basta, ma quelli «che hanno fatto la volontà del Padre». Così il Papa ha ricordato che «il Signore ci insegna la strada del fare». E, ha aggiunto, «quante volte troviamo gente — anche noi — tante volte nella Chiesa» che proclama: «Sono molto cattolico!». Ma, viene da chiedere, «cosa fai?». Ad esempio, ha fatto notare Francesco, «quanti genitori si dicono cattolici, ma mai hanno tempo per parlare ai propri figli, per giocare con i propri figli, per ascoltare i propri figli». Forse, ha proseguito, «hanno i loro genitori in una casa di riposo, ma sempre sono occupati e non possono andare a trovarli e li lasciano abbandonati». Però ripetono: «Sono molto cattolico, eh! Io appartengo a quell’associazione...».

Questo atteggiamento, ha affermato il Papa, è tipico della «religione del dire: io dico che sono così, ma faccio la mondanità. Come questi chierici dei quali parlava Gesù». A loro «piaceva farsi vedere, piaceva loro la vanità, ma non la giustizia; a loro piaceva farsi chiamare maestro; a loro piaceva il dire, ma non il fare».

Una realtà richiamata anche dal passo evangelico della liturgia, tratto dal capitolo 23 di Matteo (1-12). «Pensiamo — ha detto il Papa — a quelle dieci ragazze che erano felici, perché quella sera dovevano andare ad aspettare lo sposo. Erano felici! Ma cinque avevano fatto quello che si doveva fare per aspettare lo sposo; le altre cinque erano sulle nuvole». E così, ha proseguito, quando «è arrivato lo sposo mancava loro l’olio: erano stolte».

«Dire e non fare è un inganno» ha messo in guardia il Pontefice. Ed «è un inganno che ci porta proprio all’ipocrisia». Proprio «come Gesù dice di questi chierici». Ma «il Signore va oltre: cosa dice il Signore a quelli che si avvicinano a lui per fare?». Le sue parole sono: «Su, venite e discutiamo! Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. Se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana».

Dunque, ha spiegato Francesco, «la misericordia del Signore è nel fare».
...

In conclusione, prima di riprendere la celebrazione eucaristica, il Papa ha invitato a pregare perché «il Signore ci dia questa saggezza di capire bene dov’è la differenza fra il dire e il fare e ci insegni la strada del fare e ci aiuti ad andare su quella strada, perché la strada del dire ci porta al posto dove erano questi dottori della legge, questi chierici, ai quali piaceva vestirsi ed essere proprio come se fossero dei reucci». Ma «questa non è la realtà del Vangelo!». E allora ecco la preghiera affinché «il Signore ci insegni questa strada».

(fonte: L'Osservatore Romano)

  video



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«La grazia di vedere sempre i Lazzari che sono alla nostra porta, i Lazzari che bussano al cuore» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
25 febbraio 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Apriamo il cuore ai poveri, essi sono Gesù

La fede vera è accorgersi dei poveri che ci sono accanto. Lì c’è Gesù che bussa alla porta del nostro cuore: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. 

Cristiani in una bolla di vanità
Nel Vangelo del giorno Gesù racconta la parabola dell’uomo ricco “che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo e ogni giorno si dava a lauti banchetti” e non si accorgeva che alla sua porta c’era un povero, di nome Lazzaro, coperto di piaghe. Il Papa invita a porsi questa domanda: “Se io sono un cristiano sulla via della menzogna, soltanto del dire, o sono un cristiano sulla via della vita, cioè delle opere, del fare”. Quest’uomo ricco, infatti – nota Francesco – “conosceva i comandamenti, sicuramente tutti i sabati andava in sinagoga e una volta all’anno al tempio”. Aveva “una certa religiosità”:

“Ma era un uomo chiuso, chiuso nel suo piccolo mondo - il mondo dei banchetti, dei vestiti, della vanità, degli amici - un uomo chiuso, proprio in una bolla, lì, di vanità. Non aveva capacità di guardare oltre, soltanto il suo proprio mondo. E quest’uomo non si accorgeva di cosa accadesse fuori del suo mondo chiuso. Non pensava per esempio ai bisogni di tante gente o alla necessità di compagnia degli ammalati, soltanto pensava a lui, alle sue ricchezze, alla sua buona vita: si dava alla buona vita”.

Il povero è il Signore che bussa alla porta del nostro cuore
Era, dunque, un “religioso apparente”, “non conosceva alcuna periferia, era tutto chiuso in se stesso. Proprio la periferia, che era vicina alla porta della sua casa, non la conosceva”. Percorreva “la via della menzogna”, perché “si fidava soltanto di se stesso, delle sue cose, non si fidava di Dio”. “Un uomo che non ha lasciato eredità, non ha lasciato vita, perché soltanto era chiuso in se stesso”. Ed “è curioso” sottolinea Papa Francesco - che “aveva perso il nome. Il Vangelo non dice come si chiamava, soltanto dice che era un uomo ricco, e quando il tuo nome è soltanto un aggettivo è perché hai perso, hai perso sostanza, hai perso forza”:

“Questo è ricco, questo è potente, questo può fare tutto, questo è un prete di carriera, un vescovo di carriera… Quante volte noi… ci viene di nominare la gente con aggettivi, non con nomi, perché non hanno sostanza. Ma io mi domando: ‘Dio che è Padre, non ha avuto misericordia di questo uomo? Non ha bussato al suo cuore per muoverlo?’. Ma sì, era alla porta, era alla porta, nella persona di quel Lazzaro, che sì aveva nome. E quel Lazzaro con i suoi bisogni e le sue miserie, le sue malattie, era proprio il Signore che bussava alla porta, perché quest’uomo aprisse il cuore e la misericordia potesse entrare. Ma no, lui non vedeva, soltanto era chiuso: per lui oltre la porta non c’era niente”.

La grazia di vedere i poveri
Siamo in Quaresima – ricorda il Papa – e ci farà bene domandarci quale strada stiamo percorrendo:

“’Io sono sulla strada della vita o sulla strada della menzogna? Quante chiusure ho nel mio cuore ancora? Dove è la mia gioia: nel fare o nel dire? Nell’uscire da me stesso per andare incontro agli altri, per aiutare? - Le opere di misericordia, eh! O la mia gioia è avere tutto sistemato, chiuso in me stesso?’. Chiediamo al Signore, mentre pensiamo questo, no, sulla nostra vita, la grazia di vedere sempre i Lazzari che sono alla nostra porta, i Lazzari che bussano al cuore, e uscire da noi stessi con generosità, con atteggiamento di misericordia, perché la misericordia di Dio possa entrare nel nostro cuore!”. 
(fonte: Radio Vaticana)

  video


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“L’amore prima del mondo” Papa Francesco risponde ai bambini di tutto il mondo - Se potessi fare un miracolo, guarirei tutti i bambini... La mia risposta al dolore dei bambini è il silenzio oppure una parola che nasce dalle mie lacrime. Non ho paura di piangere...



“L’amore prima del mondo”
Papa Francesco risponde ai bambini di tutto il mondo

Domande e risposte semplici, dirette, senza preconcetti. Sono quelle che hanno ispirato il nuovo libro voluto dalla Loyola Press, la casa editrice della Compagnia di Gesù: “L’amore prima del mondo”. Nel testo, infatti, il Pontefice risponde ai quesiti posti da piccoli di età compresa tra i 6 e i 13 anni. La Loyola Press nel maggio scorso propose l’iniziativa al Papa, che subito accettò. Sono state raccolte 259 lettere da 26 Paesi, tra cui Albania, Cina, Nigeria, Filippine e scuole temporanee che ospitano profughi siriani. Nei mesi scorsi, padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, ha incontrato Francesco a Casa Santa Marta e il Pontefice ha così potuto rispondere alle lettere: “Sono difficili queste domande” ha detto sorridendo Francesco al padre gesuita. I disegni e le domande di 31 bambini sono stati scelti per il libro, che è stato presentato al Pontefice da alcuni di loro - assieme all’intera collezione di lettere - il 22 febbraio, in un incontro privato in Vaticano. Domani 25 febbraio, arriverà nelle librerie italiane, edito da Rizzoli, e dal 1° marzo in quelle di tutto il mondo. Durante il suo viaggio a Filadelfia, per l’VIII Incontro Mondiale delle Famiglie nel settembre 2015, fu proprio Papa Francesco a citare una di queste lettere e la difficoltà nel trovare una risposta. Perché, in fondo, “i bambini sono i migliori intervistatori del mondo”, ha commentato padre Spadaro alla Radio Vaticana.

  video proposto da Tv2000

PAPA FRANCESCO SCRIVE AI BAMBINI

Ryan, João, Natasha, Emil, Yfan, Alessio… I bambini di tutto il mondo, dalla Cina alla Russia, dall’Europa all’Equatore si rivolgono ogni giorno a Papa Francesco per chiedergli aiuto, consigli, risposte ai propri dubbi e spiegazioni sul senso più profondo della fede e dell’esistenza, inviandogli lettere e disegni. Che cosa faceva Dio prima di fare il mondo? Che cosa ne è dei nostri cari dopo la morte? Abbiamo davvero tutti, anche i malvagi, un angelo custode? E ancora: qual è stata la scelta più difficile che il Papa ha dovuto fare nella sua missione e che cosa farebbe se potesse realizzare un miracolo? A queste e altre domande contenute in una trentina di lettere provenienti dai cinque continenti, Papa Francesco risponde con parole semplici e straordinariamente intime, come un padre premuroso, accogliendo e confidando ai più piccoli la sua riflessione sulla vita e sulla fede. Sono corrispondenze indimenticabili che faranno bene a tutti, anche a chi ha perso l’innocenza dei bambini. Perché Dio è semplice, e semplice la sua presenza in mezzo a noi.
(fonte: Rizzoli)
Alcune anticipazioni dal Corriere della Sera

Caro Papa Francesco, 
vorrei sapere di più su Gesù. Come ha camminato sull’acqua? 
Con affetto, Natasha (Kenya, 8 anni) 

Cara Natasha, devi immaginare Gesù che cammina naturalmente, normalmente. Non ha volato sull’acqua o fatto le capriole nuotando. Lui ha camminato come cammini tu, cioè come se l’acqua fosse terra, un piede dopo l’altro, anche vedendo i pesci sotto i suoi piedi far festa o nuotare veloci. Gesù è Dio e lui dunque può fare tutto. Può anche camminare tranquillamente sull’acqua. Dio non affonda, sai?

Caro Papa Francesco, 
quando eri un bambino, ti piaceva ballare? 
Prajla (Albania, 6 anni) 

Tanto, cara Prajla! Ma proprio tanto tanto! Mi piaceva stare insieme con altri bambini, giocare, fare la ronda, ma anche ballare le nostre danze tipiche dell’Argentina. Mi divertivo molto. Poi da ragazzo mi piaceva ballare il tango. Mi piace tanto il tango. Vedi, ballare è esprimere la gioia, l’allegria. Quando uno è triste non può ballare. Generalmente i ragazzi hanno una grande risorsa: essere contenti. E per questo quando si è giovani si balla e così si esprime l’allegria del cuore. Persino il grande re Davide, quando prese Gerusalemme, facendone la Città Santa, vi fece trasportare solennemente l’Arca dell’Alleanza e si mise a ballare davanti ad essa. Non si preoccupò delle formalità, si dimenticò di doversi comportare come un re e si mise a ballare come un ragazzino! Ma Micol, sua moglie, vedendolo dalla finestra saltellare e ballare, lo derise e lo disprezzò nel suo cuore. Questa donna era malata di serietà, la «sindrome di Micol» io la chiamo. La gente che non può esprimere allegria sta sempre seria. Ballate, voi che siete bambini, così non sarete troppo seri quando sarete grandi!

Caro Papa Francesco, la mia mamma è nel paradiso. Le cresceranno le ali d’angelo? 
Luca (Australia, 7 anni) 

Caro Luca, no, no, no! Tua mamma sta in cielo bella, splendida, piena di luce. Non le sono cresciute le ali. È proprio la mamma che tu conosci, ma più bella che mai. E lei ti guarda e sorride a te che sei suo figlio. Ogni volta che ti vede tua mamma è contenta, se ti comporti bene. Se non ti comporti bene, lei ti vuol bene lo stesso e chiede a Gesù di farti più buono. Pensa così la tua mamma: bella, sorridente e piena di affetto per te

Caro Papa Francesco, 
se tu potessi fare un miracolo, che cosa sarebbe? 
Con affetto, William (Usa, 7 anni) 

Caro William, io guarirei i bambini. Non sono riuscito ancora a capire perché i bambini soffrano. Per me è un mistero. Non so dare una spiegazione. Mi interrogo su questo. Prego su questa domanda: perché i bambini soffrono? È il mio cuore che si pone la domanda. Gesù ha pianto e piangendo ha capito i nostri drammi. Io cerco di capire. Se potessi fare un miracolo, guarirei tutti i bambini. Il tuo disegno mi fa riflettere: c’è una grande croce scura e dietro ci sono un arcobaleno e il sole che splende. Mi piace questo. La mia risposta al dolore dei bambini è il silenzio oppure una parola che nasce dalle mie lacrime. Non ho paura di piangere. Non devi averla neanche tu.

Caro Papa Francesco, 
perché ti piace giocare a calcio? Ti auguro buona salute! 
Wing (Cina, 8 anni) 

Caro Wing, mi piace molto il calcio. Io non ho mai giocato partite serie perché non ho mai imparato bene la tecnica del gioco. Il mio piede non è agile. Ma mi piace tanto vedere giocare le squadre sul campo. Sai perché? Perché vedo che è un gioco di squadra, di solidarietà. Mi appassiono nel vedere una partita. Se un giocatore vuole giocare da solo perde, e poi non è amato dai suoi compagni di squadra. Si gioca bene al calcio quando si gioca insieme, quando si fa gioco di squadra e si cerca il bene di tutti senza pensare al bene personale o a mettersi in mostra. Così dovrebbe essere anche nella Chiesa.

Caro Papa Francesco, 
sei mai stato accanto al sacerdote come chierichetto? 
Saluti da Alessio (Italia, 9 anni) 

Caro Alessio, sì che sono stato chierichetto. E tu? Quel chierichetto del disegno sei tu? Ma, senti, adesso è più facile. Devi sapere che quando ero bambino io la messa si celebrava in maniera differente da come si fa adesso. Il prete intanto guardava l’altare, che era accostato al muro, e non le persone. Poi il libro col quale diceva la messa, il messale, era messo sull’altare nella parte destra. Ma prima della lettura del Vangelo si spostava sempre sul lato sinistro. Questo era il mio compito: portarlo da destra a sinistra e da sinistra a destra. Ma che fatica! Era pesante! Io lo prendevo con tutta la mia energia, ma non ero robusto: lo sollevavo e mi cadeva, e così il prete mi doveva aiutare. Era un’impresa! Poi la messa non era in italiano. Il prete parlava ma io non capivo niente. E così anche i miei compagni. Allora poi per gioco imitavamo il prete storpiando un po’ le parole per fare strane frasi in spagnolo. Ci divertivamo. E ci piaceva tanto servire la messa.

  altri disegni pubblicati nel libro



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A pagina sette c’è una foto del papa che è tutto un programma. È seduto, senza la papalina in testa e ha gli occhiali sulla punta del naso. Sorride, divertito, mentre osserva il disegno fatto da un bambino. Sembra proprio un nonno. E si capisce che è contento.
La foto è una delle tante che corredano il bellissimo libro L’amore prima del mondo...
Che ne dite? Questo libro, anche se ha l’aspetto di un libro per bambini, lo posso mettere sullo scaffale accanto a quelli di teologia? Secondo me, sì. E tra i primi.

  Aldo Maria Valli:   Cari bambini… Le risposte di nonno Francesco

Dal 25 febbraio nelle librerie italiane “L’amore prima del mondo”, volume che raccoglie le risposte di Papa Francesco a 30 lettere di bambini, dai 6 ai 13 anni, di tutti i continenti. Edito in Italia dalla Rizzoli, il libro è stato ispirato e voluto dalla “Loyola Press”, la Casa editrice della Compagnia di Gesù negli Usa, e realizzato grazie a padre Antonio Spadaro che ha rivolto le domande dei bambini al Papa e ne ha raccolto le risposte. Sull’importanza di questo piccolo ma prezioso volume, Alessandro Gisotti ha intervistato il padre gesuita Paul Campbell, direttore editoriale della “Loyola Press”:

  Alessandro Gisotti:   P. Campbell: nel libro di Francesco per bambini c’è tutto il suo cuore



Francesco si conferma il Papa delle sorprese rispondendo con una lettera scritta di proprio pugno ad Antonio Socci.

  ALETEIA:   Papa Francesco scrive ad Antonio Socci: “Anche le critiche ci aiutano”


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