"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"
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NEWSLETTER n°6 del 2016
Aggiornamento della settimana -
dal 6 al 19 febbraio 2016 -
Prossima NEWSLETTER prevista per il 26 febbraio 2016
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(GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)"Vengo in Messico come missionario della Misericordia e della Pace" Papa Francesco,
video messaggio al popolo messicano
“Desidero
venire come missionario della misericordia e della pace; stare il più
possibile vicino a voi ma in modo speciale a coloro che soffrono”. Si è
rivolto così Papa Francesco al popolo messicano in un video messaggio a
pochi giorni dal suo viaggio apostolico che lo porterà in visita in
quella terra che definisce benedetta, tanto amata da Dio e tanto cara
alla Vergine Maria.
“Voglio
condividere con voi - ha aggiunto il Papa – una verità fondamentale:
che Dio ci ama con amore infinito al di là dei nostri meriti”. «A
pochi giorni dal mio viaggio in Messico, sono contento, provo una
grande gioia. Ho sempre avuto un ricordo speciale per i messicani nella
mia preghiera. Vi porto nel cuore, ora potrò visitarvi e calpestare
quella terra benedetta, tanto amata da Dio e tanto cara alla Vergine
Maria». Con queste parole comincia il videomessaggio rivolto da Papa
Francesco ai messicani in vista del viaggioin programma dal 12 al 18
febbraio.
«A
pochi giorni dal mio viaggio in Messico, sono contento, provo una
grande gioia. Ho sempre avuto un ricordo speciale per i messicani nella
mia preghiera. Vi porto nel cuore, ora potrò visitarvi e calpestare
quella terra benedetta, tanto amata da Dio e tanto cara alla Vergine
Maria»
«Forse – continua il Pontefice - vi state domandando: che cosa vuole il Papa con questo viaggio?
La risposta è immediata e semplice: desidero venire come missionario della misericordia e della pace; incontrarmi con voi per professare insieme la nostra fede in Dio e condividere una verità fondamentale nella nostra vita: che Dio ci vuole molto bene, che ci ama con un amore infinito, al di là dei nostri meriti. Desidero stare il più vicino possibile a voi, ma in modo particolare a tutti coloro che soffrono, per abbracciarli e dire loro che Gesù li ama molto, che è sempre al loro fianco». Nel
breve video Francesco ribadisce ancora una volta la sua gioia di poter
essere pellegrino al santuario della Vergine di Guadalupe: «Come un
figlio qualunque, mi avvicinerò alla Madre e porrò ai suoi piedi tutto
ciò che ho nel cuore. È bello poter visitare la casa materna e sentire
la tenerezza della sua presenza benevola. Lì la guarderò negli occhi e
la supplicherò di non smettere di guardarci con misericordia, poiché è
la nostra madre del Cielo. A Lei affido fin da ora il mio viaggio e
tutti voi, mie cari fratelli messicani».
video-------------------------------------- SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"Papa Francesco a Cuba: storico abbraccio con il patriarca Kirill
"Finalmente!". E' la parola, in italiano, pronunciata da papa Francesco al suo primo incontro con Kirill. All'inizio del colloquio la parola "hermano" (fratello in spagnolo) è stata ripetuta dal Papa più volte. "Somos hermanos", siamo fratelli, ha ribadito il Pontefice al capo della Chiesa ortodossa russa. A un certo punto Kirill ha anche affermato: "ora le cose sono più facili". E il Papa, in spagnolo, subito tradotto in russo dall'interprete: "E' più chiaro che questa è la volontà di Dio". (ANSA/EPA -12.02.2016) Abbraccio fraterno --------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)VIAGGIO APOSTOLICO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN MESSICO
(12-18 FEBBRAIO 2016)
12 febbraio 2016
Poco dopo le 8 Papa Francesco è partito dall’aeroporto romano di Fiumicino per il suo 12.mo viaggio apostolico. Motto del viaggio, “Missionario di misericordia e di pace”.
Prima tappa Cuba per lo storico incontro con il Patriarca ortodosso russo Kirill all’aeroporto dell’Avana.
La sera precedente, come di consueto, alla vigilia di un viaggio apostolico, la visita di Francesco alla Basilica di Santa Maria Maggiore, dove il Papa si è raccolto in preghiera di fronte all'icona di Maria Salus Populi Romani. Tra
rigide misure di sicurezza, l'auto papale si è fermata in pista, a
pochi metri dall'airbus A330-200 dell'Alitalia, battezzato "Giotto".
Papa Bergoglio, sempre con la consueta borsa nera nella mano sinistra,
è stato accolto, tra gli altri, dal presidente dell'Alitalia, Luca
Cordero di Montezemolo, dal presidente di Enac, Vito Riggio, e da altre
autorità civili e militari, con le quali si è intrattenuto
cordialmente. Subito dopo, il Pontefice, sorridente, è salito sulla
scaletta, appoggiandosi con la mano destra al corrimano, e prima di
entrare nel velivolo ha salutato il personale di bordo che lo attendeva
e i presenti con un ampio cenno della mano.
videoIn aereo il consueto incontro con i giornalisti
Padre Lombardi Santo
Padre, benvenuto tra noi, come sempre, all’inizio di questi bellissimi
viaggi intercontinentali. Questo viaggio ci emoziona molto. Sappiamo
che è un viaggio che Lei ha molto desiderato, sia per l’incontro con il
Patriarca sia poi per l’incontro con il popolo messicano. Ci
prepariamo, quindi, a grandi emozioni e a momenti storici. Le facciamo
i migliori auguri per queste giornate e siamo con Lei per fare bene il
nostro servizio di diffondere la Parola del Signore e le Sue parole.
Siamo,
come vede, un bel gruppo, circa 76, il gruppo internazionale. Abbiamo
dato uno spazio importante ai messicani. Sono una decina i messicani
presenti, ma rappresentano un po’ tutte le nazioni e tutti i Paesi.
Adesso diamo la parola a Lei, per quanto Lei ci voglia dire all’inizio
di questo viaggio. Grazie veramente di essere qua.
Buongiorno!
Vi ringrazio della vostra presenza, del lavoro che farete. E’ un
viaggio impegnativo, troppo serrato, ma tanto voluto: tanto voluto dal
mio fratello Cirillo, da me e anche dai messicani. L’altro giorno,
incominciando l’udienza del mercoledì, la vostra decana messicana mi
aspettava come per farmi entrare nel tunnel del tempo con tutti i film
di Cantinflas. E così sono entrato in Messico per la porta di
Cantinflas, che fa ridere bene. Il mio desiderio più intimo è fermarmi
davanti alla Madonna di Guadalupe, quel mistero che si studia, si
studia, si studia e non ci sono spiegazioni umane. Anche lo studio più
scientifico dice: “Ma questa è una cosa di Dio”. E questo è quello che
fa dire ai messicani: “Io sono ateo, ma sono guadalupano”. Alcuni
messicani: non tutti sono atei!
Anche
un’altra cosa vorrei dirvi: che questo è l’ultimo viaggio nel quale ci
accompagna il dott. Gasbarri. Da 47 anni lui lavora in Vaticano. E’ da
37 anni che si occupa dei viaggi. Lo dico perché possiamo, durante
questi giorni, esprimergli la nostra gratitudine ed anche pensare ad
una piccola festicciola qui, nel rientro… E poi mons. Mauricio Rueda
sarà l’incaricato dei viaggi. Benvenuto!
E adesso se mi permettete vorrei salutarvi personalmente.
Padre Lombardi
Prima
che il Papa saluti i singoli, noi invitiamo la nostra decana che, oltre
ad avere dato dei film al Papa, adesso gli dà modo di proteggersi dal
sole del Messico. Questo è il terzo Papa a cui Valentina offre un
sombrero!
Valentina Alazraki
Perché
si senta messicano! Il primo l’ho donato a Giovanni Paolo II 37 anni
fa. Poi lui ne ha fatto una collezione perché ha viaggiato cinque
volte. Papa Benedetto lo indossò in Guanajuato e disse che si sentiva
messicano. Quindi adesso era il Suo turno. Inoltre, questo sombrero è
venuto da Cuba. Una famiglia messicana se lo era portato a Cuba, ma non
riuscì a consegnarlo a Lei e me lo lasciò. Io promisi, in caso Lei
avesse mantenuto la promessa di andare in Messico, di darglielo. Quello
che non immaginavo è che il sombrero tornasse a Cuba. Questa è stata la
sorpresa! Grazie e buon viaggio!
Papa Francesco
La ringrazio. Grazie Valentina, a Lei, e a tutti i messicani, e a tutti i giornalisti. Molte grazie!
videoE’
atterrato puntuale alle 20 dopo 12 ore di volo, l’aereo dell’Alitaia
con il papa a bordo all’aeroporto internazionale José Martí
dell’Avana.
Ad
accoglierlo il presidente Raúl Castro, il nunzio apostolico a Cuba,
l’arcivescovo Giorgio Lingua e il cardinale Kurt Koch, presidente del
Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani giunto all’Avana qualche
giorno fa.
E’ qui in una sala dello scalo appositamente preparata che Papa Francesco incontra il Patriarca Kirill di Mosca.
E’
la prima volta nella storia che i Primati della Chiesa cattolica e
della Chiesa ortodossa russa si incontrano. Hanno scelto l’isola di
Cuba per incrociare il viaggio del Papa in Messico e la visita che il
Patriarca Kirill sta facendo in Latino America, a Cuba e poi Paraguay e
Brasile.
video integrale (parte prima)Un abbraccio e tre baci, poi un lungo sguardo fisso negli occhi. Così comincia lo storico incontro tra Papa Francesco e il Patriarca Kirill di Mosca .
Dopo essersi salutati davanti ai flash e alle telecamere, si sono seduti su due sedie bianche ed hanno cominciato a parlare con al loro fianco i due traduttori dal russo e dallo spagnolo, il cardinale Kurt Koch e il metropolita Hilarion, capo del Dipatimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. “Hermano, hermano, fratello, fratello, somos hermanos, finalmente!”.
Sono le prime parole pronunciate da Papa Francesco quando ha
abbracciato all’aeroporto de L’Avana il Patriarca di Mosca Kirill.”Ora
le cose sono più facili”, ha detto Kirill. “È chiaro che quello che sta
succedendo oggi è la volontà di Dio”, ha replicato il Papa.
video“Abbiamo
svolto una discussione fraterna di due ore”, che è servita “per la
comprensione e responsabilità delle proprie chiese, per il futuro del
cristianesimo e per il futuro della civiltà umana”. Lo ha detto il
Patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia al termine del suo
incontro con Papa Francesco a Cuba. “E’ stata una discussione piena di
contenuti – ha detto il Patriarca – che ci ha dato la possibilità di
comprendere e sentire la posizione dell’uno e dell’altro. I risultati
di questo colloquio permettono di dire che le nostre due chiese possono
lavorare attivamente, difendendo il cristianesimo in tutto il mondo”.
Il Patriarca ha detto che è, dunque, possibile “lavorare insieme” e
“con piena responsabilità” affinché “non ci sia più la guerra, affinché
ovunque la vita umana sia rispettata, perché si rafforzino le
fondamenta della morale della famiglia e della persona”.
“Abbiamo
parlato come fratelli, abbiamo lo stesso battesimo, siamo vescovi.
Abbiamo parlato delle nostre Chiese e ci siamo trovati d’accordo sul
fatto che l’unità si costruisce camminando”. Queste le prime parole
pronunciate da Papa Francesco nel suo breve saluto alle delegazioni di
Mosca e della Santa Sede subito dopo il colloquio privato con il
Patriarca di Mosca durato circa due ore. “Abbiamo parlato chiaramente,
senza mezze parole – ha detto il Papa -. Vi confesso che ho sentito la
consolazione dello Spirito di questo dialogo e ringrazio per l’umiltà
di Sua Santità, un’umiltà fraterna, e per il suo forte desiderio di
unità. Sono venute fuori una serie di iniziative che credo siano
fattibile e si potranno realizzare. Per questo voglio ringraziare Sua
Santità per la sua benevola accoglienza così come i collaboratori, Sua
eminenza il metropolita Hilarion e il cardinale Koch e tutta la equipe
che ha lavorato per loro e per noi”. L’ultimo pensiero, il Papa lo
rivolge all’isola di Cuba. “Non voglio andare via – ha detto – senza
dare un sentito ringraziamento a Cuba, il grande popolo cubano, e al
suo presidente qui presente. Lo ringrazio per la sua disponibilità
fattiva. Se continua così, Cuba sarà la capitale dell’unità. Che tutto
sia per la gloria di Dio, Padre Figlio e Spirito Santo, e per il bene
del santo popolo fedele di Dio sotto il manto della Santa Madre di Dio”.
I
primati delle due Chiese si sono seduti al tavolo e, alla presenza
delle delegazioni, hanno firmato una Dichiarazione comune che si sono
poi scambiati con un abbraccio.
video il testo della dichiarazione comuneAl termine lo scambio dei doni..
Papa
Francesco ha donato a Kirill un reliquiario con una reliquia di San
Cirillo e un calice. Il Patriarca di Mosca ha donato al Papa una copia,
più piccola dell’originale, della Madonna di Kazan.
video integrale (parte seconda) video con il servizio della vaticanista Cristiana Caricato per TV2000Papa Francesco, dopo l’incontro con il Patriarca Kirill, ha voluto un breve incontro con i giornalisti in volo con lui da Cuba a Città del Messico per condividere i suoi sentimenti. Padre Lombardi
Noi
avevamo cercato di dire al Papa di stare tranquillo, di riposarsi nel
viaggio tra Cuba e il Messico; ma lui è così pieno di entusiasmo e di
gioia dopo questo incontro, che ha voluto assolutamente avere di nuovo
un incontro con noi, per manifestarci i suoi sentimenti e dire quello
che desidera. Santità, grazie mille.
Papa Francesco
Buonasera.
Credo che con la Dichiarazione che avete ricevuto [la Dichiarazione
comune con il Patriarca Kirill], avete lavoro per tutta la notte e per
domani pure! Per questo non facciamo domande e risposte. Ma vorrei
dirvi i miei sentimenti.
Prima
di tutto, il sentimento di accoglienza e di disponibilità del
presidente Castro. Io avevo parlato con lui di questo incontro, l’altra
volta, ed era disposto a fare tutto e abbiamo visto che ha preparato
tutto per questo. E bisogna ringraziare per questo.
Secondo:
con il Patriarca Kirill. E’ stata una conversazione tra fratelli. Punti
chiari, che preoccupano tutti e due, ne abbiamo parlato. Con tutta
franchezza. Io mi sono sentito davanti a un fratello, e anche lui mi ha
detto lo stesso. Due vescovi che parlano della situazione delle loro
Chiese, per prima cosa; e in secondo luogo, sulla situazione del mondo,
delle guerre, guerre che adesso rischiano di non essere tanto “a
pezzi”, ma che coinvolgono tutto; e della situazione dell’Ortodossia,
del prossimo Sinodo panortodosso… Ma io vi dico, davvero, sentivo una
gioia interiore che era proprio del Signore. Lui parlava liberamente e
anche io parlavo liberamente. Si sentiva la gioia. I traduttori erano
bravi, tutti e due. E’ stato un colloquio “a sei occhi”: il Patriarca
Kirill, io, Sua Eminenza il Metropolita Hilarion e Sua Eminenza il
Cardinale Koch, e i due traduttori. Ma con tutta libertà. Parlavamo noi
due, e gli altri se si faceva loro qualche domanda.
Terzo,
si è fatto un programma di possibili attività in comune, perché l’unità
si fa camminando. Una volta io ho detto che se l’unità si fa nello
studio, studiando la teologia e il resto, forse verrà il Signore e
ancora noi staremo facendo l’unità. L’unità si fa camminando,
camminando: che almeno il Signore, quando verrà, ci trovi camminando.
Poi
abbiamo firmato questa Dichiarazione che voi avete in mano: ci saranno
tante interpretazioni, tante. Ma se c’è qualche dubbio, padre Lombardi
potrà dire il vero significato della cosa. Non è una Dichiarazione
politica, non è una Dichiarazione sociologica, è una dichiarazione
pastorale, anche quando si parla del secolarismo e di cose esplicite,
della manipolazione biogenetica e di tutte queste cose. Ma è pastorale:
di due vescovi che si sono incontrati con preoccupazione pastorale. E
io sono rimasto felice. Adesso mi aspettano 23 km di papamobile
aperta...
Vi ringrazio tanto per il vostro lavoro: fate quello che potete! Grazie tante, grazie.
Padre Lombardi
Grazie mille a Lei, Santità, e buon viaggio.
video-------------------------------------- Mai più nulla sarà come prima di Enzo Bianchi
Tutte le chiese erano certe che in un futuro imprecisato il papa di Roma avrebbe incontrato il patriarca di Mosca e di tutta la Russia, l’unico primate della chiesa ortodossa che in cinquant’anni di incontri ecumenici e di viaggi in diverse nazioni aveva sempre dilazionato il faccia a faccia con il papa. Tutti i patriarchi e i primati delle chiese ortodosse e di quelle orientali avevano scambiato l’abbraccio con il patriarca d’Occidente, ma il patriarca russo no. Sono
stati cinquant’anni di attesa, nei quali però c’era chi continuava
silenziosamente ma caparbiamente a lavorare per questo incontro: organi
vaticani, centri ecumenici, vescovi ortodossi non attendevano
passivamente quest’ora che diventava anche urgente, per il sorgere del
problema di cristiani cattolici, ortodossi e orientali perseguitati e
spesso cacciati dal medio oriente e per l’ormai incontestabile bisogno
di una voce unanime capace di levarsi con autorevolezza nella nuova
situazione europea, segnata soprattutto da secolarizzazione e
indifferentismo religioso. Ed
ecco che ieri l’impossibile è avvenuto grazie alla santa risolutezza di
papa Francesco, disposto a rinunciare a ogni precondizione e a lasciare
che fosse il patriarca Kirill a stabilire i termini dell’incontro: “Io
vengo. Tu mi chiami e io vengo, dove vuoi, quando vuoi!”. Parole che
resteranno indelebili, come segno di una profonda convinzione e di una
capacità di umiltà che rinuncia ai riconoscimenti, al protocollo, a
quella che si sarebbe detta la “verità cattolica” dell’autorità del
papa.
E così l’incontro è avvenuto in modo inedito:
nessuno dei protagonisti ha avuto accanto a sé il suo popolo ad
applaudirlo, non c’è stato nessun mega-evento ecclesiale, nessuna
liturgia né sfarzose cerimonie. È
avvenuto l’essenziale: il faccia a faccia tra Francesco e Kirill,
l’abbraccio tanto aspettato, il dialogo di quasi due ore tra fratelli
che mai si erano incontrati ed erano divisi da quasi un millennio. I
temi del dialogo non coincidono pienamente con quelli della
dichiarazione congiunta finale, che è un’attestazione della
preoccupazione dei due capi di chiesa. Certo hanno parlato innanzitutto
dell’ecumenismo del sangue che è testimonianza, martirio da parte delle
loro rispettive chiese; hanno guardato al medio oriente attraversato da
violenze, terrorismo e guerre che fanno fuggire i cristiani; hanno
discusso della testimonianza comune in un mondo non-cristiano. Ma hanno
parlato anche di altri temi: dell’urgente rappacificazione tra chiese
in Ucraina, del rifiuto dell’uniatismo e del proselitismo,
dell’accettazione del diritto dei greco-cattolici a esistere e vivere
accanto agli ortodossi, dei rapporti tra la chiesa di Roma e
l’ortodossia tutta, del dialogo teologico bilaterale che procede con
difficoltà… La dichiarazione comune potrebbe anche sembrare deludente,
ma è un approdo al quale mai era giunta la chiesa ortodossa russa. Ed è
significativo che, accanto alla difesa delle esigenze di giustizia, si
trovino temi ritenuti decisivi da entrambe le parti, come l’etica
familiare e la difesa della vita.
In
ogni caso, ciò che è decisivo è che l’incontro è avvenuto, e ormai
nulla sarà più come prima tra le due chiese. Molti riducono questo
evento a un fatto di politica ecclesiale e, quando ne scrivono, non
riescono a leggerlo in profondità, perché sono solo esperti di
diplomazia ecclesiastica; ma in verità – e credo di dirlo conoscendo
bene la situazione e le parti in causa – ciò che ha determinato
l’incontro e gli dà il significato decisivo è la volontà del
ristabilimento della comunione. Questa passione e questa santa
ossessione ormai la conosciamo bene in Francesco; ma chi conosce Kirill
sa che anche lui è convinto di tale cammino, da autentico discepolo
del metropolita Nikodim morto tra le braccia di Giovanni Paolo I in
Vaticano nel 1978, mentre gli esponeva la reale situazione dei
cristiani nell’URSS. Non si dimentichi che Nikodim venne più volte in
occidente, e anche a Bose, per una testimonianza comune sulla pace
allora minacciata, e che Kirill, sempre a Bose, ha partecipato agli
incontri tra cattolici e ortodossi, sostenendoli in modo risoluto.
Un
lungo cammino quello che si è concluso ieri, del quale non riusciamo
ancora a valutare l’importanza e le possibilità aperte per l’avvenire. Kirill
ha mostrato di essere quello che conoscevamo di lui: un primate
convinto della necessità della sua azione ecumenica per tutte le chiese
ortodosse, dell’urgenza di una collaborazione con il patriarcato
ecumenico di Costantinopoli e di una riconciliazione con la chiesa
cattolica. Alcuni non possono leggere questo evento senza pensare a una
regia politica di Putin e arrivano a contestare questo incontro,
definendo ingenuo il papa.Ma Francesco è un visionario, non vuole
che la chiesa viva di tattiche e di strategie, ma crede nella dinamica
della storia e nella bontà dell’uomo su cui riposa sempre la chiamata
di Dio. Perciò non teme, ma audacemente costruisce ponti anche dove
profondo è l’abisso e largo il fiume che separa le due rive.
(fonte: Monastero di Bose)
Enzo
Bianchi: "... è un grande segno, è una grande speranza per tutte le
difficoltà che si incontrano nell'ecumenismo, nulla d'ora in poi
sembrerà insuperabile!" video-------------------------------------- Il «villaggio globale» di Papa Francesco di mons. Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto
L’incontro
a l’Avana di Papa Francesco con il Patriarca di Mosca e di tutta la
Russia, Kirill, aggiunge un altro, importante tassello al ruolo
internazionale del ministero dell’attuale Vescovo di Roma,
evidenziandone in particolare la dimensione ecumenica, l'apertura alle
soluzioni più audaci e l’incisività sull'intero “villaggio globale”.
Non sorprende, perciò, che si vadano moltiplicando riflessioni e
bilanci sull'attuale pontificato. In questo quadro anche la rivista
Italianieuropei, espressione dell'omonima Fondazione presieduta da
Massimo D’Alema, dedica un numero (l’ultimo del 2015) a Papa Francesco,
intitolandolo “L’impronta di una nuova Chiesa”. A parte una certa
forzatura del titolo, che sembra dimenticare come la Chiesa sia viva e
vegeta dopo duemila anni perché - “semper reformanda” per essere
all'altezza dei doni e delle attese del suo Fondatore - ha vissuto
continui rinnovamenti e sempre nuovi slanci, i contributi raccolti
offrono prospettive non poco stimolanti. Inaugura il fascicolo una
riflessione di Paolo Corsini centrata sulla tesi che “l'impronta
‘impolitica' che papa Francesco assegna al suo pontificato determina il
rifiuto di ogni ingerenza e invasione in campo politico e insieme una
maggiore autonomia della Chiesa”: la tesi ha un indubbio fondo di
verità, perché nulla è più lontano dalle intenzioni del Papa venuto
“quasi dalla fine del mondo” che il volersi immischiare nelle beghe del
politichese nostrano o di qualunque altro Paese del mondo. C'è tuttavia
il rischio che la sottolineatura del carattere “impolitico” di questo
atteggiamento ne impoverisca la singolare forza politico - profetica:
la libertà da ogni collateralismo fa in realtà crescere e non diminuire
l'autorità morale della Chiesa e di conseguenza, in senso ampio e
nobile, il suo peso “politico”.
... È questa la Chiesa che Francesco “sogna”, ben sapendo che perché il sogno diventi realtà sarà necessario il coinvolgimento convinto non solo dell'intero episcopato, ma anche e nella maniera più ampia possibile quello di tutta la comunità cristiana. In tal senso, come mostra Andrea Grillo nel suo contributo su “Cosa è veramente accaduto al Sinodo?”, la recente assemblea sinodale nelle sue due tappe è stata una straordinaria esperienza di collegialità, dove l'esercizio della corresponsabilità pastorale ha aiutato a maturare un nuovo linguaggio, che potrebbe definirsi “inclusivo”, e ha aperto orizzonti di accoglienza, accompagnamento e integrazione, la cui fecondità potrà rivelarsi pienamente solo col tempo e la recezione del messaggio e dello stile voluti da Francesco. Più che “l'impronta di una nuova Chiesa” si tratta, insomma, di un ampio processo di maturazione in atto, avviato coraggiosamente e sostenuto convintamente dal Papa venuto da lontano, che dimostra sempre più di saper guardare veramente lontano. (fonte: Il Sole 24 ore - 14/02/2016)
-------------------------------------- 12 febbraio 2016 Un
vero bagno di folla per l’arrivo di Francesco a Città del Messico. Il
Papa è atterrato questa notte nella capitale messicana accolto dalle
autorità locali, dai vertici della conferenza episcopale e soprattutto
da migliaia di persone.
Il
Papa incontra il Messico e subito tocca con mano il calore di questo
Paese. All’aeroporto una cerimonia informale, ma con migliaia di
persone, canti, balli. Papa
Francesco è stato salutato da una folla festante e ha ricevuto dalle
mani di quattro bambini in abiti tradizionali un cofanetto contenente
terra proveniente dalle 32 entità federative del Paese per la
benedizione papale, accolta dal saluto della folla. Francesco
ha salutato il mariachi che aveva intonato "Cielito Lindo" al suo
arrivo e ha anche indossato il sombrero che questo gli ha offerto. Nessun
discorso ufficiale solo un breve colloquio col presidente della
Repubblica Peña Nieto e poi il Papa si è spostato nella sala d'attesa
dell'hangar e di qui si è diretto verso la Nunziatura apostolica, dove
alloggerà dopo ogni spostamento in Messico fino al 17, quando tornerà
in Vaticano. videoDiciannove
ore da quando è salito sull’aereo a Roma all’atterraggio a Città del
Messico, passando per Cuba. Ma Francesco non si risparmia,
dall’aeroporto alla nunziatura percorre ventidue chilometri in
papamobile e saluta nella notte decine di migliaia di persone lungo le
avenidas.
Tre quarti d’ora circa, tra due ali di folla che hanno acclamato Francesco. Il percorso illuminato da migliaia di cellulari e torce elettrice. Anche attraverso questi gesti si legge la religiosità popolare e profonda di questa gente. Impeccabile il servizio d’ordine, che ha coinvolto anche i quasi 160 mila volontari chiamati a dare il loro apporto dall’organizzazione. Circa venti mila i poliziotti che vigilano sulla sicurezza del Pontefice, anche se non sembrano esserci particolari preoccupazioni. I preparativi della città sono iniziati da almeno una settimana per accogliere al meglio il Papa. Un
interminabile fiume di luci — torce e cellulari — agitate da decine di
migliaia di persone festanti che hanno aderito a un’iniziativa
organizzata da giorni da un comitato promotore e denominata “muraglia
della luce”.
La
festa peraltro è proseguita anche davanti alla nunziatura, dove, dopo
l’arrivo del Papa, si erano radunate centinaia di persone che lo hanno
acclamato con canti e slogan. Una manifestazione di affetto che
probabilmente sarebbe proseguita a lungo, se Francesco non fosse uscito
a salutarli. «Questa sera — ha detto rivolto loro — non dimenticate di
guardare alla Madonna. Pensiamo alle persone a cui vogliamo bene e a
quelli che non ci vogliono bene». Quindi, prima di rientrare, li ha
invitati a recitare un’avemaria.
13 febbraio 2016
Lo
hanno acclamato sin dal mattino aspettando che uscisse dalla nunziatura
dove ha trascorso la notte. Migliaia di persone hanno inneggiato a papa
Francesco nel primo giorno della sua visita al Messico. videoLa
giornata comincia con la cerimonia di benvenuto e la visita di cortesia
del Pontefice al presidente Peña Nieto nel Palacio Nacional del Poder
Ejecutivo Federal e con il successivo incontro con le autorità, i
rappresentanti della società civile e il corpo diplomatico, nel corso
del quale il Papa ha pronunciato il suo primo discorso in terra
messicana.
video...
È motivo di gioia poter calcare questa terra messicana che occupa un
posto speciale nel cuore delle Americhe. Oggi vengo come missionario di
misericordia e di pace, ma anche come un figlio che vuole rendere
omaggio a sua madre, la Vergine di Guadalupe e lasciarsi guardare da
lei.
Cercando
di essere un buon figlio, seguendo le orme della madre, desidero, a mia
volta, rendere omaggio a questo popolo e a questa terra tanto ricca di
cultura, di storia e di diversità.
...
Penso
e oso dire che la principale ricchezza del Messico oggi ha un volto
giovane; sì, sono i suoi giovani. Un po’ più della metà della
popolazione è composta da giovani. Questo permette di pensare e
progettare un futuro, un domani. Questo dà speranza e apertura al
futuro. Un popolo ricco di gioventù è un popolo capace di rinnovarsi,
di trasformarsi; è un invito a sollevare lo sguardo con entusiasmo
verso il futuro e, al tempo stesso, ci sfida positivamente nel
presente. Questa realtà ci porta inevitabilmente a riflettere sulla
responsabilità di ciascuno nella costruzione del Messico che
desideriamo, del Messico che intendiamo trasmettere alle generazioni
future. Ci porta parimenti alla consapevolezza che un futuro ricco di
speranza si forgia in un presente fatto di uomini e donne giusti,
onesti, capaci di impegnarsi per il bene comune, quel “bene comune” che
in questo secolo ventunesimo non è molto apprezzato. L’esperienza ci
dimostra che ogni volta che cerchiamo la via del privilegio o dei
benefici per pochi a scapito del bene di tutti, presto o tardi la vita
sociale si trasforma in un terreno fertile per la corruzione, il
narcotraffico, l’esclusione delle culture diverse, la violenza e
persino per il traffico di persone, il sequestro e la morte, che
causano sofferenza e che frenano lo sviluppo.
...
Mi
dispongo a visitare questo grande e bel Paese come missionario e
pellegrino, che desidera rinnovare con voi l’esperienza della
misericordia quale nuovo orizzonte di possibilità che è inevitabilmente
portatore di giustizia e di pace.
E
mi pongo sotto lo sguardo di Maria, la Vergine di Guadalupe, affinché,
per sua intercessione, il Padre misericordioso ci conceda che queste
giornate e il futuro di questa terra siano una opportunità di incontro,
di comunione e di pace.
Molte grazie.
il testo integrale del discorso alle autoritàLa giornata prosegue, sempre in mattinata, con l’incontro in cattedrale con i vescovi del Paese.
sono
contento di potervi incontrare il giorno dopo il mio arrivo in questo
Paese, che, seguendo i passi dei miei Predecessori, anch’io sono venuto
a visitare.
Non
potevo non venire! Potrebbe il Successore di Pietro, chiamato dal
lontano sud latinoamericano, fare a meno di posare lo sguardo sulla
Vergine “Morenita”?
Vi
ringrazio per avermi accolto in questa Cattedrale, “casita”, “piccola
casa” diventata grande ma sempre “sacra”, che la Vergine di Guadalupe
domandò, e per le gentili parole di benvenuto che mi avete rivolto.
Sapendo
che qui si trova il cuore segreto di ogni messicano, entro con passo
delicato, come bisogna entrare nella casa e nell’anima di questo
popolo, e vi sono profondamente grato di aprirmi la porta. So che
guardando gli occhi della Vergine raggiungo lo sguardo della vostra
gente che, in Lei, ha imparato a manifestarsi. So che nessun’altra voce
può parlare tanto profondamente del cuore messicano come può parlarmene
la Vergine; Ella custodisce i suoi desideri più alti, le sue più
recondite speranze; Ella raccoglie le sue gioie e le sue lacrime; Ella
comprende i suoi numerosi idiomi e risponde loro con tenerezza di Madre
perché sono i suoi figli.
...
il testo integrale del discorso ai Vescovi video-------------------------------------- 13 febbraio 2016 Nel
pomeriggio, lasciata la Nunziatura Apostolica, il Santo Padre Francesco
si è trasferito in papamobile alla Basilica di “Nuestra Señora de
Guadalupe”, il principale santuario del Messico e il più grande
santuario mariano del mondo ove viene venerata la Vergine di Guadalupe,
Patrona del Messico, dei Paesi Americani e delle Filippine.
Il
Papa è arrivato alla Basilica minore e da lì alle ore 17 si è recato in
processione alla nuova Basilica dove ha presieduto la Celebrazione
Eucaristica nel corso della quale, dopo la proclamazione del Vangelo,
ha pronunciato l’omelia che riportiamo di seguito
Abbiamo
ascoltato come Maria andò a visitare la cugina Elisabetta. Senza
indugi, senza dubbi, né lentezze, va ad accompagnare la sua parente che
era agli ultimi mesi di gravidanza.
L’incontro
con l’angelo non ha fermato Maria, perché non si è sentita
privilegiata, o in dovere di staccarsi dalla vita dei suoi. Al
contrario, ha ravvivato e messo in moto un atteggiamento per il quale Maria
è e sarà sempre riconosciuta: la donna del sì, un sì di dedizione a Dio
e, al tempo stesso, un sì di dedizione ai suoi fratelli. E’ il sì che
la mise in movimento per dare il meglio di sé, ponendosi in cammino
incontro agli altri.
Ascoltare
questo brano del Vangelo in questa Casa ha un sapore speciale. Maria,
la donna del sì, ha voluto anche visitare gli abitanti di questa terra
d’America nella persona dell’indio san Juan Diego. Così come si mosse
per le strade della Giudea e della Galilea, nello stesso modo raggiunse
il Tepeyac, con i suoi abiti, utilizzando la sua lingua, per servire
questa grande Nazione. E così come accompagnò la gravidanza di
Elisabetta, ha accompagnato e accompagna la “gravidanza” di questa
benedetta terra messicana. Così
come si fece presente al piccolo Juanito, allo stesso modo continua a
farsi presente a tutti noi, soprattutto a quelli che come lui sentono
“di non valere nulla” (cfr
Nican Mopohua, 55). Questa scelta particolare, diciamo preferenziale,
non è stata contro nessuno, ma a favore di tutti. Il piccolo indio Juan
che si chiamava anche “mecapal, cacaxtle, coda, ala, bisognoso lui
stesso di esser portato” (cfr ibid.) è diventato “il messaggero, molto
degno di fiducia”.
In
quell’alba di dicembre del 1531, si compiva il primo miracolo che poi
sarà la memoria vivente di tutto ciò che questo Santuario custodisce.
In quell’alba, in quell’incontro, Dio risvegliò la speranza di suo
figlio Juan, la speranza di un popolo.In quell’alba Dio ha
risvegliato e risveglia la speranza dei più piccoli, dei sofferenti,
degli sfollati e degli emarginati, di tutti coloro che sentono di non
avere un posto degno in queste terre. In quell’alba Dio si è avvicinato
e si avvicina al cuore sofferente ma resistente di tante madri, padri,
nonni che hanno visto i loro figli partire, li hanno visti persi o
addirittura strappati dalla criminalità.
In
quell’alba, Juanito sperimenta nella sua vita che cos’è la speranza,
che cos’è la misericordia di Dio. Lui è scelto per sorvegliare, curare,
custodire e favorire la costruzione di questo Santuario. A più riprese
disse alla Vergine che lui non era la persona adatta, anzi, se voleva
portare avanti quel lavoro doveva scegliere altri perché lui non era
istruito, letterato o appartenente al novero di coloro che avrebbero
potuto farlo. Maria, risoluta – con la risolutezza che nasce dal cuore
misericordioso del Padre – gli disse no, che lui sarebbe stato il suo
messaggero.
Così
egli riesce a far emergere qualcosa che non sapeva esprimere, una vera
e propria immagine trasparente di amore e di giustizia: nella
costruzione dell’altro santuario, quello della vita, quello delle
nostre comunità, società e culture, nessuno può essere lasciato fuori.
Tutti siamo necessari, soprattutto quelli che normalmente non contano
perché non sono “all’altezza delle circostanze” o perché non “apportano
il capitale necessario” per la costruzione delle stesse. Il santuario
di Dio è la vita dei suoi figli, di tutti e in tutte le condizioni, in
particolare dei giovani senza futuro esposti a una infinità di
situazioni dolorose, a rischio, e quella degli anziani senza
riconoscimento, dimenticati in tanti angoli. Il santuario di Dio sono
le nostre famiglie che hanno bisogno del minimo necessario per potersi
formare e sostenere. Il santuario di Dio è il volto di tanti che
incontriamo nel nostro cammino…
Venendo
in questo santuario ci può accadere la stessa cosa che accadde a Juan
Diego. Guardare la Madre a partire dai nostri dolori, dalle nostre
paure, disperazioni, tristezze, e dirle: “Che cosa posso dare io se non
sono una persona istruita?”. Guardiamo la Madre con occhi che dicono:
“Sono tante le situazioni che ci tolgono la forza, che ci fanno sentire
che non c’è spazio per la speranza, per il cambiamento, per la
trasformazione”.
Per questo credo
che oggi ci farà bene un po’ di silenzio, e guardarla, guardarla molto
e con calma, e dirle come fece quell’altro figlio che la amava molto:
“Guardarti semplicemente - Madre -,
tenendo aperto solo lo sguardo;
guardarti tutta senza dirti nulla,
e dirti tutto, muto e riverente.
Non turbare il vento della tua fronte;
solo cullare la mia solitudine violata
nei tuoi occhi di Madre innamorata
e nel tuo nido di terra trasparente.
Le ore precipitano; percossi,
mordono gli uomini stolti l’immondizia
della vita e della morte, con i loro rumori.
Guardarti, Madre; contemplarti appena,
il cuore tacito nella tua tenerezza,
nel tuo casto silenzio di gigli” (Inno liturgico).
E
nel silenzio, in questo rimanere a contemplarla, sentire ancora una
volta che ci ripete: “Che c’è, figlio mio, il piccolo di tutti? Che
cosa rattrista il tuo cuore?” (cfr Nican Mopohua, 107.118) «Non ci sono forse qui io, io che ho l’onore di essere tua madre?» (ibid., 119).
Lei ci dice che ha “l’onore” di essere nostra madre. Questo ci dà la certezza che le
lacrime di coloro che soffrono non sono sterili. Sono una preghiera
silenziosa che sale fino al cielo e che in Maria trova sempre posto
sotto il suo manto. In lei e con lei, Dio si fa fratello e compagno di
strada, porta con noi le croci per non lasciarci schiacciare da nostri
dolori.
“Non sono forse tua madre? Non sono qui? Non lasciarti vincere dai tuoi dolori, dalle tue tristezze” – ci dice. Oggi
di nuovo torna ad inviarci, come Juanito; oggi di nuovo torna a
ripeterci: sii mio messaggero, sii mio inviato per costruire tanti
nuovi santuari, accompagnare tante vite, asciugare tante lacrime. Basta
che cammini per le strade del tuo quartiere, della tua comunità, della
tua parrocchia come mio messaggero, mia messaggera; innalza santuari
condividendo la gioia di sapere che non siamo soli, che lei è con noi.
Sii mio messaggero – ci dice – dando da mangiare agli affamati, da bere
agli assetati, da’ un posto ai bisognosi, vesti chi è nudo e visita i
malati. Soccorri il prigioniero, non lasciarlo solo, perdona chi ti ha
fatto del male, consola chi è triste, abbi pazienza con gli altri e,
soprattutto, implora e prega il nostro Dio. E in silenzio le diciamo
quello che ci sale dal cuore.
“Non
sono forse tua madre? Non sono forse qui?” – ci dice ancora Maria. Vai
a costruire il mio santuario, aiutami a risollevare la vita dei miei
figli, tuoi fratelli.
videoPapa
Francesco, ieri, al termine dell'Eucaristia nel Santuario Basilica de
Nuestra Señora de Guadalupe, dove è rimasto a lungo seduto, in
preghiera, ha chiesto di poter visitare il caveau dove si conserva la
tilma originale di Juan Diego.
Qui dopo un lungo momento di preghiera si è alzato e ha toccato lievemente l'immagine protetta da un vetro che si conserva presso il cosiddetto "Camarín". videoHa
impressionato la lunga preghiera silenziosa del Papa, solo davanti
all’immagine singolare e veneratissima della Madonna di Guadalupe,
protettrice di tutta l’America. Un momento fortemente voluto,
richiesto, annunciato e poi sottolineato da Bergoglio nei discorsi e
nelle omelie a Città del Messico. Sin dal discorso alle autorità nel
Palacio Nacional, la sede simbolica del potere politico le cui porte si
sono per la prima volta aperte a un Pontefice.
Francesco
è il terzo Papa a visitare il grande paese nordamericano e all’inizio
dell’incontro in cattedrale con l’episcopato si è chiesto come “avrebbe
potuto il successore di Pietro, chiamato dal lontano sud
latinoamericano” non “posare il proprio sguardo sulla Vergine
Morenita”. Con il desiderio, subito dopo dichiarato, di essere
raggiunto da quello materno di Maria.
In silenzio davanti alla Morenita video integrale-------------------------------------- SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"GESTI CHE VALGONO PIU' DI TANTE PAROLE
Papa Francesco si accorge che tra la folla c'è un giovane disabile che lo vuole salutare da vicino e scende per andargli incontro; prenderebbe da solo la carrozzina e finalmente è davanti a lui, occhi negli occhi.(Incontro con le FamiglieStadio “Víctor Manuel Reyna”, Tuxtla Gutiérrez - MESSICO - Lunedì, 15 febbraio 2016) video C'è bisogno di commentare queste immagini? Ci si lascia emozionare e basta.
video--------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)14 febbraio 2016 La
mattina, dopo aver salutato collaboratori e benefattori della
Nunziatura Apostolica di Città del Messico, il Santo Padre Francesco ha
raggiunto in papamobile il Campo militare “Marte” da dove è decollato
in elicottero alla volta di Ecatepec. Al
Suo arrivo all’eliporto, il Papa è stato accolto dal Vescovo di
Ecatepec, S.E. Mons. Oscar Roberto Domínguez Couttolenc, M.G., e da
alcune Autorità locali, tra cui il Presidente della Municipalidad che
gli ha consegnato le chiavi della Città. Quindi, dopo aver girato tra i
fedeli in papamobile lungo il percorso fino alla Sagrestia presso il
Centro Studi di Ecatepec, alle ore 11.30 ha presieduto la Santa Messa
della prima domenica di Quaresima. Nella
sua seconda giornata in Messico il Papa ha scelto di celebrare la
grande messa ai margini della megalopoli di ventuno milioni di
abitanti, che è capitale e sintesi dello sviluppo iniquo di un Paese
dove i poveri sono il 46,2 per cento e il 9,5 vive in miseria estrema.
Nel sobborgo di pendolari, davanti a più di trecentomila persone,
Francesco ha voluto iniziare «il tempo di conversione» della Quaresima.
Il tempo «per aprire gli occhi di fronte a tante ingiustizie che
attentano direttamente al sogno e al progetto di Dio» Nessun Papa era ancora andato a Ecatepec, la cittadina a
soli 50 chilometri da Città del Messico dove papa Francesco ha
celebrato la sua seconda messa nel Paese. Una regione piena di
problemi, dove è forte il culto della "Santa Morte" praticato
soprattutto dai sicari dei narcos. Il sobborgo più grande dell'America
latina, con un milione e 600 mila abitanti, base della maggior parte
dei cartelli della droga che da qui partono per dare l'assalto alla
città. Anche per questo Bergoglio ha deciso di far tappa tra questa
popolazione che lo ha atteso dispiegata a macchia d'olio nell'aerea del
centro studi della città diventata chiesa a cielo aperto.
A
Ecatepec, periferia di Città del Messico, nel Paese con il maggior
numero di cattolici al mondo, segnato dalla corruzione,
dall’ingiustizia e dalla violenza, papa Francesco torna ad additare i
mali spirituali e sociali prodotti dalla mondanità, che deturpano
l’identità e che già non aveva esitato a definire «l’apostasia di oggi».
Mercoledì
scorso abbiamo iniziato il tempo liturgico della Quaresima, nel quale
la Chiesa ci invita a prepararci per celebrare la grande festa della
Pasqua. Tempo speciale per ricordare il dono del nostro Battesimo,
quando siamo stati fatti figli di Dio. La Chiesa ci invita a ravvivare
il dono che ci ha elargito per non lasciarlo nell’oblio come qualcosa
di passato o in qualche “cassetto dei ricordi”. Questo
tempo di Quaresima è un buon momento per recuperare la gioia e la
speranza che ci dà il sentirci figli amati dal Padre. Questo Padre che
ci aspetta per toglierci le vesti della stanchezza, dell’apatia, della
sfiducia e rivestirci con la dignità che solo una vero padre e una vera
madre sanno dare ai loro figli, i vestiti che nascono dalla tenerezza e
dall’amore.
Il
nostro Padre è il Padre di una grande famiglia, è Padre nostro. Sa
avere un amore, ma non sa generare e creare “figli unici” tra di noi.
E’ un Dio che sa di famiglia, di fraternità, di pane spezzato e
condiviso. E’ il Dio del “Padre nostro”, non del “padre mio” e
“patrigno vostro”.
In
ognuno di noi si annida, vive quel sogno di Dio che in ogni Pasqua, in
ogni Eucaristia ritorniamo a celebrare: siamo figli di Dio. Sogno
che hanno vissuto tanti nostri fratelli nel corso della storia. Sogno
testimoniato dal sangue di tanti martiri di ieri e di oggi.
Quaresima,
tempo di conversione, perché quotidianamente facciamo esperienza nella
nostra vita di come quel sogno si trova sempre minacciato dal padre
della menzogna – abbiamo ascoltato nel Vangelo quello che faceva con
Gesù - da colui che vuole dividerci, generando una società famiglia
divisa e conflittuale, una società divisa e conflittuale. Una società
di pochi e per pochi. Quante volte sperimentiamo nella nostra carne, o
nella nostra famiglia, in quella dei nostri amici o vicini, il dolore
che nasce dal non sentire riconosciuta quella dignità che tutti
portiamo dentro. Quante volte abbiamo dovuto piangere e pentirci,
perché ci siamo resi conto di non aver riconosciuto tale dignità negli
altri. Quante volte – e lo dico con dolore – siamo ciechi e insensibili
davanti al mancato riconoscimento della dignità propria e altrui.
Quaresima, tempo per regolare i sensi, aprire gli occhi
di fronte a tante ingiustizie che attentano direttamente al sogno e al
progetto di Dio. Tempo per smascherare quelle tre grandi forme di
tentazione che rompono, dividono l’immagine che Dio ha voluto plasmare.
Le tre tentazioni che ha sofferto Cristo.
Tre tentazioni del cristiano che cercano di rovinare la verità alla quale siamo stati chiamati.
Tre tentazioni che cercano di degradare e di degradarci.
La prima, la ricchezza,
impossessandoci di beni che sono stati dati per tutti, utilizzandoli
solo per me o per “i miei”. E’ procurarsi il pane con il sudore altrui,
o persino con la vita altrui. Quella ricchezza che è il pane che sa di
dolore, di amarezza, di sofferenza. In una famiglia o in una società
corrotta questo è il pane che si dà da mangiare ai propri figli.
La seconda tentazione: la vanità.
Quella ricerca di prestigio basata sulla squalifica continua e costante
di quelli che “non sono nessuno”. La ricerca esasperata di quei cinque
minuti di fama che non perdona la “fama” degli altri. “Facendo legna
dell’albero caduto”, lascia spazio alla terza tentazione, la peggiore,
quella dell’orgoglio, ossia il porsi su un piano di superiorità
di qualunque tipo, sentendo che non si condivide la “vita dei comuni
mortali” e pregando tutti i giorni: “Grazie Signore perché non mi hai
fatto come loro”.
Tre tentazioni di Cristo.
Tre tentazioni con cui il cristiano si confronta quotidianamente.
Tre
tentazioni che cercano di degradare, di distruggere e di togliere la
gioia e la freschezza del Vangelo. Che ci chiudono in un cerchio di
distruzione e di peccato.
Vale la pena che ci domandiamo: fino a che punto siamo consapevoli di queste tentazioni nella nostra persona, in noi stessi?
Fino
a che punto ci siamo abituati a uno stile di vita che pensa che nella
ricchezza, nella vanità e nell’orgoglio stanno la fonte e la forza
della vita?
Fino
a che punto crediamo che il prenderci cura dell’altro, il nostro
preoccuparci e occuparci per il pane, il buon nome e la dignità degli
altri sono fonti di gioia e di speranza?
Abbiamo scelto Gesù e non il demonio. Se
ci ricordiamo di quello che abbiamo ascoltato nel Vangelo, Gesù non
risponde al demonio non nessuna parola propria, ma gli risponde con la
Parola di Dio, con la Parola delle Scritture. Perché, fratelli e
sorelle, mettiamocelo bene in testa: con
il demonio non si dialoga! Non si può dialogare! Perché ci vincerà
sempre. Solo la forza della Parola di Dio lo può sconfiggere! Abbiamo
scelto Gesù e non il demonio: vogliamo seguire le sue orme, ma sappiamo
che non è facile. Sappiamo che cosa significa essere sedotti dal
denaro, dalla fama e dal potere. Perciò la Chiesa ci dona questo tempo,
ci invita alla conversione con una sola certezza: Lui ci sta aspettando
e vuole guarire il nostro cuore da tutto ciò che lo degrada,
degradandosi o degradando altri. E’ il Dio che ha un nome: misericordia. Il
Suo nome è la nostra ricchezza, il Suo nome è la nostra fama, il Suo
nome è il nostro potere; e nel Suo nome ancora una volta ripetiamo con
il salmo: «Mio Dio in cui confido» (91/90,2). Lo vogliamo ripetere
insieme? Tre volte: “Tu sei il mio Dio e in te confido”; “Tu sei il mio
Dio e in te confido”; “Tu sei il mio Dio e in te confido”.
Che
in questa Eucaristia lo Spirito Santo rinnovi in noi la certezza che il
Suo nome è misericordia e ci faccia sperimentare ogni giorno che il
Vangelo «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano
con Gesù» sapendo che con Lui e in Lui «sempre nasce e rinasce la
gioia».
videoDallo
stesso altare colorato da disegni aztechi, da cui prende il sobborgo
Ecatepec, alla folla sotto il sole degli oltre duemila metri, Francesco
ha poi rivolto l’Angelus domenicale.
Cari fratelli,
nella
prima Lettura di questa domenica, Mosè fa al popolo una
raccomandazione. Nel momento del raccolto, nel momento dell’abbondanza,
nel momento delle primizie non dimenticarti delle tue origini, non
dimenticarti da dove provieni. L’azione di grazie nasce e cresce in una
persona e in un popolo che sia capace di fare memoria. Ha le sue radici
nel passato, che tra luci e ombre ha generato il presente. Nel momento
in cui possiamo rendere grazie a Dio perché la terra ha dato il suo
frutto e così possiamo produrre il pane, Mosè invita il suo popolo ad
essere memore enumerando le situazioni difficili attraverso le quali è
dovuto passare (cfr Dt 26,5-11).
In
questo giorno di festa, in questo giorno possiamo celebrare quanto
buono è stato il Signore con noi. Rendiamo grazie per l’opportunità di
essere riuniti nel presentare al Padre Buono le primizie dei nostri
figli e nipoti, dei nostri sogni e progetti. Le primizie delle nostre
culture, delle nostre lingue e delle nostre tradizioni. Le primizie del
nostro impegno…
Quanto
ciascuno di voi ha dovuto passare per arrivare fino a qui! Quanto avete
dovuto “camminare” per fare di questo giorno una festa, un’azione di
grazia! Quanto hanno camminato altri che non hanno potuto arrivare, ma
grazie a loro noi abbiamo potuto andare avanti.
Oggi,
seguendo l’invito di Mosè, vogliamo come popolo fare memoria, vogliamo
essere popolo della memoria viva del passaggio di Dio attraverso il suo
Popolo, nel suo Popolo. Vogliamo guardare i nostri figli sapendo che
erediteranno non solo una terra, una lingua, una cultura e una
tradizione, bensì erediteranno anche il frutto vivo della fede che
ricorda il passaggio sicuro di Dio per questa terra. La certezza della
sua vicinanza e della sua solidarietà. Una certezza che ci aiuta ad
alzare il capo e attendere con desiderio vivo l’aurora.
Con
voi mi unisco anche a questa memoria riconoscente. A questo ricordo
vivo del passaggio di Dio nella vostra vita. Guardando i vostri figli
non posso non fare mie le parole che un giorno il beato Paolo VI
rivolse al popolo messicano: «Un cristiano non può fare a meno di
dimostrare la sua solidarietà per risolvere la situazione di coloro ai
quali ancora non è arrivato il pane della cultura o l’opportunità di un
lavoro onorevole […] non può restare insensibile mentre le nuove
generazioni non trovano la via per realizzare le loro legittime
aspirazioni». E quindi prosegue il beato Paolo VI con un invito a
«stare sempre in prima linea in tutti gli sforzi per migliorare la
situazione di quelli che soffrono indigenza», a vedere «in ogni uomo un
fratello e in ogni fratello Cristo» (Radiomessaggio al popolo messicano nel 75° anniversario dell’incoronazione della B.V. di Guadalupe, 12 ottobre 1970:L’Osservatore Romano, 18 ottobre 1970).
Desidero
invitarvi oggi a stare in prima linea, ad essere intraprendenti in
tutte le iniziative che possano aiutare a fare di questa benedetta
terra messicana una terra di opportunità. Dove non ci sia bisogno di
emigrare per sognare; dove non ci sia bisogno di essere sfruttato per
lavorare; dove non ci sia bisogno di fare della disperazione e della
povertà di molti l’opportunismo di pochi.
Una
terra che non debba piangere uomini e donne, giovani e bambini che
finiscono distrutti nelle mani dei trafficanti della morte.
Questa terra ha il sapore della Guadalupana, colei che sempre ci ha preceduto nell’amore; a lei diciamo dal profondo del cuore:
Vergine
Santa, «aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione, del
servizio, della fede ardente e generosa, della giustizia e dell’amore
verso i poveri, perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini
della terra e nessuna periferia sia priva della sua luce».
video video integrale-------------------------------------- 14 febbraio 2016 Dopo
aver fatto ritorno in nunziatura con l’elicottero, nel tardo pomeriggio
Francesco ha visitato l’ospedale pediatrico “Federico Gomez” di Città
del Messico, un rinomato centro di eccellenza per la medicina
pediatrica nel Centro e Sud America, dove ha incontrato in forma
privata i bambini con loro familiari del reparto oncologico. È un
ospedale pubblico con 212 posti letto che si occupa dei bambini più
poveri: si occupa solo di malattie gravi, curando bambini che
provengono da tutto il Paese ed era stato visitato da Giovanni Paolo II
nella sua prima visita nel Paese del gennaio 1979.
Al
Suo arrivo il Papa è stato accolto dalla “Primera Dama” Angelica
Rivera, la moglie del Presidente Enrique Piña Nieto, dal Ministro della
Salute e dal Direttore dell’ospedale che – alla presenza del Board dei
benefattori della struttura – lo hanno accompagnato all’auditorium
“Jesús Kumate”, dove si trovavano riuniti alcuni degenti con i genitori
ed il personale medico e paramedico dell’ospedale. Nell’auditorium il
Santo Padre, dopo l’indirizzo di saluto della “Primera Dama”, ha
pronunciato il discorso che riportiamo di seguito.
Signora Prima Dama,
Signora Ministro della Salute,
Signor Direttore,
Membri del Patronato,
Famiglie qui presenti,
Amiche a amici, cari bambini,
buonasera!
Ringrazio
Dio per l’opportunità che mi dona di poter venire a visitarvi, di
incontrarmi con voi e le vostre famiglie in questo Ospedale. Poter
condividere un pochino della vostra vita, di quella di tutte le persone
che lavorano come medici, infermieri, membri del personale e volontari
che li assistono, tanta gente che sta lavorando per voi.
C’è
un passo nel Vangelo che ci racconta la vita di Gesù quando era
bambino. Era molto piccolo, come alcuni di voi. Un giorno i suoi
genitori, Giuseppe e Maria, lo portarono al Tempio per presentarlo a
Dio. E lì si incontrano con un anziano che si chiamava Simeone, il
quale, quando lo vede, molto deciso e con molta gioia e gratitudine, lo
prende in braccio e comincia a benedire Dio. Vedere il bambino Gesù
provocò in lui due cose: un senso di gratitudine e il desiderio di
benedire. Ossia, a questo anziano venne voglia di rendere grazie a Dio
e di benedire.
Simeone
è il “nonno” che ci insegna questi due atteggiamenti fondamentali della
vita: quello di ringraziare e quello di benedire.
Qui
io benedico voi; i medici vi benedicono, ogni volta che vi curano, gli
infermieri, tutto il personale, tutti quelli che lavorano vi
benedicono, voi bambini, però anche voi dovete imparare a benedire loro
e a chiedere a Gesù che abbia cura di loro perché loro hanno cura di
voi. Io qui (e non
solo per l’età) mi sento molto vicino a questi due insegnamenti di
Simeone. Da un lato, attraversando quella porta e vedendo i vostri
occhi, i vostri sorrisi – alcuni birbanti! – i vostri volti, mi ha
fatto venire il desiderio di rendere grazie. Grazie
per l’affetto che avete nell’accogliermi; grazie perché vedo l’affetto
con cui siete curati qui, l’affetto con cui siete accompagnati. Grazie
per lo sforzo di tanti che stanno facendo del loro meglio perché
possiate riprendervi presto. E’
così importante sentirsi curati e accompagnati, sentirsi amati e sapere
che state cercando il modo migliore di curarci; per tutte queste
persone dico: grazie, grazie.
E
nello stesso tempo, desidero benedirvi. Voglio chiedere a Dio che vi
benedica, accompagni voi e i vostri familiari, tutte le persone che
lavorano in questa casa e fanno in modo che quei sorrisi continuino a
crescere ogni giorno. A tutte le persone che non solo con medicinali
bensì con la “affettoterapia” aiutano perché questo tempo sia vissuto
con più gioia. E’ tanto importante la “affettoterapia”! Tanto importante. A volte una carezza aiuta tanto a stare meglio.
Conoscete
l’indio Juan Diego voi, o no? [“Sì!”] Vediamo: alzi la mano chi lo
conosce… Quando lo zio del piccolo Juan era malato, lui era molto
preoccupato e angustiato. In quel momento, appare la Vergine di
Guadalupe e gli dice: “Non si turbi il tuo cuore e non ti inquieti cosa
alcuna. Non ci sono qui io, che sono tua Madre?”. Abbiamo la nostra
Madre: chiediamole di offrirci al suo Figlio Gesù.
E
adesso, ai bambini chiedo una cosa: chiudiamo gli occhi, chiudiamo gli
occhi e domandiamo quello che il nostro cuore oggi desidera. Un momento
di silenzio con gli occhi chiusi e dentro chiediamo quello che
vogliamo… E adesso insieme diciamo a nostra Madre: Ave Maria…
Che
il Signore e la Vergine di Guadalupe vi accompagnino sempre. Tante
grazie! E per favore non dimenticatevi di pregare per me. Non
dimenticatevi! Il Signore vi benedica.
videoÈ stato un incontro commovente e pieno di umanità.
Accolto
da grida festose, il Papa ha voluto salutare uno ad uno dei bambini –
la maggior parte dei quali in sedia a rotelle – distribuendo abbracci,
carezze, baci sulla fronte. Ha parlato e giocato con i bambini ha
dispensato carezze, ha anche spiegato il Rosario; a un bimbo, che lo ha
abbracciato calorosamente, ha somministrato la medicina. Il Pontefice
ha ricevuto abbracci, lettere, disegni, bigliettini con fiori di carta.
Ma le immagini dicono più delle parole... ecco qualche esempio di “affettoterapia”!!!
La ragazzina malata, l'Ave Maria e quell'abbraccio muto del Papa di Marina Corradi All'ospedale
pediatrico "Federico Gomez" di Città del Messico il Papa andava a
incontrare il dolore dei bambini: quello degli innocenti, che da sempre
e più di ogni altro appare inaccettabile agli uomini. Quella sofferenza
che nei Fratelli Karamazov suscita in Dostoevskij il famoso
interrogativo: “Se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza
l’armonia eterna, che c’entrano i bambini? È del tutto incomprensibile
il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocchi pure a
loro comprare l’armonia con la sofferenza”. Dunque
il Papa è entrato nelle stanze del dolore innocente - nel video di
romereports.com si sentono distintamente i pianti dei piccoli malati. E
si è trovato di fronte Alexia, 15 anni, malata di osteosarcoma, una
grave forma di tumore osseo. Alexia sedeva in carrozzella, il capo
avvolto da un turbante a nascondere la calvizie della chemioterapia. Il
volto della ragazza, che dà le spalle agli obiettivi, nelle riprese non
si vede: si vede invece la faccia del Papa, in piedi davanti a lei. La
giovane malata dunque intona l'Ave Maria di Schubert. Ha una voce
sottile e cristallina, che non teme di cimentarsi con le note più
acute. Attorno a lei, improvvisamente, tutti fanno silenzio - come per
un ordine che nessuno ha impartito. La quindicenne leva il suo canto
limpido, e il Papa si china su di lei, assorto - quasi come se nemmeno
lui si aspettasse quel canto, da una fanciulla poco più che bambina, in
un reparto oncologico. E
a chi sta a guardare quel minuto a Città del Messico la domanda di
Dostoevskij torna in mente, con tutta la ribellione che il dolore dei
bambini genera, sempre. È una pietra miliare nell'ateismo, quell'antica
domanda: se davvero Dio è così buono, perchè lascia soffrire i bambini?
E non c'è alcuna risposta che possa aggiustare lo scandalo: se non il
chinare la fronte davanti alla sofferenza di Cristo in croce - cui
anche i bambini, come agnelli, misteriosamente partecipano. Ma l'Ave
Maria della fanciulla messicana, con la sua quieta limpidezza,
addirittura suggerisce l'idea che, perfino a 15 anni - quanti forse ne
aveva la Madonna nel giorno del suo "sì" all'Angelo - il dolore possa
essere accettato, e offerto. È
un mistero, quella preghiera chiara di una ragazza inseguita dal
cancro. Forse per questo Francesco, chino su di lei, si commuove. E
alla fine semplicemente, muto, la stringe fra le braccia. (fonte: Avvenire) video-------------------------------------- 15 febbraio 2016 L’aereo
del Pontefice è decollato dall’aeroporto internazionale “Benito Juarez”
della capitale messicana – dove Francesco è giunto dalla Nunziatura a
bordo della Fiat 500L bianca e nera.
Tuxtla
Gutiérrez si trova a circa 750 chilometri da Città del Messico, il volo
è atterrato intorno alle 15:50 dopo un’ora e 40 minuti, il programma è
serratissimo.
Ad
accoglierlo all’aeroporto centinaia di bambini che hanno cantato con i
costumi colorati della tradizione locale. Il Papa è stato ricevuto
dall’arcivescovo mons. Fabio Martinez Castilla poi Bergoglio si è
imbarcato sull’elicottero che lo ha portato a San Cristobal de Las
Casas, a circa 50 chilometri di distanza.
Papa
Francesco, dopo quasi due ore di aereo da Tuxla Gutierrez, méta del
volo da Città del Messico, e un tragitto in elicottero, è atterrato a
San Cristóbal de Las Casas.
A lui è stata riservata un'accoglienza
entusiasta nel suo giro in "papamobile" tra gli oltre centomila
fedeli presenti nel Centro sportivo municipale, dove ha celebrato la
Messa con le comunità indigene. Si sono ascoltati i canti e le letture
della liturgia nelle lingue autoctone della zona.
La
folla lo ha acclamato senza sosta - "Bienvenido papa Francisco!" -
mentre lui dall'auto, accompagnato dal vescovo locale monsignor Felipe
Arizmendi Esquivel con indosso un poncho colorato, dispensava saluti e
benedizioni, fermandosi continuamente a baciare bambini che gli
venivano avvicinati dagli uomini della sicurezza. "Benvenuto il Papa
della pace! - ripetevano in coro i presenti insieme allo speaker -
Benvenuto il Papa della giustizia! Benvenuto il papa dei poveri!". "Viva il popolo maya", si è anche gridato.
Un
momento di forte intensità e commozione si è avuto alla "supplica" dei
fedeli pronunciata in lingua locale da un rappresentante indio con toni
incalzanti e di profonda emozione, quasi piangendo, sui drammi subiti
dalla propria gente. Durante la "supplica" i tanti indios presenti alla
messa ascoltavano a capo chino, in ginocchio, con le mani sul viso o
sul capo. Il Papa ha ascoltato, a sua volta, in assorto raccoglimento.
L'omelia di Papa Francesco «Li
smantal Kajvaltike toj lek – La legge del Signore è perfetta, rinfranca
l’anima» (Sal 19/18,8): così cominciava il Salmo che abbiamo ascoltato.
La legge del Signore è perfetta; e il salmista si propone di enumerare
tutto ciò che tale legge produce in chi la ascolta e la segue:
rinfranca l’anima, rende saggio il semplice, fa gioire il cuore, è luce
per illuminare il cammino (cfr Sal 19/18,8-9). Questa
è la legge che il Popolo d’Israele aveva ricevuto per mano di Mosè, una
legge che avrebbe aiutato il Popolo di Dio a vivere nella libertà alla
quale era stato chiamato. Legge che chiedeva di essere luce ai loro
passi e accompagnare il peregrinare del Suo Popolo. Un Popolo che aveva
sperimentato la schiavitù e il dispotismo del Faraone, che aveva
sperimentato la sofferenza e i maltrattamenti, finché Dio disse
“basta!”, finché Dio disse: “non più!”. Ho visto l’afflizione, ho udito
il grido, ho conosciuto la sua angoscia (cfr Es 3,9). E lì si manifesta
il volto del nostro Dio, il volto del Padre che soffre di fronte al
dolore, al maltrattamento, all’ingiustizia nella vita dei suoi figli e
la sua Parola, la sua legge diventava simbolo di libertà, simbolo di
gioia, di sapienza e di luce. Esperienza, realtà che trova eco in
quella espressione che nasce dalla sapienza allevata in queste terre
fin dai tempi lontani e che così recita nel Popol Vuh: “L’alba
sopraggiunse sopra le tribù riunite. La faccia della terra fu subito
risanata dal sole” (33). L’alba sopraggiunse per i popoli che più volte
hanno camminato nelle diverse tenebre della storia. In
questa espressione, c’è un anelito a vivere in libertà, un anelito che
ha il sapore di terra promessa, dove l’oppressione, il maltrattamento e
la degradazione non siano moneta corrente. Nel
cuore dell’uomo e nella memoria di molti dei nostri popoli è inscritto
l’anelito a una terra, a un tempo in cui il disprezzo sia superato
dalla fraternità, l’ingiustizia sia vinta dalla solidarietà e la
violenza sia cancellata dalla pace. Il
nostro Padre non solo condivide questo anelito: Egli stesso lo ha
suscitato e lo suscita donandoci il suo Figlio Gesù Cristo. In Lui
troviamo la solidarietà del Padre che cammina al nostro fianco. In Lui
vediamo come quella legge perfetta prende carne, prende volto, prende
la storia per accompagnare e sostenere il suo Popolo; si fa Via, si fa
Verità, si fa Vita affinché le tenebre non abbiano l’ultima parola e
l’alba non cessi di venire sulla vita dei suoi figli. In
molti modi e in molte forme si è voluto far tacere e cancellare questo
anelito, in molti modi hanno cercato di anestetizzarci l’anima, in
molte forme hanno preteso di mandare in letargo e addormentare la vita
dei nostri bambini e giovani con l’insinuazione che niente può cambiare
o che sono sogni impossibili. Davanti a queste forme, anche il creato
sa alzare la sua voce: «Questa sorella protesta per il male che le
provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che
Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi
proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che
c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi
di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli
esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22)» (Enc. Laudato si’, 2). La sfida ambientale che viviamo e le sue radici umane ci toccano tutti (cfr ibid., 4) e ci interpella. Non possiamo più far finta di niente di fronte a una delle maggiori crisi ambientali della storia. In
questo voi avete molto da insegnarci, da insegnare all’umanità. I
vostri popoli, come hanno riconosciuto i Vescovi dell’America Latina,
sanno relazionarsi armonicamente con la natura, che rispettano come
«fonte di nutrimento, casa comune e altare del condividere umano» (Documento di Aparecida, 472). Tuttavia,
molte volte, in modo sistematico e strutturale, i vostri popoli sono
stati incompresi ed esclusi dalla società. Alcuni hanno considerato
inferiori i loro valori, la loro cultura, le loro tradizioni. Altri,
ammaliati dal potere, dal denaro e dalle leggi del mercato, li hanno
spogliati delle loro terre o hanno realizzato opere che le inquinavano.
Che tristezza! Quanto farebbe bene a tutti noi fare un esame di
coscienza e imparare a dire: perdono! Perdono, fratelli! Il mondo di
oggi, spogliato dalla cultura dello scarto, ha bisogno di voi! I giovani di oggi,
esposti a una cultura che tenta di sopprimere tutte le ricchezze, le
caratteristiche e le diversità culturali inseguendo un mondo omogeneo, hanno bisogno – questi giovani – che non si perda la saggezza dei loro anziani! Il mondo di oggi, preso dal pragmatismo, ha bisogno di reimparare il valore della gratuità! Stiamo
celebrando la certezza che «il Creatore non ci abbandona, non fa mai
marcia indietro nel suo progetto d’amore, non si pente di averci
creato» (Enc. Laudato si’,
13). Celebriamo che Gesù Cristo continua a morire e risorgere in ogni
gesto che compiamo verso il più piccolo dei nostri fratelli.
Incoraggiamoci a continuare ad essere testimoni della sua Passione,
della sua Risurrezione incarnando Li smantal Kajvaltike toj lek - “la
legge del Signore che è perfetta e rinfranca l’anima”. video dell'omelia video integrale
Dopo l’affollatissima Messa, Papa Francesco ha pranzato con otto rappresentanti delle comunità indigene del Chiapas.
Seduti al tavolo con il Santo Padre c’erano “otto indigeni
che rappresentavano le diverse componenti della comunità”, ha spiegato
Padre Lombardi, “quindi c’era un sacerdote indigeno, molto semplice,
una persona affascinante nella sua semplicità di vita e di espressione,
vestito come un indigeno: non aveva nessuna distinzione clericale
particolare; poi c’era un rappresentante dei diaconi, con la moglie;
poi una religiosa, un rappresentante dei giovani, un catechista, tutti
però delle comunità indigene locali. E il Papa si è intrattenuto con
loro, con una conversazione molto semplice”.
Papa
Francesco è passato nella cattedrale di San Cristóbal de las Casas, la
cattedrale di cui Samuel Ruiz è stato vescovo per 40 anni, e dove è
sepolto. Lì, ha raccontato Lombardi, “ha incontrato tantissimi malati:
c’era un migliaio di persone. Poi, naturalmente, è passato davanti alla
tomba di Samuel Ruiz, ha sostato in preghiera – brevemente, ma ha
sostato in preghiera – e poi ha continuato il suo itinerario di
consolazione e di incontro con le persone che erano presenti nella
cattedrale”.
video-------------------------------------- 15 febbraio 2016 Incontro con le Famiglie nello Stadio “Víctor Manuel Reyna” a Tuxtla Gutiérrez
Dopo
la Messa con gli indios e il pranzo condiviso, Papa Francesco ha
sostato in preghiera alla Cattedrale di San Cristobal de las Casas
prima di volare fino a Tuxtla Gutierrez, sempre nello Stato del
Chiapas, per l'ultimo appuntamento della giornata: l'incontro con le
famiglie dove 50mila persone in festa lo attendevano.
La testimonianza di Humberto e Claudia e i gesti del Papa
Papa
Francesco ha stretto a sé, trattenendoli in un lungo abbraccio,
Humberto e Claudia Gomez, una coppia di divorziati risposati che hanno
raccontato la loro esperienza nello stadio di Tuxtla Gutierrez, nel
Chiapas, gremito da oltre 50mila fedeli in rappresentanza delle
famiglie cattoliche del Messico.
La
coppia, sposata civilmente da 16 anni, ha raccontato al Papa che
Humberto era precedentemente celibe e Claudia divorziata con tre figli.
Hanno poi avuto un bambino che «ora ha 11 anni ed è un chierichetto».
Da tre anni fanno parte di un gruppo di divorziati risposati seguito
dalla Chiesa. «Come divorziati risposati non possiamo accedere
all’Eucaristia - ha detto Humberto a nome anche della moglie,
operatrice sociale in un carcere -, ma la comunione la troviamo nel
povero, nel malato, nell'abbandonato». «Noi cerchiamo di trasmettere
l’amore di Dio, che abbiamo sentito». «È meraviglioso avere un
matrimonio e una famiglia, in cui il centro è Dio», hanno detto. Al
momento dell'abbraccio entrambi gli sposi erano commossi.
Un
altro momento toccante è avvenuto quando un bambino malato è stato
"issato" con la sua sedia a rotelle sul palco del Papa nello Stadio di
Tuxtla Gutierrez. La scena ha ricordato quello che accadde a Gesù nella
casa di Simon Pietro a Cafarnao, quando gli calarono un paralitico dal
tetto. Papa Francesco lo ha accarezzato più volte.
videoUltimo
fuori programma: una delle bambine del coro ha voluto correre in
braccio da Papa Francesco che l'ha stretta a sé, con tenerezza. (fonte: Avvenire)
Il discorso di Papa Francesco
Rendo
grazie a Dio per essere oggi in questa terra del Chiapas. È bello
essere su questo suolo, è bello essere su questa terra, è bello essere
in questo luogo che grazie a voi ha sapore di famiglia, di casa. Rendo
grazie per i vostri volti e la vostra presenza, ringrazio Dio per il
palpitare della Sua presenza nelle vostre famiglie. E grazie anche a
voi, famiglie e amici, che ci avete regalato la vostra testimonianza,
che ci avete aperto le porte delle vostre case, le porte della vostra
vita; ci avete permesso di sedere alla vostra “mensa” dove condividete
il pane che vi nutre e il sudore davanti alle difficoltà quotidiane. Il
pane delle gioie, della speranza, dei sogni e del sudore davanti alle
amarezze, alla delusione e alle cadute. Grazie per averci permesso di
entrare nelle vostre famiglie, alla vostra mensa, nella vostra casa.
Manuel,
prima di ringraziarti per la tua testimonianza, voglio ringraziare i
tuoi genitori: tutt’e due in ginocchio davanti a te tenendoti il
foglio. Avete visto che immagine è questa? I genitori in ginocchio
accanto al figlio malato. Non dimentichiamo questa immagine! Poi loro
ogni tanto litigano pure… Quale marito e quale moglie non litigano? E
di più quando ci si mette la suocera, ma non importa… Però si amano, e
ci hanno dimostrato che si amano e sono capaci, per l’amore che hanno,
di mettersi in ginocchio davanti a loro figlio malato. Grazie amici per
questa testimonianza che avete dato, e andate avanti. Grazie! E a te,
Manuel, grazie per la tua testimonianza e soprattutto per il tuo
esempio. Mi ha colpito quell’espressione che hai usato: “dare coraggio”
(echarle ganas), come l’atteggiamento che hai assunto dopo aver parlato
con i tuoi genitori. Hai iniziato a dare coraggio alla vita, dare
coraggio alla tua famiglia, dare coraggio tra i tuoi amici e dare
coraggio anche a noi qui riuniti. Grazie! Credo che questo sia ciò che
lo Spirito Santo vuole sempre fare in mezzo a noi: dare coraggio,
regalarci motivi per continuare a scommettere sulla famiglia, a sognare
e costruire una vita che sappia di casa e di famiglia. Ce la mettiamo
tutta? [“Sì!”]. Grazie!
...
Certo,
vivere in famiglia non sempre è facile, spesso è doloroso e faticoso,
ma, come più di una volta ho detto riferendomi alla Chiesa, penso che
questo possa essere applicato anche alla famiglia: preferisco una
famiglia ferita che ogni giorno cerca di coniugare l’amore, a una
famiglia e una società malata per la chiusura o la comodità della paura
di amare. Preferisco una famiglia che una volta dopo l’altra cerca di
ricominciare a una famiglia e una società narcisistica e ossessionata
dal lusso e dalle comodità. “Quanti figli avete?” – “No, non ne abbiamo
perché ci piace andare in vacanza, fare turismo, voglio comprarmi una
villa…”. Il lusso e la comodità; e i figli aspettano; e quando ne vuoi
uno, ormai è passato il momento. Che danno che fa questo! Preferisco
una famiglia con la faccia stanca per i sacrifici a una famiglia con le
facce imbellettate che non sanno di tenerezza e compassione. Preferisco
un uomo e una donna, il Signor Aniceto e la Signora, con il viso rugoso
per le fatiche di tutti i giorni, che da più di 50 anni continuano a
volersi bene, e oggi li abbiamo qui; e il figlio ha imparato la
lezione, e già fa 25 anni di matrimonio. Queste sono le famiglie!
Quando prima ho chiesto al Signor Aniceto e alla Signora chi ha avuto
più pazienza in questi 50 anni: “Tutt’e due, padre”. Perché in
famiglia, per arrivare dove sono arrivati loro, ci vuole pazienza,
amore, bisogna sapersi perdonare. “Padre, in una famiglia perfetta non
ci sono mai discussioni”. Non è vero: è bene che ogni tanto si discuta,
e che voli qualche piatto, va bene, non abbiate paura. L’unico
consiglio è di non finire la giornata senza fare la pace, perché se
finite la giornata in guerra arrivate al mattino in “guerra fredda”, e
la “guerra fredda” è molto pericolosa in famiglia perché va scavando da
sotto le rughe della fedeltà coniugale. Grazie per la testimonianza di
volersi bene per più di 50 anni. Tante grazie!
E
parlando di rughe – per cambiare un po’ argomento – ricordo la
testimonianza di una grande attrice, un’attrice di cinema
latinoamericana, quando già quasi sessantenne cominciavano a mostrarsi
le rughe del viso e le consigliarono un “ritocco”, un “ritocchino” per
poter continuare a lavorare bene, la sua risposta fu molto chiara:
“Questa rughe mi sono costate molto lavoro, molto sforzo, molto dolore
e una vita piena, nemmeno per sogno le voglio toccare: sono le impronte
della mia storia”. E continuò ad essere una grande attrice. Nel
matrimonio succede lo stesso. La vita matrimoniale deve rinnovarsi
tutti i giorni. E, come ho detto prima, preferisco famiglie con le
rughe, con ferite, cicatrici, ma che vanno avanti perché quelle ferite,
quelle cicatrici, quelle rughe sono frutto della fedeltà di un amore
che non sempre è stato facile. L’amore non è facile, non è facile, no,
ma è la cosa più bella che un uomo e una donna possono darsi a vicenda,
il vero amore, per tutta la vita.
Mi
hanno chiesto di pregare per voi, e voglio iniziare a farlo proprio
adesso. Voi, cari messicani, avete un “di più”, correte avvantaggiati.
Avete la Madre, la Madonna di Guadalupe che ha voluto visitare queste
terre, e questo ci dà la certezza che, attraverso la sua intercessione,
questo sogno chiamato famiglia non sarà sconfitto dall’insicurezza e
dalla solitudine. Lei è madre ed è sempre pronta a difendere le nostre
famiglie, a difendere il nostro futuro, è sempre pronta a darci
coraggio donandoci il suo Figlio. Per questo vi invito, così come
state, senza muovervi molto, a prendervi per mano e insieme a dirle:
“Ave Maria…”.
E non dimentichiamoci di san Giuseppe! Silenzioso, lavoratore, ma sempre sulla breccia, sempre a prendersi cura della famiglia.
Grazie! Dio vi benedica, e pregate per me.
* * *
Ed
ora, in questo quadro di festa familiare, voglio invitare i coniugi qui
presenti a rinnovare, in silenzio, le loro promesse matrimoniali. E
quelli che sono fidanzati, chiedano la grazia di una famiglia fedele e
piena d’amore. In silenzio, rinnovare le promesse matrimoniali, e i
fidanzati chiedere la grazia di una famiglia fedele e piena d’amore.
video video integrale-------------------------------------- Durante il volo che da Ciudad Juárez lo riportava a Roma al termine del Viaggio Apostolico in Messico, Papa Francesco ha incontrato in conferenza stampa gli operatori dei media a bordo dell’aereo. videoQuesta la trascrizione della conversazione del Papa con i giornalisti:
(Padre Lombardi)
Santo
Padre, grazie per essere qui, come al termine di ogni viaggio, per la
conversazione di sintesi, un grande sguardo sul viaggio avvenuto, e la
Sua disponibilità a rispondere a tante domande della nostra comunità
internazionale. Abbiamo come al solito chiesto ai diversi gruppi
linguistici di organizzarsi e presentare alcune domande, ma cominciamo
con i colleghi del Messico, naturalmente. Allora, Le chiediamo di
rispondere in spagnolo ai primi due, e poi dopo in italiano, perché
diversi dei colleghi capiscono meglio.
... (Papa Francesco)
Buon
viaggio. Grazie tante per il vostro lavoro e pregate per me. E sapete
che io sono a vostra disposizione. E giocate con i vostri figli!
......--------------------------------------
(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)MAFIA - D'AMICO Carmelo di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) decide di collaborare con la giustizia dopo la scomunica ai mafiosi di Papa Francesco In
una lettera del 4 aprile 2015 di D'Amico che chiedeva di essere
«Ascoltato con urgenza per motivi giudiziari». Aveva paura e ha paura
per la sua famiglia che si trova a Barcellona Pozzo di Gotto, e ha
raccontato di non avere collaborato subito per questo motivo. A dargli
la spinta sarebbe stato, a suo dire, la scomunica dei mafiosi di Papa Francesco: «Parole che mi hanno colpito moltissimo. Mi hanno fatto riflettere e così ho deciso di cambiare vita». Gli
inquirenti stanno incrociando i dati con altre fonti e sono così
riusciti a ricostruire movente e modalità di una serie impressionante
di omicidi finora irrisolti che tratteggiano vent’anni di storia della
criminalità barcellonese. “Decidemmo di tagliare le mani di quel ragazzo per dare un esempio a tutti. A Barcellona non si doveva robbare”,
racconta D’Amico al Pm Angelo Cavallo. Il racconto di D’Amico è stato
confermato dal fratello Francesco, che ha svelato anche una discussione
con un altro del commando, qualche giorno dopo. I due commentarono che
le modalità con cui erano state mozzate le mani, con la precisione di
un esperto, in corrispondenza delle giunture, potevano portare gli
investigatori a Calderone, quasi fossero una “firma”. ... Gotha 6: tutti gli indagati e i delitti più efferati. Le nuove verità sull'Aias Verbali inediti D'Amico: ''Perché pentirsi? Temevo la scomunica di Papa Francesco''Oltre
alle dichiarazioni sugli omicidi ordinati dalla cosca di Barcellona, il
pentito D’Amico ha regalato agli inquirenti anche alcune ricostruzioni
sui rapporti tra Cosa nostra e la massoneria nel messinese. ... FATTO QUOTIDIANO - Mafia, 13 arresti per 17 omicidi... Gotha 6, Lo Forte: ''Omicidio Alfano ancora aperto''- Sonia Alfano:
''Ancora manca la 'zona grigia''' D'Amico: ''Attilio Manca ucciso dai Servizi segreti''"Gotha6", il ventennio della guerra di mafia. 13 arresti Servizio AM video"Gotha6", ricostruiti movente e dinamiche di 17 omicidi
Servizio AM
video"Gotha6", intervista Giuseppe Governale, comandante R.O.S. Servizio AM
video"L'organizzazione della cosca del Longano" Servizio AM
videoGotha 6, il territorio gestito con ferocia Servizio AM
videoGuarda anche i nostri post già pubblicati:
-------------------------------------- Un
gruppo di 50 persone stava frequentando un seminario. Improvvisamente
l’oratore si fermò e decise di fare un’attività di gruppo. Iniziò a
dare un palloncino a ciascuno dei 50 seminaristi. Ad ognuno fu chiesto
di scrivere con un pennarello il proprio nome su di esso. Poi tutti i
palloncini furono raccolti e messi in un’altra stanza.
Una
volta riempita la stanza di palloncini, l’oratore chiese ai 50
seminaristi di rientrare dentro e trovare il palloncino col proprio
nome entro 5 minuti. La scena fu questa: tutti erano freneticamente
alla ricerca del palloncino col proprio nome, ognuno si scontrava con
l’altro, spinte, gomitate…. nella stanza regnava il caos totale!
Allo scadere dei 5 minuti nessuno riuscì a trovare il proprio palloncino.
Vista la prova fallimentare ad ognuno di loro fu chiesto di raccogliere un palloncino qualsiasi e ...
... La nostra felicità sta nella felicità delle altre persone. Rendete loro felici e avrete la vostra felicità.
E’ questo lo scopo della vita umana.
-------------------------------------- SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"'A mare si gioca', scritto da Tony Canto, brano in cui cita il dramma dei migranti e del piccolo Aylan ...
I due volti di Nino Frassica, prima comico surreale quindi toccante interprete di una favola amara sui migranti, hanno conquistato mercoledì sera il Festival di Sanremo; l'attore e comico ha spiazzato e commosso cantando il brano 'A mare si gioca', scritto da Tony Canto, in cui cita il dramma dei migranti e del piccolo Aylan, il bambino siriano trovano morto sulla spiaggia turca di Bodrum. A mare si gioca (video)"La musica ci insegna la cosa più importante che esista: ascoltare" (Ezio Bosso)
InsuperAbile di Massimo Gramellini Commentando il ciuffo a banana esibito dal pianista Ezio Bosso sul palco di Sanremo, il sito satirico Spinoza ha scritto: «È davvero commovente vedere come anche una persona con una grave disabilità possa avere una pettinatura da coglione». La tanta Italia che ha scoperto Bosso soltanto l’altra sera si è indignata, ma lui no. «Perché cerco di pettinarmi da solo» ha risposto, e anche i provocatori di Spinoza hanno dovuto concedere l’onore delle armi a quest’anima enorme, capace di prendere in giro la malattia degenerativa che gli ha invaso il corpo senza riuscire a intorbidirgli i pensieri. Essere sfottuto è meglio che essere compatito: ti fa sentire normale. Ma chi l’altra sera lo ha ascoltato parlare e suonare - come la giovane orchestrale con gli occhi umidi inquadrata più volte dalla regia, in cui ci siamo riconosciuti un po’ tutti - non era mosso dalla compassione. Semmai dalla meraviglia. La stessa che un bambino prova davanti al mistero. E qui il mistero è l’uomo, quest’essere fatto di fango e di stelle che non trattiene niente eppure contiene tutto, anche se spesso se ne dimentica. Poi una sera a Sanremo, dopo una silhouette perfetta e una bocca rifatta, spunta uno di quei «diversamente abili» dinanzi ai quali per strada giriamo educatamente la testa ed estrae l’universo dal suo corpo straziato. Allora accade un piccolo miracolo e persino lo spettatore più cinico percepisce confusamente che Ezio Bosso non è un uomo con le spalle al muro. È l’uomo che oltrepassa il muro nell’unico modo possibile. Volando Ezio Bosso a Sanremo (video)--------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Massimo, l’uomo che ha scritto un libro con gli occhi per sfidare la Sla
di Giusi Fasano L’uomo
che scrive con gli occhi si chiama Massimo e un tempo faceva il
maestro, maneggiava gessetti e infanzia. Adesso la sola cosa che sa
fare è guardare una tastiera elettronica e planare con lo sguardo da
una lettera all’altra. Malato di sclerosi laterale amiotrofica, Massimo
insegna ogni giorno a se stesso la lezione più difficile, resistere. E
per farlo ha deciso di scrivere un libro: dalla prima all’ultima pagina
con il solo aiuto del puntatore oculare, lettera dopo lettera, parola
dopo parola. Un fatica inenarrabile e, alla fine, il premio dei premi:
una casa editrice che lo pubblica e la partecipazione al Modena Buk Festival, appuntamento letterario della piccola e media editoria in programma in città il prossimo fine settimana.
Scrivere con gli occhi: l’esempio di Massimo D’Alonzo
video «Maria Extra Vergine»
Massimo D’Alonzo ha 55 anni, è malato di Sla dal 2000 e vive a Sestola, un paesino vicino Modena.
... credo che quello che cambia la nostra vita, la vita di chi come me ha una malattia inguaribile e che regredisce inesorabilmente, sia l’Amore. Non c’entrano i soldi, c’entra solo l’Amore per continuare a vivere con un corpo inutile, c’entra la voglia di vivere, di farsi aiutare, avere degli appigli per vivere un altro giorno». La fatica di scrivere
Ad
aiutare Massimo c’è Doriana, «la donna che mi dedica tutta la sua
vita», dice lui sul sito della casa editrice. Per capire la fatica
fatta da Massimo basterebbe provare con una sola frase. Immaginiamo di
doverne scrivere una soltanto, seguendo con gli occhi una lettera o una
consonante alla volta, aspettando che qualcuno (per lui è Doriana)
metta in fila tutto e lo trascriva... Gli occhi di Massimo hanno
composto parole per raccontare al mondo la strada fatta fin qui: «Mi
diagnosticarono la malattia nel 2000. Non lasciai il corpo subito, il
decorso è stato graduale e lento per fortuna, sono riuscito ad andare
da un Maestro in India per otto volte...». L’ultima riga scritta per
presentare il suo libro dice: «Grazie per avermi letto, grazie per non
fare finta che io non esista».
(fonte: CORRIERE DELLA SERA 15/02/2016) --------------------------------------
SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA" Datemi tempi di silenzio...infatti...
Wow, al Family day... (vignetta) Sulla tua parola... Sì alla vita... Appello... Vi
ringrazio tanto per quello che fate... e voglio sottolineare le
consacrate; cosa sarebbe la chiesa se non ci fossero le suore?questo
l'ho già detto una volta... (Discorso di Papa Francesco per il Giubileo
della vita consacrata 01/02/2016)
Non è un professore... Questo Dio che in Gesù entra... Ritornate a me... Il digiuno non germoglia... Lo stile cristiano, senza croce... Seguire Gesù è un impegno..."Tre anni fa Benedetto
rinunciava a essere Papa: guardava al bene della chiesa non a sé e
accettava di diminuire: atto che solo i santi fanno." (Tweet di Enzo
Bianchi)
Riproponiamo anche lo Speciale di TEMPO PERSO Benedetto XVI rinuncia al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro 11 febbraio 2013: "...Dopo aver ripetutamente esaminato... 11 febbraio Memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes Giornata Mondiale del Malato... Anzitutto digiunate dalle liti... Chi ti ama davvero oltrepassa... Fate che chiunque venga a voi...tweet di Enzo Bianchi
Mai uno senza l'altro... Gesù vince la tentazione in un solo modo... Ricchezza... Vanità... Orgoglio... Gesù non cessa di sorprenderci... Fra le braccia di un amore affonda... Uno sguardo di contemplazione coglie segni... L'amore per il prossimo... Per gli uomini non vale che una sola legge...15.02.2016 - Oggi il cardinale Carlo Maria Martini avrebbe compiuto 89 anni...
Tu sei la mia luce... Un tempo avevo sogni sulla Chiesa...--------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Febbraio 2016:
"la cura del creato" Dal mese scorso Papa Francesco affida ad un suo videomessaggio le tradizionali intenzioni di preghiera per il mese.
“Il
Video del Papa” è un’iniziativa globale sostenuta dalla Rete Mondiale
di Preghiera del Papa (Apostolato della Preghiera) per collaborare alla
diffusione delle intenzioni mensili del Santo Padre sulle sfide
dell’umanità.
L’intenzione di febbraio è la cura del creato.
Un
invito a prenderci «cura della creazione, perché l’abbiamo ricevuta
come dono da coltivare e proteggere per le generazioni future» è
contenuto nel videomessaggio di Papa Francesco a commento della sua intenzione universale di preghiera per il mese di febbraio.
Letto
in spagnolo e tradotto in dieci lingue, il messaggio pontificio è stato
diffuso sul sito internet dell’Apostolato della preghiera (www.apmej.org).
«Credenti
e non credenti — spiega Francesco mentre scorrono immagini della
bellezza del creato che stridono con altre di inquinamento ambientale —
siamo tutti d’accordo che la terra è un patrimonio comune, i cui frutti
dovrebbero essere beneficio di tutti». Tuttavia, fa notare il Papa,
oggi «la relazione tra la povertà e la fragilità del pianeta richiede
un altro modo di gestire l’economia e il progresso, immaginando un
nuovo stile di vita».
Ecco
perché, è la naturale conseguenza, «abbiamo bisogno di una conversione
che ci unisca tutti» e di essere «liberi dalla schiavitù del
consumismo» per poterci prendere insieme — conclude il Pontefice —
«cura della nostra casa comune».
VIDEOEcco il testo:
Credenti
e non credenti siamo tutti d’accordo che la terra è un patrimonio
comune, i cui frutti dovrebbero essere beneficio di tutti.
La
relazione tra la povertà e la fragilità del pianeta richiede un altro
modo di gestire l’economia e il progresso, immaginando un nuovo stile
di vita.
Perchè abbiamo bisogno di una conversione che ci unisca tutti.
Liberi dalla schiavitù del consumismo.
Questo mese ti rivolgo una richiesta speciale:
Che
ci prendiamo cura della creazione, perchè l’abbiamo ricevuta come un
dono da coltivare e proteggere per le generazioni future.
Prendersi cura della nostra casa comune.
Vedi anche il nostro post precedente: -------------------------------------- Mercoledì delle Ceneri 10 febbraio 2016
Papa
Francesco ha inaugurato nel Mercoledì delle Ceneri, l`iniziativa
"KeepLent", promossa e organizzata dal Servizio per la Pastorale
Giovanile della Prelatura di Pompei (Italia) per annunciare il Vangelo
quaresimale attraverso i social network.
L’applicazione utilizzata da Pompei sarà Telegram, servizio di messaggistica istantanea.
La
modalità per iscriversi è la seguente: bisogna scaricare l’app Telegram
sul proprio smartphone; cercare il canale @PGPompei e unirsi. Ogni
mattina, gli iscritti riceveranno un messaggio con un versetto del
Vangelo del giorno, accompagnato da una nota audio di commento, della
durata di circa un minuto e 30 secondi.
La
riflessione sarà di volta in volta a cura di sacerdoti, catechisti,
educatori di Azione Cattolica, insegnanti di religione, responsabili di
movimenti e associazioni, membri dell’èquipe di Pastorale Giovanile e
del gruppo scout Agesci.
videoCari ragazzi,
Gesù
disse ai suoi discepoli "State attenti a non praticare la vostra
giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro" ... "Quando
fai l'elemosina non suonare la tromba davanti a te" ... "Il Padre tuo,
che vede nel segreto ti ricompenserà".
La parola di Dio ci da il giusto orientamento per vivere bene la Quaresima.
...Il nostro atteggiamento in questa Quaresima sia dunque di vivere nel segreto dove il Padre ci vede, ci ama, ci aspetta.
Certo, anche le cose esteriori sono importanti, ma dobbiamo sempre scegliere e viverle alla presenza di Dio.
Facciamo
nella preghiera, nella mortificazione, e nella carità fraterna quello
che possiamo, umilmente, davanti a Dio. Così saremo degni della
ricompensa di Dio Padre.
Buona Quaresima, la Madonna di Pompei vi accompagni e, per favore, pregate per me
-------------------------------------- TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015
TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO HOREB n. 72 - 3/2015 TRACCE DI SPIRITUALITÀ A CURA DEI CARMELITANI EDITORIALE
Spesso
si ritiene che i mistici siano persone privilegiate che percorrono un
cammino diverso rispetto ai cristiani comuni. E, invece, se ci
accostiamo ai loro scritti e al loro vissuto, ci rendiamo conto che
sono persone come noi che, però, si sono lasciate conquistare dallo
sguardo di Dio, e, piano piano, hanno consentito a Lui di farsi
presente nel frammento della loro vita, e così si sono ritrovate nella
storia, nel quotidiano a vivere gli eventi con la stessa passione di
Dio.
Fra
questi mistici, c’è certamente la carmelitana S. Teresa d’Avila di cui
quest’anno ricorre il quinto centenario della nascita (1515-2015).
Teresa, nei suoi Scritti, ci racconta che anche lei era una creatura
come noi, impastata di carne, di ossa e di peccato. Evidenzia anche,
però, che attraverso una faticosa esperienza di ascolto e di preghiera
le è stato concesso di percorrere un “cammino”, il più impegnativo
della vita, che le ha consentito di passare da una esistenza
superficiale e alienata in banalità, a una relazione sempre più viva e
amicale con Dio. Questa relazione vitale con Dio, ci racconta Teresa,
le ha aperto gli occhi facendole conoscere le proprie fragilità, ma
soprattutto l’ha fatta crescere nella consapevolezza di essere,
comunque, figlia amata di Dio e della Chiesa. Grazie a questa presa di
coscienza, in lei è maturata una più profonda umanità, una maggiore
libertà, e una grande generosità.
Ci
dice, ancora, Teresa che l’incontro con Dio, “coltivato” attraverso la
contemplazione del volto umano di Gesù, anziché estraniarla dal mondo,
ha deposto nella sua vita l’ansia e il tormento per i propri fratelli e
per la Chiesa, nella quale si è sentita inserita in modo vitale e con
una missione particolare da compiere. Così, in un’epoca in cui le donne
non avevano voce nella Chiesa e nella società e per lo più restavano
relegate nella cerchia familiare, Teresa, visitata dallo sguardo di
Dio, con coraggio, e sfidando le maglie dell’Inquisizione, si è fatta
promotrice di un processo di rinnovamento nella chiesa, richiamandola,
col suo vissuto e con i suoi scritti, a lasciare una logica di potere e
a seguire la via tracciata dal Signore Gesù. È
in questa prospettiva che riproponiamo l’esperienza di Teresa d’Avila,
esperienza che riteniamo propositiva e profetica per la chiesa e per
l’uomo di oggi. .... Editoriale (PDF) Sommario (PDF)E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it
--------------------------------------- RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3) I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016 - Il calendario degli incontri
RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3) I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016
promossi dalla Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) Dal 27 Gennaio al 9 Marzo
presso la sala del convento
dalle h. 20.00 alle h. 21.00 --------------------------------------- 'Un cuore che ascolta - lev shomea' Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9) Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino Vangelo: Lc 5,1-11 Gesù
per parlare alla folla che lo segue, sale su una barca scegliendo
quella di Simon Pietro; su questa barca egli siede, insegnando, con
solennità, nell'atteggiamento proprio del maestro. "La barca è figura della Chiesa, piccola comunità che galleggia sull'abisso e compie l'esodo " (cit.),
e proprio da questa barca, da quella di Simon Pietro, egli parla a
tutti e tutti lo ascoltano. All'ascolto della Parola del Signore segue
il suo invito a prendere il largo per la pesca, l'invito alla missione
apostolica nel mondo, che nella pesca è raffigurata, in obbedienza a
quella Parola appena ascoltata. Ma non è forse di notte che si pesca?
Non è forse col favore delle tenebre, con l'inganno dell'oscurità, che
si catturano i pesci e gli uomini? Per Gesù non avviene così. Il
Signore vuole insegnarci che non sono certo i nostri poveri e inutili
sforzi umani a riempire le reti, non sono le nostre tecniche, le nostre
tattiche, le nostre strategie pastorali, seppur raffinate, a convertire
gli uomini, a far sì che si instauri il Regno di Dio. "Ma
come, allora, tutto questo sarà possibile? Solo nell'obbedienza alla
sua Parola! L'obbedienza alla Parola di Gesù è l'unico motivo per
sperare l'impossibile che essa promette a coloro che vi obbediscono. La
fede non ha altro appoggio "(cit.), perché Gesù è il padrone
dell'impossibile. Ogni qualvolta obbediamo alla sua Parola, noi
facciamo esperienza reale della sua promessa. E come Maria concepirà (syllèmpse 1,31) nel suo seno, in obbedienza alla Parola del suo Signore, la stessa 'Parola della Vita', così in pieno giorno, nel fulgore della luce del suo Signore, la Chiesa sarà capace di 'concepire'...
...--------------------------------------- 'Un cuore che ascolta - lev shomea' Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9) Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino Vangelo: Lc 4,1-13 " Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione. Abbi un cuore retto e sii costante, non ti smarrire nel tempo della prova."(Sir 2,1-2) Come ogni anno la prima Domenica di Quaresima ci presenta la pagina del Vangelo delle tentazioni. Esse
sono modulate su quelle del popolo di Israele durante i quarant'anni di
cammino nel deserto, luogo infernale, invivibile, di morte, dove tutto
è pericolo e veniamo tentati nella fede, simbolo di tutta una
vita, realtà che non possiamo evitare di percorrere. Attraverso di esse
l'evangelista intende illustrare la scelta di solidarietà di Gesù
con noi suoi fratelli compiuta nel battesimo, in obbedienza al Padre.
Luca desidera fare chiarezza circa il messianismo di Gesù, il suo
categorico rifiuto di viverlo all'insegna del potere, di qualsivoglia
potere: Economico (il pane), Politico (i regni) e Religioso (il tempio). Mentre il divisore agisce attraverso il desiderio della ricchezza e del dominio - religioso o civile che sia - Gesù sceglie l'ascolto obbediente della Parola del Padre nell'umiltà, nella povertà e nel servizio agli ultimi. Egli non cade nel tranello del tentatore, non si lascia vincere dalla tentazione di usare il potere, che è ontologicamente satanico, nemmeno a fin di bene: --------------------------------------- "Mosè: la misericordia
come solidarietà con il popolo" a cura di p. Alberto Neglia, ocarm
I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016
RIGENERATI NELLA SUA
GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3)
promossi dalla
Fraternità Carmelitana
di Barcellona Pozzo di Gotto
3 febbraio 2016
Se ci si lascia incontrare, visitare da Dio misericordioso si diventa misericordiosi La
figura di Mosè riveste un'importanza fondamentale nell'ambito della
tradizione ebraica; questa gli ha voluto attribuire tutti quei
caratteri che servono a ricondurre a lui l'origine dell'intera storia
del popolo nei suoi vari aspetti. In At 7,20-41 Stefano presenta la
vita di Mosè in tre tappe di quarant'anni ciascuna. Indicano tre grandi
periodi completi:
1° periodo At 7,20-22: Mosè è oggetto di una speciale provvidenza di Dio
Alla
sua nascita viene definito "bello", aggettivo che non vuole indicare,
come oggi intendiamo, un aspetto fisico avvenente, ma è di ordine
teologico. Mosè è bello perché corrisponde al progetto creazionale di
Dio, il suo volto riflette lo splendore del Signore (Es 33,18-21) il
suo cuore manifesta la passione liberatrice di Dio.
È
tenuto nascosto tre mesi, poi in un cestello è affidato alle acque. La
parola "cestello" (tebah) è la stessa usata per indicare l'arca che
salvò Noè dal diluvio. Già questa piccolissima arca mi sembra un segno
della misericordia-provvidenza di Dio. La figlia del faraone che lo
salva, è detta "donna di compassione" (Es 2,6). È interessante che nel
palazzo del faraone, dove si nutrono progetti di morte, c’è una
creatura che prova compassione. Lo assume come figlio e provvede alla
sua educazione per cui «venne istruito in tutta la sapienza degli
egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere» (At 7,22).
...
3. Chiamato per la missione Dio coinvolge Mosè per manifestare al popolo la sua misericordia
Mosè
per quarant'anni si è sentito consumare, bruciare lentamente dal
silenzio che cancella i ricordi, e schiacciare dalla solitudine che
uccide ogni speranza.
Ora,
in questa situazione, l'elezione di Mosè è la risposta di Dio al grido
del popolo. La chiamata di Dio, infatti non lascia spazi per intimismi
inutili. Se Mosè è chiamato da Dio, questo evento si colloca al di
dentro di una prospettiva missionaria. La sua vocazione si riassume
integralmente nell'impegno di una missione: «Ora va io ti mando dal
faraone...» (Es 3,10). La storia di Mosè, dunque, ha subito una nuova
svolta: ora è giunto il momento del ritorno in Egitto, perché Dio lo
manda a trarre fuori Israele dalla sua schiavitù. Ogni persona umana è
depositaria di una vocazione che viene da Dio; ed ogni vocazione ha
sempre il significato di un impegno a vantaggio dell'umanità:
manifestare la misericordia di Dio
...
video integrale--------------------------------------- Un uomo di nome Giobbe/10 - Non ci si salva accettando logiche e parole sbagliate Fedeli al Dio del non ancora
di Luigino Bruni
“Nel giorno del giudizio sarà Dio a dover rendere conto di tutta la sofferenza del mondo” Ermanno Olmi, Centochiodi Un
giorno un passero finì all’interno di una grande casa luminosa, e vi
volò libero e felice. Ad un certo punto qualcuno chiuse la finestra
dalla quale era entrato, e tutte le altre finestre della casa.
L’uccellino vedeva oltre i vetri trasparenti il suo cielo: cercava di
raggiungerlo ma picchiava solo la testa sulle finestre chiuse. Provò
più volte, finché non vide, sul lato opposto, una porta che dava in un
corridoio buio, buissimo. Preso dalla disperazione intuì che se c’era
una via di salvezza per tornare nel suo cielo quella doveva trovarsi
solo dentro quel buio, al di là della porta scura. E così si gettò giù
per il nero delle scale. Urtò per molti spigoli, si ferì, spezzò la
punta di un’ala, ma non smise di continuare a sprofondare, non si fece
vincere dalla paura del buio e dal dolore. Finché, in fondo al grande
buio, intravvide una luce: era la stessa luce dalla quale era venuto.
Siamo arrivati alla fine dei dialoghi tra Giobbe e gli ‘amici’.
Imprigionati dentro le loro etiche e teologie ideologiche non riescono
a vedere il vero uomo Giobbe, e continuano a biasimare e a condannare
il suo fantasma, disegnato perfettamente al fine di confermare le loro
teorie. Giobbe non si è accontentato delle risposte perfette alle
domande facili e banali, avrebbe voluto che qualcuno prendesse sul
serio, anche senza rispondere, le sue domande difficili e
disperate.
...
La nostra età fa una enorme, a volte invincibile, fatica a capire la Bibbia e le altre grandi parole del
mondo
perché abbiamo perso contatto con la verità e gratuità delle nostre
parole umane. In un mondo di chiacchiere anche la parola biblica viene
associata all’infinito nulla delle nostre parole tradite. E non capiamo
più i poeti, che sulla terra delle parole svuotate e usate senza
gratuità, diventano novelli Giobbe, torturati dagli ‘amici’ e
dall’ideologia ‘economica’ che domina anche il nostro tempo: “Si
battono le mani contro di lui e si fischia di scherno su di lui”
(27,23). Dove regna il disprezzo per la verità delle parole, prosperano
i falsi poeti, che si impadroniscono delle parole a scopo di lucro, e
le fanno morire.Giobbe può pronunciare questo giuramento solenne sulla
base di due fedi. La fede-fedeltà nel Dio vivo che dovrà un giorno
rivelare qualcosa di sé che ancora non appare, e la fede-fedeltà alla
voce vera che gli parla dentro, alla sua ruah, a quello spirito-soffio
che gli dice la sua innocenza. È dentro la sua coscienza sincera e vera
che intuisce la possibilità della rivelazione di un Dio che non vede
ancora: è lì che Giobbe attende il messia, e noi insieme a lui. La
terra promessa può
incominciare
dentro il suo cuore che “non ha vergogna” di lui. In nessuna notte si
muore veramente finché riusciamo a non vergognarci del nostro cuore. Se
siamo stati capaci di continuare a credere alla possibilità di un “Dio
vivo” dopo i campi di concentramento, dopo le morte dei figli e dei
bambini, è perché sulla terra ci sono state e ci sono persone che, come
Giobbe, hanno continuato a cercare volti diversi di Dio ancorati alla
verità della loro coscienza, perché la sentivano abitata dal “Dio del
non ancora”. Ma soltanto la fedeltà estrema alla gratuità delle nostre
parole ci può far capaci di vedere un cielo più alto e più vero.
Fedeli al Dio del non ancora di Luigino Bruni (PDF)Leggi anche i post già pubblicati:
--------------------------------------- Bellezza: quando Dio «seduce» di Alessandro D'Avenia
Ci
innamoriamo e amiamo solo per la bellezza. Nessuno di noi ha desiderato
avvicinarsi e conoscere qualcosa o qualcuno senza esserne prima
sedotto. Questo principio di attrazione ha il suo fondamento ultimo
qui: «Nessuno viene a me se non lo attrae il Padre». Tutte le volte che
nell’ambito naturale (la grazia delle cose) o soprannaturale (la
Grazia, dono di Dio a partecipare alla sua vita) la bellezza ci mette
in movimento, sperimentiamo l’attrazione dell’Amore che ci trasforma,
cioè vuole darci la sua forma, la sua essenza, per farsi tutto in
tutti, pur mantenendo ciascuno la sua irripetibile identità.
Questa
attrazione che Agostino chiamava delectatio victrix (piacere che
avvince), in Dante è il movimento «amoroso» che Dio imprime alla
creazione: «La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra,
e risplende / in una parte più e meno altrove», in cui «il più e il
meno» non indica solo l’oggettiva scala di perfezione dell’essere delle
creature, ma anche la loro risposta soggettiva. La gloria è lo stabile
e progressivo manifestarsi e comunicarsi della bontà di Dio nel mondo e
nella storia, si mostra come bellezza e si dà quasi senza ostacoli
negli esseri privi di libertà (per questo a volte preferiamo cani gatti
mari e boschi agli umani), mentre è più o meno o affatto rallentata
dalla resistenza delle creature dotate di libertà (in questo senso il
massimo del progresso è stato raggiunto una volta per tutte con Cristo).
Quando
l’azione beatificante (capace di rendere felici), che attira cose e
persone verso il loro pieno e duraturo compimento di bellezza, trova un
ostacolo, questa gloria non si irrigidisce ma diventa anzi resiliente e
prende il nome di misericordia e, lasciandosi ferire, diventa limite
imposto al male della e nella storia. Quando l’ostacolo del male si
erge contro la gloria di Dio, trionfo di bellezza a cui ogni cosa e
persona è chiamata, l’azione «attraente» di Dio si piega in forma di
misericordia (Cristo si china sulla donna che tutti volevano lapidare)
sul cuore duro e cerca di sedurlo, a volte con forza a volte con
delicatezza, verso un bene più grande e misterioso, nel tempo e nello
spazio che si renderanno necessari.
La
misericordia accetta il rallentamento della gloria che si
dispiegherebbe altrimenti al ritmo divino («Gerusalemme, Gerusalemme,
che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte
ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi
pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto!»), ma proprio questo
inciampo fa emergere un volto della gloria spiazzante per i canoni
umani: la misericordia («Perdonali perché non sanno quello che fanno»).
Che ne sarebbe dell’abbraccio del padre che si china sul figlio sporco,
ordinando anello, vestiti e banchetto di festa, se il figlio non fosse
andato via e tornato, dopo aver sperperato tutto?
La
misericordia è una forma unica e ulteriore di bellezza, perché è la
bellezza resa compatibile con il male, con la ferita, con la resistenza
(forse solo Michelangelo è riuscito a scolpirla, quasi per errore,
nella Pietà Rondanini). Si tratta di una bellezza che mostra le ferite
(come accade con l’incredulo Tommaso) come credenziali di un’estetica
nuova, in cui la vita ha attraversato e trasformato la morte, ma non
per via immaginaria, perché ne porta i segni, producendo una meraviglia
inedita rispetto a secoli di storia in cui il bello era soltanto
armonia delle parti e il sangue doveva rimanere fuori dalla scena
(«osceno» appunto). Per ricordarselo, basterebbe fissare per qualche
minuto la Pietà di Avignone che Enguerrand Quarton dipinse a metà del
1400: «Quando sarò elevato da terra attirerò tutti (o tutto) a me», la
massima attrazione, fascinazione, bellezza, si dispiega proprio al
massimo della sconfitta, la massima seduzione provocata dalla nostra
più pervicace resistenza.
... C’è
Dio, la cui regola è: «a chi molto viene perdonato, molto ama». In un
attimo, con un paradossale «colpo di grazia» che dà vita e non morte,
la nostra disperazione può trasformarsi in salvezza, fosse anche per il
solo desiderio di avere una «vita nuova», come accadde a Dante, proprio
mentre (in)seguiva Beatrice. Non c’è bellezza piena senza ferita, come
non c’è misericordia senza giustizia: non è venuto per i sani ma per i
malati, che si riconoscono tali. Se il malato riconosce la ferita e la
mostra a Dio, perché sa che altrimenti non potrebbe guarirne, la
misericordia immediatamente lo raggiunge, anche di soppiatto, come
quella donna che sapeva che le sarebbe bastato toccare la veste di
Cristo per esser sanata, tanto da costringerlo al miracolo senza
neanche chiederlo a voce, in mezzo alla folla che lo pressa. Egli,
quasi che la guarigione gli sia scappata, chiede: «Chi mi ha
toccato?».
Toccare
Dio con la propria ferita aperta è il segreto per sperimentarne la
misericordia e vederne finalmente, senza più difese, la bellezza che
tutto vince e avvince, bellezza antica e sempre nuova, che non è mai
tardi per esserne sedotti, come accadde a un ladro e assassino, che
ammise la sua colpa e si rivolse all’unico innocente della storia, e fu
accolto in quel giorno stesso in Paradiso.
Ciò accade ancora, in ogni confessione.
(fonte: il numero di febbraio del mensile di Avvenire dedicato al Giubileo "La PORTAperta")
--------------------------------------- “Eterna è la sua misericordia” (Sal 136): entrare nella storia con il “ritmo” di Dio (p. Alberto Neglia, ocarm) ITINERARIO DI FORMAZIONE PER LA VITA CRISTIANA
Anno 2016
promosso dal
Vicariato "San Sebastiano"
di Barcellona Pozzo di Gotto (ME)
ABITARE LA MISERICORDIA
1 FEBBRAIO 2016
I. Dio Padre
È convincimento comune, tra noi cristiani, che nell'AT. sia piuttosto rara l'idea, ricca di significato affettivo, di una paternità divina rispetto a Israele. Si pensa che sia il NT. a privilegiare il motivo della paternità divina, «completando» così le Scritture ebraiche attestate soprattutto sul versante della giustizia di JHWH. In effetti questa concezione può essere legittimata dal fatto che nella Bibbia ebraica compaiono solo meno di venti passi in cui esplicitamente e formalmente si parla di Dio come Padre di Israele. Ma se si guarda più attentamente alla sostanza e alla qualità del discorso biblico, questa impressione si può facilmente capovolgere e mostrare che l'AT è la matrice insostituibile della teologia cristiana (anche su questo argomento), la quale si pone in evidente continuità con la fede di Israele Il punto di partenza teologico del rapporto di paternità di JHWH nei confronti di Israele è collocato all'interno dell'evento dell'esodo, segno fondamentale della salvezza. È per questo che in modo lapidario in Es 4,22 si proclama: «Dice IHWH: Israele è il mio figlio primogenito (benî bekorî)». E subito dopo JHWH interpella il faraone così: «Lascia partire il mio figlio» (Es 4,23). Proprio perché Dio è Padre e Madre, è Misericordioso, così si rivela a Mosè: «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e de fedeltà…» (Es 34,6). La paternità, infatti, nell'antico Israele comportava una funzione di go'el, cioè di tutela, di difesa, di protezione, di liberazione, qualora il figlio fosse caduto in schiavitù o fosse stato colpito. Il padre Dio si assume, perciò, ufficialmente la carica di go'el nei confronti del figlio Israele, caduto nella schiavitù egiziana. Da questa radice fiorirà in tutto l'AT una specie di convinzione o di proclamazione di fede costante nella paternità/maternità misericordiosa di Dio da parte di Israele. È soprattutto all'interno di una serie di testi a matrice prevalentemente profetica che appare nitida la teologia della paternità divina nei confronti di tutto Israele, giusto e ribelle. La radice di questo atteggiamento è, come accennavo, storica e attinge al tema della libera elezione e della grazia divina. ...
2. Osea e Geremia «Quando Israele era giovinetto, io l'ho amato e dall'Egitto ho chiamato mio figlio... Ad Efraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano. Ma essi non compresero che avevo cura di loro. Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d'amore. Ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per farlo mangiare... Il mio cuore è agitato dentro di me, il mio intimo freme di compassione» (Os 11,1.3.4.8). In Osea la scena è nell'orizzonte dei rapporti familiari e accenna una serie di atti "paterni / materni, densi di tenerezza/misericordia, e affidati un intenso soliloquio divino. Dio è rappresentato come un padre che sta addestrando suo figlio a muovere i primi passi (v. 3). Col secondo gesto sembra che voglia prendere in braccio il bimbo che si è ormai stancato (v. 4a). Nel terzo gesto il padre sembra chinarsi sul bimbo caduto e per rincuorarlo lo solleva a sé gli offre qualcosa da gustare e placa il suo pianto (v. 4b). Da ultimo è tutto l'amore che esplode dal cuore e dalle viscere, esprimendosi nell'intensità della commozione (v. 8). È questa una pagina di straordinaria bellezza, quindi, una riflessione simbolica generata da un cuore paterno che vede nel volto di Dio i tratti di un amore paterno/materno. ... video integrale-------------------------------------- Un uomo di nome Giobbe/11 - Cerchiamo il cielo che è in noi,
fedeli alla verità che ci abita
La miniera della sapienza di Luigino Bruni
Giobbe
continua ad interrogare il cielo. Per merito suo noi sappiamo che
all’uomo è dato trasformare l’ingiustizia divina in giustizia umana.
C’era una volta, in un paese lontano, un uomo leggendario, giusto e
generoso, che, nella solitudine e nella disperazione, trovò il coraggio
di affrontare Dio. E di obbligarlo di guardare la sua Creazione. (Elie Wiesel, Personaggi biblici attraverso il Midrash) La
storia delle religioni e dei popoli è il dispiegarsi di una vera e
propria lotta tra chi imprigiona Dio dentro le ideologie e chi cerca di
liberarlo. I profeti appartengono alla categoria dei liberatori di Dio,
che svolgono la funzione essenziale di critica di tutti i poteri che in
ogni epoca subiscono il fascino invincibile di usare le religioni e le
ideologie per rafforzare le proprie posizioni di dominio. Giobbe è uno
di questi ‘profeti’, che più di tutti ci costringe ad andare al cuore
del meccanismo del potere, criticando e attaccando direttamente l’idea
di Dio costruita dalle ideologie del suo tempo. Non si limita quindi a
criticare i potenti, i sacerdoti e i re, ma come e più dei grandi
profeti della Bibbia vuole smontare l’idea di Dio che sostiene
artificialmente l’intero edificio del potere. La sua richiesta ostinata
di processare il Dio ideologico dei suoi ‘amici’ è la pre-condizione
per liberare la possibilità di un altro Dio. Quando in una comunità
religiosa Giobbe è eclissato o ammutolito, proliferano le risposte in
nome di Dio e spariscono le domande a Dio. E quando smettiamo di fare
domande nuove e difficili a Dio, gli impediamo di parlare alla nostra
storia e di crescere in essa, lo imbrigliamo all’interno di categorie
astratte che non capiscono più le parole e le grida delle vittime. I
profeti sono indispensabili perché chiamano l’uomo a morire e risorgere
per liberarsi dalle idolatrie, e perché costringono Dio a morire e
risorgere per essere all’altezza dell’umano vero. ...
Come cerniera tra la prima e la seconda parte del libro, incontriamo
ora un Inno alla Sapienza, forse un poema preesistente inserito
dall’autore del libro per spezzare il ritmo narrativo, e farci prendere
fiato. Un interludio difficile da decifrare ma ricco di poesia,
l’ennesimo dono di questo immenso libro. “L’argento ha la sua miniera,
l’oro il suo crogiolo”, gli uomini esplorano “gli antri più profondi,
le grotte più lugubri”, perforano gallerie nel sottosuolo, e per
raggiungere i preziosi metalli “penzolano sfiniti”. È l’uomo della
tecnica che usa la sua intelligenza per dominare il mondo: “Nella
roccia trivella gallerie, in cerca di ogni prezioso, sbarra le sorgenti
dei fiumi, porta alla luce ciò che è occulto” (28,1-11). ...Giobbe
era giusto da ricco e continua ad esserlo da povero e sventurato. I
beni passano e sono mutevoli, la giustizia e la sapienza sono per
sempre, e quindi sono un investimento molto più intelligente. Potremmo
quindi leggere questo interludio come una conferma e un’approvazione
della ‘teologia’ di Giobbe e una critica alle teologie economiche e
retributive degli amici. Questo inno alla sapienza ci ricorda poi
l’antica e importante verità che la sapienza è dono, è gratuità,
charis, non è una merce da acquistare né con oro né tramite indovini o
maghi. Anche in questo Elohim-YHWH si distingue dagli idoli, che danno
ai loro adulatori la loro ‘sapienza’ se pagano il prezzo in termini di
sacrifici e sottomissione. Il Dio biblico non è un idolo perché non
vende la sapienza, ma la dona liberamente – ogni religione retributiva
è, nella sostanza, una religione idolatrica e commerciale. Parole che
potevano essere pronunciate anche da Giobbe. ...
Questo inno alla sapienza contiene allora una mezza verità. Ci ricorda
che la sapienza è dono, ma non ci dice che questo dono lo riceviamo
venendo al mondo, e che abita dentro di noi. È lì dove possiamo scavare
per raggiungerlo, e raggiunto scopriamo che è la parte migliore di noi.
È lì che possiamo incontrare, scoprire, ascoltare, seguire la sapienza.
È lì che possiamo riconoscere anche la voce di Elohim, una voce che non
potremmo riconoscere se non fosse già dentro di noi, magari coperta o
ferita. Se l’adam è impastato a immagine di Elohim, la sapienza divina
è anche la sapienza umana. Il cielo dentro di noi non è diverso dal
cielo sopra di noi, e se si abbuia il cielo dentro anche quello in alto
si spegne o si riempie di idoli. Il canto di Giobbe è un grande inno
alla verità dell’essere umano vivente, che è più vera di tutte le sue
notti. Se Dio è vero anche l’uomo è vero, e la sua coscienza retta non
è auto-inganno. Se Dio è sapienza, anche l’uomo è sapienza. Se
separiamo queste due sapienze-verità - lo abbiamo fatto molte volte, e
continuiamo a farlo – le religioni diventano inutili, gli umanesimi si
smarriscono, e Giobbe termina il suo canto. Fedeli al Dio del non ancora di Luigino Bruni (PDF)Leggi anche i post già pubblicati:
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Bologna, cittadinanza a mons. Bettazzi---------------------------------------------------------------
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1) La newsletter è settimanale;
2) Il servizio di "Lectio" a cura di fr. Egidio Palumbo alla pagina:
http://digilander.libero.it/tempo_perso_2/la_lectio_del_Vangelo_della_domenica.htm
3) Il servizio omelia di P. Gregorio on-line (mp3) alla pagina
http://digilander.libero.it/tempodipace/l_omelia_di_p_Gregorio.htm