"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"
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NEWSLETTER n°9 del 2016
Aggiornamento della settimana -
dal 5 all'11 marzo 2016 -
Prossima NEWSLETTER prevista per il 18 marzo 2016
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8 marzo giornata internazionale della donna
(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Grazie a te donna... di Giovanni Paolo II A voi, donne del mondo intero,
il mio saluto più cordiale!
A ciascuna di voi e a tutte le donne del mondo indirizzo questa lettera nel segno della condivisione e della gratitudine... Il
grazie al Signore per il suo disegno sulla vocazione e la missione
delle donna nel mondo, diventa anche un concreto e diretto grazie alle
donne, a ciascuna donna, per ciò che essa rappresenta nella vita
dell'umanità. Grazie a te, donna-madre... Grazie a te, donna-sposa... Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella... Grazie a te, donna-lavoratrice... Grazie a te, donna-consacrata... Grazie
a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è
propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo
e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani. Ma il grazie non basta, lo so. Siamo
purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i
tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della
donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue
prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù. Ciò
le ha impedito di essere fino in fondo se stessa, e ha impoverito
l'intera umanità di autentiche ricchezze spirituali... Giovanni Paolo II
video il testo integrale della LETTERA DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II ALLE DONNE-------------------------------------- …
e insieme a loro tutte le donne perseguitate, oggetto di violenza, le
donne che a causa dello stato di indigenza e povertà sono vittime di
traffico per sfruttamento sessuale, le donne che sono costrette a
lasciare il proprio paese a causa delle guerre, delle persecuzioni,
della povertà, le donne che soffrono per non vedere rispettati i propri
diritti, le donne che non sono valorizzate per quello che meritano…
«Volevano ucciderle, odio contro la fede» di Marina Corradi
In
odio alla fede. I particolari del massacro di Aden conducono a questa
sola conclusione. È stata una strage decisa e attuata contro la sola
presenza cristiana nello Yemen. Le suore uccise, e la cappella, il
crocefisso, il tabernacolo, tutto metodicamente distrutto.
Erano
le 8,30 di venerdì mattina, e alla Mother Theresa’s house gli ottanta
ospiti, vecchi e disabili, fra cui anche bambini, stavano facendo
colazione. I terroristi sono arrivati davanti all’edificio, che,
nonostante le minacce già ricevute dalle suore, non era difeso nemmeno
da un soldato. È stato facilissimo entrare, armi in pugno, e
sorprendere le quattro sorelle e il personale dell’istituto: cuoche,
infermiere, volontari, sia yemeniti che etiopi, diversi dei quali
cristiani.
L’unica
sopravvissuta alla strage è suor Sally, la superiora. Per un caso in
quel momento si trovava in dispensa, e ha sentito l’autista che urlava,
in inglese: «Nascondetevi, ci ammazzano», e poi uno sparo.
... Ma, compiuta la carneficina, gli assassini non erano ancora soddisfatti.
Sono
rientrati nell’istituto e sono andati nella cappella, dove il salesiano
Tom Uzhunnalil, 57 anni, un prete che da anni condivideva l’opera delle
suore, stava pregando. Raffiche di spari, ancora: molti colpi, contro
il crocefisso, sull’altare, sul tabernacolo, nel quale non sono poi
state trovate più le ostie consacrate. Il messale e la Bibbia sono
stati ridotti in brandelli. Il salesiano è stato rapito, e ad oggi non
se ne hanno più notizie. Compiuta la strage, il commando se ne è andato
indisturbato. Ora suor Sally, la superiora sopravvissuta, è stata
portata fuori dallo Yemen. Nella casa sono rimasti solo gli ottanta
ospiti, che per un giorno si sono rifiutati di mangiare. Smarriti
chiedevano, come bambini, di essere imboccati dalle loro suore.
...
Le
suore di Madre Teresa, minacciate, avevano deciso di restare. Fedeli
alle parole della fondatrice: «Vivere, e morire, con i poveri». E dalla
Casa madre dell’Ordine, a Calcutta, arriva l’annuncio che le suore di
Madre Teresa non abbandoneranno lo Yemen, dove hanno altre tre case, a
Sanaa. Una ostinata volontà di rimanere accanto agli ultimi, che ha
fatto sì che le suore siano molto amate dalla popolazione. Per loro la
gente di Aden è scesa in strada, per protesta, davanti al Dipartimento
della sicurezza. Chi ha compiuto la strage? Al-Qaeda si dice estranea.
Daesh allora? Un massacro in odio dei cristiani. Ne ha parlato il Papa,
all’Angelus: «Questi sono i martiri di oggi! Non sono copertine dei
giornali, non sono notizie: questi danno il loro sangue per la Chiesa.
Queste persone sono vittime dell’attacco di quelli che li hanno uccisi,
e anche dell’indifferenza». L’indifferenza, già: sabato, nessun
quotidiano italiano, tranne questo eL’Osservatore Romano, aveva una
sola riga in prima pagina sulla carneficina di Aden.
(fonte: Avvenire 8/3/2016)
videoNon
solo «niente copertine» di giornali, come dice papa Francesco con una
tristezza inascoltata come forse mai prima. Ma neanche una breve in
cronaca. Questo vale per il sistema dei media e per i potenti del mondo
la strage di Aden...
Oggi,
8 marzo, noi diciamo sopra a tutti i nomi di Annselna, Judith,
Margarita e Reginette. Serve cristiane dei più poveri e dei senza
potere. Donne di Dio: buone, libere, coraggiose. Neanche degne di una
breve in cronaca. L’indifferenza uccide, e riuccide.
Le suore uccise in Yemen: neanche una breve in cronacaVedi anche il nostro post precedente:
Anselm,
Marguerite, Judit e Reginette le quattro suore uccise nello Yemen - il
cordoglio del Papa e il commento di Marina Corradi "Quell'amore in
cambio di niente"-------------------------------------- Caro Francesco, sono sr. Rita Giaretta ...
Oggi
mentre ero in treno per ritornare a Caserta da Roma, dopo aver
partecipato in diretta alla trasmissione di RAI 1 “A sua immagine” ...
pensavo a te, caro papà Francesco (lo preferisco a papa),
ai tuoi gesti, alle tue parole ma anche ai tuoi silenzi, al tuo
coraggio, alla tua tenerezza d’amore, al tuo essere oggi per noi,
trasparenza, cuore e cammino dell’amore di Dio manifestatosi in Gesù,
che, per amore, si è fatto servo per noi.
Ma
pensavo anche alle parole, non certo benevole, dette da qualcuno vicino
a te il quale affermava “che presto questa ricreazione finirà”.
E
mi son detta, ma quale “ricreazione”? Se tu, come Gesù, non ti stanchi
di chiamarci continuamente a lavorare nella vigna del Signore, perché
la messe è molta ma – anche oggi come 2000 anni fa – gli operai sono
pochi? E allora nel mio cuore forte e vivo il desiderio, la gioia e la
passione di essere con te, semplice contadina che zappa e fertilizza la
vigna a cui il Signore oggi ci invia.
Anche
altri pensieri attraversavano la mia mente e il mio cuore. Nella
trasmissione affermavo che nella Sacra Scrittura di Dio si dice che ha
viscere di misericordia o, per essere esatti con la traduzione, che Dio
ha utero di misericordia. Si dice quindi che Dio è anche donna, che Dio
è anche madre e pertanto non solo è Padre, ma Dio è Padre e Madre, come
già aveva affermato papa Luciani. E allora perché il volto della chiesa
ufficiale è espresso unicamente al maschile?
Caro
papà Francesco, io non sono teologa, non ho fatto grandi studi, non
frequento scuole accademiche, mi sento semplicemente una ‘salvata-
amata’ che ha sentito l’inarrestabile bisogno di cingersi i fianchi con
il grembiule del servizio, ma nella mia ‘ignoranza’ e nella semplicità
del cuore, sento di dire che questa unicità maschile, questa assenza di
donne, oso dire questa disuguaglianza, tradisce il Vangelo di Gesù.Dio
all’atto della creazione ha detto: non è bene che l’uomo sia solo e
senza forzature sono certa che oggi direbbe: ‘non è bene che la chiesa
sia solo di maschi’. In Gesù la chiesa non è più una proprietà
esclusiva di alcuni, ma ‘casa’ di tutti e per tutti.
Con
viva partecipazione penso con quanta convinzione umana e di fede
l’amato padre Raffaele Nogaro, oggi vescovo emerito di Caserta, ha
continuamente affermato, e tutt’oggi afferma, che sarà la donna a
salvare il mondo.
...
Quando questa realtà evangelica prenderà vita?
E’
da tempo che si dice che la chiesa deve respirare con i due polmoni,
riferendosi alla chiesa orientale e occidentale, ma io credo, anche e
soprattutto oggi, che la chiesa deve sapere e voler respirare con i due
polmoni maschile e femminile. Solo così il ‘fiato’ dello Spirito che ne
scaturisce sarà trasparenza dell’amore di Dio che è misericordia per
tutte le sue creature.
Caro
papà Francesco, fra le tante ‘rivoluzioni’ che sei chiamato a portare
avanti credo che questa è una delle sfide più importanti e necessarie:
liberare il volto della chiesa dalla sua schiavitù maschile. Liberare
la chiesa da quell’immagine che sa di autorità, privilegio, potere
sacrale, dominio e restituirle il volto bello, luminoso e trasparente
di Dio madre e padre; il volto divino- umano di Gesù che parla di vita,
di compassione, di misericordia.
E’
tempo di nuove risurrezioni e queste potranno avvenire solo e quando
sull’altare quotidiano della vita, di relazioni liberate, di
misericordia accolta e donata, apriamo la ‘porta’ del cuore a Cristo
impaziente di farsi pane vivo per la fame di tutte e di tutti, felice
di chinarsi a lavarci i piedi, senza far preferenze di persone,
tantomeno di genere.
A quando questa rivoluzione?
Noi donne, con te Francesco, siamo pronte a metterci la faccia e a “svegliare il mondo”.
Mi
permetto un suggerimento: quando fai i tuoi viaggi missionari scegli,
non per concessione ma perché è giusto e bello, anche delle donna per
il tuo seguito. La forza delle immagini è importante nell’iniziare a
far passare una nuova ‘immagine’ di chiesa.
...
Sr. Rita Giaretta unitamente alle sorelle Assunta e Nazarena
il testo integrale della lettera aperta di suor Rita Giaretta a Papa Francesco-------------------------------------- SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA" Dedicato alle donne... 365 giorni all'anno!donne...
donne da paesi poveri donne che conoscono la povertà sulla loro pelle donne che scelgono di farsi ancor più povere ... per altre donne povere ... in un paese di povertà donne che hanno seguito una grande piccola donna, donna modello di carità senza confini e senza paure... donne coraggiose come lei donne martiri donne che nel silenzio del mondo urlano la carità di Dio che non sarà mai uccisa se ci sono donne come loro (don Giovanni Berti) ... Qui l'8 marzo è eterno... Oggi, 8 marzo, un saluto a tutte le donne...8 MARZO - IL NO DI FRANCA VIOLA - Resistere alle violenze e ai soprusi anche se a "norma di legge "
video Beata la donna...--------------------------------------------------------------- Tredici milioni di donne
schiaffeggiate, afferrate per i capelli, ferite, colpite in un solo
anno. Quasi quattro milioni abusate sessualmente. Un terzo della
popolazione femminile vittima di violenza, almeno una volta, nella
vita. Oltre la metà sottoposta a insulti, umiliazioni, vessazioni. C’è
un’Europa indifferente ai diritti e alla dignità al genere femminile.
Troppo facile arrendersi al sillogismo nato a Colonia lo scorso
Capodanno: le violenze di quella notte sono state compiute da
stranieri, tutte le violenze vengono compiute da stranieri. Eppure il
dibattito mai s’è fatto più pressante, sui giornali e in tv, come in
quei giorni. Per poi scomparire.
La verità fin troppo evidente è che c’è violenza sulle donne tutti i giorni, dappertutto. Viviana Dololso: Violenza contro le donne L'8 marzo dell'impegnoNella Giornata della donna
l'Unione mondiale delle organizzazioni femminili cattoliche
(Umofc/Wucwo), mentre si rallegra per l'annunciata canonizzazione di
madre Teresa di Calcutta, dedica il pensiero alle 4 suore della sua
congregazione barbaramente uccise in Yemen «martiri del nostro tempo,
martiri della misericordia».
--------------------------------------------------------------- Maria Giovanna Ruggieri: 8 marzo 2016: L'Umofc dedica la Giornata della donna alle suore uccise in Yemen(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)7 marzo 2016 - BeneItalia
Tonio Dell'Olio
È
il titolo dell’iniziativa che si celebra oggi in molte parti d’Italia.
Vent’anni fa, infatti, alla data di oggi veniva approvata in Parlamento
la legge 109/96 per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Era
il risultato di una campagna promossa da Libera e che riuscì a
raccogliere le firme di un milione di cittadini. E oggi, a distanza di
vent’anni, i beni sottratti alle mafie e riutilizzati socialmente
"aprono le porte" ai cittadini, alle scuole, ai giovani, alle
istituzioni per accogliere e raccontare i risultati raggiunti ma anche
evidenziare i nodi e le contraddizioni da risolvere. Visite guidate,
incontri, biciclettate e iniziative sui beni confiscati alle mafie con
la partecipazione di studenti, scuole, cittadini, associazioni, scout,
parrocchie, per prendere coscienza dell’importanza di questa via per la
lotta all'illecito e al malaffare che si nutre di soldi e corruzione ma
anche di chi si volta dall'altra parte. "In questi vent' anni - dice
don Ciotti - molte di queste realtà sono diventate palestre di
democrazia, occasioni di lavoro pulito, vero, di accoglienza per le
persone fragili e in difficoltà, di formazione e impegno per migliaia
di giovani che volontariamente, ogni anno, vi passano parte
dell'estate. Insomma segni di speranza in territori che la speranza avevano perso,
dimostrazioni che la ribellione alle mafie (e alle forme di corruzione
e di parassitismo che le facilitano) è possibile se tutti - cittadini e
amministratori, associazioni e istituzioni, politica ed economia, mondo
laico e cattolico - ci assumiamo le responsabilità del bene comune,
comportandoci come il cittadino onesto, responsabile e solidale di cui
parla, ma soprattutto a cui parla la Costituzione".
(fonte: Mosaico dei giorni)
...
Per questo il 7 marzo, ventennale dell'approvazione della legge,
abbiamo pensato di organizzare "BeneItalia. Beni confiscati restituiti
alla collettività", una giornata di riflessione e confronto sul tema,
per raccontare i risultati raggiunti ma anche evidenziare i nodi e le
contraddizioni da risolvere. Una giornata aperta alle istituzioni, alle
amministrazioni e alla cittadinanza nello spirito di condivisione che
ha sempre caratterizzato questo percorso.
BENEITALIA. BENI CONFISCATI RESTITUITI ALLA COLLETTIVITÀTutte le iniziative in programma il 7 marzo:
-------------------------------------- La
tragedia del bimbo siriano emozionò il mondo e convinse i Grandi ad
agire. Ma sei mesi dopo quella foto è solo ricordo e il dramma continua
nel silenzio
L’hotel
Woxxie, 4 stelle con spiaggia privata, è chiuso per bassa stagione. Le
alghe ondeggiano sulla battigia avanti e indietro. Ogni tanto, dalla
curva spunta un vecchio motorino scarburato, lo senti accelerare via,
poi silenzio. Soltanto il rumore del mare. Sul promontorio, la luce del
faro segna la rotta per i naviganti. E questa spiaggia, la spiaggia
dove è morto Aylan Kurdi, è qui per dimostrare come il tempo sciacqui
via tutte le cose.
Era
il 2 settembre, non doveva più succedere. Lo avevano giurato i grandi
del mondo, con quelle frasi tipiche da telegiornali: «Che la tragedia
di questo bambino annegato serva almeno a qualcosa. Non deve succedere
mai più». Nel frattempo sono morti almeno altri 340 bambini, due al
giorno. E continuano a morire, gli ultimi tre sabato notte. Sulla
spiaggia torneranno i turisti. La tragedia non è servita.
Perdonaci Aylan, era tutto sbagliato. Tutto impreciso. Retorico come certi castelli sulla sabbia.
...
Sulle spiagge di Aylan si muore ancora: da settembre annegati 340 bambiniSono
15mila i profughi ammassati in condizioni disperate a Idomeni, in
Grecia al confine con la Macedonia. Ieri sera tutti hanno aspettato con
ansia notizie da Bruxelles, dove era in corso il vertice dei 28 leader
Ue con il primo ministro turco Ahmet Davutoglu. Ma oltre allo sconforto
per il nulla di fatto, a Idomeni è arrivata la pioggia. Le tende da
campeggio si sono presto allagate e i campi arati si sono trasformati
in una trappola di fango. Molti sono stati costretti ad abbandonare il
confine durante la notte, cercando rifugio sotto le tettoie dei
benzinai lungo la statale, a pochi chilometri di distanza. L’indomani,
tra i falò di chi ha iniziato ad asciugare i vestiti fradici, è giunta
la notizia del rinvio al 17 e 18 marzo del confronto tra i leader
europei. Tutto rimandato al prossimo Consiglio Europeo, quindi, che
deciderà del loro futuro. A Bruxelles non si è andati oltre a una
promessa di collaborazione su “principi di base“, tutto qui, dopo che
la Turchia ha raddoppiato le richieste di fondi per far fronte
all’emergenza dei migranti. Un “piccolo passo avanti”, lo ha definito
il premier italiano Matteo Renzi. Troppo poco per le migliaia di
persone che formano interminabili code per il pane, visto che a Idomeni
nessuno offre pasti caldi e le condizioni igieniche sono allarmanti. Lo
dicono le associazioni umanitarie presenti, che lanciano l’allarme
sulle possibili epidemie di colera, morbillo e meningite. I più esposti
sono ovviamente i bambini, in un accampamento dove il 35% dei profughi
è minorenne. Una situazione che peggiora di giorno in giorno. Ma i
profughi non se ne andranno.
La
Slovenia da mezzanotte ha chiuso le frontiere ai migranti: respingerà
chiunque non abbia un documento in regola per l’area Schengen, compresi
i siriani in fuga dalla guerra. «La rotta balcanica non esiste più» ha
affermato il primo ministro sloveno Miro Cerar. La Serbia poche ore
dopo si è accodata alla decisione del governo sloveno: adotterà misure
reciproche alle frontiere con Macedonia e Bulgaria: «Considerando le
decisioni adottate da un Paese membro dell'Unione europea, la Serbia
non può consentire che il suo territorio diventi un campo profughi», si
legge in una nota del ministero dell'interno serbo.
Le
decisioni che arrivano dai Paesi Balcani e mettono la parole fine su
Schengen sulla rotta balcanica sono la diretta conseguenza delle bozze
dell’accordo tra Ue e Turchia. Per l’Onu l'accordo preliminare non
fornisce garanzie di protezione ai rifugiati e violano il diritto
internazionale. Il meccanismo “uno a uno” proposto dalla Turchia impone
che per ogni profugo riammesso da Ankara i 28 dovranno accoglierne uno
in modo legale. L’accordo sarà ridiscusso al Consiglio europeo del 17 e
18 marzo.
E
se Schengen e la libertà di circolazione non viene più rispettata, che
cosa succede alle migliaia di profughi che si trovano a Idomeni?
...
Migranti, Slovenia e Serbia chiudono le frontiereMentre
l'Unione Europea litiga e non trova l'accordo, alza i muri e alimenta
l'onda xenofoba , l'emergenza migranti diventa giorno dopo giorno
sempre più drammatica. Da inizio 2015, sono già oltre 4.200 i morti, di
cui 330 bambini solo in Grecia, secondo le stime dell' Onu. Uomini,
donne, anziani e minorenni che hanno perso la vita nel tentativo di
raggiungere via mare le coste europee. «Circa un milione di persone ha
raggiunto finora l'Europa» ha detto Sabine Freizer, delegata Onu per
l'Ufficio regionale Europa e Asia Centrale per l'uguaglianza di genere,
intervenendo ieri a Instanbul in un convegno per l'8 marzo. «E la
maggioranza di quelli che hanno intrapreso i viaggi sui barconi sono
donne e bambini» ha aggiunto la delegata.
Anche
in questi primi mesi del 2016, i numeri sono impressionanti: secondo i
dati diffusi dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim)
sono già 141.141 i migranti arrivati sulle coste greche e italiane, 444
quelli invece che non ce l'hanno fatta. 347 sono morti nell'Egeo, fra
cui 60 bambini, 97 invece i migranti che hanno perso la vita nel canale
di Sicilia, nel tentativo di raggiungere le coste italiane, dove,
invece, sempre da inizio anno, sono sbarcate 9.294 persone.
...
Chi
si ritrova lontano dal proprio Paese (dal quale è fuggito in cerca di
lavoro) ma poi, in seguito a violenze, soprusi o sfruttamenti non è più
in grado di rientrare. Come è il caso ad esempio dei migranti
subsahariani che, una volta arrivati in Libia da lì non riescono a fare
il ritorno al proprio Paese e la via meno pericolosa rimane quella di
tentare la traversata e raggiungere l'Europa. Oppure come può essere il
caso, ad esempio di una donna migrante marocchina che, dopo aver subito
una violenza e dato alla luce un bambino, non può più ritornare nel suo
Paese d' origine perché ripudiata dalla famiglia. Poi ci sono
anche le persecuzioni religiose. «Sono migranti economici o
'forzati' che di fatto diventano persone vulnerabili - prosegue il
funzionario Oim - e in Italia, in particolare, ci troviamo così di
fronte a un flusso migratorio misto e complesso, per il quale manca
anche una normativa chiara e precisa»
(fonte: Avvenire - "Onu: 4.200 morti in mare «No ai respingimenti». Nel Mar Egeo sono 330 i bambini annegati" di Daniela Fassini)
Vedi anche il nostro post precedente:
Immagini che dicono più di tante parole... ma è proprio questa l'Europa che vogliamo?-------------------------------------- Slovenia, Croazia,
Serbia e Macedonia negano l'accesso a chi non ha documenti validi per
il transito. Nel campo greco di Idomeni, colpito dal gelo e dalla
pioggia, si aggrava la crisi umanitaria.
FAMIGLIA CRISTIANA: EMERGENZA PROFUGHI, PORTE CHIUSE NEI BALCANIDall'inizio
del 2015 ad oggi sono morte in mare 4.200 persone, tra cui 330 bambini
solamente in Grecia. Che ne è della commozione di tutto il mondo
davanti alla foto del piccolo Aylan sulla spiaggia turca?
Continuiamo a voltare tutti gli occhi da un'altra parte, continuiamo a
far finta di non vedere. C'è da vergognarsi di essere europei. Punto e
basta.
Patrizia Caiffa: Il Mediterraneo e il genocidio dei bambiniIl principio etico che non può
essere messo in discussione da nessuno nell’affrontare l’attuale ondata
migratoria è “la protezione delle persone in difficoltà che fuggono
dalla guerra, dalle violenze e dalle persecuzioni ” perché è “un
elemento chiave del cristianesimo, dell’umanità e della moderna cultura
dei diritti umani” con implicazioni “ben più ampie degli obblighi
internazionali derivanti dalla Convenzione di Ginevra”. Così si legge
nel primo dei tre brevi punti della “Dichiarazione di teologi e
responsabili ecclesiali riguardo la politica austriaca sui rifugiati”,
resa pubblica oggi e sottoscritta da 50 teologi, responsabili di ordini
religiosi e istituzioni ecclesiali.
SIR: Austria: dichiarazione di 50 teologi e responsabili ecclesiali su politica per i rifugiati. “No a nuovi muri, sì ad accoglienza”C'è chi costruisce muri e chi
apre i corridoi umanitari. Andrea Riccardi, storico, fondatore della
Comunità di Sant'Egidio, è tra quest'ultimi. Di una cosa, l'ex
ministro per la Cooperazione internazionale si dice certo: «Nelle
dimensioni nazionali, l'Europa non ha futuro, sia dal punto di vista
demografico che nel confronto con i giganti del mondo». Ma l'Europa
solidale e inclusiva si costruisce anche dal basso. In questo senso,
l'esperienza del corridoio umanitario tra Libano e Italia, del quale la
Comunità di Sant'Egidio è stata tra i protagonisti, dimostra
tra le altre cose, che «le società civili possono e vogliono
rapportarsi in modo diverso e fattivo ai rifugiati».
Umberto de Giovannangeli: «L'Europa delle frontiere non ha futuro. Servono ponti non muri»Appello. L’incapacità
dei governi di tutti i paesi a mettere fine alle cause dell’esodo
(quando non contribuiscono ad aggravarlo) non li esonera dal dovere di
soccorrere e di accogliere i profughi rispettando i loro diritti
fondamentali, che con il diritto d’asilo sono inscritti nelle
dichiarazioni e convenzioni che fondano il diritto internazionale
IL MANIFESTO: Accogliere i rifugiati, o è barbarie--------------------------------------------------------------- "Seicentomila italiani ricevono
la pensione ogni anno grazie ai contributi versati dagli
extracomunitari". A scriverlo non è un fan degli immigrati, ma Roberto
Garofoli, oggi capo di gabinetto del Ministero dell'Economia,
protagonista delle battaglie sulla legge anti-corruzione e sulle misure
antimafia.
Liana Milella: La risorsa immigrati: 600mila italiani ricevono la pensione grazie ai loro contributi--------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Un poeta ad Auschwitz (Adorno ha torto)
Guccini con il vescovo Zuppi ad Auschwitz
Ferdinando Camon
Venerdì
avverrà un fatto che Theodor W. Adorno riteneva impossibile: un poeta
(o cantante, che è lo stesso), che ha scritto una poesia (o una
canzone, che è lo stesso) su Auschwitz, andrà a visitare Auschwitz. Si
tratta di Francesco Guccini. Parte oggi in treno, da Milano, dal
binario 21, quello da cui partivano i treni degli ebrei. Ci va insieme
con un vescovo, Matteo Maria Zuppi che è padre nella Chiesa di Bologna,
e con una classe di seconda media. Dunque, la poesia, la fede e
l’innocenza entrano in Auschwitz.
La
domanda non è: 'Possono capirsi?', ma è: 'Possono accettarsi?'.
Parlando di un incontro tra poesia e Auschwitz, Adorno lo definiva
impossibile, tanto da scrivere: «Dopo Auschwitz, scrivere una poesia
sarà un gesto di barbarie». A me la citazione fu fornita la prima volta
da Franco Fortini, ebreo, con un’interpretazione che la rendeva
accettabile, e cioè: dopo Auschwitz, tutto quello che facciamo noi
umani, anzitutto scrivere poesie, non potrà più essere come prima, ma
dovrà tener conto che c’è stato Auschwitz. Auschwitz cambia tutto.
Cambia la storia, l’uomo, la parola. Andare ad Auschwitz significa
andare nel centro da cui è partito il cambiamento, il punto dov’è morta
la vecchia storia e da cui parte una nuova storia. Nessun uomo doveva
uscire dal secolo scorso senza essere stato ad Auschwitz, e nessun
italiano senza aver letto 'I sommersi e i salvati'. Io, cattolico, sono
andato a parlare con Primo Levi, ebreo, per una breve conversazione,
che ora esiste in francese, spagnolo, tedesco, inglese…, perché provavo
verso Levi un senso di vergogna: andando da lui, andavo a Canossa.
Critici
italiani e stranieri m’han chiesto perché. Ho risposto: «Perché sono
uomo». Quel che è avvenuto ad Auschwitz, l’han fatto gli uomini, e ogni
uomo deve vergognarsene, per il semplice fatto di appartenere
all’umanità. Auschwitz fu liberato dall’Armata Rossa. Quel giorno Primo
Levi era ad Auschwitz 1, in cortile, stava seppellendo un amico, e vide
arrivare sulla strada (che lì è più alta del campo) quattro soldati
russi a cavallo, col mitra a tracolla: fermi, alti, guardavano il
campo, pieno di cadaveri e di malati, senza dire una parola, bloccati
da un senso di vergogna: loro non c’entravano niente con
quell’abominio, ma non pensavano che l’umanità fosse capace di tanto,
scoprivano che ne era stata capace, e se ne vergognavano.
Oggi
Guccini, e il vescovo di Bologna, e una seconda media, vanno nel luogo
della vergogna umana. Il problema è Guccini, che ci va da cantautore.
La maledizione di Adorno è contro di lui. Ha ragione Adorno? Ha torto
Guccini? Guccini è un barbaro? Partendo, Guccini dice: «Non so cosa
proverò». Non c’è mai stato prima d’ora. Ha scritto una canzone, che
vive ancora, ma l’ha scritta sull’emozione di ciò che aveva letto. Ho
qui quella canzone-poesia, ed è sulla base di queste parole che si può
dire se il cantautore è un barbaro o un uomo. Come lo stesso Adorno si
rendeva conto più tardi, 17 anni dopo, la poesia è parola, e la parola
per l’uomo è insopprimibile, affermare che l’uomo, che vede l’orrore,
non può parlare, è come affermare che l’uomo che patisce l’orrore non
può urlare. In realtà, l’uomo che lo patisce non può fare altro, e il
poeta che lo vede non può parlare d’altro. Se parla d’altro, è un
barbaro, se parla di quello, è un uomo. Deve parlare di quello anche
quando parla d’altro.
La
poesia-canzone di Guccini non è un urlo, è un pianto. Comincia così:
«Son morto con altri cento / son morto ch’ero bambino / passato per il
camino / e adesso sono nel vento / e adesso sono nel vento». La parola
'bambino' è tenue, la tragedia non ha bisogno di un bambino per essere
una tragedia immane, e adesso Guccini lo capirà, vedendo. La canzone è
poco tragica all’inizio, forse troppo poco, molto disperata alla fine,
forse troppo. Ma quell’«essere nel vento», leitmotiv di tutta la
canzone, è perfetto. Auschwitz-Birkenau è in pianura, il vento la
spazza sempre. Lì son morti non a centinaia, ma a centinaia di
migliaia. Nel vento li senti passarti accanto, così tanti che sono
dappertutto. Se li senti una volta, li sentirai sempre. Loro vogliono
che tu li senta, e lo dica a tutti. E quel che loro vogliono è giusto.
Adorno ha torto.
(fonte: Avvenire 10/3/2016)
A
50 anni dalla pubblicazione della sua celebre Auschwitz, Francesco
Guccini per la prima volta va ad Auschwitz. Guccini viaggerà in treno
verso Auschwitz insieme a monsignor Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di
Bologna, e alla classe 2B della scuola media "Salvo d'Acquisto" di
Gaggio Montano, sull'Appennino bolognese.
Il
loro viaggio comincerà il 10 marzo da Milano, sul "Treno per la
Memoria" (organizzato da Cgil-Cisl-Uil Lombardia con l'Alto Patronato
del Presidente della Repubblica). L'11 marzo Francesco Guccini e il
vescovo di Bologna insieme agli alunni della scuola media visiteranno i
campi di Auschwitz e Birkenau.
Sarà un viaggio di pensieri, parole, memorie, domande, racconti, riflessioni sulla tragedia e l'orrore dell'Olocausto.
Il
viaggio sarà raccontato in un film documentario ideato e diretto da
Francesco Conversano e Nene Grignaffini, prodotto dalla società di
produzione Movie Movie di Bologna in collaborazione con la Regione
Emilia-Romagna e con contributi da più parti.
(fonte: ANSA)
videoC’è
sempre una prima volta nella vita. Francesco Guccini, 75 primavere
all’anagrafe, prepara le valigie per il suo primo viaggio ad Auschwitz,
il campo di concentramento che gli ispirò il capolavoro omonimo. «Ho
sempre pensato di andarci, ma non è mai capitato per quelli che si
dicono casi della vita. Non so cosa aspettarmi. Chi ci è andato mi ha
raccontato di qualcosa che ti lascia un’impressione tremenda», annuncia
con la sua r arrotata.
...
Guccini
riavvolge il nastro della memoria. L’ispirazione arrivò da un paio di
letture sui crimini nazisti e sui racconti dei sopravvissuti: Il
flagello della svasticadi Lord Russell e Tu passerai per il camino di
Vincenzo Pappalettera. «Mio padre era stato in un campo di
concentramento vicino ad Amburgo ma mi ha mai voluto dire nulla su
quell’esperienza», ricorda. Era il 1964 e Guccini, ancora studente
universitario, scrisse quelle strofe passate alla storia. Due anni dopo
la canzone finì nelle mani dell’Equipe 84 che la registrò e la mise
come lato B di «Bang Bang». «Siccome non ero iscritto alla Siae, non
pensavo ancora che questa sarebbe diventata la mia professione, venne
depositata a firma Lunero, lo pseudonimo di Iller Pattacini, per la
musica e Maurizio Vandelli per il testo»
... Il cantautore se ne reimpossessò subito artisticamente. Nel febbraio del 1967 inserì la sua versione folk, con il titolo «La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)», nell’album di debutto «Folk Beat N.1». E la presentò per la prima volta in tv. «La cantai a “Diamoci del tu”, programma della Caselli e Gaber. Avevo capito sin da subito la forza del brano, ma ricevere in quell’occasione i complimenti di Arnoldo Foà, che aveva origini ebraiche, fu importante». Il testo di Guccini era leggermente diverso da quello dell’Equipe. «Io avevo un finale di speranza e domandavo “quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”. Loro avevano scelto parole più dure con quel “io non credo che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”». Non se l’era presa. «Forse l’emozione di sentire per la prima volta un mio pezzo in un disco non me lo aveva fatto sottolineare». Per tornare in possesso della paternità legale ci è voluto di più: «Una lunga storia chiusa nel 1998», glissa signorilmente... Guccini: vado ad Auschwitz 50 anni dopo la mia canzone--------------------------------------
SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA" E' possibile essere praticanti non credenti.. Che l'uomo sia buono o cattivo... Il Dio misericordioso è... Quando accoglierò chi mi vive accanto... Con la fede saremo in grado di... Quando il saggio indica la luna... Non temo il giudizio di Dio... Prega per me... Dove c'è misericordia lì c'è Dio... Oggi è un nuovo giorno... Voglio condividere con voi... Per Gesù quando c'è di mezzo...--------------------------------------------------------------- "Dio
mai rinnega noi; noi siamo il suo popolo, il più cattivo degli uomini,
la più cattiva delle donne, i più cattivi dei popoli sono suoi figli. E
questo è Dio: mai, mai rinnega noi! Dice sempre: “Figlio, vieni”. E
questo è l’amore di nostro Padre; questa la misericordia di Dio. Avere
un padre così ci dà speranza, ci dà fiducia."
(Papa Francesco, Udienza generale del 2 marzo 2016 PAPA FRANCESCO: Suore di Madre Teresa uccise in Yemen "Vittime di chi le ha uccise e dell'indifferenza del mondo".
Cari fratelli e sorelle, esprimo la mia vicinanza alle Missionarie della Carità per il grave lutto che le ha colpite due giorni fa con l’uccisione di quattro Religiose ad Aden, nello Yemen, dove assistevano gli anziani. Prego per loro e per le altre persone uccise nell’attacco, e per i familiari. Questi sono i martiri di oggi! Non sono copertine dei giornali, non sono notizie: questi danno il loro sangue per la Chiesa. Queste persone sono vittime dell’attacco di quelli che li hanno uccisi e anche dell’indifferenza, di questa globalizzazione dell’indifferenza, a cui non importa… Madre Teresa accompagni in paradiso queste sue figlie martiri della carità, e interceda per la pace e il sacro rispetto della vita umana.
VideoPAPA FRANCESCO: ammirazione per l’iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia.
Come segno concreto di impegno per la pace e la vita vorrei citare ed esprimere ammirazione per l’iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia. Questo progetto-pilota, che unisce la solidarietà e la sicurezza, consente di aiutare persone che fuggono dalla guerra e dalla violenza, come i cento profughi già trasferiti in Italia, tra cui bambini malati, persone disabili, vedove di guerra con figli e anziani. Mi rallegro anche perché questa iniziativa è ecumenica, essendo sostenuta da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche Italiane, Chiese Valdesi e Metodiste.
Video--------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Intenzione di preghiera
di Papa Francesco
per il mese di Marzo 2016
È dedicata alle famiglie in difficoltà l’intenzione universale di preghiera di Papa Francesco per il mese di marzo.
“La
famiglia è uno dei beni più preziosi dell'umanità, ma non è forse anche
uno dei più vulnerabili? Quando una famiglia non è protetta e ha
difficoltà di tipo economico, per la salute o di qualsiasi altro tipo,
i bambini crescono in circostanze difficili.
Voglio
condividere con voi e con Gesù la mia intenzione per questo mese: che
le famiglie in situazioni difficili ricevano il sostegno necessario e i
bambini possano crescere in ambienti sani e sereni”.
VIDEOVedi anche i nostri post precedenti:
-------------------------------------- Mercoledì delle Ceneri 10 febbraio 2016
Papa
Francesco ha inaugurato nel Mercoledì delle Ceneri, l`iniziativa
"KeepLent", promossa e organizzata dal Servizio per la Pastorale
Giovanile della Prelatura di Pompei (Italia) per annunciare il Vangelo
quaresimale attraverso i social network.
L’applicazione utilizzata da Pompei sarà Telegram, servizio di messaggistica istantanea.
La
modalità per iscriversi è la seguente: bisogna scaricare l’app Telegram
sul proprio smartphone; cercare il canale @PGPompei e unirsi. Ogni
mattina, gli iscritti riceveranno un messaggio con un versetto del
Vangelo del giorno, accompagnato da una nota audio di commento, della
durata di circa un minuto e 30 secondi.
La
riflessione sarà di volta in volta a cura di sacerdoti, catechisti,
educatori di Azione Cattolica, insegnanti di religione, responsabili di
movimenti e associazioni, membri dell’èquipe di Pastorale Giovanile e
del gruppo scout Agesci.
videoCari ragazzi,
Gesù
disse ai suoi discepoli "State attenti a non praticare la vostra
giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro" ... "Quando
fai l'elemosina non suonare la tromba davanti a te" ... "Il Padre tuo,
che vede nel segreto ti ricompenserà".
La parola di Dio ci da il giusto orientamento per vivere bene la Quaresima.
...Il nostro atteggiamento in questa Quaresima sia dunque di vivere nel segreto dove il Padre ci vede, ci ama, ci aspetta.
Certo, anche le cose esteriori sono importanti, ma dobbiamo sempre scegliere e viverle alla presenza di Dio.
Facciamo
nella preghiera, nella mortificazione, e nella carità fraterna quello
che possiamo, umilmente, davanti a Dio. Così saremo degni della
ricompensa di Dio Padre.
Buona Quaresima, la Madonna di Pompei vi accompagni e, per favore, pregate per me
-------------------------------------- TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015
TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO HOREB n. 72 - 3/2015 TRACCE DI SPIRITUALITÀ A CURA DEI CARMELITANI EDITORIALE
Spesso
si ritiene che i mistici siano persone privilegiate che percorrono un
cammino diverso rispetto ai cristiani comuni. E, invece, se ci
accostiamo ai loro scritti e al loro vissuto, ci rendiamo conto che
sono persone come noi che, però, si sono lasciate conquistare dallo
sguardo di Dio, e, piano piano, hanno consentito a Lui di farsi
presente nel frammento della loro vita, e così si sono ritrovate nella
storia, nel quotidiano a vivere gli eventi con la stessa passione di
Dio.
Fra
questi mistici, c’è certamente la carmelitana S. Teresa d’Avila di cui
quest’anno ricorre il quinto centenario della nascita (1515-2015).
Teresa, nei suoi Scritti, ci racconta che anche lei era una creatura
come noi, impastata di carne, di ossa e di peccato. Evidenzia anche,
però, che attraverso una faticosa esperienza di ascolto e di preghiera
le è stato concesso di percorrere un “cammino”, il più impegnativo
della vita, che le ha consentito di passare da una esistenza
superficiale e alienata in banalità, a una relazione sempre più viva e
amicale con Dio. Questa relazione vitale con Dio, ci racconta Teresa,
le ha aperto gli occhi facendole conoscere le proprie fragilità, ma
soprattutto l’ha fatta crescere nella consapevolezza di essere,
comunque, figlia amata di Dio e della Chiesa. Grazie a questa presa di
coscienza, in lei è maturata una più profonda umanità, una maggiore
libertà, e una grande generosità.
Ci
dice, ancora, Teresa che l’incontro con Dio, “coltivato” attraverso la
contemplazione del volto umano di Gesù, anziché estraniarla dal mondo,
ha deposto nella sua vita l’ansia e il tormento per i propri fratelli e
per la Chiesa, nella quale si è sentita inserita in modo vitale e con
una missione particolare da compiere. Così, in un’epoca in cui le donne
non avevano voce nella Chiesa e nella società e per lo più restavano
relegate nella cerchia familiare, Teresa, visitata dallo sguardo di
Dio, con coraggio, e sfidando le maglie dell’Inquisizione, si è fatta
promotrice di un processo di rinnovamento nella chiesa, richiamandola,
col suo vissuto e con i suoi scritti, a lasciare una logica di potere e
a seguire la via tracciata dal Signore Gesù. È
in questa prospettiva che riproponiamo l’esperienza di Teresa d’Avila,
esperienza che riteniamo propositiva e profetica per la chiesa e per
l’uomo di oggi. .... Editoriale (PDF) Sommario (PDF)E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it
--------------------------------------- RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3) I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016 - Il calendario degli incontri
RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3) I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016
promossi dalla Fraternità Carmelitana di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) Dal 27 Gennaio al 9 Marzo
presso la sala del convento
dalle h. 20.00 alle h. 21.00 --------------------------------------- 'Un cuore che ascolta - lev shomea' Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9) Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino Vangelo: Lc 15,1-3.11-32 Gesù
ha appena posto tre condizioni molto dure per la sequela: la libertà da
ogni vincolo, anche da quelli familiari, la libertà da se stessi
fino a perdere la vita e la reputazione, accettando l'ignominia della
croce, e libertà dal possesso dei beni (14,25-35). Nonostante la
difficoltà di queste condizioni, i pubblicani e i peccatori si
avvicinano a Gesù, lo ascoltano volentieri e sono da lui accolti,
scribi e farisei, i pii e zelanti custodi della dottrina ebraica,
educati alla logica delle virtù e del merito, invece mormorano. Per
stigmatizzare il loro comportamento Gesù racconta le tre parabole
della misericordia: la pecora smarrita, la dracma perduta e la splendida parabola delfiglio spendaccione o, per meglio dire, del Padre misericordioso.
Si tratta di un trittico di parabole ma in realtà la parabola è una
sola. Come nel trittico pittorico le due parti più brevi (le pale
laterali) acquistano significato solo se in relazione alla parte più
lunga (la pala centrale) che viene illuminata e completata da quelle
più brevi. Un Padre, il cui figlio scapestrato va via di casa, non
se ne sta certo con le mani in mano ad attenderne l'improbabile ritorno
ma invia il Pastore Buono perché,
lasciate le altre novantanove nel deserto, ritrovi la traviata e la
riporti a casa sana e salva. Chi di noi non farebbe lo stesso, dice
Gesù ? Veramente nessuno
di noi farebbe una cosa simile, abbandonare nel deserto un intero
gregge, con il serio rischio di non ritrovare in vita nemmeno una
pecora, perché rubate o uccise dagli animali selvatici. La situazione è
illogica, assurda ed incomprensibile, come illogico, assurdo e
incomprensibile è l'amore e la tenerezza del Padre per ogni suo figlio.
Solo uno squilibrato abbandonerebbe nel deserto novantanove pecore per
cercare la sola perduta, come solo un folle accoglierebbe in casa il
figlio che ha sperperato il patrimonio di famiglia senza il benché
minimo rimprovero e, per di più, reintegrandolo nel suo rango
originario (veste, anello, sandali). Così è l'Amore, la tenerezza del
Padre, come l'utero di una madre (Rahamim) che
si allarga per accogliere e fare spazio alla vita che cresce. L'Amore
di Dio non risponde ad alcuna logica umana, non fa calcoli, agisce
senza apparente ragione: è semplicemente offerto a tutti, buoni e
cattivi. Al figlio scapestrato così come al figlio che ritiene se
stesso 'bravo', sol perché ha fatto " quello che doveva fare"(17,10) e si arroga il diritto di condannare il fratello. Nel cuore misericordioso del Padre nessun figlio è escluso dal suo Amore --------------------------------------- 4/5 marzo "24 ORE PER IL SIGNORE"
nel segno del Giubileo
Papa
Francesco ieri (04/03/2016) ha presieduto la celebrazione penitenziale
per la riconciliazione nella basilica di San Pietro. Nel corso della
liturgia, il Pontefice è andato personalmente al confessionale, prima
come penitente per ricevere l'assoluzione poi per confessare alcuni
fedeli.
Francesco
si è prima inginocchiato davanti al confessionale, per confessarsi e
ricevere l'assoluzione da un sacerdote. Ha tolto i paramenti liturgici
ed è restato soltanto con l'abito talare bianco. Quindi, si è seduto al
posto del confessore, per amministrare a sua volta il sacramento della
Penitenza e Riconciliazione.
La
celebrazione in San Pietro - la stessa durante la quale un anno fa il
Papa annunciò l'indizione del Giubileo straordinario della Misericordia
- ha aperto lo speciale momento penitenziale, chiamato "24 ore per il
Signore", promosso dal Pontificio Consiglio per la Nuova
Evangelizzazione, che quest'anno assume carattere giubilare e che viene
vissuto in concomitanza in numerose diocesi del mondo, alla vigilia
della IV domenica di Quaresima.
*****
Per
il terzo anno consecutivo ritorna l'iniziativa "24 ore per il Signore"
per riscoprire il sacramento della Riconciliazione durante il periodo
di preparazione alla Pasqua di Risurrezione del Signore.
Qual è il significato della 24 ore per il Signore?
Come
ricorda papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo
straordinario della misericordia “Misericordiae Vultus”, «l’iniziativa
“24 ore per il Signore”, da celebrarsi nel venerdì e sabato che
precedono la IV domenica di Quaresima, è da incrementare nelle Diocesi.
Tante persone si stanno riavvicinando al sacramento della
Riconciliazione e tra questi molti giovani, che in tale esperienza
ritrovano spesso il cammino per ritornare al Signore, per vivere un
momento di intensa preghiera e riscoprire il senso della propria vita.
Poniamo di nuovo al centro con convinzione il sacramento della
Riconciliazione, perché permette di toccare con mano la grandezza della
misericordia. Sarà per ogni penitente fonte di vera pace interiore».
Oggi il Papa alla «24 ore per il Signore»Il sacramento della
Riconciliazione offerto a tutti. In tutte le diocesi del mondo. ... È
l’iniziativa 24 ore per il Signore, giunta alla sua terza edizione, che
in occasione del Giubileo della misericordia riceve, come sottolinea
l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per
la promozione della nuova evangelizzazione, «nuova linfa».
Ci saranno delle novità in questa terza edizione?
Nessuna
novità rispetto ai due anni precedenti. ... il Papa darà inizio alle 24
ore facendosi penitente tra i penitenti e confessore tra i confessori.
Abbiamo pensato che non fosse necessario introdurre novità perché la
tradizione ha bisogno di impiantare radici. Ma le adesioni si stanno
estendendo a macchia d’olio in tutte le diocesi del mondo. E anche
l’espressione “24 ore per il Signore” è sempre più utilizzata.
C’è comunque una naturale familiarità di questa iniziativa con l’Anno Santo della misericordia.
Indubbiamente.
L’iniziativa si pone come segno tangibile della possibilità di
incontrare il Signore e di incontrarlo, come ci dice papa Francesco,
nel sacramento del Perdono. Dunque siamo provocati su più fronti. Il
primo è quello di incentivare il più possibile il momento della
riconciliazione con Dio. La misericordia non è una parola astratta, ma
un segno concreto e uno dei segni concreti con cui la possiamo
sperimentare è proprio la confessione. D’altra parte l’edizione
giubilare delle 24 ore è una forte provocazione per noi sacerdoti. Il
Papa ha invitato le Chiese locali a trovare ogni occasione utile per
avvicinare i fedeli al confessionale, soprattutto invitando i
missionari della misericordia come segno della presenza del Pontefice
in mezzo alle nostre comunità. E da questa prospettiva ricaviamo
un’indicazione pastorale tutt’altro che secondaria. Quella di mettere
al centro della vita ecclesiale il sacramento del Perdono.
È in sostanza un invito ai sacerdoti a trascorrere più ore in confessionale?
Proprio
così. Non è il massimo vedere in alcune chiese cartelli su cui è
scritto: «Per le Confessioni venire il giorno tale all’ora tale». So
che c’è carenza di sacerdoti, ma dobbiamo dire che spesso noi ci
dibattiamo in tante iniziative che non sono di nostra competenza
specifica, mentre il sacramento della Riconciliazione – specie in
questo anno – dovrebbe avere priorità assoluta. L’invito del Papa non è
quello di dare un appuntamento, ma cercare la pecorella e caricarsela
sulle spalle.
Con il Giubileo e le 24 ore sta cambiando qualcosa in tal senso?
Molte
diocesi hanno recepito l’invito che veniva già dal Sinodo sulla nuova
evangelizzazione, e cioè che in ogni diocesi ci sia almeno una chiesa,
un santuario o una parrocchia in cui 24 ore su 24 i sacerdoti sono
disponibili per le confessioni. L’altro giorno ero in una prefettura
qui a Roma, dove per tutta la Quaresima le parrocchie a turno svolgono
questo servizio.
...
Fisichella: Il Perdono al centro di “24 ore per il Signore”Vedi il nostro post precedente:
«Che io veda di nuovo» (Mc 10,51) - Papa Francesco, omelia nella Liturgia penitenziale per l'iniziativa "24 ore per il Signore"-------------------------------------------- Il sacramento della
Riconciliazione, che il Papa ha messo al centro dell’Anno Santo
straordinario della misericordia, richiede confessori preparati,
consapevoli di non essere padroni ma solo ministri del sacramento e
capaci di trasformarlo in un incontro con Cristo, quindi in un momento
di vera gioia per il penitente. Alla vigilia della celebrazione delle
“24 Ore per il Signore”, dedicata alla riscoperta della
Riconciliazione, e in chiusura del 27mo Corso sul ‘Foro interno’ della
Penitenzieria apostolica, rivolto ai confessori, don Luca Ferrari,
Missionario della Misericordia e consulente del Dicastero della Nuova
Evangelizzazione e mons. Krzysztof Nykiel, Reggente
della Penitenzieria Apostolica, si confrontano su questi temi.
RADIO VATICANA: Giubileo, riscoprire Confessione come momento di gioia--------------------------------------------------------------- Le nuove norme, che verranno
promulgate e pubblicate su “L’Osservatore Romano”, entreranno in vigore
“ad esperimentum” per tre anni.
SIR: Papa Francesco: nuove norme su amministrazione beni Cause di beatificazione e santificazione--------------------------------------------------------------- È difficile immaginare che papa Francesco avrebbe fortemente voluto una proclamazione della
infallibilità papale come quella che nel diciannovesimo secolo venne sollecitata da Pio IX con ogni
mezzo. Si può invece ritenere che Francesco (come fece a suo tempo Giovanni XXIII davanti agli
studenti del collegio greco) dichiarerebbe sorridendo: «Io non sono infallibile». Di fronte allo
stupore degli studenti, Giovanni aveva aggiunto: «Sono infallibile solo quando parlo ex cathedra,
ma non parlerò mai ex cathedra». Questo tema mi è familiare da tempo. Ecco qualche importante
dato storico, che ho acquisito di persona e ho meticolosamente documentato nel quinto volume
delle mie opere complete
Hans Küng: Aboliamo l'infallibilità del Papa (pdf)Il cardinal Ratzinger sollevò
15 anni fa il tema della riforma e del decentramento, col maggior ruolo
che avrebbero dovuto avere le conferenze episcopali nazionali e
continentali. L’idea ecumenica di «un portavoce della cristianità». La
convergenza di visioni con Bergoglio
Francesco Peloso: Il papato? Benedetto e Francesco la pensano allo stesso modoCi sono almeno due modi di leggere la prerogativa della infallibilità personale del romano pontefice
definita al concilio Vaticano I nel 1870: uno eccitante ed uno rigoroso
Alberto Melloni: Le due infallibilità papali (pdf)--------------------------------------------------------------- Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo)
(GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Esercizi spirituali del Pontefice e della Curia romana Ariccia (6-11 marzo)
Sono
iniziati ieri pomeriggio, nella Casa del Divin Maestro di Ariccia, gli
Esercizi spirituali di Quaresima per il Papa e la Curia Romana.
A
guidare le meditazioni è il sacerdote friulano Ermes Ronchi,
dell’Ordine dei Servi di Maria. Gli esercizi - che si concluderanno
venerdì prossimo - sono stati aperti dall’adorazione eucaristica.
Le domande di Gesù sono l'altro nome della conversione
“Le nude domande del Vangelo” è il tema delle meditazioni. La prima domandaaffrontata
dal religioso è tratta da un brano del Vangelo di Giovanni: «Gesù
allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: Che cosa cercate?».
"La proposta per questi giorni insieme - ha detto il padre servita - è
di fermarci in ascolto di un Dio di domande: non più interrogare il
Signore, ma lasciarci interrogare da Lui. E invece di correre subito a
cercare la risposta, fermarci per vivere bene le domande, le nude
domande del Vangelo. Amare le domande, esse sono già rivelazione". "Le
domande sono (...) l’altro nome della conversione".Le domande
coinvolgono e lasciano liberi
"Gesù
- ha detto padre Ronchi - educa alla fede attraverso domande, ancor più
che attraverso parole assertive". I quattro vangeli - ha proseguito -
riportano oltre 220 domande del Signore: “La domanda è la comunicazione
non violenta, che non mette a tacere l’altro ma rilancia il dialogo, lo
coinvolge e al tempo stesso lo lascia libero. Gesù stesso è una
domanda. La sua vita e la sua morte ci interpellano sul senso ultimo
delle cose, ci interrogano su ciò che fa felice la vita. E la risposta
è ancora Lui”.
...
Il nome di Dio è gioia, libertà, pienezza
La
fede è cercare “un Dio sensibile al cuore, uno che fa felice il cuore,
il cui nome è gioia, libertà e pienezza. Dio è bello. Sta a noi
annunciare un Dio bello, desiderabile, interessante”. Forse – ha
aggiunto - “abbiamo impoverito il volto di Dio, talvolta l’abbiamo
ridotto in miseria, relegato a rovistare nel passato e nel peccato
dell’uomo. Forse un Dio che si venera e si adora, ma non quello
coinvolto e coinvolgente, che ride e gioca con i suoi figli”.
Dio può morire di noia nelle nostre chiese, restituiamogli il suo volto solare
“Ogni
uomo – ha concluso padre Ermes Ronchi - cerca un Dio coinvolgente. Dio
può morire di noia nelle nostre chiese. Restituiamogli il suo volto
solare, un Dio da gustare e da godere, desiderabile.
...
Esercizi spirituali: Dio è gioia, ma noi lo facciamo morire di noia nelle chieseStamattina ha commentato il passo della tempesta sedata in cui Gesù chiede ai discepoli: «Perché avete paura, non avete ancora fede?» ( Mc, 4, 40)
...
La paura è una mancanza di fiducia in Dio
“Paura
e fede” – ha affermato padre Ermes Ronchi - sono “le due antagoniste
che si disputano eternamente il cuore dell’uomo. La Parola di Dio, da
un capo all’altro della Bibbia, conforta e incalza, ripetendo infinite
volte: non temere. Non avere paura!”. La paura – sottolinea – non è
tanto assenza di coraggio quanto “una mancanza di fiducia”. E’ paura di
Dio perché abbiamo un’immagine sbagliata di Lui, come Adamo ed Eva che
credono in “un Dio che toglie e non in un Dio che dona”:
...
Dio non ci salva dalla croce, ma nella croce
C’è
la paura della tempesta, quando ci sentiamo abbandonati e “Dio sembra
dormire” mentre “noi vorremmo che intervenisse subito”. Ma lui
interviene, è lì, accanto a noi:
“Dio
non agisce al posto nostro, non ci toglie dalle tempeste ma ci sostiene
dentro le tempeste. Mi aiuta tanto questa frase di Bonhoeffer: Dio non
salva dalla sofferenza ma nella sofferenza, non protegge dal dolore ma
nel dolore, non salva dalla croce, ma nella croce (…) Dio non porta la
soluzione dei nostri problemi, porta se stesso e dandoci se stesso ci
dà tutto. Forse pensavamo che il Vangelo avrebbe risolto i problemi del
mondo o almeno che sarebbero diminuite le violenze e le crisi della
storia, invece non è così. Anzi il vangelo ha portato con sé rifiuto,
persecuzioni, altre croci: pensiamo alle 4 sorelle uccise a Aden”.
La Chiesa per lungo tempo ha trasmesso una fede impastata di paura
“Gesù – osserva padre Ermes Ronchi - ci insegna che c’è un solo modo per vincere la paura:è la fede!”.
...
“Per
un lungo tempo la Chiesa ha trasmesso una fede impastata di paura. Che
ruotava attorno al paradigma colpa/castigo, anziché su quello di
fioritura e pienezza. La paura è nata in Adamo perché non ha saputo
neppure immaginare la misericordia e il suo frutto che è la gioia (...)
La paura invece produce un cristianesimo triste, un Dio senza gioia.
Liberare dalla paura significa operare attivamente per sollevare questo
sudario della paura posato sul cuore di tante persone: la paura
dell’altro, la paura dello straniero. Passare dall’ostilità, che può
essere anche istintiva, all’ospitalità, dalla xenofobia alla filoxenia
(…) e liberare i credenti dalla paura di Dio, come hanno fatto lungo
tutta la storia sacra i suoi angeli: essere angeli che liberano dalla
paura”.
Ermes Ronchi: la Chiesa liberi i credenti dalla paura di DioQuesto pomeriggio si è partiti dal testo di Matteo :“Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde sapore con che cosa lo si renderà salato?”
Sin
dal mondo antico il sale è stato elemento prezioso e denso di
significati, ma sempre simbolo della conservazione di ciò che vale e
merita di durare, come succede in rapporto agli alimenti. I discepoli
come il sale, afferma padre Ermes Ronchi, preservano ciò che alimenta
la vita sulla terra, la parola di Dio, il Vangelo che, penetrando nelle
cose le fa durare. Sale della terra e luce del mondo, dice Gesù nel
Vangelo: la loro umiltà è modello per la Chiesa e i discepoli:
“Ecco
l’umiltà del sale e della luce. Che non attirano l’attenzione su di sé,
non si mettono al centro, ma valorizzano ciò che incontrano. Così
l’umiltà della Chiesa, dei discepoli del Signore, che non devono
orientare l’attenzione su di sé, ma sul pane e sulla casa, sullo
sterminato accampamento degli uomini, sulla loro fame così grande alle
volte che per loro Dio non può avere che forma di un pane”
Come
la luce anche noi dovremmo avere sguardi luminosi, spiega padre Ronchi,
che quando si posano sulle persone fanno emergere tutto ciò che più
bello c’è nell’uomo, e come il sale, anche noi non dovremmo avere
valore se non nell’incontro:
“Osservo
il sale. Fino a che rimane nel suo barattolo, chiuso in un cassetto
della cucina non serve a niente. Il suo scopo è uscire e perdersi per
rendere più buone le cose. Si dona e scompare. Chiesa che si dona, si
scioglie, che accende, che vive per gli altri.
...
Sale
e luce non hanno lo scopo di perpetuare se stessi ma di effondersi. E
così è la chiesa: non un fine, ma un mezzo per rendere più buona e più
bella la vita delle persone.”
Può
accadere però di perdere il Vangelo, di non avere più senso né sapore,
di non servire a niente. E succede, osserva padre Ronchi, ogni volta
che non siamo capaci di comunicare amore a quanti incontriamo, né
speranza, né libertà, che sono doni di Dio.
...
Le
persone vogliono cogliere dal discepolo di Gesù frammenti di vita, non
frammenti di dottrina. Non se ci è stato posto Dio fra le mani ma che
cosa ne abbiamo fatto di quel Dio”.
Ma
padre Ronchi ricorda anche la grande fiducia di Dio negli uomini : Gesù
non dice infatti “sforzatevi di diventare luce , di avere sapore”, ma
“sappiate che lo siete già“. La luce è il “dono naturale di chi ha
respirato Dio” e “avere un sapore di vita è il dono di chi ha abitato
il Vangelo”. Sta a noi prenderne consapevolezza e trasmettere luce e
sapore al mondo. Il nostro compito perchè la luce e il sale non si
perdano, conclude padre Ronchi nella sua meditazione, è dare un incanto
nuovo all’esistenza, lasciare che Cristo penetri nella nostra vita e
vivere in comunione con gli altri:
...
La
nostra luce vive di comunione, di incontri, di condivisione. Non
preoccupiamoci di quanti riusciamo a illuminare. Non conta essere
visibili o rilevanti, essere guardati o ignorati, ma essere custodi
della luce, vivere accesi. Custodire l’incandescenza del cuore”
Ermes Ronchi: Chiesa si doni e viva per gli altri--------------------------------------- 8 marzo 2016 «La gente chi dice che io sia?». In un tempo in cui non esistevano ancora i mass media Gesù volle lanciare questa sorta di “sondaggio d’opinione” tra i suoi apostoli. E intorno a questa domanda cruciale è ruotata la quarta meditazione tenuta da padre Ermes Ronchi martedì mattina, 8 marzo, durante gli esercizi spirituali quaresimali predicati al Papa e alla Curia Romana. Nella
cappella della Casa Divin Maestro di Ariccia il religioso dei servi di
Maria ha rilanciato l’interrogativo di Gesù, ricordando che l’opinione
della gente su di lui era incompleta anche se bella. Lo consideravano
un profeta, come Elia o Giovanni il Battista, ma questa risposta ha un
limite: Gesù non è un uomo del passato, un profeta di ieri. Ecco dunque
la domanda diretta ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?».
Padre Ronchi ha fatto notare come questo interrogativo abbia al suo
interno un’avversativa, quel “ma” quasi in opposizione a quello che la
gente pensa e dice. Sembra quasi che il Maestro voglia sollecitare gli
apostoli a riflettere e invitarli a non accontentarsi, perché la fede
non avanza per sentito dire. Gesù sollecita gli apostoli a rivedere il
loro rapporto con lui. Non vuole definizioni astratte, ma il
coinvolgimento personale.
L’interrogativo «Chi sono io per te?» è
il cuore pulsante della fede, ha spiegato il religioso. Gesù pone la
domanda nel segno dell’amicizia: non dà lezioni, non impone la
risposta, ma invita a cercare dentro. Allora e solo allora si può
rispondere come ha fatto il predicatore: «Incontrare te è stato
l’affare migliore della mia vita!».
(fonte: L'Osservatore Romano)
“Gesù
non è moralista”. “Siamo noi che abbiamo moralizzato il Vangelo”. Così
padre Ermes Ronchi, nella quinta meditazione degli Esercizi spirituali
per il Papa e la Curia romana, in corso nella Casa del Divin Maestro di
Ariccia. Nella giornata della donna, il religioso ha ricordato che nel
Vangelo molte donne seguivano e servivano Gesù, rammaricando la sola
presenza di uomini nell’incontro.
“Il Vangelo non è moralista”,
ha sottolineato p. Ronchi partendo nella sua riflessione dal racconto
evangelico di Gesù, che invitato nella casa di Simone il fariseo, rompe
ogni convenzione e lascia che una donna, per tutti la peccatrice,
pianga ai suoi piedi, e li asciughi con i suoi capelli, baciandoli e
cospargendoli di olio profumato. E di fronte alla sorpresa di Simone,
Gesù lo ammonisce: “guarda questa donna”, che da peccatrice diviene “la
perdonata che ha molto amato”.
“Nella
cena a casa di Simone il fariseo va in scena un conflitto sorprendente:
il pio e la prostituta; il potente e la senza nome, la legge e il
profumo, la regola e l’amore a confronto”.
“L’errore di Simone è lo sguardo giudicante”.
“Gesù per tutta la sua esistenza insegnerà lo sguardo non giudicante, includente, lo sguardo misericordioso”.
“Simone mette al centro del rapporto tra uomo e Dio” “il peccato, ne fa l’asse portante della religione”.
“È l’errore dei moralisti di ogni epoca, dei farisei di sempre”.
“Gesù non è moralista”:
“mette al centro la persona con lacrime e sorrisi, la sua carne dolente o esultante, e non la legge”.
Nel Vangelo troviamo con più frequenza la parola povero che peccatore, ha osservato p. Ronchi.
“Adamo è povero prima che peccatore; siamo fragili e custodi di lacrime, prigionieri di mille limiti, prima che colpevoli”.
“Siamo noi che abbiamo moralizzato il Vangelo”.
“Ma in principio non era così: p.Vannucci lo dice benissimo il
Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione. E ci porta
fuori dal paradigma del peccato per condurci dentro il paradigma della
pienezza, della vita in pienezza”.
Simone
il moralista guarda il passato della donna, vede “una storia di
trasgressioni”, “mentre Gesù - ha spiegato p. Ronchi - vede il molto
amore di oggi e di domani”.
“Gesù
non ignora chi è, non finge di non sapere, ma la accoglie. Con le sue
ferite e soprattutto con la sua scintilla di luce, che Lui fa sgorgare”.
“Il centro della cena doveva essere Simone pio e potente, e invece il centro è occupato dalla donna”.
“Solo
Gesù è capace di operare questo cambio di prospettiva, di fare spazio
così agli ultimi. Gesù sposta il fuoco, il punto di vista dal peccato
della donna alle mancanze di Simone, lo destruttura, lo mette in
difficoltà come farà con gli accusatori dell’adultera nel tempio”.
Se
Gesù domandasse anche a me - ha detto sorridendo P. Ronchi - la vedi
questa donna? dovrei rispondere “no, Signore, qui vedo solo uomini.
“Non
è molto normale questo ammettiamolo. Dobbiamo prendere atto di un vuoto
che non corrisponde alla realtà dell’umanità e della Chiesa”.
“Non era così nel Vangelo”, dove molte donne seguivano e servivano Gesù, ma “al nostro seguito non le vedo”, ha detto p. Ronchi.
“Che
cosa ci fa così paura che dobbiamo prendere le distanze da questa donna
e dalle altre? Gesù era sovranamente indifferente al passato di una
persona, al sesso di una persona, non ragiona mai per categorie o
stereotipi. E penso che anche lo Spirito Santo distribuisca i suoi doni
senza guardare al sesso delle persone”.
Gesù,
segnato da quella donna che lo ha commosso, non la dimentica:
all’ultima Cena ripeterà il gesto della peccatrice sconosciuta e
innamorata, laverà i piedi dei suoi discepoli e li asciugherà”.
“Quando ama, l’uomo compie gesti divini, Dio quando ama compie gesti umani, e lo fa con cuore di carne”.
Infine un richiamo per i confessori.
“È
così facile per noi quando siamo confessori non vedere le persone, con
i loro bisogni, e le loro lacrime ma vedere la norma applicata o
infranta. Generalizzare, spingere le persone dentro una categoria,
classificare. E così alimentiamo la durezza del cuore, la sclerocardia,
la malattia che Gesù più temeva. Diventiamo burocrati delle regole e
analfabeti del cuore; non incontriamo la vita, ma solo il nostro
pregiudizio”.
(fonte: Radio Vaticana)
Vedi anche il post precedente:
Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo) sul tema "Le nude domande del Vangelo"--------------------------------------- 9 marzo 2016 «La
pedofilia e l’attaccamento ai soldi sono i due comportamenti del clero
che più feriscono e fanno adirare il popolo cristiano». E «ciò che
invece lo fa felice è il pane condiviso», una Chiesa capace di vivere
la trasparenza di Gesù che, «coraggioso come un eroe e tenero come un
innamorato, non si è fatto comprare da nessuno e non è mai entrato nei
palazzi dei potenti se non da prigioniero».
Non
ha usato giri di parole padre Ermes Ronchi, mercoledì mattina 9 marzo,
nella sesta meditazione degli esercizi spirituali predicati al Papa e
alla Curia romana, nella cappella della Casa Divin Maestro di Ariccia.
Denunciando anche lo scandalo della fame nel mondo e invitando a
lottare contro gli sprechi.
Per la riflessione ha preso le mosse dalla domanda di Gesù ai suoi discepoli: «Quanti pani avete?» (Marco
6, 38; 8,5; Matteo 15, 34). «Il segno del pane» ha fatto presente padre
Ronchi, nel Vangelo «è il più ripetuto perché il più carico di
simboli». Puntando subito lo sguardo sulla Chiesa, il predicatore ha
messo in guardia dal considerarla come «un’istituzione che ripete da
millenni le stesse parole e gli stessi riti; una centrale che cerca di
produrre consenso o un’agenzia di rating che dà i voti sulla vita
morale delle persone». La Chiesa, ha rimarcato, «è una madre che
protegge la vita in tutte le sue forme, annuncia che è possibile vivere
meglio per tutti e che Gesù ne possiede la chiave».
«La
Chiesa — ha proseguito — è Gesù-discepoli-e-folla, tutti insieme, con
però qualcosa che passa di mano in mano, che li tiene legati insieme e
vivi insieme: non sono dogmi o precetti, è il pane e la compassione che
sono entrambi beni divini».
(fonte: L'Osservatore Romano)
Il perdono di Dio è “amore autentico” che incalza l’uomo a divenire “il meglio di ciò che può diventare”: è quanto ha affermato padre Ermes Ronchi nella sua settima meditazione in occasione degli esercizi spirituali ad Ariccia, cui partecipano Papa Francesco e i membri della Curia Romana. La riflessione del religioso è partita dalla domanda di Gesù all’adultera perdonata: «Allora Gesù si alzò e le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?» (Gv, 8, 10). Chi ama accusare, inebriandosi dei difetti altrui – sottolinea padre Ermes Ronchi - crede di salvare la verità lapidando coloro che sbagliano. Ma così nascono le guerre. Si generano conflitti “tra nazioni, ma anche nelle istituzioni ecclesiastiche, nei conventi, negli uffici” dove regole, costituzioni, decreti diventano sassi “per lapidare qualcuno”. Ipocriti e accusatori mettono Dio contro l’uomo Il brano dell’adultera per secoli è stato ignorato dalle comunità cristiane perché “scandalizzava la misericordia di Dio”. Il nome della donna adultera non è rivelato. “Rappresenta tutti”, è schiacciata da poteri di morte che esprimono l’oppressione degli uomini sulle donne. I farisei di ogni epoca mettono il peccato “al centro del rapporto con Dio” ma “la Bibbia non è un feticcio o un totem”: esige “intelligenza e cuore”. I poteri che non esitano a usare una vita umana e la religione “mettono Dio contro l’uomo”. E’ questa “la tragedia del fondamentalismo religioso”: ... Dove c’è misericordia, c’è Dio Il giudizio contro l’adultera è diventato “un boomerang contro l’ipocrisia dei giudici”. “Nessuno può gettare la pietra, la scaglierebbe contro se stesso”. Dove c’è misericordia – scriveva S. Ambrogio – lì c’è Dio; dove c’è rigore e severità forse ci sono i ministri di Dio ma Dio non c’è”. Gesù si alza davanti all’adultera, “come ci si alza davanti ad una persona attesa e importante”. Si alza per esserle più vicino, nella prossimità, e le parla. Nessuno le aveva parlato prima. “La sua storia, il suo intimo tormento non interessavano”. Invece Gesù coglie l’intimo di quell’anima. “La fragilità è maestra di umanità”: “E’ la cura dei fragili, è la cura degli ultimi, dei portatori di handicap e l’attenzione alle pietre scartate che indica il grado di civiltà di un popolo, non le gesta dei forti e dei potenti”. A Gesù non interessa il rimorso ma la sincerità del cuore. Il suo perdono è “senza condizioni, senza clausole, senza contropartite”. Gesù mette se stesso al posto di tutti i condannati, di tutti i peccatori. Spezza la “catena malefica” legata all’idea di “un Dio che condanna e si vendica, giustificando la violenza”. L’amore di Dio cambia la vita Il cuore del racconto non è il peccato da condannare o da perdonare. Al centro non c’è il male ma “un Dio più grande del nostro cuore” che non banalizza la colpa ma fa ripartire l’uomo da dove si è fermato. Apre sentieri, rimette sulla strada giusta, fa compiere un passo in avanti, “spalanca il futuro”. Gesù compie “una rivoluzione radicale” sconvolgendo il tradizionale ordine ad asse verticale con “sopra di tutti un Dio giudice e punitore”. “Un Dio nudo, in croce, che perdona, sarà il gesto sconvolgente e necessario per disinnescare la miccia delle infinite bombe sulle quali è seduta l’umanità”: “Non il Dio onnipotente, ma l’Abbà onni-amante. Non più il dito puntato, ma quello che scrive sulla pietra del cuore: io ti amo”. “Va e d’ora in poi non peccare più”. Sono le sei parole che bastano a cambiare una vita. Ciò che sta dietro non importa più. E’ il futuro ora a contare. “Il bene possibile domani conta più del male ieri”. Dio perdona “non come uno smemorato, ma come un liberatore”. Il perdono non è buonismo, “ma rimettere in cammino una vita”. Il perdono libera dalle schiavitù del passato Tante persone vivono “come in un ergastolo interiore”, schiacciate dai sensi di colpa a causa di errori passati. Ma “Gesù apre le porte delle nostre prigioni, smonta i patiboli su cui spesso trasciniamo noi stessi e gli altri”. “Gesù sa che l’uomo non equivale al suo peccato”. Al Signore non interessa il passato. “E’ il Dio del futuro”. Le parole di Gesù e i suoi gesti spezzano lo schema buoni/cattivi, colpevoli/innocenti. Gesù, con la misericordia, “ci conduce oltre gli steccati dell’etica”. All’occhio che vede il peccato - conclude padre Ermes Ronchi - “è chiesto di vedere il sole: “la luce è più importante del buio”, “il grano vale più della zizzania”, “il bene pesa più del male”. (fonte: Radio Vaticana)
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--------------------------------------- 10 marzo 2016
La Chiesa e ogni cristiano abbiano per le ferite del mondo la compassione del buon samaritano, perché il prendersi cura di chi soffre migliora i rapporti sociali e argina la cultura dello scarto. È il pensiero di sintesi dell’ottava meditazione tenuta da padre Ermes Ronchi a Papa Francesco e alla Curia Romana, giunti al quinto giorno degli esercizi spirituali ad Ariccia. È
l’alba della domenica e tre giorni sono trascorsi in un immenso senso
di vuoto e molte lacrime. Anche la donna che si avvicina al sepolcro ne
ha il volto rigato e la vista della pietra rotolata via aumenta
l’angoscia. La ferma una voce: “Donna chi cerchi? Perché piangi?”. Padre Ermes Ronchi parte da questa scena per descrivere il comportamento di Dio verso il dolore dell’uomo. I tre verbi della compassione Gesù
è risorto, osserva il predicatore, “è il Dio della vita” e si
“interessa delle lacrime” della Maddalena. “Nell'ultima ora del
venerdì, sulla Croce si era occupato del dolore e dell’angoscia di un
ladro, nella prima ora della Pasqua si occupa del dolore e dell’amore
di Maria”. Perché, sottolinea padre Ronchi, è questo lo stile di“Gesù,
l’uomo degli incontri”: non “cerca mai il peccato di una persona, ma si
posa sempre sulla sofferenza e sul bisogno”. E allora, si chiede il
religioso, “come fare per vedere, capire, toccare e lasciarsi toccare
dalle lacrime” degli altri?: “Imparando lo sguardo e i gesti di Gesù, che sono quelli del buon samaritano: vedere, fermarsi, toccare, tre verbi da non dimenticare mai ... “La
vera differenza non è tra cristiani, musulmani o ebrei, la vera
differenza non è tra chi crede o chi dice di non credere. La vera
differenza è tra chi si ferma e chi non si ferma davanti alle ferite,
tra chi si ferma e chi tira dritto (...)
Se io ho passato un’ora soltanto ad addossarmi il dolore di una
persona, lo conosco di più, sono più sapiente di chi ha letto tutti i
libri. Sono sapiente della vita”. La misericordia non è mai a “distanza” Terzo
verbo: toccare. “Ogni volta che Gesù si commuove, tocca”, ricorda il
predicatore degli esercizi. “Tocca l’intoccabile”, un lebbroso, il
primo degli scarti umani. Tocca il figlio della vedova di Nain e “viola
la legge, fa ciò che non si può: prende il ragazzo morto, lo rialza e
lo ridà a sua madre”: “Lo
sguardo senza cuore produce buio e poi innesca un’operazione ancor più
devastante: rischia di trasformare gli invisibili in colpevoli, di
trasformare le vittime – i profughi, i migranti, i poveri – in
colpevoli e in causa di problemi (...)
E se vedo, mi fermo e tocco. Se asciugo una lacrima, io lo so, non
cambio il mondo, non cambio le strutture dell’iniquità, ma ho inoculato
l’idea che la fame non è invincibile, che le lacrime degli altri hanno
dei diritti su ciascuno e su di me, che io non abbandono alla deriva
chi ha bisogno, che tu non sei gettato via, che la condivisione è la
forma più propria dell’umano. (…) Perché la misericordia è tutto ciò
che è essenziale alla vita dell'uomo. La misericordia è un fatto di
grembo e di mani. E Dio perdona così: non con un documento, con le mani, un tocco, una carezza”. (fonte: Radio Vaticana) L’amore di Dio per l’uomo infiamma il cuore e apre gli occhi. E’
l’architrave della nona meditazione tenuta nel pomeriggio da padre
Ermes Ronchi a Papa Francesco e alla Curia Romana, nel quinto giorno
degli esercizi spirituali ad Ariccia. “Il contrario dell’amore non è l’odio - ha rimarcato - ma l’indifferenza”, dobbiamo “tornare a innamorarci”. ...
Padre Ermes spiega che l’amore
di Dio riaccende “i cuori”, “la passione”. “La santità - aggiunge - non
è una passione spenta, ma una passione convertita”. “Quando l’amore c’è
- dice - non ti puoi sbagliare, è evidente, solare, indiscutibile”. La fede ha tre passi E'
Dio che “ama l’uomo” - sottolinea - che “colma le povertà”, non cerca
in lui “la perfezione”, ma “l’autenticità”. “Non siamo al mondo per
essere immacolati, ma per essere incamminati”. E ribaltando ogni schema
parla di “Gesù,
mendicante di amore, mendicante senza pretese” che “conosce" la
"povertà” di ognuno e che chiede “la verità di un po’ di amicizia”. “La
fede - prosegue - ha tre passi": ho "bisogno, mi fido, mi affido": Il rianimatore di legami “Credere
è aver bisogno d’amore, fidarsi e fondarsi su questo, come forma di
Dio, come forma dell’uomo, come forma del mondo, del futuro, del vivere. Fidarsi è fondare la vita su questa ipotesi: che più amore è bene, meno amore è male. “E’ abbandonare la regola ogni volta che la regola si oppone all’amore”,
diceva sorella Maria dell’eremo di Campello. Mentre il mondo proclama
la sua fede, la sua evidenza: più denaro è bene, meno denaro è male. Ma ogni
credente è un credente nell’amore: cioè un rianimatore di legami, un
risvegliatore di legami, uno che aiuta gli uomini a ritrovare fiducia
nell’amore. Noi abbiamo creduto l’Amore”. Credere è avere una storia con Dio Padre
Ronchi dice che “credere è avere una storia con Dio”, "camminare
nell’amore con una persona” e la salvezza è nella certezza che è Lui ad
“amare”. “La crisi di fede oggi nel mondo occidentale” - spiega -
“incomincia” proprio “con la crisi dell’atto umano di credere”. “Perché
non si crede all’amore”. Centrale è che "amore è dare": Il contrario dell'amore non è l'odio "Il
contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza che è linfa vitale
che alimenta ogni male, la linfa segreta del peccato. L’indifferenza
per cui l’altro per te non esiste, non conta, non vale, non è niente". “Oggi
dobbiamo tornare a innamorarci". Amare Dio “con tutto noi stessi, corpo
e anima". "Smetti di amare Dio da sottomesso - conclude - smetti di
amarlo da schiavo". "Si deve tornare ad amare Dio da innamorati. Allora sì che la vita, e la fede", si riempiranno di sorrisi. (fonte: Radio Vaticana)
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--------------------------------------- 11 Marzo 2016 Bisogna riscoprire «il coraggio di sognare»,
quel coraggio testimoniato da santi come Francesco Saverio, che per
tutta la vita coltivò il «sogno» di arrivare in Cina. Lo ha
raccomandato Papa Francesco a conclusione degli esercizi spirituali ai
quali ha partecipato insieme alla Curia romana.
Al
termine della decima e ultima meditazione tenuta da padre Ermes Ronchi
nella mattina di venerdì 11 marzo, nella cappella della Casa Divin
Maestro dei religiosi paolini, ad Ariccia, il Pontefice ha rivolto
parole di ringraziamento al predicatore, ringraziandolo in particolare
per la sua «passione». Poi, prima di lasciare l’istituto, ha salutato
il personale della casa e i superiori della Società San Paolo. Quindi è
rientrato in Vaticano a bordo di uno dei tre pulmini che hanno
accompagnato tutti i partecipanti.
Iniziati
nella serata di domenica 6, gli esercizi dedicati al tema «Le nude
domande del Vangelo» si sono conclusi con una meditazione mariana che
ha preso spunto dall’annunciazione, in particolare dall’interrogativo
rivolto della Vergine all’angelo:«Come avverrà questo?». Il
predicatore, religioso dei Servi di Maria, ha richiamato quelle parole
per rilanciare il fascino di una fede calata nel quotidiano, nella
semplicità di una vita toccata dalla grazia di Dio. Al termine padre
Ronchi, su indicazione del Papa, ha impartito ai presenti la
benedizione con annessa l’indulgenza plenaria.
(fonte: L'Osservatore Romano)
Dio
è sempre vicino all’uomo, di una prossimità “domestica”, accanto ai
suoi bisogni quotidiani. Questa è stata l’esperienza di Maria nei suoi
30 anni a Nazareth, “senza clamori” né “visioni”. Lo ha ricordato padre
Ermes Ronchi nell’ultima meditazione degli esercizi spirituali
predicati a Papa Francesco e alla Curia Romana, terminati in mattinata
ad Ariccia. La riflessione del predicatore è stata incentrata sul brano
evangelico dell’Annunciazione.
“Un
giorno qualunque, in un luogo qualunque, una giovane donna qualunque”.
La scena di un evento “colossale”, l’angelo che visita Maria a
Nazareth, avviene in un contesto di normalità disarmante. Perché è la
semplicità la cifra di Dio.
“Dio è in cucina”
Per
la meditazione conclusiva degli esercizi spirituali padre Ermes Ronchi
propone al Papa e alla Curia un viaggio dentro i versetti
dell’Annunciazione, l’evento che, nota il predicatore, “accade nel
quotidiano, senza testimoni, lontano dalle luci e le emozioni del
tempio”. “Il primo
annuncio di grazia del Vangelo è consegnato nella normalità di una
casa”, ovvero – dice padre Ronchi – nel luogo dove ognuno è se stesso.
Ed è lì che “Dio ti sfiora e ti tocca”:
“Santa
Teresa d’Avila ne ‘Il Libro delle Fondazioni’ (…) ha scritto per le sue
monache una lettera tra cui queste parole: sorelle ricordatevi, Dio va
fra le pentole, in cucina. Ma come, il Signore dell’universo che si
muove nella cucina del monastero, fra brocche, pentole, stoviglie,
casseruole e tegami (...) Dio
in cucina, significa portare Dio in un territorio di prossimità (...)
Se non lo senti domestico, cioè dentro le cose più semplici, non hai
ancora trovato il Dio della vita. Sei ancora alla rappresentazione
razionale del Dio della religione”.
Promessa di felicità
A
Maria guardiamo, afferma il predicatore, proprio “per tentare di
ricucire lo strappo più drammatico della nostra fede”: il “Dio della
religione” che "si è separato dal Dio della vita”. La
donna di Nazareth, prosegue, “come donna di casa, ci lancia una sfida
enorme: passare da una spiritualità che si fonda sulla logica dello
straordinario ad una mistica del quotidiano”. E in questo quotidiano il
sentimento prevalente è la gioia. Lo sono le prime parole dell’Annunciazione: “Rallegrati Maria”. Perché quando Dio si avvicina “porta una promessa di felicità":
“A
noi che siamo ammantati di gravità e di pesantezze, ammantati di
responsabilità anche, Maria ricorda che la fede o è gioiosa fiducia o
non è (...) Maria entra in scena come una profezia di felicità per la
nostra vita, come una benedizione di speranza, consolante, che scende
sul nostro male di vivere, sulle solitudini patite, sulle tenerezze
negate, sulla violenza che ci insidia ma che non vincerà, perché la
bellezza è più forte del drago della violenza, assicura l’Apocalisse. E
l’angelo con questa prima parola dice che c’è una felicità nel credere,
un ‘piacere’ di credere”.
All’opera nelle nostre case
Maria poi, indica padre Ronchi, “entra in scena come una donna che crede nell’amore”.
“L’Angelo – si legge nel Vangelo – fu mandato a una vergine, promessa
sposa di un uomo chiamato Giuseppe”. Secondo l’evangelista Luca, rileva
il predicatore, l’annunciazione è fatta a Maria, secondo Matteo invece
a Giuseppe:
“Ma
se sovrapponiamo i due Vangeli vediamo con gioia che l’annuncio è fatto
alla coppia, allo sposo e alla sposa insieme, al giusto e alla vergine
innamorati (...) E Dio
è all’opera nelle nostre relazioni, parla dentro le famiglie, dentro le
nostre case, nel dialogo, nel dramma, nella crisi, nei dubbi, negli
slanci (…) Ecco
che Dio non ruba spazio alla famiglia, non invade, non ferisce, non
sottrae, cerca un sì plurale, che diventa creativo perché è la somma di
due cuori, la somma di molti sogni e moltissimo lavoro paziente”.
Fede granitica o fragile, purché autentica
Infine, Maria sa chiedere a Dio, chiede come potrà accadere ciò che le è stato prospettato. “Avere perplessità, porre domande è un modo per stare davanti al Signore con tutta la dignità umana”,
sostiene padre Ronchi. “Accetto il mistero, ma al contempo uso tutta la
mia intelligenza. Dico quali sono le mie strade e poi accetto strade al
di sopra di me”:
“Da
nessuna parte è detto che la fede granitica sia meglio della fede
piccola intrecciata a domande. Basta che sia autentica (…), quella che
nella sua piccolezza ha ancora più bisogno di Dio. E infatti quello che
mi dà speranza è vedere come nel popolo di Dio continuano a crescere le
domande, nessuno si accontenta più di risposte… di parole già sentite,
di risposte da prontuario, vogliono capire, andare più a fondo,
vogliono fare propria la fede. Un tempo quando tutti tacevano davanti
al sacerdote era un tempo di maggior fede? Credo sia vero il contrario
e se questo è più faticoso per noi, è anche un alleluia, un finalmente”.
Il
pensiero conclusivo è sulla maternità di Dio. “Senza il corpo di Maria
il Vangelo perde corpo”, è la considerazione finale di padre Ronchi. E
tutti i cristiani “sono chiamati a essere madri di Dio, perché Dio ha
sempre bisogno di venire al mondo”.
(fonte: Radio Vaticana)
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SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"Cari
fratelli e sorelle, esprimo la mia vicinanza alle Missionarie della
Carità per il grave lutto che le ha colpite due giorni fa con
l’uccisione di quattro Religiose ad Aden, nello Yemen, dove assistevano
gli anziani. Prego per loro e per le altre persone uccise nell’attacco,
e per i familiari. Questi sono i martiri di oggi! Non sono copertine
dei giornali, non sono notizie: questi danno il loro sangue per la
Chiesa. Queste persone sono vittime dell’attacco di quelli che li hanno
uccisi e anche dell’indifferenza, di questa globalizzazione
dell’indifferenza, a cui non importa… Madre Teresa accompagni in
paradiso queste sue figlie martiri della carità, e interceda per la
pace e il sacro rispetto della vita umana.
... Questi sono i martiri di oggi!...--------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Stamattina
(04/03/2016) alle 8.30 "persone in uniforme hanno fatto irruzione nel
compound dove vivono le missionarie della Carità e hanno ucciso il
guardiano e tutti gli impiegati che si sono frapposti sul loro cammino.
Poi hanno raggiunto le suore e hanno aperto il fuoco, quattro sono
morte e una di loro è riuscita a nascondersi e si è salvata. Ora è in
un posto sicuro”. È un racconto drammatico quello che fa AsiaNews mons.
Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, sull’assalto
“per motivi religiosi” di questa mattina al convento delle Suore
Missionarie della Carità ad Aden, città nel sud dello Yemen. Le vittime sono suor Anselm, dell’India, suor Marguerite del Rwanda, suor Judit del Kenya e suor Reginette originaria
del Rwanda. Si è invece salvata la superiora, che è riuscita a
rifugiarsi in un nascondiglio. Gli assalitori avrebbero inoltre
sequestrato padre Tom Uzhunnalil, un sacerdote salesiano
che viveva nella struttura, il quale al momento dell’assalto “era nella
cappella a pregare”. Le vittime totali sono 14: quattro religiose e
dieci laici, impiegati della comunità che accoglieva anziani e
disabili. Per mons. Hinder il “segnale è chiaro: si tratta di un qualcosa che ha a che fare con la religione”. “Noi
sapevamo che la situazione era difficile - prosegue il prelato - e che
le suore [già in passato oggetto di attacchi mirati] correvano un certo
rischio”. Tuttavia, aggiunge, “avevano deciso di rimanere qualsiasi
cosa capitasse, perché questo fa parte della loro spiritualità. Vicario dell'Arabia: Uccise per motivi religiosi le suore di Madre Teresa in Yemen***** Yemen, le 4 suore uccise Quell'amore in cambio di niente Marina Corradi Una
banda di uomini armati all’assalto di una casa di riposo per vecchi e
disabili condotta dalle Missionarie della Carità, le suore di Madre
Teresa. Ieri ad Aden, nello Yemen, quattro di loro sono morte, assieme
ad altre dodici persone, mentre un sacerdote salesiano risulta
scomparso, forse rapito. Uomini e religiose massacrati, forse, da
al-Qaeda, dentro lo scenario di una guerra civile che da un anno e
mezzo attanaglia il Paese, e ha già fatto 6mila morti. Nello Yemen, il
Paese più povero del Medio Oriente, si scontrano indirettamente le
forze poderose e nemiche di Iran e Arabia Saudita. La città di Aden è
in mano al governo che si oppone ai ribelli houthi.
Un
attentato terrorista dunque. Un manipolo di assassini contro la casa
degli inermi: anziani, malati, handicappati accolti dalle figlie di
Madre Teresa. Il lupo e l’agnello: non deve essere certo stato
difficile attaccare, armi in pugno, un rifugio di indifesi. Tra gli
attentati che insanguinano il mondo ogni giorno, uno dei più
ripugnanti. Uccidere delle donne consacrate che si prendono cura, come
di figli, degli ultimi, e il sacerdote che ne condivide l’opera. Quei
vecchi e quei malati, dice un lancio della Agenzia Fides, sono salvi.
La furia omicida si è scatenata proprio sulle quattro sorelle
riconoscibili dal velo bianco e blu: loro l’obiettivo dell’odio, in
quanto cristiane. Erano due ruandesi, una kenyota e una indiana. Figlie
dei Sud del mondo che, anziché fuggirne, avevano scelto di radicarsi
nel luogo della massima povertà, casa per chi non ha alcuna casa.
La
strage dello Yemen, in un contesto internazionale in cui il fiato dei
jihadisti del Daesh e di al-Qaeda incalza tutti, in Occidente come nel
Terzo mondo, sembra icona di una ferocia che sconfina nel male allo
stato puro. Non potevano in alcun modo costituire una minaccia, quelle
piccole suore e quel prete. Non rappresentavano multinazionali
straniere, o potenze nemiche, non rappresentavano niente altro che il
volto e le mani di Cristo, portato, attraverso il loro volto e le loro
mani, nel cuore della miseria. Misericordia e compassione portate non
per vaga filantropia, ma – come ricordava sempre Madre Teresa –
riconoscendo Cristo in persona, in ciascuno degli "scartati" dal mondo.
Di modo che ciò che è accaduto ieri in Yemen è un vertice di male
gratuito, dietro a cui si avverte un’ombra oscura innominabile, che
tracima e trabocca nelle violenze del terrorismo islamico. Il lupo e
l’agnello, la ferocia sull’innocente inerme, una volta ancora. Sapevano
certo, quelle suore, quel prete, quali rischi comportava rimanere in un
Paese dilaniato da una guerra civile.
Sapevano
quanto odio stava come sbucando dal sottosuolo, fra le strade dello
Yemen. Non hanno pensato ad andarsene. Non sarebbero state capaci di
abbandonare quei loro vecchi, quei fratelli malati, di chiudere
l’ospizio lasciandoli dentro una guerra, e senza nessuno. Hanno
continuato, probabilmente tra i bombardamenti e cento pericoli, a
cercare di condurre la loro casa, dando da mangiare agli ospiti,
curandoli, confortandoli. In una mite e tenace resistenza al male; in
silenzio, con gesti quotidiani – imboccare, lavare, pregare – mentre
fuori deflagrava la ferocia.
Così,
quelle suore ne erano certe, avrebbe fatto la beata Madre Teresa, che
sarà proclamata santa a settembre. Madre Teresa che diceva: «Il più
grande dono che Dio ti può fare è darti la forza di accettare qualsiasi
cosa Egli ti mandi, e la volontà di restituirgli qualsiasi cosa Egli ti
chieda». Dentro a questo sguardo le quattro sorelle di Aden e il
salesiano sono rimaste; e ieri mattina, come agnelli, sono andati
incontro alla morte – «con la forza di accettare qualsiasi cosa Egli ti
mandi».
Docilmente
hanno restituito a Dio la loro vita – «restituirgli qualunque cosa Egli
ti chieda». E forse, attorno, in quella città, qualcuno si fermerà un
momento a considerare la strana scelta di quegli stranieri venuti lì a
morire per curare creature che 'non valgono' niente. Perché, in cambio
di cosa?
In cambio di niente. Nella assoluta gratuità di Cristo.
E
rimarrà, solo in alcuni magari, tra chi ha visto ieri ad Aden il
massacro, una domanda. Tanto straniero appare agli uomini l’amore
illimitato e gratuito, che chi lo incontra non può non chiedersi come
mai, e perché. È la fascinazione di Cristo che rimane, misteriosa e
viva, sopra a qualsiasi orgia di morte. Sopra a qualsiasi ferocia che
gli uomini, come schiavi, scelgano di servire.
(fonte: Avvenire 05/03/2016)
*****
Telegramma
di cordoglio di Papa Francesco per l’uccisione delle quattro suore
Missionarie della Carità e di altri dodici ospiti in una casa per
anziani a Aden. Nel testo, a firma del segretario di Stato, cardinale
Pietro Parolin, il Pontefice si dice “scioccato e profondamente
rattristato” nell’apprendere la notizia e “assicura preghiere per le
vittime e vicinanza spirituale alle loro famiglie e a tutti i colpiti
da questo atto di violenza insensata e diabolica”. Papa Francesco prega
“affinché questo massacro senza senso possa risvegliare le coscienze,
portare ad una conversione del cuore e ispirare tutte le parti a
deporre le armi e a intraprendere la via del dialogo. In nome di Dio –
si legge nel testo –, il Papa invita tutte le parti coinvolte nel
presente conflitto a rinunciare alla violenza e a rinnovare il loro
impegno per il popolo dello Yemen, in particolare quelli più bisognosi,
che le religiose e i loro cooperanti hanno cercato di servire. Il Santo
Padre invoca la benedizione di Dio su tutti coloro che soffrono questa
violenza, e in modo speciale estende alle Missionarie della Carità la
sua vicinanza spirituale e di solidarietà”.
(fonte: Sir)
il testo originale-------------------------------------- Le aperture della Chiesa di Enzo Bianchi Nella chiesa del tempo post-conciliare, da quando papa Giovanni con il suo discernimento profetico individuò tra i “segni dei tempi” l’ingresso della donna nella vita pubblica, più volte si sentono voci – a cominciare da quelle dei papi che si levano per chiedere una più grande valorizzazione della donna nella chiesa, una sua maggior partecipazione alle diverse istituzioni che la reggono e la organizzano, un riconoscimento a lei di tutte le facoltà che in quanto battezzata – e ciò vale anche per i laici battezzati – possiede di diritto. Come
negare che dopo il Vaticano II ci sia una forte presenza femminile
nella maggior parte dei servizi e delle diaconie ecclesiali? Nella
catechesi, nella formazione cristiana, nell’animazione liturgica
sovente oggi sono le donne a supplire alla mancanza di presbiteri. Qua
e là esistono ancora posizioni indurite che negano la possibilità alle
donne, e di conseguenza alle ragazze, di essere ammesse attorno
all’altare, ma all’ambone ormai salgono più donne che uomini a
proclamare le sante Scritture. Va
effettivamente riconosciuto che la presenza e il servizio delle donne è
ritenuto necessario, ma quanto all’ammetterle negli spazi di
partecipazione alle responsabilità e alle decisioni per la vita
ecclesiale, l’esitazione è ancora grande sicché l’icona che la chiesa
presenta alla società è quasi totalmente maschile e appare, lo si
voglia o no, un corpo mutilato.
Giustamente
le teologhe chiedono di evitare la ricerca di una teologia speciale
della donna, ma di far partecipare le donne alla vita della chiesa:
basterebbe che là dove ci sono uomini non ordinati – cioè non preti o
vescovi – si potessero vedere anche delle donne, battezzate come loro.
Nessun attentato alla dottrina, ma una semplice adesione alla realtà
della chiesa, composta come l’umanità da uomini e donne. Molte
sono le possibilità rispettose dell’attuale dottrina cattolica sul
ministero ordinato: basterebbe un po’ di audacia e di volontà di non
limitarsi a fare come si è sempre fatto, un po’ di coraggio
nell’intraprendere vie che conferirebbero alla donna non “immagini
stereotipate romantiche e poetiche” ma un riconoscimento di ciò che è
una cristiana: una battezzata con la possibilità di prendere la parola
in ecclesia, di essere ascoltata collaborando ai processi decisionali
nella chiesa. Se sinodalità come la intende papa Francesco è un
camminare insieme non solo di vescovi, ma di tutto il popolo di Dio,
allora si devono immettere anche le donne cristiane in questo cammino
fattosi così urgente anche se tanto difficile e faticoso.
...
Oggi,
infatti, nella nuova situazione segnata da una rivoluzione
antropologica e culturale inedita in gran parte avviata dalle donne,
non possiamo più dilazionare una serie di possibilità di presenza della
donna nella vita della chiesa e nell’assemblea liturgica. Quello che si
dovrebbe chiedere, almeno in obbedienza al messaggio di Gesù, è che sia
consentito alle donne ciò che è consentito agli uomini laici, come da
sempre è avvenuto nel monachesimo, che riconosce anche alla donna
possibilità di governo, di predicazione, di insegnamento dottrinale, di
guida spirituale. Non
c’è mai stata nessuna differenza nel servizio dell’autorità tra un
abate e un’abbadessa, tra un priore e una priora, né si vede perché, se
ci sono “padri spirituali”, non ci possano essere “madri spirituali”. La
valorizzazione della presenza, dei carismi e dei ministeri delle donne
nella chiesa cattolica non può dipendere da semplici “auguri” mai
attuati, né da ostinate rivendicazioni: passa attraverso l’ormai
ineludibile riscoperta della pienezza della vocazione battesimale e del
conseguente apprezzamento della chiamata che ogni cristiano ha ricevuto
per annunciare e testimoniare il vangelo di Gesù Cristo agli uomini e
alle donne del proprio tempo.
Il
teologo Armando Matteo ha scritto “La fuga delle quarantenni” per
indicare la disaffezione e l’abbandono della chiesa da parte delle
donne, ma presto se le cose non mutano, registreremo il venir meno
anche delle donne più giovani: chi accetta di abitare una casa senza aver possibilità di viverla, governarla, rinnovarla ogni giorno assieme agli altri? (articolo pubblicato su La Stampa il 6/3/2016) -------------------------------------- Donne che predicano
di
Catherine Aubin
Ai tempi di Gesù, tra i poveri
nessuno è più povero di una vedova, donna senza uomo, dunque senza
diritti né protezione. Il mondo e la società in cui Gesù vive e si
muove sono fondamentalmente strutturati su un modello patriarcale; le
donne sono socialmente invisibili, di quell’invisibilità tipica di una
condizione giuridica di minorità, anzi di esclusione.
L’originalità del comportamento di
Cristo deve essere inserita in questa verità storica. Di fatto Gesù
vede, guarda, osserva e coniuga la sua vita con quella delle donne che
lo seguono, lo amano e l’accompagnano fino alla morte. Mentre lo
sguardo di Simone il Fariseo (cfr. Luca, 7, 36) — come scrive Maria
dell’Orto — vede e giudica, scruta e condanna escludendo, quello di
Cristo risolleva, identifica e riconosce. Così facendo, invita tutti,
donne e uomini, al discernimento, a porsi domande e alla comunione. In
questa ottica, una panoramica sulla storia del cristianesimo porta a
considerare quelle figure femminili, profetiche e carismatiche, che,
con la loro personale autorità, in secoli agitati, hanno contribuito a
evangelizzare un mondo ancora pagano e/o una Chiesa ostile e divisa: le
sante Genoveffa, Clotilde, Giovanna d’Arco, Ildegarda di Bingen,
Caterina da Siena... Completamente estranea e perfettamente inserita,
la domenicana Madeleine Fredell c’introduce nel cuore della
predicazione cristiana, che è l’amore nella sua forma concreta: la
relazione, l’inclusione di tutti e il servizio della parola. In effetti
la predicazione non è anzitutto questione di parole o di termini, e
neppure questione di regolamenti o di leggi, ma ha come fondamento il
libero incontro dell’amore che ama e che viene ricevuto. È dunque in
primo luogo questione di gioia e di bisogno di comunicare, che — come
un fiume che non può impedirsi di scorrere — diviene per i predicatori,
uomini e donne, una necessità vitale di testimoniare, insegnare,
annunciare e servire. Le donne predicano già, guidando ritiri e dando
conferenze in luoghi in cui gli uomini lo fanno da tempo. Poniamoci
sinceramente una domanda: allora perché non possono predicare davanti a
tutti durante una celebrazione? Enzo Bianchi lo ricorda: non esiste una
proibizione evangelica per le donne ad assumere questo ruolo e non è
dunque impossibile affidarlo loro. Tutti coloro e tutte coloro che
hanno avuto questo incontro a cuore aperto con Gesù non possono
impedirsi di andare a dirlo, di annunciarlo, di proclamarlo, perché è
lui, Cristo, che fa di tutti gli uomini e di tutte le donne incontrati
lungo il suo cammino testimoni, messaggeri e apostoli. Si tratta dunque
di vivere la Chiesa come una comunità ricca e aperta, interessata
all’ascolto della differenza, e di immaginarla ancora più viva e
allettante.
(L'Osservatore Romano)
***** Colonia,
1163: dal pulpito della maestosa cattedrale l’anziana badessa di Bingen
pronuncia il suo atteso sermone. Tutto il clero cittadino si è riunito
per lei ed è intento ad ascoltarla. La voce risuona tra le possenti
mura: non si ode alcun tremore in essa. A temere, infatti, non è la
donna, pur sola di fronte al potente uditorio maschile, ma è
quest’ultimo, duramente ammonito per la grave corruzione in cui è
precipitato e per l’inerzia manifestata contro il dilagare dell’eresia
catara. Nessuno tra gli astanti si leva a confutare i suoi attacchi.
Sanno che le parole del sermone non sono le sue, ma vengono
direttamente da Dio e l’impressione che ne ricevono è indelebile. Questo
è lo scenario di una delle drammatiche predicazioni di Ildegarda di
Bingen (1098-1179), proclamata da Benedetto XVI santa e dottore della
Chiesa: «Questa grande donna “profetessa” parla con grande attualità
anche oggi a noi — ha detto Papa Ratzinger — con la sua coraggiosa
capacità di discernere i segni dei tempi, con il suo amore per il
creato, la sua medicina, la sua poesia, la sua musica». Non era facile
per la Chiesa di quegli anni — ma potremmo dire per la Chiesa di sempre
— accettare una donna che viveva un’intensa esperienza mistica e, al
tempo stesso, era capace di pensiero scientifico e di creazione
artistica. ... Le prediche di Ildegarda di Bingen - Come se le stelle non brillassero...
La trasformazione della Chiesa da parte di Papa Francesco è per me come
una festa di compleanno. Forse abbiamo una visione completamente
diversa delle questioni femminili, ma lui sta applicando alla vita
ecclesiale parole che avevo conosciuto agli inizi degli anni Settanta.
Misericordia, tenerezza, confusione, coraggio, unità nella diversità.
Pur non potendo diventare sacerdote, in tutti questi anni non sono mai
stata tentata di andare altrove. Mi sento perfettamente inclusa in
questa comunità, chiamata a essere un ospedale da campo. C’è
una sola cosa che mi dispiace, però, ed è non poter pronunciare
l’omelia durante la messa. Predicare è la mia vocazione come
domenicana, e sebbene possa farlo quasi ovunque, talvolta perfino nella
chiesa luterana, sono convinta che ascoltare la voce delle donne al
momento dell’omelia arricchirebbe il nostro culto cattolico. La
Chiesa cattolica è stata il mio primo amore, e con la grazia di Dio
continuo a provare tale amore ogni giorno. E lo faccio come femminista,
come esploratrice di una teologia creativa e viva e come domenicana
politicamente impegnata. ... L’esperienza di una domenicana svedese - Predicare è la mia vocazioneVedi anche i nostri precedenti post:
-------------------------------------- Per rispondere alla domanda di
trasparenza che viene dall’opinione pubblica, specie dopo i recenti
scandali, alcuni istituti missionari stanno ripensando la loro gestione
economica. Con idee molto innovative… Il caso del “fondo etico” che sta
varando il Pime
Gerolamo Fazzini: Se anche il modo di gestire il denaro può “annunciare” il Vangelo---------------------------------------------------------------
SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"Tweet 04/03/2016:
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