"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°9 del 2016

Aggiornamento della settimana

- dal 5 all'11 marzo 2016 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 18 marzo 2016

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


PREGHIERA DEI FEDELI



OMELIA 

  
     di P. Gregorio Battaglia
   di P. Aurelio Antista
  di P. Alberto Neglia


 

 



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 





 







I NOSTRI TEMPI





8 marzo giornata internazionale della donna

  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)


8 marzo giornata internazionale della donna - Grazie a te donna... di Giovanni Paolo II


Grazie a te donna...
di Giovanni Paolo II

A voi, donne del mondo intero, 
il mio saluto più cordiale!

A ciascuna di voi e a tutte le donne del mondo indirizzo questa lettera nel segno della condivisione e della gratitudine...

Il grazie al Signore per il suo disegno sulla vocazione e la missione delle donna nel mondo, diventa anche un concreto e diretto grazie alle donne, a ciascuna donna, per ciò che essa rappresenta nella vita dell'umanità.

Grazie a te, donna-madre...

Grazie a te, donna-sposa...

Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella...

Grazie a te, donna-lavoratrice...

Grazie a te, donna-consacrata...

Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.

Ma il grazie non basta, lo so. Siamo purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù. Ciò le ha impedito di essere fino in fondo se stessa, e ha impoverito l'intera umanità di autentiche ricchezze spirituali...
Giovanni Paolo II

     video

     il testo integrale della LETTERA DEL PAPA GIOVANNI PAOLO II ALLE DONNE


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Nella giornata dedicata alle donne ricordiamo suor Annselna, suor Margarita, suor Reginette e suor Judith

… e insieme a loro tutte le donne perseguitate, oggetto di violenza, le donne che a causa dello stato di indigenza e povertà sono vittime di traffico per sfruttamento sessuale, le donne che sono costrette a lasciare il proprio paese a causa delle guerre, delle persecuzioni, della povertà, le donne che soffrono per non vedere rispettati i propri diritti, le donne che non sono valorizzate per quello che meritano…


«Volevano ucciderle, odio contro la fede»
di Marina Corradi

In odio alla fede. I particolari del massacro di Aden conducono a questa sola conclusione. È stata una strage decisa e attuata contro la sola presenza cristiana nello Yemen. Le suore uccise, e la cappella, il crocefisso, il tabernacolo, tutto metodicamente distrutto. 

Erano le 8,30 di venerdì mattina, e alla Mother Theresa’s house gli ottanta ospiti, vecchi e disabili, fra cui anche bambini, stavano facendo colazione. I terroristi sono arrivati davanti all’edificio, che, nonostante le minacce già ricevute dalle suore, non era difeso nemmeno da un soldato. È stato facilissimo entrare, armi in pugno, e sorprendere le quattro sorelle e il personale dell’istituto: cuoche, infermiere, volontari, sia yemeniti che etiopi, diversi dei quali cristiani. 

L’unica sopravvissuta alla strage è suor Sally, la superiora. Per un caso in quel momento si trovava in dispensa, e ha sentito l’autista che urlava, in inglese: «Nascondetevi, ci ammazzano», e poi uno sparo.
...

Ma, compiuta la carneficina, gli assassini non erano ancora soddisfatti. 

Sono rientrati nell’istituto e sono andati nella cappella, dove il salesiano Tom Uzhunnalil, 57 anni, un prete che da anni condivideva l’opera delle suore, stava pregando. Raffiche di spari, ancora: molti colpi, contro il crocefisso, sull’altare, sul tabernacolo, nel quale non sono poi state trovate più le ostie consacrate. Il messale e la Bibbia sono stati ridotti in brandelli. Il salesiano è stato rapito, e ad oggi non se ne hanno più notizie. Compiuta la strage, il commando se ne è andato indisturbato. Ora suor Sally, la superiora sopravvissuta, è stata portata fuori dallo Yemen. Nella casa sono rimasti solo gli ottanta ospiti, che per un giorno si sono rifiutati di mangiare. Smarriti chiedevano, come bambini, di essere imboccati dalle loro suore. 
...

Le suore di Madre Teresa, minacciate, avevano deciso di restare. Fedeli alle parole della fondatrice: «Vivere, e morire, con i poveri». E dalla Casa madre dell’Ordine, a Calcutta, arriva l’annuncio che le suore di Madre Teresa non abbandoneranno lo Yemen, dove hanno altre tre case, a Sanaa. Una ostinata volontà di rimanere accanto agli ultimi, che ha fatto sì che le suore siano molto amate dalla popolazione. Per loro la gente di Aden è scesa in strada, per protesta, davanti al Dipartimento della sicurezza. Chi ha compiuto la strage? Al-Qaeda si dice estranea. Daesh allora? Un massacro in odio dei cristiani. Ne ha parlato il Papa, all’Angelus: «Questi sono i martiri di oggi! Non sono copertine dei giornali, non sono notizie: questi danno il loro sangue per la Chiesa. Queste persone sono vittime dell’attacco di quelli che li hanno uccisi, e anche dell’indifferenza». L’indifferenza, già: sabato, nessun quotidiano italiano, tranne questo eL’Osservatore Romano, aveva una sola riga in prima pagina sulla carneficina di Aden.
(fonte: Avvenire 8/3/2016)

     video

Non solo «niente copertine» di giornali, come dice papa Francesco con una tristezza inascoltata come forse mai prima. Ma neanche una breve in cronaca. Questo vale per il sistema dei media e per i potenti del mondo la strage di Aden...

Oggi, 8 marzo, noi diciamo sopra a tutti i nomi di Annselna, Judith, Margarita e Reginette. Serve cristiane dei più poveri e dei senza potere. Donne di Dio: buone, libere, coraggiose. Neanche degne di una breve in cronaca. L’indifferenza uccide, e riuccide.

     Le suore uccise in Yemen: neanche una breve in cronaca

Vedi anche il nostro post precedente:

     Anselm, Marguerite, Judit e Reginette le quattro suore uccise nello Yemen - il cordoglio del Papa e il commento di Marina Corradi "Quell'amore in cambio di niente"


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E’ tempo di nuove risurrezioni... lettera aperta di suor Rita Giaretta a 'Papà Francesco'


Caro Francesco,

sono sr. Rita Giaretta ...

Oggi mentre ero in treno per ritornare a Caserta da Roma, dopo aver partecipato in diretta alla trasmissione di RAI 1 “A sua immagine” ... pensavo a te, caro papà Francesco (lo preferisco a papa), ai tuoi gesti, alle tue parole ma anche ai tuoi silenzi, al tuo coraggio, alla tua tenerezza d’amore, al tuo essere oggi per noi, trasparenza, cuore e cammino dell’amore di Dio manifestatosi in Gesù, che, per amore, si è fatto servo per noi.
Ma pensavo anche alle parole, non certo benevole, dette da qualcuno vicino a te il quale affermava “che presto questa ricreazione finirà”.
E mi son detta, ma quale “ricreazione”? Se tu, come Gesù, non ti stanchi di chiamarci continuamente a lavorare nella vigna del Signore, perché la messe è molta ma – anche oggi come 2000 anni fa – gli operai sono pochi? E allora nel mio cuore forte e vivo il desiderio, la gioia e la passione di essere con te, semplice contadina che zappa e fertilizza la vigna a cui il Signore oggi ci invia.
Anche altri pensieri attraversavano la mia mente e il mio cuore. Nella trasmissione affermavo che nella Sacra Scrittura di Dio si dice che ha viscere di misericordia o, per essere esatti con la traduzione, che Dio ha utero di misericordia. Si dice quindi che Dio è anche donna, che Dio è anche madre e pertanto non solo è Padre, ma Dio è Padre e Madre, come già aveva affermato papa Luciani. E allora perché il volto della chiesa ufficiale è espresso unicamente al maschile?
Caro papà Francesco, io non sono teologa, non ho fatto grandi studi, non frequento scuole accademiche, mi sento semplicemente una ‘salvata- amata’ che ha sentito l’inarrestabile bisogno di cingersi i fianchi con il grembiule del servizio, ma nella mia ‘ignoranza’ e nella semplicità del cuore, sento di dire che questa unicità maschile, questa assenza di donne, oso dire questa disuguaglianza, tradisce il Vangelo di Gesù.Dio all’atto della creazione ha detto: non è bene che l’uomo sia solo e senza forzature sono certa che oggi direbbe: ‘non è bene che la chiesa sia solo di maschi’. In Gesù la chiesa non è più una proprietà esclusiva di alcuni, ma ‘casa’ di tutti e per tutti.
Con viva partecipazione penso con quanta convinzione umana e di fede l’amato padre Raffaele Nogaro, oggi vescovo emerito di Caserta, ha continuamente affermato, e tutt’oggi afferma, che sarà la donna a salvare il mondo.
... 
Quando questa realtà evangelica prenderà vita?
E’ da tempo che si dice che la chiesa deve respirare con i due polmoni, riferendosi alla chiesa orientale e occidentale, ma io credo, anche e soprattutto oggi, che la chiesa deve sapere e voler respirare con i due polmoni maschile e femminile. Solo così il ‘fiato’ dello Spirito che ne scaturisce sarà trasparenza dell’amore di Dio che è misericordia per tutte le sue creature.
Caro papà Francesco, fra le tante ‘rivoluzioni’ che sei chiamato a portare avanti credo che questa è una delle sfide più importanti e necessarie: liberare il volto della chiesa dalla sua schiavitù maschile. Liberare la chiesa da quell’immagine che sa di autorità, privilegio, potere sacrale, dominio e restituirle il volto bello, luminoso e trasparente di Dio madre e padre; il volto divino- umano di Gesù che parla di vita, di compassione, di misericordia.
E’ tempo di nuove risurrezioni e queste potranno avvenire solo e quando sull’altare quotidiano della vita, di relazioni liberate, di misericordia accolta e donata, apriamo la ‘porta’ del cuore a Cristo impaziente di farsi pane vivo per la fame di tutte e di tutti, felice di chinarsi a lavarci i piedi, senza far preferenze di persone, tantomeno di genere.
A quando questa rivoluzione?
Noi donne, con te Francesco, siamo pronte a metterci la faccia e a “svegliare il mondo”.
Mi permetto un suggerimento: quando fai i tuoi viaggi missionari scegli, non per concessione ma perché è giusto e bello, anche delle donna per il tuo seguito. La forza delle immagini è importante nell’iniziare a far passare una nuova ‘immagine’ di chiesa.
...

Sr. Rita Giaretta unitamente alle sorelle Assunta e Nazarena

   il testo integrale della lettera aperta di suor Rita Giaretta a Papa Francesco


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  Dedicato alle donne... 365 giorni all'anno!


donne...
donne da paesi poveri
donne che conoscono la povertà sulla loro pelle
donne che scelgono di farsi ancor più povere
... per altre donne povere
... in un paese di povertà
donne che hanno seguito una grande piccola donna,
donna modello di carità senza confini e senza paure...
donne coraggiose come lei
donne martiri
donne che nel silenzio del mondo
urlano la carità di Dio
che non sarà mai uccisa
se ci sono donne come loro (don Giovanni Berti)

  ... Qui l'8 marzo è eterno...


  Oggi, 8 marzo, un saluto a tutte le donne...

8 MARZO - IL NO DI FRANCA VIOLA - Resistere alle violenze e ai soprusi anche se a "norma di legge "

  video


  Beata la donna...


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Tredici milioni di donne schiaffeggiate, afferrate per i capelli, ferite, colpite in un solo anno. Quasi quattro milioni abusate sessualmente. Un terzo della popolazione femminile vittima di violenza, almeno una volta, nella vita. Oltre la metà sottoposta a insulti, umiliazioni, vessazioni. C’è un’Europa indifferente ai diritti e alla dignità al genere femminile. Troppo facile arrendersi al sillogismo nato a Colonia lo scorso Capodanno: le violenze di quella notte sono state compiute da stranieri, tutte le violenze vengono compiute da stranieri. Eppure il dibattito mai s’è fatto più pressante, sui giornali e in tv, come in quei giorni. Per poi scomparire.
La verità fin troppo evidente è che c’è violenza sulle donne tutti i giorni, dappertutto.

  Viviana Dololso:   Violenza contro le donne L'8 marzo dell'impegno

Nella Giornata della donna l'Unione mondiale delle organizzazioni femminili cattoliche (Umofc/Wucwo), mentre si rallegra per l'annunciata canonizzazione di madre Teresa di Calcutta, dedica il pensiero alle 4 suore della sua congregazione barbaramente uccise in Yemen «martiri del nostro tempo, martiri della misericordia».

  Maria Giovanna Ruggieri:   8 marzo 2016: L'Umofc dedica la Giornata della donna alle suore uccise in Yemen


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"BeneItalia. Beni confiscati restituiti alla collettività" Vent’anni della legge 109/96 per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie.


7 marzo 2016 - BeneItalia
Tonio Dell'Olio

È il titolo dell’iniziativa che si celebra oggi in molte parti d’Italia. Vent’anni fa, infatti, alla data di oggi veniva approvata in Parlamento la legge 109/96 per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Era il risultato di una campagna promossa da Libera e che riuscì a raccogliere le firme di un milione di cittadini. E oggi, a distanza di vent’anni, i beni sottratti alle mafie e riutilizzati socialmente "aprono le porte" ai cittadini, alle scuole, ai giovani, alle istituzioni per accogliere e raccontare i risultati raggiunti ma anche evidenziare i nodi e le contraddizioni da risolvere. Visite guidate, incontri, biciclettate e iniziative sui beni confiscati alle mafie con la partecipazione di studenti, scuole, cittadini, associazioni, scout, parrocchie, per prendere coscienza dell’importanza di questa via per la lotta all'illecito e al malaffare che si nutre di soldi e corruzione ma anche di chi si volta dall'altra parte. "In questi vent' anni - dice don Ciotti - molte di queste realtà sono diventate palestre di democrazia, occasioni di lavoro pulito, vero, di accoglienza per le persone fragili e in difficoltà, di formazione e impegno per migliaia di giovani che volontariamente, ogni anno, vi passano parte dell'estate. Insomma segni di speranza in territori che la speranza avevano perso, dimostrazioni che la ribellione alle mafie (e alle forme di corruzione e di parassitismo che le facilitano) è possibile se tutti - cittadini e amministratori, associazioni e istituzioni, politica ed economia, mondo laico e cattolico - ci assumiamo le responsabilità del bene comune, comportandoci come il cittadino onesto, responsabile e solidale di cui parla, ma soprattutto a cui parla la Costituzione".
(fonte: Mosaico dei giorni)

... Per questo il 7 marzo, ventennale dell'approvazione della legge, abbiamo pensato di organizzare "BeneItalia. Beni confiscati restituiti alla collettività", una giornata di riflessione e confronto sul tema, per raccontare i risultati raggiunti ma anche evidenziare i nodi e le contraddizioni da risolvere. Una giornata aperta alle istituzioni, alle amministrazioni e alla cittadinanza nello spirito di condivisione che ha sempre caratterizzato questo percorso.

     BENEITALIA. BENI CONFISCATI RESTITUITI ALLA COLLETTIVITÀ

Tutte le iniziative in programma il 7 marzo:
  • Sud Italia
  • Centro italia
  • Nord Italia



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Si chiudono le frontiere, si costruiscono i muri e chi cerca una speranza di vita... continua a morire



La tragedia del bimbo siriano emozionò il mondo e convinse i Grandi ad agire. Ma sei mesi dopo quella foto è solo ricordo e il dramma continua nel silenzio

L’hotel Woxxie, 4 stelle con spiaggia privata, è chiuso per bassa stagione. Le alghe ondeggiano sulla battigia avanti e indietro. Ogni tanto, dalla curva spunta un vecchio motorino scarburato, lo senti accelerare via, poi silenzio. Soltanto il rumore del mare. Sul promontorio, la luce del faro segna la rotta per i naviganti. E questa spiaggia, la spiaggia dove è morto Aylan Kurdi, è qui per dimostrare come il tempo sciacqui via tutte le cose. 
Era il 2 settembre, non doveva più succedere. Lo avevano giurato i grandi del mondo, con quelle frasi tipiche da telegiornali: «Che la tragedia di questo bambino annegato serva almeno a qualcosa. Non deve succedere mai più». Nel frattempo sono morti almeno altri 340 bambini, due al giorno. E continuano a morire, gli ultimi tre sabato notte. Sulla spiaggia torneranno i turisti. La tragedia non è servita. 
Perdonaci Aylan, era tutto sbagliato. Tutto impreciso. Retorico come certi castelli sulla sabbia.
...

   Sulle spiagge di Aylan si muore ancora: da settembre annegati 340 bambini

Sono 15mila i profughi ammassati in condizioni disperate a Idomeni, in Grecia al confine con la Macedonia. Ieri sera tutti hanno aspettato con ansia notizie da Bruxelles, dove era in corso il vertice dei 28 leader Ue con il primo ministro turco Ahmet Davutoglu. Ma oltre allo sconforto per il nulla di fatto, a Idomeni è arrivata la pioggia. Le tende da campeggio si sono presto allagate e i campi arati si sono trasformati in una trappola di fango. Molti sono stati costretti ad abbandonare il confine durante la notte, cercando rifugio sotto le tettoie dei benzinai lungo la statale, a pochi chilometri di distanza. L’indomani, tra i falò di chi ha iniziato ad asciugare i vestiti fradici, è giunta la notizia del rinvio al 17 e 18 marzo del confronto tra i leader europei. Tutto rimandato al prossimo Consiglio Europeo, quindi, che deciderà del loro futuro. A Bruxelles non si è andati oltre a una promessa di collaborazione su “principi di base“, tutto qui, dopo che la Turchia ha raddoppiato le richieste di fondi per far fronte all’emergenza dei migranti. Un “piccolo passo avanti”, lo ha definito il premier italiano Matteo Renzi. Troppo poco per le migliaia di persone che formano interminabili code per il pane, visto che a Idomeni nessuno offre pasti caldi e le condizioni igieniche sono allarmanti. Lo dicono le associazioni umanitarie presenti, che lanciano l’allarme sulle possibili epidemie di colera, morbillo e meningite. I più esposti sono ovviamente i bambini, in un accampamento dove il 35% dei profughi è minorenne. Una situazione che peggiora di giorno in giorno. Ma i profughi non se ne andranno.

   video

La Slovenia da mezzanotte ha chiuso le frontiere ai migranti: respingerà chiunque non abbia un documento in regola per l’area Schengen, compresi i siriani in fuga dalla guerra. «La rotta balcanica non esiste più» ha affermato il primo ministro sloveno Miro Cerar. La Serbia poche ore dopo si è accodata alla decisione del governo sloveno: adotterà misure reciproche alle frontiere con Macedonia e Bulgaria: «Considerando le decisioni adottate da un Paese membro dell'Unione europea, la Serbia non può consentire che il suo territorio diventi un campo profughi», si legge in una nota del ministero dell'interno serbo. 
Le decisioni che arrivano dai Paesi Balcani e mettono la parole fine su Schengen sulla rotta balcanica sono la diretta conseguenza delle bozze dell’accordo tra Ue e Turchia. Per l’Onu l'accordo preliminare non fornisce garanzie di protezione ai rifugiati e violano il diritto internazionale. Il meccanismo “uno a uno” proposto dalla Turchia impone che per ogni profugo riammesso da Ankara i 28 dovranno accoglierne uno in modo legale. L’accordo sarà ridiscusso al Consiglio europeo del 17 e 18 marzo.

E se Schengen e la libertà di circolazione non viene più rispettata, che cosa succede alle migliaia di profughi che si trovano a Idomeni?
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   Migranti, Slovenia e Serbia chiudono le frontiere

Mentre l'Unione Europea litiga e non trova l'accordo, alza i muri e alimenta l'onda xenofoba , l'emergenza migranti diventa giorno dopo giorno sempre più drammatica. Da inizio 2015, sono già oltre 4.200 i morti, di cui 330 bambini solo in Grecia, secondo le stime dell' Onu. Uomini, donne, anziani e minorenni che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere via mare le coste europee. «Circa un milione di persone ha raggiunto finora l'Europa» ha detto Sabine Freizer, delegata Onu per l'Ufficio regionale Europa e Asia Centrale per l'uguaglianza di genere, intervenendo ieri a Instanbul in un convegno per l'8 marzo. «E la maggioranza di quelli che hanno intrapreso i viaggi sui barconi sono donne e bambini» ha aggiunto la delegata. 
Anche in questi primi mesi del 2016, i numeri sono impressionanti: secondo i dati diffusi dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) sono già 141.141 i migranti arrivati sulle coste greche e italiane, 444 quelli invece che non ce l'hanno fatta. 347 sono morti nell'Egeo, fra cui 60 bambini, 97 invece i migranti che hanno perso la vita nel canale di Sicilia, nel tentativo di raggiungere le coste italiane, dove, invece, sempre da inizio anno, sono sbarcate 9.294 persone. 
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Chi si ritrova lontano dal proprio Paese (dal quale è fuggito in cerca di lavoro) ma poi, in seguito a violenze, soprusi o sfruttamenti non è più in grado di rientrare. Come è il caso ad esempio dei migranti subsahariani che, una volta arrivati in Libia da lì non riescono a fare il ritorno al proprio Paese e la via meno pericolosa rimane quella di tentare la traversata e raggiungere l'Europa. Oppure come può essere il caso, ad esempio di una donna migrante marocchina che, dopo aver subito una violenza e dato alla luce un bambino, non può più ritornare nel suo Paese d' origine perché ripudiata dalla famiglia. Poi ci sono anche le persecuzioni religiose. «Sono migranti economici o 'forzati' che di fatto diventano persone vulnerabili - prosegue il funzionario Oim - e in Italia, in particolare, ci troviamo così di fronte a un flusso migratorio misto e complesso, per il quale manca anche una normativa chiara e precisa»
(fonte: Avvenire - "Onu: 4.200 morti in mare «No ai respingimenti». Nel Mar Egeo sono 330 i bambini annegati" di Daniela Fassini)

Vedi anche il nostro post precedente:

   Immagini che dicono più di tante parole... ma è proprio questa l'Europa che vogliamo?



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Slovenia, Croazia, Serbia e Macedonia negano l'accesso a chi non ha documenti validi per il transito. Nel campo greco di Idomeni, colpito dal gelo e dalla pioggia, si aggrava la crisi umanitaria.
 
  FAMIGLIA CRISTIANA:   EMERGENZA PROFUGHI, PORTE CHIUSE NEI BALCANI

Dall'inizio del 2015 ad oggi sono morte in mare 4.200 persone, tra cui 330 bambini solamente in Grecia. Che ne è della commozione di tutto il mondo davanti alla foto del piccolo Aylan sulla spiaggia turca?  Continuiamo a voltare tutti gli occhi da un'altra parte, continuiamo a far finta di non vedere. C'è da vergognarsi di essere europei. Punto e basta.

  Patrizia Caiffa:   Il Mediterraneo e il genocidio dei bambini

Il principio etico che non può essere messo in discussione da nessuno nell’affrontare l’attuale ondata migratoria è “la protezione delle persone in difficoltà che fuggono dalla guerra, dalle violenze e dalle persecuzioni ” perché è “un elemento chiave del cristianesimo, dell’umanità e della moderna cultura dei diritti umani” con implicazioni “ben più ampie degli obblighi internazionali derivanti dalla Convenzione di Ginevra”. Così si legge nel primo dei tre brevi punti della “Dichiarazione di teologi e responsabili ecclesiali riguardo la politica austriaca sui rifugiati”, resa pubblica oggi e sottoscritta da 50 teologi, responsabili di ordini religiosi e istituzioni ecclesiali.

  SIR:   Austria: dichiarazione di 50 teologi e responsabili ecclesiali su politica per i rifugiati. “No a nuovi muri, sì ad accoglienza”

C'è chi costruisce muri e chi apre i corridoi umanitari. Andrea Riccardi, storico, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, è tra quest'ultimi. Di una cosa, l'ex ministro per la Cooperazione internazionale si dice certo: «Nelle dimensioni nazionali, l'Europa non ha futuro, sia dal punto di vista demografico che nel confronto con i giganti del mondo». Ma l'Europa solidale e inclusiva si costruisce anche dal basso. In questo senso, l'esperienza del corridoio umanitario tra Libano e Italia, del quale la Comunità di Sant'Egidio è stata tra i protagonisti, dimostra tra le altre cose, che «le società civili possono e vogliono rapportarsi in modo diverso e fattivo ai rifugiati».

  Umberto de Giovannangeli:   «L'Europa delle frontiere non ha futuro. Servono ponti non muri»

Appello. L’incapacità dei governi di tutti i paesi a mettere fine alle cause dell’esodo (quando non contribuiscono ad aggravarlo) non li esonera dal dovere di soccorrere e di accogliere i profughi rispettando i loro diritti fondamentali, che con il diritto d’asilo sono inscritti nelle dichiarazioni e convenzioni che fondano il diritto internazionale

  IL MANIFESTO:   Accogliere i rifugiati, o è barbarie

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"Seicentomila italiani ricevono la pensione ogni anno grazie ai contributi versati dagli extracomunitari". A scriverlo non è un fan degli immigrati, ma Roberto Garofoli, oggi capo di gabinetto del Ministero dell'Economia, protagonista delle battaglie sulla legge anti-corruzione e sulle misure antimafia.

  Liana Milella:   La risorsa immigrati: 600mila italiani ricevono la pensione grazie ai loro contributi


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Un cantautore come Guccini, mons. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e ragazzi di seconda media insieme sullo stesso treno, perché?


Un poeta ad Auschwitz (Adorno ha torto)
Guccini con il vescovo Zuppi ad Auschwitz
Ferdinando Camon

Venerdì avverrà un fatto che Theodor W. Adorno riteneva impossibile: un poeta (o cantante, che è lo stesso), che ha scritto una poesia (o una canzone, che è lo stesso) su Auschwitz, andrà a visitare Auschwitz. Si tratta di Francesco Guccini. Parte oggi in treno, da Milano, dal binario 21, quello da cui partivano i treni degli ebrei. Ci va insieme con un vescovo, Matteo Maria Zuppi che è padre nella Chiesa di Bologna, e con una classe di seconda media. Dunque, la poesia, la fede e l’innocenza entrano in Auschwitz. 

La domanda non è: 'Possono capirsi?', ma è: 'Possono accettarsi?'. Parlando di un incontro tra poesia e Auschwitz, Adorno lo definiva impossibile, tanto da scrivere: «Dopo Auschwitz, scrivere una poesia sarà un gesto di barbarie». A me la citazione fu fornita la prima volta da Franco Fortini, ebreo, con un’interpretazione che la rendeva accettabile, e cioè: dopo Auschwitz, tutto quello che facciamo noi umani, anzitutto scrivere poesie, non potrà più essere come prima, ma dovrà tener conto che c’è stato Auschwitz. Auschwitz cambia tutto. Cambia la storia, l’uomo, la parola. Andare ad Auschwitz significa andare nel centro da cui è partito il cambiamento, il punto dov’è morta la vecchia storia e da cui parte una nuova storia. Nessun uomo doveva uscire dal secolo scorso senza essere stato ad Auschwitz, e nessun italiano senza aver letto 'I sommersi e i salvati'. Io, cattolico, sono andato a parlare con Primo Levi, ebreo, per una breve conversazione, che ora esiste in francese, spagnolo, tedesco, inglese…, perché provavo verso Levi un senso di vergogna: andando da lui, andavo a Canossa. 

Critici italiani e stranieri m’han chiesto perché. Ho risposto: «Perché sono uomo». Quel che è avvenuto ad Auschwitz, l’han fatto gli uomini, e ogni uomo deve vergognarsene, per il semplice fatto di appartenere all’umanità. Auschwitz fu liberato dall’Armata Rossa. Quel giorno Primo Levi era ad Auschwitz 1, in cortile, stava seppellendo un amico, e vide arrivare sulla strada (che lì è più alta del campo) quattro soldati russi a cavallo, col mitra a tracolla: fermi, alti, guardavano il campo, pieno di cadaveri e di malati, senza dire una parola, bloccati da un senso di vergogna: loro non c’entravano niente con quell’abominio, ma non pensavano che l’umanità fosse capace di tanto, scoprivano che ne era stata capace, e se ne vergognavano. 

Oggi Guccini, e il vescovo di Bologna, e una seconda media, vanno nel luogo della vergogna umana. Il problema è Guccini, che ci va da cantautore. La maledizione di Adorno è contro di lui. Ha ragione Adorno? Ha torto Guccini? Guccini è un barbaro? Partendo, Guccini dice: «Non so cosa proverò». Non c’è mai stato prima d’ora. Ha scritto una canzone, che vive ancora, ma l’ha scritta sull’emozione di ciò che aveva letto. Ho qui quella canzone-poesia, ed è sulla base di queste parole che si può dire se il cantautore è un barbaro o un uomo. Come lo stesso Adorno si rendeva conto più tardi, 17 anni dopo, la poesia è parola, e la parola per l’uomo è insopprimibile, affermare che l’uomo, che vede l’orrore, non può parlare, è come affermare che l’uomo che patisce l’orrore non può urlare. In realtà, l’uomo che lo patisce non può fare altro, e il poeta che lo vede non può parlare d’altro. Se parla d’altro, è un barbaro, se parla di quello, è un uomo. Deve parlare di quello anche quando parla d’altro. 

La poesia-canzone di Guccini non è un urlo, è un pianto. Comincia così: «Son morto con altri cento / son morto ch’ero bambino / passato per il camino / e adesso sono nel vento / e adesso sono nel vento». La parola 'bambino' è tenue, la tragedia non ha bisogno di un bambino per essere una tragedia immane, e adesso Guccini lo capirà, vedendo. La canzone è poco tragica all’inizio, forse troppo poco, molto disperata alla fine, forse troppo. Ma quell’«essere nel vento», leitmotiv di tutta la canzone, è perfetto. Auschwitz-Birkenau è in pianura, il vento la spazza sempre. Lì son morti non a centinaia, ma a centinaia di migliaia. Nel vento li senti passarti accanto, così tanti che sono dappertutto. Se li senti una volta, li sentirai sempre. Loro vogliono che tu li senta, e lo dica a tutti. E quel che loro vogliono è giusto. Adorno ha torto. 
(fonte: Avvenire 10/3/2016)

A 50 anni dalla pubblicazione della sua celebre Auschwitz, Francesco Guccini per la prima volta va ad Auschwitz. Guccini viaggerà in treno verso Auschwitz insieme a monsignor Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, e alla classe 2B della scuola media "Salvo d'Acquisto" di Gaggio Montano, sull'Appennino bolognese.
Il loro viaggio comincerà il 10 marzo da Milano, sul "Treno per la Memoria" (organizzato da Cgil-Cisl-Uil Lombardia con l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica). L'11 marzo Francesco Guccini e il vescovo di Bologna insieme agli alunni della scuola media visiteranno i campi di Auschwitz e Birkenau.
Sarà un viaggio di pensieri, parole, memorie, domande, racconti, riflessioni sulla tragedia e l'orrore dell'Olocausto.
Il viaggio sarà raccontato in un film documentario ideato e diretto da Francesco Conversano e Nene Grignaffini, prodotto dalla società di produzione Movie Movie di Bologna in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna e con contributi da più parti.
(fonte: ANSA)

   video

C’è sempre una prima volta nella vita. Francesco Guccini, 75 primavere all’anagrafe, prepara le valigie per il suo primo viaggio ad Auschwitz, il campo di concentramento che gli ispirò il capolavoro omonimo. «Ho sempre pensato di andarci, ma non è mai capitato per quelli che si dicono casi della vita. Non so cosa aspettarmi. Chi ci è andato mi ha raccontato di qualcosa che ti lascia un’impressione tremenda», annuncia con la sua r arrotata. 
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Guccini riavvolge il nastro della memoria. L’ispirazione arrivò da un paio di letture sui crimini nazisti e sui racconti dei sopravvissuti: Il flagello della svasticadi Lord Russell e Tu passerai per il camino di Vincenzo Pappalettera. «Mio padre era stato in un campo di concentramento vicino ad Amburgo ma mi ha mai voluto dire nulla su quell’esperienza», ricorda. Era il 1964 e Guccini, ancora studente universitario, scrisse quelle strofe passate alla storia. Due anni dopo la canzone finì nelle mani dell’Equipe 84 che la registrò e la mise come lato B di «Bang Bang». «Siccome non ero iscritto alla Siae, non pensavo ancora che questa sarebbe diventata la mia professione, venne depositata a firma Lunero, lo pseudonimo di Iller Pattacini, per la musica e Maurizio Vandelli per il testo»
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Il cantautore se ne reimpossessò subito artisticamente. Nel febbraio del 1967 inserì la sua versione folk, con il titolo «La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)», nell’album di debutto «Folk Beat N.1». E la presentò per la prima volta in tv. «La cantai a “Diamoci del tu”, programma della Caselli e Gaber. Avevo capito sin da subito la forza del brano, ma ricevere in quell’occasione i complimenti di Arnoldo Foà, che aveva origini ebraiche, fu importante». Il testo di Guccini era leggermente diverso da quello dell’Equipe. «Io avevo un finale di speranza e domandavo “quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”. Loro avevano scelto parole più dure con quel “io non credo che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare”». Non se l’era presa. «Forse l’emozione di sentire per la prima volta un mio pezzo in un disco non me lo aveva fatto sottolineare». Per tornare in possesso della paternità legale ci è voluto di più: «Una lunga storia chiusa nel 1998», glissa signorilmente...

   Guccini: vado ad Auschwitz 50 anni dopo la mia canzone


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FEDE E
SPIRITUALITÀ



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   E' possibile essere praticanti non credenti..
  Che l'uomo sia buono o cattivo...
  Il Dio misericordioso è...
  Quando accoglierò chi mi vive accanto...
  Con la fede saremo in grado di...
  Quando il saggio indica la luna...
  Non temo il giudizio di Dio...
  Prega per me...
  Dove c'è misericordia lì c'è Dio...
  Oggi è un nuovo giorno...
  Voglio condividere con voi...
  Per Gesù quando c'è di mezzo...


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"Dio mai rinnega noi; noi siamo il suo popolo, il più cattivo degli uomini, la più cattiva delle donne, i più cattivi dei popoli sono suoi figli. E questo è Dio: mai, mai rinnega noi! Dice sempre: “Figlio, vieni”. E questo è l’amore di nostro Padre; questa la misericordia di Dio. Avere un padre così ci dà speranza, ci dà fiducia."
(Papa Francesco, Udienza generale del 2 marzo 2016

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PAPA FRANCESCO: Suore di Madre Teresa uccise in Yemen "Vittime di chi le ha uccise e dell'indifferenza del mondo".
Cari fratelli e sorelle, esprimo la mia vicinanza alle Missionarie della Carità per il grave lutto che le ha colpite due giorni fa con l’uccisione di quattro Religiose ad Aden, nello Yemen, dove assistevano gli anziani. Prego per loro e per le altre persone uccise nell’attacco, e per i familiari. Questi sono i martiri di oggi! Non sono copertine dei giornali, non sono notizie: questi danno il loro sangue per la Chiesa. Queste persone sono vittime dell’attacco di quelli che li hanno uccisi e anche dell’indifferenza, di questa globalizzazione dell’indifferenza, a cui non importa… Madre Teresa accompagni in paradiso queste sue figlie martiri della carità, e interceda per la pace e il sacro rispetto della vita umana.

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PAPA FRANCESCO: ammirazione per l’iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia. 
Come segno concreto di impegno per la pace e la vita vorrei citare ed esprimere ammirazione per l’iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia. Questo progetto-pilota, che unisce la solidarietà e la sicurezza, consente di aiutare persone che fuggono dalla guerra e dalla violenza, come i cento profughi già trasferiti in Italia, tra cui bambini malati, persone disabili, vedove di guerra con figli e anziani. Mi rallegro anche perché questa iniziativa è ecumenica, essendo sostenuta da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche Italiane, Chiese Valdesi e Metodiste.

 
Video


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Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Marzo 2016: "sostegno alle famiglie in difficoltà"  (videomessaggio)



Intenzione di preghiera 
di Papa Francesco 
per il mese di Marzo 2016

È dedicata alle famiglie in difficoltà l’intenzione universale di preghiera di Papa Francesco per il mese di marzo. 

“La famiglia è uno dei beni più preziosi dell'umanità, ma non è forse anche uno dei più vulnerabili? Quando una famiglia non è protetta e ha difficoltà di tipo economico, per la salute o di qualsiasi altro tipo, i bambini crescono in circostanze difficili.

Voglio condividere con voi e con Gesù la mia intenzione per questo mese: che le famiglie in situazioni difficili ricevano il sostegno necessario e i bambini possano crescere in ambienti sani e sereni”.

     VIDEO

Vedi anche i nostri post precedenti:
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016: "il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia" (videomessaggio)
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Febbraio 2016: "la cura del creato" (videomessaggio)


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Il Mercoledì delle Ceneri di Papa Francesco audiomessaggio per la Quaresima (testo e video)


​ Mercoledì delle Ceneri 
 10 febbraio 2016 

Papa Francesco ha inaugurato nel Mercoledì delle Ceneri, l`iniziativa "KeepLent", promossa e organizzata dal Servizio per la Pastorale Giovanile della Prelatura di Pompei (Italia) per annunciare il Vangelo quaresimale attraverso i social network.

L’applicazione utilizzata da Pompei sarà Telegram, servizio di messaggistica istantanea. 

La modalità per iscriversi è la seguente: bisogna scaricare l’app Telegram sul proprio smartphone; cercare il canale @PGPompei e unirsi. Ogni mattina, gli iscritti riceveranno un messaggio con un versetto del Vangelo del giorno, accompagnato da una nota audio di commento, della durata di circa un minuto e 30 secondi. 

La riflessione sarà di volta in volta a cura di sacerdoti, catechisti, educatori di Azione Cattolica, insegnanti di religione, responsabili di movimenti e associazioni, membri dell’èquipe di Pastorale Giovanile e del gruppo scout Agesci.

   video

Cari ragazzi,
Gesù disse ai suoi discepoli "State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro" ... "Quando fai l'elemosina non suonare la tromba davanti a te" ... "Il Padre tuo, che vede nel segreto ti ricompenserà".

La parola di Dio ci da il giusto orientamento per vivere bene la Quaresima.
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Il nostro atteggiamento in questa Quaresima sia dunque di vivere nel segreto dove il Padre ci vede, ci ama, ci aspetta.
Certo, anche le cose esteriori sono importanti, ma dobbiamo sempre scegliere e viverle alla presenza di Dio.

Facciamo nella preghiera, nella mortificazione, e nella carità fraterna quello che possiamo, umilmente, davanti a Dio. Così saremo degni della ricompensa di Dio Padre.

Buona Quaresima, la Madonna di Pompei vi accompagni e, per favore, pregate per me



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TERESA D'AVILA, DONNA IN CAMMINO - HOREB n. 72 - 3/2015



TERESA D'AVILA, 
DONNA IN CAMMINO

HOREB n. 72 - 3/2015

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI

EDITORIALE

 Spesso si ritiene che i mistici siano persone privilegiate che percorrono un cammino diverso rispetto ai cristiani comuni. E, invece, se ci accostiamo ai loro scritti e al loro vissuto, ci rendiamo conto che sono persone come noi che, però, si sono lasciate conquistare dallo sguardo di Dio, e, piano piano, hanno consentito a Lui di farsi presente nel frammento della loro vita, e così si sono ritrovate nella storia, nel quotidiano a vivere gli eventi con la stessa passione di Dio.

Fra questi mistici, c’è certamente la carmelitana S. Teresa d’Avila di cui quest’anno ricorre il quinto centenario della nascita (1515-2015). Teresa, nei suoi Scritti, ci racconta che anche lei era una creatura come noi, impastata di carne, di ossa e di peccato. Evidenzia anche, però, che attraverso una faticosa esperienza di ascolto e di preghiera le è stato concesso di percorrere un “cammino”, il più impegnativo della vita, che le ha consentito di passare da una esistenza superficiale e alienata in banalità, a una relazione sempre più viva e amicale con Dio. Questa relazione vitale con Dio, ci racconta Teresa, le ha aperto gli occhi facendole conoscere le proprie fragilità, ma soprattutto l’ha fatta crescere nella consapevolezza di essere, comunque, figlia amata di Dio e della Chiesa. Grazie a questa presa di coscienza, in lei è maturata una più profonda umanità, una maggiore libertà, e una grande generosità.

Ci dice, ancora, Teresa che l’incontro con Dio, “coltivato” attraverso la contemplazione del volto umano di Gesù, anziché estraniarla dal mondo, ha deposto nella sua vita l’ansia e il tormento per i propri fratelli e per la Chiesa, nella quale si è sentita inserita in modo vitale e con una missione particolare da compiere. Così, in un’epoca in cui le donne non avevano voce nella Chiesa e nella società e per lo più restavano relegate nella cerchia familiare, Teresa, visitata dallo sguardo di Dio, con coraggio, e sfidando le maglie dell’Inquisizione, si è fatta promotrice di un processo di rinnovamento nella chiesa, richiamandola, col suo vissuto e con i suoi scritti, a lasciare una logica di potere e a seguire la via tracciata dal Signore Gesù. 

È in questa prospettiva che riproponiamo l’esperienza di Teresa d’Avila, esperienza che riteniamo propositiva e profetica per la chiesa e per l’uomo di oggi.

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   Editoriale  (PDF)

   Sommario  (PDF)


E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it


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RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3) I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016 - Il calendario degli incontri



RIGENERATI NELLA SUA GRANDE MISERICORDIA (1Pt 1,3)
 


I MERCOLEDÌ DELLA BIBBIA – 2016
promossi dalla
Fraternità Carmelitana di
 Barcellona Pozzo di Gotto (ME)

Dal 27 Gennaio al 9 Marzo 
presso la sala del convento
dalle h. 20.00 alle h. 21.00


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'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Lc 15,1-3.11-32



Gesù ha appena posto tre condizioni molto dure per la sequela: la libertà da ogni vincolo, anche da quelli familiari, la libertà da se stessi fino a perdere la vita e la reputazione, accettando l'ignominia della croce, e libertà dal possesso dei beni (14,25-35). Nonostante la difficoltà di queste condizioni, i pubblicani e i peccatori si avvicinano a Gesù, lo ascoltano volentieri e sono da lui accolti, scribi e farisei, i pii e zelanti custodi della dottrina ebraica, educati alla logica delle virtù e del merito, invece mormorano. Per stigmatizzare il loro comportamento Gesù racconta le tre parabole della misericordia: la pecora smarrita, la dracma perduta e la splendida parabola delfiglio spendaccione o, per meglio dire, del Padre misericordioso. Si tratta di un trittico di parabole ma in realtà la parabola è una sola. Come nel trittico pittorico le due parti più brevi (le pale laterali) acquistano significato solo se in relazione alla parte più lunga (la pala centrale) che viene illuminata e completata da quelle più brevi. Un Padre, il cui figlio scapestrato va via di casa, non se ne sta certo con le mani in mano ad attenderne l'improbabile ritorno ma invia il Pastore Buono perché, lasciate le altre novantanove nel deserto, ritrovi la traviata e la riporti a casa sana e salva. Chi di noi non farebbe lo stesso, dice Gesù ? 
Veramente nessuno di noi farebbe una cosa simile, abbandonare nel deserto un intero gregge, con il serio rischio di non ritrovare in vita nemmeno una pecora, perché rubate o uccise dagli animali selvatici. La situazione è illogica, assurda ed incomprensibile, come illogico, assurdo e incomprensibile è l'amore e la tenerezza del Padre per ogni suo figlio. Solo uno squilibrato abbandonerebbe nel deserto novantanove pecore per cercare la sola perduta, come solo un folle accoglierebbe in casa il figlio che ha sperperato il patrimonio di famiglia senza il benché minimo rimprovero e, per di più, reintegrandolo nel suo rango originario (veste, anello, sandali). Così è l'Amore, la tenerezza del Padre, come l'utero di una madre (Rahamim) che si allarga per accogliere e fare spazio alla vita che cresce. L'Amore di Dio non risponde ad alcuna logica umana, non fa calcoli, agisce senza apparente ragione: è semplicemente offerto a tutti, buoni e cattivi. Al figlio scapestrato così come al figlio che ritiene se stesso 'bravo', sol perché ha fatto " quello che doveva fare"(17,10) e si arroga il diritto di condannare il fratello. Nel cuore misericordioso del Padre nessun figlio è escluso dal suo Amore
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4/5 marzo "24 ORE PER IL SIGNORE" 
nel segno del Giubileo

Papa Francesco ieri (04/03/2016) ha presieduto la celebrazione penitenziale per la riconciliazione nella basilica di San Pietro. Nel corso della liturgia, il Pontefice è andato personalmente al confessionale, prima come penitente per ricevere l'assoluzione poi per confessare alcuni fedeli.

Francesco si è prima inginocchiato davanti al confessionale, per confessarsi e ricevere l'assoluzione da un sacerdote. Ha tolto i paramenti liturgici ed è restato soltanto con l'abito talare bianco. Quindi, si è seduto al posto del confessore, per amministrare a sua volta il sacramento della Penitenza e Riconciliazione. 

La celebrazione in San Pietro - la stessa durante la quale un anno fa il Papa annunciò l'indizione del Giubileo straordinario della Misericordia - ha aperto lo speciale momento penitenziale, chiamato "24 ore per il Signore", promosso dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, che quest'anno assume carattere giubilare e che viene vissuto in concomitanza in numerose diocesi del mondo, alla vigilia della IV domenica di Quaresima.​ 

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Per il terzo anno consecutivo ritorna l'iniziativa "24 ore per il Signore" per riscoprire il sacramento della Riconciliazione durante il periodo di preparazione alla Pasqua di Risurrezione del Signore.

Qual è il significato della 24 ore per il Signore?
Come ricorda papa Francesco nella bolla di indizione del Giubileo straordinario della misericordia “Misericordiae Vultus”, «l’iniziativa “24 ore per il Signore”, da celebrarsi nel venerdì e sabato che precedono la IV domenica di Quaresima, è da incrementare nelle Diocesi. Tante persone si stanno riavvicinando al sacramento della Riconciliazione e tra questi molti giovani, che in tale esperienza ritrovano spesso il cammino per ritornare al Signore, per vivere un momento di intensa preghiera e riscoprire il senso della propria vita. Poniamo di nuovo al centro con convinzione il sacramento della Riconciliazione, perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia. Sarà per ogni penitente fonte di vera pace interiore».

  Oggi il Papa alla «24 ore per il Signore»

Il sacramento della Riconciliazione offerto a tutti. In tutte le diocesi del mondo. ... È l’iniziativa 24 ore per il Signore, giunta alla sua terza edizione, che in occasione del Giubileo della misericordia riceve, come sottolinea l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, «nuova linfa». 

Ci saranno delle novità in questa terza edizione? 
Nessuna novità rispetto ai due anni precedenti. ... il Papa darà inizio alle 24 ore facendosi penitente tra i penitenti e confessore tra i confessori. Abbiamo pensato che non fosse necessario introdurre novità perché la tradizione ha bisogno di impiantare radici. Ma le adesioni si stanno estendendo a macchia d’olio in tutte le diocesi del mondo. E anche l’espressione “24 ore per il Signore” è sempre più utilizzata. 

C’è comunque una naturale familiarità di questa iniziativa con l’Anno Santo della misericordia. 
Indubbiamente. L’iniziativa si pone come segno tangibile della possibilità di incontrare il Signore e di incontrarlo, come ci dice papa Francesco, nel sacramento del Perdono. Dunque siamo provocati su più fronti. Il primo è quello di incentivare il più possibile il momento della riconciliazione con Dio. La misericordia non è una parola astratta, ma un segno concreto e uno dei segni concreti con cui la possiamo sperimentare è proprio la confessione. D’altra parte l’edizione giubilare delle 24 ore è una forte provocazione per noi sacerdoti. Il Papa ha invitato le Chiese locali a trovare ogni occasione utile per avvicinare i fedeli al confessionale, soprattutto invitando i missionari della misericordia come segno della presenza del Pontefice in mezzo alle nostre comunità. E da questa prospettiva ricaviamo un’indicazione pastorale tutt’altro che secondaria. Quella di mettere al centro della vita ecclesiale il sacramento del Perdono. 

È in sostanza un invito ai sacerdoti a trascorrere più ore in confessionale? 
Proprio così. Non è il massimo vedere in alcune chiese cartelli su cui è scritto: «Per le Confessioni venire il giorno tale all’ora tale». So che c’è carenza di sacerdoti, ma dobbiamo dire che spesso noi ci dibattiamo in tante iniziative che non sono di nostra competenza specifica, mentre il sacramento della Riconciliazione – specie in questo anno – dovrebbe avere priorità assoluta. L’invito del Papa non è quello di dare un appuntamento, ma cercare la pecorella e caricarsela sulle spalle. 

Con il Giubileo e le 24 ore sta cambiando qualcosa in tal senso?
Molte diocesi hanno recepito l’invito che veniva già dal Sinodo sulla nuova evangelizzazione, e cioè che in ogni diocesi ci sia almeno una chiesa, un santuario o una parrocchia in cui 24 ore su 24 i sacerdoti sono disponibili per le confessioni. L’altro giorno ero in una prefettura qui a Roma, dove per tutta la Quaresima le parrocchie a turno svolgono questo servizio.
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  Fisichella: Il Perdono al centro di “24 ore per il Signore”

Vedi il nostro post precedente:
  «Che io veda di nuovo» (Mc 10,51) - Papa Francesco, omelia nella Liturgia penitenziale per l'iniziativa "24 ore per il Signore"


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Il sacramento della Riconciliazione, che il Papa ha messo al centro dell’Anno Santo straordinario della misericordia, richiede confessori preparati, consapevoli di non essere padroni ma solo ministri del sacramento e capaci di trasformarlo in un incontro con Cristo, quindi in un momento di vera gioia per il penitente. Alla vigilia della celebrazione delle “24 Ore per il Signore”, dedicata alla riscoperta della Riconciliazione, e in chiusura del 27mo Corso sul ‘Foro interno’ della Penitenzieria apostolica, rivolto ai confessori, don Luca Ferrari, Missionario della Misericordia e consulente del Dicastero della Nuova Evangelizzazione e mons. Krzysztof  Nykiel, Reggente della Penitenzieria Apostolica, si confrontano su questi temi.

  RADIO VATICANA:   Giubileo, riscoprire Confessione come momento di gioia

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Le nuove norme, che verranno promulgate e pubblicate su “L’Osservatore Romano”, entreranno in vigore “ad esperimentum” per tre anni.

  SIR:   Papa Francesco: nuove norme su amministrazione beni Cause di beatificazione e santificazione


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È difficile immaginare che papa Francesco avrebbe fortemente voluto una proclamazione della infallibilità papale come quella che nel diciannovesimo secolo venne sollecitata da Pio IX con ogni mezzo. Si può invece ritenere che Francesco (come fece a suo tempo Giovanni XXIII davanti agli studenti del collegio greco) dichiarerebbe sorridendo: «Io non sono infallibile». Di fronte allo stupore degli studenti, Giovanni aveva aggiunto: «Sono infallibile solo quando parlo ex cathedra, ma non parlerò mai ex cathedra». Questo tema mi è familiare da tempo. Ecco qualche importante dato storico, che ho acquisito di persona e ho meticolosamente documentato nel quinto volume delle mie opere complete

  Hans Küng  Aboliamo l'infallibilità del Papa (pdf)

Il cardinal Ratzinger sollevò 15 anni fa il tema della riforma e del decentramento, col maggior ruolo che avrebbero dovuto avere le conferenze episcopali nazionali e continentali. L’idea ecumenica di «un portavoce della cristianità». La convergenza di visioni con Bergoglio

  Francesco Peloso:   Il papato? Benedetto e Francesco la pensano allo stesso modo

Ci sono almeno due modi di leggere la prerogativa della infallibilità personale del romano pontefice definita al concilio Vaticano I nel 1870: uno eccitante ed uno rigoroso

  Alberto Melloni:   Le due infallibilità papali (pdf)


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Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo)

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Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo) sul tema "Le nude domande del Vangelo"


 Esercizi spirituali del Pontefice e della Curia romana
Ariccia (6-11 marzo)

Sono iniziati ieri pomeriggio, nella Casa del Divin Maestro di Ariccia, gli Esercizi spirituali di Quaresima per il Papa e la Curia Romana.
A guidare le meditazioni è il sacerdote friulano Ermes Ronchi, dell’Ordine dei Servi di Maria. Gli esercizi - che si concluderanno venerdì prossimo - sono stati aperti dall’adorazione eucaristica.
Le domande di Gesù sono l'altro nome della conversione
“Le nude domande del Vangelo” è il tema delle meditazioni. La prima domandaaffrontata dal religioso è tratta da un brano del Vangelo di Giovanni: «Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: Che cosa cercate?». "La proposta per questi giorni insieme - ha detto il padre servita - è di fermarci in ascolto di un Dio di domande: non più interrogare il Signore, ma lasciarci interrogare da Lui. E invece di correre subito a cercare la risposta, fermarci per vivere bene le domande, le nude domande del Vangelo. Amare le domande, esse sono già rivelazione". "Le domande sono (...) l’altro nome della conversione".Le domande coinvolgono e lasciano liberi

"Gesù - ha detto padre Ronchi - educa alla fede attraverso domande, ancor più che attraverso parole assertive". I quattro vangeli - ha proseguito - riportano oltre 220 domande del Signore: “La domanda è la comunicazione non violenta, che non mette a tacere l’altro ma rilancia il dialogo, lo coinvolge e al tempo stesso lo lascia libero. Gesù stesso è una domanda. La sua vita e la sua morte ci interpellano sul senso ultimo delle cose, ci interrogano su ciò che fa felice la vita. E la risposta è ancora Lui”.
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Il nome di Dio è gioia, libertà, pienezza
La fede è cercare “un Dio sensibile al cuore, uno che fa felice il cuore, il cui nome è gioia, libertà e pienezza. Dio è bello. Sta a noi annunciare un Dio bello, desiderabile, interessante”. Forse – ha aggiunto - “abbiamo impoverito il volto di Dio, talvolta l’abbiamo ridotto in miseria, relegato a rovistare nel passato e nel peccato dell’uomo. Forse un Dio che si venera e si adora, ma non quello coinvolto e coinvolgente, che ride e gioca con i suoi figli”.

Dio può morire di noia nelle nostre chiese, restituiamogli il suo volto solare
“Ogni uomo – ha concluso padre Ermes Ronchi - cerca un Dio coinvolgente. Dio può morire di noia nelle nostre chiese. Restituiamogli il suo volto solare, un Dio da gustare e da godere, desiderabile. 
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  Esercizi spirituali: Dio è gioia, ma noi lo facciamo morire di noia nelle chiese

Stamattina ha commentato il passo della tempesta sedata in cui Gesù chiede ai discepoli: «Perché avete paura, non avete ancora fede?» ( Mc, 4, 40)
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La paura è una mancanza di fiducia in Dio
“Paura e fede” – ha affermato padre Ermes Ronchi - sono “le due antagoniste che si disputano eternamente il cuore dell’uomo. La Parola di Dio, da un capo all’altro della Bibbia, conforta e incalza, ripetendo infinite volte: non temere. Non avere paura!”. La paura – sottolinea – non è tanto assenza di coraggio quanto “una mancanza di fiducia”. E’ paura di Dio perché abbiamo un’immagine sbagliata di Lui, come Adamo ed Eva che credono in “un Dio che toglie e non in un Dio che dona”:
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Dio non ci salva dalla croce, ma nella croce
C’è la paura della tempesta, quando ci sentiamo abbandonati e “Dio sembra dormire” mentre “noi vorremmo che intervenisse subito”. Ma lui interviene, è lì, accanto a noi:
“Dio non agisce al posto nostro, non ci toglie dalle tempeste ma ci sostiene dentro le tempeste. Mi aiuta tanto questa frase di Bonhoeffer: Dio non salva dalla sofferenza ma nella sofferenza, non protegge dal dolore ma nel dolore, non salva dalla croce, ma nella croce (…) Dio non porta la soluzione dei nostri problemi, porta se stesso e dandoci se stesso ci dà tutto. Forse pensavamo che il Vangelo avrebbe risolto i problemi del mondo o almeno che sarebbero diminuite le violenze e le crisi della storia, invece non è così. Anzi il vangelo ha portato con sé rifiuto, persecuzioni, altre croci: pensiamo alle 4 sorelle uccise a Aden”.

La Chiesa per lungo tempo ha trasmesso una fede impastata di paura
“Gesù – osserva padre Ermes Ronchi - ci insegna che c’è un solo modo per vincere la paura:è la fede!”. 
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“Per un lungo tempo la Chiesa ha trasmesso una fede impastata di paura. Che ruotava attorno al paradigma colpa/castigo, anziché su quello di fioritura e pienezza. La paura è nata in Adamo perché non ha saputo neppure immaginare la misericordia e il suo frutto che è la gioia (...) La paura invece produce un cristianesimo triste, un Dio senza gioia. Liberare dalla paura significa operare attivamente per sollevare questo sudario della paura posato sul cuore di tante persone: la paura dell’altro, la paura dello straniero. Passare dall’ostilità, che può essere anche istintiva, all’ospitalità, dalla xenofobia alla filoxenia (…) e liberare i credenti dalla paura di Dio, come hanno fatto lungo tutta la storia sacra i suoi angeli: essere angeli che liberano dalla paura”.

  Ermes Ronchi: la Chiesa liberi i credenti dalla paura di Dio

Questo pomeriggio si è partiti dal testo di Matteo :Voi siete il sale della terra. Ma se il sale perde sapore con che cosa lo si renderà salato?

Sin dal mondo antico il sale è stato elemento prezioso e denso di significati, ma sempre simbolo della conservazione di ciò che vale e merita di durare, come succede in rapporto agli alimenti. I discepoli come il sale, afferma padre Ermes Ronchi, preservano ciò che alimenta la vita sulla terra, la parola di Dio, il Vangelo che, penetrando nelle cose le fa durare. Sale della terra e luce del mondo, dice Gesù nel Vangelo: la loro umiltà è modello per la Chiesa e i discepoli:
“Ecco l’umiltà del sale e della luce. Che non attirano l’attenzione su di sé, non si mettono al centro, ma valorizzano ciò che incontrano. Così l’umiltà della Chiesa, dei discepoli del Signore, che non devono orientare l’attenzione su di sé, ma sul pane e sulla casa, sullo sterminato accampamento degli uomini, sulla loro fame così grande alle volte che per loro Dio non può avere che forma di un pane”

Come la luce anche noi dovremmo avere sguardi luminosi, spiega padre Ronchi, che quando si posano sulle persone fanno emergere tutto ciò che più bello c’è nell’uomo, e come il sale, anche noi non dovremmo avere valore se non nell’incontro:
“Osservo il sale. Fino a che rimane nel suo barattolo, chiuso in un cassetto della cucina non serve a niente. Il suo scopo è uscire e perdersi per rendere più buone le cose. Si dona e scompare. Chiesa che si dona, si scioglie, che accende, che vive per gli altri. 
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Sale e luce non hanno lo scopo di perpetuare se stessi ma di effondersi. E così è la chiesa: non un fine, ma un mezzo per rendere più buona e più bella la vita delle persone.”

Può accadere però di perdere il Vangelo, di non avere più senso né sapore, di non servire a niente. E succede, osserva padre Ronchi, ogni volta che non siamo capaci di comunicare amore a quanti incontriamo, né speranza, né libertà, che sono doni di Dio. 
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Le persone vogliono cogliere dal discepolo di Gesù frammenti di vita, non frammenti di dottrina. Non se ci è stato posto Dio fra le mani ma che cosa ne abbiamo fatto di quel Dio”.

Ma padre Ronchi ricorda anche la grande fiducia di Dio negli uomini : Gesù non dice infatti “sforzatevi di diventare luce , di avere sapore”, ma “sappiate che lo siete già“. La luce è il “dono naturale di chi ha respirato Dio” e “avere un sapore di vita è il dono di chi ha abitato il Vangelo”. Sta a noi prenderne consapevolezza e trasmettere luce e sapore al mondo. Il nostro compito perchè la luce e il sale non si perdano, conclude padre Ronchi nella sua meditazione, è dare un incanto nuovo all’esistenza, lasciare che Cristo penetri nella nostra vita e vivere in comunione con gli altri:
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La nostra luce vive di comunione, di incontri, di condivisione. Non preoccupiamoci di quanti riusciamo a illuminare. Non conta essere visibili o rilevanti, essere guardati o ignorati, ma essere custodi della luce, vivere accesi. Custodire l’incandescenza del cuore”

  Ermes Ronchi: Chiesa si doni e viva per gli altri


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Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo) sul tema "Le nude domande del Vangelo" / 2


 8 marzo 2016

«La gente chi dice che io sia?»
. In un tempo in cui non esistevano ancora i mass media Gesù volle lanciare questa sorta di “sondaggio d’opinione” tra i suoi apostoli. E intorno a questa domanda cruciale è ruotata la quarta meditazione tenuta da padre Ermes Ronchi martedì mattina, 8 marzo, durante gli esercizi spirituali quaresimali predicati al Papa e alla Curia Romana.

Nella cappella della Casa Divin Maestro di Ariccia il religioso dei servi di Maria ha rilanciato l’interrogativo di Gesù, ricordando che l’opinione della gente su di lui era incompleta anche se bella. Lo consideravano un profeta, come Elia o Giovanni il Battista, ma questa risposta ha un limite: Gesù non è un uomo del passato, un profeta di ieri. Ecco dunque la domanda diretta ai suoi discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?». Padre Ronchi ha fatto notare come questo interrogativo abbia al suo interno un’avversativa, quel “ma” quasi in opposizione a quello che la gente pensa e dice. Sembra quasi che il Maestro voglia sollecitare gli apostoli a riflettere e invitarli a non accontentarsi, perché la fede non avanza per sentito dire. Gesù sollecita gli apostoli a rivedere il loro rapporto con lui. Non vuole definizioni astratte, ma il coinvolgimento personale.

L’interrogativo «Chi sono io per te?» è il cuore pulsante della fede, ha spiegato il religioso. Gesù pone la domanda nel segno dell’amicizia: non dà lezioni, non impone la risposta, ma invita a cercare dentro. Allora e solo allora si può rispondere come ha fatto il predicatore: «Incontrare te è stato l’affare migliore della mia vita!». 
(fonte: L'Osservatore Romano)

“Gesù non è moralista”. “Siamo noi che abbiamo moralizzato il Vangelo”. Così padre Ermes Ronchi, nella quinta meditazione degli Esercizi spirituali per il Papa e la Curia romana, in corso nella Casa del Divin Maestro di Ariccia. Nella giornata della donna, il religioso ha ricordato che nel Vangelo molte donne seguivano e servivano Gesù, rammaricando la sola presenza di uomini nell’incontro.

Il Vangelo non è moralista”, ha sottolineato p. Ronchi partendo nella sua riflessione dal racconto evangelico di Gesù, che invitato nella casa di Simone il fariseo, rompe ogni convenzione e lascia che una donna, per tutti la peccatrice, pianga ai suoi piedi, e li asciughi con i suoi capelli, baciandoli e cospargendoli di olio profumato. E di fronte alla sorpresa di Simone, Gesù lo ammonisce: “guarda questa donna”, che da peccatrice diviene “la perdonata che ha molto amato”.
“Nella cena a casa di Simone il fariseo va in scena un conflitto sorprendente: il pio e la prostituta; il potente e la senza nome, la legge e il profumo, la regola e l’amore a confronto”.

“L’errore di Simone è lo sguardo giudicante”.
“Gesù per tutta la sua esistenza insegnerà lo sguardo non giudicante, includente, lo sguardo misericordioso”.
“Simone mette al centro del rapporto tra uomo e Dio” “il peccato, ne fa l’asse portante della religione”.
“È l’errore dei moralisti di ogni epoca, dei farisei di sempre”.
“Gesù non è moralista”:
“mette al centro la persona con lacrime e sorrisi, la sua carne dolente o esultante, e non la legge”.

Nel Vangelo troviamo con più frequenza la parola povero che peccatore, ha osservato p. Ronchi.
“Adamo è povero prima che peccatore; siamo fragili e custodi di lacrime, prigionieri di mille limiti, prima che colpevoli”.

Siamo noi che abbiamo moralizzato il Vangelo”.
“Ma in principio non era così: p.Vannucci lo dice benissimo il Vangelo non è una morale, ma una sconvolgente liberazione. E ci porta fuori dal paradigma del peccato per condurci dentro il paradigma della pienezza, della vita in pienezza”.

Simone il moralista guarda il passato della donna, vede “una storia di trasgressioni”, “mentre Gesù - ha spiegato p. Ronchi - vede il molto amore di oggi e di domani”.
“Gesù non ignora chi è, non finge di non sapere, ma la accoglie. Con le sue ferite e soprattutto con la sua scintilla di luce, che Lui fa sgorgare”.
“Il centro della cena doveva essere Simone pio e potente, e invece il centro è occupato dalla donna”.
“Solo Gesù è capace di operare questo cambio di prospettiva, di fare spazio così agli ultimi. Gesù sposta il fuoco, il punto di vista dal peccato della donna alle mancanze di Simone, lo destruttura, lo mette in difficoltà come farà con gli accusatori dell’adultera nel tempio”.

Se Gesù domandasse anche a me - ha detto sorridendo P. Ronchi - la vedi questa donna? dovrei rispondere “no, Signore, qui vedo solo uomini.
“Non è molto normale questo ammettiamolo. Dobbiamo prendere atto di un vuoto che non corrisponde alla realtà dell’umanità e della Chiesa”.
“Non era così nel Vangelo”, dove molte donne seguivano e servivano Gesù, ma “al nostro seguito non le vedo”, ha detto p. Ronchi.
“Che cosa ci fa così paura che dobbiamo prendere le distanze da questa donna e dalle altre? Gesù era sovranamente indifferente al passato di una persona, al sesso di una persona, non ragiona mai per categorie o stereotipi. E penso che anche lo Spirito Santo distribuisca i suoi doni senza guardare al sesso delle persone”.

Gesù, segnato da quella donna che lo ha commosso, non la dimentica: all’ultima Cena ripeterà il gesto della peccatrice sconosciuta e innamorata, laverà i piedi dei suoi discepoli e li asciugherà”.
Quando ama, l’uomo compie gesti divini, Dio quando ama compie gesti umani, e lo fa con cuore di carne”.

Infine un richiamo per i confessori.

È così facile per noi quando siamo confessori non vedere le persone, con i loro bisogni, e le loro lacrime ma vedere la norma applicata o infranta. Generalizzare, spingere le persone dentro una categoria, classificare. E così alimentiamo la durezza del cuore, la sclerocardia, la malattia che Gesù più temeva. Diventiamo burocrati delle regole e analfabeti del cuore; non incontriamo la vita, ma solo il nostro pregiudizio”.
(fonte: Radio Vaticana)

Vedi anche il post precedente:
  Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo) sul tema "Le nude domande del Vangelo"


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Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo) sul tema "Le nude domande del Vangelo" / 3


 9 marzo 2016 

«La pedofilia e l’attaccamento ai soldi sono i due comportamenti del clero che più feriscono e fanno adirare il popolo cristiano». E «ciò che invece lo fa felice è il pane condiviso», una Chiesa capace di vivere la trasparenza di Gesù che, «coraggioso come un eroe e tenero come un innamorato, non si è fatto comprare da nessuno e non è mai entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero».


Non ha usato giri di parole padre Ermes Ronchi, mercoledì mattina 9 marzo, nella sesta meditazione degli esercizi spirituali predicati al Papa e alla Curia romana, nella cappella della Casa Divin Maestro di Ariccia. Denunciando anche lo scandalo della fame nel mondo e invitando a lottare contro gli sprechi.

Per la riflessione ha preso le mosse dalla domanda di Gesù ai suoi discepoli: «Quanti pani avete?» (Marco 6, 38; 8,5; Matteo 15, 34). «Il segno del pane» ha fatto presente padre Ronchi, nel Vangelo «è il più ripetuto perché il più carico di simboli». Puntando subito lo sguardo sulla Chiesa, il predicatore ha messo in guardia dal considerarla come «un’istituzione che ripete da millenni le stesse parole e gli stessi riti; una centrale che cerca di produrre consenso o un’agenzia di rating che dà i voti sulla vita morale delle persone». La Chiesa, ha rimarcato, «è una madre che protegge la vita in tutte le sue forme, annuncia che è possibile vivere meglio per tutti e che Gesù ne possiede la chiave».

«La Chiesa — ha proseguito — è Gesù-discepoli-e-folla, tutti insieme, con però qualcosa che passa di mano in mano, che li tiene legati insieme e vivi insieme: non sono dogmi o precetti, è il pane e la compassione che sono entrambi beni divini».
(fonte: L'Osservatore Romano)

Il perdono di Dio è “amore autentico” che incalza l’uomo a divenire “il meglio di ciò che può diventare”: è quanto ha affermato padre Ermes Ronchi nella sua settima meditazione in occasione degli esercizi spirituali ad Ariccia, cui partecipano Papa Francesco e i membri della Curia Romana. La riflessione del religioso è partita dalla domanda di Gesù all’adultera perdonata: «Allora Gesù si alzò e le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?» (Gv, 8, 10).

Chi ama accusare, inebriandosi dei difetti altrui – sottolinea padre Ermes Ronchi - crede di salvare la verità lapidando coloro che sbagliano. Ma così nascono le guerre. Si generano conflitti “tra nazioni, ma anche nelle istituzioni ecclesiastiche, nei conventi, negli uffici” dove regole, costituzioni, decreti diventano sassi “per lapidare qualcuno”.

Ipocriti e accusatori mettono Dio contro l’uomo
Il brano dell’adultera per secoli è stato ignorato dalle comunità cristiane perché “scandalizzava la misericordia di Dio”. Il nome della donna adultera non è rivelato. “Rappresenta tutti”, è schiacciata da poteri di morte che esprimono l’oppressione degli uomini sulle donne. I farisei di ogni epoca mettono il peccato “al centro del rapporto con Dio” ma “la Bibbia non è un feticcio o un totem”: esige “intelligenza e cuore”. I poteri che non esitano a usare una vita umana e la religione “mettono Dio contro l’uomo”. E’ questa “la tragedia del fondamentalismo religioso”:

...

Dove c’è misericordia, c’è Dio
Il giudizio contro l’adultera è diventato “un boomerang contro l’ipocrisia dei giudici”. “Nessuno può gettare la pietra, la scaglierebbe contro se stesso”. Dove c’è misericordia – scriveva S. Ambrogio – lì c’è Dio; dove c’è rigore e severità forse ci sono i ministri di Dio ma Dio non c’è”. Gesù si alza davanti all’adultera, “come ci si alza davanti ad una persona attesa e importante”. Si alza per esserle più vicino, nella prossimità, e le parla. Nessuno le aveva parlato prima. “La sua storia, il suo intimo tormento non interessavano”. Invece Gesù coglie l’intimo di quell’anima. “La fragilità è maestra di umanità”:

“E’ la cura dei fragili, è la cura degli ultimi, dei portatori di handicap e l’attenzione alle pietre scartate che indica il grado di civiltà di un popolo, non le gesta dei forti e dei potenti”.

A Gesù non interessa il rimorso ma la sincerità del cuore. Il suo perdono è “senza condizioni, senza clausole, senza contropartite”. Gesù mette se stesso al posto di tutti i condannati, di tutti i peccatori. Spezza la “catena malefica” legata all’idea di “un Dio che condanna e si vendica, giustificando la violenza”.

L’amore di Dio cambia la vita
Il cuore del racconto non è il peccato da condannare o da perdonare. Al centro non c’è il male ma “un Dio più grande del nostro cuore” che non banalizza la colpa ma fa ripartire l’uomo da dove si è fermato. Apre sentieri, rimette sulla strada giusta, fa compiere un passo in avanti, “spalanca il futuro”. Gesù compie “una rivoluzione radicale” sconvolgendo il tradizionale ordine ad asse verticale con “sopra di tutti un Dio giudice e punitore”. “Un Dio nudo, in croce, che perdona, sarà il gesto sconvolgente e necessario per disinnescare la miccia delle infinite bombe sulle quali è seduta l’umanità”:

“Non il Dio onnipotente, ma l’Abbà onni-amante. Non più il dito puntato, ma quello che scrive sulla pietra del cuore: io ti amo”.

“Va e d’ora in poi non peccare più”. Sono le sei parole che bastano a cambiare una vita. Ciò che sta dietro non importa più. E’ il futuro ora a contare. “Il bene possibile domani conta più del male ieri”. Dio perdona “non come uno smemorato, ma come un liberatore”. Il perdono non è buonismo, “ma rimettere in cammino una vita”.

Il perdono libera dalle schiavitù del passato
Tante persone vivono “come in un ergastolo interiore”, schiacciate dai sensi di colpa a causa di errori passati. Ma “Gesù apre le porte delle nostre prigioni, smonta i patiboli su cui spesso trasciniamo noi stessi e gli altri”. “Gesù sa che l’uomo non equivale al suo peccato”. Al Signore non interessa il passato. “E’ il Dio del futuro”. Le parole di Gesù e i suoi gesti spezzano lo schema buoni/cattivi, colpevoli/innocenti. Gesù, con la misericordia, “ci conduce oltre gli steccati dell’etica”. All’occhio che vede il peccato - conclude padre Ermes Ronchi - “è chiesto di vedere il sole: “la luce è più importante del buio”, “il grano vale più della zizzania”, “il bene pesa più del male”.
(fonte: Radio Vaticana)

Vedi anche i post precedenti:
  • Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo) sul tema "Le nude domande del Vangelo"
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Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo) sul tema "Le nude domande del Vangelo" / 4



 10 marzo 2016

La Chiesa e ogni cristiano abbiano per le ferite del mondo la compassione del buon samaritano, perché il prendersi cura di chi soffre migliora i rapporti sociali e argina la cultura dello scarto. È il pensiero di sintesi dell’ottava meditazione tenuta da padre Ermes Ronchi a Papa Francesco e alla Curia Romana, giunti al quinto giorno degli esercizi spirituali ad Ariccia. 

È l’alba della domenica e tre giorni sono trascorsi in un immenso senso di vuoto e molte lacrime. Anche la donna che si avvicina al sepolcro ne ha il volto rigato e la vista della pietra rotolata via aumenta l’angoscia. La ferma una voce: “Donna chi cerchi? Perché piangi?”. Padre Ermes Ronchi parte da questa scena per descrivere il comportamento di Dio verso il dolore dell’uomo.

I tre verbi della compassione
Gesù è risorto, osserva il predicatore, “è il Dio della vita” e si “interessa delle lacrime” della Maddalena. “Nell'ultima ora del venerdì, sulla Croce si era occupato del dolore e dell’angoscia di un ladro, nella prima ora della Pasqua si occupa del dolore e dell’amore di Maria”. Perché, sottolinea padre Ronchi, è questo lo stile di“Gesù, l’uomo degli incontri”: non “cerca mai il peccato di una persona, ma si posa sempre sulla sofferenza e sul bisogno”. E allora, si chiede il religioso, “come fare per vedere, capire, toccare e lasciarsi toccare dalle lacrime” degli altri?:

“Imparando lo sguardo e i gesti di Gesù, che sono quelli del buon samaritano: vedere, fermarsi, toccare, tre verbi da non dimenticare mai
...

“La vera differenza non è tra cristiani, musulmani o ebrei, la vera differenza non è tra chi crede o chi dice di non credere. La vera differenza è tra chi si ferma e chi non si ferma davanti alle ferite, tra chi si ferma e chi tira dritto (...) Se io ho passato un’ora soltanto ad addossarmi il dolore di una persona, lo conosco di più, sono più sapiente di chi ha letto tutti i libri. Sono sapiente della vita”.

La misericordia non è mai a “distanza”
Terzo verbo: toccare. “Ogni volta che Gesù si commuove, tocca”, ricorda il predicatore degli esercizi. “Tocca l’intoccabile”, un lebbroso, il primo degli scarti umani. Tocca il figlio della vedova di Nain e “viola la legge, fa ciò che non si può: prende il ragazzo morto, lo rialza e lo ridà a sua madre”:

Lo sguardo senza cuore produce buio e poi innesca un’operazione ancor più devastante: rischia di trasformare gli invisibili in colpevoli, di trasformare le vittime – i profughi, i migranti, i poveri – in colpevoli e in causa di problemi (...) E se vedo, mi fermo e tocco. Se asciugo una lacrima, io lo so, non cambio il mondo, non cambio le strutture dell’iniquità, ma ho inoculato l’idea che la fame non è invincibile, che le lacrime degli altri hanno dei diritti su ciascuno e su di me, che io non abbandono alla deriva chi ha bisogno, che tu non sei gettato via, che la condivisione è la forma più propria dell’umano. (…) Perché la misericordia è tutto ciò che è essenziale alla vita dell'uomo. La misericordia è un fatto di grembo e di mani. E Dio perdona così: non con un documento, con le mani, un tocco, una carezza”.
(fonte: Radio Vaticana)


L’amore di Dio per l’uomo infiamma il cuore e apre gli occhi. E’ l’architrave della nona meditazione tenuta nel pomeriggio da padre Ermes Ronchi a Papa Francesco e alla Curia Romana, nel quinto giorno degli esercizi spirituali ad Ariccia. “Il contrario dell’amore non è l’odio - ha rimarcato - ma l’indifferenza”, dobbiamo “tornare a innamorarci”.

...

Padre Ermes spiega che l’amore di Dio riaccende “i cuori”, “la passione”. “La santità - aggiunge - non è una passione spenta, ma una passione convertita”. “Quando l’amore c’è - dice - non ti puoi sbagliare, è evidente, solare, indiscutibile”.

La fede ha tre passi
E' Dio che “ama l’uomo” - sottolinea - che “colma le povertà”, non cerca in lui “la perfezione”, ma “l’autenticità”. “Non siamo al mondo per essere immacolati, ma per essere incamminati”. E ribaltando ogni schema parla di “Gesù, mendicante di amore, mendicante senza pretese” che “conosce" la "povertà” di ognuno e che chiede “la verità di un po’ di amicizia”. “La fede - prosegue - ha tre passi": ho "bisogno, mi fido, mi affido":

Il rianimatore di legami
Credere è aver bisogno d’amore, fidarsi e fondarsi su questo, come forma di Dio, come forma dell’uomo, come forma del mondo, del futuro, del vivere. Fidarsi è fondare la vita su questa ipotesi: che più amore è bene, meno amore è male. “E’ abbandonare la regola ogni volta che la regola si oppone all’amore”, diceva sorella Maria dell’eremo di Campello. Mentre il mondo proclama la sua fede, la sua evidenza: più denaro è bene, meno denaro è male. Ma ogni credente è un credente nell’amore: cioè un rianimatore di legami, un risvegliatore di legami, uno che aiuta gli uomini a ritrovare fiducia nell’amore. Noi abbiamo creduto l’Amore”.

Credere è avere una storia con Dio
Padre Ronchi dice che “credere è avere una storia con Dio”, "camminare nell’amore con una persona” e la salvezza è nella certezza che è Lui ad “amare”. “La crisi di fede oggi nel mondo occidentale” - spiega - “incomincia” proprio “con la crisi dell’atto umano di credere”. “Perché non si crede all’amore”. Centrale è che "amore è dare":

Il contrario dell'amore non è l'odio
"Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza che è linfa vitale che alimenta ogni male, la linfa segreta del peccato. L’indifferenza per cui l’altro per te non esiste, non conta, non vale, non è niente".

“Oggi dobbiamo tornare a innamorarci". Amare Dio “con tutto noi stessi, corpo e anima". "Smetti di amare Dio da sottomesso - conclude - smetti di amarlo da schiavo". "Si deve tornare ad amare Dio da innamorati. Allora sì che la vita, e la fede", si riempiranno di sorrisi.
(fonte: Radio Vaticana)

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  • Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo) sul tema "Le nude domande del Vangelo"
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Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana (6-11 marzo) sul tema "Le nude domande del Vangelo" / 5


 11 Marzo 2016 

Bisogna riscoprire «il coraggio di sognare», quel coraggio testimoniato da santi come Francesco Saverio, che per tutta la vita coltivò il «sogno» di arrivare in Cina. Lo ha raccomandato Papa Francesco a conclusione degli esercizi spirituali ai quali ha partecipato insieme alla Curia romana.
Al termine della decima e ultima meditazione tenuta da padre Ermes Ronchi nella mattina di venerdì 11 marzo, nella cappella della Casa Divin Maestro dei religiosi paolini, ad Ariccia, il Pontefice ha rivolto parole di ringraziamento al predicatore, ringraziandolo in particolare per la sua «passione». Poi, prima di lasciare l’istituto, ha salutato il personale della casa e i superiori della Società San Paolo. Quindi è rientrato in Vaticano a bordo di uno dei tre pulmini che hanno accompagnato tutti i partecipanti.
Iniziati nella serata di domenica 6, gli esercizi dedicati al tema «Le nude domande del Vangelo» si sono conclusi con una meditazione mariana che ha preso spunto dall’annunciazione, in particolare dall’interrogativo rivolto della Vergine all’angelo:«Come avverrà questo?». Il predicatore, religioso dei Servi di Maria, ha richiamato quelle parole per rilanciare il fascino di una fede calata nel quotidiano, nella semplicità di una vita toccata dalla grazia di Dio. Al termine padre Ronchi, su indicazione del Papa, ha impartito ai presenti la benedizione con annessa l’indulgenza plenaria.
(fonte: L'Osservatore Romano)

Dio è sempre vicino all’uomo, di una prossimità “domestica”, accanto ai suoi bisogni quotidiani. Questa è stata l’esperienza di Maria nei suoi 30 anni a Nazareth, “senza clamori” né “visioni”. Lo ha ricordato padre Ermes Ronchi nell’ultima meditazione degli esercizi spirituali predicati a Papa Francesco e alla Curia Romana, terminati in mattinata ad Ariccia. La riflessione del predicatore è stata incentrata sul brano evangelico dell’Annunciazione.

“Un giorno qualunque, in un luogo qualunque, una giovane donna qualunque”. La scena di un evento “colossale”, l’angelo che visita Maria a Nazareth, avviene in un contesto di normalità disarmante. Perché è la semplicità la cifra di Dio.

“Dio è in cucina”
Per la meditazione conclusiva degli esercizi spirituali padre Ermes Ronchi propone al Papa e alla Curia un viaggio dentro i versetti dell’Annunciazione, l’evento che, nota il predicatore, “accade nel quotidiano, senza testimoni, lontano dalle luci e le emozioni del tempio”. “Il primo annuncio di grazia del Vangelo è consegnato nella normalità di una casa”, ovvero – dice padre Ronchi – nel luogo dove ognuno è se stesso. Ed è lì che “Dio ti sfiora e ti tocca”:

“Santa Teresa d’Avila ne ‘Il Libro delle Fondazioni’ (…) ha scritto per le sue monache una lettera tra cui queste parole: sorelle ricordatevi, Dio va fra le pentole, in cucina. Ma come, il Signore dell’universo che si muove nella cucina del monastero, fra brocche, pentole, stoviglie, casseruole e tegami (...) Dio in cucina, significa portare Dio in un territorio di prossimità (...) Se non lo senti domestico, cioè dentro le cose più semplici, non hai ancora trovato il Dio della vita. Sei ancora alla rappresentazione razionale del Dio della religione”.

Promessa di felicità
A Maria guardiamo, afferma il predicatore, proprio “per tentare di ricucire lo strappo più drammatico della nostra fede”: il “Dio della religione” che "si è separato dal Dio della vita”. La donna di Nazareth, prosegue, “come donna di casa, ci lancia una sfida enorme: passare da una spiritualità che si fonda sulla logica dello straordinario ad una mistica del quotidiano”. E in questo quotidiano il sentimento prevalente è la gioia. Lo sono le prime parole dell’Annunciazione: “Rallegrati Maria”. Perché quando Dio si avvicina “porta una promessa di felicità":

“A noi che siamo ammantati di gravità e di pesantezze, ammantati di responsabilità anche, Maria ricorda che la fede o è gioiosa fiducia o non è (...) Maria entra in scena come una profezia di felicità per la nostra vita, come una benedizione di speranza, consolante, che scende sul nostro male di vivere, sulle solitudini patite, sulle tenerezze negate, sulla violenza che ci insidia ma che non vincerà, perché la bellezza è più forte del drago della violenza, assicura l’Apocalisse. E l’angelo con questa prima parola dice che c’è una felicità nel credere, un ‘piacere’ di credere”.

All’opera nelle nostre case
Maria poi, indica padre Ronchi, “entra in scena come una donna che crede nell’amore”. “L’Angelo – si legge nel Vangelo – fu mandato a una vergine, promessa sposa di un uomo chiamato Giuseppe”. Secondo l’evangelista Luca, rileva il predicatore, l’annunciazione è fatta a Maria, secondo Matteo invece a Giuseppe:

“Ma se sovrapponiamo i due Vangeli vediamo con gioia che l’annuncio è fatto alla coppia, allo sposo e alla sposa insieme, al giusto e alla vergine innamorati (...) E Dio è all’opera nelle nostre relazioni, parla dentro le famiglie, dentro le nostre case, nel dialogo, nel dramma, nella crisi, nei dubbi, negli slanci (…) Ecco che Dio non ruba spazio alla famiglia, non invade, non ferisce, non sottrae, cerca un sì plurale, che diventa creativo perché è la somma di due cuori, la somma di molti sogni e moltissimo lavoro paziente”.

Fede granitica o fragile, purché autentica
Infine, Maria sa chiedere a Dio, chiede come potrà accadere ciò che le è stato prospettato. “Avere perplessità, porre domande è un modo per stare davanti al Signore con tutta la dignità umana”, sostiene padre Ronchi. “Accetto il mistero, ma al contempo uso tutta la mia intelligenza. Dico quali sono le mie strade e poi accetto strade al di sopra di me”:

“Da nessuna parte è detto che la fede granitica sia meglio della fede piccola intrecciata a domande. Basta che sia autentica (…), quella che nella sua piccolezza ha ancora più bisogno di Dio. E infatti quello che mi dà speranza è vedere come nel popolo di Dio continuano a crescere le domande, nessuno si accontenta più di risposte… di parole già sentite, di risposte da prontuario, vogliono capire, andare più a fondo, vogliono fare propria la fede. Un tempo quando tutti tacevano davanti al sacerdote era un tempo di maggior fede? Credo sia vero il contrario e se questo è più faticoso per noi, è anche un alleluia, un finalmente”.

Il pensiero conclusivo è sulla maternità di Dio. “Senza il corpo di Maria il Vangelo perde corpo”, è la considerazione finale di padre Ronchi. E tutti i cristiani “sono chiamati a essere madri di Dio, perché Dio ha sempre bisogno di venire al mondo”.
(fonte: Radio Vaticana)

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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni


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Cari fratelli e sorelle, esprimo la mia vicinanza alle Missionarie della Carità per il grave lutto che le ha colpite due giorni fa con l’uccisione di quattro Religiose ad Aden, nello Yemen, dove assistevano gli anziani. Prego per loro e per le altre persone uccise nell’attacco, e per i familiari. Questi sono i martiri di oggi! Non sono copertine dei giornali, non sono notizie: questi danno il loro sangue per la Chiesa. Queste persone sono vittime dell’attacco di quelli che li hanno uccisi e anche dell’indifferenza, di questa globalizzazione dell’indifferenza, a cui non importa… Madre Teresa accompagni in paradiso queste sue figlie martiri della carità, e interceda per la pace e il sacro rispetto della vita umana.

  ... Questi sono i martiri di oggi!...


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Anselm, Marguerite, Judit e Reginette le quattro suore uccise nello Yemen - il cordoglio del Papa e il commento di Marina Corradi "Quell'amore in cambio di niente"



Stamattina (04/03/2016) alle 8.30 "persone in uniforme hanno fatto irruzione nel compound dove vivono le missionarie della Carità e hanno ucciso il guardiano e tutti gli impiegati che si sono frapposti sul loro cammino. Poi hanno raggiunto le suore e hanno aperto il fuoco, quattro sono morte e una di loro è riuscita a nascondersi e si è salvata. Ora è in un posto sicuro”. È un racconto drammatico quello che fa AsiaNews mons. Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, sull’assalto “per motivi religiosi” di questa mattina al convento delle Suore Missionarie della Carità ad Aden, città nel sud dello Yemen.

Le vittime sono suor Anselm, dell’India, suor Marguerite del Rwanda, suor Judit del Kenya e suor Reginette originaria del Rwanda. Si è invece salvata la superiora, che è riuscita a rifugiarsi in un nascondiglio. Gli assalitori avrebbero inoltre sequestrato padre Tom Uzhunnalil, un sacerdote salesiano che viveva nella struttura, il quale al momento dell’assalto “era nella cappella a pregare”. Le vittime totali sono 14: quattro religiose e dieci laici, impiegati della comunità che accoglieva anziani e disabili. 

Per mons. Hinder il “segnale è chiaro: si tratta di un qualcosa che ha a che fare con la religione”. 

“Noi sapevamo che la situazione era difficile - prosegue il prelato - e che le suore [già in passato oggetto di attacchi mirati] correvano un certo rischio”. Tuttavia, aggiunge, “avevano deciso di rimanere qualsiasi cosa capitasse, perché questo fa parte della loro spiritualità.

  Vicario dell'Arabia: Uccise per motivi religiosi le suore di Madre Teresa in Yemen

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Yemen, le 4 suore uccise
Quell'amore in cambio di niente
Marina Corradi

Una banda di uomini armati all’assalto di una casa di riposo per vecchi e disabili condotta dalle Missionarie della Carità, le suore di Madre Teresa. Ieri ad Aden, nello Yemen, quattro di loro sono morte, assieme ad altre dodici persone, mentre un sacerdote salesiano risulta scomparso, forse rapito. Uomini e religiose massacrati, forse, da al-Qaeda, dentro lo scenario di una guerra civile che da un anno e mezzo attanaglia il Paese, e ha già fatto 6mila morti. Nello Yemen, il Paese più povero del Medio Oriente, si scontrano indirettamente le forze poderose e nemiche di Iran e Arabia Saudita. La città di Aden è in mano al governo che si oppone ai ribelli houthi.

Un attentato terrorista dunque. Un manipolo di assassini contro la casa degli inermi: anziani, malati, handicappati accolti dalle figlie di Madre Teresa. Il lupo e l’agnello: non deve essere certo stato difficile attaccare, armi in pugno, un rifugio di indifesi. Tra gli attentati che insanguinano il mondo ogni giorno, uno dei più ripugnanti. Uccidere delle donne consacrate che si prendono cura, come di figli, degli ultimi, e il sacerdote che ne condivide l’opera. Quei vecchi e quei malati, dice un lancio della Agenzia Fides, sono salvi. La furia omicida si è scatenata proprio sulle quattro sorelle riconoscibili dal velo bianco e blu: loro l’obiettivo dell’odio, in quanto cristiane. Erano due ruandesi, una kenyota e una indiana. Figlie dei Sud del mondo che, anziché fuggirne, avevano scelto di radicarsi nel luogo della massima povertà, casa per chi non ha alcuna casa.

La strage dello Yemen, in un contesto internazionale in cui il fiato dei jihadisti del Daesh e di al-Qaeda incalza tutti, in Occidente come nel Terzo mondo, sembra icona di una ferocia che sconfina nel male allo stato puro. Non potevano in alcun modo costituire una minaccia, quelle piccole suore e quel prete. Non rappresentavano multinazionali straniere, o potenze nemiche, non rappresentavano niente altro che il volto e le mani di Cristo, portato, attraverso il loro volto e le loro mani, nel cuore della miseria. Misericordia e compassione portate non per vaga filantropia, ma – come ricordava sempre Madre Teresa – riconoscendo Cristo in persona, in ciascuno degli "scartati" dal mondo. Di modo che ciò che è accaduto ieri in Yemen è un vertice di male gratuito, dietro a cui si avverte un’ombra oscura innominabile, che tracima e trabocca nelle violenze del terrorismo islamico. Il lupo e l’agnello, la ferocia sull’innocente inerme, una volta ancora. Sapevano certo, quelle suore, quel prete, quali rischi comportava rimanere in un Paese dilaniato da una guerra civile.

Sapevano quanto odio stava come sbucando dal sottosuolo, fra le strade dello Yemen. Non hanno pensato ad andarsene. Non sarebbero state capaci di abbandonare quei loro vecchi, quei fratelli malati, di chiudere l’ospizio lasciandoli dentro una guerra, e senza nessuno. Hanno continuato, probabilmente tra i bombardamenti e cento pericoli, a cercare di condurre la loro casa, dando da mangiare agli ospiti, curandoli, confortandoli. In una mite e tenace resistenza al male; in silenzio, con gesti quotidiani – imboccare, lavare, pregare – mentre fuori deflagrava la ferocia.

Così, quelle suore ne erano certe, avrebbe fatto la beata Madre Teresa, che sarà proclamata santa a settembre. Madre Teresa che diceva: «Il più grande dono che Dio ti può fare è darti la forza di accettare qualsiasi cosa Egli ti mandi, e la volontà di restituirgli qualsiasi cosa Egli ti chieda». Dentro a questo sguardo le quattro sorelle di Aden e il salesiano sono rimaste; e ieri mattina, come agnelli, sono andati incontro alla morte – «con la forza di accettare qualsiasi cosa Egli ti mandi».

Docilmente hanno restituito a Dio la loro vita – «restituirgli qualunque cosa Egli ti chieda». E forse, attorno, in quella città, qualcuno si fermerà un momento a considerare la strana scelta di quegli stranieri venuti lì a morire per curare creature che 'non valgono' niente. Perché, in cambio di cosa?

In cambio di niente. Nella assoluta gratuità di Cristo.

E rimarrà, solo in alcuni magari, tra chi ha visto ieri ad Aden il massacro, una domanda. Tanto straniero appare agli uomini l’amore illimitato e gratuito, che chi lo incontra non può non chiedersi come mai, e perché. È la fascinazione di Cristo che rimane, misteriosa e viva, sopra a qualsiasi orgia di morte. Sopra a qualsiasi ferocia che gli uomini, come schiavi, scelgano di servire.
(fonte: Avvenire 05/03/2016)

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Telegramma di cordoglio di Papa Francesco per l’uccisione delle quattro suore Missionarie della Carità e di altri dodici ospiti in una casa per anziani a Aden. Nel testo, a firma del segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, il Pontefice si dice “scioccato e profondamente rattristato” nell’apprendere la notizia e “assicura preghiere per le vittime e vicinanza spirituale alle loro famiglie e a tutti i colpiti da questo atto di violenza insensata e diabolica”. Papa Francesco prega “affinché questo massacro senza senso possa risvegliare le coscienze, portare ad una conversione del cuore e ispirare tutte le parti a deporre le armi e a intraprendere la via del dialogo. In nome di Dio – si legge nel testo –, il Papa invita tutte le parti coinvolte nel presente conflitto a rinunciare alla violenza e a rinnovare il loro impegno per il popolo dello Yemen, in particolare quelli più bisognosi, che le religiose e i loro cooperanti hanno cercato di servire. Il Santo Padre invoca la benedizione di Dio su tutti coloro che soffrono questa violenza, e in modo speciale estende alle Missionarie della Carità la sua vicinanza spirituale e di solidarietà”.
(fonte: Sir)
   il testo originale



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La valorizzazione della donna nella Chiesa... basterebbe un po’ di audacia e di coraggio!!! - "Le aperture della Chiesa" di Enzo Bianchi



Le aperture della Chiesa 
di Enzo Bianchi

Nella chiesa del tempo post-conciliare, da quando papa Giovanni con il suo discernimento profetico individuò tra i “segni dei tempi” l’ingresso della donna nella vita pubblica, più volte si sentono voci – a cominciare da quelle dei papi che si levano per chiedere una più grande valorizzazione della donna nella chiesa, una sua maggior partecipazione alle diverse istituzioni che la reggono e la organizzano, un riconoscimento a lei di tutte le facoltà che in quanto battezzata – e ciò vale anche per i laici battezzati – possiede di diritto.

Come negare che dopo il Vaticano II ci sia una forte presenza femminile nella maggior parte dei servizi e delle diaconie ecclesiali? Nella catechesi, nella formazione cristiana, nell’animazione liturgica sovente oggi sono le donne a supplire alla mancanza di presbiteri. Qua e là esistono ancora posizioni indurite che negano la possibilità alle donne, e di conseguenza alle ragazze, di essere ammesse attorno all’altare, ma all’ambone ormai salgono più donne che uomini a proclamare le sante Scritture. Va effettivamente riconosciuto che la presenza e il servizio delle donne è ritenuto necessario, ma quanto all’ammetterle negli spazi di partecipazione alle responsabilità e alle decisioni per la vita ecclesiale, l’esitazione è ancora grande sicché l’icona che la chiesa presenta alla società è quasi totalmente maschile e appare, lo si voglia o no, un corpo mutilato.

Giustamente le teologhe chiedono di evitare la ricerca di una teologia speciale della donna, ma di far partecipare le donne alla vita della chiesa: basterebbe che là dove ci sono uomini non ordinati – cioè non preti o vescovi – si potessero vedere anche delle donne, battezzate come loro. Nessun attentato alla dottrina, ma una semplice adesione alla realtà della chiesa, composta come l’umanità da uomini e donne. Molte sono le possibilità rispettose dell’attuale dottrina cattolica sul ministero ordinato: basterebbe un po’ di audacia e di volontà di non limitarsi a fare come si è sempre fatto, un po’ di coraggio nell’intraprendere vie che conferirebbero alla donna non “immagini stereotipate romantiche e poetiche” ma un riconoscimento di ciò che è una cristiana: una battezzata con la possibilità di prendere la parola in ecclesia, di essere ascoltata collaborando ai processi decisionali nella chiesa. Se sinodalità come la intende papa Francesco è un camminare insieme non solo di vescovi, ma di tutto il popolo di Dio, allora si devono immettere anche le donne cristiane in questo cammino fattosi così urgente anche se tanto difficile e faticoso.

...

Oggi, infatti, nella nuova situazione segnata da una rivoluzione antropologica e culturale inedita in gran parte avviata dalle donne, non possiamo più dilazionare una serie di possibilità di presenza della donna nella vita della chiesa e nell’assemblea liturgica. Quello che si dovrebbe chiedere, almeno in obbedienza al messaggio di Gesù, è che sia consentito alle donne ciò che è consentito agli uomini laici, come da sempre è avvenuto nel monachesimo, che riconosce anche alla donna possibilità di governo, di predicazione, di insegnamento dottrinale, di guida spirituale. Non c’è mai stata nessuna differenza nel servizio dell’autorità tra un abate e un’abbadessa, tra un priore e una priora, né si vede perché, se ci sono “padri spirituali”, non ci possano essere “madri spirituali”. La valorizzazione della presenza, dei carismi e dei ministeri delle donne nella chiesa cattolica non può dipendere da semplici “auguri” mai attuati, né da ostinate rivendicazioni: passa attraverso l’ormai ineludibile riscoperta della pienezza della vocazione battesimale e del conseguente apprezzamento della chiamata che ogni cristiano ha ricevuto per annunciare e testimoniare il vangelo di Gesù Cristo agli uomini e alle donne del proprio tempo.

Il teologo Armando Matteo ha scritto “La fuga delle quarantenni” per indicare la disaffezione e l’abbandono della chiesa da parte delle donne, ma presto se le cose non mutano, registreremo il venir meno anche delle donne più giovani: chi accetta di abitare una casa senza aver possibilità di viverla, governarla, rinnovarla ogni giorno assieme agli altri?
(articolo pubblicato su La Stampa il 6/3/2016)


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Donne che predicano?




Donne che predicano
di
Catherine Aubin

Ai tempi di Gesù, tra i poveri nessuno è più povero di una vedova, donna senza uomo, dunque senza diritti né protezione. Il mondo e la società in cui Gesù vive e si muove sono fondamentalmente strutturati su un modello patriarcale; le donne sono socialmente invisibili, di quell’invisibilità tipica di una condizione giuridica di minorità, anzi di esclusione. 

L’originalità del comportamento di Cristo deve essere inserita in questa verità storica. Di fatto Gesù vede, guarda, osserva e coniuga la sua vita con quella delle donne che lo seguono, lo amano e l’accompagnano fino alla morte. Mentre lo sguardo di Simone il Fariseo (cfr. Luca, 7, 36) — come scrive Maria dell’Orto — vede e giudica, scruta e condanna escludendo, quello di Cristo risolleva, identifica e riconosce. Così facendo, invita tutti, donne e uomini, al discernimento, a porsi domande e alla comunione. In questa ottica, una panoramica sulla storia del cristianesimo porta a considerare quelle figure femminili, profetiche e carismatiche, che, con la loro personale autorità, in secoli agitati, hanno contribuito a evangelizzare un mondo ancora pagano e/o una Chiesa ostile e divisa: le sante Genoveffa, Clotilde, Giovanna d’Arco, Ildegarda di Bingen, Caterina da Siena... Completamente estranea e perfettamente inserita, la domenicana Madeleine Fredell c’introduce nel cuore della predicazione cristiana, che è l’amore nella sua forma concreta: la relazione, l’inclusione di tutti e il servizio della parola. In effetti la predicazione non è anzitutto questione di parole o di termini, e neppure questione di regolamenti o di leggi, ma ha come fondamento il libero incontro dell’amore che ama e che viene ricevuto. È dunque in primo luogo questione di gioia e di bisogno di comunicare, che — come un fiume che non può impedirsi di scorrere — diviene per i predicatori, uomini e donne, una necessità vitale di testimoniare, insegnare, annunciare e servire. Le donne predicano già, guidando ritiri e dando conferenze in luoghi in cui gli uomini lo fanno da tempo. Poniamoci sinceramente una domanda: allora perché non possono predicare davanti a tutti durante una celebrazione? Enzo Bianchi lo ricorda: non esiste una proibizione evangelica per le donne ad assumere questo ruolo e non è dunque impossibile affidarlo loro. Tutti coloro e tutte coloro che hanno avuto questo incontro a cuore aperto con Gesù non possono impedirsi di andare a dirlo, di annunciarlo, di proclamarlo, perché è lui, Cristo, che fa di tutti gli uomini e di tutte le donne incontrati lungo il suo cammino testimoni, messaggeri e apostoli. Si tratta dunque di vivere la Chiesa come una comunità ricca e aperta, interessata all’ascolto della differenza, e di immaginarla ancora più viva e allettante. 
(L'Osservatore Romano)
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Colonia, 1163: dal pulpito della maestosa cattedrale l’anziana badessa di Bingen pronuncia il suo atteso sermone. Tutto il clero cittadino si è riunito per lei ed è intento ad ascoltarla. La voce risuona tra le possenti mura: non si ode alcun tremore in essa. A temere, infatti, non è la donna, pur sola di fronte al potente uditorio maschile, ma è quest’ultimo, duramente ammonito per la grave corruzione in cui è precipitato e per l’inerzia manifestata contro il dilagare dell’eresia catara. Nessuno tra gli astanti si leva a confutare i suoi attacchi. Sanno che le parole del sermone non sono le sue, ma vengono direttamente da Dio e l’impressione che ne ricevono è indelebile.
Questo è lo scenario di una delle drammatiche predicazioni di Ildegarda di Bingen (1098-1179), proclamata da Benedetto XVI santa e dottore della Chiesa: «Questa grande donna “profetessa” parla con grande attualità anche oggi a noi — ha detto Papa Ratzinger — con la sua coraggiosa capacità di discernere i segni dei tempi, con il suo amore per il creato, la sua medicina, la sua poesia, la sua musica». Non era facile per la Chiesa di quegli anni — ma potremmo dire per la Chiesa di sempre — accettare una donna che viveva un’intensa esperienza mistica e, al tempo stesso, era capace di pensiero scientifico e di creazione artistica.
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   Le prediche di Ildegarda di Bingen - Come se le stelle non brillassero

... La trasformazione della Chiesa da parte di Papa Francesco è per me come una festa di compleanno. Forse abbiamo una visione completamente diversa delle questioni femminili, ma lui sta applicando alla vita ecclesiale parole che avevo conosciuto agli inizi degli anni Settanta. Misericordia, tenerezza, confusione, coraggio, unità nella diversità. Pur non potendo diventare sacerdote, in tutti questi anni non sono mai stata tentata di andare altrove. Mi sento perfettamente inclusa in questa comunità, chiamata a essere un ospedale da campo.
C’è una sola cosa che mi dispiace, però, ed è non poter pronunciare l’omelia durante la messa. Predicare è la mia vocazione come domenicana, e sebbene possa farlo quasi ovunque, talvolta perfino nella chiesa luterana, sono convinta che ascoltare la voce delle donne al momento dell’omelia arricchirebbe il nostro culto cattolico.
La Chiesa cattolica è stata il mio primo amore, e con la grazia di Dio continuo a provare tale amore ogni giorno. E lo faccio come femminista, come esploratrice di una teologia creativa e viva e come domenicana politicamente impegnata.
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   L’esperienza di una domenicana svedese - Predicare è la mia vocazione

Vedi anche i nostri precedenti post:

  • Perché non dare la parola a donne e uomini laici nell'assemblea liturgica? una riflessione di Enzo Bianchi
  • E’ tempo di nuove risurrezioni... lettera aperta di suor Rita Giaretta a 'Papà Francesco'



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Per rispondere alla domanda di trasparenza che viene dall’opinione pubblica, specie dopo i recenti scandali, alcuni istituti missionari stanno ripensando la loro gestione economica. Con idee molto innovative… Il caso del “fondo etico” che sta varando il Pime

  Gerolamo Fazzini:   Se anche il modo di gestire il denaro può “annunciare” il Vangelo



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 FRANCESCO
 

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04/03/2016:

  Gesù Cristo con la sua vicinanza...

05/03/2016:

  Il Signore ci liberi da ogni tentazione...

06/03/2016:

  Il Giubileo della Misericordia è occasione propizia...

07/03/2016:

  La mia vita, il mio atteggiamento...

08/03/2016:

  Piccoli gesti di amore...

09/03/2016:

  Dio ci ha accarezzati...



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"Gesù è l’estensione delle braccia e del cuore del Padre" - Papa Francesco Angelus 06/03/2016 (testo e video)



 6 marzo 2016 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Nel capitolo quindicesimo del Vangelo di Luca troviamo le tre parabole della misericordia: quella della pecora ritrovata (vv. 4-7), quella della moneta ritrovata (vv. 8-10), e la grande parabola del figlio prodigo, o meglio, del padre misericordioso (vv. 11-32). Oggi, sarebbe bello che ognuno di noi prendesse il Vangelo, questo capitolo XV del Vangelo secondo Luca, e leggesse le tre parabole. All’interno dell’itinerario quaresimale, il Vangelo ci presenta proprio quest’ultima parabola del padre misericordioso, che ha come protagonista un padre con i suoi due figli. Il racconto ci fa cogliere alcuni tratti di questo padre: è un uomo sempre pronto a perdonare e che spera contro ogni speranza. Colpisce anzitutto la sua tolleranza dinanzi alla decisione del figlio più giovane di andarsene di casa: avrebbe potuto opporsi, sapendolo ancora immaturo, un giovane ragazzo, o cercare qualche avvocato per non dargli l’eredità, essendo ancora vivo. Invece gli permette di partire, pur prevedendo i possibili rischi. Così agisce Dio con noi: ci lascia liberi, anche di sbagliare, perché creandoci ci ha fatto il grande dono della libertà. Sta a noi farne un buon uso. Questo dono della libertà che Dio ci dà mi stupisce sempre!

Ma il distacco da quel figlio è solo fisico; il padre lo porta sempre nel cuore; attende fiducioso il suo ritorno; scruta la strada nella speranza di vederlo. E un giorno lo vede comparire in lontananza (cfr v. 20). Ma questo significa che questo padre, ogni giorno, saliva sul terrazzo a guardare se il figlio tornava! Allora si commuove nel vederlo, gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia. Quanta tenerezza! E questo figlio le aveva fatte grosse! Ma il padre lo accoglie così.

Lo stesso atteggiamento il padre riserva anche al figlio maggiore, che è sempre rimasto a casa, e ora è indignato e protesta perché non capisce e non condivide tutta quella bontà verso il fratello che aveva sbagliato. Il padre esce incontro anche a questo figlio e gli ricorda che loro sono stati sempre insieme, hanno tutto in comune (v. 31), ma bisogna accogliere con gioia il fratello che finalmente è tornato a casa. E questo mi fa pensare ad una cosa: quando uno si sente peccatore, si sente davvero poca cosa, o come ho sentito dire da qualcuno - tanti -: “Padre, io sono una sporcizia!”, allora è il momento di andare dal Padre. Invece quando uno si sente giusto – “Io ho fatto sempre le cose bene...” –, ugualmente il Padre viene a cercarci, perché quell’atteggiamento di sentirsi giusto è un atteggiamento cattivo: è la superbia! Viene dal diavolo. Il Padre aspetta quelli che si riconoscono peccatori e va a cercare quelli che si sentono giusti. Questo è il nostro Padre!

In questa parabola si può intravedere anche un terzo figlio. Un terzo figlio? E dove? E’ nascosto! E’ quello che «non ritenne un privilegio l’essere come [il Padre], ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo» (Fil 2,6-7). Questo Figlio-Servo è Gesù! E’ l’estensione delle braccia e del cuore del Padre: Lui ha accolto il prodigo e ha lavato i suoi piedi sporchi; Lui ha preparato il banchetto per la festa del perdono. Lui, Gesù, ci insegna ad essere “misericordiosi come il Padre”.

La figura del padre della parabola svela il cuore di Dio. Egli è il Padre misericordioso che in Gesù ci ama oltre ogni misura, aspetta sempre la nostra conversione ogni volta che sbagliamo; attende il nostro ritorno quando ci allontaniamo da Lui pensando di poterne fare a meno; è sempre pronto ad aprirci le sue braccia qualunque cosa sia successa. Come il padre del Vangelo, anche Dio continua a considerarci suoi figli quando ci siamo smarriti, e ci viene incontro con tenerezza quando ritorniamo a Lui. E ci parla con tanta bontà quando noi crediamo di essere giusti. Gli errori che commettiamo, anche se grandi, non scalfiscono la fedeltà del suo amore. Nel sacramento della Riconciliazione possiamo sempre di nuovo ripartire: Egli ci accoglie, ci restituisce la dignità di figli suoi e ci dice: “Vai avanti! Sii in pace! Alzati, vai avanti!”.

In questo tratto di Quaresima che ancora ci separa dalla Pasqua, siamo chiamati ad intensificare il cammino interiore di conversione. Lasciamoci raggiungere dallo sguardo pieno d’amore del nostro Padre, e ritorniamo a Lui con tutto il cuore, rigettando ogni compromesso col peccato. La Vergine Maria ci accompagni fino all’abbraccio rigenerante con la Divina Misericordia.

Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle,

esprimo la mia vicinanza alle Missionarie della Carità per il grave lutto che le ha colpite due giorni fa con l’uccisione di quattro Religiose ad Aden, nello Yemen, dove assistevano gli anziani. Prego per loro e per le altre persone uccise nell’attacco, e per i familiari. Questi sono i martiri di oggi! Non sono copertine dei giornali, non sono notizie: questi danno il loro sangue per la Chiesa. Queste persone sono vittime dell’attacco di quelli che li hanno uccisi e anche dell’indifferenza, di questa globalizzazione dell’indifferenza, a cui non importa… Madre Teresa accompagni in paradiso queste sue figlie martiri della carità, e interceda per la pace e il sacro rispetto della vita umana.

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Come segno concreto di impegno per la pace e la vita vorrei citare ed esprimere ammirazione per l’iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia. Questo progetto-pilota, che unisce la solidarietà e la sicurezza, consente di aiutare persone che fuggono dalla guerra e dalla violenza, come i cento profughi già trasferiti in Italia, tra cui bambini malati, persone disabili, vedove di guerra con figli e anziani. Mi rallegro anche perché questa iniziativa è ecumenica, essendo sostenuta da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche Italiane, Chiese Valdesi e Metodiste.

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Saluto tutto voi, pellegrini venuti dall’Italia e da tanti Paesi ...

Chiedo per favore un ricordo nella preghiera per me e per i miei collaboratori, che da stasera fino a venerdì faremo gli Esercizi Spirituali.

A tutti auguro una buona domenica. Buon pranzo e arrivederci!

  il testo integrale

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«Che io veda di nuovo» (Mc 10,51) - Papa Francesco, omelia nella Liturgia penitenziale per l'iniziativa "24 ore per il Signore"


«Che io veda di nuovo» (Mc 10,51) 
Papa Francesco, 
omelia  nella Liturgia penitenziale 
per l'iniziativa "24 ore per il Signore"

CELEBRAZIONE DELLA PENITENZA
RITO PER LA RICONCILIAZIONE
 DI PIÙ PENITENTI CON LA CONFESSIONE 
E L'ASSOLUZIONE INDIVIDUALE
Venerdì, 4 marzo 2016
Basilica Vaticana

«Che io veda di nuovo» (Mc 10,51). È questa la richiesta che oggi vogliamo rivolgere al Signore. Vedere di nuovo, dopo che i nostri peccati ci hanno fatto perdere di vista il bene e ci hanno distolto dalla bellezza della nostra chiamata, facendoci invece errare lontano dalla meta.

Questo brano di Vangelo ha un grande valore simbolico, perché ognuno di noi si trova nella situazione di Bartimeo. La sua cecità lo aveva portato alla povertà e a vivere ai margini della città, dipendendo dagli altri in tutto. Anche il peccato ha questo effetto: ci impoverisce e ci isola. E’ una cecità dello spirito, che impedisce di vedere l’essenziale, di fissare lo sguardo sull’amore che dà la vita; e conduce poco alla volta a soffermarsi su ciò che è superficiale, fino a rendere insensibili agli altri e al bene. Quante tentazioni hanno la forza di annebbiare la vista del cuore e di renderlo miope! Quanto è facile e sbagliato credere che la vita dipenda da quello che si ha, dal successo o dall’ammirazione che si riceve; che l’economia sia fatta solo di profitto e di consumo; che le proprie voglie individuali debbano prevalere sulla responsabilità sociale! Guardando solo al nostro io, diventiamo ciechi, spenti e ripiegati su noi stessi, privi di gioia e privi di libertà. E’ così brutto!

Ma Gesù passa; passa e non va oltre: «si fermò», dice il Vangelo (v. 49). Allora un fremito attraversa il cuore, perché ci si accorge di essere guardati dalla Luce, da quella Luce gentile che ci invita a non rimanere rinchiusi nelle nostre scure cecità. La presenza vicina di Gesù fa sentire che lontani da Lui ci manca qualcosa di importante. Ci fa sentire bisognosi di salvezza, e questo è l’inizio della guarigione del cuore. Poi, quando il desiderio di essere guariti si fa audace, conduce alla preghiera, a gridare con forza e insistenza aiuto, come ha fatto Bartimeo: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!» (v. 47).

Purtroppo, come quei «molti» del Vangelo, c’è sempre qualcuno che non vuole fermarsi, che non vuole essere disturbato da chi grida il proprio dolore, preferendo far tacere e rimproverare il povero che dà fastidio (cfr v. 48). È la tentazione di andare avanti come se nulla fosse, ma in questo modo si rimane distanti dal Signore e si tengono lontani da Gesù anche gli altri. Riconosciamo di essere tutti mendicanti dell’amore di Dio, e non lasciamoci sfuggire il Signore che passa. «Ho paura del Signore che passa», diceva sant’Agostino. Paura che passi e io lo lasci passare. Diamo voce al nostro desiderio più vero: «[Gesù], che io veda di nuovo!» (v. 51). Questo Giubileo della Misericordia è tempo favorevole per accogliere la presenza di Dio, per sperimentare il suo amore e ritornare a Lui con tutto il cuore. Come Bartimeo, gettiamo via il mantello e alziamoci in piedi (cfr v. 50): buttiamo via, cioè, quello che impedisce di essere spediti nel cammino verso di Lui, senza paura di lasciare ciò che ci dà sicurezza e a cui siamo attaccati; non rimaniamo seduti, rialziamoci, ritroviamo la nostra statura spirituale - in piedi - la dignità di figli amati che stanno davanti al Signore per essere da Lui guardati negli occhi, perdonati e ricreati. E la parola forse che oggi arriva nel nostro cuore, è la stessa della creazione dell’uomo: “Alzati!”. Dio ci ha creati in piedi: “Alzati!”.

Oggi più che mai, soprattutto noi Pastori siamo anche chiamati ad ascoltare il grido, forse nascosto, di quanti desiderano incontrare il Signore. Siamo tenuti a rivedere quei comportamenti che a volte non aiutano gli altri ad avvicinarsi a Gesù; gli orari e i programmi che non incontrano i reali bisogni di quanti si potrebbero accostare al confessionale; le regole umane, se valgono più del desiderio di perdono; le nostre rigidità che potrebbero tenere lontano dalla tenerezza di Dio. Non dobbiamo certo sminuire le esigenze del Vangelo, ma non possiamo rischiare di rendere vano il desiderio del peccatore di riconciliarsi con il Padre, perché il ritorno a casa del figlio è ciò che il Padre attende prima di tutto (cfr Lc 15,20-32).

Le nostre parole siano quelle dei discepoli che, ripetendo le stesse espressioni di Gesù, dicono a Bartimeo: «Coraggio! Alzati, ti chiama» (v. 49). Siamo mandati ad infondere coraggio, a sostenere e condurre a Gesù. Il nostro è il ministero dell’accompagnamento, perché l’incontro con il Signore sia personale, intimo, e il cuore si possa aprire sinceramente e senza timore al Salvatore. Non dimentichiamo: è solo Dio che agisce in ogni persona. Nel Vangelo è Lui che si ferma e chiede del cieco; è Lui a ordinare che glielo portino; è Lui che lo ascolta e lo guarisce. Noi siamo stati scelti – noi pastori – per suscitare il desiderio della conversione, per essere strumenti che facilitano l’incontro, per tendere la mano e assolvere, rendendo visibile e operante la sua misericordia. Che ogni uomo e donna che si accosta al confessionale trovi un padre; trovi un padre che l’aspetta; trovi il Padre che perdona.

La conclusione del racconto evangelico è carica di significato: Bartimeo «subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada» (v. 52). Anche noi, quando ci accostiamo a Gesù, rivediamo la luce per guardare al futuro con fiducia, ritroviamo la forza e il coraggio per metterci in cammino. Infatti «chi crede, vede» (Lett. enc. Lumen fidei, 1) e va avanti con speranza, perché sa che il Signore è presente, sostiene e guida. Seguiamolo, come discepoli fedeli, per fare partecipi quanti incontriamo sul nostro cammino della gioia del suo amore. E dopo l’abbraccio del Padre, il perdono del Padre, facciamo festa nel nostro cuore! Perché Lui fa festa!

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“3 anni con Papa Francesco” Roma 12/13 marzo: maratona di preghiera no-stop di 24 ore con alcuni appuntamenti collaterali come la cena con i senza-tetto - programma dettagliato


Una maratona di preghiera no-stop di 24 ore, a Roma, in occasione del terzo anno di Pontificato di Papa Francesco. L’appuntamento, intitolato “3 anni con Papa Francesco”, è per domenica 13 marzo presso la Chiesa di San Lorenzo in Piscibus(via Pfeiffer, 24, a 50 metri da San Pietro), che da 33 anni custodisce l’originale Croce che Giovanni Paolo II donò ai giovani in occasione della prima Giornata Mondiale della Gioventù nel 1983. Particolarità dell’iniziativa, nell’anno del Giubileo straordinario della Misericordia, è la confessione per tutta la durata dell’evento, con sacerdoti che si alterneranno per concedere il perdono del Signore.

L’iniziativa avrà inizio sabato 12 marzo alle 22 con l’adorazione eucaristica; a seguire la solenne Messa alle 23, che darà il via ufficiale alla ‘maratona’ di preghiera che si concluderà a mezzanotte del giorno dopo. Oltre alla preghiera no-stop, sono in programma alcuni appuntamenti collaterali, come la partecipazione all’Angelus domenica mattina in piazza San Pietro, il rosario recitato dai bambini fissato per le 14, e una cena con i senza-tetto dalle 20.30.

All’iniziativa parteciperanno venti realtà ecclesiali che a turno animeranno ciascuno un’ora di preghiera con canti e animazione. Tra questi, il Rinnovamento eucaristico, GPPG Gruppo Padre Pio Giovani, Frati Francescani dell’Immacolata, Apostole della Vita Interiore, i Legionari di Cristo, i Monfortiani, l’Istituto Secolare Maria Madre della Redenzione, il Movimento Apostolico, la Basilica di Sant’Anastasia al Palatino, il Midaf, la Comunità Gesù risorto e gliAdoratori con Maria Regina della Pace, il Gruppo di preghiera La Luce di Maria e la Comunità dell’Emmanuele. Il coordinamento dell’iniziativa è stato affidato all’Associazione Nazionale Papaboys in collaborazione con i giovani del Centro San Lorenzo. La custodia del Santissimo Sacramento durante la 24 ore di preghiera sarà garantita dai Cavalieri Templari Cattolici, mentre il servizio di assistenza dei volontari durante la manifestazione è curato dall’Associazione Ancis Politeia.

“Invitiamo con gioia tutti i giovani, i gruppi di preghiera, associazioni o ordini religiosi a partecipare insieme a noi a questo momento di preghiera per il Sommo Pontefice e per il bene della Chiesa!”, affermano alcuni giovani organizzatori dell’iniziativa. “Un evento promosso per affidare a Gesù il pontificato e la vita del Santo Padre come lui stesso ci chiede in ogni occasione: ‘Pregate per me!’. Questa è la nostra risposta del cuore”.

PROGRAMMA DETTAGLIATO (in aggiornamento costante)

SABATO 12 MARZO 2016
ore 22.00 Adorazione Eucaristica (Rinnovamento Eucaristico / Adunanza Eucaristica)
ore 23.00 Solenne Celebrazione di Apertura
...

DOMENICA 13 MARZO 2016
.
ore 3.00 Coroncina Divina Misericordia (Gruppo Papaboys)

...

ore 20.30 Cena di fraternità e solidarietà con i poveri

ore 21.30 Adorazione Eucaristica ( Adoratori con Maria Regina della Pace)
ore 24.00 Preghiera conclusiva e benedizione Eucaristica

.
L’ingresso al Centro San Lorenzo è libero, non c’è bisogno di nessun biglietto di ingresso. Per ulteriori informazioni o partecipazione di gruppi e realtà ecclesiali 349/9081420 (Daniele) .

Gruppo Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/825597917567806/

(fonte: Papaboys)


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   AVVISI: 

  1) La newsletter è settimanale;

 

  2) Il servizio di "Lectio" a cura di fr. Egidio Palumbo alla pagina:

      http://digilander.libero.it/tempo_perso_2/la_lectio_del_Vangelo_della_domenica.htm

 

  3) Il  servizio omelia di P. Gregorio on-line (mp3) alla pagina

            http://digilander.libero.it/tempodipace/l_omelia_di_p_Gregorio.htm