"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"
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NEWSLETTER n°16 del 2016
Aggiornamento della settimana -
dal 23 al 29 aprile 2016 -
Prossima NEWSLETTER prevista per il 6 maggio 2016
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"Gli ospedali non sono un bersaglio" Siria: attacchi aerei distruggono l’ospedale di Al Quds ad Aleppo. Almeno 14 morti.
Siria: attacchi aerei distruggono l’ospedale di Al Quds ad Aleppo. Almeno 14 morti.Tre raid aerei hanno colpito
l'ospedale al-Quds di Aleppo in Siria, decine di morti, tra cui donne e
bambini. E tra la vittime anche Muhammad Wassim Maaz, l’ultimo pediatra
che lavorava ad Aleppo, morto proprio mentre prestava le cure d’urgenza
a quattro bambini appena arrivati nell’ospedale Al-Quds, nel sobborgo
meridionale di Sukkari in Siria dopo il raid compiuto da aerei del
regime contro un ospedale gestito dal Cicr e da Medici Senza Frontiere
nella città nel nord del Paese.
Sono l'ultimo... (vignetta)--------------------------------------------------------------- Un Eroe è un normale essere umano che fa la migliore delle cose nella peggiore delle circostanze, diceva Joseph Campbell. Mohammed Wasim Moaz era uno di questi.
Trentasei anni, fidanzato da poco, era l'ultimo pediatra rimasto ad Aleppo. Capace di occuparsi senza sosta dei 150.000 piccoli pazienti presenti, è rimasto ucciso quando una bomba ha colpito il suo reparto nell’ospedale Al Quds. "Cosa farebbero senza di me tutti questi bambini? Chi si occuperebbe di loro?", rispondeva via mail a colleghi e amici preoccupati per la situazione, "Partire è fuori discussione". Fiamma Invernizzi: Addio Mohammed, pediatra-eroe di Aleppo...
La morte del pediatra eroe Mohammwd Wasim Moaz oggi ci dice che
per i profughi siriani a volte l’unica scelta consentita è quella del
luogo dove morire.
Giovanni Maria Bellu: Assad bombarda l'ospedale di MSF: ucciso l'ultimo medico dei bambiniIl 36enne Mohammad Waseem Maaz, noto con il soprannome di Abu Abdurrahman, era cresciuto ad Aleppo, dove aveva studiato medicina e si era formato come pediatra.
«Era una persona sempre gentile. In mezzo a tutti gli orrori, non l’ho
mai visto arrabbiato», racconta al telefono dalla città siriana il
dottor Abdulaziz, capo dell’Associazione medica di Aleppo e uno dei
suoi migliori amici.
Camille Eld: Waseem: chi era l'ultimo pediatra di AleppoIl prossimo 3 maggio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
voterà una risoluzione per fermare futuri attacchi contro ospedali,
pazienti e civili nelle zone di guerra. Abbiamo seguito da vicino la
redazione di questa risoluzione e ora abbiamo bisogno del tuo aiuto per
assicurarci che sia la più efficace possibile.
Abbiamo lanciato un’azione di mobilitazione sui social media per chiedere la protezione di civili, pazienti, medici e ospedali nei conflitti. MEDICI SENZA FRONTIERE: Gli ospedali non sono un bersaglio. Partecipa alla mobilitazione #NotATarget«Soffro a vedere la mia gente
lasciare la Siria. Soffro per questo drammatico esodo verso l’Europa.
Tutti i cristiani andranno via e, in una intera area del mondo, resterà
solo Dio con la sua misericordia, la sua provvidenza, la forza del suo
perdono». Monsignor Antoine Audo riflette a voce bassa partendo da due
numeri: cinque anni fa, prima dell’inizio della guerra, i cristiani ad
Aleppo erano 150mila, oggi centomila se ne sono andati. Ecco il dramma
di una Siria sfregiata da una guerra senza fine: 400mila morti, 7
milioni di profughi interni, 4 milioni fuggiti dal Paese.
Arturo Celletti: Il vescovo di Aleppo: «Fermate l'esodo atroce»--------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Papa
Francesco insieme a Sua Santità Bartolomeo, patriarca ecumenico di
Costantinopoli; da Sua Beatitudine Ieronymos, arcivescovo di Atene e di
tutta la Grecia dopo aver salutato 150 minorenni ospiti del centro
hanno attraversato il cortile dedicato alla registrazione dei profughi
per raggiungere una grande tenda nella quale hanno salutato
individualmente circa 250 richiedenti asilo e pronunciato tre brevi
discorsi. Primo a prendere la parola l’arcivescovo Ieronymos, quindi il
patriarca Bartolomeo, infine Papa Francesco.
Durante
il suo primo discorso a Lesbo Papa Francesco si è rivolto ai profughi e
ai rifugiati del campo di Moria dicendo loro:”Non perdete la speranza,
non siete soli”. video i testi integrali dei discorsi“Noi,
Papa Francesco, Patriarca ecumenico Bartolomeo e Arcivescovo di Atene e
di tutta la Grecia Ieronymos, ci siamo incontrati sull’isola greca di
Lesbo per manifestare la nostra profonda preoccupazione per la tragica
situazione dei numerosi rifugiati, migranti e individui in cerca di
asilo, che sono giunti in Europa fuggendo da situazioni di conflitto e,
in molti casi, da minacce quotidiane alla loro sopravvivenza”. Si apre
così la Dichiarazione congiunta firmata oggi nel Mòria refugee camp da,
nell’ordine, Ieronymos II, Francesco e Bartolomeo I.
il testo integrale della dichiarazione congiuntaI tre leadears spirituali si sono poi fermati a pranzo con i profughi e i rifugiati del campo di Moria.
video Subito
dopo il pranzo con un minibus Francesco con Ieronymos e Bartolomeo si
sono trasferiti al porto di Mytilene per incontrare la cittadinanza e
la comunità cattolica e fare memoria delle vittime delle migrazioni.
video del discorso i testi integrali del discorso di Papa Francesco e delle preghiere di Francesco Ieronymos e BartolomeoDopo
avere recitato, rivolti verso la folla e dando le spalle al mare,
ognuno una preghiera per i naufraghi scomparsi – da gennaio ad oggi più
di 400 tra cui molti bambini – Papa Francesco, l’arcivescovo Ieronymos
e il patriarca Bartolomeo hanno osservato un minuto di silenzio.
Quindi, lasciata la postazione ornata da un piccolo albero di ulivo,
simbolo di pace, i tre leader religiosi hanno raggiunto una sorta di
piccolo palco di legno affacciato sul mare dal quale hanno lanciato
nelle acque tre corone di fiori bianchi e gialli consegnati loro da tre
bambini, in continuità con il gesto effettuato da Papa Francesco in
mare aperto, durante la sua visita a Lampedusa nel luglio 2013.
Ancora
un istante di raccoglimento preceduto dal segno della croce, e gli
sguardi dei tre uomini di Chiesa a seguire per un po’ i fiori
galleggianti sull’acqua.
video video Francesco, Ieronymos e Bartolomeo si sono quindi avviati verso il minibus per tornare in aeroporto, “scortati” da due ali di folla, tra cui molti genitori con bambini piccoli in braccio, dalla quale si è levato diverse volte il grido in italiano: “Papa Francesco!” videoGuarda la bella sintesi del viaggio nel film di TV2000 video“Il Papa ha voluto fare un gesto di accoglienza nei confronti dei rifugiati accompagnando a Roma con il suo stesso aereo tre famiglie di rifugiati dalla Siria, 12 persone in tutto, di cui 6 minori. Si tratta di persone che erano già presenti nei campi di accoglienza di Lesvos prima dell’accordo fra Unione Europea e Turchia”. Lo ha dichiarato padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, poco prima della partenza dell’aereo papale dall’aeroporto di Mytilene alla volta di Roma. “L’iniziativa del Papa – ha spiegato Lombardi – è stata realizzata tramite una trattativa della Segreteria di Stato con le autorità competenti greche e italiane. Tutti i membri delle tre famiglie sono musulmani. Due famiglie vengono da Damasco, una da Deir Azzor (nella zona occupata dal Daesh). Le loro case sono state bombardate. L’accoglienza e il mantenimento delle tre famiglie saranno a carico del Vaticano. L’ospitalità iniziale sarà garantita dalla Comunità di Sant’Egidio”. Vedi i nostri post precedenti:
-------------------------------------------- L’ACQUA RICONSEGNATA
AI PRIVATI di p. Alex Zanotelli Quello
che è avvenuto il 21 aprile alla camera dei deputati è un insulto alla
democrazia. I rappresentanti del popolo italiano hanno rinnegato quello
che 26 milioni di italiani avevano deciso con il referendum del 12-13
giugno 2011 e cioè che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può
fare profitto su questo bene.
I
deputati invece hanno deciso che il servizio idrico deve rientrare nel
mercato, dato che è un bene di “interesse economico”, da cui ricavarne
profitto. Per
arrivare a questa decisione (beffa delle beffe!), i rappresentanti del
popolo hanno dovuto snaturare la legge d’iniziativa popolare (2007) che
i Comitati dell’acqua erano finalmente riusciti a far discutere in
parlamento. Legge che solo lo scorso anno (con enorme sforzo dei
comitati) era approdata alla Commissione ambiente della camera, dove
aveva subito gravi modifiche, grazie agli interventi di Renzi-Madia. Il
testo approvato alla camera obbliga i comuni a consegnare l’acqua ai
privati. Ben 243 deputati (Partito Democratico e Destra) lo hanno
votato, mentre 129 (Movimento Cinque Stelle e Sinistra Italiana) hanno
votato contro. A nulla è valsa la rumorosa protesta in aula dei
pentastellati.
Ora
il popolo italiano sa con chiarezza sia quali sono i partiti che
vogliono privatizzare l’acqua, ma anche che il governo Renzi è tutto
proteso a regalare l’acqua ai privati.
... Tutto
questo è di una gravità estrema, non solo perché si fa beffe della
democrazia, ma soprattutto perché è un attentato alla vita. È infatti
papa Francesco che parla dell’acqua come «diritto alla Vita» (un
termine usato in campo cattolico per l’aborto e l’eutanasia). L’acqua è
Vita, è la Madre di tutta la Vita sul pianeta. Privatizzarla equivale a
vendere la propria madre! Ed è una bestemmia!
Per
cui mi appello a tutti, credenti e non, ma soprattutto alle comunità
cristiane perché ci mobilitiamo facendo pressione sul senato dove ora
la legge sull’acqua è passata perché lo sgorbio fatto dai deputati
venga modificato.
Inoltre mi appello:
Al Presidente della repubblica, perché ricordi ufficialmente al parlamento di rispettare il referendum;
alla Corte costituzionale, perché intervenga a far rispettare il voto del popolo italiano;
alla Conferenza episcopale italiana, perché si pronunci sulla scia dell’enciclica Laudato Si’, sulla gestione pubblica dell’acqua;
ai parroci e ai sacerdoti,
perché nelle omelie e nelle catechesi, sensibilizzino i fedeli
sull’acqua come «diritto essenziale, fondamentale, universale» (papa
Francesco);
ai comuni e alle città, perché ritrovino la volontà politica di ripubblicizzare i servizi idrici come ha fatto Napoli.
Il
problema della gestione dell’acqua è oggi fondamentale: è una questione
di vita o di morte per noi, ma soprattutto per gli impoveriti del
pianeta, per i quali, a causa del surriscaldamento del pianeta, l’acqua
sarà sempre più scarsa. Se permetteremo alle multinazionali di mettere
le mani sull’acqua, avremo milioni e milioni di morti di sete. Per
questo la gestione dell’acqua deve essere pubblica, fuori dal mercato e
senza profitto, come sta avvenendo a Napoli, unica grande città
italiana ad aver obbedito al referendum.
Diamoci tutti da fare perché vinca la Madre, perché vinca la Vita: l’acqua.
(Fonte: Nigrizia) Servizio Canale 58
video-------------------------------------- SEGNALATO IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA"In certi casi non si può restare in silenzio...
E' successo in una Chiesa di Catania, che ne pensa il vescovo? e i laici impegnati?
Messa in suffragio di Mussolini. Saluti romani anche dall'altare---------------------------------------------------------------
SEGNALATI IN FACEBOOK NELLA NOSTRA PAGINA SOCIALE "QUELLI DELLA VIA" Dio esaudisce?...Nella festa di San Giorgio, giorno
del suo onomastico, è il Papa a fare un dono piuttosto che riceverlo.
Questa mattina, infatti, Francesco – a sorpresa – ha confessato in
Piazza San Pietro, per oltre un'ora, 16 ragazzi, degli oltre 60 mila
giunti a Roma per il Giubileo a loro dedicato.
Dalle 9.30 di stamani, oltre 150 sacerdoti si stanno alternando fino a sera per far vivere a pieno il Sacramento della Riconciliazione. La confessione non deve essere... E' l'amore il distintivo... L'annuncio del Vangelo... La Resistenza non è finita... Presto tutta l'Europa adotterà... (vignetta) La vostra felicità non ha prezzo... La pace è un dono di Dio... Che il Signore ci faccia forti... L'amore è una responsabilità... Noi in Dio e Dio in noi... Ignorare la sofferenza dell'uomo... Non abbiate paura della gioia... Una cosa Gesù mi chiede...--------------------------------------------------------------- La Chiesa ricorda oggi San Giorgio è quindi il giorno dell’onomastico del Papa, Jorge Mario Bergoglio.
"Pensare oggi, in questa festa onomastica, al Santo del Papa – essendo il suo nome di Battesimo Jorge – è bello, perché quando penso a lui, e lo vedo agire, posso dire che è un "San Giorgio moderno", nel senso che è un grande lottatore contro le forze del male e lo fa con uno spirito veramente cristiano: è Cristo che vedo in lui che semina il bene, per combattere il male. E in questo è un esempio, perché lo faceva già a Buenos Aires e continua a farlo adesso con quella semplicità che lo caratterizza, ma che è così forte, così importante in questo momento del mondo, in cui ci vuole la presenza del bene" (mons. Guillermo Karcher, sacerdote argentino, cerimoniere pontificio, tra i più stretti collaboratori di Francesco, al quale è legato da oltre vent’anni) Tanti auguri...Oggi, festa di San Giorgio,
ricorre l'onomastico di papa Francesco, al secolo Jorge Mario
Bergoglio... I nostri auguri con tutto il cuore !!!
... Buon onomastico!!!--------------------------------------------------------------- Amore senza confini - mons. Gianfranco Ravasi, cardinale
"Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato"... Egli vuol dire che l'amore che il cristiano deve avere per il prossimo non deve conoscere confini, non deve conoscere neppure quella regola dell'uno a uno: "ama il prossimo tuo come te stesso"... si supera persino la reciprocità... (Breve estratto video tratto da "Le frontiere dello Spirito" del 24.04.2016) videoPaolo Dall’Oglio, mille giorni di silenzio
In questi giorni cade il tragico anniversario. Dall’estate del 2013 non si hanno più notizie certe del gesuita sequestrato in Siria http://www.lastampa.it/…/paolo-dalloglio-mille-…/pagina.html ... La sorella, Francesca Dall’Oglio: “Questi 1000 giorni di incertezza e di angoscia per la sorte di Paolo, con un terribile stillicidio di notizie contrastanti, sono molto duri per tutti noi. Sono anche giorni accompagnati dalla certezza che per Paolo, coerentemente alla “chiamata” ricevuta, quello fosse il posto in cui doveva stare: accanto al popolo siriano tanto martoriato e da lui tanto amato, pastore per le sue pecore. Mi tornano allora in mente tutte le strade che aveva tentato di percorrere per favorire una sensibilità sul disastro che stava avvenendo in Siria e su ciò che forse era ancora possibile fare. Chissà, forse quelle strade intraviste allora, nel loro fondamento per il dialogo, possono forse essere la chiave di lettura per … guardare oltre. Oggi avverto che il suo era un linguaggio profetico, sempre accompagnato dalla fiducia nel Signore nonostante le difficoltà e il dolore del contesto... Ti aspettiamo... --------------------------------------------------------------- (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)Intenzione di preghiera
di Papa Francesco
per il mese di Aprile 2016
Gli
agricoltori, il loro duro lavoro per la terra che è “dono di Dio” e il
giusto compenso che essi dovrebbero ricevere. Questi i temi al centro
del videomessaggio di Papa Francesco sulle intenzioni di aprile
dell’Apostolato di preghiera. "Grazie
piccolo agricoltore. Il tuo contributo è essenziale per tutta
l'umanità. Come persona, figlio di Dio, meriti una vita degna. Però...
mi domando: come vengono retribuiti i tuoi sforzi?
La
terra è un dono di Dio. Non è giusto utilizzarla per favorire solo
pochi, privando la maggior parte dei loro diritti e benefici.
Mi farebbe piacere che tu ne tenga conto e che unisca la tua voce alla mia in questa intenzione: che i piccoli agricoltori ricevano il giusto compenso per il loro prezioso lavoro". VIDEOVedi anche i nostri post precedenti:
-------------------------------------- DARE UN VOLTO UMANO ALLA CITTÀ
HOREB 1/2016 (n. 73)
TRACCE DI SPIRITUALITÀ
A CURA DEI CARMELITANI
Uno
dei motivi per cui si è dato vita alle città, riteniamo, sia stato
quello di offrire all’uomo la possibilità di stabilire rapporti di
comunione con altri uomini dandogli l’opportunità di emanciparsi dal
nomadismo e nello stesso tempo di non chiudersi nel clan o nelle pareti
domestiche. L'idea
di città, quindi, porta con sé il desiderio profondo di un progetto di
una comunità solidale e nonviolenta, in grado di riconoscere le
legittime differenze e di vivere i contrasti e di gestire insieme il
proprio cammino attraverso una prassi di partecipazione dialogica e
responsabile. Ma,
in effetti, la città storicamente non esprime questo volto. Al suo
interno accanto alle potenzialità esplodono contraddizioni, per cui
essa spesso diventata spazio dove, dietro la facciata, si sviluppano
situazioni di anonimato e di indifferenza. Proprio nella città spesso
ci si ritrova a vivere forme di solitudine, per cui pur ritrovandoci in
mezzo a una folla ci si sente come stranieri, fatti oggetto di rifiuto
e di violenza. Tenendo conto di questa situazione, Papa Francesco nella “Evangelii Gaudium” lamenta: «quello
che potrebbe essere un prezioso spazio di incontro e di solidarietà,
spesso si trasforma nel luogo della fuga e della sfiducia reciproca. Le
case e i quartieri si costruiscono più per isolare e proteggere che per
collegare e integrare» (n. 75). Ed evidenzia, ancora, che nella città
«vi sono cittadini che ottengono i mezzi adeguati per lo sviluppo della
vita personale e familiare, però sono moltissimi i “non cittadini”, i
“cittadini a metà” o gli “avanzi urbani”» (n. 74). Da
qui l’invito, ai credenti a far proprio «il senso unitario e completo
della vita umana che il Vangelo propone», nella consapevolezza che
«vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle
sfide come fermento di testimonianza, in qualsiasi cultura, in
qualsiasi città, migliora il cristiano e feconda la città» (n. 75). La
riflessione, a più voci, della monografia del presente quaderno, vuole
essere un tentativo di individuare percorsi che possano ridare alla
città un volto umano, dove sia possibile intrecciare relazioni condotte
sotto lo sguardo e a misura di sguardo. ... Leggi tutto:E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)
E-mail: horeb.tracce@alice.it
--------------------------------------- INCONTRI PER L’ESTATE – 2016 promossi dalla
FRATERNITÀ CARMELITANA
DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)
LECTIO DIVINA 18-23 LUGLIO
IL LIBRO DEL LEVITICO con p. Pino Stancari sj _______________________________________________________ SETTIMANA DI SPIRITUALITÀ 4-9 AGOSTO IL SOGNO DELLA COSTITUZIONE ITALIANA I 70 anni della Repubblica ci interpellano come cristiani Relazioni di: Alberto
Neglia, Egidio Palumbo, Gabriella Del Signore, Giuseppe
Schillaci, Gregorio Battaglia, Maurilio Assenza, Maurizio Aliotta,
Rosario Giuè Non
abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del ‘48, solo perché
opera di una generazione ormai trascorsa. […] Non lasciatevi
influenzare da seduttori fin troppo palesemente interessati, non a
cambiare la Costituzione, ma a rifiutare ogni regola. […] Cercate di
conoscerla, di comprendere in profondità i suoi princípi fondanti, e
quindi di farvela amica e compagna di strada. Essa, con le revisioni
possibili ed opportune, può garantirvi effettivamente tutti i diritti e
tutte le libertà a cui potete ragionevolmente aspirare; vi sarà
presidio sicuro, nel vostro futuro, contro ogni inganno e contro ogni
asservimento, per qualunque cammino vogliate procedere, e qualunque
meta vi prefissiate. E questo vale per voi non solo personalmente, ma
può valere, allo stesso modo e con la stessa intensità, per tutto il
nostro popolo. (Giuseppe Dossetti, I valori della Costituzione, Napoli 20 maggio 1995) Guarda la locandina per i dettagli: --------------------------------------- 'Un cuore che ascolta - lev shomea' Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9) Traccia di riflessione sul Vangelo della domenica di Santino Coppolino Vangelo: Gv 13,31-35 L'episodio
narrato è inserito nell'ultima cena, la Pasqua dell'Agnello di Dio che
l'evangelista Giovanni, a differenza dei sinottici, non rappresenta con
la consacrazione delle specie del pane e del vino, ma con il gesto di
Gesù che, indossato un grembiule, si fa servo dei discepoli lavando
loro i piedi. L'Eucaristia è essenzialmente servizio amoroso ai fratelli "fino alla fine", fino alla consegna totale di sé. Subito dopo c'è l'uscita di scena di Giuda che, preso il "boccone dell'amico" (boccone
che, durante il Seder di Pasqua, il capo famiglia consegna al
commensale più importante o a quello che più ama) va a consegnare nelle
mani della morte il suo maestro e Signore. "Ed era notte !" (13,30) annota l'evangelista. Era notte nel cuore di Giuda divenuto ormai dimora del diavolo (13,2); l'ora "dell'Impero delle tenebre" (Lc
22,53), dell'effimera vittoria della morte sul Signore della Vita.
Ma quello che per i correligionari di Gesù è simbolo di
maledizione: "L'appeso è una maledizione di Dio " (Dt 21,23), per Gesù è la manifestazione più alta dell'Amore e della Gloria di Dio (31,32). E' il"comandamento nuovo",
il comandamento di tutti i comandamenti, quello che non elimina ma
assorbe, riassume ed illumina tutti gli altri. E' il comandamento
dell'Agape di Dio, dell'Amore infinito e gratuito del Padre per il
Figlio e per tutti i suoi"figliolini", l'amore di Gesù per tutti suoi discepoli.
Se
vogliamo essere partecipi di questa storia d'amore, siamo allora anche
noi chiamati ad amare tutti gli uomini con la stessa misura e identica
motivazione
...--------------------------------------- Amare gli altri: non «quanto» ma «come» ha fatto Gesù
di p. Ermes Ronchi
Commento
V DOMENICA di PASQUA
- anno C -
Vangelo: Gv 13,31-35
Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
Ma si può comandare di amare? Un amore imposto è una caricatura, frustrante per chi ama, ingannatore per chi è amato.
Amare, nella logica del Vangelo, non è un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare:
«Abbiamo bisogno tutti di molto amore per vivere bene» (J. Maritain). È
comandamento nel senso di fondamento del destino del mondo e della
sorte di ognuno: amatevi gli uni gli altri, cioè tutti, altrimenti la
ragione sarà sempre del più forte, del più violento o del più astuto.
...
Il
Vangelo aggiunge una parola particolare: amatevi gli uni gli altri. In
un rapporto di comunione, in un faccia a faccia, a tu per tu. Nella
reciprocità: amore dato e ricevuto; dare e ricevere amore è ciò su cui
si pesa la felicità di questa vita.
Non
si ama l’umanità in generale; si ama quest’uomo, questo bambino, questo
straniero, questo volto. Immergendosi nella sua intimità concreta. Si amano le persone ad una ad una, volto per volto. O dodici a dodici, come ha fatto Francesco con i dodici profughi siriani di Lesbo.
Ma la novità evangelica non si riduce soltanto a questo. Gesù aggiunge il segreto della differenza cristiana: come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri.
Lo
specifico del cristiano non è amare, lo fanno già molti, in molti modi,
sotto tutti i cieli. Bensì amare come Gesù. Non quanto lui, impossibile
per noi vivere la sua misura, ma come, con lo stile unico di Gesù, con
la rivoluzione della tenerezza combattiva, con i capovolgimenti che ha
portato. Libero e creativo, ha fatto cose che nessuno aveva fatto mai: se io vi ho lavato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, dagli ultimi. Gesù ama per primo, ama in perdita, ama senza contare. Venuto come racconto inedito della tenerezza del Padre.
Da
questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni
per gli altri. «Non basta essere credenti, dobbiamo essere anche
credibili» (Rosario Livatino). Dio non si dimostra, si mostra.
Ognuno
deve farsi, come Lui, racconto inedito del volto d’amore di Dio, canale
non intasato, vena non ostruita, attraverso la quale l’amore, come
acqua che feconda, circoli nel corpo del mondo.
-------------------------------------------- Un uomo di nome Giobbe/15 - L’anima è viva finché cerchiamo Colui che non ci ha risposto Un Dio che sa imparare di Luigino Bruni Alla
fine della sua lotta, che sa essere perduta in partenza – come può
l’uomo sperare di vincere Dio? – Giobbe scopre un metodo ingenuo per
perseverare nella sua resistenza: farà finta di cedere prima ancora di
essersi impegnato nella battaglia. … Così noi comprendiamo che,
malgrado le apparenze, o a causa di esse, Giobbe continua a interrogare
il cielo.
(Elie Wiesel, Personaggi biblici attraverso il Midrash) Quando,
dopo averlo atteso e desiderato tanto e per lungo tempo, arriva
l’incontro decisivo, è normale che ci deluda. Quell’incontro immaginato
e sperato era troppo grande per poter essere appagato dall’incontro
reale. Lo avevamo sognato, ‘visto’ mille volte nella nostra anima.
Avevamo pronunciato nel petto le prime parole nostre e dell’altro-a,
scelto il vestito nostro e intravisto il suo, sentiti gli odori e uditi
i suoni. Non ci sono parole, vestiti, odori, colori, suoni reali che
possano eguagliare quelli immaginati ma stampati nel nostro cuore
anelante. Anche la fede, ogni fede, si nutre di questi scarti tra gli
incontri sognati e gli incontri accaduti, e la sorpresa, anche la
delusione, è la prima esperienza di ogni autentica vita spirituale, il
primo segno che il Dio che attendevamo non era né un idolo né soltanto
un sogno. Perché se chi viene è troppo simile a chi abbiamo sognato, è
certo che da quell’incontro non usciremo cambiati. L’anima è viva e non
si spegne finché non smettiamo di bramare quel Dio diverso che non si è
presentato all’appuntamento. E così, dopo un’attesa estenuante, stiamo
per assistere alla comparsa nell’aula del tribunale del teste più
importante, quello invocato senza tregua da Giobbe. Il libro di Giobbe
è grande anche perché è stato capace di trattenersi e trattenerci nel
silenzio di Dio per trentasette capitoli. Non entrando in scena, Elohim
ha consentito a noi di spingere fino in fondo le nostre domande, e a
Giobbe di terminare il suo poema. Troppe volte i nostri canti non
diventano capolavori perché gli avvocati di Dio lo fanno entrare troppo
presto sulla scena. La presenza più vera di Elohim nel dramma di Giobbe
è stata la sua assenza, le sue parole più belle quelle non dette quando
gli amici gli chiedevano di parlare e far sentire la sua voce potente.
Un cielo muto ma vero salva di più di un cielo popolato di parole
troppo poco umane per essere vere. Dio inizia a parlare dal mezzo della
tempesta ma non risponde alle domande di Giobbe, non scende sul piano
dove lo aspettavamo. Perché? Nessuna teologia può rispondere in
astratto alle domande più radicali che salgono dal dolore innocente del
mondo. Gli uomini sanno fare a Dio più domande delle risposte che egli
può darci, perché un Dio che abbia risposte pronte e perfette per tutti
i nostri perché grandi e disperati è soltanto una ideologia o, nei casi
peggiori ma molto comuni, un idolo stolto che abbiamo costruito a
nostra immagine e somiglianza. Il Dio biblico impara dalle nostre
domande grandi e disperate, si sorprende quando gliele poniamo per la
prima volta. Se non fosse così, la creazione, la storia, noi e il tempo
sarebbero finzioni, e saremmo tutti dentro un set televisivo con Dio
come unico spettatore annoiato. Solo gli idoli non imparano nulla dagli
uomini, perché sono morti senza essere mai stati vivi. Gli scarti tra
le nostre domande e le risposte di Dio sono lo spazio per l’esperienza
vera della fede, e quando le teologie cercano di ridurre o azzerare
questi scarti non fanno altro che allontanare il loro uomo e il loro
Dio dalla Bibbia.
...
Abbiamo
allora il dovere spirituale ed etico di chiedere di più, di continuare
a implorare a Dio di dirci qualcosa che non ci ha ancora detto. Perché
se non lo facciamo perdiamo definitivamente contatto con i poveri e con
le vittime, con chi continua a gridare, con chi è troppo impotente di
fronte allo spettacolo del male per essere consolato dall’onnipotenza
di Dio. I poveri e le vittime non si zittiscono mai in nome di Dio,
neanche quando imprecano contro il cielo. Quando si guarda il mondo
assieme alle vittime, quando si frequentano veramente le periferie
esistenziali, sociali, economiche, morali del mondo, l’onnipotenza e la
forza di Dio appaiono troppo lontane, e, soprattutto, non ci spingono a
far di tutto per ridurre con la nostra libertà la sofferenza del mondo.Nessuna
narrazione delle mirabilie dell’universo, nessuna descrizione magnifica
dei terribili Behemot (“Rizza la coda come un cedro, i nervi delle sue
cosce s'intrecciano saldi, le sue vertebre sono tubi di bronzo, le sue
ossa come spranghe di ferro” (40,17-19), e Leviatàn (“Il suo dorso è
formato da file di squame, saldate con tenace suggello: l'una è così
unita con l'altra che l'aria fra di esse non passa …” (41,7-8), possono
consolare e amare chi urla mentre affonda nel mare, né chi muore solo
in un letto di un elegante ospedale. Solo il Dio atteso da Giobbe
potrebbe incontrarli e raccogliere le loro grida. Ma questo Dio non lo
troviamo nel libro di Giobbe: “Chi ha chiuso tra due porte il mare,
quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi
e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, e
gli ho messo il chiavistello e due porte dicendo: «Fin qui giungerai e
non oltre e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde»?” (38,8-11).
All’orecchio e al cuore di Giobbe, solo sul letamaio, nel guado della
sua disperazione, queste parole, in sé perfette, avranno prodotto gli
stessi effetti delle parole sapienti e sagge dei suoi ‘amici’: hanno
solo aumentato la sua solitudine e il suo abbandono. Infatti, anche
questo Dio cerca la conversione di Giobbe e chiede la sua resa – che
otterrà: “Il Signore prese a dire a Giobbe: ‘Il censore vuole ancora
contendere con l'Onnipotente? L'accusatore di Dio risponda!’. Giobbe
prese a dire al Signore: ‘Ecco, non conto niente: che cosa ti posso
rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non
replicherò, due volte ho parlato, ma non continuerò’” (40,3-5). Giobbe,
come tante vittime innocenti, è azzittito, ammutolito. Questo Elohim,
avvocato difensore della propria insondabile onnipotenza, non è il Dio
che i poveri e gli innocenti come Giobbe cercano, e meritano. Le
risposte di questo Dio non riescono ad eguagliare le domande di Giobbe.
Le sue parole non sono all’altezza morale delle parole di Giobbe. Ma –
e sta qui il mistero straordinario della Bibbia – anche le parole di
Giobbe sono parole di Dio, perché incastonate dentro l’unica scrittura.
Possiamo allora ascoltare la voce di Dio facendo parlare Giobbe che lo
denuncia e lo attacca. Definendo ‘sacro’ l’intero libro di Giobbe (e
gli altri libri) la tradizione biblica ha realizzato un’alleanza
meravigliosa ed eterna tra le parole di YHWH-Elohim e quelle degli
uomini. La parola di Dio nel libro di Giobbe e in tutta la scrittura va
cercata anche nelle pagine dove parla e grida Giobbe; dove parlano gli
uomini, nelle loro domande estreme senza risposte. Possiamo pregare Dio
anche con le parole senza Dio di Giobbe. È questo Dio meticcio, che ha
voluto impastare le sue parole con le nostre, il solo capace di
parlarci dai roveti della terra, e da lì chiamarci ancora per nome.
Un Dio che sa imparare di Luigino Bruni (PDF)Leggi anche i post già pubblicati:
-------------------------------------------- Giovedì 21 aprile, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti al 38° Convegno della Caritas delle Diocesi Italiane, che si è svolto presso la “Fraterna Domus” (Sacrofano, Roma) dal 18 al 21 aprile, sul tema: “Misericordiosi come il Padre. «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36)”. VIDEOPubblichiamo
di seguito, il saluto del card.Francesco Montenegro, presidente di
Caritas Italiana ed Arcivescovo di Agrigento, ed il discorso che il
Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’Udienza.
Saluto del Cardinale Montenegro
Beatissimo
Padre, in questo Anno Giubilare dedicato alla Misericordia, si è
verificata la felice coincidenza del 38° Convegno delle Caritas
diocesane con i 45 anni di Caritas Italiana, che il Suo venerato
Predecessore Paolo VI volle istituire affinché la Chiesa italiana si
dotasse di un organismo a carattere pastorale ed educativo.
Le
siamo pertanto particolarmente riconoscenti per questo momento a
conclusione di quattro giorni di lavori che hanno consentito un ampio e
articolato confronto tra responsabili e operatori di Caritas Italiana e
delle Caritas diocesane, attraverso l’incontro, la preghiera comune,
l’ascolto, lo studio, l’approfondimento, lo scambio e la condivisione
di azioni che caratterizzano il nostro essere nella Chiesa e nella
società, in Italia, in Europa e nel mondo.
Ancor più Le siamo grati per il dono della Sua parola che sin dall’inizio del Suo pontificato ha fatto della carità l’elemento centrale della Chiesa e dell’esperienza cristiana, affermando che “una Chiesa senza la carità non esiste”.
Una carità però non da addetti ai lavori, ma di popolo, fedele ai mezzi
poveri, capace di riaffermare i diritti, proporre nuovi stili di vita
ma sempre coerenti con il Vangelo, economie di comunione e di
condivisione. «La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada
dell’amore misericordioso e compassionevole» ha sottolineato Lei,
Santità, proprio nella Bolla di indizione del Giubileo “Misericordiae
Vultus”. Una misericordia che rigenera, dona, e, dove occorre, fa
saltare gli ingranaggi iniqui. Ecco allora che una Chiesa di misericordia è necessariamente una Chiesa “estroversa”. È ”Chiesa in uscita” come Lei, Santo Padre, l’ha ben definita, senza
pareti e senza tetto, aperta a tutti, capace di accogliere tutti,
rispettando la dignità e difendendo i diritti di ciascuno, ma anche
capace di coinvolgere e far sentire tutti soggetti, non oggetti di cura. Come
organismo ecclesiale raccogliamo il Suo appello al n. 15 della
Misericordiae Vultus, a curare le ferite delle nostre sorelle e dei
nostri fratelli, “a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle
con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta”
per non cadere “nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che
anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che
distrugge…”. Confermiamo nel contempo, come da mandato statutario, il
nostro impegno pastorale “di sensibilizzare le Chiese locali e i
singoli fedeli al senso e al dovere della carità, in forme consone ai
bisogni e ai tempi”, per un servizio di carità che sia sempre più in
grado di esprimere e incarnare le caratteristiche dell’amore
misericordioso di Dio, rivelate in Gesù: l’universalismo – quindi un’attenzione preferenziale agli ultimi-
, la condivisione – quindi il superamento della semplice elemosina -,
la dimensione promozionale e liberatoria – quindi il superamento
dell’assistenzialismo e un approccio che mira alla rimozione delle cause della povertà.
Tutto questo avendo come bussola il cammino del giubileo, come tempo da
valorizzare per crescere nell’ascolto della Parola, e tempo di
esercizio costante per aprire occhi e cuore ai poveri in
modo sempre nuovo, dinamico, generativo,inclusivo. Consapevoli che se
non sempre si riescono a soddisfare i bisogni materiali non deve mai
mancare la risposta della misericordia che diventa accoglienza, solidarietà e amicizia. Solo
così il nostro mondo potrà tornare a crescere e la nostra fede riuscirà
ad essere seme di vita nuova. Solo così saremo gli operai di un Vangelo
che diventa annuncio – attraverso i fatti – della misericordia del Signore.
Perché nel mondo vi è un’immensa folla di affamati che hanno bisogno di
giustizia, misericordia, autentica carità e in ognuno di questi “più
piccoli” è presente Cristo stesso che ci viene a visitare ogni giorno
attraverso chi soffre e chi lotta per la sopravvivenza.
«I
poveri sono la proposta forte che Dio fa alla Chiesa affinché cresca
nell’amore e nella fedeltà»: è quanto ha sottolineato Papa Francesco
parlando ai partecipanti al trentottesimo convegno nazionale delle 220
Caritas diocesane d’Italia, ricevuti nell’Aula Paolo VI giovedì
mattina, 21 aprile. Dopo aver ricordato che i bisognosi aspettano «la
carità, cioè la “carezza” misericordiosa del Signore, attraverso la
“mano” della sua Chiesa», il Pontefice ha tracciato una sorta di
decalogo di come debba essere la misericordia — tema del giubileo e dei
lavori congressuali.
Il discorso di Papa Francesco
Cari fratelli e sorelle,
vi accolgo al termine dei lavori del vostro Convegno Nazionale e vi saluto tutti con affetto.
... La
vostra missione educativa, che mira sempre alla comunione nella Chiesa
e a un servizio con ampi orizzonti, vi chiede l’impegno di un amore
concreto verso ogni essere umano, con un’opzione preferenziale per i
poveri, nei quali Gesù stesso ci domanda aiuto e vicinanza (cfr Mt
25,35-40). Un amore che si esprime attraverso gesti e segni, che
rappresentano «una modalità connaturata alla funzione pedagogica della
Caritas a ogni livello» –
come ha sottolineato il mio predecessore Benedetto XVI, che ha poi
aggiunto: «Vi auguro di sapere coltivare al meglio la qualità delle
opere che avete saputo inventare. Rendetele, per così dire, “parlanti”,
preoccupandovi soprattutto della motivazione interiore che le anima, e
della qualità della testimonianza che da esse promana. Sono opere che
nascono dalla fede. Sono opere di Chiesa, espressione dell’attenzione
verso chi fa più fatica. Sono azioni pedagogiche, perché aiutano i più
poveri a crescere nella loro dignità, le comunità cristiane a camminare
nella sequela di Cristo, la società civile ad assumersi coscientemente
i propri obblighi» (Discorso alla Caritas Italiana in occasione del 40°
anniversario di fondazione, 24 novembre 2011: Insegnamenti VII,
2,[2011], 776).
Di
fronte alle sfide e alle contraddizioni del nostro tempo, la Caritas ha
il difficile, ma fondamentale compito, di fare in modo che il servizio
caritativo diventi impegno di ognuno di noi, cioè che l’intera comunità
cristiana diventi soggetto di carità. Ecco quindi l’obiettivo
principale del vostro essere e del vostro agire: essere stimolo e anima
perché la comunità tutta cresca nella carità e sappia trovare strade
sempre nuove per farsi vicina ai più poveri, capace di leggere e
affrontare le situazioni che opprimono milioni di fratelli – in Italia,
in Europa, nel mondo. In proposito, particolarmente rilevante è il
ruolo di promozione e formazione che la Caritas riveste nei confronti
delle diverse espressioni del volontariato. Un
volontariato che a sua volta è chiamato a investire tempo, risorse e
capacità per coinvolgere l’intera comunità negli impegni di solidarietà
che porta avanti. Come pure è essenziale il vostro compito di stimolo
nei confronti delle istituzioni civili e di un’adeguata legislazione,
in favore del bene comune e a tutela delle fasce più deboli; un impegno
che si concretizza nella costante offerta di occasioni e strumenti per
una conoscenza adeguata e costruttiva delle situazioni.
Di
fronte alle sfide globali che seminano paura, iniquità, speculazioni
finanziarie – anche sul cibo –, degrado ambientale e guerre, è
necessario, insieme al quotidiano lavoro sul territorio, portare avanti
l’impegno per educare all’incontro rispettoso e fraterno tra culture e
civiltà, e alla cura del creato, per una “ecologia integrale”. Caritas
Italiana sia fedele anche in questo al suo mandato statutario. Vi
incoraggio a non stancarvi di promuovere, con tenace e paziente
perseveranza, comunità che abbiano la passione per il dialogo, per
vivere i conflitti in modo evangelico, senza negarli ma facendone
occasioni di crescita, di riconciliazione: questa è la pace che Cristo
ci ha conquistato e che noi siamo inviati a portare. Sia sempre vostro
vanto la volontà di risalire alle cause delle povertà, per cercare di
rimuoverle: lo sforzo di prevenire l’emarginazione; di incidere sui
meccanismi che generano ingiustizia; di operare contro ogni struttura
di peccato. Si tratta a tale scopo di educare singoli e gruppi a stili
di vita consapevoli, così che tutti si sentano davvero responsabili di
tutti. E questo a partire dalle parrocchie: è l’opera preziosa e
capillare delle Caritas parrocchiali, che occorre continuare a
diffondere e moltiplicare sul territorio.
Desidero incoraggiarvi anche a proseguire nell’impegno e nella prossimità nei confronti delle persone immigrate. Il
fenomeno delle migrazioni, che oggi presenta aspetti critici che vanno
gestiti con politiche organiche e lungimiranti, rimane pur sempre una ricchezza e una risorsa,
sotto diversi punti di vista. E’ dunque prezioso il vostro lavoro che,
accanto all’approccio solidale, tende a privilegiare scelte che
favoriscano sempre più l’integrazione tra popolazioni straniere e
cittadini italiani, offrendo agli operatori di base strumenti culturali
e professionali adeguati alla complessità del fenomeno e alle sue
peculiarità.
La
testimonianza della carità diventa autentica e credibile quando impegna
tutti i momenti e le relazioni della vita, ma la sua culla e la sua
casa è la famiglia, la Chiesa domestica. La famiglia è
costituzionalmente “Caritas” perchè Dio stesso l’ha fatta così: l’anima
della famiglia e della sua missione è l’amore. Quell’amore
misericordioso che – come ho ricordato nell’Esortazione Apostolica
postsinodale Amoris laetitia – sa accompagnare, discernere e integrare
le situazioni di fragilità. Le risposte più complete a molti disagi
possono essere offerte proprio da quelle famiglie che, superando la
tentazione della solidarietà “corta” ed episodica, a volte pure
necessaria, scelgono di collaborare fra loro e con tutti gli altri
servizi solidali del territorio, offrendo le risorse della propria
quotidiana disponibilità. E quanti esempi belli abbiamo di questo nelle
nostre comunità!
Con piena fiducia nella presenza di Cristo risorto e con il coraggio che viene dallo Spirito Santo, potrete andare avanti senza paura e scoprire prospettive sempre nuove nel vostro impegno pastorale, rafforzare stili e motivazioni, e così rispondere sempre meglio al Signore che ci viene incontro nei volti e nelle storie delle sorelle e dei fratelli più bisognosi. Egli sta alla porta del nostro cuore, delle nostre comunità, e attende che qualcuno risponda al suo “bussare” discreto e insistente: aspetta la carità, cioè la “carezza” misericordiosa del Signore, attraverso la “mano” della sua Chiesa. Una carezza che esprime la tenerezza e la vicinanza del Padre. Nel mondo di oggi, complesso e interconnesso, la vostra misericordia sia attenta e informata; concreta e competente, capace di analisi, ricerche, studi e riflessioni; personale, ma anche comunitaria; credibile in forza di una coerenza che è testimonianza evangelica, e, allo stesso tempo, organizzata e formata, per fornire servizi sempre più precisi e mirati; responsabile, coordinata, capace di alleanze e di innovazione; delicata e accogliente, piena di relazioni significative; aperta a tutti, premurosa nell’invitare i piccoli e i poveri del mondo a prendere parte attiva nella comunità, che ha il suo momento culminante nell’eucaristia domenicale. Perché i poveri sono la proposta forte che Dio fa alla nostra Chiesa affinché essa cresca nell’amore e nella fedeltà. E perché la comunione con Cristo nella Messa trovi espressione coerente nell’incontro con lo stesso Gesù presente nel più piccolo dei fratelli. Così sia la vostra, la nostra carezza, per intercessione della Vergine Maria e del beato Paolo VI. Vi benedico e vi accompagno con la preghiera. E anche voi, mi raccomando, pregate per me! Grazie. Vedi anche il nostro post precedente:
«Siate
misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36)" - 38°
Convegno nazionale delle Caritas diocesane - Sacrofano (Roma) 18 /21
aprile 2016.--------------------------------------------
(GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)ARTE E FEDE Il cuore della cristianità puntata "I luoghi del Giubileo" del 26.03.2016 Un
percorso attraverso i luoghi simbolo del Giubileo e i capolavori
artistici che a Roma, nella capitale del Cattolicesimo, hanno dato
immagine alle forme della spiritualità e della religione, accompagnati
da una guida d’eccezione: Antonio Paolucci, Direttore dei Musei
Vaticani. Dal martirio di un
uomo, di un ebreo itinerante giustiziato per croce al tempo
dell’imperatore Nerone, è nata la straordinaria concentrazione
artistica e monumentale di S. Pietro in Vaticano, il cuore della
Cristianità, che da secoli accoglie con l’abbraccio in pietra del suo
colonnato, i pellegrini da tutto il mondo. video integrale-------------------------------------- ARTE E FEDE
Alle origini del cristianesimopuntata "I luoghi del Giubileo"
del 06.04.2016
Un
percorso attraverso i luoghi simbolo del Giubileo e i capolavori
artistici che a Roma, nella capitale del Cattolicesimo, hanno dato
immagine alle forme della spiritualità e della religione, accompagnati
da una guida d’eccezione: Antonio Paolucci, Direttore dei Musei
Vaticani.
S.
Giovanni in Laterano è “mater et caput ecclesiarum omnium”, madre e
capo di tutte le chiese come recita il suo titolo ufficiale. C’è una
precisa ragione storica che giustifica questo particolare ruolo della
grande basilica.
Prima
che il Vaticano con i palazzi apostolici assumessero il ruolo che
conosciamo di centro religioso e politico di tutta la Cristianità, il
cuore della Chiesa Universale era qui, qui aveva sede il papa.
Ecco
perché, prima di entrare nella San Giovanni che conosciamo, bisogna
esplorare le sue radici. Infatti la basilica sorge sui resti di una
grande e importante caserma di Cavalleria di età romana. Si scende di
un piano e proprio sotto il pavimento della basilica, vediamo i resti
di questo straordinario organismo militare che ospitava i “milites
singulares”, la cavalleria pretoria al servizio dell’imperatore.
Dove
c’è oggi la basilica, in cima al colle del Laterano, c’era una caserma
che ospitava almeno tremila uomini e un numero altrettanto grande di
cavalli. Al tempo di Costantino i “milites singulares” scelsero la
parte sbagliata, si misero con il nemico Massenzio. La conseguenza fu
che Costantino sciolse questo corpo militare ritenuto infedele e donò
l’area della loro caserma alla nascente ma già numerosa comunità
cristiana. Sopra la caserma c’è la basilica e c’è tutta l’area urbana
che ha conosciuto la sua definitiva sistemazione urbanistica alla fine
del XVI secolo, al tempo di papa Sisto V.
Fu
in quell’epoca che venne alzato il grande obelisco, meridiana di Roma.
Dentro la chiesa incontreremo il documento figurativo (un affresco
attribuito a Giotto) che certifica l’indizione del primo Giubileo,
nell’anno 1300, essendo papa Bonifacio VIII Caetani.
L’altare
papale con le statue reliquiario dei Santi Pietro e Paolo, la serie
monumentale in marmo degli apostoli le sculture dislocate lungo la
navata principale, sono i caratteri distintivi di questo luogo. S.
Giovanni in Laterano è un luogo dedicato alla gloria degli antichi papi
ma anche alla penitenza, alla riflessione sulla morte di Cristo.
Ed
ecco in prossimità della Basilica, sul colle Laterano, il Santuario
della Scala Santa. Si tratta di una reliquia celebre perché quella
scala era considerata la scala del Pretorio di Pilato, la scala che
Gesù ha percorso al momento del suo giudizio e condanna.
Ogni
giorno migliaia di pellegrini percorrono in ginocchio la Scala Santa
fino ad accedere alla cappella dove ècustodita l’immagine antichissima
di Cristo. È il “Sancta Sanctorum”, il luogo più santo del mondo,
decorato con antichissimi affreschi e mosaici.
video integrale-------------------------------------- “La Chiesa non è una élite di sacerdoti... e lo Spirito Santo non è solo ‘proprietà’ della gerarchia ecclesiale” Papa Francesco, Lettera al Presidente della Pontificia Commissione per l'America Latina Eminenza il Cardinale
Marc Armand Ouellet, P.S.S.
Eminenza,
Al termine dell’incontro della Commissione per l’America Latina e i Caraibi ho avuto l’opportunità d’incontrare tutti i partecipanti dell’assemblea, nella quale si sono scambiati idee e impressioni sulla partecipazione pubblica del laicato alla vita dei nostri popoli. Vorrei
riportare quanto è stato condiviso in quell’incontro e proseguire qui
la riflessione vissuta in quei giorni, affinché lo spirito di
discernimento e di riflessione “non cada nel vuoto”; affinché ci aiuti
e continui a spronare a servire meglio il Santo Popolo fedele di Dio.
È
proprio da questa immagine che mi piacerebbe partire per la nostra
riflessione sull’attività pubblica dei laici nel nostro contesto
latinoamericano. Evocare il Santo Popolo fedele di Dio è evocare
l’orizzonte al quale siamo invitati a guardare e dal quale riflettere.
È al Santo Popolo fedele di Dio che come pastori siamo continuamente
invitati a guardare, proteggere, accompagnare, sostenere e servire. Un
padre non concepisce se stesso senza i suoi figli. Può essere un ottimo
lavoratore, professionista, marito, amico, ma ciò che lo fa padre ha un
volto: sono i suoi figli. Lo stesso succede a noi, siamo pastori. Un
pastore non si concepisce senza un gregge, che è chiamato a servire.
Il
pastore è pastore di un popolo, e il popolo lo si serve dal di dentro.
Molte volte si va avanti aprendo la strada, altre si torna sui propri
passi perché nessuno rimanga indietro, e non poche volte si sta nel
mezzo per sentire bene il palpitare della gente.
Guardare
al Santo Popolo fedele di Dio e sentirci parte integrale dello stesso
ci posiziona nella vita, e pertanto nei temi che trattiamo, in maniera
diversa. Questo ci aiuta a non cadere in riflessioni che possono, di
per sé, esser molto buone, ma che finiscono con l’omologare la vita
della nostra gente o con il teorizzare a tal punto che la speculazione
finisce coll’uccidere l’azione. Guardare continuamente al Popolo di Dio
ci salva da certi nominalismi dichiarazionisti (slogan) che sono belle
frasi ma che non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità.
Per esempio, ricordo ora la famosa frase: “è l’ora dei laici” ma sembra che l’orologio si sia fermato.
Guardare
al Popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso
nella Chiesa come laici. Il primo sacramento, quello che sugella per
sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi,
è il battesimo. Attraverso di esso e con l’unzione dello Spirito Santo,
(i fedeli) “vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un
sacerdozio santo” (Lumen gentium, n. 10). La nostra prima e
fondamentale consacrazione affonda le sue radici nel nostro battesimo.
Nessuno è stato battezzato prete né vescovo. Ci hanno battezzati laici
ed è il segno indelebile che nessuno potrà mai cancellare. Ci
fa bene ricordare che la Chiesa non è una élite dei sacerdoti, dei
consacrati, dei vescovi, ma che tutti formano il Santo Popolo fedele di
Dio. Dimenticarci di ciò comporta vari rischi e deformazioni nella
nostra stessa esperienza, sia personale sia comunitaria, del ministero
che la Chiesa ci ha affidato. Siamo,
come sottolinea bene il concilio Vaticano II, il Popolo di Dio, la cui
identità è “la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei
quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio” (Lumen gentium, n. 9).
Il Santo Popolo fedele di Dio è unto con la grazia dello Spirito Santo,
e perciò, al momento di riflettere, pensare, valutare, discernere,
dobbiamo essere molto attenti a questa unzione.
Devo
al contempo aggiungere un altro elemento che considero frutto di un
modo sbagliato di vivere l’ecclesiologia proposta dal Vaticano II. Non
possiamo riflettere sul tema del laicato ignorando una delle
deformazioni più grandi che l’America Latina deve affrontare – e a cui
vi chiedo di rivolgere un’attenzione particolare –, il clericalismo.
Questo atteggiamento non solo annulla la personalità dei cristiani, ma
tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo
Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo
porta a una omologazione del laicato; trattandolo come “mandatario”
limita le diverse iniziative e sforzi e, oserei dire, le audacie
necessarie per poter portare la Buona Novella del Vangelo a tutti gli
ambiti dell’attività sociale e soprattutto politica. Il clericalismo,
lungi dal dare impulso ai diversi contributi e proposte, va spegnendo
poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a
rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo
dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa
appartengono a tutto il popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, nn. 9-14), e
non solo a pochi eletti e illuminati.
... Allora, da qui possiamo domandarci: che cosa significa il fatto che i laici stiano lavorando nella vita pubblica?
Oggigiorno
molte nostre città sono diventate veri luoghi di sopravvivenza. Luoghi
in cui sembra essersi insediata la cultura dello scarto, che lascia
poco spazio alla speranza. Lì troviamo i nostri fratelli, immersi in
queste lotte, con le loro famiglie, che cercano non solo di
sopravvivere, ma che, tra contraddizioni e ingiustizie, cercano il
Signore e desiderano rendergli testimonianza.
Che cosa significa per noi pastori il fatto che i laici stiano lavorando nella vita pubblica?
Significa
cercare il modo per poter incoraggiare, accompagnare e stimolare tutti
i tentativi e gli sforzi che oggi già si fanno per mantenere viva la
speranza e la fede in un mondo pieno di contraddizioni, specialmente
per i più poveri, specialmente con i più poveri.
Significa,
come pastori, impegnarci in mezzo al nostro popolo e, con il nostro
popolo, sostenere la fede e la sua speranza. Aprendo porte, lavorando
con lui, sognando con lui, riflettendo e soprattutto pregando con lui.
“Abbiamo bisogno di riconoscere la città” – e pertanto tutti gli spazi
dove si svolge la vita della nostra gente - “a partire da uno sguardo
contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita
nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze… Egli vive tra i
cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di
bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere
fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo
cercano con cuore sincero” (Evangelii gaudium, n. 71).
Non
è ma il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui
lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello
che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. Come
pastori, uniti al nostro popolo, ci fa bene domandarci come stiamo
stimolando e promuovendo la carità e la fraternità, il desiderio del
bene, della verità e della giustizia. Come facciamo a far sì che la
corruzione non si annidi nei nostri cuori.
Molte
volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato
sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della
parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come
accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana; su
come, nella sua attività quotidiana, con le responsabilità che ha,
s’impegna come cristiano nella vita pubblica. Senza
rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo che sono
laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo
dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua
speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede. Sono queste le
situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato
a dominare spazi che a generare processi. Dobbiamo
pertanto riconoscere che il laico per la sua realtà, per la sua
identità, perché immerso nel cuore della vita sociale, pubblica e
politica, perché partecipe di forme culturali che si generano
costantemente, ha bisogno di nuove forme di organizzazione e di
celebrazione della fede. I ritmi attuali sono tanto diversi (non dico
migliori o peggiori) di quelli che si vivevano trent’anni fa! “Ciò
richiede di immaginare spazi di preghiera e di comunione con
caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le
popolazioni urbane” (Evangelii gaudium, n. 73). È illogico, e persino
impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio
delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci
presenta. Al contrario, dobbiamo stare dalla parte della nostra gente,
accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione
capace di rispondere alla problematica attuale. E questo discernendo
con la nostra gente e mai per la nostra gente o senza la nostra gente.
Come direbbe sant’Ignazio, “secondo le necessità di luoghi, tempi e
persone”. Ossia non uniformando. Non si possono dare direttive generali
per organizzare il popolo di Dio all’interno della sua vita pubblica.
L’inculturazione è un processo che noi pastori siamo chiamati a
stimolare, incoraggiando la gente a vivere la propria fede dove sta e
con chi sta. L’inculturazione è imparare a scoprire come una
determinata porzione del popolo di oggi, nel qui e ora della storia,
vive, celebra e annuncia la propria fede. Con un’identità particolare e
in base ai problemi che deve affrontare, come pure con tutti i motivi
che ha per rallegrarsi. L’inculturazione è un lavoro artigianale e non
una fabbrica per la produzione in serie di processi che si
dedicherebbero a “fabbricare mondi o spazi cristiani”.
Nel
nostro popolo ci viene chiesto di custodire due memorie. La memoria di
Gesù Cristo e la memoria dei nostri antenati. La fede, l’abbiamo
ricevuta, è stato un dono che ci è giunto in molti casi dalle mani
delle nostre madri, delle nostre nonne. Loro sono state la memoria viva
di Gesù Cristo all’interno delle nostre case. È stato nel silenzio
della vita familiare che la maggior parte di noi ha imparato a pregare,
ad amare, a vivere la fede. È stato all’interno di una vita familiare,
che ha poi assunto la forma di parrocchia, di scuola e di comunità, che
la fede è giunta alla nostra vita e si è fatta carne. È stata questa
fede semplice ad accompagnarci molte volte nelle diverse vicissitudini
del cammino. Perdere la memoria è sradicarci dal luogo da cui veniamo e
quindi non sapere neanche dove andiamo. Questo è fondamentale, quando
sradichiamo un laico dalla sua fede, da quella delle sue origini;
quando lo sradichiamo dal Santo Popolo fedele di Dio, lo sradichiamo
dalla sua identità battesimale e così lo priviamo della grazia dello
Spirito Santo. Lo stesso succede a noi quando ci sradichiamo come
pastori dal nostro popolo, ci perdiamo.
Il
nostro ruolo, la nostra gioia, la gioia del pastore, sta proprio
nell’aiutare e nello stimolare, come hanno fatto molti prima di noi,
madri, nonne e padri, i veri protagonisti della storia.
Non
per una nostra concessione di buona volontà, ma per diritto e statuto
proprio. I laici sono parte del Santo Popolo fedele di Dio e pertanto
sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi siamo chiamati a
servirli, non a servirci di loro.
Nel
mio recente viaggio in terra messicana ho avuto l’opportunità di stare
da solo con la Madre, lasciandomi guardare da lei. In quello spazio di
preghiera, le ho potuto presentare anche il mio cuore di figlio. In
quel momento c’eravate anche voi con le vostre comunità. In quel
momento di preghiera, ho chiesto a Maria di non smettere di sostenere,
come ha fatto con la prima comunità, la fede del nostro popolo. Che la
Vergine Santa interceda per voi, vi custodisca e vi accompagni sempre!
Dal Vaticano, 19 marzo 2016
Servizio TG2000
video-------------------------------------- Il risultato del recente referendum sulle trivellazioni, in cui non è stato raggiunto il quorum
dei votanti necessario a renderlo valido, non deve far pensare che possa ritenersi accantonata o
ridimensionata nel nostro Paese la sfida ecologica, di cui in forma sia pur molto parziale il quesito
posto si occupava. A parte il fatto che fra coloro che si sono recati alle urne ha prevalso nettamente
il sì (e si tratta di oltre tredici milioni di elettori!), l’urgenza di tutelare una delle più grandi risorse
dell’Italia, e cioè il suo ambiente naturale dalla straordinaria bellezza paesistica, deve essere
considerata prioritaria per chiunque abbia a cuore il bene della collettività.
Bruno Forte: La doppia sfida per la terra e per i profughi (pdf)---------------------------------------------------------------
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