"Tempo Perso - Alla ricerca di senso nel quotidiano"




 NEWSLETTER n°16 del 2016

Aggiornamento della settimana

- dal 23 al 29 aprile 2016 -

 

Prossima NEWSLETTER prevista per il 6 maggio 2016

 
 




IL VANGELO DELLA DOMENICA 


PREGHIERA DEI FEDELI



OMELIA 


 

 



NOTA

Articoli, riflessioni e commenti proposti vogliono solo essere
un contributo alla riflessione e al dialogo su temi di attualità.

Le posizioni espresse non sempre rappresentano l’opinione di "TEMPO PERSO" sul tema in questione. 






La Resurrezione apre orizzonti nuovi:
l'annuncio che il Cristo Risorto non ci lascia soli
ed è, malgrado le tante situazione difficili, sempre con noi in ogni momento,
doni a tutti speranza e forza.
 


Buona Pasqua!


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"Gli ospedali non sono un bersaglio"
Siria: attacchi aerei distruggono l’ospedale di Al Quds ad Aleppo. Almeno 14 morti.

  Siria: attacchi aerei distruggono l’ospedale di Al Quds ad Aleppo. Almeno 14 morti.

Tre raid aerei hanno colpito l'ospedale al-Quds di Aleppo in Siria, decine di morti, tra cui donne e bambini. E tra la vittime anche Muhammad Wassim Maaz, l’ultimo pediatra che lavorava ad Aleppo, morto proprio mentre prestava le cure d’urgenza a quattro bambini appena arrivati nell’ospedale Al-Quds, nel sobborgo meridionale di Sukkari in Siria dopo il raid compiuto da aerei del regime contro un ospedale gestito dal Cicr e da Medici Senza Frontiere nella città nel nord del Paese.
  Sono l'ultimo... (vignetta)

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Un Eroe è un normale essere umano che fa la migliore delle cose nella peggiore delle circostanze, diceva Joseph Campbell. Mohammed Wasim Moaz era uno di questi.
Trentasei anni, fidanzato da poco, era l'ultimo pediatra rimasto ad Aleppo. Capace di occuparsi senza sosta dei 150.000 piccoli pazienti presenti, è rimasto ucciso quando una bomba ha colpito il suo reparto nell’ospedale Al Quds. "Cosa farebbero senza di me tutti questi bambini? Chi si occuperebbe di loro?", rispondeva via mail a colleghi e amici preoccupati per la situazione, "Partire è fuori discussione".

  Fiamma Invernizzi:   Addio Mohammed, pediatra-eroe di Aleppo

... La morte del pediatra eroe Mohammwd Wasim Moaz  oggi ci dice che per i profughi siriani a volte l’unica scelta consentita è quella del luogo dove morire.

  Giovanni Maria Bellu:   Assad bombarda l'ospedale di MSF: ucciso l'ultimo medico dei bambini

Il 36enne Mohammad Waseem Maaz, noto con il soprannome di Abu Abdurrahman, era cresciuto ad Aleppo, dove aveva studiato medicina e si era formato come pediatra. «Era una persona sempre gentile. In mezzo a tutti gli orrori, non l’ho mai visto arrabbiato», racconta al telefono dalla città siriana il dottor Abdulaziz, capo dell’Associazione medica di Aleppo e uno dei suoi migliori amici.

  Camille Eld:   Waseem: chi era l'ultimo pediatra di Aleppo

Il prossimo 3 maggio, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite voterà una risoluzione per fermare futuri attacchi contro ospedali, pazienti e civili nelle zone di guerra. Abbiamo seguito da vicino la redazione di questa risoluzione e ora abbiamo bisogno del tuo aiuto per assicurarci che sia la più efficace possibile.
Abbiamo lanciato un’azione di mobilitazione sui social media per chiedere la protezione di civili, pazienti, medici e ospedali nei conflitti.

  MEDICI SENZA FRONTIERE:   Gli ospedali non sono un bersaglio. Partecipa alla mobilitazione #NotATarget

«Soffro a vedere la mia gente lasciare la Siria. Soffro per questo drammatico esodo verso l’Europa. Tutti i cristiani andranno via e, in una intera area del mondo, resterà solo Dio con la sua misericordia, la sua provvidenza, la forza del suo perdono». Monsignor Antoine Audo riflette a voce bassa partendo da due numeri: cinque anni fa, prima dell’inizio della guerra, i cristiani ad Aleppo erano 150mila, oggi centomila se ne sono andati. Ecco il dramma di una Siria sfregiata da una guerra senza fine: 400mila morti, 7 milioni di profughi interni, 4 milioni fuggiti dal Paese.

  Arturo Celletti:   Il vescovo di Aleppo: «Fermate l'esodo atroce»


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Papa Francesco a Lesbo / 3 (cronaca, foto testi e video)


Papa Francesco insieme a Sua Santità Bartolomeo, patriarca ecumenico di Costantinopoli; da Sua Beatitudine Ieronymos, arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia dopo aver salutato 150 minorenni ospiti del centro hanno attraversato il cortile dedicato alla registrazione dei profughi per raggiungere una grande tenda nella quale hanno salutato individualmente circa 250 richiedenti asilo e pronunciato tre brevi discorsi. Primo a prendere la parola l’arcivescovo Ieronymos, quindi il patriarca Bartolomeo, infine Papa Francesco.

Durante il suo primo discorso a Lesbo Papa Francesco si è rivolto ai profughi e ai rifugiati del campo di Moria dicendo loro:”Non perdete la speranza, non siete soli”.

  video

  i testi integrali dei discorsi

“Noi, Papa Francesco, Patriarca ecumenico Bartolomeo e Arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Ieronymos, ci siamo incontrati sull’isola greca di Lesbo per manifestare la nostra profonda preoccupazione per la tragica situazione dei numerosi rifugiati, migranti e individui in cerca di asilo, che sono giunti in Europa fuggendo da situazioni di conflitto e, in molti casi, da minacce quotidiane alla loro sopravvivenza”. Si apre così la Dichiarazione congiunta firmata oggi nel Mòria refugee camp da, nell’ordine, Ieronymos II, Francesco e Bartolomeo I.

  il testo integrale della dichiarazione congiunta

I tre leadears spirituali si sono poi fermati a pranzo con i profughi e i rifugiati del campo di Moria.
  video

Subito dopo il pranzo con un minibus Francesco con Ieronymos e Bartolomeo si sono trasferiti al porto di Mytilene per incontrare la cittadinanza e la comunità cattolica e fare memoria delle vittime delle migrazioni.

  video del discorso

  i testi integrali del discorso di Papa Francesco e delle preghiere di Francesco Ieronymos e Bartolomeo

Dopo avere recitato, rivolti verso la folla e dando le spalle al mare, ognuno una preghiera per i naufraghi scomparsi – da gennaio ad oggi più di 400 tra cui molti bambini – Papa Francesco, l’arcivescovo Ieronymos e il patriarca Bartolomeo hanno osservato un minuto di silenzio. Quindi, lasciata la postazione ornata da un piccolo albero di ulivo, simbolo di pace, i tre leader religiosi hanno raggiunto una sorta di piccolo palco di legno affacciato sul mare dal quale hanno lanciato nelle acque tre corone di fiori bianchi e gialli consegnati loro da tre bambini, in continuità con il gesto effettuato da Papa Francesco in mare aperto, durante la sua visita a Lampedusa nel luglio 2013.

Ancora un istante di raccoglimento preceduto dal segno della croce, e gli sguardi dei tre uomini di Chiesa a seguire per un po’ i fiori galleggianti sull’acqua. 

  video

  video

Francesco, Ieronymos e Bartolomeo si sono quindi avviati verso il minibus per tornare in aeroporto, “scortati” da due ali di folla, tra cui molti genitori con bambini piccoli in braccio, dalla quale si è levato diverse volte il grido in italiano: “Papa Francesco!”

  video

Guarda la bella sintesi del viaggio nel film di TV2000

  video
“Il Papa ha voluto fare un gesto di accoglienza nei confronti dei rifugiati accompagnando a Roma con il suo stesso aereo tre famiglie di rifugiati dalla Siria, 12 persone in tutto, di cui 6 minori. Si tratta di persone che erano già presenti nei campi di accoglienza di Lesvos prima dell’accordo fra Unione Europea e Turchia”. Lo ha dichiarato padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, poco prima della partenza dell’aereo papale dall’aeroporto di Mytilene alla volta di Roma. “L’iniziativa del Papa – ha spiegato Lombardi – è stata realizzata tramite una trattativa della Segreteria di Stato con le autorità competenti greche e italiane. Tutti i membri delle tre famiglie sono musulmani. Due famiglie vengono da Damasco, una da Deir Azzor (nella zona occupata dal Daesh). Le loro case sono state bombardate. L’accoglienza e il mantenimento delle tre famiglie saranno a carico del Vaticano. L’ospitalità iniziale sarà garantita dalla Comunità di Sant’Egidio”.

Vedi i nostri post precedenti:
  • Papa Francesco a Lesbo / 1 (cronaca, foto testi e video)
  • Papa Francesco a Lesbo / 2 (cronaca, foto testi e video)
  • "Questa giornata di lavoro che è stato per me troppo forte, troppo forte…" Conferenza stampa di Papa Francesco durante il volo di ritorno da Lesbo (foto, testo e video)


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L’ACQUA RICONSEGNATA AI PRIVATI di p. Alex Zanotelli - Appello



L’ACQUA RICONSEGNATA 
AI PRIVATI

di p. Alex Zanotelli

Quello che è avvenuto il 21 aprile alla camera dei deputati è un insulto alla democrazia. I rappresentanti del popolo italiano hanno rinnegato quello che 26 milioni di italiani avevano deciso con il referendum del 12-13 giugno 2011 e cioè che l’acqua deve uscire dal mercato e che non si può fare profitto su questo bene.

I deputati invece hanno deciso che il servizio idrico deve rientrare nel mercato, dato che è un bene di “interesse economico”, da cui ricavarne profitto. Per arrivare a questa decisione (beffa delle beffe!), i rappresentanti del popolo hanno dovuto snaturare la legge d’iniziativa popolare (2007) che i Comitati dell’acqua erano finalmente riusciti a far discutere in parlamento. Legge che solo lo scorso anno (con enorme sforzo dei comitati) era approdata alla Commissione ambiente della camera, dove aveva subito gravi modifiche, grazie agli interventi di Renzi-Madia. Il testo approvato alla camera obbliga i comuni a consegnare l’acqua ai privati. Ben 243 deputati (Partito Democratico e Destra) lo hanno votato, mentre 129 (Movimento Cinque Stelle e Sinistra Italiana) hanno votato contro. A nulla è valsa la rumorosa protesta in aula dei pentastellati.

Ora il popolo italiano sa con chiarezza sia quali sono i partiti che vogliono privatizzare l’acqua, ma anche che il governo Renzi è tutto proteso a regalare l’acqua ai privati.
...

Tutto questo è di una gravità estrema, non solo perché si fa beffe della democrazia, ma soprattutto perché è un attentato alla vita. È infatti papa Francesco che parla dell’acqua come «diritto alla Vita» (un termine usato in campo cattolico per l’aborto e l’eutanasia). L’acqua è Vita, è la Madre di tutta la Vita sul pianeta. Privatizzarla equivale a vendere la propria madre! Ed è una bestemmia!

Per cui mi appello a tutti, credenti e non, ma soprattutto alle comunità cristiane perché ci mobilitiamo facendo pressione sul senato dove ora la legge sull’acqua è passata perché lo sgorbio fatto dai deputati venga modificato.

Inoltre mi appello:

Al Presidente della repubblica, perché ricordi ufficialmente al parlamento di rispettare il referendum;
alla Corte costituzionale, perché intervenga a far rispettare il voto del popolo italiano;
alla Conferenza episcopale italiana, perché si pronunci sulla scia dell’enciclica Laudato Si’, sulla gestione pubblica dell’acqua;
ai parroci e ai sacerdoti, perché nelle omelie e nelle catechesi, sensibilizzino i fedeli sull’acqua come «diritto essenziale, fondamentale, universale» (papa Francesco);
ai comuni e alle città, perché ritrovino la volontà politica di ripubblicizzare i servizi idrici come ha fatto Napoli.

Il problema della gestione dell’acqua è oggi fondamentale: è una questione di vita o di morte per noi, ma soprattutto per gli impoveriti del pianeta, per i quali, a causa del surriscaldamento del pianeta, l’acqua sarà sempre più scarsa. Se permetteremo alle multinazionali di mettere le mani sull’acqua, avremo milioni e milioni di morti di sete. Per questo la gestione dell’acqua deve essere pubblica, fuori dal mercato e senza profitto, come sta avvenendo a Napoli, unica grande città italiana ad aver obbedito al referendum.

Diamoci tutti da fare perché vinca la Madre, perché vinca la Vita: l’acqua.
(Fonte: Nigrizia)
Servizio Canale 58

   video


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In certi casi non si può restare in silenzio... 
E' successo in una Chiesa di Catania, che ne pensa il vescovo? e i laici impegnati?
  Messa in suffragio di Mussolini. Saluti romani anche dall'altare

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FEDE E
SPIRITUALITÀ



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   Dio esaudisce?...
Nella festa di San Giorgio, giorno del suo onomastico, è il Papa a fare un dono piuttosto che riceverlo. Questa mattina, infatti, Francesco – a sorpresa – ha confessato in Piazza San Pietro, per oltre un'ora, 16 ragazzi, degli oltre 60 mila giunti a Roma per il Giubileo a loro dedicato. 
Dalle 9.30 di stamani, oltre 150 sacerdoti si stanno alternando fino a sera per far vivere a pieno il Sacramento della Riconciliazione.
  La confessione non deve essere...
  E' l'amore il distintivo...
  L'annuncio del Vangelo...
  La Resistenza non è finita...
  Presto tutta l'Europa adotterà... (vignetta)
  La vostra felicità non ha prezzo...
  La pace è un dono di Dio...
  Che il Signore ci faccia forti...
  L'amore è una responsabilità...
  Noi in Dio e Dio in noi...
  Ignorare la sofferenza dell'uomo...
  Non abbiate paura della gioia...
  Una cosa Gesù mi chiede...


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La Chiesa ricorda oggi San Giorgio è quindi il giorno dell’onomastico del Papa, Jorge Mario Bergoglio.
"Pensare oggi, in questa festa onomastica, al Santo del Papa – essendo il suo nome di Battesimo Jorge – è bello, perché quando penso a lui, e lo vedo agire, posso dire che è un "San Giorgio moderno", nel senso che è un grande lottatore contro le forze del male e lo fa con uno spirito veramente cristiano: è Cristo che vedo in lui che semina il bene, per combattere il male. E in questo è un esempio, perché lo faceva già a Buenos Aires e continua a farlo adesso con quella semplicità che lo caratterizza, ma che è così forte, così importante in questo momento del mondo, in cui ci vuole la presenza del bene" (mons. Guillermo Karcher, sacerdote argentino, cerimoniere pontificio, tra i più stretti collaboratori di Francesco, al quale è legato da oltre vent’anni)

 
Tanti auguri...

Oggi, festa di San Giorgio, ricorre l'onomastico di papa Francesco, al secolo Jorge Mario Bergoglio... I nostri auguri con tutto il cuore !!!
  ... Buon onomastico!!!


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Amore senza confini - mons. Gianfranco Ravasi, cardinale
"Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato"... 
Egli vuol dire che l'amore che il cristiano deve avere per il prossimo non deve conoscere confini, non deve conoscere neppure quella regola dell'uno a uno: "ama il prossimo tuo come te stesso"... si supera persino la reciprocità... (Breve estratto video tratto da "Le frontiere dello Spirito" del 24.04.2016)

  video

Paolo Dall’Oglio, mille giorni di silenzio
In questi giorni cade il tragico anniversario. Dall’estate del 2013 non si hanno più notizie certe del gesuita sequestrato in Siria
http://www.lastampa.it/…/paolo-dalloglio-mille-…/pagina.html
... La sorella, Francesca Dall’Oglio: “Questi 1000 giorni di incertezza e di angoscia per la sorte di Paolo, con un terribile stillicidio di notizie contrastanti, sono molto duri per tutti noi. Sono anche giorni accompagnati dalla certezza che per Paolo, coerentemente alla “chiamata” ricevuta, quello fosse il posto in cui doveva stare: accanto al popolo siriano tanto martoriato e da lui tanto amato, pastore per le sue pecore. Mi tornano allora in mente tutte le strade che aveva tentato di percorrere per favorire una sensibilità sul disastro che stava avvenendo in Siria e su ciò che forse era ancora possibile fare. Chissà, forse quelle strade intraviste allora, nel loro fondamento per il dialogo, possono forse essere la chiave di lettura per … guardare oltre. Oggi avverto che il suo era un linguaggio profetico, sempre accompagnato dalla fiducia nel Signore nonostante le difficoltà e il dolore del contesto...

  Ti aspettiamo...

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Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Aprile 2016: "Grazie piccolo agricoltore..." (videomessaggio)



Intenzione di preghiera 
di Papa Francesco 
per il mese di Aprile 2016

Gli agricoltori, il loro duro lavoro per la terra che è “dono di Dio” e il giusto compenso che essi dovrebbero ricevere. Questi i temi al centro del videomessaggio di Papa Francesco sulle intenzioni di aprile dell’Apostolato di preghiera.

"Grazie piccolo agricoltore. Il tuo contributo è essenziale per tutta l'umanità. Come persona, figlio di Dio, meriti una vita degna. Però... mi domando: come vengono retribuiti i tuoi sforzi?

La terra è un dono di Dio. Non è giusto utilizzarla per favorire solo pochi, privando la maggior parte dei loro diritti e benefici. 

Mi farebbe piacere che tu ne tenga conto e che unisca la tua voce alla mia in questa intenzione: che i piccoli agricoltori ricevano il giusto compenso per il loro prezioso lavoro".

     VIDEO

Vedi anche i nostri post precedenti:
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Gennaio 2016: "il dialogo sincero fra uomini e donne di religioni differenti porti frutti di pace e di giustizia" (videomessaggio)
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Febbraio 2016: "la cura del creato" (videomessaggio)
  • Intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di Marzo 2016: "sostegno alle famiglie in difficoltà" (videomessaggio)


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DARE UN VOLTO UMANO ALLA CITTÀ - HOREB 1/2016 (n. 73)



DARE UN VOLTO UMANO ALLA CITTÀ

HOREB 1/2016  (n. 73)

TRACCE DI SPIRITUALITÀ 
A CURA DEI CARMELITANI

EDITORIALE

Uno dei motivi per cui si è dato vita alle città, riteniamo, sia stato quello di offrire all’uomo la possibilità di stabilire rapporti di comunione con altri uomini dandogli l’opportunità di emanciparsi dal nomadismo e nello stesso tempo di non chiudersi nel clan o nelle pareti domestiche.
L'idea di città, quindi, porta con sé il desiderio profondo di un progetto di una comunità solidale e nonviolenta, in grado di riconoscere le legittime differenze e di vivere i contrasti e di gestire insieme il proprio cammino attraverso una prassi di partecipazione dialogica e responsabile.
Ma, in effetti, la città storicamente non esprime questo volto. Al suo interno accanto alle potenzialità esplodono contraddizioni, per cui essa spesso diventata spazio dove, dietro la facciata, si sviluppano situazioni di anonimato e di indifferenza. Proprio nella città spesso ci si ritrova a vivere forme di solitudine, per cui pur ritrovandoci in mezzo a una folla ci si sente come stranieri, fatti oggetto di rifiuto e di violenza.
Tenendo conto di questa situazione, Papa Francesco nella “Evangelii Gaudium” lamenta: «quello che potrebbe essere un prezioso spazio di incontro e di solidarietà, spesso si trasforma nel luogo della fuga e della sfiducia reciproca. Le case e i quartieri si costruiscono più per isolare e proteggere che per collegare e integrare» (n. 75). Ed evidenzia, ancora, che nella città «vi sono cittadini che ottengono i mezzi adeguati per lo sviluppo della vita personale e familiare, però sono moltissimi i “non cittadini”, i “cittadini a metà” o gli “avanzi urbani”» (n. 74). Da qui l’invito, ai credenti a far proprio «il senso unitario e completo della vita umana che il Vangelo propone», nella consapevolezza che «vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza, in qualsiasi cultura, in qualsiasi città, migliora il cristiano e feconda la città» (n. 75).
La riflessione, a più voci, della monografia del presente quaderno, vuole essere un tentativo di individuare percorsi che possano ridare alla città un volto umano, dove sia possibile intrecciare relazioni condotte sotto lo sguardo e a misura di sguardo.
...

Leggi tutto:

   Editoriale (PDF)

   Sommario (PDF)

E' possibile richiedere copie-saggio gratuite:
CONVENTO DEL CARMINE
98051 BARCELLONA P.G. (ME)


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SPIRITUALITÀ - INCONTRI PER L’ESTATE – 2016 promossi dalla FRATERNITÀ CARMELITANA DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)


INCONTRI PER L’ESTATE – 2016


promossi dalla 
FRATERNITÀ CARMELITANA
DI BARCELLONA POZZO DI GOTTO (ME)

 LECTIO DIVINA  18-23 LUGLIO 

IL LIBRO DEL LEVITICO 
con p. Pino Stancari sj
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 SETTIMANA DI SPIRITUALITÀ  4-9 AGOSTO


IL SOGNO DELLA COSTITUZIONE ITALIANA 
I 70 anni della Repubblica 
ci interpellano come cristiani

Relazioni di: 

Alberto Neglia, Egidio Palumbo, Gabriella Del Signore, Giuseppe Schillaci, Gregorio Battaglia, Maurilio Assenza, Maurizio Aliotta, Rosario Giuè

Non abbiate prevenzioni rispetto alla Costituzione del ‘48, solo perché opera di una generazione ormai trascorsa. […] Non lasciatevi influenzare da seduttori fin troppo palesemente interessati, non a cambiare la Costituzione, ma a rifiutare ogni regola. […] Cercate di conoscerla, di comprendere in profondità i suoi princípi fondanti, e quindi di farvela amica e compagna di strada. Essa, con le revisioni possibili ed opportune, può garantirvi effettivamente tutti i diritti e tutte le libertà a cui potete ragionevolmente aspirare; vi sarà presidio sicuro, nel vostro futuro, contro ogni inganno e contro ogni asservimento, per qualunque cammino vogliate procedere, e qualunque meta vi prefissiate. E questo vale per voi non solo personalmente, ma può valere, allo stesso modo e con la stessa intensità, per tutto il nostro popolo.
(Giuseppe Dossetti,  I valori della Costituzione, Napoli 20 maggio 1995)

Guarda la locandina per i dettagli:



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'Un cuore che ascolta - lev shomea' 
Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male" (1Re 3,9)

Traccia di riflessione
sul Vangelo della domenica
di Santino Coppolino


Vangelo: Gv 13,31-35

L'episodio narrato è inserito nell'ultima cena, la Pasqua dell'Agnello di Dio che l'evangelista Giovanni, a differenza dei sinottici, non rappresenta con la consacrazione delle specie del pane e del vino, ma con il gesto di Gesù che, indossato un grembiule, si fa servo dei discepoli lavando loro i piedi. L'Eucaristia è essenzialmente servizio amoroso ai fratelli "fino alla fine", fino alla consegna totale di sé. Subito dopo c'è l'uscita di scena di Giuda che, preso il "boccone dell'amico" (boccone che, durante il Seder di Pasqua, il capo famiglia consegna al commensale più importante o a quello che più ama) va a consegnare nelle mani della morte il suo maestro e Signore.  "Ed era notte !" (13,30) annota l'evangelista. Era notte nel cuore di Giuda divenuto ormai dimora del diavolo (13,2); l'ora "dell'Impero delle tenebre" (Lc 22,53), dell'effimera vittoria della morte sul Signore della Vita. Ma quello che per i correligionari di Gesù è simbolo di  maledizione: "L'appeso è una maledizione di Dio " (Dt 21,23), per Gesù è la manifestazione più alta dell'Amore e della Gloria di Dio (31,32). E' il"comandamento nuovo", il comandamento di tutti i comandamenti, quello che non elimina ma assorbe, riassume ed illumina tutti gli altri. E' il comandamento dell'Agape di Dio, dell'Amore infinito e gratuito del Padre per il Figlio e per tutti i suoi"figliolini", l'amore di Gesù per tutti suoi discepoli. 
Se vogliamo essere partecipi di questa storia d'amore, siamo allora anche noi chiamati ad amare tutti gli uomini con la stessa misura e identica motivazione
...



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Amare gli altri: non «quanto» ma «come» ha fatto Gesù
di p. Ermes Ronchi

Commento
V DOMENICA di PASQUA
- anno C -

Vangelo: Gv 13,31-35

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
Ma si può comandare di amare? Un amore imposto è una caricatura, frustrante per chi ama, ingannatore per chi è amato.
Amare, nella logica del Vangelo, non è un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare: «Abbiamo bisogno tutti di molto amore per vivere bene» (J. Maritain). È comandamento nel senso di fondamento del destino del mondo e della sorte di ognuno: amatevi gli uni gli altri, cioè tutti, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento o del più astuto.
...

Il Vangelo aggiunge una parola particolare: amatevi gli uni gli altri. In un rapporto di comunione, in un faccia a faccia, a tu per tu. Nella reciprocità: amore dato e ricevuto; dare e ricevere amore è ciò su cui si pesa la felicità di questa vita.
Non si ama l’umanità in generale; si ama quest’uomo, questo bambino, questo straniero, questo volto. Immergendosi nella sua intimità concreta. Si amano le persone ad una ad una, volto per volto. O dodici a dodici, come ha fatto Francesco con i dodici profughi siriani di Lesbo.
Ma la novità evangelica non si riduce soltanto a questo. Gesù aggiunge il segreto della differenza cristiana: come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri.
Lo specifico del cristiano non è amare, lo fanno già molti, in molti modi, sotto tutti i cieli. Bensì amare come Gesù. Non quanto lui, impossibile per noi vivere la sua misura, ma come, con lo stile unico di Gesù, con la rivoluzione della tenerezza combattiva, con i capovolgimenti che ha portato. Libero e creativo, ha fatto cose che nessuno aveva fatto mai: se io vi ho lavato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, dagli ultimi. Gesù ama per primo, ama in perdita, ama senza contare. Venuto come racconto inedito della tenerezza del Padre.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. «Non basta essere credenti, dobbiamo essere anche credibili» (Rosario Livatino). Dio non si dimostra, si mostra.
Ognuno deve farsi, come Lui, racconto inedito del volto d’amore di Dio, canale non intasato, vena non ostruita, attraverso la quale l’amore, come acqua che feconda, circoli nel corpo del mondo.


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Un Dio che sa imparare di Luigino Bruni



Un uomo di nome Giobbe/15 - 
L’anima è viva finché cerchiamo 
Colui che non ci ha risposto


Un Dio che sa imparare 
di Luigino Bruni

Alla fine della sua lotta, che sa essere perduta in partenza – come può l’uomo sperare di vincere Dio? – Giobbe scopre un metodo ingenuo per perseverare nella sua resistenza: farà finta di cedere prima ancora di essersi impegnato nella battaglia. … Così noi comprendiamo che, malgrado le apparenze, o a causa di esse, Giobbe continua a interrogare il cielo.

(Elie Wiesel, Personaggi biblici attraverso il Midrash)

Quando, dopo averlo atteso e desiderato tanto e per lungo tempo, arriva l’incontro decisivo, è normale che ci deluda. Quell’incontro immaginato e sperato era troppo grande per poter essere appagato dall’incontro reale. Lo avevamo sognato, ‘visto’ mille volte nella nostra anima. Avevamo pronunciato nel petto le prime parole nostre e dell’altro-a, scelto il vestito nostro e intravisto il suo, sentiti gli odori e uditi i suoni. Non ci sono parole, vestiti, odori, colori, suoni reali che possano eguagliare quelli immaginati ma stampati nel nostro cuore anelante. Anche la fede, ogni fede, si nutre di questi scarti tra gli incontri sognati e gli incontri accaduti, e la sorpresa, anche la delusione, è la prima esperienza di ogni autentica vita spirituale, il primo segno che il Dio che attendevamo non era né un idolo né soltanto un sogno. Perché se chi viene è troppo simile a chi abbiamo sognato, è certo che da quell’incontro non usciremo cambiati. L’anima è viva e non si spegne finché non smettiamo di bramare quel Dio diverso che non si è presentato all’appuntamento. E così, dopo un’attesa estenuante, stiamo per assistere alla comparsa nell’aula del tribunale del teste più importante, quello invocato senza tregua da Giobbe. Il libro di Giobbe è grande anche perché è stato capace di trattenersi e trattenerci nel silenzio di Dio per trentasette capitoli. Non entrando in scena, Elohim ha consentito a noi di spingere fino in fondo le nostre domande, e a Giobbe di terminare il suo poema. Troppe volte i nostri canti non diventano capolavori perché gli avvocati di Dio lo fanno entrare troppo presto sulla scena. La presenza più vera di Elohim nel dramma di Giobbe è stata la sua assenza, le sue parole più belle quelle non dette quando gli amici gli chiedevano di parlare e far sentire la sua voce potente. Un cielo muto ma vero salva di più di un cielo popolato di parole troppo poco umane per essere vere. Dio inizia a parlare dal mezzo della tempesta ma non risponde alle domande di Giobbe, non scende sul piano dove lo aspettavamo. Perché? Nessuna teologia può rispondere in astratto alle domande più radicali che salgono dal dolore innocente del mondo. Gli uomini sanno fare a Dio più domande delle risposte che egli può darci, perché un Dio che abbia risposte pronte e perfette per tutti i nostri perché grandi e disperati è soltanto una ideologia o, nei casi peggiori ma molto comuni, un idolo stolto che abbiamo costruito a nostra immagine e somiglianza. Il Dio biblico impara dalle nostre domande grandi e disperate, si sorprende quando gliele poniamo per la prima volta. Se non fosse così, la creazione, la storia, noi e il tempo sarebbero finzioni, e saremmo tutti dentro un set televisivo con Dio come unico spettatore annoiato. Solo gli idoli non imparano nulla dagli uomini, perché sono morti senza essere mai stati vivi. Gli scarti tra le nostre domande e le risposte di Dio sono lo spazio per l’esperienza vera della fede, e quando le teologie cercano di ridurre o azzerare questi scarti non fanno altro che allontanare il loro uomo e il loro Dio dalla Bibbia.
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Abbiamo allora il dovere spirituale ed etico di chiedere di più, di continuare a implorare a Dio di dirci qualcosa che non ci ha ancora detto. Perché se non lo facciamo perdiamo definitivamente contatto con i poveri e con le vittime, con chi continua a gridare, con chi è troppo impotente di fronte allo spettacolo del male per essere consolato dall’onnipotenza di Dio. I poveri e le vittime non si zittiscono mai in nome di Dio, neanche quando imprecano contro il cielo. Quando si guarda il mondo assieme alle vittime, quando si frequentano veramente le periferie esistenziali, sociali, economiche, morali del mondo, l’onnipotenza e la forza di Dio appaiono troppo lontane, e, soprattutto, non ci spingono a far di tutto per ridurre con la nostra libertà la sofferenza del mondo.Nessuna narrazione delle mirabilie dell’universo, nessuna descrizione magnifica dei terribili Behemot (“Rizza la coda come un cedro, i nervi delle sue cosce s'intrecciano saldi, le sue vertebre sono tubi di bronzo, le sue ossa come spranghe di ferro” (40,17-19), e Leviatàn (“Il suo dorso è formato da file di squame, saldate con tenace suggello: l'una è così unita con l'altra che l'aria fra di esse non passa …” (41,7-8), possono consolare e amare chi urla mentre affonda nel mare, né chi muore solo in un letto di un elegante ospedale. Solo il Dio atteso da Giobbe potrebbe incontrarli e raccogliere le loro grida. Ma questo Dio non lo troviamo nel libro di Giobbe: “Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, e gli ho messo il chiavistello e due porte dicendo: «Fin qui giungerai e non oltre e qui s'infrangerà l'orgoglio delle tue onde»?” (38,8-11). All’orecchio e al cuore di Giobbe, solo sul letamaio, nel guado della sua disperazione, queste parole, in sé perfette, avranno prodotto gli stessi effetti delle parole sapienti e sagge dei suoi ‘amici’: hanno solo aumentato la sua solitudine e il suo abbandono. Infatti, anche questo Dio cerca la conversione di Giobbe e chiede la sua resa – che otterrà: “Il Signore prese a dire a Giobbe: ‘Il censore vuole ancora contendere con l'Onnipotente? L'accusatore di Dio risponda!’. Giobbe prese a dire al Signore: ‘Ecco, non conto niente: che cosa ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, due volte ho parlato, ma non continuerò’” (40,3-5). Giobbe, come tante vittime innocenti, è azzittito, ammutolito. Questo Elohim, avvocato difensore della propria insondabile onnipotenza, non è il Dio che i poveri e gli innocenti come Giobbe cercano, e meritano. Le risposte di questo Dio non riescono ad eguagliare le domande di Giobbe. Le sue parole non sono all’altezza morale delle parole di Giobbe. Ma – e sta qui il mistero straordinario della Bibbia – anche le parole di Giobbe sono parole di Dio, perché incastonate dentro l’unica scrittura. Possiamo allora ascoltare la voce di Dio facendo parlare Giobbe che lo denuncia e lo attacca. Definendo ‘sacro’ l’intero libro di Giobbe (e gli altri libri) la tradizione biblica ha realizzato un’alleanza meravigliosa ed eterna tra le parole di YHWH-Elohim e quelle degli uomini. La parola di Dio nel libro di Giobbe e in tutta la scrittura va cercata anche nelle pagine dove parla e grida Giobbe; dove parlano gli uomini, nelle loro domande estreme senza risposte. Possiamo pregare Dio anche con le parole senza Dio di Giobbe. È questo Dio meticcio, che ha voluto impastare le sue parole con le nostre, il solo capace di parlarci dai roveti della terra, e da lì chiamarci ancora per nome.

   Un Dio che sa imparare di Luigino Bruni  (PDF)


Leggi anche i post già pubblicati:
  • - Un uomo di nome Giobbe/14 - L'altra mano dell'onnipotente
  • - Un uomo di nome Giobbe/13 - Il vero senso della sofferenza
  • - Un uomo di nome Giobbe/12 - L'attesa dell'innocente
  • - Un uomo di nome Giobbe/11 - La miniera della sapienza
  • - Un uomo di nome Giobbe/10 - Fedeli al Dio del non ancora 
  • - Un uomo di nome Giobbe/9 - Il veleno della falsa misericordia
  • - Un uomo di nome Giobbe/8 - La rivoluzione dell’ascolto
  • - Un uomo di nome Giobbe/7 - La parola che vince la morte
  • - Un uomo di nome Giobbe /6 - La memoria viva della terra
  • - Un uomo di nome Giobbe /5 - Attenti ai ruffiani di Dio
  • - Un uomo di nome Giobbe /4 - La responsabilità di Dio
  • - Un uomo di nome Giobbe /3 - L’arca del duro canto
  • - Un uomo di nome Giobbe /2 - La risposta dell’intoccabile
  • - Un uomo di nome Giobbe / 1 - Nudo è il dialogo con Dio


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«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36)" - 38° Convegno nazionale delle Caritas diocesane - Sacrofano (Roma) 18 /21 aprile 2016 - Udienza di Papa Francesco



Giovedì 21 aprile, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti al 38° Convegno della Caritas delle Diocesi Italiane, che si è svolto presso la “Fraterna Domus” (Sacrofano, Roma) dal 18 al 21 aprile, sul tema: “Misericordiosi come il Padre. «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36)”.

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Pubblichiamo di seguito, il saluto del card.Francesco Montenegro, presidente di Caritas Italiana ed Arcivescovo di Agrigento, ed il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti nel corso dell’Udienza.

Saluto del Cardinale Montenegro

Beatissimo Padre, in questo Anno Giubilare dedicato alla Misericordia, si è verificata la felice coincidenza del 38° Convegno delle Caritas diocesane con i 45 anni di Caritas Italiana, che il Suo venerato Predecessore Paolo VI volle istituire affinché la Chiesa italiana si dotasse di un organismo a carattere pastorale ed educativo.

Le siamo pertanto particolarmente riconoscenti per questo momento a conclusione di quattro giorni di lavori che hanno consentito un ampio e articolato confronto tra responsabili e operatori di Caritas Italiana e delle Caritas diocesane, attraverso l’incontro, la preghiera comune, l’ascolto, lo studio, l’approfondimento, lo scambio e la condivisione di azioni che caratterizzano il nostro essere nella Chiesa e nella società, in Italia, in Europa e nel mondo.

Ancor più Le siamo grati per il dono della Sua parola che sin dall’inizio del Suo pontificato ha fatto della carità l’elemento centrale della Chiesa e dell’esperienza cristiana, affermando che “una Chiesa senza la carità non esiste”. Una carità però non da addetti ai lavori, ma di popolo, fedele ai mezzi poveri, capace di riaffermare i diritti, proporre nuovi stili di vita ma sempre coerenti con il Vangelo, economie di comunione e di condivisione. «La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole» ha sottolineato Lei, Santità, proprio nella Bolla di indizione del Giubileo “Misericordiae Vultus”. Una misericordia che rigenera, dona, e, dove occorre, fa saltare gli ingranaggi iniqui. Ecco allora che una Chiesa di misericordia è necessariamente una Chiesa “estroversa”. È ”Chiesa in uscita” come Lei, Santo Padre, l’ha ben definita, senza pareti e senza tetto, aperta a tutti, capace di accogliere tutti, rispettando la dignità e difendendo i diritti di ciascuno, ma anche capace di coinvolgere e far sentire tutti soggetti, non oggetti di cura. Come organismo ecclesiale raccogliamo il Suo appello al n. 15 della Misericordiae Vultus, a curare le ferite delle nostre sorelle e dei nostri fratelli, “a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta” per non cadere “nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge…”. Confermiamo nel contempo, come da mandato statutario, il nostro impegno pastorale “di sensibilizzare le Chiese locali e i singoli fedeli al senso e al dovere della carità, in forme consone ai bisogni e ai tempi”, per un servizio di carità che sia sempre più in grado di esprimere e incarnare le caratteristiche dell’amore misericordioso di Dio, rivelate in Gesù: l’universalismo – quindi un’attenzione preferenziale agli ultimi- , la condivisione – quindi il superamento della semplice elemosina -, la dimensione promozionale e liberatoria – quindi il superamento dell’assistenzialismo e un approccio che mira alla rimozione delle cause della povertà. Tutto questo avendo come bussola il cammino del giubileo, come tempo da valorizzare per crescere nell’ascolto della Parola, e tempo di esercizio costante per aprire occhi e cuore ai poveri in modo sempre nuovo, dinamico, generativo,inclusivo. Consapevoli che se non sempre si riescono a soddisfare i bisogni materiali non deve mai mancare la risposta della misericordia che diventa accoglienza, solidarietà e amicizia. Solo così il nostro mondo potrà tornare a crescere e la nostra fede riuscirà ad essere seme di vita nuova. Solo così saremo gli operai di un Vangelo che diventa annuncio – attraverso i fatti – della misericordia del Signore. Perché nel mondo vi è un’immensa folla di affamati che hanno bisogno di giustizia, misericordia, autentica carità e in ognuno di questi “più piccoli” è presente Cristo stesso che ci viene a visitare ogni giorno attraverso chi soffre e chi lotta per la sopravvivenza.

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«I poveri sono la proposta forte che Dio fa alla Chiesa affinché cresca nell’amore e nella fedeltà»: è quanto ha sottolineato Papa Francesco parlando ai partecipanti al trentottesimo convegno nazionale delle 220 Caritas diocesane d’Italia, ricevuti nell’Aula Paolo VI giovedì mattina, 21 aprile. Dopo aver ricordato che i bisognosi aspettano «la carità, cioè la “carezza” misericordiosa del Signore, attraverso la “mano” della sua Chiesa», il Pontefice ha tracciato una sorta di decalogo di come debba essere la misericordia — tema del giubileo e dei lavori congressuali.

Il discorso di Papa Francesco

Cari fratelli e sorelle,

vi accolgo al termine dei lavori del vostro Convegno Nazionale e vi saluto tutti con affetto.
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La vostra missione educativa, che mira sempre alla comunione nella Chiesa e a un servizio con ampi orizzonti, vi chiede l’impegno di un amore concreto verso ogni essere umano, con un’opzione preferenziale per i poveri, nei quali Gesù stesso ci domanda aiuto e vicinanza (cfr Mt 25,35-40). Un amore che si esprime attraverso gesti e segni, che rappresentano «una modalità connaturata alla funzione pedagogica della Caritas a ogni livello» – come ha sottolineato il mio predecessore Benedetto XVI, che ha poi aggiunto: «Vi auguro di sapere coltivare al meglio la qualità delle opere che avete saputo inventare. Rendetele, per così dire, “parlanti”, preoccupandovi soprattutto della motivazione interiore che le anima, e della qualità della testimonianza che da esse promana. Sono opere che nascono dalla fede. Sono opere di Chiesa, espressione dell’attenzione verso chi fa più fatica. Sono azioni pedagogiche, perché aiutano i più poveri a crescere nella loro dignità, le comunità cristiane a camminare nella sequela di Cristo, la società civile ad assumersi coscientemente i propri obblighi» (Discorso alla Caritas Italiana in occasione del 40° anniversario di fondazione, 24 novembre 2011: Insegnamenti VII, 2,[2011], 776).

Di fronte alle sfide e alle contraddizioni del nostro tempo, la Caritas ha il difficile, ma fondamentale compito, di fare in modo che il servizio caritativo diventi impegno di ognuno di noi, cioè che l’intera comunità cristiana diventi soggetto di carità. Ecco quindi l’obiettivo principale del vostro essere e del vostro agire: essere stimolo e anima perché la comunità tutta cresca nella carità e sappia trovare strade sempre nuove per farsi vicina ai più poveri, capace di leggere e affrontare le situazioni che opprimono milioni di fratelli – in Italia, in Europa, nel mondo. In proposito, particolarmente rilevante è il ruolo di promozione e formazione che la Caritas riveste nei confronti delle diverse espressioni del volontariato. Un volontariato che a sua volta è chiamato a investire tempo, risorse e capacità per coinvolgere l’intera comunità negli impegni di solidarietà che porta avanti. Come pure è essenziale il vostro compito di stimolo nei confronti delle istituzioni civili e di un’adeguata legislazione, in favore del bene comune e a tutela delle fasce più deboli; un impegno che si concretizza nella costante offerta di occasioni e strumenti per una conoscenza adeguata e costruttiva delle situazioni.

Di fronte alle sfide globali che seminano paura, iniquità, speculazioni finanziarie – anche sul cibo –, degrado ambientale e guerre, è necessario, insieme al quotidiano lavoro sul territorio, portare avanti l’impegno per educare all’incontro rispettoso e fraterno tra culture e civiltà, e alla cura del creato, per una “ecologia integrale”. Caritas Italiana sia fedele anche in questo al suo mandato statutario. Vi incoraggio a non stancarvi di promuovere, con tenace e paziente perseveranza, comunità che abbiano la passione per il dialogo, per vivere i conflitti in modo evangelico, senza negarli ma facendone occasioni di crescita, di riconciliazione: questa è la pace che Cristo ci ha conquistato e che noi siamo inviati a portare. Sia sempre vostro vanto la volontà di risalire alle cause delle povertà, per cercare di rimuoverle: lo sforzo di prevenire l’emarginazione; di incidere sui meccanismi che generano ingiustizia; di operare contro ogni struttura di peccato. Si tratta a tale scopo di educare singoli e gruppi a stili di vita consapevoli, così che tutti si sentano davvero responsabili di tutti. E questo a partire dalle parrocchie: è l’opera preziosa e capillare delle Caritas parrocchiali, che occorre continuare a diffondere e moltiplicare sul territorio.

Desidero incoraggiarvi anche a proseguire nell’impegno e nella prossimità nei confronti delle persone immigrate. Il fenomeno delle migrazioni, che oggi presenta aspetti critici che vanno gestiti con politiche organiche e lungimiranti, rimane pur sempre una ricchezza e una risorsa, sotto diversi punti di vista. E’ dunque prezioso il vostro lavoro che, accanto all’approccio solidale, tende a privilegiare scelte che favoriscano sempre più l’integrazione tra popolazioni straniere e cittadini italiani, offrendo agli operatori di base strumenti culturali e professionali adeguati alla complessità del fenomeno e alle sue peculiarità.

La testimonianza della carità diventa autentica e credibile quando impegna tutti i momenti e le relazioni della vita, ma la sua culla e la sua casa è la famiglia, la Chiesa domestica. La famiglia è costituzionalmente “Caritas” perchè Dio stesso l’ha fatta così: l’anima della famiglia e della sua missione è l’amore. Quell’amore misericordioso che – come ho ricordato nell’Esortazione Apostolica postsinodale Amoris laetitia – sa accompagnare, discernere e integrare le situazioni di fragilità. Le risposte più complete a molti disagi possono essere offerte proprio da quelle famiglie che, superando la tentazione della solidarietà “corta” ed episodica, a volte pure necessaria, scelgono di collaborare fra loro e con tutti gli altri servizi solidali del territorio, offrendo le risorse della propria quotidiana disponibilità. E quanti esempi belli abbiamo di questo nelle nostre comunità!

Con piena fiducia nella presenza di Cristo risorto e con il coraggio che viene dallo Spirito Santo, potrete andare avanti senza paura e scoprire prospettive sempre nuove nel vostro impegno pastorale, rafforzare stili e motivazioni, e così rispondere sempre meglio al Signore che ci viene incontro nei volti e nelle storie delle sorelle e dei fratelli più bisognosi. Egli sta alla porta del nostro cuore, delle nostre comunità, e attende che qualcuno risponda al suo “bussare” discreto e insistente: aspetta la carità, cioè la “carezza” misericordiosa del Signore, attraverso la “mano” della sua Chiesa. Una carezza che esprime la tenerezza e la vicinanza del Padre. Nel mondo di oggi, complesso e interconnesso, la vostra misericordia sia attenta e informata; concreta e competente, capace di analisi, ricerche, studi e riflessioni; personale, ma anche comunitaria; credibile in forza di una coerenza che è testimonianza evangelica, e, allo stesso tempo, organizzata e formata, per fornire servizi sempre più precisi e mirati; responsabile, coordinata, capace di alleanze e di innovazione; delicata e accogliente, piena di relazioni significative; aperta a tutti, premurosa nell’invitare i piccoli e i poveri del mondo a prendere parte attiva nella comunità, che ha il suo momento culminante nell’eucaristia domenicale. Perché i poveri sono la proposta forte che Dio fa alla nostra Chiesa affinché essa cresca nell’amore e nella fedeltà. E perché la comunione con Cristo nella Messa trovi espressione coerente nell’incontro con lo stesso Gesù presente nel più piccolo dei fratelli. Così sia la vostra, la nostra carezza, per intercessione della Vergine Maria e del beato Paolo VI. Vi benedico e vi accompagno con la preghiera. E anche voi, mi raccomando, pregate per me! Grazie.

Vedi anche il nostro post precedente: 

   «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36)" - 38° Convegno nazionale delle Caritas diocesane - Sacrofano (Roma) 18 /21 aprile 2016.




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CHIESA E SOCIETA'
Interventi ed opinioni



  (GIA' ANTICIPATO NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)


ARTE E FEDE- Il cuore della cristianità



ARTE E FEDE 

Il cuore della cristianità
puntata "I luoghi del Giubileo"
del 26.03.2016

Un percorso attraverso i luoghi simbolo del Giubileo e i capolavori artistici che a Roma, nella capitale del Cattolicesimo, hanno dato immagine alle forme della spiritualità e della religione, accompagnati da una guida d’eccezione: Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani.

Dal martirio di un uomo, di un ebreo itinerante giustiziato per croce al tempo dell’imperatore Nerone, è nata la straordinaria concentrazione artistica e monumentale di S. Pietro in Vaticano, il cuore della Cristianità, che da secoli accoglie con l’abbraccio in pietra del suo colonnato, i pellegrini da tutto il mondo.

   video integrale


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ARTE E FEDE - Alle origini del cristianesimo (VIDEO)



ARTE E FEDE
Alle origini del cristianesimo
puntata "I luoghi del Giubileo"
del 06.04.2016
Un percorso attraverso i luoghi simbolo del Giubileo e i capolavori artistici che a Roma, nella capitale del Cattolicesimo, hanno dato immagine alle forme della spiritualità e della religione, accompagnati da una guida d’eccezione: Antonio Paolucci, Direttore dei Musei Vaticani.

S. Giovanni in Laterano è “mater et caput ecclesiarum omnium”, madre e capo di tutte le chiese come recita il suo titolo ufficiale. C’è una precisa ragione storica che giustifica questo particolare ruolo della grande basilica.

Prima che il Vaticano con i palazzi apostolici assumessero il ruolo che conosciamo di centro religioso e politico di tutta la Cristianità, il cuore della Chiesa Universale era qui, qui aveva sede il papa.

Ecco perché, prima di entrare nella San Giovanni che conosciamo, bisogna esplorare le sue radici. Infatti la basilica sorge sui resti di una grande e importante caserma di Cavalleria di età romana. Si scende di un piano e proprio sotto il pavimento della basilica, vediamo i resti di questo straordinario organismo militare che ospitava i “milites singulares”, la cavalleria pretoria al servizio dell’imperatore.

Dove c’è oggi la basilica, in cima al colle del Laterano, c’era una caserma che ospitava almeno tremila uomini e un numero altrettanto grande di cavalli. Al tempo di Costantino i “milites singulares” scelsero la parte sbagliata, si misero con il nemico Massenzio. La conseguenza fu che Costantino sciolse questo corpo militare ritenuto infedele e donò l’area della loro caserma alla nascente ma già numerosa comunità cristiana. Sopra la caserma c’è la basilica e c’è tutta l’area urbana che ha conosciuto la sua definitiva sistemazione urbanistica alla fine del XVI secolo, al tempo di papa Sisto V.

Fu in quell’epoca che venne alzato il grande obelisco, meridiana di Roma. Dentro la chiesa incontreremo il documento figurativo (un affresco attribuito a Giotto) che certifica l’indizione del primo Giubileo, nell’anno 1300, essendo papa Bonifacio VIII Caetani.

L’altare papale con le statue reliquiario dei Santi Pietro e Paolo, la serie monumentale in marmo degli apostoli le sculture dislocate lungo la navata principale, sono i caratteri distintivi di questo luogo. S. Giovanni in Laterano è un luogo dedicato alla gloria degli antichi papi ma anche alla penitenza, alla riflessione sulla morte di Cristo.

Ed ecco in prossimità della Basilica, sul colle Laterano, il Santuario della Scala Santa. Si tratta di una reliquia celebre perché quella scala era considerata la scala del Pretorio di Pilato, la scala che Gesù ha percorso al momento del suo giudizio e condanna.

Ogni giorno migliaia di pellegrini percorrono in ginocchio la Scala Santa fino ad accedere alla cappella dove ècustodita l’immagine antichissima di Cristo. È il “Sancta Sanctorum”, il luogo più santo del mondo, decorato con antichissimi affreschi e mosaici.

   video integrale



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“La Chiesa non è una élite di sacerdoti... e lo Spirito Santo non è solo ‘proprietà’ della gerarchia ecclesiale” - Papa Francesco, Lettera al Presidente della Pontificia Commissione per l'America Latina


“La Chiesa non è una élite di sacerdoti...
 e lo Spirito Santo non è solo ‘proprietà’
 della gerarchia ecclesiale”
 Papa Francesco,  

Lettera  al Presidente della Pontificia 
Commissione per l'America Latina
Eminenza il Cardinale 
Marc Armand Ouellet, P.S.S.

Eminenza,
Al termine dell’incontro della Commissione per l’America Latina e i Caraibi ho avuto l’opportunità d’incontrare tutti i partecipanti dell’assemblea, nella quale si sono scambiati idee e impressioni sulla partecipazione pubblica del laicato alla vita dei nostri popoli.

Vorrei riportare quanto è stato condiviso in quell’incontro e proseguire qui la riflessione vissuta in quei giorni, affinché lo spirito di discernimento e di riflessione “non cada nel vuoto”; affinché ci aiuti e continui a spronare a servire meglio il Santo Popolo fedele di Dio.

È proprio da questa immagine che mi piacerebbe partire per la nostra riflessione sull’attività pubblica dei laici nel nostro contesto latinoamericano. Evocare il Santo Popolo fedele di Dio è evocare l’orizzonte al quale siamo invitati a guardare e dal quale riflettere. È al Santo Popolo fedele di Dio che come pastori siamo continuamente invitati a guardare, proteggere, accompagnare, sostenere e servire. Un padre non concepisce se stesso senza i suoi figli. Può essere un ottimo lavoratore, professionista, marito, amico, ma ciò che lo fa padre ha un volto: sono i suoi figli. Lo stesso succede a noi, siamo pastori. Un pastore non si concepisce senza un gregge, che è chiamato a servire.
Il pastore è pastore di un popolo, e il popolo lo si serve dal di dentro. Molte volte si va avanti aprendo la strada, altre si torna sui propri passi perché nessuno rimanga indietro, e non poche volte si sta nel mezzo per sentire bene il palpitare della gente.

Guardare al Santo Popolo fedele di Dio e sentirci parte integrale dello stesso ci posiziona nella vita, e pertanto nei temi che trattiamo, in maniera diversa. Questo ci aiuta a non cadere in riflessioni che possono, di per sé, esser molto buone, ma che finiscono con l’omologare la vita della nostra gente o con il teorizzare a tal punto che la speculazione finisce coll’uccidere l’azione. Guardare continuamente al Popolo di Dio ci salva da certi nominalismi dichiarazionisti (slogan) che sono belle frasi ma che non riescono a sostenere la vita delle nostre comunità. Per esempio, ricordo ora la famosa frase: “è l’ora dei laici” ma sembra che l’orologio si sia fermato.

Guardare al Popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici. Il primo sacramento, quello che sugella per sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi, è il battesimo. Attraverso di esso e con l’unzione dello Spirito Santo, (i fedeli) “vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo” (Lumen gentium, n. 10). La nostra prima e fondamentale consacrazione affonda le sue radici nel nostro battesimo. Nessuno è stato battezzato prete né vescovo. Ci hanno battezzati laici ed è il segno indelebile che nessuno potrà mai cancellare. Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è una élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formano il Santo Popolo fedele di Dio. Dimenticarci di ciò comporta vari rischi e deformazioni nella nostra stessa esperienza, sia personale sia comunitaria, del ministero che la Chiesa ci ha affidato. Siamo, come sottolinea bene il concilio Vaticano II, il Popolo di Dio, la cui identità è “la dignità e la libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio” (Lumen gentium, n. 9). Il Santo Popolo fedele di Dio è unto con la grazia dello Spirito Santo, e perciò, al momento di riflettere, pensare, valutare, discernere, dobbiamo essere molto attenti a questa unzione.

Devo al contempo aggiungere un altro elemento che considero frutto di un modo sbagliato di vivere l’ecclesiologia proposta dal Vaticano II. Non possiamo riflettere sul tema del laicato ignorando una delle deformazioni più grandi che l’America Latina deve affrontare – e a cui vi chiedo di rivolgere un’attenzione particolare –, il clericalismo. Questo atteggiamento non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente. Il clericalismo porta a una omologazione del laicato; trattandolo come “mandatario” limita le diverse iniziative e sforzi e, oserei dire, le audacie necessarie per poter portare la Buona Novella del Vangelo a tutti gli ambiti dell’attività sociale e soprattutto politica. Il clericalismo, lungi dal dare impulso ai diversi contributi e proposte, va spegnendo poco a poco il fuoco profetico di cui l’intera Chiesa è chiamata a rendere testimonianza nel cuore dei suoi popoli. Il clericalismo dimentica che la visibilità e la sacramentalità della Chiesa appartengono a tutto il popolo di Dio (cfr. Lumen gentium, nn. 9-14), e non solo a pochi eletti e illuminati.

...

Allora, da qui possiamo domandarci: che cosa significa il fatto che i laici stiano lavorando nella vita pubblica?

Oggigiorno molte nostre città sono diventate veri luoghi di sopravvivenza. Luoghi in cui sembra essersi insediata la cultura dello scarto, che lascia poco spazio alla speranza. Lì troviamo i nostri fratelli, immersi in queste lotte, con le loro famiglie, che cercano non solo di sopravvivere, ma che, tra contraddizioni e ingiustizie, cercano il Signore e desiderano rendergli testimonianza. 
Che cosa significa per noi pastori il fatto che i laici stiano lavorando nella vita pubblica?
Significa cercare il modo per poter incoraggiare, accompagnare e stimolare tutti i tentativi e gli sforzi che oggi già si fanno per mantenere viva la speranza e la fede in un mondo pieno di contraddizioni, specialmente per i più poveri, specialmente con i più poveri. 
Significa, come pastori, impegnarci in mezzo al nostro popolo e, con il nostro popolo, sostenere la fede e la sua speranza. Aprendo porte, lavorando con lui, sognando con lui, riflettendo e soprattutto pregando con lui. “Abbiamo bisogno di riconoscere la città” – e pertanto tutti gli spazi dove si svolge la vita della nostra gente - “a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze… Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata. Dio non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero” (Evangelii gaudium, n. 71). 
Non è ma il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. Come pastori, uniti al nostro popolo, ci fa bene domandarci come stiamo stimolando e promuovendo la carità e la fraternità, il desiderio del bene, della verità e della giustizia. Come facciamo a far sì che la corruzione non si annidi nei nostri cuori.
Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana; su come, nella sua attività quotidiana, con le responsabilità che ha, s’impegna come cristiano nella vita pubblica. Senza rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede. Sono queste le situazioni che il clericalismo non può vedere, perché è più preoccupato a dominare spazi che a generare processi. Dobbiamo pertanto riconoscere che il laico per la sua realtà, per la sua identità, perché immerso nel cuore della vita sociale, pubblica e politica, perché partecipe di forme culturali che si generano costantemente, ha bisogno di nuove forme di organizzazione e di celebrazione della fede. I ritmi attuali sono tanto diversi (non dico migliori o peggiori) di quelli che si vivevano trent’anni fa! “Ciò richiede di immaginare spazi di preghiera e di comunione con caratteristiche innovative, più attraenti e significative per le popolazioni urbane” (Evangelii gaudium, n. 73). È illogico, e persino impossibile, pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta. Al contrario, dobbiamo stare dalla parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale. E questo discernendo con la nostra gente e mai per la nostra gente o senza la nostra gente. Come direbbe sant’Ignazio, “secondo le necessità di luoghi, tempi e persone”. Ossia non uniformando. Non si possono dare direttive generali per organizzare il popolo di Dio all’interno della sua vita pubblica. L’inculturazione è un processo che noi pastori siamo chiamati a stimolare, incoraggiando la gente a vivere la propria fede dove sta e con chi sta. L’inculturazione è imparare a scoprire come una determinata porzione del popolo di oggi, nel qui e ora della storia, vive, celebra e annuncia la propria fede. Con un’identità particolare e in base ai problemi che deve affrontare, come pure con tutti i motivi che ha per rallegrarsi. L’inculturazione è un lavoro artigianale e non una fabbrica per la produzione in serie di processi che si dedicherebbero a “fabbricare mondi o spazi cristiani”.

Nel nostro popolo ci viene chiesto di custodire due memorie. La memoria di Gesù Cristo e la memoria dei nostri antenati. La fede, l’abbiamo ricevuta, è stato un dono che ci è giunto in molti casi dalle mani delle nostre madri, delle nostre nonne. Loro sono state la memoria viva di Gesù Cristo all’interno delle nostre case. È stato nel silenzio della vita familiare che la maggior parte di noi ha imparato a pregare, ad amare, a vivere la fede. È stato all’interno di una vita familiare, che ha poi assunto la forma di parrocchia, di scuola e di comunità, che la fede è giunta alla nostra vita e si è fatta carne. È stata questa fede semplice ad accompagnarci molte volte nelle diverse vicissitudini del cammino. Perdere la memoria è sradicarci dal luogo da cui veniamo e quindi non sapere neanche dove andiamo. Questo è fondamentale, quando sradichiamo un laico dalla sua fede, da quella delle sue origini; quando lo sradichiamo dal Santo Popolo fedele di Dio, lo sradichiamo dalla sua identità battesimale e così lo priviamo della grazia dello Spirito Santo. Lo stesso succede a noi quando ci sradichiamo come pastori dal nostro popolo, ci perdiamo. 
Il nostro ruolo, la nostra gioia, la gioia del pastore, sta proprio nell’aiutare e nello stimolare, come hanno fatto molti prima di noi, madri, nonne e padri, i veri protagonisti della storia.
Non per una nostra concessione di buona volontà, ma per diritto e statuto proprio. I laici sono parte del Santo Popolo fedele di Dio e pertanto sono i protagonisti della Chiesa e del mondo; noi siamo chiamati a servirli, non a servirci di loro.

Nel mio recente viaggio in terra messicana ho avuto l’opportunità di stare da solo con la Madre, lasciandomi guardare da lei. In quello spazio di preghiera, le ho potuto presentare anche il mio cuore di figlio. In quel momento c’eravate anche voi con le vostre comunità. In quel momento di preghiera, ho chiesto a Maria di non smettere di sostenere, come ha fatto con la prima comunità, la fede del nostro popolo. Che la Vergine Santa interceda per voi, vi custodisca e vi accompagni sempre!

Dal Vaticano, 19 marzo 2016

Servizio TG2000
   video



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Il risultato del recente referendum sulle trivellazioni, in cui non è stato raggiunto il quorum dei votanti necessario a renderlo valido, non deve far pensare che possa ritenersi accantonata o ridimensionata nel nostro Paese la sfida ecologica, di cui in forma sia pur molto parziale il quesito posto si occupava. A parte il fatto che fra coloro che si sono recati alle urne ha prevalso nettamente il sì (e si tratta di oltre tredici milioni di elettori!), l’urgenza di tutelare una delle più grandi risorse dell’Italia, e cioè il suo ambiente naturale dalla straordinaria bellezza paesistica, deve essere considerata prioritaria per chiunque abbia a cuore il bene della collettività.

 
Bruno Forte:   La doppia sfida per la terra e per i profughi (pdf)



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 FRANCESCO
 


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23/04/2016:

  Cari ragazzi e ragazze, i vostri nomi...


24/04/2016:

  Cari giovani, con la grazia di Dio...


25/04/2016:

  Ognuno è chiamato a prendersi cura...


26/04/2016:

  Apriamo al Signore i nostri sepolcri sigillati...


27/04/2016:

  La speranza cristiana è un dono...


28/04/2016:

  Di fronte alle voragini spirituali...

29/04/2016:

  Cristo ha vinto il male alla radice...


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"Ragazzi, quante volte mi capita di dover telefonare a degli amici, però succede che non riesco a mettermi in contatto perché non c’è campo. Sono certo che capita anche a voi, che il cellulare in alcuni posti non prenda... Bene, ricordate che se nella vostra vita non c’è Gesù è come se non ci fosse campo! Non si riesce a parlare e ci si rinchiude in se stessi. Mettiamoci sempre dove si prende! La famiglia, la parrocchia, la scuola, perché in questo mondo avremo sempre qualcosa da dire di buono e di vero."
Papa Francesco, Video-messaggio ai ragazzi riuniti nello Stadio Olimpico di Roma in occasione del Giubileo dei Ragazzi 23.04.2016

  Una vita senza Gesù...


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  (GIA' ANTICIPATI NEL NOSTRO BLOG PIETRE VIVE)


"Essere misericordiosi vuol dire anche essere capaci di perdono" Papa Francesco -Video messaggio a giovani




Essere misericordiosi vuol dire
 anche essere capaci di perdono

Non rimaniamo con il rancore o il desiderio di vendetta! Non serve a nulla: è un tarlo che ci mangia l’anima e non ci permette di essere felici. Perdoniamo! Perdoniamo e dimentichiamo il torto ricevuto, così possiamo comprendere l’insegnamento di Gesù ed essere suoi discepoli e testimoni di misericordia.

Papa Francesco

Video-messaggio ai ragazzi 
riuniti nello Stadio Olimpico di Roma 
in occasione del Giubileo dei Ragazzi

23.04.2016

Care ragazze e ragazzi, buonasera!
Siete raccolti per un momento di festa e di gioia. Non sono riuscito a venire e mi dispiace. E ho deciso di salutarvi con questo video. Mi sarebbe piaciuto tanto poter venire allo Stadio, ma non sono riuscito a farlo…

Vi ringrazio per aver accolto l’invito a venire a celebrare il Giubileo qui, a Roma. Questa mattina avete trasformato la Piazza San Pietro in un grande confessionale e poi avete attraversato la Porta Santa. Non dimenticate che la Porta indica l’incontro con Cristo, che ci introduce all’amore del Padre e ci chiede di diventare misericordiosi, come Lui è misericordioso.

Domani, poi, celebreremo insieme la Messa. Era giusto che ci fosse anche uno spazio per stare insieme con gioia e ascoltare alcune testimonianze importanti, che vi possono aiutare a crescere nella fede e nella vita.

So che avete una bandana con scritte le Opere di misericordia corporale: mettete in testa queste opere, perché sono lo stile di vita cristiana. Come sapete le Opere di misericordia sono gesti semplici, che appartengono alla vita di tutti i giorni, permettendo di riconoscere il Volto di Gesù nel volto di tante persone. Anche giovani! Anche giovani come voi, che hanno fame, sete; che sono profughi o forestieri o ammalati e richiedono il nostro aiuto, la nostra amicizia.

Essere misericordiosi vuol dire anche essere capaci di perdono. E questo non è facile, eh? Può succedere che, a volte, in famiglia, a scuola, in parrocchia, in palestra o nei luoghi di divertimento qualcuno ci possa fare dei torti e ci sentiamo offesi; oppure in qualche momento di nervosismo possiamo essere noi ad offendere gli altri. Non rimaniamo con il rancore o il desiderio di vendetta! Non serve a nulla: è un tarlo che ci mangia l’anima e non ci permette di essere felici. Perdoniamo! Perdoniamo e dimentichiamo il torto ricevuto, così possiamo comprendere l’insegnamento di Gesù ed essere suoi discepoli e testimoni di misericordia. 

Ragazzi, quante volte mi capita di dover telefonare a degli amici, però succede che non riesco a mettermi in contatto perché non c’è campo. Sono certo che capita anche a voi, che il cellulare in alcuni posti non prenda... Bene, ricordate che se nella vostra vita non c’è Gesù è come se non ci fosse campo! Non si riesce a parlare e ci si rinchiude in se stessi. Mettiamoci sempre dove si prende! La famiglia, la parrocchia, la scuola, perché in questo mondo avremo sempre qualcosa da dire di buono e di vero.

Adesso vi saluto tutti, vi auguro di vivere con gioia questo momento e vi aspetto tutti domani in Piazza San Pietro. Ciao!

  video integrale


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Roma 22/25 Aprile 2016 GIUBILEO DEI RAGAZZI "Crescere misericordiosi come il Padre" - Sabato 23 Confessioni in piazza e festa allo stadio (cronaca, foto e video)


A Roma è stata un'invasione colorata e festosa di migliaia di ragazzi e ragazze per il Giubileo dedicato a loro. 


Sabato mattina

Papa Francesco è sceso a sorpresa in Piazza San Pietro dove ha iniziato a confessare i ragazzi e le ragazze che partecipano al loro Giubileo. Il Papa è seduto su una sedia, vicino al colonnato, e confessa gli adolescenti, di età fra i 13 e i 16 anni. In tutto i sacerdoti mobilitati per il "confessionale" all'aperto in Piazza San Pietro e nelle zone adiacenti, per il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze, sono 150. 

Papa Francesco è entrato in piazza San Pietro intorno alle 11.30, tra la sorpresa generale dei ragazzi, che hanno cominciato anche a scattare foto con i telefonini. Francesco, in talare bianca e con la stola viola intorno al collo, si è seduto su una semplice sedia e confessa i ragazzi all'aperto, come gli altri sacerdoti che si sono attivati in questo confessionale-extra lungo il colonnato del Bernini.

Il tema dell'evento giubilare, riservato a ragazzi e ragazze dai 13 ai 16 anni (i giovani di età maggiore avranno poi il loro Giubileo a fine luglio a Cracovia con la Giornata Mondiale della Gioventù) è "Crescere Misericordiosi come il Padre".

  video

Sabato sera 
Allo Stadio Olimpico di Roma ha avuto luogo la grande festa organizzata per il Giubileo dei ragazzi. E tra i primissimi momenti di grande emozione è arrivato il video messaggio di Papa Francesco.

  Guarda il nostro post: "Essere misericordiosi vuol dire anche essere capaci di perdono" Papa Francesco -Video messaggio a giovani

Da Rocco Hunt a Francesca Michielin, «tutti pazzi» per i selfie con Papa Francesco che si è prestato all'ormai immancabile rito dell'autoscatto con i giovani cantanti impegnati nel concerto in programma stasera allo Stadio Olimpico. «Uno dei giorni più belli della mia vita. Grazie Papa Francesco!», ha scritto su Twitter il rapper salernitano Rocco Hunt, postando - per l'appunto - un selfie con Papa Bergoglio, subito diventato virale.
Molti sono stati gli artisti protagonisti della serata: Lorenzo Fragola, Francesca Michielin, Arisa, Giovanni Caccamo, Moreno, Deborah Iurato, Shari, Dear Jack, Fuoricontrollo e Andrea D'Alessio.

Si sono alternate testimonianze di riflessione e attenzione alla vita da parte di rappresentanti del mondo del cinema, dello sport e dell'astronomia.

Il maggiore Luca Parmitano durante la festa dei ragazzi all'Olimpico a raccontare la sua esperienza di astronauta: assieme a Letizia Davoli si è collegato con Houston dove c'è l'astronauta Paolo Nespoli.

  video

Il regista Gianfranco Rosi sul palco dell'Olimpico ha parlato del suo film Fuocoammare, premiato con l'Orso d'oro per il miglior film al Festival di Berlino.

  video

Domenica il Giubileo dei ragazzi è proseguito con la Messa con Papa Francesco alle 10.30 in piazza San Pietro e con la visita alle tende della Misericordia allestite in 7 piazze del centro storico di Roma per raccontare ai pellegrini e ai cittadini di Roma testimonianze di opere di misericordia spirituale e corporale.


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Papa Francesco Giubileo dei ragazzi e delle ragazze - Omelia e Regina Coeli "Grazie per la vostra gioiosa e chiassosa testimonianza. Andate avanti con coraggio!" - 24/04/2016 (foto, testi e video)



In piazza San Pietro blindata da severe misure di sicurezza, Papa Francesco ha celebrato la messa per il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze dai 12 ai 16 anni, giunti ieri a Roma da tutto il mondo per tre giorni di festa e fede. 
L’omelia di Papa Francesco è stata densa con alcuni passaggi a braccio e molti applausi. 
Francesco ha usato le parole semplici di un prete tra i preti, come ha fatto sabato durante il concerto allo stadio Olimpico con il video messaggio in diretta e durante la confessione improvvisata ai ragazzi vicino al colonnato del Bernini sabato mattina, quando si è seduto vicino agli altri parroci per confessare i ragazzi prima di passare sotto alla Porta Santa. 
Alla messa anche turisti, romani e pellegrini “anziani”: gremite piazza San Pietro e via della Conciliazione fino a metà strada, con un bilancio di almeno 120 mila persone presenti.

  video

L'omelia di Papa Francesco

«Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Cari ragazzi e ragazze, che grande responsabilità ci affida oggi il Signore! Ci dice che la gente riconoscerà i discepoli di Gesù da come si amano tra di loro. L’amore, in altre parole, è la carta d’identità del cristiano, è l’unico “documento” valido per essere riconosciuti discepoli di Gesù. L’unico documento valido. Se questo documento scade e non si rinnova continuamente, non siamo più testimoni del Maestro. Allora vi chiedo: volete accogliere l’invito di Gesù a essere suoi discepoli? Volete essere suoi amici fedeli? Il vero amico di Gesù si distingue essenzialmente per l’amore concreto; non l’amore “nelle nuvole”, no, l’amore concreto che risplende nella sua vita. L’amore è sempre concreto. Chi non è concreto e parla dell’amore fa una telenovela, un teleromanzo. Volete vivere questo amore che Lui ci dona? Volete o non volete? Cerchiamo allora di metterci alla sua scuola, che è una scuola di vita per imparare ad amare. E questo è un lavoro di tutti i giorni: imparare ad amare.

Anzitutto, amare è bello, è la via per essere felici. Però non è facile, è impegnativo, costa fatica. Pensiamo, ad esempio, a quando riceviamo un regalo: questo ci rende felici, ma per preparare quel regalo delle persone generose hanno dedicato tempo e impegno, e così, regalandoci qualcosa, ci hanno donato anche un po’ di loro stesse, qualcosa di cui hanno saputo privarsi. Pensiamo anche al dono che i vostri genitori e animatori vi hanno fatto, permettendovi di venire a Roma per questo Giubileo dedicato a voi. Hanno progettato, organizzato, preparato tutto per voi, e questo dava loro gioia, anche se magari rinunciavano a un viaggio per loro. Questa è la concretezza dell’amore. Amare infatti vuol dire donare, non solo qualcosa di materiale, ma qualcosa di se stessi: il proprio tempo, la propria amicizia, le proprie capacità.

Guardiamo al Signore, che è invincibile in generosità. Riceviamo da Lui tanti doni, e ogni giorno dovremmo ringraziarlo... Io vorrei chiedervi: voi ringraziate il Signore ogni giorno? Anche se noi ci dimentichiamo, Lui non si scorda di farci ogni giorno un dono speciale. Non è un regalo da tenere materialmente tra le mani e da usare, ma un dono più grande, per la vita. Che cosa ci dona il Signore? Ci dona la sua amicizia fedele, che non ci toglierà mai. E’ l’amico per sempre, il Signore. Anche se tu lo deludi e ti allontani da Lui, Gesù continua a volerti bene e a starti vicino, a credere in te più di quanto tu creda in te stesso. Questa è la concretezza dell’amoreche ci insegna Gesù. E questo è tanto importante! Perché la minaccia principale, che impedisce di crescere bene, è quando a nessuno importa di te - è triste, questo -, quando senti che vieni lasciato in disparte. Il Signore invece è sempre con te ed è contento di stare con te. Come fece con i suoi giovani discepoli, ti guarda negli occhi e ti chiama a seguirlo, a “prendere il largo” e a “gettare le reti” fidandosi della sua parola, cioè a mettere in gioco i tuoi talenti nella vita, insieme con Lui, senza paura. Gesù ti aspetta pazientemente, attende una risposta, attende il tuo “sì”.

Cari ragazzi, alla vostra età emerge in voi in modo nuovo anche il desiderio di affezionarvi e di ricevere affetto. Il Signore, se andate alla sua scuola, vi insegnerà a rendere più belli anche l’affetto e la tenerezza. Vi metterà nel cuore un’intenzione buona, quella di voler bene senza possedere, di amare le persone senza volerle come proprie, ma lasciandole libere. Perché l’amore è libero! Non c’è vero amore che non sia libero! Quella libertà che il Signore ci lascia quando ci ama. Lui è sempre vicino a noi. C’è sempre infatti la tentazione di inquinare l’affetto con la pretesa istintiva di prendere, di “avere” quello che piace; e questo è egoismo. E anche la cultura consumistica rafforza questa tendenza. Ma ogni cosa, se la si stringe troppo, si sciupa, si rovina: poi si rimane delusi, con il vuoto dentro. Il Signore, se ascoltate la sua voce, vi rivelerà il segreto della tenerezza: prendersi cura dell’altra persona, che vuol dire rispettarla, custodirla e aspettarla. E questa è la concretezza della tenerezza e dell’amore.

In questi anni di gioventù voi avvertite anche un grande desiderio di libertà. Molti vi diranno che essere liberi significa fare quello che si vuole. Ma qui bisogna saper dire dei no. Se tu non sai dire di no, non sei libero. Libero è chi sa dire sì e sa dire no. La libertà non è poter sempre fare quello che mi va: questo rende chiusi, distanti, impedisce di essere amici aperti e sinceri; non è vero che quando io sto bene tutto va bene. No, non è vero. La libertà, invece, è il dono di poter scegliere il bene: questa è libertà. E’ libero chi sceglie il bene, chi cerca quello che piace a Dio, anche se è faticoso, non è facile. Ma io credo che voi giovani non abbiate paura delle fatiche, siete coraggiosi! Solo con scelte coraggiose e forti si realizzano i sogni più grandi, quelli per cui vale la pena di spendere la vita. Scelte coraggiose e forti. Non accontentatevi della mediocrità, di “vivacchiare” stando comodi e seduti; non fidatevi di chi vi distrae dalla vera ricchezza, che siete voi, dicendovi che la vita è bella solo se si hanno molte cose; diffidate di chi vuol farvi credere che valete quando vi mascherate da forti, come gli eroi dei film, o quando portate abiti all’ultima moda. La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è una “app” che si scarica sul telefonino: nemmeno la versione più aggiornata potrà aiutarvi a diventare liberi e grandi nell’amore. La libertà è un’altra cosa.

Perché l’amore è il dono libero di chi ha il cuore aperto; l’amore è una responsabilità, ma una responsabilità bella, che dura tutta la vita; è l’impegno quotidiano di chi sa realizzare grandi sogni! Ah, guai ai giovani che non sanno sognare, che non osano sognare! Se un giovane, alla vostra età, non è capace di sognare, già se n’è andato in pensione, non serve. L’amore si nutre di fiducia, di rispetto, di perdono. L’amore non si realizza perché ne parliamo, ma quando lo viviamo: non è una dolce poesia da studiare a memoria, ma una scelta di vita da mettere in pratica! Come possiamo crescere nell’amore? Il segreto è ancora il Signore: Gesù ci dà Se stesso nella Messa, ci offre il perdono e la pace nella Confessione. Lì impariamo ad accogliere il suo Amore, a farlo nostro, a rimetterlo in circolo nel mondo. E quando amare sembra pesante, quando è difficile dire di no a quello che è sbagliato, guardate la croce di Gesù, abbracciatela e non lasciate la sua mano, che vi conduce verso l’alto e vi risolleva quando cadete. Nella vita sempre si cade, perché siamo peccatori, siamo deboli. Ma c’è la mano di Gesù che ci risolleva, che ci rialza. Gesù ci vuole in piedi! Quella parola bella che Gesù diceva ai paralitici: “Alzati!”. Dio ci ha creati per essere in piedi. C’è una bella canzone che cantano gli alpini quando salgono su. La canzone dice così: “Nell’arte di salire, l’importante non è non cadere, ma non rimanere caduto!”. Avere il coraggio di alzarsi, di lasciarci alzare dalla mano di Gesù. E questa mano tante volte viene dalla mano di un amico, dalla mano dei genitori, dalla mano di quelli che ci accompagnano nella vita. Anche Gesù stesso è lì. Alzatevi! Dio vi vuole in piedi, sempre in piedi!

So che siete capaci di gesti di grande amicizia e bontà. Siete chiamati a costruire così il futuro: insieme agli altri e per gli altri, mai contro qualcun altro! Non si costruisce “contro”: questo si chiama distruzione. Farete cose meravigliose se vi preparate bene già da ora, vivendo pienamente questa vostra età così ricca di doni, e senza aver paura della fatica. Fate come i campioni sportivi, che raggiungono alti traguardi allenandosi con umiltà e duramente ogni giorno. Il vostro programma quotidiano siano le opere di misericordia: allenatevi con entusiasmo in esse per diventare campioni di vita, campioni di amore! Così sarete riconosciuti come discepoli di Gesù. Così avrete la carta d’identità di cristiani. E vi assicuro: la vostra gioia sarà piena.

  video dell'omelia

Al termine della celebrazione in Piazza San Pietro, il Papa ha rivolto un saluto ai pellegrini prima della recita del Regina Caeli. Il pensiero del Pontefice è andato in particolare a quanti, laici e religiosi, sono sotto sequestro in Siria e nel mondo. Il Pontefice ha dunque levato un nuovo accorato appello per la loro liberazione. 

Ecco le parole del Papa

Al termine di questa celebrazione giubilare, il mio pensiero si rivolge in modo particolare a voi, cari ragazzi e ragazze. Siete venuti dall’Italia e da diverse parti del mondo per vivere momenti di fede e di fraterna convivialità. Grazie per la vostra gioiosa e chiassosa testimonianza. Andate avanti con coraggio!

Ieri, a Burgos (Spagna), sono stati proclamati Beati il sacerdote Valentín Palencia Marquina e quattro suoi compagni martiri, giovani, uccisi per la loro fede durante la guerra civile spagnola. Lodiamo il Signore per questi suoi coraggiosi testimoni, e per loro intercessione supplichiamolo di liberare il mondo da ogni violenza.

È sempre viva in me la preoccupazione per i fratelli vescovi, sacerdoti e religiosi, cattolici e ortodossi, sequestrati da molto tempo in Siria. Dio Misericordioso tocchi il cuore dei rapitori e conceda quanto prima a quei nostri fratelli di essere liberati e poter tornare alle loro comunità. Per questo vi invito tutti a pregare, senza dimenticare le altre persone rapite nel mondo.

Affidiamo tutte le nostre aspirazioni e le nostre speranze all’intercessione di Maria, Madre di Misericordia.

[Dopo la benedizione:]

Cari giovani, avete celebrato il Giubileo: adesso tornate a casa con la gioia della vostra identità cristiana. In piedi, a testa alta, e con la vostra carta d’identità nelle vostre mani e nel vostro cuore! Che il Signore vi accompagni. E, per favore, pregate anche per me. Grazie.

  video

Dopo il Regina Caeli, Francesco, in papamobile, ha salutato a lungo i tantissimi fedeli presenti fino a metà di Via della Conciliazione.

  video integrale


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«Non esiste vero culto se esso non si traduce in servizio al prossimo» Papa Francesco Udienza Generale 27/04/2016 (Foto, testo e video)


 27 aprile 2016 

“La pace si fa con il sorriso”. Recita così uno degli striscioni issati dai 25mila fedeli accorsi oggi in piazza San Pietro per l’udienza del mercoledì, nonostante il tempo plumbeo e ventoso che incombe su Roma. E il sorriso è il biglietto da visita con cui Papa Francesco ha fatto il suo ingresso all’interno del colonnato del Bernini, poco prima delle 9.30. A bordo della jeep bianca scoperta, ha salutato prima di tutti, come di consueto, i bambini che i solerti uomini della sicurezza vaticana gli hanno porto durante il percorso. Più volte, con i fedeli che si sono affacciati dalle transenne, il Papa ha fatto lo “scambio dello zucchetto”, salutato da un tripudio di bandiere, tra cui anche quelle cinesi e quelle bianco e azzurre dell’Argentina. Tra i piccoli fedeli che Francesco ha baciato e accarezzato, anche un loro coetaneo più grandicello, vestito con il saio bianco della comunione.

Appena sceso dalla “papamobile” per compiere come al solito l’ultimo tratto a piedi, fino al palco al centro del sagrato, il Papa ha salutato una bambina gravemente disabile sdraiata sulla carrozzella e accompagnata dai volontari e dai suoi genitori. Francesco le ha imposto le mani e l’ha benedetta con il segno della Croce sulla fronte.

  video del saluto ai fedeli

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Oggi riflettiamo sulla parabola del buon samaritano (cfr Lc 10,25-37). Un dottore della Legge mette alla prova Gesù con questa domanda: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» (v. 25). Gesù gli chiede di dare lui stesso la risposta, e quello la dà perfettamente: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso» (v. 27). Gesù allora conclude: «Fa’ questo e vivrai» (v. 28).

Allora quell’uomo pone un’altra domanda, che diventa molto preziosa per noi: «Chi è mio prossimo?» (v. 29), e sottintende: “i miei parenti? I miei connazionali? Quelli della mia religione?...”. Insomma, vuole una regola chiara che gli permetta di classificare gli altri in “prossimo” e “non-prossimo”, in quelli che possono diventare prossimi e in quelli che non possono diventare prossimi.

E Gesù risponde con una parabola, che mette in scena un sacerdote, un levita e un samaritano. I primi due sono figure legate al culto del tempio; il terzo è un ebreo scismatico, considerato come uno straniero, pagano e impuro, cioè il samaritano. Sulla strada da Gerusalemme a Gerico il sacerdote e il levita si imbattono in un uomo moribondo, che i briganti hanno assalito, derubato e abbandonato. La Legge del Signore in situazioni simili prevedeva l’obbligo di soccorrerlo, ma entrambi passano oltre senza fermarsi. Erano di fretta… Il sacerdote, forse, ha guardato l’orologio e ha detto: “Ma, arrivo tardi alla Messa… Devo dire Messa”. E l’altro ha detto: “Ma, non so se la Legge me lo permette, perché c’è il sangue lì e io sarò impuro…”. Vanno per un’altra strada e non si avvicinano. E qui la parabola ci offre un primo insegnamento: non è automatico che chi frequenta la casa di Dio e conosce la sua misericordia sappia amare il prossimo. Non è automatico! Tu puoi conoscere tutta la Bibbia, tu puoi conoscere tutte le rubriche liturgiche, tu puoi conoscere tutta la teologia, ma dal conoscere non è automatico l’amare: l’amare ha un’altra strada, occorre l’ intelligenza, ma anche qualcosa di più… Il sacerdote e il levita vedono, ma ignorano; guardano, ma non provvedono. Eppure non esiste vero culto se esso non si traduce in servizio al prossimo. Non dimentichiamolo mai: di fronte alla sofferenza di così tanta gente sfinita dalla fame, dalla violenza e dalle ingiustizie, non possiamo rimanere spettatori. Ignorare la sofferenza dell’uomo, cosa significa? Significa ignorare Dio! Se io non mi avvicino a quell’uomo, a quella donna, a quel bambino, a quell’anziano o a quell’anziana che soffre, non mi avvicino a Dio.
Ma veniamo al centro della parabola: il samaritano, cioè proprio quello disprezzato, quello sul quale nessuno avrebbe scommesso nulla, e che comunque aveva anche lui i suoi impegni e le sue cose da fare, quando vide l’uomo ferito, non passò oltre come gli altri due, che erano legati al Tempio, ma «ne ebbe compassione» (v. 33). Così dice il Vangelo: “Ne ebbe compassione”, cioè il cuore, le viscere, si sono commosse! Ecco la differenza. Gli altri due “videro”, ma i loro cuori rimasero chiusi, freddi. Invece il cuore del samaritano era sintonizzato con il cuore stesso di Dio. Infatti, la “compassione” è una caratteristica essenziale della misericordia di Dio. Dio ha compassione di noi. Cosa vuol dire? Patisce con noi, le nostre sofferenze Lui le sente. Compassione significa “compartire con”. Il verbo indica che le viscere si muovono e fremono alla vista del male dell’uomo. E nei gesti e nelle azioni del buon samaritano riconosciamo l’agire misericordioso di Dio in tutta la storia della salvezza. E’ la stessa compassione con cui il Signore viene incontro a ciascuno di noi: Lui non ci ignora, conosce i nostri dolori, sa quanto abbiamo bisogno di aiuto e di consolazione. Ci viene vicino e non ci abbandona mai. Ognuno di noi, farsi la domanda e rispondere nel cuore: “Io ci credo? Io credo che il Signore ha compassione di me, così come sono, peccatore, con tanti problemi e tanti cose?”. Pensare a quello e la risposta è: “Sì!”. Ma ognuno deve guardare nel cuore se ha la fede in questa compassione di Dio, di Dio buono che si avvicina, ci guarisce, ci accarezza. E se noi lo rifiutiamo, Lui aspetta: è paziente ed è sempre accanto a noi.

Il samaritano si comporta con vera misericordia: fascia le ferite di quell’uomo, lo trasporta in un albergo, se ne prende cura personalmente e provvede alla sua assistenza. Tutto questo ci insegna che la compassione, l’amore, non è un sentimento vago, ma significa prendersi cura dell’altro fino a pagare di persona. Significa compromettersi compiendo tutti i passi necessari per “avvicinarsi” all’altro fino a immedesimarsi con lui: «amerai il tuo prossimo come te stesso». Ecco il Comandamento del Signore.

Conclusa la parabola, Gesù ribalta la domanda del dottore della Legge e gli chiede: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?» (v. 36). La risposta è finalmente inequivocabile: «Chi ha avuto compassione di lui» (v. 27). All’inizio della parabola per il sacerdote e il levita il prossimo era il moribondo; al termine il prossimo è il samaritano che si è fatto vicino. Gesù ribalta la prospettiva: non stare a classificare gli altri per vedere chi è prossimo e chi no. Tu puoi diventare prossimo di chiunque incontri nel bisogno, e lo sarai se nel tuo cuore hai compassione, cioè se hai quella capacità di patire con l’altro.

Questa parabola è uno stupendo regalo per tutti noi, e anche un impegno! A ciascuno di noi Gesù ripete ciò che disse al dottore della Legge: «Va’ e anche tu fa’ così» (v. 37). Siamo tutti chiamati a percorrere lo stesso cammino del buon samaritano, che è figura di Cristo: Gesù si è chinato su di noi, si è fatto nostro servo, e così ci ha salvati, perché anche noi possiamo amarci come Lui ci ha amato, allo stesso modo.

  video della catechesi

Saluti:

...

Saluto i pellegrini di lingua italiana...

Saluto i giovani, specialmente i numerosi alunni delle scuole, gli ammalati e gli sposi novelli. A voi, cari giovani, auguro di essere sempre fedeli al vostro Battesimo, testimoniando la gioia che viene dall’incontro con Gesù. Esorto voi, cari ammalati, a guardare a Colui che ha vinto la morte e che ci aiuta ad accogliere le sofferenze come occasione di redenzione e di salvezza. Invito infine voi, cari sposi novelli, a pensare e vivere la quotidiana esperienza familiare con lo sguardo dell’amore che “tutto scusa e tutto sopporta” (1Cor 13,7).

  testo integrale

  video integrale



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«Sono un uomo o una donna di speranza?» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
22 aprile 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m.

Papa Francesco:
Cristiani a tre dimensioni

Il cristiano, «uomo di speranza», sa e testimonia che «Gesù è vivo» ed «è fra noi», che Gesù prega il Padre «per ognuno di noi» e che «tornerà». Nella messa celebrata a Santa Marta venerdì 22 aprile, Papa Francesco ha così sintetizzato il rapporto tra ogni credente e Gesù risorto. Prendendo spunto dalla liturgia del giorno, il Pontefice ha fatto emergere tre parole fondamentali per la vita cristiana: l’«annuncio», l’«intercessione» e la «speranza».


Innanzitutto l’annuncio. Come si legge anche dalla lettura che riporta un brano degli Atti degli apostoli (13, 26-33), l’annuncio è sostanzialmente «la testimonianza che danno gli apostoli della resurrezione di Gesù». Così Paolo in sinagoga afferma: «Dopo avere adempiuto tutto quanto era stato scritto di lui, lo deposero dalla croce, lo misero nel sepolcro. Ma Dio lo ha resuscitato dai morti ed egli è apparso per molti giorni a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, e questi ora sono testimoni di lui davanti al popolo». Quindi, ha sintetizzato il Pontefice, «l’annuncio è: Gesù è morto ed è risorto per noi, per la nostra salvezza. Gesù è vivo!». Ed è quanto i primi discepoli hanno tramandato «ai giudei e ai pagani del loro tempo» e hanno «testimoniato anche con la loro vita, con il loro sangue».

...

La seconda parola chiave proposta dal Pontefice è l’«intercessione». Lo spunto, questa volta viene dal Vangelo di Giovanni (14, 1-6). Durante la cena del Giovedì santo, infatti, gli apostoli erano tristi, e Gesù disse: «Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Vado a prepararvi un posto». Francesco si è soffermato su questo passo e ha chiesto: «Cosa vuol dire questo? Come prepara il posto Gesù?». Immediata la risposta: «Con la sua preghiera per ognuno di noi: Gesù prega per noi e questa è l’intercessione». È importante, infatti, sapere che «Gesù lavora in questo momento con la sua preghiera per noi». Ha spiegato il Papa: così come una volta Gesù, prima della passione, ha detto: «Pietro io ho pregato per te», così «adesso Gesù è l’intercessore fra il Padre e noi».

Ma, a questo punto, viene da chiedersi: «E come prega Gesù?». Quella di Francesco è stata una risposta del tutto «personale» — «una cosa mia», ha specificato, «non è un dogma della Chiesa» — e coinvolgente: «Io credo che Gesù faccia vedere le piaghe al Padre, perché le piaghe se le è portate con sé, dopo la resurrezione: fa vedere le piaghe al Padre e nomina ognuno di noi». Secondo il Pontefice, si può immaginare così la preghiera di Gesù. E il cristiano è animato da questa consapevolezza: «in questo momento Gesù intercede per noi».

Infine, la terza dimensione: quella della speranza. È ancora il Vangelo del giorno che la offre alla meditazione. Gesù dice: «Vado a prepararvi un posto» e aggiunge: «Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono Io siate anche voi». Ecco la speranza del cristiano. Gesù dice: «Io verrò!». Ha spiegato il Papa: «Il cristiano è una donna, è un uomo di speranza» proprio perché «spera che il Signore torni». A tale riguardo, ha aggiunto il Pontefice, «è bello» notare «come incomincia e come finisce la Bibbia». All’inizio si legge: «Nel principio...», cioè «quando incominciarono le cose». E l’Apocalisse termina «con la preghiera: “Vieni Signore Gesù». Tutta la Chiesa, infatti, «è in attesa della venuta di Gesù: Gesù tornerà». Questa, ha detto il Pontefice, «è la speranza cristiana».

Perciò, ha concluso il Papa sintetizzando la sua meditazione, ognuno può domandarsi: «Com’è l’annuncio nella mia vita? Com’è il mio rapporto con Gesù che intercede per me? E com’è la mia speranza? Ci credo davvero che il Signore è risorto? Credo che prega il Padre per me?»; e infine: «Credo davvero che il Signore tornerà». In altre parole: «credo nell’annuncio? Credo nell’intercessione? Sono un uomo o una donna di speranza?».

(Fonte: L'Osservatore Romano)

  video


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«Le sorprese dello Spirito» - Papa Francesco - S. Messa Cappella della Casa Santa Marta - (video e testo)


S. Messa - Cappella della Casa Santa Marta, Vaticano
28 aprile 2016
inizio 7 a.m. fine 7:45 a.m. 

Papa Francesco:
Novità e resistenze

Dalla Pentecoste in poi il «protagonista della Chiesa» è lo Spirito Santo: è lui che «muove tutto», che aiuta «a essere forti nel martirio» ma anche a «vincere le resistenze» che possono emergere all’interno della stessa comunità cristiana. È la storia di un cammino — percorso dalla Chiesa dalle origini ai giorni nostri — quella che ha raccontato Papa Francesco nell’omelia tenuta durante la messa celebrata a Santa Marta giovedì 28 aprile. Una strada che, sin dalle prime discussioni fra gli apostoli, è stata segnata da alcuni atteggiamenti: «riunirsi», «ascoltarsi», «discutere», «pregare e decidere» con lo spirito Santo. È, ha sottolineato il Pontefice, la strada «della sinodalità», nella quale «si esprime la comunione della Chiesa» che è opera dello Spirito.


«Il protagonista della Chiesa, del lavoro della Chiesa, della crescita della Chiesa» è lo Spirito. Come ha ricordato il Papa, è questo un dato che emerge chiaramente dalle Scritture. È lui, infatti, «che dal primo momento ha dato la forza agli apostoli, uno a uno, di proclamare il Vangelo, il nome di Gesù». Lo Spirito «disse a Filippo: “Vai per quella strada, dove era il proselito etiope e senti...”»; ugualmente inviò Pietro a Cesarea e a Paolo «disse: “Vieni in Macedonia”, in un sogno». Proprio lì, dove Paolo e Sila vennero incarcerati, fu sempre lo Spirito a muovere il cuore del carceriere il quale, di fronte a eventi straordinari — negli Atti degli apostoli si legge: «D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti» (16, 26) — chiese il battesimo.

Ha concluso il Pontefice: «È lo Spirito che fa tutto, lo Spirito che porta la Chiesa avanti». Ma, ha aggiunto, la porta avanti «anche nel confrontarsi con i suoi problemi». Così, «quando scoppia la persecuzione, dopo il martirio di Stefano, per esempio, è lo Spirito che dà la forza ai credenti per rimanere nella fede». Ed è ancora lui «che fa fuggire i credenti da Gerusalemme, dopo il martirio di Stefano» e li spinge a «portare la fede in Gesù in altri posti».

Anche nel brano proposto dalla liturgia del giorno, tratto dagli Atti degli apostoli (15, 7-21), si incontra l’azione dello Spirito «che porta avanti la Chiesa; e la porta avanti in momenti di pace, gioiosi, di conversione, ma anche nei momenti difficili di persecuzione e anche di resistenze e di accanimento dei dottori della legge». Nel brano in questione, infatti, si legge della «resistenza di quelli che credevano che Gesù fosse venuto soltanto per il popolo eletto». Essi, udendo che lo Spirito Santo era venuto «sui pagani, sui greci, su quelli che non appartenevano al popolo di Israele», si ribellavano dicendo: «Ma no, questo non si può fare». Pur animati da «buona volontà», facevano «resistenza». Così come quando loro stessi introducevano altre eccezioni: «Ma, sì, è vero, lo Spirito Santo o è venuto su di loro, ma devono percorrere la strada secondo la legge, per arrivare alla grazia, cioè la circoncisione e tutti i riti di appartenenza al popolo d’Israele».

Era una situazione di «grande confusione», innescata da quelle che il Papa ha definito «le sorprese dello Spirito». Cioè «lo Spirito metteva i cuori su una strada nuova» e gli apostoli «si sono trovati in situazioni che mai avrebbero creduto, situazioni nuove». Il problema era: «come gestire queste nuove situazioni?». Non a caso il brano degli Atti comincia specificando: «In quei giorni, poiché era sorta una grande discussione...». Ed era, ha sottolineato Francesco, una discussione «calorosa» perché gli apostoli da una parte «avevano la forza dello Spirito — il protagonista — che spingeva ad andare avanti, avanti, avanti»; ma allo stesso tempo lo Spirito «li portava a certe novità, certe cose che mai erano state fatte», anzi, «neppure le avevano immaginate». Come, ad esempio, il fatto che i pagani potessero ricevere lo Spirito Santo. Perciò si chiedevano: «E cosa facciamo?». Insomma, ha spiegato il Pontefice usando un’espressione comune, «avevano la patata bollente nelle mani, e non sapevano che fare».

Negli Atti si legge quindi di come per questo motivo si tenne una riunione nella quale ognuno raccontò «la propria esperienza — Paolo, Barnaba, Pietro stesso» — e di come alla fine gli apostoli «si sono messi d’accordo». Ma, ha sottolineato il Papa, prima della soluzione finale si nota «una cosa bella: “Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Barnaba e Paolo, che riferivano quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto tra le nazioni, in mezzo a loro». Dal racconto emerge, cioè, un aspetto fondamentale: l’«ascoltare, non avere paura di ascoltare». È importante perché, ha detto Francesco, «quando uno ha paura di ascoltare, non ha lo Spirito nel suo cuore». E soprattutto è importante «ascoltare con umiltà».

Solo «dopo avere ascoltato», infatti, gli apostoli «hanno deciso di inviare alle comunità greche, cioè ai cristiani che sono venuti dal paganesimo», alcuni discepoli «per tranquillizzarli e dirgli: “Sta bene, andate così”». Quindi «si sono messi d’accordo, hanno inviato questi fratelli e hanno deciso di scrivere una lettera». E anche in quella lettera, ha ribadito il Pontefice, «il protagonista è lo Spirito Santo». Tant’è che vi si legge: «È parso allo Spirito Santo e a noi...» e in altre traduzioni: «Lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso...». È chiaro, cioè, che gli apostoli «con lo Spirito guidano la Chiesa».

La lettura del giorno è senz’altro indicativa di quale sia «la strada della Chiesa davanti alle persecuzioni» e anche davanti alle «sorprese dello Spirito, perché lo Spirito sempre ci sorprende». Come si affrontano i problemi? «Con la riunione, l’ascolto, la discussione, la preghiera e la decisione finale. E lì è lo Spirito». Uno stile, una strada seguiti dalle origini «fino a oggi», ogni volta che «lo Spirito ci sorprende» con qualcosa di cui si dice: «mai si è fatto così»; oppure: «si deve fare così».

«Pensate — ha aggiunto il Papa ricorrendo a un esempio “più vicino a noi” — al Vaticano II, alle resistenze che ha avuto il concilio Vaticano II». Anche oggi, ha detto, ci sono «resistenze che continuano in una forma o in un’altra, e lo Spirito che va avanti». Ma «la strada della Chiesa è questa: riunirsi, unirsi insieme, ascoltarsi, discutere, pregare e decidere. E questa è la cosiddetta sinodalità della Chiesa, nella quale si esprime la comunione della Chiesa».

E ancora una volta, ha spiegato Francesco, incontriamo il «protagonista» di sempre. Infatti, «chi fa la comunione? È lo Spirito!»; e «cosa ci chiede il Signore? Docilità allo Spirito», ossia «non avere paura, quando vediamo che è lo Spirito che ci chiama». A volte, anzi, è lo Spirito stesso che «ci ferma» e ci indica la strada giusta. Sicuramente lo Spirito «non ci lascia soli» e «ci dà il coraggio, ci dà la pazienza, ci fa andare sicuri sulla strada di Gesù, ci aiuta a vincere le resistenze e a essere forti nel martirio». Questo Spirito, ha concluso il Papa, «è il dono del Padre, che Gesù ha inviato».

Di qui l’invito finale del Pontefice: «Chiediamo al Signore la grazia di capire come va avanti la Chiesa, di capire come dal primo momento ha affrontato le sorprese dello Spirito» e chiediamo, anche, per ognuno di noi, «la grazia della docilità allo Spirito».

(fonte: L'Osservatore Romano)
  video


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Le truppe ultra-tradizionaliste non hanno retto: il Papa venuto dalla fine del mondo non gli piace, non gli è mai piaciuto per la verità, solo che ora il brusio di fondo, il malcontento che si sentiva come un rumore in lontananza, è esploso.

  Francesco Peloso:   Nella Chiesa cresce il malumore per il “Papa eretico”


Il teologo Küng aveva scritto a Bergoglio chiedendogli una riflessione: «Mi ha risposto con una lettera fraterna, apprezzando le mie considerazioni»

  Gian Guido Vecchi:   Francesco apre il caso dell'infallibilità del Papa

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