Il signorino
Quando andava nella tenuta di Gigliola, a Montespertoli, il giovane Lorenzo Milani era Òil signorinoÓ; la proprietˆ conteneva la villa padronale, la fattoria e 24 poderi coltivati a mezzadria. Il tutto � stato documentato ampiamente, in una pubblicazione che �, per la gran parte, una raccolta di testimonianze riassunte dal titolo Gli anni del privilegio.[1] Eccone qui alcune:
ÇFin da piccolino si arrabbiava perchŽ non voleva vedere differenze. Per esempio, quando la cameriera veniva a portargli la merenda, lui si risentiva perchŽ noi figli di contadini non lÕavevamoÉ Quando il fattore partiva il prosciutto per fargli la merenda, lui apriva porte e cancelli e voleva che fosse dato da mangiare a tutti facendo arrabbiare il fattore. Non voleva che noi figli di contadini si fosse servili con lui perchŽ era il figlio del padrone. Si arrabbiava quando giocava a tennis se vedeva che noi gli si raccattava le palline e se le andava a prendere da sŽÈ. (Radiana Simoncini)
ÇSe veniva lui a Gigliola, si raccomandava alla mamma che tenesse aperti i cancelli, perchŽ voleva che il campo da tennis fosse messo a disposizione dei ragazzi del paese. E tutte le mattine era pieno di giovaniÉÈ. (Ubaldina Signorini)
ÇIo ero figlia di contadini e si stava in un podere dei Milani. Lorenzo era buono, mi voleva sempre dare qualcosa, soprattutto i suoi balocchi. Ha cominciato a venire da noi quando era un giovanottino, avrˆ avuto 15-16 anniÉ Lorenzo non entrava nelle nostre case, ma la nostra miseria la conosceva eccome. E forse � stato nel vedere tanta miseria che, in seguito, ha scelto di fare una vita cos“ meschina, si era ridotto che sembrava un mendicante. La signora Alice (la mamma) si arrabbiava: ÒGli manda i soldi per custodirsi e lui li dˆ ai poveri!ÓÈ. (Liliana Paciscopi)
ÇA Gigliola, era il fattore a parlare con mio padre; mia nonna riceveva i contadini in fattoria e non in villa. Ricordo bene la fila che attendeva con il cappello in mano. Stavano in fila, lungo il muro, ad attendere di essere ricevuti. É Io mi vergognavo di essere Òla signorinaÓÉ La gran parte della proprietˆ e la villa furono vendute quando avevo nove anniÉ Ma il disagio per le nostre colpe di ÒricchiÓ pervadeva ormai il nostro essere. Lorenzo a Gigliola aveva vissuto, studiato unÕestate dopo esser stato bocciato. Era nata l“ anche per lui la sensazione di essere ÒsbagliatiÓ e dover, a tutti i costi, porvi rimedio?È. (Valeria Milani Comparetti, figlia del fratello maggiore Adriano)
ÇQuando era giˆ grande, veniva a portare la merenda al miÕ figliolo che era piccinoÉÈ. (Libera Guarducci)
ÇLa prima volta che ho visto Lorenzo, lui era ancora un ÒsignorinoÓ della famiglia Milani. Insieme a suo fratello Adriano sfrecciava su due belle biciclette nere da ricchi senza guardare nessuno, viveva letteralmente in un altro mondoÉ Allora aveva 15-16 anni, non di pi�. La metamorfosi cÕ� stata durante la guerra, anche se il mondo dei poveri lÕaveva giˆ colpito in precedenza; sentiva un disagio che poi � sfociato quando ha trovato la fede, che ha dato un senso alla sua vita e alle sue inquietudiniÈ. (don Piero Paciscopi)
ÇHo assistito a diverbi con il fattore che non voleva tutti questi ragazzi in giro per la fattoria, e allora Lorenzo tir˜ su una specie di rete per delimitare il confine della villa con la fattoria e disse al fattore: ÒFin qui la proprietˆ � della mia mamma e faccio venire chi voglioÓ. ÉPoi ci faceva merenda scontrandosi, anche con modi un poÕ dittatoriali, con il fattore, soprattutto per via del pallone. Con i ragazzi per˜ questi atteggiamenti non li aveva mai. Giˆ allora ci diceva che la scuola era alla base del nostro riscatto dalla miseriaÈ. (Vittorio Guerri)
Troviamo in queste testimonianze quasi la premonizione del desiderio, e quasi dellÕassillo interiore, di Çsfondare la cancellata della reggia del riccoÈ perchŽ diventi la casa dei poveri che troveremo nella lettera a Pipetta, e, insieme, una prima sperimentazione Ð nei periodi estivi che Lorenzo trascorre a Gigliola da seminarista Ð di quello che sarˆ il suo impegno/missione di maestro, prima a San Donato di Calenzano e poi a Barbiana: ÇAveva giˆ allora questa idea della cultura come fonte di riscatto sociale, ed eravamo nel 1945-46, cio� prima che cantasse Messa nel 1947. Quando cominci˜ a fare il doposcuola a Gigliola, andavo a trovarlo e, con meraviglia, mi accorsi che i 5 o 6 ragazzi, che radunava intorno a un tavolone di una sala della villa, li faceva esercitare scarabocchiando i suoi disegni di quando era allÕAccademia. Secondo me, lo faceva perchŽ voleva cancellare, anche materialmente, tutto quello che rappresentava il passato. Ormai aveva fatto una scelta di stampo classista, anche se illuminata dalla fedeÈ. (ancora don Paciscopi)
La decisione
Nel tempo della scoperta della fede, Çfino a pigliarsi unÕindigestione di Ges� CristoÈ (sono parole di don Raffaele Bensi), che approderˆ allÕingresso in seminario, prende corpo la relazione spirituale, affettiva, ecclesiale, filiale con il prete che lo accompagnerˆ per tutto il resto della vita. Non � casuale ricordare che questo prete fiorentino era anche guida spirituale e confessore di Giorgio La Pira, arrivato da don Bensi su consiglio di mons. Montini. Fu attraverso Bensi che La Pira scopr“ i poveri di Firenze, quelli che andava a visitare come volontario vincenziano e che saranno uno dei punti focali del suo impegno politico.
é dello stesso periodo un episodio che potremmo ritenere non secondario nel suo cammino verso la povertˆ e il riscatto dei poveri: un giorno, mentre gironzola per le vie di Firenze in cerca di uno scorcio da dipingere in un quartiere popolare, tira fuori il pane per la merenda e una donna affacciata alla finestra lo rimprovera: ÇNon si mangia il pane bianco nelle strade dei poveri!È. Raccontando in seguito lÕepisodio, lo paragonerˆ quasi a unÕapparizione della Madonna.
Nel seminario in tempo di guerra, nonostante lÕentusiasmo che Lorenzo manifesta a pi� riprese scrivendo alla mamma, la vita � dura per il freddo e soprattutto per la carenza alimentare. Per˜, viene abbondantemente fornito di cibarie che arrivano dalla fattoria di Gigliola e lui prontamente stabilisce un modo adatto a non far pesare la sua ricchezza: chiede ai compagni di camerata di mettere in comune tutto quello che ciascuno riceve dalle rispettive famiglie e poi ripartirlo in modo equo tra tutti; nasce quella che fu chiamata Òla CooperativaÓ. Anche se � chiaro da dove proviene la gran parte delle risorse alimentari.
Cappellano a San Donato di Calenzano
Veniamo al tempo di San Donato a Calenzano, allÕimpatto del prete fresco di ordinazione col vissuto reale della gente tra cui arriva il 9 ottobre 1947. Sono due gli aspetti che arricchiscono di piena consapevolezza le attenzioni che giˆ aveva cominciato a coltivare osservando le condizioni di vita dei contadini della fattoria paterna: la casa e il lavoro, a cui sono dedica due dei capitoli delle Esperienze pastorali.[2]
A lui, che aveva vissuto nella grande e bella casa famigliare in centro di Firenze, con le alternative della villa al mare di Castiglioncello e lÕaltra nella fattoria di Gigliola, balza agli occhi la povertˆ, lo squallore, la disperazione di molte case dei suoi parrocchiani. Effettuando la benedizione delle case, incarica uno dei chierichetti di contare in ciascuna casa quanti sono i letti, e poi fa il confronto col numero dei componenti della famiglia che vi abita: ne risalta un quadro sconfortante di promiscuitˆ, con la metˆ delle persone che dormono in un letto e lÕaltra metˆ trascorrono la notte Çmale accucciatiÈ.
SullÕargomento della casa come luogo tipico della povertˆ di tanta parte del suo popolo, don Milani pubblica su Adesso Ð la rivista creata, diretta e in gran parte redatta da don Primo Mazzolari Ð il lungo articolo ÇNatale 1950 Ð Per loro non cÕera postoÈ. Vi elenca una somma di situazioni limite, estrema povertˆ a fronte della grande ricchezza dei pochi proprietari, estrema disuguaglianza che lo porta ad attaccare il diritto di proprietˆ elevato ad assoluto, poichŽ tale diritto Ð afferma lÕautore Ð non dovrebbe mai servire Ça difendere la proprietˆ dei ricchi, cio� di chi ce lÕha giˆ, ma solo a volerla a chi non lÕhaÈ. E ricorda il principio della dottrina sociale risalente a Tommaso dÕAquino secondo cui Çin caso di estrema necessitˆ, tutto � comuneÈ.
A proposito del lavoro, anche questo trattato in Esperienze pastorali nel capitolo successivo a quello sulla casa, sono emblematiche due lettere: la Lettera a don Piero in appendice del volume e lÕaltra Ð sempre pubblicata da don Mazzolari su Adesso Ð ÇFranco, perdonaci tutti: comunisti, industriali, pretiÈ.
(Non � casuale la sintonia, non solo letteraria, trai due preti, entrambi bistrattati a pi� riprese dallÕufficialitˆ ecclesiastica. A cui ha saputo rimediare da par suo papa Francesco, onorando la memoria di entrambi con la visita a Bozzolo e a Barbiana il 20 giugno 2017).
Le due le lettere furono scritte a partire dallÕosservazione di quello che era il lavoro in fabbrica nellÕhinterland pratese, caratterizzato dallÕespansione del tessile, e dalla condivisione delle fatiche, dello sfruttamento e dei soprusi di cui sono vittime alcuni dei suoi ragazzi.
Senza addentraci nelle radicali proposte di soluzione Ð e nelle scelte che la Chiesa e i cristiani potrebbero/dovrebbero fare Ð, ci˜ che appare evidente � la scelta sempre pi� chiara e irrinunciabile di carattere sia religioso che sociale di don Milani: la presa di coscienza, la denuncia, il riscatto. Da promuovere con determinazione assoluta, a partire dai giovani, accompagnandoli in quello che sarˆ per loro un cammino di una cultura attenta allo studio della realtˆ.
La scuola popolare
Questo avverrˆ con la scuola popolare, vissuta come alternativa al divertimento proposto da moltissime parrocchie, facendo a gara con le case del popolo dei comunisti per attrarre la giovent�.
LÕobiettivo da perseguire, a cui conquistare i giovani, � farne dei protagonisti, artefici della propria e dellÕaltrui uscita dalla povertˆ e dalla sudditanza attraverso lo studio, la cultura, la conoscenza, la capacitˆ di esprimersi a partire dalla centralitˆ della Parola. Sostantivo sacro per un credente, tanto pi� col retroterra dellÕAntico Testamento. Ma che mantiene una sua sacralitˆ laica, civile, umana per dare senso allÕagire per il bene non individuale ma sociale, collettivo, di popolo.
Per don Milani, il compito dellÕevangelizzatore va distinto da quello del maestro, nella convinzione che Çquando un giovane operaio e contadino ha raggiunto un sufficiente livello di istruzione civile non occorre fargli lezione di religioneÉ Il problema si riduce a turbargli lÕanima verso i problemi religiosiÈ. PerchŽ, altra sua affermazione perentoria, Çda bestie si pu˜ diventare uomini, e da uomini santi. Ma da bestie a santi dÕun passo solo non si pu˜ diventareÈ. E cos“ distingue la scuola popolare dal catechismo, e nessuno � obbligato a passare dalla scuola alla canonica.
LÕinsegnamento allÕinizio � sulle materie di immediata utilitˆ pratica, richieste dai ragazzi. Ma sarˆ vincente la strategia milaniana, che punta sulla lingua, perchŽ il povero sia in grado di sconfiggere la tirannia di chi sa pi� vocaboli di lui. E poi la scuola spazierˆ su tantissimi argomenti, e ogni venerd“ saranno ospiti amici di don Lorenzo: il giudice Meucci, Mario Gozzini, Giorgio La Pira. E non solo cattolici, ma anche intellettuali laici come Agostino Ammannati e Gaetano ArfŽ.
La particolarissima sintonia con La Pira � evidente, basti pensare al modo di pensare lÕimpegno politico a partire da ÇLÕattesa della povera genteÈ. E cos“ la sua attenzione alla politica della casa fin da quando, da sottosegretario al lavoro, � di fatto lÕautore del cosiddetto ÇPiano FanfaniÈ; e al suo impegno di sindaco, per evitare la chiusura di due fabbriche, la Pignone e la Galileo. Fedele al motto che Çnella cittˆ un posto ci deve essere per tutti: una casa per amare, unÕofficina per lavorareÉÈ.
Come ci sarˆ tra i due analoga sensibilitˆ in favore degli obiettori di coscienza allÕuso delle armi: il prete con le due lettere ai cappellani militari e ai giudici a seguito dellÕaccusa di istigazione a delinquere per essersi schierato dalla parte degli obiettori,[3] il sindaco organizzando con un escamotage la proiezione del film Non uccidere di Claude Autant-Lara, presentato a Venezia ma ritirato dalla censura per apologia di reato.
Priore a Barbiana
Quando il suo campo di azione si sposta, per decisioni dallÕalto duramente sofferte ma subito accolte nella nuova dura realtˆ di Barbiana, il fare scuola di don Lorenzo � ancor pi� chiaramente finalizzato al riscatto sociale di quelli che subito gli appaiono come Çi paria italianiÈ.
In quel posto dimenticato da Dio e dagli uomini, il fare scuola di don Milani ha ancora pi� ragione di radicarsi, sviluppando in pienezza quello che � stato definito il suo Çclassismo evangelicoÈ. Quello che, alla fine, gli farˆ dire di aver voluto pi� bene a quei ragazzi che a Dio, sperando per˜ che Lui Çabbia scritto tutto al suo contoÈ.
é a Barbiana che raccoglie e pubblica le Esperienze Pastorali fatte a Calenzano, e da Barbiana uscirˆ lÕaltro testo fondamentale (non firmato, perchŽ opera di tutta la scuola attraverso il metodo della scrittura collettiva) Lettera a una professoressa.[4]
Ed � nella Çrepubblica di BarbianaÈ che si sviluppano e si affinano ulteriormente sia la metodologia pedagogica, sia la finalizzazione dello studio.
I ragazzi arrivano in canonica dalle case poderali sparse sui fianchi del Monte Giovi per ricevere dal priore parola, cultura, dignitˆ, consapevolezza dei propri diritti e doveri, conoscenze tecniche, linguistiche, storiche, geografiche, astronomiche, artistiche, musicaliÉ (per alcuni, come nel caso di due fratelli orfani, assumerˆ, a pieno titolo, il ruolo di padre). Una cosa che colpisce i ragazzi, e pi� ancora i loro genitori, � che don Lorenzo fa scuola in quella che era la stanza del salotto buono, dove il parroco precedente riceveva solo le persone importanti. LÕex signorino ora � libero di spalancare ai poveri il salotto buono!
Diventa chiaro ed esplicito che a quella scuola non si va solo a imparare per sŽ e a coltivare i propri interessi, ma Çper cercare il sapere solo per usarlo a servizio del prossimo, per es. dedicarci da grandi allÕinsegnamento, alla politica, al sindacato, allÕapostolatoÉ e ci si schiera sempre dalla parte dei pi� deboli: africani, asiatici, meridionali, italiani, operai, contadini, montanariÉÈ.
Per fare tutto questo, bisogna saper comunicare, per cui le lingue sono la materia principale, lÕitaliano e le lingue straniere; lo scopo � che tutti i poveri del mondo si intendano e comunichino tra loro, cos“ che non ci siano pi� ÇnŽ oppressori, nŽ patrie, nŽ guerreÈ[5] (i ragazzi di Barbiana ai ragazzi di Piadena, la scuola di Mario Lodi). E, a parte i ragazzi alle prime armi, tutti quelli che hanno progredito nellÕapprendere diventano i maestri dei loro compagni pi� piccoli: la cultura non si tiene per sŽ!
Se, nel lavoro a Calenzano, don Milani ha puntato a dare agli alunni strumenti anche immediati per la difesa dei diritti e lÕimpegno sociale e civile, a Barbiana guarda pi� in profonditˆ e pi� lontano. Per˜ senza perdere il contatto col quotidiano, anche se da un angolo di mondo pi� defilato.
Tutti i giorni si leggono i giornali, e poi non mancano occasioni per stimolare i ragazzi allÕimpegno pratico, conseguente a ci˜ che studiano, e allÕatteggiamento costante di conoscere la realtˆ e incidere su di essa.
Emblematica � la vicenda del ponte di Luciano, un ragazzo che, ogni giorno, arriva a Barbiana dopo unÕora e mezza di cammino nel bosco, dovendo superare un torrente attraverso una passerella precaria, che un bel giorno dÕinverno si capovolge e Luciano arriva a Barbiana semiassiderato. Il priore provoca i ragazzi a rivendicare almeno il diritto a un ponte, mentre i loro coetanei del comune di Vicchio hanno i pulmini, la mensa e il riscaldamento.
E cos“, dopo aver invitato a Barbiana alcuni sindacalisti per farsi spiegare come condurre una rivendicazione, i ragazzi si organizzano e vanno a manifestare in paese, in giorno di mercato per non passare inosservati. E ottengono dal sindaco la costruzione di una passerella sicura, con i genitori che collaborano con gli operai inviati dal comune.
LÕintensa cura dei ragazzi di Barbiana non distoglie don Lorenzo da una fitta serie di contatti con i quali il suo modo di intendere i poveri e la povertˆ � contagioso per molti. Faccio ricorso a un episodio e a una lettera.
LÕepisodio
Ogni anno, portava i ragazzi di Barbiana perchŽ facessero esperienze e incontri significativi; una volta, la meta � Milano dove don Milani tiene contatti significativi con due famiglie dellÕalta borghesia cattolica ambrosiana, i Brambilla e gli Ichino.
I ragazzi Ð che andranno a visitare la Pirelli e la Siemens e ad assistere a unÕopera alla Scala Ð sono ospiti in casa Ichino ed � interessante il racconto che il piccolo Pietro Ichino ne fa: ÇMi sentivo coinvolto totalmente nel gruppo degli allievi di don Lorenzo, ambivo a essere considerato come uno di loroÉ don Lorenzo si era proposto lÕobiettivo di rovesciare nei suoi ragazzi poveri e montanari il senso di inferioritˆ nei confronti dei ragazzi borghesi di cittˆÉ far s“ che fossi io a provare un senso di inferioritˆ nei loro confrontiÉ Che in quella compagnia di montanari poveri io fossi il figlio degli avvocati, il privilegiatoÉ per quanto io mi fossi sforzato di omologarmi a loro, non potevo scrollarmelo di dossoÈ.
Del momento in cui si avvicina la partenza, mentre i ragazzi, don Lorenzo e la famiglia ospitante sono tutti riuniti nel soggiorno della loro bella casa, Pietro Ichino ha ancora vivo questo ricordo: ÇDon Lorenzo, facendo un gesto circolare per indicare tutto quel benessere, mi disse: ÒPer tutto questo non sei ancora in colpa; ma dai ventun anni (lÕetˆ nella quale allora si diventava maggiorenni), se non restituisci tutto, incomincia a essere peccatoÓÈ.[6]
E cos“ Pietro Ichino, dopo la laurea in giurisprudenza e la tesi in diritto del lavoro, anzichŽ iniziare la professione nel prestigioso studio paterno, va a fare lÕavvocato dei metalmeccanici della CGIL e della CISL dellÕhinterland milanese.
La lettera
Don Lorenzo scrive a Simona (nome cambiato) nel giorno del matrimonio con Serafino, un medico che, caso rarissimo, non viene da una famiglia benestante ma � cresciuto alla ÇMadonnina del GrappaÈ di don Facibeni.
Stralci della lettera: ÇÉvedrai che, in questo mondo infelice, ricchezza e istruzione viaggiano sempre a braccetto. Chi � pi� istruito guadagna pi� quattrini, chi ha pi� quattrini fa pi� studiare i suoi figlioli. É Ogni giorno amici, colleghi, giornali, libri congiureranno per corrompere il tuo Serafino. Farne un dottore come tutti, farne un animale simile a loroÉ Non farti dare del tu dalle spose dei dottori, dei maestri, dei farmacisti del tuo paeseÉ Spia ci˜ che leggono e come vivono, ma solo per essere sicuraÉ di non vivere mai come vivono loro. Quando le cose vi andranno un poÕ per il verso e comincerˆ a esserci qualche soldo dÕavanzo, non sognare elettrodomestici per la tua casa. Pensa piuttosto ad attrezzare un ambulatorio ricco di tutto ci˜ che pu˜ alleviare ai poveri spese e sofferenzeÉ Spero che mi avrai capito. Che farai che la tua casa sia povera e benedetta dai poveri e Dio penserˆ a tutto il resto. Se i poveri saranno con te, anche Lui sarˆ con te e se Lui sarˆ con te di cosa hai paura? Hai avuto stamani la benedizione del PadreÉ cercati ora la benedizione dei poveriÈ.[7]
Preti e povertˆ
Molti preti, almeno al tempo di don Milani, in molte parti dÕItalia erano di estrazione popolare, soprattutto da famiglie contadine o comunque di condizioni economiche modeste.
Raccontava un vecchio parroco che lÕidea iniziale di andare in seminario gli venne vedendo che il suo parroco aveva le scarpe di cuoio, mentre suo padre e molti altri uomini del paese avevano gli zoccoli di legno. Poi, in seminario, aveva capito che la vocazione era altro, per˜ quellÕidea delle scarpe se la portava dietroÉ
In un modo o in un altro, diventare preti voleva dire per alcuni (o per parecchi?) avanzare nella scala sociale, accedere a livelli di istruzione impossibili per molti dei propri coetanei. E, diventati parroci, condurre una vita abbastanza agiata, sicuramente al di sopra della media.
Certamente, per il ÒconvertitoÓ Lorenzo Milani non fu cos“, il suo diventare prete lo visse facendo suo, in certa misura, quello che Paolo afferma di Ges� nella lettera ai Filippesi: Çnon ritenne la sua condizione un privilegioÉ ma spogli˜ sŽ stessoÈ.
E fin dagli inizi, a San Donato di Calenzano, lo manifestava con sobrietˆ e austeritˆ quasi maniacali rifiutando ogni ancorchŽ minimo privilegio, viaggiando su una bicicletta sgangherata, dichiarando che avrebbe avuto unÕautomobile solo quando lÕavessero avuta tutti i suoi parrocchianiÉ
Veramente, oltre a difendere i poveri e battersi per il loro riscatto, aveva sposato la povertˆ.
Un altro grande prete toscano, di una decina dÕanni pi� vecchio di lui, don Arturo Paoli, era assai critico sul fatto che la Chiesa, mentre chiede ai suoi ministri lÕimpegno del celibato e la promessa di obbedienza, per la povertˆ lasci ciascuno libero di comportarsi come meglio credeÉ anche di essere ricco.
E cos“, senza la scelta della povertˆ, cÕ� il rischio di vivere gli altri due obblighi come tasse da pagare per far parte di un club di privilegiati. Per don Lorenzo � stato davvero Ð come dichiara ai suoi ragazzi sul letto di morte Ð Çil cammello passato per la cruna dellÕagoÈ.
La testimonianza di don Bensi
ÇLa sua capacitˆ di annullarsi fra i poveri, fra i ragazzi e fra la gente senza nome e senza importanza. A lui � sempre bastato amare, sino alla fine, pochi ragazzi: non ha mai preteso di amare lÕumanitˆ, e lo ha scritto chiaro tante volte.
Ricordo un giorno che capitai a Barbiana senza preavviso, verso sera, quandÕera giˆ attaccato dal cancro. Lo trovai, come al solito, nella stanza che serviva da scuola. Era steso nel buio su un pagliericcio. Accanto aveva una donna, la vecchia scema del paese, e i ragazzi meno intelligenti. Erano l“ tutti in silenzio, con gli occhi fissi su di me, come se stessero assaporando sino in fondo la loro sofferenza, la loro solitudine, la loro sconfitta umana. E lui era uno di loro, non diverso, non migliore: ed era giˆ condannato a morte. Mi vennero i brividi.
Capii allora, pi� che in qualunque altro momento, il prezzo della sua vocazione, lÕabisso del suo amore per quelli che aveva scelto e che lo avevano accettato. LÕuomo che sapeva tante lingue, in grado di parlare di teologia, di filosofia, dÕarte, di letteratura, dÕastrologia, di matematica, di politica come pochi altri, l“, nel buio di quella stanza, accanto a quei ÒmostriÓ, fu per me, e rimane, lÕimmagine pi� eroica del cristiano e del sacerdoteÈ.[8]
La povertˆ, allora e ora
Faccio riferimento a due recenti articoli sul Çil TirrenoÈ di Alessandro Volpi, docente di scienze politiche allÕUniversitˆ di Pisa: ÇIl sistema finanziario genera ricchezza sempre ai soliti notiÈ (13.2.24) e ÇIl paradiso dei super ricchi costruito con lÕassenso della politica italianaÈ (20.2.24). Cito soltanto un dato tra i diversi presentati: poche migliaia di famiglie detengono il 35% della ricchezza italiana e il 50% di tale ricchezza � di natura finanziaria, su cui tali famiglie non pagano pressochŽ imposte.
E abbiamo tutti ben presenti i dati sulla crescita della povertˆ Ð non solo relativa, ma anche assoluta Ð periodicamente forniti sia dalla Banca dÕItalia, sia dai rapporti di Caritas italiana e di molte Caritas diocesane. In particolare, quei dati secondo cui, se � povero un italiano su 10, lo � quasi un minore su 7; che tra le principali cause di caduta in povertˆ cÕ� la mancanza di casa e di lavoro; che un quarto delle famiglie con tre o pi� figli � sotto la linea della povertˆ.
Mi faccio una domanda: come reagirebbe oggi a tutto questo don Lorenzo? Forse citerebbe il Salmo 49: ÇlÕuomo nella prosperitˆ non comprende, � come le bestie che muoionoÈ. PerchŽ quei ragazzi, che egli voleva far diventare da bestie uomini e da uomini santi, di nuovo rischiano di essere condannati a rimanere bestie.
Don Lorenzo Milani muore nel 1967. La Caritas italiana viene costituita dalla CEI, per ferma volontˆ di Paolo VI, nel 1972, Çin vista dello sviluppo integrale dellÕuomo, della giustizia sociale e della pace, con particolare attenzione agli ultimi e con prevalente funzione pedagogicaÈ (art. 1 dello Statuto).
Ripercorrere la vita del prete fiorentino e le scelte qualificanti del suo ministero, sempre schierato dalla parte degli ultimi, fa di lui il profeta di un compito che pochi anni dopo tutta la Chiesa italiana avrebbe assunto, dando vita a questo suo organismo pastorale.
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[2] Don Lorenzo Milani, Esperienze pastorali, Libreria Editrice Fiorentina.
[3] LÕobbedienza non � pi� una virt�, documenti del processo di don Milani, Libreria Editrice Fiorentina.
[4] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina.
[5] Lettere di don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, a cura di Michele Gesualdi, San Paolo.
[6] Pietro Ichino, La casa nella pineta, Giunti 2018.
[7] LettereÉ
[8] Nazareno Fabretti, Don Mazzolari, Don Milani. I disobbedienti, Bompiani 1972.