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MARIA

Donna dei nostri giorni

Maria, donna dell'ultima ora

di Don Tonino Bello

«Nunc et in hora mortis nostrae».

In latino suona meglio. Soprattutto quando l'Ave Maria viene cantata. Sembra allora che la corrente melodica dilaghi in un estuario di tenerezza, e concentri nelle ultime quattro parole le piĚ sanguinanti implorazioni dell'uomo.

«Adesso e nell'ora della nostra morte».

Anche in italiano non Ź da meno. Soprattutto quando, irrompendo le ombre della sera, l'Ave Maria viene recitata dal popolo dei poveri, nei banchi di una chiesa, con le cadenze del rosario.

Sembrano cadenze monotone. Ma dal centro di quelle scarne parole si sprigionano viluppi di sensazioni intraducibili, che non si capisce bene se ti spingano sul discrimine che separa il tempo dall' eterno, o ti arretrino invece negli spazi di un passato remoto carico di ricordi. Certo Ź che, man mano che quelle parole vengono ripetute, la mente si affolla di immagini dolcissime, tra le quali predomina l'immagine di lei, l'altra madre, che nelle sere d'inverno, vicino al ceppo acceso, o sotto le stelle nelle notti d'estate, attorniata dai familiari e dai vicini di casa, ripeteva con la corona tra le mani: «Santa Maria, Madre di Dio... ».

Sembra che alla Madonna non si sappia chiedere altro: «Prega per noi peccatori». Forse perché, in fondo, l'essenziale sta lď. Tutto il resto Ź corollario di quell'unica domanda. Ed ecco allora, per cinquanta volte, la stessa supplica struggente: «Adesso e nell'ora della nostra morte».

Viene da chiedersi, comunque, perché mai l'Ave Maria essenzializzi a tal punto l'implorazione da ridurla a una sola richiesta.

Le ragioni possono essere due.

Anzitutto, Maria Ź esperta di quell'ora. Perché fu presente all' ora del Figlio. Ne visse, cioŹ, da protagonista la peripezia suprema di morte e glorificazione, verso cui precipita tutta la storia della salvezza. In quell'ora, GesĚ le ha consegnato i suoi fratelli simbolizzati da Giovanni, perché li considerasse come suoi figli.

Da quel momento lei Ź divenuta guardiana della nostra ultima ora, e si rende presente in quella frazione di tempo in cui ognuno di noi si gioca il suo eterno destino.

Il secondo motivo sta nel fatto che l'hora mortis Ź un passaggio difficile. Un transito che mette paura, per quella carica di ignoto che si porta incorporata. Una transumanza che sgomenta, perché Ź l'unica che non si puė programmare nei tempi, nei luoghi e nelle modalitą. ť come affrontare un' esile passerella di canne che oscilla sul vortice di un larghissimo fiume, pronto a inghiottirti.

Di qui, il realismo della preghiera: «Ora pro nobis... nunc et in hora mortis nostrae».

Tu, cioŹ, che sei esperta di quell'ora, dacci una mano perché ognuno, quando essa scoccherą sul quadrante della sua vita, l'accolga con la serenitą di Francesco d'Assisi: «Laudato sie, mi Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente puė skappare».

Santa Maria, donna dell'ultima ora, quando giungerą per noi la grande sera e il sole si spegnerą nei barlumi del crepuscolo, mettiti accanto a noi perché possiamo affrontare la notte. ť un' esperienza che hai gią fatto con GesĚ, quando alla sua morte il sole si eclissė e si fece gran buio su tutta la terra. Questa esperienza, ripetila con noi. Piąntati sotto la nostra croce e sorvegliaci nell' ora delle tenebre. Liberaci dallo sgomento del baratro. Pur nell'eclisse, donaci trasalimenti di speranza. Infondici nell' anima affaticata la dolcezza del sonno.

Che la morte, comunque, ci trovi vivi!

Se tu ci darai una mano, non avremo piĚ paura di lei.

Anzi, l'ultimo istante della nostra vita lo sperimenteremo come l'ingresso nella cattedrale sfolgorante di luce, al termine di un lungo pellegrinaggio con la fiaccola accesa. Giunti sul sagrato, dopo averla spenta, deporremo la fiaccola. Non avremo piĚ bisogno della luce della fede che ha illuminato il nostro cammino. Ormai saranno gli splendori del tempio ad allagare di felicitą le nostre pupille.

Fa', ti preghiamo, che la nostra morte possiamo viverla cosď.

Santa Maria, donna dell'ultima ora, il Vangelo ci dice che GesĚ quando sulla croce emise lo spirito, reclinė il capo. Probabilmente, come molti artisti hanno intuito, il suo capo egli lo reclinė sul tuo: nello stesso atteggiamento di abbandono di quando, ancora bambino, lo coglieva il sonno. Ritta sotto il patibolo, forse su uno sgabello di pietra, diventasti cosď il suo cuscino di morte.

Ti preghiamo: quando pure per noi giungerą il momento di consegnarci al Padre, e nessuno dei presenti sarą in grado di rispondere ormai ai nostri richiami, e sprofonderemo in quella solitudine che neppure le persone piĚ care potranno riempire, offrici il tuo capo come ultimo guanciale.

Il calore del tuo volto, in quell'estremo istante della vita, evocherą dalle tombe mai aperte della nostra coscienza un altro istante: il primo dopo la nascita, quando abbiamo sperimentato il calore di un altro volto, che rassomigliava tanto al tuo. E forse solo allora, sia pure con le luci fioche della mente che si spegne, capiremo che i dolori dell'agonia altro non sono che travagli di un parto imminente.

Santa Maria, donna dell'ultima ora, disponici al grande viaggio. Aiutaci ad allentare gli ormeggi senza paura. Sbriga tu stessa le pratiche del nostro passaporto. Se ci sarą il tuo visto, non avremo piĚ nulla da temere sulla frontiera. Aiutaci a saldare, con i segni del pentimento e con la richiesta di perdono, le ultime pendenze nei confronti della giustizia di Dio. Procuraci tu stessa i benefici dell' amnistia, di cui egli largheggia con regale misericordia. Mettici in regola le carte, insomma, perché, giunti alla porta del paradiso, essa si spalanchi al nostro bussare.

Ed entreremo finalmente nel Regno, accompagnati dall'eco dello Stabat Mater che, con accenti di mestizia e di speranza, ma anche con l'intento di accaparrarci anzitempo la tua protezione, abbiamo cantato tante volte nelle nostre chiese al termine della Via Crucis: «Quando corpus morietur, fac ut animae donetur paradisi gloria. Amen».


(fonte: Tonino Bello, "MARIA Donna dei nostri giorni" Ed. San Paolo)

 

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